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Vizi e virtù del porno contemporaneo

Vizi e virtù del porno contemporaneo in un libro. Un’opera che, come si suol dire, parte in quarta. Altro che “Cento colpi di spazzola” o “Cinquanta sfumature di rosso”. “Pornage” è un viaggio letterario nei segreti e nelle ossessioni del sesso contemporaneo a cura di Barbara Costa e pubblicato da Il Saggiatore. Che cos’è il sesso, oggi? Cos’è la libertà? Adulti che si eccitano pagando per essere trattati come bambini, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo in finti asili appositamente creati. Video porno di anziani ultrasettantenni i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti.

Transgender, lesbiche e donne che si fingono uomini nei panni di drag queen. Mai come ai giorni nostri la sessualità è stata tanto libera, complessa e variegata. Barbara Costa spalanca le porte di un mondo – quello del sesso e della sessualità contemporanei – fatto di passioni e segreti inconfessabili, di perversioni al di là di ogni immaginazione e godimenti un tempo impensabili: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale.

In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento deformata attraverso cui guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata. Risultato: dentro al porno ci siamo tutti. Gaudenti e bacchettoni, adolescenti e attempati, single e fidanzati. È il video hot che teniamo in sottofondo mentre scriviamo una mail al capo. È il messaggio sexy che ci compare sullo schermo del telefono alla fine di un appuntamento noioso. È il brivido che ci attraversa in metropolitana immaginandoci avvinghiati allo sconosciuto seduto davanti a noi.

Ma è anche l’adulto che si eccita pagando per essere trattato come un bambino, mangiare omogeneizzati e giocare col pongo, o il filmato a luci rosse di un ultrasettantenne i cui amplessi vengono visualizzati in rete da milioni di utenti entusiasti. Con “Pornage”, Barbara Costa ci spalanca le porte del sesso contemporaneo: un universo in cui la tecnologia più all’avanguardia si unisce alla perversione più raffinata e le sperimentazioni in camera da letto aprono la strada al cambiamento sociale. In queste pagine il porno diventa una lente di ingrandimento attraverso la quale guardare il presente, lo specchio osceno in cui la collettività si riflette e dalle cui immagini viene a sua volta plasmata.

Come nella inedita cartina geografica dell’Italia ricavata dai risultati delle ricerche su Pornhub regione per regione, o in quella che mostra la diffusione dei nuovi modelli di famiglia nati dal poliamore e dal superamento delle identità di genere. Pornage è un racconto in cui si mescolano l’alto e il basso, la fisicità delle escort e la “pura utopia” – come la definisce Giampiero Mughini nella sua prefazione – delle fantasie pornografiche. Un’opera che delinea il mondo che abitiamo e quello che abiteremo. Perché nei porno in virtual reality possiamo godere dei nostri sogni di onnipotenza futuri e le sex realdolls di oggi, obbedienti robot del sesso dotate di intelligenza artificiale, sono già gli ibridi uomo-macchina di domani.

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Pornage: cosa pensa Giampiero Mughini

“Sono così felice che Barbara abbia finalmente scritto questo libro, talmente leale, talmente informato, talmente sacrosanto quanto ai criteri di libertà e creatività sessuale da cui è modellato. E del resto, da quando la conosco sempre ho apprezzato la facilità con cui lei scorrazza lungo le strade in salita e in discesa dell’universo porno. Facciamo parte entrambi degli 80 milioni di esseri umani che ogni giorno smanettano su Pornhub”, ha detto Giampiero Mughini alla presentazione.

Poi, Mughini ha aggiunto, anzi ha confessato: Talvolta ero io che le indicavo una star di cui fossero ragguardevoli i languori. Talaltra era lei. Bisessuale com’è, né più né meno di un’altra mia amica e scrittrice notissima, il ventaglio delle sue fantasie è a 360 gradi. Bellissimo quel suo riferimento allo scrittore cubano Reinaldo Arenas, uno che nei suoi libri ci mette il massimo di spudoratezze omosex pur di dare un calcio in volto al perbenismo ipocrita del regime castrista”.

“E con tutto questo, nell’andare avanti a leggere il suo libro, ho scoperto qualcosa di me che non mi ero mai detto sino in fondo. Ci arrivo piano piano. Passo per uno che dà un giudizio positivo della pornografia. Certo che sì. Se uno non è un fior di ipocrita, a vedere una bella ragazza che dà in smanie da quanto un uomo la sta lavorando dalla testa ai piedi, deve ammettere che trova lo spettacolo eccitante, che vorrebbe essere eccome al posto di James Deen o dell’immortale Gabriel Pontello, il più smagliante professore di matematica nella storia dell’umanità. Quando poco più che trentenne compravo all’edicola il suo “Supersex”, lo avvolgevo dentro le copie di “Rinascita” o del “Corriere della Sera” o dell’ “Espresso” perché temevo di incontrare il mio amico Paolo Spriano (lo storico per antonomasia del Pci,) che lavorava all’Istituto Gramsci lì dietro l’angolo”.

Il Mughini “senza-peli-sulla-lingua” che siamo abituati a conoscere aggiunge: “Così come ero poco più che ventenne quando arrivavo all’edicola catanese di Piazza Duomo e l’edicolante tirava fuori la copia di “Playboy” che gli portava un pilota dell’Alitalia che volava frequentemente sino a Stoccolma. Sono stato il primo giornalista italiano a dedicare a Riccardo Schicchi il ritratto che meritava, quello di un intellettuale che esplorava continenti inediti dello stare al mondo, quelli dove risiedono il desiderio e l’eccitabilità. Nel mio Dizionario sentimentale del 1992 c’è un capitolo che fa l’apologia della “fellatio”, un capitolo che molti miei amici apprezzarono ma che nessuno di loro avrebbe scritto”.

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Allena il cervello con Rory’s Story Cube

Immagina di poter trascorrere delle serate o dei pomeriggi senza un attimo di noia, raccontando storie inventate tra amici o familiari. Intere serate e pomeriggi passati a ridere. Che c’è di meglio per evadere senza fuggire dalla realtà? Hai mai sentito parlare di Rory’s Story Cubes? Un gioco fantastico a cui mi sono appassionato da qualche anno e che nel mondo sta diventando un “must have”. Come fu per i Monopoly e il Risiko. Ci puoi giocare con amici intelligenti e meno, colti e forbiti o ignoranti. Fidati, allena il cervello con Rory’s Story Cube. Anzi, allenatelo. Se non ce l’hai compralo.

Qualunque storia ne verrà fuori sarà divertente perché improvvisata, genuina, spontanea e dettata dalla sorte. Come nei dadi: agiti e lanci. Solo che qui, in Rory’s Story Cubes non fai la somma dei dadi. O meglio la fai, ma è una questione di logica e di fantasia e non di matematica. Il cervello pensa con le immagini ma comunica a parole, e avere un aiuto visivo per risolvere i problemi creativi è vantaggioso. Usare le immagini per innescare storie, tra l’altro, aiuta il cervello a pensare in modi nuovi, ad essere più elastico, a reagire meglio alle sorprese.

Ho capito, ti piace e vuoi sapere subito come funziona. Va bene, te lo dico subito e senza giri di parole, visto che il “come si gioca” è il suo punto forte. Però, dopo leggi fino in fondo, perché ti faccio raccontare dall’autore come lo ha inventato e poi ti presento le diverse varianti. Cominciamo, ogni promessa è debito. Il gioco è molto semplice. Nel proprio turno il giocatore lancerà i nove dadi e cercherà di inventare una storia utilizzando gli oggetti raffigurati nelle facce ottenute.

Ogni dado ha sei diverse immagini per un totale di cinquantaquattro immagini differenti e oltre dieci milioni di possibili combinazioni. Ci sono immagini di facile utilizzo, la casa, l’albero, la luna, il libro e altre più difficili come il lucchetto, la calamita o l’abaco. In pratica, i dadi sono più che altro uno strumento immediato e divertente per giocare con la fantasia. Si può costruire una storia collettiva, in cui ognuno racconta un pezzo utilizzando una immagine o si può decidere di limitare il tempo costringendo i giocatori ad una improvvisazione frenetica.

Possono addirittura diventare uno strumento per una attività didattica a scuola. Il formato della confezione, una piccola scatola di robusto cartone con chiusura magnetica, rende il gioco facilmente trasportabile ed adatto a tutte le situazioni. Ma sai com’è nata l’idea di creare questo simpaticissimo gioco che, nella sua filosofia, rispecchia la sua storia? Inizialmente ha preso la forma di un cubo di Rubik e si chiamava MetaCube. Poi il gioco è evoluto, si è migliorato e il pubblico è andato ben oltre gli allenatori e i terapisti.

A scuola tutti impazziscono per Rory’s Story Cube

Una ragazza, la figlia dell’autore, ha portato a scuola un prototipo del gioco e l’insegnante lo ha usato da subito per praticare la scrittura creativa con i suoi studenti. In quel momento, gli stessi progettisti del gioco hanno capito che in quei cubi c’era qualcosa di più di un semplice gioco. Hanno capito che dovevano affinare l’idea, non potevano sprecarla. Lasciati raccontare la storia dall’inizio.

“Tutto ha preso forma quando un collega ha riferito di una famiglia intera composta da tre generazioni differenti che ridevano e raccontavano storie per ore durante un giorno di pioggia. In quel momento abbiamo capito che dovevamo andare oltre il Rubik’s Cube. Abbiamo dovuto cambiare il formato”, racconta Rory, autore ed editore di questo gioco d’intelligenza e di fantasia attraverso la The Creative Hub. “Guardando quello che era l’idea del gioco e il suo prototipo, lo abbiamo suddiviso in un formato più piccolo di dadi e sono nati i Rory’s Story Cubes. È diventato più simile a un gioco con più combinazioni casuali e suono aggiunto”. Rory e Anita hanno istituito ufficialmente The Creativity Hub nel 2006.

Attraverso un sito web e il passaparola, la prima serie di dadi è stata esaurita nel maggio 2008, dopo quasi due anni. “Sapevamo che dovevamo rendere i dadi e le stampe più durevoli. Abbiamo lavorato a dei dadi modellati. Oltre mille unità. Quando la recessione ha colpito nel 2008, la nostra attività di formazione, in particolare con la grande banca, si è conclusa bruscamente. Avevamo venduto Rory’s Story Cubes online e sapevamo che esisteva un mercato dell’educazione. Siamo andati alla fiera del giocattolo di Londra nel 2009 per valutare un interesse più ampio in esso come un gioco di famiglia. A questo punto, avevamo venduto mille e cinquecento confezioni solo lì. Tutto è decollato da lì”.

A quel punto, la produzione è passata a diecimila unità e molte sono state distribuite anche in Europa. “Abbiamo appreso ciò che dovevamo sapere sulla produzione del gioco e lo abbiamo fatto noi. Ci siamo rivolti a Gamewright (Ceaco, ndr) per concedere in licenza Rory’s Story Cubes per il mercato nordamericano”. Nel dicembre 2011, Rory’s Story Cubes è stato il gioco più venduto su Amazon. Nel 2012 ha colpito l’opinione pubblica degli Stati Uniti d’America e ha ottenuto molti premi e riconoscimenti. “La cosa più eccitante di tutto il viaggio è vedere la diversità di creatività che viene fuori giocando con Rory’s Story Cubes. Ci piace ascoltare romanzi scritti, illustrazioni disegnate, composizioni musicali, cortometraggi e giochi di ruolo, tutti con l’ispirazione di un rotolo di Rory’s Story Cubes”.

Non tutti i tentativi devono portare a un capolavoro letterario. Raccontare una storia, che non è mai esistita prima, dal vivo ha sempre qualcosa di un po’ magico. Condividere questa esperienza giocosa con la famiglia e gli amici aggiunge il giusto romanticismo. All’origine di tutto c’è la piccola scatola arancione, nata da una ricerca al limite della follia. “Quando dovevamo iniziare la prima serie di cinquecento Rory’s Story Cubes, non potevamo permetterci di ottenere confezioni speciali. Avevamo bisogno di trovare una “trovata”, qualcosa di bello ma esistente. Stavamo esaminando tutti i tipi di imballaggi, comprese le bottiglie di medicinali e i sacchetti di cibo sigillati. Un giorno, Rory raccolse una piccola teca di gioielli e i nove Story Cubes si ci adattavano perfettamente”.

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La lunga caccia alla scatola di Rory’s Story Cube

Allena il cervello con Rory's Story Cube

Rory’s Story Cubes classico (a sinistra) e action (a destra).

“Siamo andati alla gioielleria dove è stata acquistata la scatola e abbiamo chiesto chi fosse il loro fornitore. Abbiamo quindi acquistato cinquecento confezioni e le abbiamo imballate noi stessi. I clienti che hanno acquistato Rory’s Story Cubes dal sito hanno adorato la piccola scatola. In alcuni commenti, le persone ci raccontavano che si adattavano alle loro tasche, alle borse, ai vani portaoggetti per auto. Insomma potevano portarsi sempre dietro la scatola e potevano giocare dappertutto. In quel pacchetto non c’erano sprechi. Nulla doveva essere buttato via”.

Ma la scatola non andava bene nei negozi. “Quando l’attività di vendita di Rory’s Story Cubes ha iniziato a crescere, i distributori e i rivenditori ci hanno detto che dovevamo metterlo in una scatola più grande. Abbiamo esaminato le esigenze di entrambi e studiato in quale altro caso questo dilemma di imballaggio fosse stato risolto. Guardando il packaging cosmetico, sapevamo che era possibile avere un prodotto con un alto valore in una piccola scatola. Abbiamo realizzato un prototipo basato su cosmetici piuttosto che su imballaggi giocattolo e utilizzato per l’impatto un arancio vibrante, il colore della creatività. Abbiamo aggiunto una custodia aggiuntiva per contenere tutte le informazioni normative, i codici a barre e le regole della lingua localizzate. Alla fine abbiamo avuto un prodotto di cui essere orgogliosi”.

Il gioco si è trasformato in un successo mondiale. Successivamente c’è stata l’introduzione di nuove gamme e così, adesso, ci sono gli Story Cubes classici, per iniziare con le avventure narrative. E a loro si sono aggiunti gli Story Cubes Action, nove cubi per storie di movimento e azione. La cosa più belli è acquistarli di diversi tipi per poi mischiarli e riuscire a creare una combinazione di storie molto dettagliate e fantasiose. Un ottimo modo per imparare meglio il linguaggio e i verbi. Infine, c’è Story Cubes Voyages, per raccontare storie di viaggi e scoperte. Il bello di Story Cubes è che risultano divertenti anche per giocare da soli. Questo successo travolgente ha permesso di creare altri giochi.

Infatti, da questa esperienza sono nati gli Story Cubes StoryWorld, dedicati ai personaggi preferiti dei fumetti, come Batman o Moomin, piuttosto che Doctor Who. Anche permettere di creare un universo in cui i personaggi dei fumetti combattono contro il bene e il male si chiama pensiero creativo. Poi, per soddisfare anche i più esigenti, sono nati Story Cubes Mix e Story Cubes Max, oltre che Story Cubes Collection. Il primo è per creare racconti spaventosi, misteri polizieschi, storie mitiche o favole incantate. Il secondo è perfetto per cantastorie con disabilità visive. L’ultimo, come dice lo stesso nome, è per la collezione. Una elegante confezione in cui mantenere tutti i tuoi Rory’s Story Cubes. Poi si è perso il conto e la fantasia ha riprodotto una moltitudine di Rory’s Story Cubes…

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Storie omofobe di cuori feriti

Ci sono storie di omofobia che nascono dalle delusioni. Si chiamano storie omofobe di cuori feriti, appunto. L’amore è la cosa più complicata del mondo. Difficile da gestire, faticoso, inebriante, bellissimo, passionale, rilassante. Ma è uno, e non è proprietà di nessuno, è di tutte e tutti quelli che hanno voglia di amarsi davvero, liberamente. Liberamente, è questa la “condicio sine qua non”. Perché altrimenti, se non si è davvero liberi, si passa dal cosiddetto “cimitero allegro” all’inferno. Biglietto di sola andata.

È stato così per Attilio, nome ovviamente di copertura, che dopo dopo avergli concesso l’anonimato ha accettato di rendere pubblica attraverso il mio blog la sua difficile esperienza, su cui dopo tanti anni pesano ancora le violenze familiari e gesti di bullismo che è stato costretto a subire in modo passivo quando era un bambino. E poi quando è diventato un ragazzino. Fino al giorno in cui è esploso. Ormai, però, era troppo tardi. Tanti danni erano stati fatti e senza un supporto psicologico adeguato potevano solo cronicizzarsi. Una vita problematica, sempre a caccia di un equilibrio precario fra mille eccessi. Una vita comune a molti.

“A 50 anni pago le conseguenze di tutti i problemi con cui mi sono scontrato, che non ho saputo affrontare, a cui non ho saputo reagire. Tutti problemi che non ho creato io, sia chiaro, ma che certamente ho cercato e cerco tutt’ora. Alla fine ognuno di noi è lo specchio delle esperienze vissute in precedenza”, mi racconta Attilio. Sono cresciuto in una famiglia omofoba e maschilista, con una struttura fortemente patriarcale. I miei genitori erano violenti, verbalmente e fisicamente. Entrambi“.

“Mio padre era un padre-padrone, mia madre una vittima resa isterica. In comune cosa avevano? Erano due perbenisti. Tutto era una vergogna. Potevi appena respirare e fare la pipì in bagno dopo esserti assicurato di aver chiuso la porta con una doppia girata di chiave. Guai a masticare a tavola con la bocca aperta. Neppure per scherzo. Una volta papà mi ha tirato un barattolo di maionese sulla fronte. Barattolo di vetro… Avere atteggiamenti effeminati era vietato, se non volevi sentirti tirare dietro un “sembri un ricchione di merda” già a 7 anni”.

“Credo di aver fatto capire molti dei miei primi amori ai miei genitori, che puntualmente mi vietavano quelle amicizie e le uscite con quelle persone in cui c’era sempre sempre qualcosa che non andava. Una volta erano troppo spigliati, un’altra volta sembravano furbi, un’altra volta ancora la famiglia non sembrava essere un granché e così via. Ma io ero un ormone in crescita e non potevo essere fermato, davanti a me c’era una vita che mi chiamava… Loro vietavano e io infrangevo le regole, i diktat”.

“Poi le prendevo sonoramente, quando venivo scoperto. Oltre alle botte c’erano anche le punizioni. Senza dimenticare le umiliazioni. Una volta mio padre mi invitò a seguirlo sul pianerottolo, dove aveva convocato tutti i miei amici di gioco, e mi costrinse a scrivere grande per venti pagine, quattro volte a riga, “sono un cretino”. Mentre lo scrivevo dovevo ripeterlo ad alta voce. I miei compagni dovevano sentire. Ricordo che nessuno di loro ha mai riso, neppure una volta. Avevo 8 anni”.

L’omofobia è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e della transessualità. Una forma di razzismo. Una malattia.

“Dovevo uscire solo con mio cugino, ma quando hanno scoperto che ci toccavamo nelle parti intime pure quest’amicizia non andava più bene. E ovviamente, il “diavolo” ero io. Dal quel momento in poi, potei uscire con mio cugino solo in presenza di mia cugina, la sorella più piccola, che ovviamente non c’era mai… Volevo fuggire ma non potevo. Sognavo di poter avere i super poteri… Negli anni delle scuole medie, il fatto che io fossi gay, che poi ero bisessuale perché mi piacevano anche le ragazzine, era sostanzialmente di pubblico dominio.

“Quando i miei compagni erano in gruppo mi sfottevano. “Ricchioneeee”, e se la sghignazzavano. Mi deridevano, mi dicevano un po’ di tutto. “Suca”, “Se mi paghi te lo faccio toccare”. Poi, quelle stesse persone tolte dal branco, spesso nel tardo pomeriggio, mi cercavano. Passavano da casa mia. Avevano voglia di stare fermi (“però non mi toccare…”) e contemporaneamente fare qualcosa (“fai quello che vuoi, magari con la bocca”). Tra questi c’erano degli pseudo-machi che non tolleravano il rifiuto, si incazzavano, il giorno dopo ti seguivano fin dentro al portone, ti strattonavano, ti minacciavano, ti prendevano a schiaffi e ti costringevano a fare sesso”.

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Questa storia di violenze non è mai stata superata. “Alla fine col passare degli anni mi sono trasformato in quello che non volevo essere. Mi sono portato dietro troppi segreti, troppe violenze, troppe situazioni mai realmente accettate e perdonate, o quantomeno comprese fino in fondo. Come se in alcuni casi avessi avuto paura di guardarmi dentro. Ho iniziato a vivere la sessualità in modo aggressivo e problematico, le reazioni era spesso velenose, inconsciamente cercavo persone che mi trattassero male, che mi facessero rivivere situazioni umilianti, così che poi io potessi provare a ribellarmi, lottare soffrendo per fuggire. Fuggire anche da loro. Di nuovo. Per un periodo ho iniziato a fare marchette, sesso a pagamento”.

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“Mi pagavano e mi sentivo importante. Ho conosciuto anche qualche prelato segretamente gay: cercava sempre di trattare sul prezzo. Il mio carattere è permaloso e litigioso, al limite del violento. A volte vorrei rinascere, per avere la possibilità di rivivere. Altre volte mi accontenterei di poter premere un tasto per resettare tutto. Vorrei poter scrivere daccapo, almeno per gli anni che mi restano da vivere. Poi mi rendo conto che ormai è andata così, devo essere comunque orgoglioso perché poteva andarmi peggio e devo continuare a gestire con un po’ di buon senso e di intelligenza il mio carattere e le situazioni che si presentano”.