Articoli

Assedio di ignoranza e disperazione

Sinceramente e fuori da qualunque ipocrisia, non pensate anche voi che sia figlio di almeno venticinque anni di sterilizzazione culturale l’episodio non assolutamente isolato che ha visto decine e decine di cittadini, dopo le elezioni nazionali del 4 marzo 2018, telefonare e recarsi di persona presso i centri di assistenza fiscale del territorio per compilare i moduli per l’ottenimento del reddito di cittadinanza? Si tratta di un assedio di ignoranza e disperazione.

Una parte della “nostra” Italia è ridotta così. Alla fame, di soldi e di cultura. Altro che sul lastrico. Proprio in mutande. L’ignoranza è un cancro e questo stato di semi-analfabetismo dilagante porta ad un eccesso di creduloneria. Come quando le persone non sapevano né leggere e né scrivere e credevano nelle streghe, nella magia bianca e nera, al malocchio… Non ho alcuna voglia di fare “ricami” satirici o sarcastici sulla vicenda, perché mi rendo conto che è una notizia spiacevole, specchio di una situazione tristissima.

Inizialmente, la vicenda ha suscitato una certa ilarità. E mentre su Facebook e Twitter cominciavano a circolare falsi moduli per la richiesta del reddito di cittadinanza, battute e battutacce, in molti restavano delusi e recuperavano la memoria, ricordando che lo stesso Luigi Di Maio durante la sua partecipazione pre-elettorale alla trasmissione Rai, Porta a Porta, ha sottolineato che per il reddito di cittadinanza bisognerà aspettare qualche anno perché prima devono essere riformati gli uffici per l’impiego.

La disperazione ha spinto questa povera gente. Per questo ritengo che non ci sia nulla da ridere. Siamo di fronte a persone che della politica, di quella vera, avrebbero davvero bisogno. Sono persone che rischiano di perdere anche la casa e che devono sperare di riuscire a fare tutti e due i pasti della giornata. Non meritano di essere prese per i fondelli né dalle promesse elettorali né da chi ha la pancia piena e non ha voglia né di sentire né di vedere.

Dateci il reddito di base: un assedio di persone

Mi attengo ai fatti. I centralini dei caf di Giovinazzo, un centro turistico della provincia di Bari, vengono presi d’assalto da decine di cittadini che pretendono dai centri di assistenza fiscale un appuntamento per avviare le pratiche per l’ottenimento del reddito di cittadinanza. Dite che volevano portarsi avanti per non restare indietro nelle graduatorie quando e se le faranno? Lo hanno fatto per due motivi. Uno più grave dell’altro.

Il primo è l’estremo livello di povertà a cui alcuni nuclei familiari sono costretti da anni di politiche sociali praticamente inesistenti. Il secondo è causato, come detto prima, da un preoccupante livello di ignoranza toccato da una parte della nostra società, dei nostri concittadini. Queste persone vanno aiutate, non prese in giro. Si tratta di gente che credeva che, avendo vinto le elezioni il Movimento 5 Stelle, in automatico sarebbe stato introdotto il reddito di cittadinanza in Italia. Senza bisogno di presentare una legge e farla approvare alle due Camere.

La richiesta ha colto di sorpresa gli operatori dei patronati, che inizialmente ci hanno riso su, hanno ironizzato. Sembrava un caso isolato, paradossale. Ma quando le richieste hanno cominciato a moltiplicarsi e a farsi insistenti, quando alcune persone reagivano indignate alle risposte dei caf, tutto è diventato amara realtà. Giovane, disoccupato e con un non elevato livello culturale. Questo è l’identikit di chi ritiene che il reddito di dignità si tramutasse immediatamente in realtà all’indomani della tornata elettorale e che arrivasse a casa.

Giovani, semplici, ingenui, che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. E questo fattore ha spinto le persone ad affrettarsi a compilare moduli. La speranza di un riscatto sociale. “Lo abbiamo sentito per televisione”, ribattevano al telefono a chi cercava di spiegargli che prima bisogna fare il governo, poi la legge e poi, forse…

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Episodi di ignoranza e disperazione pure a Bari

In Puglia, questo non è l’unico caso isolato. Dopo Giovinazzo, infatti, è toccato a Bari. “Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per reddito di cittadinanza”. Questa la che numerosi cittadini hanno rivolto a Porta Futuro, lo sportello servizi per l’occupazione del Comune di Bari, all’indomani del boom elettorale che ha interessato il Movimento 5 Stelle in Puglia, dove i pentastellati hanno vinto tutti i collegi uninominali portando a casa quarantadue dei sessantadue parlamentari assegnati alla regione.

Il coordinamento della consulta dei caf fornisce un dato preoccupante, che è quello della crescente povertà. C’è stato un forte incremento delle richieste di Isee, l’indicatore della situazione economica, per ottenere il reddito di inclusione. A gennaio 2018, l’aumento è stato del trenta per cento.

Non solo Puglia. Gli episodi di massa di Giovinazzo, che hanno chiamato o che si sono recati al patronato locale per ottenere maggiori informazioni riguardo il reddito di cittadinanza, si sono ripetuti anche a Potenza, in Basilicata. Nel capoluogo lucano una ventina di cittadini si sono recati allo sportello dell’ufficio locale della Uil.

“Confermo. Anche da noi in Basilicata capita di ricevere richieste per il reddito di cittadinanza – spiega Antonio Deoregi, della segreteria regionale Uil –. Pur comprendendo la loro aspettativa, stiamo spiegando che questa misura non è attiva”. Nel frattempo, come misura precauzionale e per prevenire casi del genere, a Palermo è stato appeso un cartello (scritto in più lingue, tra cui l’arabo) con su scritto: “In questo Caf non si fanno pratiche per il reddito di cittadinanza”. In tutto ciò, un’altra cosa è certa: l’idea del leader del Movimento 5 Stelle ha suscitato la simpatia di molti. Al punto da causare un assedio di ignoranza e disperazione.

Don Marco Bisceglia e l’Arcigay

Merita più di una semplice riflessione la storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay, che sono legate da un filo indissolubile. In vita mia, preti davvero coerenti con se stessi ne ho conosciuti pochi. Sicuramente, sarà dovuto al fatto che sin dai tempi dell’università mi sono tenuto a debita distanza da quell’esercito di uomini che dice di rappresentare Dio in terra. La maggior parte di quelli davvero coerenti con le proprie idee non ho fatto in tempo a conoscerli.

Qualcuno è vissuto prima di me, vedi San Francesco d’Assisi, vedi Padre Pio e tanti altri, qualcun altro è andato via mentre ero un bambino, vedi Papa Giovanni Paolo II, e qualcun altro che mi piacerebbe conoscerlo, vedi Papa Francesco. Difficilmente parlo di religione. Essendo che rispetto le idee di tutti, soprattutto quelle che non condivido, voglio evitare di influenzare qualcuno con le mie idee. In fondo, la fede è una cosa molto personale. Un po’ come la sessualità.

Parlo poco di religione anche per via di tutti gli scandali pedofili, eterosessuali e anche omosessuali, in cui è rimasta coinvolta la chiesa negli ultimi vent’anni. E non parliamo di quelli precedenti solo perché ormai se n’è persa traccia. C’è poi un altro uomo di chiesa che non ho conosciuto e che è morto il 22 luglio del 2001. Marco Bisceglia era un sacerdote lucano, un uomo vero, un uomo che ha seguito la propria fede e quando la chiesa politica decise di emarginarlo, continuò a seguire la propria fede e da credente ritenne di battersi per dare voce agli omosessuali in Italia. Grazie a lui nacque l’associazione che da anni si batte per il riconoscimento dei diritti della comunità lgbt, Arcigay.

Il fondatore di Arcigay, Marco Bisceglia, fu il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche.

Fu il primo e l’unico attivista cattolico lucano a perorare in modo concreto la causa degli omosessuali presso una sorda Santa Sede. Marco Bisceglia era un uomo che credeva nelle sue idee e pur di non rinnegarle sarebbe stato disposto a tutto. Anche a morire per loro. Non ha mai fatto mistero di aver aderito sin da giovane alla teologia della liberazione. Scelta che gli era costata diversi scontri con le rigide gerarchie ecclesiastiche. Si era addirittura schierato a favore della legge sul divorzio, nonostante le “romane indicazioni” fossero palesemente contrarie.

Per questo suo carattere innatamente anticonformista non solo non era ben visto dalla Chiesa, ma neppure dalla Democrazia Cristiana. Non a caso le simpatie di Bisceglia erano rivolte al Partito Comunista Italiano. Quello vero. Il prelato potentino sapeva di essere nel mirino di un fucile pronto a sparare rancori religiosi e politici. Per questo era molto prudente in pubblico. Al di là della sua ideologia, diversa da quella cattolica, voleva comunque evitare la rottura con l’istituzione a cui aveva fatto voto di fede.

Ciò nonostante non rinunciava a unire in matrimonio coppie dello stesso sesso con rito privato. I problemi nacquero quando due giornalisti, Bartolomeo Baldi e Franco Jappelli, redattori del settimanale di destra “Il Borghese”, finsero di dichiararsi omosessuali e gli chiesero di sposarli. Bisceglia ingenuamente acconsentì. E il matrimonio divenne un dettagliato reportage. Due redattori del Borghese si fingono omosessuali e vengono benedetti dal “don Mazzi del Sud”.

“Il vostro rapporto è già un sacramento davanti a Dio”. Così il giornale presentò il servizio, che cominciava testualmente: “Ci siamo sposati a Lavello, provincia di Potenza. Sia pure in maniera informale. A “benedire” la nostra (ovviamente finta) relazione omosessuale, è stato don Marco Bisceglia, parroco di Lavello, le cui vicende di prete ultra progressista e filo marxista hanno raggiunto le pagine dei più noti settimanali di sinistra”. Anni dopo i due cronisti ammisero a Pier Giorgio Paterlini, nel suo libro “Matrimoni”: “L’importante era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e far sospendere a divinis il prete comunista”. E così fu.

PROMEMORIA > Potresti prendere in considerazione Vita da escort tra chiese e lusso

La Chiesa lo scomunicò a divinis. Padre Bisceglia querelò Baldi e Jappelli che, però, furono assolti. Diritto di cronaca. A questo punto, l’ormai ex parroco iniziò a collaborare con l’Arci. Poi, nel 1980, con l’aiuto di un obiettore di coscienza omosessuale che sognava la carriera politica, Nichi Vendola, e di altri pochi e fidati amici, tra cui Lillo Di Mauro, diede vita al primo circolo omosessuale. Lo fondò all’interno della sezione Arci di Palermo. La prima associazione gay di sinistra.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Una sinistra già allora disattenta al grido di liberazione omosessuale. Il nome del circolo? ArciGay. Finalmente era nato il primo nucleo di quella che oggi è la più importante organizzazione per i diritti gay in Italia. Trascinatore di folle, don Marco nella capitale frequentò i radicali di Marco Pannella (che lo volle candidato alle legislative nel 1979, ma i 6 mila consensi non furono sufficienti per farlo eleggere) e tanto anche quei movimenti vicini alla sinistra radicale dediti a portare avanti le sue stesse battaglie per i diritti.

Siamo ormai a metà degli anni Ottanta, di lui si perdono le tracce, la voce più illuminata del movimento gay del tempo decide di abbandonare il terreno dell’impegno politico a causa di malattie e difficoltà varie. Gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono difficili. Molto difficili. Era malato di Aids. Si indeboliva sempre di più. E questo lo allontanò dal cosiddetto “mondo gay”. Si riavvicinò alla Chiesa. Dal 1996 alla morte, 22 luglio 2001, fu il vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto, nella Capitale. Fu sepolto nella sua città. Quella Lavello che aveva tanto amato, ma che solo in parte lo aveva ricambiato. Nato a luglio, ordinato sacerdote a luglio, morto a luglio. Anche questa sembra essere coerenza, ma è pura coincidenza.

Vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamanomarchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dicedella città sabauda.

In genere, un escort più è bello e curato e più costa. Ovviamente, è richiesta classe e preparazione.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.