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Roberta Lanzino: storia di morte e di ndrangheta

Roberta Lanzino ha diciannove anni, vive con la sua famiglia a Rende, in provincia di Cosenza, studia scienze economiche, è bella e ha un “Sì” della Piaggio di colore blu. Questa è una storia di violenza, di morte, di ndrangheta. La conosco dai tempi del liceo. E per via della mia famiglia conoscevo anche la sua. Una ragazza solare, sorridente, con la testa al posto giusto. Sulle spalle. E ha anche un’ottima famiglia alle spalle. Quando ho saputo di Roberta, della sua atroce morte, mi sono sentito attraversare dal gelo. Ho capito che non capivo. Non potevo metabolizzare una morte orrendamente violenta per quel sorriso innocente. Però, ormai Roberta non c’era più.

Il 26 luglio 1988, Roberta Lanzino, studentessa diciannovenne di Rende, è violentata e uccisa sulla strada di Falconara Albanese. Era il 1988. Nel 2018 è stato celebrato il 30 anniversario della sua scomparsa e, dopo trent’anni, non c’è ancora un colpevole. Tre prosciolti. Ipotesi e pettegolezzo. Intanto, gente finita in carcere ce n’è stata. E poi? I ‘classici’ misteri cosentini. Quelli in odor di ndrangheta, il peggiore tumore che si nutre in quella piccola città di provincia che a volte si trasforma in un porto delle nebbie. ‘Il ricordo di questa splendida ragazza, che vidi per la prima volta quando era piccola assieme al suo papà, il mio caro collega Franco Lanzino, è sempre vivo, come vivo è il dolore della sua famiglia a distanza di 30 anni, tanti ne sono passati anche se sembra l’altro ieri, da quel maledetto pomeriggio del 26 Luglio 1988’, scrive Lettiero Licordari, collega del papà di Roberta e amico della famiglia.

La giustizia non è stata in grado di capire chi e perché abbia compiuto quell’orribile delitto e, molto probabilmente, chi c’era dietro. Nel suo programma tv ‘Blu notte’ lo scrittore Carlo Lucarelli precisa: ‘Quella di Roberta potrebbe essere soltanto la storia di un viaggio verso il mare, di un motorino e di un banale ritardo. E invece si trasforma in una storia terribile, angosciante, misteriosa’. Troppe cose strane in questi anni nelle indagini e nei processi, con prove non considerate o rimaste senza traccia. Scriveva su ‘Repubblica’ nel 1989 Pantaleone Sergi, che aveva seguito il caso anche per la Rai nella trasmissione ‘Telefono giallo’ condotta da Corrado Augias: ‘Si farà un processo terribilmente indiziario contro un pastore dall’ instabile equilibrio psichico, suo fratello e un cugino’. Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Antimafia ha affermato: ‘Conoscere la verità in terra di omertà è un rischio, per questo hanno taciuto tutti coloro che immaginavano e sapevano. Ma hanno anche depistato coloro che, invece, nelle aule dei tribunali dovevano individuare i responsabili e assicurare giustizia’.

Licordari prosegue chiedendosi: Si perverrà un giorno alla verità? Lo sperano, soprattutto, Franco e la signora Matilde, che non hanno perso la fede religiosa ma la fiducia nella giustizia sì, ma lo spera ogni persona perbene. E la speranza che un giorno finalmente si possa fare luce, al di là di ogni burocratico grado di giudizio è costituita dall’ineguagliabile sorriso di Roberta che ci porta a essere ottimisti: fatti del genere devono necessariamente avere un reale responsabile! Il ricordo di Roberta è sempre vivo. Ma non basta intitolarle Centri Donna e tenere convegni e simposi sulla violenza e sul femminicidio, è necessario che tutti “sentano” questi problemi e che non ci sia più omertà. In una società civile la violenza è il retaggio della brutalità che scaturisce da forme ideologiche e di potere, anche subdole, che non sono e non dovranno mai essere ammissibili’.

Storia di morte: Roberta stuprata e uccisa

Sta di fatto che, Roberta Lanzino esce di casa il 26 luglio 1988, deve raggiungere l’abitazione di famiglia al mare, in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo. Poche decine di chilometri. Avrebbero dovuto seguirla i genitori, Franco e Matilde. Roberta non attende papà e mamma, consapevole che l’auto del padre l’avrebbe raggiunta facilmente e in breve tempo. Non imbocca la strada statale 18, poco sicura per un motorino, ma la strada vecchia che porta al mare, quella che tutti chiamano Falconara. Si perde. Chiede indicazioni per tornare sulla strada giusta. Va avanti e indietro. Per avere informazioni parla con degli uomini con un furgone, che più in là racconteranno d’aver visto un’auto, una Fiat 131, con due figuri a bordo. Sembravano seguire la giovane e si erano accostati a lei poco prima che il furgoncino ripartisse.

I genitori, dopo aver caricato la macchina di provviste e di un tavolino, lasciano Cosenza dirigendosi verso il mare con l’intento di riunirsi a Roberta già in viaggio sulla strada. I signori Lanzino si fermano dapprima da un fruttivendolo sul tragitto e poi presso una fontana pubblica per riempire dei bidoni d’acqua. Tappe che fanno perdere poco tempo ma che sommate si materializzarono in importanti minuti di ritardo nel raggiungere Roberta. I genitori iniziano a preoccuparsi. Sulla strada non c’è traccia della figlia. Il padre inizia una disperata ricerca, ritornando a Cosenza e controllando la strada che avrebbe dovuto percorrere la giovane studentessa. La madre, la signora Matilde, teme un incidente stradale. Vengono allertati gli ospedali per verificare eventuali ricoveri ma senza esito. Le ricerche continuano per tutta la serata e la notte.

Su quella strada, quella su cui Robertina si era persa, i passeggeri della Fiat 131 Mirafiori chiara, di cui oggi ancora non si conosce il volto, l’aggrediscono, la violentano e la uccidono barbaramente colpendola con un coltello e soffocandola con le spalline della sua stessa camicia. Un femmincidio avvolto nel mistero, che affonda le sue radici anche nella malavita locale, probabilmente intervenuta dopo per ‘sistemare’ le cose. A Cosenza non si muove foglia che ndrangheta non voglia. Intanto, mentre Roberta urla e annega nel terrore e nella violenza più cieca, il padre, i carabinieri e gli abitanti del posto setacciano l’intera zona. La strada vecchia, tortuosa e selvaggia, sembra aver inghiottito la studentessa. Non c’è una traccia. Non c’è un indizio. Nulla di nulla. Maledizione.

Dopo la mezzanotte, sulle montagne di Falconara Albanese viene ritrovato il motorino che non appare incidentato e non risulta in panne. Roberta non si vede, è a cinquanta metri di distanza. Il corpo seminudo è rinvenuto senza vita fra gli sterpi. I suoi effetti personali sparpagliati i giro. I suoi jeans tagliati per strapparli via. L’hanno brutalmente picchiata. Lei ha lottato con tutte le sue forze, ma alla fine ha dovuto cedere. Per farla stare zitta le hanno messo in bocca due spalline da donna, strappate via dalla sua camicetta. Le spalline l’hanno soffocata e l’hanno fatta morire. Ma sarebbe morta ugualmente: due tagli alla nuca con un coltello premuto contro il corpo mentre la violentano e tre coltellate, oltre a una ferita alla gola che le ha reciso la carotide e ha provocato un’imponente emorragia.

Storia di ndrangheta: la Fiat 131 gialla

La pista della Fiat 131 gialla porta a un muratore di San Lucido, proprietario dell’auto e con qualche precedente penale. Ma la pista non regge. Successivamente irrompono sulla scena i fratelli Rosario e Luigi Frangella e il loro cugino Giuseppe Frangella. Gli atteggiamenti e le dichiarazioni dei tre contadini, residenti nella zona del delitto, non convincono gli inquirenti. Il principale è Rosario, affetto da disturbi psichici, sul quale vengono trovate delle macchie di sangue sui pantaloni. Sul luogo del misfatto viene ritrovato un fazzoletto da uomo azzurrino sporco, uno identico salterà fuori durante una perquisizione a casa di Giuseppe Frangella.

L’uomo presenta delle escoriazioni sulle braccia riconducibili a dei graffi che sostiene di essersi procurato durante il ritrovamento del motorino di Roberta. Nessuno però ricorda la presenza di Giuseppe Frangella in quel frangente. Franco Lanzino, recatosi presso l’abitazione di Frangella per chiedere se avesse visto la figlia, rimane colpito dall’ambiguo comportamento dell’uomo che suggerisce di cercare altrove. Luigi Frangella, invece, dichiara di aver dato delle informazioni stradali a Roberta mentre stava lavorando nei campi e di aver visto il cugino Giuseppe transitare con il suo furgone subito dopo il passaggio della studentessa. Lo stesso Giuseppe Frangella afferma di aver notato entrambi i suoi cugini correre in forte stato d’agitazione nel tardo pomeriggio di quel maledetto 26 luglio.

I tre agricoltori sono accusati della violenza carnale e dell’uccisione di Roberta. Seguono concitate fasi giudiziarie con i tre imputati che si proclamano estranei alle accuse. Luigi, Rosario e Giuseppe Frangella saranno giudicati non colpevoli nei tre gradi di giudizio. Non sono stati loro, ma è evidente che hanno visto gli assassini. Le indagini scientifiche dell’epoca, condotte dalla Procura di Paola e affidate a Domenico Fiordalisi sono lacunose, tardive e infruttuose e non permettono di individuare alcun indizio utile. Dove fu commessa la violenza? Secondo i medici legali in un luogo diverso da quello del ritrovamento: il posto è pieno di rovi e sul corpo di Roberta non ci sono tracce di ecchimosi. Inoltre, il taglio della carotide avrebbe procurato schizzi di sangue mai rinvenuti.

Roberta Lanzino

Roberta Lanzino è stata violentata e uccisa barbaramente.

E poi c’è il giallo degli abiti di Roberta. Nel lontano 1995 l’allora parlamentare Sergio De Julio presentò un’apposita interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca. L’interrogazione era molto articolata ed evidenziava una serie di lacune che presentavano le indagini. Ma un passaggio si concentrava proprio sulla scomparsa degli indumenti indossati quel giorno dalla povera Roberta: ‘Gli abiti della vittima (pantalone, maglietta, reggiseno, mutandine, scarpe, ecc.) furono dispersi dopo essere stati trovati sul luogo del delitto. Soltanto due degli indumenti della vittima (maglietta e reggiseno) furono ritrovati dopo alcuni mesi ed affidati al perito nominato dal Tribunale di Cosenza, De Stefano dell’istituto di medicina legale dell’Università di Genova. In sede di processo d’appello De Stefano dichiarò di aver buttato via gli indumenti della vittima ed i reperti con l’unica incredibile giustificazione di un trasloco (peraltro mai accertato) dei laboratori dell’istituto di medicina legale e della mancanza di spazio’.

La vicenda passa di tribunale in tribunale e lascia aperti tanti interrogativi coinvolgendo personaggi di spicco della ndrangheta calabrese che tentano di depistare le indagini ostacolando la ricerca della verità. Non furono i fratelli Frangella, contadini e pastori della zona, assolti per non aver commesso il fatto, non furono né Sansone né Carbone, come rivelò il boss Franco Pino, assolti anche loro, dopo nove anni di processo. Roberta fu uccisa due volte. La seconda nel 2017 quando il suo processo si concluse con nulla di fatto. La prima nel 2015, il maggio, quando la Corte d’Assise di Cosenza dice: ‘Assolti per non avere commesso il fatto’. Franco Sansone, il padre Alfredo ed il fratello Remo sono stati assolti anche per il delitto di Luigi Carbone, il cui cadavere non è mai stato trovato.

Nel 2000 Franco Pino e Umile Arturi (il suo braccio destro) rendono noto di essere informati di alcuni particolari sul delitto Lanzino dai boss di San Lucido Romeo e Marcello Calvano. Eppure il primo non ha mai confermato le circostanze riferite da Pino e Arturi e il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999. L’inchiesta sul delitto Lanzino è stata riaperta circa sette anni dopo, nel 2007 e per istruire il processo si è dovuto attendere il 2009. Nel 2012 Franco Pino ha riferito in aula di avere saputo quello che ha detto mentre era detenuto nel carcere di Siano a Catanzaro, nel 1995, da Romeo Calvano, un uomo fidato di San Lucido con il quale Pino aveva avuto rapporti stretti prima della detenzione. Durante un colloquio in carcere, i due avrebbero parlato dell’opportunità di vendicare la morte di Luigi Carbone, definito un lupo da Pino per il suo modo di agire.

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Parla Franco Pino, pentino di ndrangheta

Franco Pino ha detto: ‘Calvano disse che la vendetta non era da mettere in atto perché Carbone si sarebbe comportato da indegno partecipante all’omicidio di un suo cugino e alla violenza mortale su Roberta Lanzino insieme a Franco Sansone. Prima venne ucciso il maresciallo Sansone della polizia penitenziaria. Poi due pastori di nome Calabria e Sansone mentre nel frattempo era stata assassinata Roberta Lanzino. Poiché quest’ultimo fatto avvenne nella stessa zona e poiché vi era coinvolto Luigi Carbone mi trovai a parlare di questo episodio con i cugini Calvano con i quali avevo antichi rapporti di amicizia e comparaggio. Tanto Marcello quanto Romeo Calvano mi dissero che a compiere la violenza sessuale e l’omicidio di Roberta Lanzino erano stati Carbone e Sansone’.

‘Per quanto riguarda le modalità di questo delitto posso solo dire che fu un fatto casuale. La ragazza si stava infatti recando al mare con il motorino quando improvvisamente si trovò in contatto con Carbone e Franco Sansone, probabilmente perché caduta dal motorino o perché doveva chiedere un’informazione. Non so poi cosa sia scattato nella testa dei due autori, fatto sta che commisero l’omicidio. Romeo Calvano, quando ci incontrammo in carcere nel 1995, aggiunse pure che, collegato all’assassinio della Lanzino, c’era l’eliminazione di una signora, facente di cognome Genovese, che era a conoscenza di particolari sull’uccisione della studentessa. La morte della signora Genovese era da addebitare, a detta di Calvano, al timore da parte dei Sansone, che potesse parlare con le forze dell’ordine dell’accaduto’.

Nonostante Romeo Calvano non confermi niente, si riaprono le indagini. Secondo Franco Pino, dunque, si sarebbe trattato di un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da una cappa mafiosa. La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese, che fugherebbe ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme qualcosa come sei omicidi. Quello della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile 1990, la morte del maresciallo della polizia penitenziaria Alfredo Sansone e dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo 1989. Tutti erano a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e per questo sono stati messi a tacere. Un intreccio di violenza e barbarie.

L’assoluzione per l’omicidio Lanzino era stata chiesta dal pm dopo che il Dna su Sansone ha escluso la compatibilità con quello trovato sul corpo della giovane. ‘La forza probatoria della prova regina, il dna, è tale da non potere essere confutata’, aveva detto il pm nella sua requisitoria motivando la richiesta di assoluzione. Nel corso del dibattimento, i carabinieri del Ris di Messina hanno fatto la comparazione del dna di Sansone con quello estrapolato dal liquido seminale isolato dal terriccio che stava sotto il corpo della studentessa, dalla quale è emerso che invece non c’è compatibilità. Stesso risultato è stato ottenuto dal Ris comparando il Dna con quello di Luigi Carbone, che secondo l’ipotesi iniziale della Procura di Paola aveva ucciso Roberta Lanzino insieme a Sansone venendo poi a sua volta ucciso dall’amico e dai congiunti per paura che potesse rivelare i dettagli del delitto.

I giudici della Corte d’assise di Cosenza, al termine di una camera di consiglio durata quattro ore e mezzo, hanno invece deciso di assolvere gli imputati da tutti i reati. La condanna era stata invece chiesta dal legale della famiglia Lanzino, l’avvocato Francesco Cribari, anche andando oltre alla perizia sul dna. Proprio l’esito degli accertamenti sul dna ha fatto cadere l’intero impianto accusatorio sul quale si è concentrata la riapertura dell’inchiesta sulla barbara uccisione della studentessa di Rende Roberta Lanzino. Infatti, secondo tale accusa, la giovane, fu violentata e uccisa da Franco Sansone insieme a Luigi Carbone. Quest’ultimo un paio di mesi dopo sarebbe stato ucciso dallo stesso Sansone con la collaborazione del padre Alfredo e del fratello Remo, attuali imputati in un processo in corso in Corte d’Assise. Alla comparazione del dna si è arrivati solo adesso esaminando le tracce di sperma confuse al sangue di Roberta Lanzino trovate dai militari del Ris di Messina sui campioni di terra sulla quale fu trovato il cadavere di Roberta Lanzino. Intanto, tre decenni sono passati…

Crisi da marke(t)ting e storie di volontà

Crisi da marketting e storie di volontà sembrano due concetti che non possono stare insieme. Infatti. Cominciamo dall’inizio. Internet è in grado di risollevare le aziende editoriali, dalla crisi che le sta decimando giorno dopo giorno, una dietro l’altra? La “carta” che futuro ha? Ma soprattutto, ha un futuro? È davvero l’informazione online, fruibile gratuitamente, l’assassino seriale dei giornali cartacei? Se n’è parlato durante un convegno-dibattito (che per me era un corso di aggiornamento professionale) presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino.

Il relatore era Gianni Riotta, un professionista della comunicazione che non ha bisogno di presentazioni, visto che da oltre trent’anni “cade” sempre in piedi. Eviterò di dettagliarvi le due ore e venti minuti di brillante monologo e i successivi quaranta minuti di domande, a volte, anche intelligenti e pertinenti. Voglio semplicemente condividere una (mia) riflessione. Parto dall’inizio. Non è nei corsi di aggiornamento professionale la chiave di Volta per superare le continue crisi che periodicamente si attraversano e cambiano il mondo.

Ero convinto e resto della mia idea sul fatto che il web e i siti internet non uccideranno i giornali cartacei, molti dei quali si stanno suicidando a colpi di scelte sbagliate. Altresì, ero convinto e lo sono ancor di più che internet non rappresenti lo strumento idoneo con cui provare a salvare le aziende editoriali dalla crisi dovuta al mancato rinnovamento e causata da quei (molti) direttori e amministratori che hanno trasformato le redazioni giornalistiche in veri e propri marchettifici a cielo aperto.

Il tutto pur di trattenere pochi (quindi sempre più importanti) inserzionisti pubblicitari. Marke(t)ting sovrano. Non si punta più sull’edicola, ci si lamenta spesso di essa e degli edicolanti, si arriva a definirli lobbisti, come se la maggior parte degli editori non lo fosse, ma non si fa nulla per portare la gente in edicola, non si fa nulla per ricreare un motivo d’appuntamento mattutino, o settimanale, o anche mensile. Da anni, quasi tutte le case editrici ricorrono agli ammortizzatori sociali come contratti di solidarietà o cassa integrazione, oppure direttamente ai licenziamenti.

Risultato: organici redazionali ridotti all’osso, procedure completamente sfasate, qualità andata a farsi benedire… E vi stupisce la moria di giornali degli ultimi anni? I siti internet, i forum, i blog, i social network sono realtà gratuite fondamentali, che bisogna saper sfruttare e in cui bisogna essere presenti, tenendo conto del fatto che l’informazione online è una cosa, quella cartacea è completamente un’altra cosa. La maggior parte dei “like” sulla vostra pagina Facebook, probabilmente, non vi comprerà. A meno che…

A meno che non ci si accorga che la vera battaglia i giornali iniziano a combatterla in edicola, puntando tutto sulla qualità, sulle inchieste libere, scottanti. Fatte da professionisti che le sanno fare. Bisogna coinvolgere le persone, bisogna stringere le mani ai lettori, bisogna darsi un volto, possibilmente non ambiguo. Bisogna tornare a fare i cani da guardia, riconquistando con i fatti la fiducia del lettorato che c’è e che intelligentemente ha deciso di non farsi contaminare. Bisogna raccontare la gente e i loro problemi, le loro storie. Penso che le nuove generazioni, quelle cresciute nel ventennio che ha preso avvio nel 1994, con l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi e della sua “cricca” di amici imprenditori, abbia perso i confini della cultura addentrandosi nella selva dell’ignoranza e della pigrizia mentale.

L’insegna della pizzeria di Eugenia Biamonde, che da Cosenza ha conquistato New York con le sue pizze e con la sua volontà.

Quando qualcuno mi chiede un esempio di azienda che vive senza i social network, tra le tante che mi vengono in mente cito sempre l’esempio di Eugenia Biamonde. Ha vent’anni quando, nel lontano 1962, decide di lasciare la “sua” Cosenza e raggiungere il padre a New York con il marito e una bambina di tre anni.

Sono gli anni in cui la città è in mano alla mafia italo-americana e dove non è bello crescere i figli. Per questo, dieci anni dopo, nel 1972, decide di fare ritorno a casa, in Calabria. Trascorrono trent’anni. Nessuna sorpresa. Un giorno, siamo nel 2004, uno dei figli decide di non seguire la carriera forense e di aprire un’attività negli Stati Uniti d’America, la sua vita cambia di nuovo rotta. Eugenia parte. Doveva essere solo una visita, ma la Pizzeria 28 diventa un vero e proprio marchio di fabbrica della qualità italiana: Miami, Houston e Londra, con il business on-line che procede spedito in parallelo.

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Quando il locale è appena aperto e clienti all’orizzonte non se ne vedono, però, Eugenia decide di “prenderlo in mano” per lasciare al figlio la gestione legale e amministrativa dell’attività. La cucina è nelle sue mani, ottime mani. La pizza nasce dalla ricetta del nonno di Eugenia, una tradizione di famiglia. Ma clienti nulla. Non si perde d’animo e, puntualmente, ogni domenica porta davanti alla chiesa dei quadratini di pizza che distribuisce alle persone che escono dalla messa. Offre anche assaggi di torte fatte da lei. Così facendo, sempre più persone iniziano a interessarsi al locale e ad andare a mangiare da lei. Passano dieci anni da quel 2004 ed Eugenia è sempre lì, nel suo negozio al West Village, il figlio organizza le nuove aperture e le pizzerie a New York diventano cinque.

Storia di Rosamaria Aquino, accusata di terrorismo

Si chiama Rosamaria Aquino e la sua età (intorno alla trentina all’epoca della vicenda, 2012) ha poca importanza, perché niente può cancellare questa storia. Una spiacevole parentesi che ha condizionato la vita di una valida e coraggiosa giornalista. La vicenda ruota attorno ad un madornale errore della giustizia che, rubandole le parole, sarebbe più corretto definire “orrore” della giustizia cosentina. Rosamaria è giornalista professionista dal 18 giugno del 2010 e questa professione l’ha sempre intesa e vissuta come una vocazione. Nella redazione del quotidiano Calabria Ora è molto componente del comitato di redazione ed si rivela attiva e agguerrita nelle battaglie condotte a difesa dei diritti dei colleghi. Poco importa se si tratta dell’azienda di famiglia.

Nel 2010 si consuma il divorzio con il giornale e trova il coraggio di rimettersi in gioco, lasciando un giornale che non sente più “suo”. Una parentesi di un anno al Quotidiano della Basilicata, quattro mesi di collaborazione al Quotidiano della Calabria e tre mesi di sostituzione nello stesso giornale con la qualifica di redattore. Poi, da precaria si ritrova disoccupata e, nel mese di gennaio 2013, matura la decisione di lasciare la Calabria. Perché? dal 7 luglio 2012 è costretta a vivere un incubo. Lei e un collega, la sera di quel 7 luglio vengono immortalati dalle telecamere di un negozio della zona, davanti ad una cabina telefonica, nella quale la polizia ritrova due bottiglie molotov, poche ore dopo la sentenza contro i poliziotti del G8 di Genova.

La Procura di Cosenza l’accusa di essere una terrorista bombarola, con tanto di avviso di garanzia inviato a lei, che abita poco distante dalla cabina telefonica in questione, e Michele Santagata. L’accusa è pesante come un macigno: porto illegale di esplosivi in luogo pubblico. Dopo un lunghissimo anno, l’esame del dna conferma che i due giovani non c’entrano nulla con quelle due bottiglie incendiarie, tanto che il giudice per le indagine preliminari del Tribunale di Cosenza dispone l’archiviazione del caso. Il danno causato da questa vicenda paradossale è incalcolabile e irrisarcibile, come ci spiega più avanti la Aquino, costretta a cambiare città perché impossibilitata da un’accusa falsa a fare la giornalista.

La vicenda, nei suoi dettagli è più torbida di come sembra. Un mese prima del ritrovamento della molotov, Rosamaria viene sottoposta a interrogatorio della Digos per un altro allarme bomba, stavolta ai danni del Comune di Cosenza. Quella indagine la riguarda come attivista di un movimento contro il precariato non tanto tenero con l’Amministrazione, su cui ricadono i sospetti della Polizia. In una lettera inviata al direttore del Quotidiano della Calabria, dopo che viene confermato il test del dna, la Aquino ripercorre questa amara vicenda e scrive una frase a dir poco inquietante, che getta ombre ancor più cupe su tutta la vicenda.

“(…) Lei lo sa bene, dicevo, non perché glielo abbia raccontato io (ne avessi avuto il tempo, magari!), ma perché il sindaco Mario #Occhiuto, nonostante il segreto istruttorio, sapeva già tutto di questa indagine ed è arrivato in redazione prima di me. Rimasi attonita quando lei mi comunicò che il sindaco aveva telefonato in redazione dichiarando che la polizia “aveva le prove” del mio coinvolgimento, non prima, però, di essersi lungamente lamentato dei miei pezzi che riguardavano la sua azione amministrativa. Anche quell’inchiesta, poi, è finita archiviata. Un mese dopo, quando è arrivata la seconda inchiesta, quella sulla molotov abbandonata, lavoravo ancora nella redazione del Quotidiano. Il sindaco continuava a lamentarsi dei miei pezzi e a informare passo passo la redazione e gli editori sulle mie vicissitudini giudiziarie. Era una situazione imbarazzante per tutti”.

Rosamaria Aquino e i colleghi di Calabria Ora al lavoro per organizzare il giornale.

A questo punto, Rosamaria incalza. “Allora Lei, Direttore, mi disse che per tutelare me stessa insieme al giornale, sarebbe stato meglio per me non scrivere più notizie riguardanti il Comune di Cosenza, almeno fino all’esito degli esami del dna. Feci come mi suggerì. Scrissi di Rende, Zumpano, Castrovillari, di feste mondane e cronaca nera, di incendi soprattutto. Neanche più una riga sul Comune guidato da Occhiuto, senza gridare alla censura. Mi sembrava già una gran cosa che dopo quell’accusa il giornale mi facesse lavorare ancora lì. Oggi che le cose sono più distanti, se non meno dolorose, mi chiedo: perché questo collegamento immediato tra le lamentele del sindaco per la mia attività giornalistica ed un’indagine che, semmai, mi vedeva controparte della Questura? Insomma, che ci azzecca il dna prelevato per una indagine su un attentato alla Polizia con il Comune di Cosenza?”.

Il direttore risponde: “Sono domande che ci ponemmo allora e che ci poniamo anche ora, e che sono aggravate dai tempi davvero insopportabili dell’indagine. Lo scopo nostro, anche in accordo con il suo saggio avvocato, è stato quello di tutelarla. E ci è dispiaciuto che, nonostante convinte sollecitazioni, lei non abbia voluto continuare, per motivi estranei alla direzione del giornale e della redazione di Reggio Calabria, la sua prestazione professionale in quella redazione dove il suo contributo era stato unanimemente apprezzato”. Da questa vicenda, ultimo in ordine di tempo, nel 2016 nasce il libro dal titolo “Molotov. Storia di terrorismo immaginario”, edito da Round Robin Editrice. Ma la vita di Rosamaria, nel frattempo, è cambiata. E non per scelta sua.

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Come e quando ti sei scoperta giornalista?

“Quando ho iniziato a “rubare” il mestiere ai colleghi della neonata Calabria Ora. La sera finivo il lavoro di segreteria e centralino e mi sedevo con loro ad appuntare i segreti del desk, o ascoltavo le loro telefonate. Si può dire che mi hanno insegnato tutto loro”.

Il primo pezzo che hai scritto. Ricordi di cosa parlava?

“Ho iniziato a scrivere al Quotidiano della Calabria, come collaboratrice. Raccontai di una cena tra Prodi allora presidente del Consiglio e alcuni imprenditori calabresi. Tutti i dettagli, dal menu alle conversazioni riservate. Il giorno dopo il pezzo uscì, ma firmato da un altro. Dissero che era troppo importante per essere firmato da una collaboratrice”.

La vista della tua prima firma su un giornale quanto ti ha stimolato?

“Abbastanza, il direttore il giorno dopo il pezzo (stavolta firmato) sulla frana di Cavallerizzo dove ero stata a bordo dei mezzi della Protezione civile mi fece i complimenti, ma poi mi fece subito capire che c’erano delle gerarchie e che quando avevo una notizia “grossa” dovevo sempre parlarne prima con lui. Io facevo un po’ come capitava e scrivevo anche cose troppo lunghe per un quotidiano”.

Cosa sognavi agli inizi? Come immaginavi questa professione?

“Non sognavo molto, ma macinavo marciapiedi e pezzi. Credevo che con le giuste tutele per chi scrive, per coloro di cui si scrive e per chi legge, si potessero raccontare i fatti e magari anche stabilire delle connessioni tra fatti, per spiegare la realtà. Questo aspetto più intellettuale mi appassionava molto, sicuramente più del giornalismo-fotografia. Aveva un aspetto politico, rivoluzionario. ‘Succede A, ma anche B’, proviamo a legarli per capire come mai”.

Ora cosa pensi? Si può essere davvero giornalisti liberi in una redazione di una casa editrice senza pagarne conseguenze amare?

“Sì, si può, credo. O meglio, tu puoi continuare ad esserlo, ma non puoi prescindere dal contesto che libero non è. Per esempio devi cercarti molte tutele, coinvolgendo colleghi e direzione, non agire mai da solo e cercare di saper navigare la corrente delle linee editoriali. Si può raccontare la verità anche sotto pressione, alla fine in qualche modo la fai uscire”.

Si può fare giornalismo libero da condizionamenti in Calabria?

“Sì, certo che si può. Il problema è che non ci campi. Nei giornali tradizionali la sicurezza del posto è spesso barattata con lacci e lacciuoli imposti dall’editore. Sul web o nelle nuove iniziative editoriali è tutto diverso. Il problema è che col primo (un sito libero da editori, magari auto prodotto dai giornalisti) non si capisce bene come ci si possa mantenere e con le seconde non si sa mai quanto durano. All’inizio i giornali sono tutti liberi, il problema è dopo”.

Come ti combattono i poteri forti locali calabresi, sempre più una pericolosa miscela tra massoni deviati, criminali e politici, quando li disturbi?

“Io non direi che sono forti. In realtà sono deboli e questa loro debolezza li spaventa. Pensano solo all’auto-legittimazione, ma la gente è stanca e inizia ad agitarsi. Così quando uno li stuzzica, saltano i nervi. Basta uno che pubblica una mezza notizia non allineata al coro dei moltissimi “signorsì” presenti nelle redazioni ed eccoli che reagiscono con la delegittimazione. Un potere davvero forte non si comporta così”.

Come sei approdata a Calabria Ora?

“Lavoravo come addetta stampa in Comune e ho chiesto a mio zio Fausto Aquino, che era uno dei due editori del giornale, se potessi essere della partita. Mi disse subito di no, che non ero adatta alle logiche dell’impresa privata, per le mie idee. Avrei dovuto ascoltarlo. Poi si convinse e parlai con Leporace, il direttore, che mi assunse come segretaria di redazione”.

All’inizio eravate un giornale di denuncia, quasi un vero cane da guardia dell’opinione pubblica, poi cos’è successo?

“All’inizio sono tutti così, ci vorrebbero tanti giornali in fase di start up per raccontare la verità. Poi man mano subiscono varie mutazioni, diventano strumenti di pressione, i politici se ne sentono i padroni perché dall’altra parte non trovano una risposta ferma della categoria. Quando scrivi per “piacere”, esattamente come in tutte le cose, la qualità passa in secondo piano e così anche l’obiettività”.

Il vostro editore Piero Citrigno aveva il vizio di fare pressioni indebite sui giornalisti?

“Per usare un eufemismo, sì”.

Perché si è consumato il divorzio con Calabria Ora?

Avevo intrapreso una battaglia sindacale dura con l’editore che stava prendendo pieghe non più sopportabili. E poi volevo saggiarmi in altri contesti per vedere se ero realmente valida anche in ambienti lavorativi meno familiari.

Immagino che non sono pochi i colleghi seri con cui hai condiviso questo percorso professionale. Ti va di citarli e di abbinare ad ognuno di loro un paio di aggettivi?

“Preferirei di no, perché me ne dimenticherei qualcuno e non è giusto. Ricordo però Alessandro Bozzo che mi ha insegnato cosa vuol dire “notizia”, “ritorno”, “correttezza”, “fonti” e altre decine di basi del mestiere per le quali purtroppo non l’ho mai ringraziato”.

Dopo aver lasciato il giornale che ti ha svezzato a livello professionale cosa hai fatto?

“Sono andata a bussare al Quotidiano di Cosenza (i giornali erano in tutto tre nella provincia di Cosenza), ma l’unico posto era in Basilicata, a Potenza, dove ho lavorato molto bene per un anno”.

Poi sei entrata in quella de Il Quotidiano della Calabria, ma è precipitato tutto. Che cos’è successo il 7 luglio 2012? Ti va di raccontarmelo nei dettagli?

“È successo che stavo conducendo delle inchieste sulla città. Che sono stata indagata per avere messo una molotov in una cabina davanti alla Questura di Cosenza. Che il giornale mi tiene comunque a lavorare, ma nel frattempo dal Comune di Cosenza chiamano in redazione per suggerire che io non sarei stata troppo serena, con questa indagine addosso, per scrivere di appalti e consulenze. E così, dopo aver parato i colpi di queste insistenze, a un certo punto “a mia tutela” mi spostano alla nera. Ma quelli che dovrebbero darmi le notizie sono gli stessi che mi indagano, perciò non è che sia stata una scelta molto strategica”.

Tu non c’entravi nulla con questa vicenda e per fortuna l’esame del Dna ti ha scagionato definitivamente. Lo si può urlare: Rosamaria Aquino non è una terrorista. E Michele Santagata, indagato insieme a te, che cosa c’entrava?

“Niente secondo le carte della Procura, comunque bisognerebbe chiedere a lui”.

Si è trattato di un madornale errore giudiziario. L’ennesimo. Purtroppo, non sarà l’ultimo. Ma come può essere scaturito, da dove o da chi è partito questo mostro? Ci sarà uno o più responsabili? Come si chiama o come si chiamano?

“Intanto non lo chiamerei errore. Orrore, magari, quello sì. Purtroppo non abbiamo prove concrete di complotti e macchinazioni ai nostri danni, ma solo fatti slegati, che, messi insieme, lasciano intravedere qualche ombra che si muove dietro le quinte. Personalmente guardo agli effetti odierni di quell’inchiesta sulle persone indagate e risalgo senza troppa fatica a chi aveva interesse che le cose prendessero questa piega”.

Ma ora qualcuno ti risarcirà del danno che hai subito?

“No perché come ha tenuto a precisare la Digos in tutto il percorso di indagine, questa inchiesta è stata fatta “ a vostra garanzia, per escludere che siete stati voi”. Sono stati davvero carini”.

Tu sei una donna che non si è mai fatta sconti e che ha fatto bene la gavetta. Non hai mai gradito raccomandazioni, nonostante la tua sia una famiglia influente a Cosenza, sia da un punto di vista politico sia da un punto di vista imprenditoriale. Inoltre, hai avuto un ex fidanzato che oggi è un dirigente di un quotidiano locale. Ma non è che tutta questa notorietà che ti circondava di riflesso ti ha danneggiato un po’?

“Guarda, per anni ho cercato di dimostrare a me stessa e agli altri che si può lavorare anche e solo per le proprie qualità. Non so se ci sono riuscita. Se non lavoro dicono che tanto mi mantiene papà, se lavoro dicono che cedo al ricatto del precariato. Praticamente non dovrei vivere. Per dire che se questa ipocrisia mista ad invidia sociale la legittimi, allora ti danneggia, sennò li lasci parlare e tanti auguri”.

Quando ti hanno accusato di essere una terrorista piazza bombe, la società editrice, la dirigenza e i colleghi de Il Quotidiano come si sono comportati? Si dice che eri stata trasferita alla redazione di Reggio Calabria, ma che poi non hai voluto proseguire lì il tuo lavoro nonostante fosse apprezzato…

“Sono stati molto solidali e moderatamente attivi. Nel senso: mi hanno offerto un posto a Reggio, però i contratti erano sempre a scadenza di 3 mesi e Reggio non è Cosenza. Io avevo già collezionato qualche strano avvertimento da “personalità locali”. Non me la sono sentita di continuare senza grosse tutele, dopo quello che mi era successo”.

Come è maturata la scelta di lasciare la tua regione?

“Un misto tra opportunità negate e vita personale. Ho sposato un ragazzo di Roma che lavora come pilota dell’aviazione civile e la sua compagnia non fa scalo a Lamezia. Ma non è che abbia lasciato grandi prospettive giù, a vedere come se la passano i miei compagni di strada. Anche i “giornali istituzionali” oggi sono pieni di precariato, più di ieri: non pagano, pagano in ritardo, i livelli di autonomia sono bassi”.

È stata una decisione dolorosa?

“Sì, molto”.

Ti sei dovuta reinventare, tra l’altro in un periodo in cui la crisi sta facendo strage di giornalisti, e questo non può averti agevolato in nessun modo. Cosa ti ha lasciato quest’esperienza?

“Mi ha fatta diventare un’altra donna. Ora mi interesso anche di cinema, teatro, di nuovi modi di comunicare che prima ignoravo perché li consideravo lontani dalla cronaca. Scrivo, certo, mi informo. Ma non solo per il giornale e mi piace dire le cose o meglio ancora farle dire ad altri tramite l’arte. Il teatro per esempio ti consente di raccontare tanto e poi, oltre che al cervello, arriva pure alla pancia e al cuore”.

Consigli che daresti a chi si approccia oggi alla nostra professione, sulla base della tua esperienza, che poi è simile a quella di tanti altri tuoi colleghi, compreso me…

“Di non perdersi d’animo per l’andazzo generale e di investire su se stessi. Quando è un periodo di magra, formatevi. E sperimentate strade nuove. Comunicare, raccontare, fare informazione, possono avere mille forme non solo una”.

Parliamo di teatro, che è sempre stato una tua grande passione, forse nata dal clima culturale che il Teatro Rendano permetteva di respirare a chi frequentava il Liceo Classico Bernanrdino Telesio, lì a due passi. Mi parli della tua opera, “La Bomba”?

“La bomba racconta tre storie vere che però sono paradigmatiche di tante situazioni di sfruttamento sul lavoro, nelle redazioni, tra i giornalisti. Parla dei rapporti di forza tra potere e informazione, dove sappiamo bene chi è a soccombere. Narra di come il qualcosa o qualcuno ti possa distruggere e di come però si possa risorgere partendo da se stessi”.

E’ andata in scena al Teatro Millelire di Roma. Com’è andata?

“Grande successo di pubblico, piene tutte e quattro le serate di Roma e le due di Cosenza. Soprattutto a Roma mi ha stupito come la gente si sia appassionata e immedesimata nella storia che, pur partendo dal locale, è stata percepita nella sua universalità. E a Cosenza non mi aspettavo una risposta così calorosa. La gente ha ancora bisogno di sapere, di conoscere, questa è una bella cosa”.