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Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

Bullismo come fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Legame tra bullismo e mobbing

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Riconoscere e denunciare il bullismo subito può salvare da lunghi periodi di abusi.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

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Bullismo: come tentare di evitarlo

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Bulismo diretto e bullismo indiretto

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione del bullismo

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Isolamento, violenza fisica e morale

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

Torino nord e i suoi problemi

Torino nord non ha solo problemi legati al campo nomadi di via Germagnano e a quello di strada dell’Aeroporto, quest’ultimo dà gli stessi problemi dell’insediamento di zingari presenti al confine tra Barriera di Milano e Falchera. A volte anche maggiori. Torino nord è tutto un problema, specialmente sociale, visto che quegli amministratori torinesi che si vantano di copiare dai “cugini” di Parigi (dove si cerca di non creare ghetti promuovendo l’edilizia popolare accanto a quella di lusso) stanno dimostrando con i fatti che, pur conoscendo a memoria lo slogan, non sono capaci di applicarlo concretamente.

Sarà che Torino non è Parigi e Parigi non è Torino? Torino nord è una polveriera sociale. Forse la più grossa che c’è in città. Gente onesta, tanta, anzi tantissima brava gente, lavoratori dipendenti, commercianti e disoccupati che però qualcosa vogliono fare, annega tra spacciatori, tossicodipendenti (quante cose si risolverebbero se facessimo come i civili svizzeri che hanno istituito le stanze del buco), ladri, ricettatori, prostitute e puttanieri. Quanta ingratitudine nei confronti di quartieri abitati da cittadini con gli stessi diritti. E da quanti anni, venti e più anni. Un esempio può essere dato dalla “fauna” che orbita intorno all’ospedale San Giovanni Bosco, parcheggio e parchetti adiacenti.

Lì, tra parcheggiatori abusivi assunti dalla malavita (mafie?), spacciatori, marchette (donne e uomini), ma soprattutto tanti disperati intrappolati nell’inferno dell’eroina o della cocaina, o peggio ancora in quella miriade di droghe acide che la mente umana è riuscita a produrre. A tutto ciò, bisogna aggiungere lo storico isolamento forzato in cui sono costretti a vivere molti residenti. Infrastrutture iniziate e mai completate, come il famoso “mezzo ponte” di Falchera, che sembra una barzelletta oppure i binari della ferrovia che segnano il confine tra un quartiere problematico e un altro. E meno male che non ci sono ghetti…

Quelli esposti fino ad ora sono solo alcuni dei gravi problemi con cui i torinesi di Falchera (che pagano le tasse come tutti) si trovano a lottare quotidianamente. Ce ne sono molti di più e altrettanto fastidiosi, gravi e preoccupanti. In via Tanaro, per fare un esempio, è come vivere a Venezia. Ma senza gondole e neppure turisti. Ogni tanto arriva l’acqua alta, portata dalle piogge, e la via finisce sott’acqua. Garage e box vengono sommersi, con relativi ingenti danni. Non sempre i vigili del fuoco e la protezione civile riescono a ripristinare la situazione in tempi brevi con l’utilizzo di più idrovore contemporaneamente.

A volte, prima che la situazione torni alla normalità, possono volerci fino a 2-3 giorni. Anche in questo caso, sono anni che i cittadini lottano contro le amministrazioni di turno. Ma quando si è costruito su una falda, nessuno aveva previsto che ad ogni temporale si sarebbe allagata la via? Seppure in maniera ridotta, della situazione generale di Torino nord ne fa le spese anche Pietra Alta, l’estrema periferia di questa parte della città. Spesso confusa, con il vicino e più grande quartiere di Falchera, Pietra Alta è una zona a sé rispetto alle altre borgate dell’Oltrestura, separata così com’è dal tracciato della ferrovia Torino-Milano.

Torino e i problemi che fanno da spartiacque

Una cosa importante che non può essere ignorata in questo caso è che, come spesso accade a Torino, i tracciati delle ferrovie fanno da spartiacque nel tessuto urbano, dando origine a quartieri distinti e separati sui rispettivi lati delle linee ferroviarie. Non a caso gran parte dei binari sono oggi interrati, nel tentativo di ricucire questo strappo fatto al territorio cittadino. La ferrovia Torino-Milano, nell’area nord della città, separa fisicamente Falchera da Pietra Alta, Barriera di Milano da Borgata Vittoria, San Donato da Aurora… Nell’Oltrestura torinese questa “spaccatura” è accentuata, dal fatto che i binari sono sempre a raso (non interrati come da corso Grosseto in poi) e che dal lato di Falchera ci sono tanti campi e aree non edificate.

Questo aumenta la percezione di distacco fra la Falchera e Pietra Alta. Non lontano da Falchera e Rebaudengo c’è la moderna stazione Rebaudengo-Fossata, un luogo a volte spettrale che, nonostante il nome, rimane nel quartiere Barriera di Milano. A divertirsi qui sono i ladri, che in pochi mesi hanno smontato tutte le bici che hanno potuto, centinaia. Davide Bono, nel 2013 capogruppo M5S in Regione Piemonte, ha pubblicamente raccontato di essersi perso: “Ho dovuto cercare sul sito dell’Agenzia Mobilità Metropolitana dove si trovasse la stazione. Serve un’intera pagina internet per spiegare dov’è… scoprendo un paesaggio da peggior periferia, con tanto di discarica abusiva subito usciti dal parcheggio. Poi il vuoto. Davanti nulla, una palina che indica il capolinea dell’autobus 21, un pulmino circolare di quartiere, per andare verso il mondo civile”.

Secondo voi, nel 2017 qualcosa è cambiato? Ma spostiamoci in questo mondo civile… Piazza Conti di Rebaudengo, via Renato Martorelli, via Gottardo, via Sempione: già prima delle 13, ci si rende conto che qui la sicurezza non è stata mai raggiunta. L’igiene tantomeno. Il luogo è ricco di spacciatori e tossicodipendenti. La droga la si può comprare facilmente e a buon mercato. Non l’hashish o la marijuana. Qui c’è eroina. Siamo nella seconda centrale dello spaccio di droga in Piemonte, la prima è Porta Palazzo. Dal Tossic Park di corso Giulio Cesare siamo passati alla Tossic Place di piazza Rebaudengo, dove l’operazione antimafia “Gioco duro” in passato aveva smantellato una bisca clandestina dedita al gioco d’azzardo che alle cosche della ’ndrangheta fruttava molti soldi.
Servivano a sostenere i detenuti.

A due passi c’è la lunga via Gottardo dove – a causa degli spacciatori e degli aguzzini dei parcheggi dell’ospedale San Giovanni Bosco – le case ormai quasi te le regalano. Per non trovarsi l’auto rigata bisogna lasciare 50 centesimi o addirittura 1 euro. Il prezzo lo fanno loro. Anche per gli abitanti di Rebaudengo i problemi non finiscono qui. Loro, che confinano con il fiume Stura di Lanzo e i suoi campi nomadi a nord e le vie Gottardo e Sempione e le rispettive storie di spaccio e di violenza a sud, ad est si ritrovano corso Giulio Cesare e il parco Stura. L’ex Tossic Park è abbandonato e recintato con delle transenne per impedire l’ingresso a chiunque, ma ovviare al divieto è facile. A due passi dall’ingresso del Novotel c’è un varco. Facendo un giro nell’area bonificata tra il 2006 e il 2007 ci si imbatte in cumuli di immondizia, bottiglie di vino e di birra vuote, piatti di plastica, sacchi e avanzi di cibo, ma anche copertoni e materassi.

Corso Giulio Cesare, insieme a corso Vercelli, rappresenta la principale arteria di Barriera, oltre che di Falchera, Rebaudengo e Aurora. Quartiere di particolare interesse industriale ed economico già dopo i primi anni Sessanta del secolo scorso, in contrapposizione con Mirafiori, è attraversato dalla strada più inquinata della città. Su corso Giulio Cesare si spaccia, come su corso Vercelli (nella zona più vicina a Porta Palazzo e in quella adiacente a Rebaudengo e a Falchera). Si rischia tranquillamente lo scippo o la rapina, come su corso Vercelli. Ci si prostituisce, proprio come su corso Vercelli. Dal pomeriggio a notte fonda.

Torino nord: corso Vercelli e corso Giulio Cesare

Non a caso, corso Vercelli e corso Giulio Cesare sono due corsi paralleli che nascono alla stessa altezza e terminano nello stesso punto. Barriera non è un comune quartiere popolare. Era un quartiere popolare di periferia, dal carattere misto residenziale-commerciale e con la presenza di molti negozi e vetrine colorate e multietniche. Si è impoverito sempre più, specialmente dopo che i due corsi hanno perso importanza strategica e industriale. Confina con Rebaudengo (nord), Regio Parco (nord ed est), Aurora (sud) e Borgata Vittoria (ovest). La storia di questo quartiere è direttamente legata alla sua evoluzione e al suo declino.

Prese forma nella seconda metà del 1800, dopo la realizzazione di corso Giulio Cesare e del Ponte Mosca (prima corso Giulio Cesare si chiamava corso Ponte Mosca), a seguito della costruzione della prima cinta daziaria di Torino. Eretta a partire dal 1853 allo scopo di garantire il controllo doganale sulle merci in entrata, la cinta muraria comprendeva al suo interno il centro storico, i quartieri limitrofi, le campagne e i territori prevalentemente agricoli. L’ingresso nella parte cintata di Torino era reso possibile dalla presenza di varchi, o barriere, che assicuravano il pagamento del dazio.

Fra le tante barriere, quella di maggior rilievo storico e strategico era la barriera eretta nell’odierna piazza Crispi, lungo la strada Reale d’Italia, oggi corso Vercelli. La storia dei dazi che le merci pagavano per entrare a Torino finì con l’unificazione d’Italia. Questo ci aiuta a comprendere come nei decenni del secolo scorso Barriera abbia sempre più perso importanza per la città. Sono nate zone franche, in angoli del quartiere, composto per lo più da gente umile e onesta. Questi luoghi si sono trasformati in terre di nessuno, dove la sera e la notte si può rischiare anche la vita.

In burocratichese dicono che Barriera è in attesa di una riconversione da parte del Comune. Si annuncia una lunga attesa. Molto molto lunga. Ma un giorno ci sarà anche la linea 2 della metropolitana che passerà da qui, se si riuscirà mai a realizzarla. Siamo sicuri che basterà? La sua ricchezza è l’essere cosmopolita, come le vicine Porta Palazzo e Borgo Dora. Frequenti episodi di micro e macro criminalità hanno reso il quartiere poco sicuro e poco vivibile. I cittadini onesti denunciano continui episodi di spaccio di droga, aggressioni, rapine, scippi, prostituzione femminile e maschile (a volte anche minorile), riciclaggio…

Tutti fattori che nulla hanno a che fare con le differenze razziali tra i residenti. Hanno a che fare con la povertà, l’ignoranza e la disperazione. E disperazione è anche per molti residenti che spesso, oltre a fronteggiare episodi di macro e micro criminalità, se la devono vedere anche con i frequenti furti negli appartamenti. Molti pensano che sono gli zingari del campo nomadi “credo di via Germagnano e di lungo Stura”, dice un commerciante di lungo corso che come tutti mi ha richiesto l’anonimato.

Ad anonimato accordato, aggiunge con una diplomazia tutta torinese: “Gira voce che a Mirafiori molti furti e rapine vengano commessi dagli zingari che vivono in zona. Perché a Barriera dovrebbe essere diverso? Tutto il mondo è paese e Torino è un paesone… Io non vivo a Barriera, la sera chiudo sempre con il timore che possa accadere qualcosa e senza contante addosso e me ne torno in centro. Poveri quelli che restano. I miei clienti mi riferiscono che non riescono a dormire per i troppi schiamazzi, dei vicini della prostitute e dei tossici, matti e ubriachi che sono tornati ad essere i padroni del quartiere… Come ti viene in mente di prendere tua moglie o i tuoi figli ed andare a passeggiare per strada? Non ti viene voglia di vivere il tuo quartiere”.

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Barriera di Milano: vivere il quartiere e B.a.r.l.u.i.g.i

“Vivere il quartiere”. E che quartiere. Una polveriera sociale in mano all’anarchia. Viene in mente che già in passato Barriera era diventata famosa a livello nazionale perché luogo di origine dei componenti della Banda Cavallero, i banditi che terrorizzarono il Nord con rapine e gravi episodi di criminalità negli anni Sessanta La banda di rapinatori si formò in un bar di corso Vercelli. Non era la fame il problema di quegli anni. Secondo quanto reso nelle deposizioni di Pietro Cavallero, il capo della banda, il problema era il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall’immigrazione. Giustizia sociale. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma guardava più propriamente all’anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e a Ravachol (Francois Koenigstein).

Lasciò una lunga scia di morti e di feriti. Tre dei quattro componenti furono condannati all’ergastolo, uno a quasi tredici anni per la giovane età. In politichese, dal 2005, vanno ripetendo che la zona è interessata dal progetto Variante 200, che dovrebbe ridisegnare radicalmente il quartiere, collegando la zona alla stazione di Torino Rebaudengo-Fossata. Nell’attesa, lunga attesa che non è dato sapere quando terminerà con certezza, i residenti a gruppi sono costretti a scendere in strada per protestare e ribellarsi allo strapotere delle bande. Ma non serve a nulla. Barriera ti mangia l’anima. Qui, fino all’inizio del 2014, c’era un simpatico progetto che si chiamava B.a.r.l.u.i.g.i. Un bar di quartiere inaugurato nel 2012. In questa atmosfera popolare, identitaria, difficile, il bar è durato solo due anni. Troppa delinquenza e poca voglia di contrastarla.

Furti, saracinesche forzate, vetrine rotte e registratori di cassa rubati. Gli onesti si arrendono. Se le istituzioni non intervengono, non si può pretendere che i piccoli imprenditori si oppongano ad un fenomeno che rappresenta il peggior cancro della zona. Dagli anni Ottanta, nella zona intorno a stazione Dora, su corso Vigevano, è evidente una pericolosa situazione di assoluto degrado e sporcizia. Una volta gli spacciatori, presenti già al mattino, si nascondevano sotto il ponte di corso Mortara. Adesso che il ponte non c’è più, vendono morte alla luce del sole. E le prostitute? Le belle in alcuni locali e le brutte per strada. E i tossicodipendenti? Sempre su via Francesco Cigna, solo nascosti meglio. Ma quindi la riqualificazione? La riqualificosa?

 

Bullismo e violenze da Freud in poi

Indignarsi e reagire. Non stupirsi, per carità. Stupirsi, meravigliarsi, cadere dalle nuvole davanti a casi di violenza fra e su ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni è come ammettere a se stessi e al mondo intero di essere degli ipocriti con i prosciutti sugli occhi. Il gruppetto di bulli che si atteggia a mafiosetto, a malandrino, nel quartiere degradato c’è sempre stato e ci sarà sempre. C’è anche nei quartieri definiti residenziali e abitati da persone “per bene”, come si potrebbe pretendere che non sia presente in un quartiere degradato e isolato come Falchera o Borgo Vittoria a Torino, Tor Sapienza, Ponte di Nona e l’Eur a Roma e così via?

Quel gruppetto, non è uno. Sono decine, centinaia, migliaia. L’uomo è portato per natura a riunirsi in gruppo, come gli animali. Serve anche a difendersi. Ognuno cerca i propri simili, attraverso una selezione che avviene nel tempo. E quando s’incontrano tra ragazzi difficili, spesso, succede quello che è successo a Falchera, dove una povera tredicenne è stata stuprata e filmata per mesi da un branco di ragazzini, alcuni dei quali addirittura non imputabili perché di età inferiore ai tredici anni. Reagire contro tutte le forme di violenza che si vedono si può, basta volerlo. E se lo volessero quasi tutti, o tutte le persone cosiddette equilibrate, si combatterebbe il peggior male di quest’epoca, l’indifferenza. Quindi, non ci sarebbe molta meno gente sola, isolabile, potenzialmente vittima di violenze.

Mi è capitato di dirlo nel 2013 nel corso di un’intervista in diretta per il TG Zero. Parlavo con il direttore Vittorio Zucconi e con il capo redattore Eduardo Buffoni. “Secondo me – dissi – piuttosto che limitarsi a piangere il orto dopo il suicidio, o il vivo dopo la violenza, sarebbe meglio difendere i propri amici quando hanno bisogno, quando ci si accorge che sono diventati vittime di qualcosa o di qualcuno…”. Non esiste un amico o un gruppo di amici che non sa. Rimarco il concetto che non bisogna stupirsi, che non bisogna far finta di cascare dalle nuvole, perché queste violenze di gruppo e non avvenivano anche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento. E forse anche prima. Per questo reputo utile approfondire l’argomento del “bullismo e violenze da Freud in poi”.

In un modo o nell’altro, o ne siamo stati vittime o ne siamo stati testimoni. Però, in quegli anni non c’erano i telefonini con foto e video camere. Ma c’erano i ricatti. Quelli c’erano all’epoca. E anche in quegli anni tutti sapevano sempre qualcosa di qualcuno. Di qualcuno che cedeva al ricatto. Oggi si ha più paura, perché la società è notevolmente peggiorata e i molto distratti genitori (quelli che pensano che certe cose capitano solo agli altri) non permettono più ai figli di sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Li imbottiscono di PalyStation e TV. “Programmi educativi”, dicono. Crescere condividendo poco o quasi nulla con l’ambiente circostante porta all’individualità, antitesi comportamentale del concetto di solidarietà.

Bullismo: ‘Erano bravi ragazzi’, sembravano

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Troppo spesso si sente dire “erano bravi ragazzi, che inseriti all’interno di un gruppo si sono lasciati andare a compiere azioni che singolarmente probabilmente non avrebbero compiuto”. Il vero problema è credere che queste considerazioni siano analisi. Bisognerebbe chiedersi perché accadono? E perché sempre più di frequente? Nel libro “La psicologia della massa e l’analisi dell’io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse), Sigmund Freud sostiene che questo fenomeno dipenda dal fatto che l’uomo storicamente è stato un “uomo gregario” e con ciò un essere collettivo che viveva la sua vita basata sull’“istinto gregario”.

Nello stesso modo come l’uomo primitivo potenzialmente esiste in ogni individuo, la “gregge primordiale” può nascere di nuovo in ogni raduno. Questa tendenza costituisce un tipo di eredità arcaica. Quando fa parte di un gruppo, il singolo individuo regredisce a un livello di funzione psicologica più primitivo. Una tale esperienza può essere cosi forte che l’individuo perde totalmente la sensazione di essere un individuo. Questi meccanismi spiegherebbero perché i tedeschi seguivano Adolf Hitler, gli italiani Benito Mussolini…

Nei tempi passati, queste forze istintive hanno guidato i popoli. Ciò significa che esiste un meccanismo per cui, in determinate situazioni, la base istintuale innata e geneticamente trasmessa di generazione in generazione, riemerge con forza fino a sovrastare e soffocare, inibendone gli effetti, lo strato culturale che l’uomo ha costruito nel corso dei millenni. In molti concordano sul fatto che la teoria freudiana sta a significare che la spinta psicologica che genera queste violenze si riduce a far leva sulla forte propensione dell’uomo a sentirsi partecipe di una collettività, poco importa se questa collettività persegue un fine razionale o meno (lanciare sassi da un cavalcavia sia un’attività poco razionale e che cagionare danno fine a sé stesso non porta nessun guadagno).

Secondo Freud, il senso di “appartenenza” è talmente forte da minare alla radice la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni… Oppure, anche comprendendole, è talmente cogente da consentire di superare questa percezione negativa. Sarebbe una forza, una pulsione che pervade l’individuo offuscando la capacità di discernere le azioni “positive” da quelle “negative”, in termini di guadagno. “In questa ipotesi – spiegano diversi psicoanalisti – non dovremmo trovarci in un contesto relazionale gerarchizzato, non dovremmo reperire una stratificazione del “controllo” dei meccanismi di funzionamento del gruppo insita fra i componenti stessi del “branco” che segnalano l’esistenza di caratteri o personalità dominanti e altre in subordine”.

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“Ciascuno agirebbe partendo da un presupposto pulsionale livellato – privo di alti, i leaders, e di bassi, i gregari – similare poiché l’appartenenza dilata questa eredità arcaica… Non è, o non sarebbe dunque l’emulazione la molla che muove l’individuo. Il “branco” si muoverebbe come un unico corpo, un’unica bestia costituita dalla somma dell’eredità arcaica individuale di ciascun appartenente al gruppo stesso”. Affascinante e assolutamente inquietante… L’anamnesi psicologica di alcuni individui coinvolti in efferati delitti ha portato alla luce caratteri alquanto controversi… Spesso i comportamenti devianti di alcuni fungono da traino rispetto agli altri, una sorta di gerarchia.

Personalità dominanti che “plagiano”, fra apici nel tentativo di stemperarne il significato, gli altri individui che nella supposta scala gerarchica stanno ai gradini inferiori… A differenza della precedente ipotesi, altri psichiatri e psicoanalisti ritengono che “si tratta di soggetti abbastanza fragili dal punto di vista caratteriale che, pur di essere accolti nel “clan”, si sottopongono a veri e propri riti d’iniziazione. In altre circostanze si assiste a comportamenti indotti da “emulazione coatta”, in virtù dei quali l’individuo è spinto ad agire solo per una disposizione ad emulare chi, all’interno del gruppo, è identificato come il leader”.

La teoria di Freud e l’ambiente circostante

In ogni caso emerge che l’ambiente è fortemente condizionante… Si provi ad immaginare un individuo, un singolo, intelligente, capace, con una potenzialità enorme. Inseriamolo in un ambiente assolutamente degradato e isolato… Non c’è bisogno di andare in Africa, parlo proprio dei sobborghi suburbani di grandi città quali Roma, Napoli, Genova, Torino… Converrete che queste potenzialità, non opportunamente sfruttate o coltivate, per effetto dell’impossibilità oggettiva determinata dall’ambiente culturale, familiare e scolastico, molto probabilmente sono destinate a soccombere.

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Il bullismo è un grave disagio sociale. C’è bisogno di forte contrasto.

Nella giungla metropolitana emergono e si esaltano nuove qualità peculiari – la forza fisica, la prepotenza, l’aggressività, la capacità di guidare un clan o vivere all’interno di un “branco” – gli altri aspetti, quelli magari più prettamente relazionali, sono spesso, purtroppo, messi in secondo piano, non sono utili allo scopo: sopravvivere ed affermarsi nel proprio ambiente.

Non quindi una predisposizione genetica o ereditaria, ma una propensione ambientale, specialmente se si vive in un quartiere degradato, che confina con campi nomadi, baracche abusive e miseria, oltre che con una discarica e con l’autostrada, e per di più questo quartiere, Falchera, è isolato dal contesto cittadino perché è stato costruito per fare in modo che la gente ci resti dentro (un misto tra un labirinto e un carcere), non bisogna meravigliarsi di ciò che accade.

E’ una polveriera, tutti lo sanno e tutti fanno finta di non sapere. Anche i sindaci che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni. Bisognerebbe chiedersi chi sono questi bulli, individuandoli e cercando di neutralizzarli, con le buone o con le cattive maniere, e poi bisognerebbe chiedersi perché si comportano così. Ma fino ad ora, tra le persone che potevano fare qualcosa per evitare le violenze di gruppo a Margherita, la ragazzina violentata da settembre 2014 a gennaio 2015 in un garage di quel quartiere dormitorio, pare che nessuno si sia fatto queste domande.

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Per la verità, di domande non devono essersene fatte neppure le persone che stavano vicino a Nadia, la ragazzina di 14 anni suicidatasi buttandosi dal tetto di un ex albergo a Cittadella, o ad Amanda Michelle Todd, o a Kayla Marie Wright, oppure a Carolina, la ragazza di Novara di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. L’elenco è lungo e conta anche ragazzini omosessuali vittime di abusi di ogni genere. Da Roma a Torino, da Milano a Lecce, passando per Napoli e così via.

Secondo il dottor Luca Coladarci, psicologo e psicoterapeuta di Roma, “Il bullismo è una forma di violenza caratterizzata da sistematiche e continue azioni di sopruso e prevaricazione compiute da un bambino oppure da un adolescente, il cosiddetto bullo, nei confronti di un altro bambino o adolescente, cioè la vittima di bullismo, percepito come “debole” o “diverso” per caratteristiche che possono essere comportamentali, fisiche, intellettive, orientamenti religiosi o sessuali. Inoltre, tali azioni di bullismo possono essere messe in atto sia da una singola persona oppure da un gruppo, molto spesso definito branco. Nei vari episodi di bullismo, è possibile distinguere due diverse tipologie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto. Nel caso di bullismo diretto, ci troviamo di fronte ad esplicite azioni violente nei confronti della vittima, azioni violente che possono essere sia di tipo fisico, come lo spingere, il picchiare, il far cadere e sia di tipo verbale, come le offese e le prese in giro insistenti e ripetute”.

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Il bullismo e la persistenza delle azioni

“Nel caso del bullismo indiretto – ha prosegueito il dottor Coladarci – ci troviamo di fronte ad azioni e comportamenti che hanno come obiettivo quello di danneggiare la vittima nelle sue relazioni con gli altri: esempi di bullismo indiretto possono essere la diffusione di calunnie o notizie false nei confronti di una persona, il suo sistematico isolamento oppure la sua esclusione da un gruppo. Quando le azioni di bullismo si verificano attraverso il telefono cellulare oppure attraverso internet, come ad esempio sui social network,, si parla di cyberbullismo”, ha spiegato ancora.

Nel bullismo, quindi, c’è persistenza nel tempo poiché le azioni dei bulli possono durare per settimane, mesi o anni e c’è asimmetria nella relazione, vale a dire uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di forza, di età, di genere e per la popolarità che il bullo ha all’interno del gruppo di suoi coetanei. “Anche se negli ultimi decenni è molto alta l’attenzione verso il fenomeno del bullismo, non è così semplice quantificarlo con precisione: tanti, infatti, sono i casi che non vengono alla luce oppure nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulli. Comunque, secondo numerose ricerche nazionali ed internazionali l’incidenza media del fenomeno è di circa il 15-20% nel mondo giovanile. Rispetto ad elementi quali il sesso o l’età, inoltre, è emerso come episodi di bullismo possano riguardare sia i maschi che le femmine”.

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I ragazzi mettono in atto prevalentemente azioni di bullismo diretto, colpendo in maniera indifferente sia maschi che femmine. Le ragazze, invece, molto spesso utilizzano forme di bullismo indiretto prendendo di mira principalmente altre coetanee dello stesso sesso, con una prevalenza di episodi di diffusione di informazioni calunniose o false sul loro conto. Il fenomeno è piuttosto complesso e le cause che lo determinano possono essere molteplici: la personalità individuale, i modelli familiari, le dinamiche di gruppo che trascendono il singolo individuo oppure gli stereotipi imposti dai massa media, sono tutti fattori concomitanti che in misura maggiore o minore contribuiscono al determinarsi di questo fenomeno.

“Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, per chi è vittima di episodi di bullismo esse possono essere molto significative. Infatti, le continue azioni di sopraffazione possono determinare in età adulta vissuti di disagio piuttosto importanti. Inoltre, nei casi in cui le sopraffazioni si protraggono nel tempo, le vittime spesso intravedono come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. Nel lungo periodo, le vittime di azioni di bullismo possono mostrare una svalutazione di sé e delle proprie capacità, un senso di sfiducia verso se stessi e gli altri, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare vissuti psicologici quali la depressione oppure l’ansia”.