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Da cosa fuggono i senegalesi

Sono due mesi che lavoro a questo reportage e sono due mesi che leggo e sento considerazioni ormai all’ordine del giorno, anzi all’ordine del minuto, restando in silenzio. Mi sono imposto il silenzio su “tutti questi extra-comunitari che ci stanno invadendo”. “Che poi, questi sono più neri di quelli di prima, che a almeno a volte sembravano meridionali”. Perché spesso è questo che si sente nei bus, nei tram o in giro. Un continuo montare di razzismo. Un risorgere di vecchie ideologie ipocritamente nascoste dietro un comunque eccessivo e ingiustificato cinismo individuale. Dicevo, sono due mesi che evito di proferire opinione sulle questioni che riguardano l’Africa e le sue problematiche.

Conosco quei luoghi per aver vissuto direttamente un paio di edizioni della Dakar, conosco il Senegal e la sua capitale, il lac Rose, o lago Retba, che mi porterò sempre nel cuore, ma anche i villaggi di Niaga o Sangalkam, o i centri come Diorga o Cité Saba. Conosco la loro ricchezza culturale e umana, ma altrettanto ho visto con i miei occhi una povertà assurda già ai tempi in cui si diceva che tutto andava bene. Erano i tempi in cui il problema, dicevano, era la Sierra Leone. Non chi la sfruttava e la saccheggiava… Dopo due mesi e l’aiuto prezioso di Piero Mina, torinese che opera come volontario in quei posti attraverso la sua associazione, sono riuscito a rispondere a tutte le frasi che ho ascoltato senza proferire parola.

Non mi importa se qualcuno dissentirà, tantomeno se in tanti continueranno a pensarla a modo loro. Quello che mi importa, nel mio piccolo, è di essere riuscito a portare sul mio blog, in Italia e potenzialmente nel mondo, immagini che ritraggono l’attuale situazione in quei luoghi. Una testimonianza importante, visto che dai quei luoghi non arriva quasi più nessuna informazione neutra. Ritratti di rassegnata disperazione della gente, la paura della vita quotidiana, le fogne a cielo aperto, ciò che resta delle case di tantissime persone, le loro reali condizioni e aspettative di vita. Uscite voi per queste strade, fatevi venire voglia di fare una passeggiata, provate a camminarci di sera o di notte. Provate a pensare che, qui, in questa discarica del mondo dovete anche viverci.

Non è che i giovani senegalesi abbiano un’innata voglia di scappare dalla propria terra. Il problema più grande è che, quella terra, qualcuno l’ha trasformata in una pattumiera. Chi è stato? Gli abitanti dei mondi cosiddetti civilizzati, quella stessa tipologia “signori” che fino a qualche decennio fa inquinavano con sostanze tossiche le nostre montagne e i nostri mari con sversamenti, navi dei veleni e via discorrendo. Le loro spiagge sono ridotte a discariche, a cloache del mondo, e le città o quel che ne resta sono fatiscenti, puzzolenti, malate e misere. Crocevia di malattie. Se non ti ammazza la povertà, ci pensa qualche malattia.

Ma c’è anche di peggio. Il rapporto 2016-2017 di Amnesty International evidenzia come in Senegal ci siano forti limitazioni alle libertà personali, comprese quelle sessuali, e ai diritti civili, come la facoltà di espressione e associazione. La giustizia, secondo Amnesty, è applicata in modo sommario e contribuisce a un grave sovraffollamento delle carceri. Il tasso di natalità è di circa cinque figli per ogni donna e fa sì che la popolazione, negli ultimi quindici anni, sia aumentata di circa il cinquanta percento.

I senegalesi fuggono dal terrorismo

Se a questo si aggiunge che il Paese è uno snodo fondamentale per le partenze verso il deserto del Sahara, anticamera dei porti in Tunisia e in Libia, ben si comprende come, dopo anni trascorsi a vedere passare dal loro Paese gente che insegue il sogno della libertà e del benessere occidentale e non torna più, i più giovani si sono convinti in massa che val la pena rischiare la vita, affrontare il deserto e i suoi pericoli, pur di fuggire via. Via da lì.

Via da un posto che era meraviglioso, che per decine di anni ha ospitato l’arrivo di una delle competizioni motoristiche più famose del mondo, la Paris-Dakar, e che ha fatto sognare intere generazioni che sfogliavano le riviste a colori e ammiravano le foto dei cammelli e delle oasi “conquistate” da piloti e vetture da corsa. Si è detto che le auto inquinano. Certo, mai quanto quello che riesce a fare un uomo a piedi. O comunque senza auto. L’uomo è per definizione il peggior virus che c’è sulla faccia della terra (certo ci sono anche tanti bravi uomini, sempre troppo pochi) e le immagini esclusive che pubblico in questo reportage sono una prova inconfutabile di quanto l’Occidente abbia fatto male all’Africa. Quell’Occidente che oggi non vuole gli africani.

Da cosa fuggono i senegalesi

La situazione di degrado e miseria a Dakar e nelle vicinanze.

La reale situazione del Senegal è ben nota ai nostri politici, anche a Matteo Salvini, come era nota Matteo Renzi… Sanno tutto e come sempre fanno finta di non sapere. Solo a che a loro, ai politici, interessano solo le questioni politiche e terroristiche, oltre che economiche. Nei cassetti (per nulla segreti) del Senato della Repubblica Italiana esiste il “Dossier numero 19 della Diciassettesima Legislatura”. Non farti ingannare dal nome. Il titolo è: “La realtà dei paesi pilota del Sahel”. Il quinto capitolo si chiama “Senegal”. Cosa c’è scritto? “Gli attacchi terroristici nei paesi del Sahel hanno implicazioni anche per il paese dove ci sono comunque tensioni per i progressi molto lenti sul piano delle riforme, per la corruzione diffusa”.

Ma dopo trenta anni trenta anni di tensioni e violenze, spinte dai separatisti nella regione della Casamance cosa ti aspetti? Esattamente quello che ti mostro. Miseria e distruzione. Si legge nella relazione: “Proprio i recenti attacchi dell’organizzazione fondamentalista Aqim in Burkina Faso e Costa d’Avorio, che mostrano l’intenzione e la capacità del gruppo di agire al di fuori della base tradizionale nel nord del Mali, rappresentano una minaccia per tutti i governi della regione che appoggiano le operazioni francesi di lotta al terrorismo, Senegal compreso”. Avete letto bene? “Appoggiano le operazioni francesi”. Non è così. I francesi fanno i froci col culo degli altri, nello specifico con quello degli abitanti di una loro colonia. Il Senegal non appoggia nulla. Deve appoggiare. Ne va della sua già precaria sopravvivenza.

Il Senegal ospita una delle due principali basi militari francesi in Africa e, dopo gli attentati di marzo rivendicati da Aqim, ha preso la decisione di condividere con Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio azioni di intelligence per la lotta al terrorismo. Il Senegal ha anche preso parte alla forza militare di peace-keeping in Mali. Secondo l’Italia, “l’effetto collaterale e indesiderato di un’azione più incisiva di contrasto del terrorismo all’interno del Senegal, in termini di restringimento delle libertà individuali, politiche e di movimento delle persone, potrebbe essere quello di far crescere rabbia e tensioni sociali, mettendo a repentaglio dinamiche tradizionali di spostamento transfrontaliero di persone”. Difficilmente si può avere più rabbia e più tensione. Certo è che se lasciamo che il male generato da interessi politici, religiosi ed economici continui a devastare questi luoghi, non riusciremo ad evitare l’onda lunga della nostra inerzia.

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Il degrado ambientale distrugge il Paese

Un fattore chiave che determina l’emigrazione dal Senegal è il degrado ambientale e la mancanza di opportunità di lavoro e di futuro. Le migrazioni interne al Paese sono molto maggiori rispetto a quelle internazionali: in base a i dati del censimento del 2013, i migranti interni che si sono sposati dalle zone rurali a quelle urbane, in particolare, i grandi centri – Dakar su tutti, ma anche altre città che gravitano attorno a Dakar, come Thiès, Diourbel e Kaolack – erano quasi due milioni, mentre i senegalesi emigrati all’estero erano poco più di cento e cinquantacinque mila. Erano. Perché poi la situazione è degenerata e tutti hanno iniziato a scappare. Si salvi chi può. hai presente? Al di là dei numeri ti faccio una domanda: hai mai parlato un con ragazzo che viene dal Senegal? Hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa pensa e cosa sogna mentre guarda ciò che ha intorno a casa sua?

Io ci parlo e li ascolto. Anche spesso. A parte le storie che ho già avuto modo di raccontarti, l’ultimo con cui ho chiacchierato si chiama Abdelaye, di 26 anni. Queste le sue parole: “Ero l’assistente del capo villaggio, ma non guadagnavo nulla. Mi sono indebitato per sopravvivere e poi mi hanno denunciato. Capisci, ero ricercato dalla polizia. La mia unica salvezza era la traversata del Mediterraneo e sono partito a bordo di un autobus verso l’Europa. In Africa non abbiamo niente, lo Stato non mantiene le promesse. Ho parenti e amici in Francia. Stanno bene. Anche io ce la farò. Ho già rischiato di morire più volte, cosa mi fermerà? Non i crampi della fame”.

E intanto, sta in Italia, vive di elemosine e bidoni dell’immondizia e non perde la speranza, perché qui, in queste condizioni disumane, sta già meglio. Ha trovato la sua serenità. A proposito della speranza. I viaggi della speranza, in genere iniziano dalla stazione degli autobus di Tambacounda, città del Senegal a cento e ottanta chilometri dal confine con il Mali, in autobus gran turismo della Diallo Transport. Due giorni e mezzo di viaggio fino ad Agadez, tremila e settecentoventi chilometri attraversando il Sahel, una strada cosparsa di buche, terra rossa e immensi baobab a bordo pista. Un percorso fino a vent’anni fa reso celebre dai piloti della Paris-Dakar. Oggi, invece, trasformatosi nell’inizio della Western Route, come i migranti in viaggio verso l’Europa l’hanno ribattezzata. La più grande sconfitta per il Senegal.

Fotoreportage dal Senegal

 

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Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per i migranti

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Migrante non è clandestino, ma non tutti capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.