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E se ti scoprissi lesbica a 40 anni?

Che poi a pensarci bene è da un po’ che non tocco l’argomento sessualità sul mio diario elettronico. In questi anni ci siamo raccontati storie importanti. Curiosità che ci hanno aiutato a comprendere come va il mondo. Anzi, che oggi il mondo va come prima. Solo che tutto è diventato più fluido grazie alla tecnologia. Vuoi sapere cosa c’è nel “piatto” questa volta? Ti rispondo con una domanda provocatoria: e se ti scoprissi lesbica a quarant’anni? Perché a quaranta? Perché mezza vita ti è andata. E vuol dire che per la prima metà del tuo cammino o eri eterosessuale o pensavi di esserlo. E nell’ultimo caso dovevi proprio esserne convinta, al punto sentirti una “femmina Alfa”.

Comunque, a Elizabeth Gilbert – autrice del best-seller “Mangia, prega, ama”, da cui è stato tratto nel 2010 il film con Julia Roberts – è successo. Lei stessa ha confessato di aver tranquillamente lasciato il marito dopo essersi innamorata della sua migliore amica. Il libro altro non è che la sua autobiografia. Racconta del viaggio dell’autrice intorno al mondo dopo aver divorziato dal marito, e di cosa ha scoperto durante i suoi spostamenti. La trentaduenne Elizabeth Gilbert è una donna istruita, ha una casa, un marito ed una carriera di successo come scrittrice.

Ciò nonostante non è felice della propria vita e spesso passa la notte a piangere in bagno. Dopo essersi separata dal marito ed aver iniziato la causa di divorzio, che lui contesta, la donna si imbarca in una relazione di rimpiazzo, che dura per un breve periodo e termina lasciandola ancora più depressa. In seguito, dopo aver scritto un articolo sulle vacanze yoga a Bali, la Gilbert incontra un guaritore di nona generazione, il quale le dice che lei un giorno sarebbe tornata ed avrebbe studiato con lui.

Dopo aver portato a compimento il proprio difficoltoso divorzio, la Gilbert trascorre l’anno successivo a viaggiare per il mondo. Il viaggio viene pagato con l’anticipo percepito dal suo editore per un libro in fase di scrittura. La scrittrice trascorre quattro mesi in Italia, mangiando e godendosi la vita, “Mangia”. Dopo, trascorre tre mesi in India, trovando la propria spiritualità, “Prega”. Infine, termina il proprio viaggio a Bali, Indonesia, in cerca dell’equilibrio fra le due precedenti scoperte, trovando l’amore “Ama” in un fattore brasiliano. Il libro è rimasto nella classifica dei libri più venduti stilata dal The New York Times per centottantasette settimane.

Sulla pagina Facebook della Gilbert è comparso un post che ha ha fatto molto discutere. Elizabeth spiega di essersi innamorata di una scrittrice di origine siriane, Rayya Elias, nel momento in cui alla donna viene diagnosticato un cancro incurabile al pancreas. Credo che sia davvero uno dei coming out più clamorosi della storia. Inevitabilmente, sono tantissimi i messaggi dei fan che l’hanno ringraziata per il suo coraggio e per l’onestà intellettuale dimostrata. “La morte, o la prospettiva della morte, ha il potere di far pulizia di tutto ciò che non è reale. Mi sono resa conto di non voler semplicemente bene a Rayya. Io la amo. E non c’è più tempo per continuare a mentire”. Firmato Elizabeth Gilbert. Il post è diventato virale. Migliaia e migliaia di commenti.

Scoprirsi lesbica avanti con gli anni

Per tornare alla domanda che ti facevo prima, come vedi, nelle tante variabili della vita, ci si potrebbe scoprire lesbica a quarant’anni o anche più. Tutto normale. Ed è normale che anche il fatto di scoprirsi lesbica avanti con gli anni, spesso dopo lunghe relazioni, matrimoni e figli, sta diventando un tema di cui si parla sempre più spesso. Vuoi che ti faccia un altro esempio? Cynthia Nixon, la Miranda di Sex and the City, tanto per citarne un’altra di una lunga serie, ha avuto una relazione eterosessuale per ben quindici anni prima di innamorarsi di Christine Marinoni, mentre l’attrice Portia de Rossi è stata sposata con un uomo e poi si è risposata con Ellen DeGeneres. Era il 2008.

Se sei uomo, devi capire che la donna, entrando in un periodo diverso della propria esistenza, spesso esplora la propria identità e la propria sessualità e arriva a metterla in discussione proprio perché inizia a non importargli ciò che pensa di loro la gente. Negli ultimi anni, la maggior apertura verso le cosiddette differenze (ma differente da cosa?) e i vari provvedimenti per la legalizzazione del matrimonio egualitario in molti Paesi del mondo occidentale hanno contribuito a dare alle donne adulte la sensazione di poter vivere la propria sessualità in un modo che fino agli anni Ottanta era inimmaginabile.

Certo c’è ancora tanta strada da fare. Esiste ancora tanto pregiudizio, questo è innegabile. Ma le nuove generazione sono particolarmente inclini a coltivare la fluidità di genere, rifiutando le etichette fisse. “Stiamo finalmente iniziando a riconoscere che la sessualità non è qualcosa né di binario né di fisso. Amore, attrazione, affetto e sesso sono più stratificanti e interessanti di quel che ci era stato insegnato”, ha scritto sul The Guardian Susie Orbach, dopo un matrimonio trentennale e tre figli con lo scrittore Joseph Schwartz. E lo sai in che occasione lo ha scritto? Te lo dico? Quando ha deciso di sposare l’autrice Jeanette Winterson.

Non è mai troppo tardi per fare coming out, e non è mai troppo tardi per trovare l’amore. Holland Taylor, che dovresti ricordare come la Peggy Peabody, la madre miliardaria di Helena Peabody, nonché la signorina Petrie in Debs, in un’intervista ha dichiarato di essere fidanzata con una donna molto più giovane di lei e di pensare al matrimonio. Anna Sale, una giornalista, l’ha intervistata e ha scritto: “Ora a settantadue anni, Holland racconta che senza quel periodo di difficoltà, non sarebbe mai stata in grado di arrivare dov’è adesso: nella prima relazione importante della sua vita.

“È la cosa più bella e straordinaria che mi sia mai accaduta”, racconta Holland, che non ha voluto rivelare l’identità della sua compagna, né ha voluto che la sua sessualità diventasse argomento politico”. In realtà, si sa chi è la sua fidanzata: Sarah Paulson. Secondo la presidente di Stonewall, Jan Gooding, che è stata sposata per quindici anni e che dal marito ha avuto due figli, le donne che cambiano il proprio orientamento sessuale avanti con gli anni tendono a non voler essere etichettate in alcun modo.

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“Le persone faticano a credere che io mi sia innamorata di una donna di punto in bianco. Sospettano che lo sapevo e negavo a tutti. A me stessa e al mondo. Eppure è successo. È andata proprio così. Quest’idea che tutti si conoscano a fondo fa molto male ai percorsi individuali”. Succede, le cose cambiano. Succede che una donna, ad un certo punto, inizi ad amare le donne. Come succedeva e succede che un uomo, ad un certo punto, inizi ad amare gli uomini. Come capita che non succeda nulla.

Vero succede proprio di tutto. Non dimenticare che nel 2015 c’è stato anche un caso in cui un campione olimpico, o almeno questo pensavamo che fosse, ha rivelato di essere una donna. Non ti ricordi? Caitlyn Jenner. Fino al 2015 tutti la conoscevano come Bruce Jenner, ex-campione olimpico, nonché tra i protagonisti della famiglia da reality più famosa al mondo: i Kardashian. Poi, tutto ad un trattò, arrivò il coming out. Il suo. Durante una lunga intervista per “ABC News” disse: “Sono una donna”. Ma poi quasi rimangiò l’uscita, anche se ormai la frittata era fatta. Alla fine arrivò la copertina di Vanity Fair a firma di Annie Lieboviz in cui si presentava al mondo col suo nuovo nome e l’identità che aveva sempre desiderato, quella femminile.

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Storie omofobe di cuori feriti

Ci sono storie di omofobia che nascono dalle delusioni. Si chiamano storie omofobe di cuori feriti, appunto. L’amore è la cosa più complicata del mondo. Difficile da gestire, faticoso, inebriante, bellissimo, passionale, rilassante. Ma è uno, e non è proprietà di nessuno, è di tutte e tutti quelli che hanno voglia di amarsi davvero, liberamente. Liberamente, è questa la “condicio sine qua non”. Perché altrimenti, se non si è davvero liberi, si passa dal cosiddetto “cimitero allegro” all’inferno. Biglietto di sola andata.

È stato così per Attilio, nome ovviamente di copertura, che dopo dopo avergli concesso l’anonimato ha accettato di rendere pubblica attraverso il mio blog la sua difficile esperienza, su cui dopo tanti anni pesano ancora le violenze familiari e gesti di bullismo che è stato costretto a subire in modo passivo quando era un bambino. E poi quando è diventato un ragazzino. Fino al giorno in cui è esploso. Ormai, però, era troppo tardi. Tanti danni erano stati fatti e senza un supporto psicologico adeguato potevano solo cronicizzarsi. Una vita problematica, sempre a caccia di un equilibrio precario fra mille eccessi. Una vita comune a molti.

“A 50 anni pago le conseguenze di tutti i problemi con cui mi sono scontrato, che non ho saputo affrontare, a cui non ho saputo reagire. Tutti problemi che non ho creato io, sia chiaro, ma che certamente ho cercato e cerco tutt’ora. Alla fine ognuno di noi è lo specchio delle esperienze vissute in precedenza”, mi racconta Attilio. Sono cresciuto in una famiglia omofoba e maschilista, con una struttura fortemente patriarcale. I miei genitori erano violenti, verbalmente e fisicamente. Entrambi“.

“Mio padre era un padre-padrone, mia madre una vittima resa isterica. In comune cosa avevano? Erano due perbenisti. Tutto era una vergogna. Potevi appena respirare e fare la pipì in bagno dopo esserti assicurato di aver chiuso la porta con una doppia girata di chiave. Guai a masticare a tavola con la bocca aperta. Neppure per scherzo. Una volta papà mi ha tirato un barattolo di maionese sulla fronte. Barattolo di vetro… Avere atteggiamenti effeminati era vietato, se non volevi sentirti tirare dietro un “sembri un ricchione di merda” già a 7 anni”.

“Credo di aver fatto capire molti dei miei primi amori ai miei genitori, che puntualmente mi vietavano quelle amicizie e le uscite con quelle persone in cui c’era sempre sempre qualcosa che non andava. Una volta erano troppo spigliati, un’altra volta sembravano furbi, un’altra volta ancora la famiglia non sembrava essere un granché e così via. Ma io ero un ormone in crescita e non potevo essere fermato, davanti a me c’era una vita che mi chiamava… Loro vietavano e io infrangevo le regole, i diktat”.

“Poi le prendevo sonoramente, quando venivo scoperto. Oltre alle botte c’erano anche le punizioni. Senza dimenticare le umiliazioni. Una volta mio padre mi invitò a seguirlo sul pianerottolo, dove aveva convocato tutti i miei amici di gioco, e mi costrinse a scrivere grande per venti pagine, quattro volte a riga, “sono un cretino”. Mentre lo scrivevo dovevo ripeterlo ad alta voce. I miei compagni dovevano sentire. Ricordo che nessuno di loro ha mai riso, neppure una volta. Avevo 8 anni”.

L’omofobia è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e della transessualità. Una forma di razzismo. Una malattia.

“Dovevo uscire solo con mio cugino, ma quando hanno scoperto che ci toccavamo nelle parti intime pure quest’amicizia non andava più bene. E ovviamente, il “diavolo” ero io. Dal quel momento in poi, potei uscire con mio cugino solo in presenza di mia cugina, la sorella più piccola, che ovviamente non c’era mai… Volevo fuggire ma non potevo. Sognavo di poter avere i super poteri… Negli anni delle scuole medie, il fatto che io fossi gay, che poi ero bisessuale perché mi piacevano anche le ragazzine, era sostanzialmente di pubblico dominio.

“Quando i miei compagni erano in gruppo mi sfottevano. “Ricchioneeee”, e se la sghignazzavano. Mi deridevano, mi dicevano un po’ di tutto. “Suca”, “Se mi paghi te lo faccio toccare”. Poi, quelle stesse persone tolte dal branco, spesso nel tardo pomeriggio, mi cercavano. Passavano da casa mia. Avevano voglia di stare fermi (“però non mi toccare…”) e contemporaneamente fare qualcosa (“fai quello che vuoi, magari con la bocca”). Tra questi c’erano degli pseudo-machi che non tolleravano il rifiuto, si incazzavano, il giorno dopo ti seguivano fin dentro al portone, ti strattonavano, ti minacciavano, ti prendevano a schiaffi e ti costringevano a fare sesso”.

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Questa storia di violenze non è mai stata superata. “Alla fine col passare degli anni mi sono trasformato in quello che non volevo essere. Mi sono portato dietro troppi segreti, troppe violenze, troppe situazioni mai realmente accettate e perdonate, o quantomeno comprese fino in fondo. Come se in alcuni casi avessi avuto paura di guardarmi dentro. Ho iniziato a vivere la sessualità in modo aggressivo e problematico, le reazioni era spesso velenose, inconsciamente cercavo persone che mi trattassero male, che mi facessero rivivere situazioni umilianti, così che poi io potessi provare a ribellarmi, lottare soffrendo per fuggire. Fuggire anche da loro. Di nuovo. Per un periodo ho iniziato a fare marchette, sesso a pagamento”.

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“Mi pagavano e mi sentivo importante. Ho conosciuto anche qualche prelato segretamente gay: cercava sempre di trattare sul prezzo. Il mio carattere è permaloso e litigioso, al limite del violento. A volte vorrei rinascere, per avere la possibilità di rivivere. Altre volte mi accontenterei di poter premere un tasto per resettare tutto. Vorrei poter scrivere daccapo, almeno per gli anni che mi restano da vivere. Poi mi rendo conto che ormai è andata così, devo essere comunque orgoglioso perché poteva andarmi peggio e devo continuare a gestire con un po’ di buon senso e di intelligenza il mio carattere e le situazioni che si presentano”.

Stupinigi tra sacro e profano

Stupinigi tra sacro e profano. Come dire: il diavolo e l’acqua santa che convivono sotto lo stesso tetto. E mentre in tutto il mondo sarebbe impensabile far convivere questi due concetti, a Torino, città storicamente pagana, appare la cosa più naturale che ci sia. Un rapporto che scorre silenzioso, si dice, da decine e decine di anni. Ma sarebbe meglio dire da secoli, senza voler far torto ad un miracolo o alla leggenda di un miracolo datata 1994.

Non a caso, oltre alla storia che vi racconto in questo post, qui intorno orbitano tante altre storie correlate fra loro, tra cui quella di un veggente e quella di ripetute apparizioni mariane in un bosco che fu testimone dell’amore tra il re d’Italia Vittorio Emanuele II e una bambina, Rosa Vercellana, meglio conosciuta come la Bela Rosin, che alla fine divenne la sua moglie monocratica, senza mai diventare regina (anche se il re le concesse titoli nobiliari minori, quali contessa di Mirafiori, territorio a sud di Torino, e di Fontanafredda, territorio di Serralunga d’Alba). Benvenuti in quello che qualche secolo fa era il bosco degli amanti, ruolo che ancora oggi impersonifica alla perfezione.

Uno dei tanti percorsi del parco di Stupinigi.

La storia del Parco Naturalistico di Stupinigi, non è solo legata alla Palazzina di Caccia, la residenza estiva dei Savoia. Racconta amori, violazioni, incontri segreti e molto altro ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui, pur essendo cambiati attori e attrici, la sostanza rimane praticamente identica.

Si è solo ristretto lo spazio del “teatro”: tirando le somme si è passati dai 732 ettari della fine del 1800 ai 456 dell’inizio del Terzo Millennio (anche se le cosiddette fonti ufficiali raccontano un’area che dovrebbe superare i mille e cinquecento ettari). Dal 1994, la storia del Parco Naturalistico di Stupinigi si lega con un’interessante storia di apparizioni sacre e miracolose, che sarebbero avvenute in un boschetto in cui in genere si incontravano e si incontrano – per fare camporella – omosessuali, bisessuali e scambisti di coppia.

Insomma, una storia di sacro e profano che solo in una città come Torino poteva avvenire e che solo a Torino si poteva pensare di fare convivere. Provateci voi, in qualunque altra città, a tenere nello stesso posto i devoti che pregano e il passaggio di decine e decine di amanti… Ogni tanto le due categorie si scornano pesantemente, intervengono le forze dell’ordine, i giornali urlano, ma poi la convivenza prosegue. Da decenni, ormai.

La storia delle apparizioni racconta di un veggente, un operaio Fiat, Eugenio Palio, che lunedì 11 aprile 1994 (quando aveva 38 anni) alle 4.50 del mattino sulla strada che dalla Palazzina di Caccia porta a Orbassano vede una sfera lucente di colore oro, appoggiata sopra una quercia. La sfera si apre e fuoriescono raggi dorati molto luminosi. L’uomo, incuriosito, si avvicina e nota che iniziava a formarsi una figura femminile. Impaurito, il veggente stava per fuggire, ma una voce dolce di donna gli avrebbe detto: “Non temere. Io sono la Madre di tutte le madri, la Madre del Verbo per voi incarnato. Tieni sempre con te una corona del Santo Rosario, sarà la tua difesa dal maligno ed è segno che tu sei col Signore”.

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L’11 aprile del 1996, la Madonna di Stupinigi avrebbe lasciato il seguente messaggio: “Qui lascerò dei segni del sole. Pregate per le anime perdute che frequentano questi luoghi perché trovino la luce in Dio Onnipotente. Vi raccomando la frequenza alla Santa Messa. Le anime perdute che frequentano questi luoghi sarebbero quelle prostitute e quei gay che consumano a poche decine di metri dal luogo di culto. Ma non solo.

A Stupinigi si prega e si fa sesso a pochi metri di distanza gli uni dagli altri.

Tra boschi solitari e silenziosi, che in primavera risuonano di picchi e cuculi, file di pioppi da taglio, stradine che si intersecano a angolo retto regalando prospettive erbose dove si possono vedere gruppi di cavalieri che sembrano uscire da un romanzo, si incontra un piccolo edificio cilindrico che suscita qualche inquietudine giusto perché all’interno si vedono disegnati sui muri dei simboli satanici e una botola nel pavimento. Il tutto non invoglia ad esplorarla. Ma nulla lo vieta.

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Il giorno del quarto anniversario, quindi nel 1998, Eugenio confidò: “La Madonna mi ha segnalato la presenza di una statua tra i rovi sul luogo della prostituzione. Fu trovata. Sono tanti i fedeli che sostengono di aver assistito a queste apparizioni fino al 2001. E sono altrettanti quelli che riferiscono di segni e di guarigioni. Non so dirvi se è vero oppure no.

Certe verità fanno parte della fede (e non della suggestione), però vi dico per certo che nel posto in cui si riuniscono i fedeli per pregare c’è una enorme quercia. Nel 2012 era morta. Completamente seccata. Nel 2013 era rinata. O è stata sostituita, o è stata spostata, o è stata miracolata. A voi la scelta. Anche se non ha mai ottenuto il riconoscimento della chiesa cattolica il culto prospera e i segni si vedono. Il Parco di Stupinigi è un mondo felpato, fatto di omissioni, apparizioni, accenni e sparizioni. Oggi come ieri. Il mondo cambia, ma la natura umana resta sempre la stessa.