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Racconto di un uomo: storie omofobe di cuori feriti

Ci sono storie di omofobia che nascono dalle delusioni. Si chiamano storie omofobe di cuori feriti, appunto. L’amore è la cosa più complicata del mondo. Difficile da gestire, faticoso, inebriante, bellissimo, passionale, rilassante. Ma è uno, e non è proprietà di nessuno, è di tutte e tutti quelli che hanno voglia di amarsi davvero, liberamente. Liberamente, è questa la “condicio sine qua non”. Perché altrimenti, se non si è davvero liberi, si passa dal cosiddetto “cimitero allegro” all’inferno. Biglietto di sola andata.

È stato così per Attilio, nome ovviamente di copertura, che dopo dopo avergli concesso l’anonimato ha accettato di rendere pubblica attraverso il mio blog la sua difficile esperienza, su cui dopo tanti anni pesano ancora le violenze familiari e gesti di bullismo che è stato costretto a subire in modo passivo quando era un bambino. E poi quando è diventato un ragazzino. Fino al giorno in cui è esploso. Ormai, però, era troppo tardi. Tanti danni erano stati fatti e senza un supporto psicologico adeguato potevano solo cronicizzarsi. Una vita problematica, sempre a caccia di un equilibrio precario fra mille eccessi. Una vita comune a molti.

“A 50 anni pago le conseguenze di tutti i problemi con cui mi sono scontrato, che non ho saputo affrontare, a cui non ho saputo reagire. Tutti problemi che non ho creato io, sia chiaro, ma che certamente ho cercato e cerco tutt’ora. Alla fine ognuno di noi è lo specchio delle esperienze vissute in precedenza”, mi racconta Attilio. “Sono cresciuto in una famiglia omofoba e maschilista, con una struttura fortemente patriarcale. I miei genitori erano violenti, verbalmente e fisicamente. Entrambi”.

“Mio padre era un padre-padrone, mia madre una vittima resa isterica. In comune cosa avevano? Erano due perbenisti. Tutto era una vergogna. Potevi appena respirare e fare la pipì in bagno dopo esserti assicurato di aver chiuso la porta con una doppia girata di chiave. Guai a masticare a tavola con la bocca aperta. Neppure per scherzo. Una volta papà mi ha tirato un barattolo di maionese sulla fronte. Barattolo di vetro… Avere atteggiamenti effeminati era vietato, se non volevi sentirti tirare dietro un “sembri un ricchione di merda” già a 7 anni”.

“Credo di aver fatto capire molti dei miei primi amori ai miei genitori, che puntualmente mi vietavano quelle amicizie e le uscite con quelle persone in cui c’era sempre sempre qualcosa che non andava. Una volta erano troppo spigliati, un’altra volta sembravano furbi, un’altra volta ancora la famiglia non sembrava essere un granché e così via. Ma io ero un ormone in crescita e non potevo essere fermato, davanti a me c’era una vita che mi chiamava… Loro vietavano e io infrangevo le regole, i diktat”.

“Poi le prendevo sonoramente, quando venivo scoperto. Oltre alle botte c’erano anche le punizioni. Senza dimenticare le umiliazioni. Una volta mio padre mi invitò a seguirlo sul pianerottolo, dove aveva convocato tutti i miei amici di gioco, e mi costrinse a scrivere grande per venti pagine, quattro volte a riga, “sono un cretino”. Mentre lo scrivevo dovevo ripeterlo ad alta voce. I miei compagni dovevano sentire. Ricordo che nessuno di loro ha mai riso, neppure una volta. Avevo 8 anni”.

L'omofobia è la paura e l'avversione irrazionale nei confronti dell'omosessualità, della bisessualità e della transessualità
L’omofobia è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e della transessualità

“Dovevo uscire solo con mio cugino, ma quando hanno scoperto che ci toccavamo nelle parti intime pure quest’amicizia non andava più bene. E ovviamente, il “diavolo” ero io. Dal quel momento in poi, potei uscire con mio cugino solo in presenza di mia cugina, la sorella più piccola, che ovviamente non c’era mai… Volevo fuggire ma non potevo. Sognavo di poter avere i super poteri… Negli anni delle scuole medie, il fatto che io fossi gay, che poi ero bisessuale perché mi piacevano anche le ragazzine, era sostanzialmente di pubblico dominio”.

“Quando i miei compagni erano in gruppo mi sfottevano. “Ricchioneeee”, e se la sghignazzavano. Mi deridevano, mi dicevano un po’ di tutto. “Suca”, “Se mi paghi te lo faccio toccare”. Poi, quelle stesse persone tolte dal branco, spesso nel tardo pomeriggio, mi cercavano. Passavano da casa mia. Avevano voglia di stare fermi (“però non mi toccare…”) e contemporaneamente fare qualcosa (“fai quello che vuoi, magari con la bocca”). Tra questi c’erano degli pseudo-machi che non tolleravano il rifiuto, si incazzavano, il giorno dopo ti seguivano fin dentro al portone, ti strattonavano, ti minacciavano, ti prendevano a schiaffi e ti costringevano a fare sesso”.

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Questa storia di violenze non è mai stata superata. “Alla fine col passare degli anni mi sono trasformato in quello che non volevo essere. Mi sono portato dietro troppi segreti, troppe violenze, troppe situazioni mai realmente accettate e perdonate, o quantomeno comprese fino in fondo. Come se in alcuni casi avessi avuto paura di guardarmi dentro. Ho iniziato a vivere la sessualità in modo aggressivo e problematico, le reazioni era spesso velenose, inconsciamente cercavo persone che mi trattassero male, che mi facessero rivivere situazioni umilianti, così che poi io potessi provare a ribellarmi, lottare soffrendo per fuggire. Fuggire anche da loro. Di nuovo. Per un periodo ho iniziato a fare marchette, sesso a pagamento”.

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“Mi pagavano e mi sentivo importante. Ho conosciuto anche qualche prelato segretamente gay: cercava sempre di trattare sul prezzo. Il mio carattere è permaloso e litigioso, al limite del violento. A volte vorrei rinascere, per avere la possibilità di rivivere. Altre volte mi accontenterei di poter premere un tasto per resettare tutto. Vorrei poter scrivere daccapo, almeno per gli anni che mi restano da vivere. Poi mi rendo conto che ormai è andata così, devo essere comunque orgoglioso perché poteva andarmi peggio e devo continuare a gestire con un po’ di buon senso e di intelligenza il mio carattere e le situazioni che si presentano”.

Riflessioni su un simile visto diversamente

Un mio amico, che incomiciò ad essere mio amico quando smise di essere il mio isterico superiore, fece l’outing con me nel momento in cui decise di dare le dimissioni. Mi mandò un sms, che diceva: “Mi hanno rotto i coglioni, non li sopporto più, che vadano a farsi friggere. Ah, ed un’altra cosa: sono gay”. Et voilà, il coming out è fatto. Naturalmente avevo intuito i suoi gusti sessuali molto prima che diventasse mio amico, ma alla terrazza dove ci incontrammo il giorno seguente, ero curioso di sapere come l’aveva vissuta, questa omosessualità, cresciuto in casa di un padre machista che cucina la polenta come non l’ho mai mangiata in vita mia e che avrebbe preferito morire piuttosto che avere un figlio gay.

Il mio amico venne su troppo legato alle convezioni borghesi, al ruolo di bravo figliolo. E così si è sposato, si è riprodotto, per poi finire in analisi. E poi ha deciso, alla soglia dei cinquanta anni, di vivere la propria apparenza per come è e non per come dovrebbe essere o per come gli altri vorrebbero che fosse. Per la cronaca, il coming out non è giunto alle orecchie di suo padre, meno male, altrimenti lo avremmo perso e addio polenta!

La storia contemporanea ci offre una ricca varietà di casi in cui i “sospettati” e molti insospettabili all’apice delle loro carriere hanno fatto outing. Ne cito solo alcuni, quelli che secondo me sono i più rilevanti. Quello di Ellen DeGeneres, ad esempio, fu il coming out che sconvolse l’America. Ellen Page ha lasciato di stucco il mondo del cinema pronunciando, durante una manifestazione di attivisti a favore dei diritti della comunità omosessuale, un discorso bellissimo e toccante con cui ha fatto outing. Neil Patrick Harris, il più popolare sciupafemmine gay. Matt Bomer, il bello di White Collar. Jim Parsons, che disse: “Un amore normale, noioso”.

Anche Jason Collins ha fatto outing in NBA. Restando allo sport Michael Sam, giocatore di football dei Missouri Tigers e della NFL, è stato il primo giocatore di football a dichiararsi apertamente gay. Non fa una piega. Perché mai nasconderlo? Piccolo particolare: nessuno glielo aveva chiesto. A nessuno di loro. In alcuni casi, i loro compagni si sono sempre mostrati liberamente insieme a loro. Non c’era niente da esternare che già non fosse stato esternato. Ma che cosa è questa apologia del sessualmente diverso? Soprattutto: cos’è la diversità? Dov’è il confine attraversato il quale non si è più normali?

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Una delle mie principali fonti d’ispirazione, ha citato Giuseppe Pontiggia e la sua idea di diversità: “Abituarsi alla diversità dei normali è più difficile che abituarsi alla diversità dei diversi”. Pensai a Pontiggia il giorno in cui ebbi una discussione con un altro amico “omo”. Mi chiedeva se avessi progetti matrimoniali o di convivenza in vista. Gli raccontai della mia personale percezione del rapporto di coppia o meglio delle mie riserve riguardo alla convivenza.

“Ma, Marco – esclamò indignato – come puoi vivere cosi? Ad un certo punto della vita bisogna vivere con qualcuno”. “Bisogna?”, domandai stupito. “Sì – insistette – secondo me ha dei problemi chi non sente il desiderio di svegliarsi con il proprio uomo o con la propria donna al suo fianco per tutti i giorni della sua vita”. E concluse, senza nemmeno darmi diritto di replica: “Tu non sei normale”. Non sono normale. Lo diceva anche mamma. Ecco come un simile è visto diversamente agli occhi di un diverso. Facendo la somma algebrica, siamo due diversamente simili. Siamo due diversi e quindi, fra noi, siamo uguali. Infatti, come tutti anche io m’innamorai, ma come molti non ne feci mai segreto.