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Noi tossici di Stazione Termini

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammeto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

Torino nord e i suoi problemi

Torino nord non ha solo problemi legati al campo nomadi di via Germagnano e a quello di strada dell’Aeroporto, quest’ultimo dà gli stessi problemi dell’insediamento di zingari presenti al confine tra Barriera di Milano e Falchera. A volte anche maggiori. Torino nord è tutto un problema, specialmente sociale, visto che quegli amministratori torinesi che si vantano di copiare dai “cugini” di Parigi (dove si cerca di non creare ghetti promuovendo l’edilizia popolare accanto a quella di lusso) stanno dimostrando con i fatti che, pur conoscendo a memoria lo slogan, non sono capaci di applicarlo concretamente.

Sarà che Torino non è Parigi e Parigi non è Torino? Torino nord è una polveriera sociale. Forse la più grossa che c’è in città. Gente onesta, tanta, anzi tantissima brava gente, lavoratori dipendenti, commercianti e disoccupati che però qualcosa vogliono fare, annega tra spacciatori, tossicodipendenti (quante cose si risolverebbero se facessimo come i civili svizzeri che hanno istituito le stanze del buco), ladri, ricettatori, prostitute e puttanieri. Quanta ingratitudine nei confronti di quartieri abitati da cittadini con gli stessi diritti. E da quanti anni, venti e più anni. Un esempio può essere dato dalla “fauna” che orbita intorno all’ospedale San Giovanni Bosco, parcheggio e parchetti adiacenti.

Lì, tra parcheggiatori abusivi assunti dalla malavita (mafie?), spacciatori, marchette (donne e uomini), ma soprattutto tanti disperati intrappolati nell’inferno dell’eroina o della cocaina, o peggio ancora in quella miriade di droghe acide che la mente umana è riuscita a produrre. A tutto ciò, bisogna aggiungere lo storico isolamento forzato in cui sono costretti a vivere molti residenti. Infrastrutture iniziate e mai completate, come il famoso “mezzo ponte” di Falchera, che sembra una barzelletta oppure i binari della ferrovia che segnano il confine tra un quartiere problematico e un altro. E meno male che non ci sono ghetti…

Quelli esposti fino ad ora sono solo alcuni dei gravi problemi con cui i torinesi di Falchera (che pagano le tasse come tutti) si trovano a lottare quotidianamente. Ce ne sono molti di più e altrettanto fastidiosi, gravi e preoccupanti. In via Tanaro, per fare un esempio, è come vivere a Venezia. Ma senza gondole e neppure turisti. Ogni tanto arriva l’acqua alta, portata dalle piogge, e la via finisce sott’acqua. Garage e box vengono sommersi, con relativi ingenti danni. Non sempre i vigili del fuoco e la protezione civile riescono a ripristinare la situazione in tempi brevi con l’utilizzo di più idrovore contemporaneamente.

A volte, prima che la situazione torni alla normalità, possono volerci fino a 2-3 giorni. Anche in questo caso, sono anni che i cittadini lottano contro le amministrazioni di turno. Ma quando si è costruito su una falda, nessuno aveva previsto che ad ogni temporale si sarebbe allagata la via? Seppure in maniera ridotta, della situazione generale di Torino nord ne fa le spese anche Pietra Alta, l’estrema periferia di questa parte della città. Spesso confusa, con il vicino e più grande quartiere di Falchera, Pietra Alta è una zona a sé rispetto alle altre borgate dell’Oltrestura, separata così com’è dal tracciato della ferrovia Torino-Milano.

Torino e i problemi che fanno da spartiacque

Una cosa importante che non può essere ignorata in questo caso è che, come spesso accade a Torino, i tracciati delle ferrovie fanno da spartiacque nel tessuto urbano, dando origine a quartieri distinti e separati sui rispettivi lati delle linee ferroviarie. Non a caso gran parte dei binari sono oggi interrati, nel tentativo di ricucire questo strappo fatto al territorio cittadino. La ferrovia Torino-Milano, nell’area nord della città, separa fisicamente Falchera da Pietra Alta, Barriera di Milano da Borgata Vittoria, San Donato da Aurora… Nell’Oltrestura torinese questa “spaccatura” è accentuata, dal fatto che i binari sono sempre a raso (non interrati come da corso Grosseto in poi) e che dal lato di Falchera ci sono tanti campi e aree non edificate.

Questo aumenta la percezione di distacco fra la Falchera e Pietra Alta. Non lontano da Falchera e Rebaudengo c’è la moderna stazione Rebaudengo-Fossata, un luogo a volte spettrale che, nonostante il nome, rimane nel quartiere Barriera di Milano. A divertirsi qui sono i ladri, che in pochi mesi hanno smontato tutte le bici che hanno potuto, centinaia. Davide Bono, nel 2013 capogruppo M5S in Regione Piemonte, ha pubblicamente raccontato di essersi perso: “Ho dovuto cercare sul sito dell’Agenzia Mobilità Metropolitana dove si trovasse la stazione. Serve un’intera pagina internet per spiegare dov’è… scoprendo un paesaggio da peggior periferia, con tanto di discarica abusiva subito usciti dal parcheggio. Poi il vuoto. Davanti nulla, una palina che indica il capolinea dell’autobus 21, un pulmino circolare di quartiere, per andare verso il mondo civile”.

Secondo voi, nel 2017 qualcosa è cambiato? Ma spostiamoci in questo mondo civile… Piazza Conti di Rebaudengo, via Renato Martorelli, via Gottardo, via Sempione: già prima delle 13, ci si rende conto che qui la sicurezza non è stata mai raggiunta. L’igiene tantomeno. Il luogo è ricco di spacciatori e tossicodipendenti. La droga la si può comprare facilmente e a buon mercato. Non l’hashish o la marijuana. Qui c’è eroina. Siamo nella seconda centrale dello spaccio di droga in Piemonte, la prima è Porta Palazzo. Dal Tossic Park di corso Giulio Cesare siamo passati alla Tossic Place di piazza Rebaudengo, dove l’operazione antimafia “Gioco duro” in passato aveva smantellato una bisca clandestina dedita al gioco d’azzardo che alle cosche della ’ndrangheta fruttava molti soldi.
Servivano a sostenere i detenuti.

A due passi c’è la lunga via Gottardo dove – a causa degli spacciatori e degli aguzzini dei parcheggi dell’ospedale San Giovanni Bosco – le case ormai quasi te le regalano. Per non trovarsi l’auto rigata bisogna lasciare 50 centesimi o addirittura 1 euro. Il prezzo lo fanno loro. Anche per gli abitanti di Rebaudengo i problemi non finiscono qui. Loro, che confinano con il fiume Stura di Lanzo e i suoi campi nomadi a nord e le vie Gottardo e Sempione e le rispettive storie di spaccio e di violenza a sud, ad est si ritrovano corso Giulio Cesare e il parco Stura. L’ex Tossic Park è abbandonato e recintato con delle transenne per impedire l’ingresso a chiunque, ma ovviare al divieto è facile. A due passi dall’ingresso del Novotel c’è un varco. Facendo un giro nell’area bonificata tra il 2006 e il 2007 ci si imbatte in cumuli di immondizia, bottiglie di vino e di birra vuote, piatti di plastica, sacchi e avanzi di cibo, ma anche copertoni e materassi.

Corso Giulio Cesare, insieme a corso Vercelli, rappresenta la principale arteria di Barriera, oltre che di Falchera, Rebaudengo e Aurora. Quartiere di particolare interesse industriale ed economico già dopo i primi anni Sessanta del secolo scorso, in contrapposizione con Mirafiori, è attraversato dalla strada più inquinata della città. Su corso Giulio Cesare si spaccia, come su corso Vercelli (nella zona più vicina a Porta Palazzo e in quella adiacente a Rebaudengo e a Falchera). Si rischia tranquillamente lo scippo o la rapina, come su corso Vercelli. Ci si prostituisce, proprio come su corso Vercelli. Dal pomeriggio a notte fonda.

Torino nord: corso Vercelli e corso Giulio Cesare

Non a caso, corso Vercelli e corso Giulio Cesare sono due corsi paralleli che nascono alla stessa altezza e terminano nello stesso punto. Barriera non è un comune quartiere popolare. Era un quartiere popolare di periferia, dal carattere misto residenziale-commerciale e con la presenza di molti negozi e vetrine colorate e multietniche. Si è impoverito sempre più, specialmente dopo che i due corsi hanno perso importanza strategica e industriale. Confina con Rebaudengo (nord), Regio Parco (nord ed est), Aurora (sud) e Borgata Vittoria (ovest). La storia di questo quartiere è direttamente legata alla sua evoluzione e al suo declino.

Prese forma nella seconda metà del 1800, dopo la realizzazione di corso Giulio Cesare e del Ponte Mosca (prima corso Giulio Cesare si chiamava corso Ponte Mosca), a seguito della costruzione della prima cinta daziaria di Torino. Eretta a partire dal 1853 allo scopo di garantire il controllo doganale sulle merci in entrata, la cinta muraria comprendeva al suo interno il centro storico, i quartieri limitrofi, le campagne e i territori prevalentemente agricoli. L’ingresso nella parte cintata di Torino era reso possibile dalla presenza di varchi, o barriere, che assicuravano il pagamento del dazio.

Fra le tante barriere, quella di maggior rilievo storico e strategico era la barriera eretta nell’odierna piazza Crispi, lungo la strada Reale d’Italia, oggi corso Vercelli. La storia dei dazi che le merci pagavano per entrare a Torino finì con l’unificazione d’Italia. Questo ci aiuta a comprendere come nei decenni del secolo scorso Barriera abbia sempre più perso importanza per la città. Sono nate zone franche, in angoli del quartiere, composto per lo più da gente umile e onesta. Questi luoghi si sono trasformati in terre di nessuno, dove la sera e la notte si può rischiare anche la vita.

In burocratichese dicono che Barriera è in attesa di una riconversione da parte del Comune. Si annuncia una lunga attesa. Molto molto lunga. Ma un giorno ci sarà anche la linea 2 della metropolitana che passerà da qui, se si riuscirà mai a realizzarla. Siamo sicuri che basterà? La sua ricchezza è l’essere cosmopolita, come le vicine Porta Palazzo e Borgo Dora. Frequenti episodi di micro e macro criminalità hanno reso il quartiere poco sicuro e poco vivibile. I cittadini onesti denunciano continui episodi di spaccio di droga, aggressioni, rapine, scippi, prostituzione femminile e maschile (a volte anche minorile), riciclaggio…

Tutti fattori che nulla hanno a che fare con le differenze razziali tra i residenti. Hanno a che fare con la povertà, l’ignoranza e la disperazione. E disperazione è anche per molti residenti che spesso, oltre a fronteggiare episodi di macro e micro criminalità, se la devono vedere anche con i frequenti furti negli appartamenti. Molti pensano che sono gli zingari del campo nomadi “credo di via Germagnano e di lungo Stura”, dice un commerciante di lungo corso che come tutti mi ha richiesto l’anonimato.

Ad anonimato accordato, aggiunge con una diplomazia tutta torinese: “Gira voce che a Mirafiori molti furti e rapine vengano commessi dagli zingari che vivono in zona. Perché a Barriera dovrebbe essere diverso? Tutto il mondo è paese e Torino è un paesone… Io non vivo a Barriera, la sera chiudo sempre con il timore che possa accadere qualcosa e senza contante addosso e me ne torno in centro. Poveri quelli che restano. I miei clienti mi riferiscono che non riescono a dormire per i troppi schiamazzi, dei vicini della prostitute e dei tossici, matti e ubriachi che sono tornati ad essere i padroni del quartiere… Come ti viene in mente di prendere tua moglie o i tuoi figli ed andare a passeggiare per strada? Non ti viene voglia di vivere il tuo quartiere”.

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Barriera di Milano: vivere il quartiere e B.a.r.l.u.i.g.i

“Vivere il quartiere”. E che quartiere. Una polveriera sociale in mano all’anarchia. Viene in mente che già in passato Barriera era diventata famosa a livello nazionale perché luogo di origine dei componenti della Banda Cavallero, i banditi che terrorizzarono il Nord con rapine e gravi episodi di criminalità negli anni Sessanta La banda di rapinatori si formò in un bar di corso Vercelli. Non era la fame il problema di quegli anni. Secondo quanto reso nelle deposizioni di Pietro Cavallero, il capo della banda, il problema era il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall’immigrazione. Giustizia sociale. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma guardava più propriamente all’anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e a Ravachol (Francois Koenigstein).

Lasciò una lunga scia di morti e di feriti. Tre dei quattro componenti furono condannati all’ergastolo, uno a quasi tredici anni per la giovane età. In politichese, dal 2005, vanno ripetendo che la zona è interessata dal progetto Variante 200, che dovrebbe ridisegnare radicalmente il quartiere, collegando la zona alla stazione di Torino Rebaudengo-Fossata. Nell’attesa, lunga attesa che non è dato sapere quando terminerà con certezza, i residenti a gruppi sono costretti a scendere in strada per protestare e ribellarsi allo strapotere delle bande. Ma non serve a nulla. Barriera ti mangia l’anima. Qui, fino all’inizio del 2014, c’era un simpatico progetto che si chiamava B.a.r.l.u.i.g.i. Un bar di quartiere inaugurato nel 2012. In questa atmosfera popolare, identitaria, difficile, il bar è durato solo due anni. Troppa delinquenza e poca voglia di contrastarla.

Furti, saracinesche forzate, vetrine rotte e registratori di cassa rubati. Gli onesti si arrendono. Se le istituzioni non intervengono, non si può pretendere che i piccoli imprenditori si oppongano ad un fenomeno che rappresenta il peggior cancro della zona. Dagli anni Ottanta, nella zona intorno a stazione Dora, su corso Vigevano, è evidente una pericolosa situazione di assoluto degrado e sporcizia. Una volta gli spacciatori, presenti già al mattino, si nascondevano sotto il ponte di corso Mortara. Adesso che il ponte non c’è più, vendono morte alla luce del sole. E le prostitute? Le belle in alcuni locali e le brutte per strada. E i tossicodipendenti? Sempre su via Francesco Cigna, solo nascosti meglio. Ma quindi la riqualificazione? La riqualificosa?

 

Torino e i roghi che la soffocano

Roghi tossici appiccati ogni sera, rischio quotidiano di contaminazione da diossina, discariche a cielo aperto e maleodoranti, campi nomadi abusivi che spuntano come funghi a fianco a quelli “ufficiali”, infrastrutture di collegamento tra quartieri periferici mai completate, opere utili come cattedrali nel deserto, spaccio e consumo di droghe come eroina e cocaina alla luce del sole e al chiaro di luna, prostituzione femminile e maschile, furti, scippi e rapine. Ecco l’altra faccia del biglietto da visita di Torino. Sì, Torino, città di record e di primati. Ma anche città di soffocanti roghi tossici. Mica pensavate che la Città della Mole si privasse di tutto ciò?

Dove lo sguardo si perde tra Gazodromo, Mole Antonelliana, palazzi liberty di Cit Turin fino ad arrivare quasi all’Olimpico sembra tutto bello. E sembra così anche dove gli occhi incrociano la splendida precollina torinese, ricca di ville regali, dove la crisi non ha mai bussato, la Basilica di Superga, i caseggiati della periferia, di San Mauro e Settimo Torinese e l’arco alpino. Ecco, se si guarda attentamente lì in mezzo, tenendo come punto di riferimento ideale le “torri gemelle” di Falchera, per poi spostarsi sul ricordo di quello che fu il grande campo nomadi abusivo, allestito da non si sa bene chi nel quartiere Barca, sul lungo Stura Torino Lazio, e poi smantellato di fretta e furia dopo anni di proteste e inquinamento tossico, lì non si può non notare qualcosa.

Discariche a cielo aperto con topi che sguazzano nell’immondizia a via Germagnano.

Non sono indigeni che mandano segnali di fumo. Laddove negli anni Sessanta, c’erano delle rive, spiagge di operai e contadini di una Torino già all’epoca ibrida, si scorgono chiaramente le “indicazioni aeree” per raggiungere i campi nomadi di Falchera, quelli di via Germagnano, sia quello regolare e sia tutti gli altri abusivi. Questi ultimi sopravvivono a qualunque distruzione. Rinascono sempre, come la coda delle lucertole. E sempre in riva al fiume…

Si vedono perfettamente le alte colonne di fumo che si alzano al tramonto: stanno fondendo rame o bruciando rifiuti nelle adiacenze del campo nomadi in cui vivono migliaia di rom. Sono enormi colonne di fumo, alte decine e decine di metri. Fumo intenso, appiccicoso, terribilmente maleodorante. Come fanno a non scorgerle gli amministratori di questa città?

Molte sere, in particolare nel periodo autunno-inverno, le colonne sono cinque, sei, sette (sono meno del periodo 2014-2016, perché sono aumentati i roghi in strada dell’Aeroporto)… In tutti i campi bruciano qualcosa. In quei momenti capisci cosa significa aver fatto naufragare il progetto di integrazione culturale, obbligando alla convivenza razze e usanze troppo diverse tra loro senza prima rieducare, senza prima insegnare il rispetto, la tolleranza.

La polveriera sociale e i roghi tossici

Senza offrire una valvola di sfogo. Tutti compressi a Torino nord. Qui tocchi con mano la sofferenza a cui sono stati costretti per anni e a cui sono ancora costretti i quindicimila residenti di Barca, i venticnquemila di Falchera, i cinquantamila di Barriera di Milano e i ventimila di Rebaudengo. Gli ultimi tre, oltre ad essere quartieri difficili per spaccio di droga, rapine, prostituzione e riciclaggio, soffrono anche il campo nomadi di via Germagnano, posto perversamente sul confine Falchera-Rebaudengo. Altro che il quartiere Ciambra di Gioia Tauro…

C’è sempre un gran via vai al distributore automatico di benzina.

Semplicemente non mi piace che una parte di Torino diventi una nuova Terra dei Fuochi. Non ce l’ho con rom, romeni, bulgari, croati, sloveni o sintu piemontesi che affollano i campi nomadi della città e che sfuggono a qualunque censimento (sono sempre molti di più rispetto a quelli che risultano). Parlo volentieri con loro.

Ne conosco anche di molto bravi e onesti, ma molti di loro hanno abbandonato i campi nomadi. Mi confronto, anche se spesso non condivido le regole totalitaristiche imposte dalla loro cultura. E per la verità, ogni volta che mi è capitato di parlare con giovani zingari sotto i 30 anni, ho scoperto che neppure loro comprendono determinate imposizioni familiari, specialmente quelle che intaccano la sfera sentimentale-sessuale.

Però sono zingari e pensano di essere costretti ad accettare usi e tradizioni senza mai discutere nulla. Obbedienza assoluta? Per nulla. Menzogna, ipocrisia e pochezza. Usciti dal campo nomadi, lontani da occhi indiscreti, molti ragazzi applicano la regola del “si fa ma non si dice”. Sognano t-shirt e jeans firmati. Le scarpe Nike. I RayBan… Non vogliono rubare negli appartamenti e non vogliono girare tra bidoni dell’immondizia, ma non vogliono neppure lavorare.

Quindi, molti scelgono di frequentare alcuni cinema porno, alcuni parchi della città o una sauna in particolare dove si prostituiscono con vecchietti o “cigni” con la sindrome del brutto anatroccolo. A volte, capita che la rapina la facciano lì. Sul posto di “lavoro”. Eccoli i nuovi “gigolò in saldo”, da 5 a 20 euro. Chi mi conosce sa che almeno due volte all’anno raccolgo vestiti che poi consegno ad alcune famiglie realmente bisognose. Non sono razzista e non lo sono mai stato. Pretendo semplicemente che si rispettino le regole. Giudico i fatti. Solo quelli mi interessano.

Ragazzi del campo riempiono taniche di benzina.

I rom e il giro criminale che i sfrutta

Ce l’ho con il giro criminale che li circonda e li sfrutta e che molti alimentano quotidianamente, traendo benefici illeciti grazie alle falle del “sistema” Italia. Ho domandato ad un ragazzo rom: come fate a vendere il rame? A chi lo vendete? Mi ha risposto: “Alle fonderie. Lo vendiamo in modo legale, nessuno ti chiede dove hai preso quel rame. Devi fonderlo prima. Il tuo nominativo non viene comunicato a nessuno. Alla polizia? Noooo”. In fondo, sono solo 30 anni che le nostre città vengono saccheggiate di rame.

È a rischio la salute dei cittadini. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie torinesi – che abitano a Barriera di Milano, a Falchera e a Rebaudengo – che sono costrette a respirare ogni giorno odori nauseabondi e ogni sera fumi tossici. Quelli che non vengono inalati, si depositano sui mobili, sui letti, in cucina, un po’ dappertutto sotto forma di polveri. Polveri che si respirano e che sono tossiche per l’organismo umano.

Il fenomeno è molto evidente nelle zone adiacenti a via Germagnano – e non parliamo di ciò che è rimasto sul lungo Stura Lazio (nel tratto in cui era presente l’altro enorme insediamento) – dove l’aria in determinati momenti della giornata è irrespirabile. La puzza si sente addirittura in tante abitazioni presenti nel raggio di un paio di chilometri. Dipende dal vento. E Torino è una città ventosa… Serve a poco anche la mascherina. L’aria è acida. Avvelenata. Da Barriera a Rebaudengo a Falchera, da anni, è una continua polemica con i sindaci di turno.

Fumi dei roghi tossici. Una malattia per Torino nord.

Un braccio di ferro costante, che logora e ti logora senza dare risultati concreti. Finisci per sentirti prigioniero in casa tua. Non rappresentato e tutelato da chi hai mandato a sedere su uno “scranno”. Effettuato uno sgombero e sequestrato un terreno, nasce un nuovo campo nomadi abusivo nel giro di 48 ore.

Roulotte pericolanti, camper sgarrupati e macchine che si reggono col fil di ferro, ma anche nuove e fiammanti coupé Bmw e Mercedes, monovolume Volkswagen, le berline dell’Audi, vanno a sommarsi a tempo indeterminato ai mezzi dei parenti delle famiglie di via Germagnano, che a loro volta erano venuti anni fa in visita.

Alla fine hanno deciso di fermarsi a Torino

Ma poi non se ne sono mai più andati. Si sta bene in Italia, eh? Dieci, venti, trenta, quaranta numerosi nuclei familiari e in un fazzoletto di terra grande quanto un orto ti ritrovi gli stessi abitanti di alcune località montane della Calabria o della Lucania. I residenti, che già a fatica sopportano i nomadi regolari, passano dalla disperazione alla rabbia. Sbottano. E altro che aplomb torinese…

Si riuniscono, si sfogano, urlano, si parlano. Vorrebbero farsi giustizia da soli. Non possono. Decidono saggiamente di fare rumore, nascono alcune manifestazioni, raccolta di firme, si arriva alle petizioni online, a scrivere esposti inviati alle forze dell’ordine e alla Procura della Repubblica… Ma il problema non viene mai risolto. Viene spostato. Un ping pong del disagio da un quartiere all’altro che sembra perverso, sadomaso. Tipicamente politico. Per come s’intende la politica in Italia.

Famiglie rom scaricano materiali da incendiare.

Agli abitanti dei campi nomadi non sono simpatici quelli che fanno rumore. Accendono le luci. Attirano l’attenzione. Infatti, ora gli ospiti delle baraccopoli non vogliono che nessuno si fermi o si avvicini per scattare fotografie, girare video testimonianze delle condizioni igienico-sanitarie della via in cui vivono, fare domande… Eppure, in teoria, questi sarebbero luoghi pubblici, di Torino, una città d’Europa. Se si accorgono che scatti foto provano ad aggredirti. Ti urlano contro. Ti minacciano. Lo hanno fatto anche con me mentre cercavo di realizzare questo reportage.

I gruppi spontanei di Rebaudengo – che è un altro quartiere difficile, delimitato a nord dallo Stura di Lanzo, ad est dal parco Stura (l’ex Tossic Park) e da corso Giulio Cesare, a sud dal trincerone ferroviario di via Gottardo e via Sempione e ad ovest dal passante ferroviario di Torino – temono i rischi da un’esposizione continua, quindi eccessiva, a fumi tossici. Ma è una storia vecchia. Addirittura in una lettera inviata a giugno del 2014 all’allora vicesindaco di Torino, Elide Tisi, i suoi rappresentanti denunciavano: “Siamo dei cittadini di via Scotellaro e da anni viviamo tra due fuochi, tra via Germagnano e lungo Stura Lazio…”. E oggi?

“Viviamo con le mascherine antigas”, raccontano alcuni abitanti di Rebaudengo che abitano vicino al campo di via Germagnano. A loro è fatto divieto di aprire finestre e balconi in qualunque periodo dell’anno. “Siamo stufi di respirare gas tossici”, ripetono. Non sono preoccupati per i gas sprigionati dalla fusione del rame. Il loro terrore si chiama diossina. Alle spalle e davanti i campi nomadi di via Germagnano è tutto un proliferare di discariche a cielo aperto. E la notte, è un proliferare di roghi. Decine di fuochi. La puzza è insopportabile.

‘Ci stanno intossicando, siamo esasperati’

Ci stanno intossicando, siamo esasperati, ripetono dal sito Change.org. Ma chi brucia tutti questi rifiuti? E’ tutto prodotto in casa? “No so. Noi no, ti lo giuro amico. Noi non bruciamo nulla. Niente”, dice in un italiano dall’accento sloveno un rom sui 20 anni. Però, gli incendi avvengono a poche decine di metri dalle baracche… L’omertà regna sovrana. Ti prendono in giro. Ti dicono “boh”, sorridono con lo sguardo furbetto, si guardano… Sta di fatto che dal 2014 ad oggi non è cambiato nulla. I dipendenti dell’Amiat si ammalano e quando non si ammalano vengono aggrediti. E ai residenti succede la stessa cosa. Anche il canile Enpa, più volte assaltato, è stato distrutto. Chiamparino, Fassino e Appendino, poi chissà. Quante belle promesse…

Abbiamo citato l’Amiat. Giusto. Questa storia sembra una barzelletta: discariche abusive e fumi tossici davanti ad una discarica, quella comunale dell’Amiat. Purtroppo, è una triste realtà torinese, fatta di ignoranza, sporcizia, storie squallide, miseria morale, isolamento fisico e culturale, mancata integrazione. Un catastrofico fallimento.

Quartieri troppo popolari cresciuti velocemente e letteralmente tagliati fuori dalla città dall’asse ferroviario Torino-Milano, con la promessa ancora incompiuta della realizzazione di collegamenti stradali. Ghetti. Brutti ghetti, dove fino al 2005 venivano ignorati migliaia di extracomunitari che trovavano rifugio nelle ex fabbriche abbandonate. Quelle che spesso si trasformavano in stanze del buco e in teatri di fatti di sangue. L’integrazione non è più neppure un sogno, è un incubo per gli abitanti che rivendicano la loro torinesità.

Brucia. Tutto brucia in questa via di Torino.

La mancata integrazione – che ti viene sbattuta in faccia con violenza appena oltrepassi il primo ponte di via Germagnano (arrivando da corso Vercelli) – è una “patata bollente” che qualunque amministratore vuol levarsi dalle mani e riproporre in un piatto da mettere nel congelatore dei buoni propositi inattuabili. Discariche abusive e fumi tossici davanti la discarica comunale dell’Amiat, evidentemente nella città sabauda hanno il loro perché. Poco o nulla è stato fatto per impedire il ripetersi degli incendi che, in questa terra di nessuno, continuano a verificarsi a ritmo giornaliero, specialmente nelle ore serali e notturne.

Le nuvole di fumo nero avvelenano l’aria, si alzano dalle adiacenze dell’accampamento e provocano fastidi agli occhi e difficoltà nella respirazione. Con la luce del sole, lo spettacolo è vomitevole. Disgustoso. Bidoni dell’immondizia bruciati in un rogo che non poteva avere un diametro inferiore ai 3-4 metri. L’asfalto è bruciato. Già a mezzogiorno, ci sono resti di ogni genere sparsi ovunque, nuova pattumiera, ossa spolpate. Odori nauseabondi. E questo è solo il primo ingresso del campo. Man mano che si avanza, i cumuli di immondizia crescono. Si fanno sempre più alti, come un muretto che delimita e a volte invade la strada.

“I roghi di immondizia e plastica ci costringono a barricare porte e finestre. Dobbiamo tenere abbassate anche le tapparelle, in alcune stanze viviamo con le luci accese anche di giorno – confermano anche alcuni residenti –. Vogliamo che le leggi siano applicate per tutti. E se a qualcuno non sta bene rispettare le nostre regole, se a qualcuno non sta bene comportarsi civilmente, che vada via. Non ne sentiremo la mancanza. Il limite è stato superato da troppo tempo. Abbiamo visto di tutto davanti ai nostri portoni: prostitute e prostituti con i loro clienti, papponi minacciarci di non rompere i “cosiddetti”, spacciatori, ladri di auto e ricettatori. Basta. Dobbiamo far pesare il nostro disagio, altrimenti ci abbandonano”.

Colonna di fumo. Una delle tante che ogni settimana si alzano da via Germagnano.

I cittadini storici e i ‘nuovi’ torinesi

La contrapposizione tra cittadini storici e “nuovi torinesi” (gli zingari di Torino di nomade non hanno più nulla…) è da sempre un tema molto spinoso e molto sentito dagli abitanti della zona nord di Torino, ma in questo caso la razza non c’entra. E neppure la cultura. La protesta non è contro gli zingari, ma contro l’incapacità di chi governa questa città di impedire i roghi, contro la lentezza di intervento della macchina della giustizia.

“Siamo delusi dalla poca efficacia delle azioni attuate, ci sentiamo abbandonati. Ci vuole un presidio fisso delle forze dell’ordine in via Germagnano e controlli a sorpresa fino all’esaurirsi del fenomeno e la pulizia periodica dell’area riservata ai rom”. In effetti, qui la situazione è disperata. Rifiuti ovunque, sulla strada, all’ingresso delle baraccopoli… E’ un’emergenza sanitaria. E’ necessaria una bonifica.

Via Germagnano è una realtà allo sbando. Un tappeto di rifiuti, bidoni danneggiati, bruciati, officine a cielo aperto, oli scaricati a terra o nel fiume. Rifiuti ovunque vicino al fiume Stura di Lanzo e in mezzo alle baracche, con quegli immancabili topi grandi come gatti che fanno sempre festa. La via annega nel degrado e nella monnezza prodotta dagli insediamenti abusivi.

Toccando con mano questo enorme degrado, questo dilagare di miseria assoluta e di illegalità con cui anche le filiali torinesi delle mafie vanno inevitabilmente a nozze, viene in mente che l’unica soluzione è quella della “tolleranza zero”: chi rispetta le regole resta, chi non le rispetta deve essere allontanato.

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Torino e la politica molto ‘morbida’

Si rende necessario, su questo fronte, un atteggiamento diverso: sono  pochi quelli che sembrano volersi mettere in riga. Ma in un’Italia che, fiscalmente parlando, perseguita i cittadini e lascia morire le aziende, questo spadroneggiare arrogante e presuntuoso di un’illegalità tanto diffusa e dannosa per la comunità non è più accettabile e tanto meno sostenibile. Non è più tollerata dalla cittadinanza. C’è paura. Il recinto che divide il campo nomadi dal canile municipale è stato preso ripetutamente a calci. Una notte sono entrati nel canile e hanno devastato tutto. Poveri cani…

Uno dei due ingressi al parcheggio Amiat è stato chiuso per un certo periodo: sembrava l’unico modo per evitare furti e minacce. Il signor Carlo (nome di fantasia) guarda la sua casa con occhi rammaricati e sentenzia: “Cinquant’anni fa era una bella casetta in campagna, alla periferia di Torino. Ho speso duecento e milioni di lire e me ne ritrovo meno di cimquanta come valore. Qui, tutti vogliono vendere e se nessuno compra vanno via ugualmente. Chiudono. Fuggono”. Quattro quartieri con troppe zone fuori controllo. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in alcune di queste zone, c’erano storici locali del divertimento giovanile, discoteche, discobar e circoli, che contribuivano all’integrazione tra giovani di diverse culture. Ma erano accusati di essere locali un po’ troppo “alternativi”, circolavano droghe raffinate…

Una ventata di finto perbenismo li ha spazzati via in un batter d’occhio. Poi, la situazione è degenerata. I problemi dilagano, il tessuto sociale è lacerato. I servizi o non ci sono o sono cattedrali nel deserto, come la stazione Torino Stura e il suo ponte per Falchera rimasto monco (a guardarlo sembra una presa in giro…), oppure il Parcheggio Stura che doveva convincere i pendolari ad usare i mezzi di trasporto urbano. Ma siccome i pendolari venivano derubati – nei parcheggi, negli autobus e nei tram – il parcheggio si è presto svuotato.