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Guida al bullismo: cosa fare e come evitarlo per vivere meglio

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

A partire dagli anni 2000 diventa fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Esiste un legame tra bullismo e mobbing? Quale?

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

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Bullismo: si può tentare di evitarlo? Come?

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Violenza diretta e violenza indiretta: le differenze

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione: una risposta inadeguata

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Prima l’isolamento e poi le violenze fisiche e morali

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

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Analisi ragionata su bullismo e violenze da Freud a oggi

Indignarsi e reagire. Non stupirsi, per carità. Stupirsi, meravigliarsi, cadere dalle nuvole davanti a casi di violenza fra e su ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni è come ammettere a se stessi e al mondo intero di essere degli ipocriti con i prosciutti sugli occhi. Il gruppetto di bulli che si atteggia a mafiosetto, a malandrino, nel quartiere degradato c’è sempre stato e ci sarà sempre. C’è anche nei quartieri definiti residenziali e abitati da persone “per bene”, come si potrebbe pretendere che non sia presente in un quartiere degradato e isolato come Falchera o Borgo Vittoria a Torino, Tor Sapienza, Ponte di Nona e l’Eur a Roma e così via?

Quel gruppetto, non è uno. Sono decine, centinaia, migliaia. L’uomo è portato per natura a riunirsi in gruppo, come gli animali. Serve anche a difendersi. Ognuno cerca i propri simili, attraverso una selezione che avviene nel tempo. E quando s’incontrano tra ragazzi difficili, spesso, succede quello che è successo a Falchera, dove una povera tredicenne è stata stuprata e filmata per mesi da un branco di ragazzini, alcuni dei quali addirittura non imputabili perché di età inferiore ai tredici anni. Reagire contro tutte le forme di violenza che si vedono si può, basta volerlo. E se lo volessero quasi tutti, o tutte le persone cosiddette equilibrate, si combatterebbe il peggior male di quest’epoca, l’indifferenza. Quindi, non ci sarebbe molta meno gente sola, isolabile, potenzialmente vittima di violenze.

Mi è capitato di dirlo nel 2013 nel corso di un’intervista in diretta per il TG Zero. Parlavo con il direttore Vittorio Zucconi e con il capo redattore Eduardo Buffoni. “Secondo me – dissi – piuttosto che limitarsi a piangere il orto dopo il suicidio, o il vivo dopo la violenza, sarebbe meglio difendere i propri amici quando hanno bisogno, quando ci si accorge che sono diventati vittime di qualcosa o di qualcuno…”. Non esiste un amico o un gruppo di amici che non sa. Rimarco il concetto che non bisogna stupirsi, che non bisogna far finta di cascare dalle nuvole, perché queste violenze di gruppo e non avvenivano anche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento. E forse anche prima. Per questo reputo utile approfondire l’argomento del “bullismo e violenze da Freud in poi”.

In un modo o nell’altro, o ne siamo stati vittime o ne siamo stati testimoni. Però, in quegli anni non c’erano i telefonini con foto e video camere. Ma c’erano i ricatti. Quelli c’erano all’epoca. E anche in quegli anni tutti sapevano sempre qualcosa di qualcuno. Di qualcuno che cedeva al ricatto. Oggi si ha più paura, perché la società è notevolmente peggiorata e i molto distratti genitori (quelli che pensano che certe cose capitano solo agli altri) non permettono più ai figli di sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Li imbottiscono di PalyStation e TV. “Programmi educativi”, dicono. Crescere condividendo poco o quasi nulla con l’ambiente circostante porta all’individualità, antitesi comportamentale del concetto di solidarietà.

E poi dicevano: ”Erano bravi ragazzi, o almeno sembravano”

Troppo spesso si sente dire “erano bravi ragazzi, che inseriti all’interno di un gruppo si sono lasciati andare a compiere azioni che singolarmente probabilmente non avrebbero compiuto”. Il vero problema è credere che queste considerazioni siano analisi. Bisognerebbe chiedersi perché accadono? E perché sempre più di frequente? Nel libro “La psicologia della massa e l’analisi dell’io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse), Sigmund Freud sostiene che questo fenomeno dipenda dal fatto che l’uomo storicamente è stato un “uomo gregario” e con ciò un essere collettivo che viveva la sua vita basata sull’“istinto gregario”.

Nello stesso modo come l’uomo primitivo potenzialmente esiste in ogni individuo, la “gregge primordiale” può nascere di nuovo in ogni raduno. Questa tendenza costituisce un tipo di eredità arcaica. Quando fa parte di un gruppo, il singolo individuo regredisce a un livello di funzione psicologica più primitivo. Una tale esperienza può essere cosi forte che l’individuo perde totalmente la sensazione di essere un individuo. Questi meccanismi spiegherebbero perché i tedeschi seguivano Adolf Hitler, gli italiani Benito Mussolini…

Nei tempi passati, queste forze istintive hanno guidato i popoli. Ciò significa che esiste un meccanismo per cui, in determinate situazioni, la base istintuale innata e geneticamente trasmessa di generazione in generazione, riemerge con forza fino a sovrastare e soffocare, inibendone gli effetti, lo strato culturale che l’uomo ha costruito nel corso dei millenni. In molti concordano sul fatto che la teoria freudiana sta a significare che la spinta psicologica che genera queste violenze si riduce a far leva sulla forte propensione dell’uomo a sentirsi partecipe di una collettività, poco importa se questa collettività persegue un fine razionale o meno (lanciare sassi da un cavalcavia sia un’attività poco razionale e che cagionare danno fine a sé stesso non porta nessun guadagno).

Secondo Freud, il senso di “appartenenza” è talmente forte da minare alla radice la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni… Oppure, anche comprendendole, è talmente cogente da consentire di superare questa percezione negativa. Sarebbe una forza, una pulsione che pervade l’individuo offuscando la capacità di discernere le azioni “positive” da quelle “negative”, in termini di guadagno. “In questa ipotesi – spiegano diversi psicoanalisti – non dovremmo trovarci in un contesto relazionale gerarchizzato, non dovremmo reperire una stratificazione del “controllo” dei meccanismi di funzionamento del gruppo insita fra i componenti stessi del “branco” che segnalano l’esistenza di caratteri o personalità dominanti e altre in subordine”.

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“Ciascuno agirebbe partendo da un presupposto pulsionale livellato – privo di alti, i leaders, e di bassi, i gregari – similare poiché l’appartenenza dilata questa eredità arcaica… Non è, o non sarebbe dunque l’emulazione la molla che muove l’individuo. Il “branco” si muoverebbe come un unico corpo, un’unica bestia costituita dalla somma dell’eredità arcaica individuale di ciascun appartenente al gruppo stesso”. Affascinante e assolutamente inquietante… L’anamnesi psicologica di alcuni individui coinvolti in efferati delitti ha portato alla luce caratteri alquanto controversi… Spesso i comportamenti devianti di alcuni fungono da traino rispetto agli altri, una sorta di gerarchia.

Personalità dominanti che “plagiano”, fra apici nel tentativo di stemperarne il significato, gli altri individui che nella supposta scala gerarchica stanno ai gradini inferiori… A differenza della precedente ipotesi, altri psichiatri e psicoanalisti ritengono che “si tratta di soggetti abbastanza fragili dal punto di vista caratteriale che, pur di essere accolti nel “clan”, si sottopongono a veri e propri riti d’iniziazione. In altre circostanze si assiste a comportamenti indotti da “emulazione coatta”, in virtù dei quali l’individuo è spinto ad agire solo per una disposizione ad emulare chi, all’interno del gruppo, è identificato come il leader”.

La teoria di Freud e l’influenza dell’ambiente circostante

In ogni caso emerge che l’ambiente è fortemente condizionante… Si provi ad immaginare un individuo, un singolo, intelligente, capace, con una potenzialità enorme. Inseriamolo in un ambiente assolutamente degradato e isolato… Non c’è bisogno di andare in Africa, parlo proprio dei sobborghi suburbani di grandi città quali Roma, Napoli, Genova, Torino… Converrete che queste potenzialità, non opportunamente sfruttate o coltivate, per effetto dell’impossibilità oggettiva determinata dall’ambiente culturale, familiare e scolastico, molto probabilmente sono destinate a soccombere.

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Nella giungla metropolitana emergono e si esaltano nuove qualità peculiari – la forza fisica, la prepotenza, l’aggressività, la capacità di guidare un clan o vivere all’interno di un “branco” – gli altri aspetti, quelli magari più prettamente relazionali, sono spesso, purtroppo, messi in secondo piano, non sono utili allo scopo: sopravvivere ed affermarsi nel proprio ambiente.

Non quindi una predisposizione genetica o ereditaria, ma una propensione ambientale, specialmente se si vive in un quartiere degradato, che confina con campi nomadi, baracche abusive e miseria, oltre che con una discarica e con l’autostrada, e per di più questo quartiere, Falchera, è isolato dal contesto cittadino perché è stato costruito per fare in modo che la gente ci resti dentro (un misto tra un labirinto e un carcere), non bisogna meravigliarsi di ciò che accade.

E’ una polveriera, tutti lo sanno e tutti fanno finta di non sapere. Anche i sindaci che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni. Bisognerebbe chiedersi chi sono questi bulli, individuandoli e cercando di neutralizzarli, con le buone o con le cattive maniere, e poi bisognerebbe chiedersi perché si comportano così. Ma fino ad ora, tra le persone che potevano fare qualcosa per evitare le violenze di gruppo a Margherita, la ragazzina violentata da settembre 2014 a gennaio 2015 in un garage di quel quartiere dormitorio, pare che nessuno si sia fatto queste domande.

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Per la verità, di domande non devono essersene fatte neppure le persone che stavano vicino a Nadia, la ragazzina di 14 anni suicidatasi buttandosi dal tetto di un ex albergo a Cittadella, o ad Amanda Michelle Todd, o a Kayla Marie Wright, oppure a Carolina, la ragazza di Novara di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. L’elenco è lungo e conta anche ragazzini omosessuali vittime di abusi di ogni genere. Da Roma a Torino, da Milano a Lecce, passando per Napoli e così via.

Secondo il dottor Luca Coladarci, psicologo e psicoterapeuta di Roma, “Il bullismo è una forma di violenza caratterizzata da sistematiche e continue azioni di sopruso e prevaricazione compiute da un bambino oppure da un adolescente, il cosiddetto bullo, nei confronti di un altro bambino o adolescente, cioè la vittima di bullismo, percepito come “debole” o “diverso” per caratteristiche che possono essere comportamentali, fisiche, intellettive, orientamenti religiosi o sessuali. Inoltre, tali azioni di bullismo possono essere messe in atto sia da una singola persona oppure da un gruppo, molto spesso definito branco. Nei vari episodi di bullismo, è possibile distinguere due diverse tipologie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto. Nel caso di bullismo diretto, ci troviamo di fronte ad esplicite azioni violente nei confronti della vittima, azioni violente che possono essere sia di tipo fisico, come lo spingere, il picchiare, il far cadere e sia di tipo verbale, come le offese e le prese in giro insistenti e ripetute”.

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Nel bullismo c’è anche la persistenza delle azioni

“Nel caso del bullismo indiretto – ha prosegueito il dottor Coladarci – ci troviamo di fronte ad azioni e comportamenti che hanno come obiettivo quello di danneggiare la vittima nelle sue relazioni con gli altri: esempi di bullismo indiretto possono essere la diffusione di calunnie o notizie false nei confronti di una persona, il suo sistematico isolamento oppure la sua esclusione da un gruppo. Quando le azioni di bullismo si verificano attraverso il telefono cellulare oppure attraverso internet, come ad esempio sui social network,, si parla di cyberbullismo”, ha spiegato ancora.

Nel bullismo, quindi, c’è persistenza nel tempo poiché le azioni dei bulli possono durare per settimane, mesi o anni e c’è asimmetria nella relazione, vale a dire uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di forza, di età, di genere e per la popolarità che il bullo ha all’interno del gruppo di suoi coetanei. “Anche se negli ultimi decenni è molto alta l’attenzione verso il fenomeno del bullismo, non è così semplice quantificarlo con precisione: tanti, infatti, sono i casi che non vengono alla luce oppure nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulli. Comunque, secondo numerose ricerche nazionali ed internazionali l’incidenza media del fenomeno è di circa il 15-20% nel mondo giovanile. Rispetto ad elementi quali il sesso o l’età, inoltre, è emerso come episodi di bullismo possano riguardare sia i maschi che le femmine”.

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I ragazzi mettono in atto prevalentemente azioni di bullismo diretto, colpendo in maniera indifferente sia maschi che femmine. Le ragazze, invece, molto spesso utilizzano forme di bullismo indiretto prendendo di mira principalmente altre coetanee dello stesso sesso, con una prevalenza di episodi di diffusione di informazioni calunniose o false sul loro conto. Il fenomeno è piuttosto complesso e le cause che lo determinano possono essere molteplici: la personalità individuale, i modelli familiari, le dinamiche di gruppo che trascendono il singolo individuo oppure gli stereotipi imposti dai massa media, sono tutti fattori concomitanti che in misura maggiore o minore contribuiscono al determinarsi di questo fenomeno.

“Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, per chi è vittima di episodi di bullismo esse possono essere molto significative. Infatti, le continue azioni di sopraffazione possono determinare in età adulta vissuti di disagio piuttosto importanti. Inoltre, nei casi in cui le sopraffazioni si protraggono nel tempo, le vittime spesso intravedono come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. Nel lungo periodo, le vittime di azioni di bullismo possono mostrare una svalutazione di sé e delle proprie capacità, un senso di sfiducia verso se stessi e gli altri, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare vissuti psicologici quali la depressione oppure l’ansia”.

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