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Disturbo psicosomatico: un’insidia quotidiana

Poche ore prima di un colloquio di lavoro o di un importante riunione, ecco scatenarsi un forte mal di testa. Cosa lo provoca? Si chiama disturbo psicosomatico. Emozioni e stati d’animo possono manifestarsi anche attraverso il nostro corpo? Sì. Quindi, cos’è questo disturbo psicosomatico? Come si manifesta? Esiste una cura naturale e qual è la più efficace per questa insidia quotidiana? Cerchiamo di capirlo e di rispondere in maniera semplice e chiara a queste domande. Considerata la delicatezza dell’argomento, la spiegazione di cosa sono i disturbi psicosomatici la traccia la psicologa Pamela Franchi, dell’ambulatorio di psicologia di Humanitas Mater Domini.

Senza giri di parole, la dottoressa Pamela Franchi sostiene che ‘i disturbi psicosomatici possono essere considerati come il tentativo di dar voce ad un disagio psicologico o, addirittura, una emozione dolorosa. Come? Molto spesso, le nostre emozioni, gli stati di ansia o pensieri ricorrenti che disturbano la nostra serenità, si traducono in un vero e proprio sintomo corporeo. Secondo una dinamica che mira a salvaguardare la nostra integrità psicofisica, un’emozione non esprimibile tramite le parole, rimane fuori dalla nostra consapevolezza per consentire al soggetto di mantenere uno stato di benessere, tuttavia può generare un malessere-sintomo fisico. I disturbi psicosomatici non sono generati dalla nostra fantasia, ma sono disturbi corporei reali, compromettono la quotidianità e creano limitazioni non solo di tipo fisico, ma anche relazionale.

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale. E ancora, può interessare l’apparato urogenitale con enuresi, dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, quello tegumentario con acne, psoriasi, orticaria, dermatite psicosomatica, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute e delle mucose, quello muscoloscheletrico con cefalea tensiva o mal di testa, cefalea nucale, torcicollo, crampi muscolari, stanchezza cronica, fibromialgia, dolori al rachide, artrite.

Disturbo psicosomatico: sintomi corporei

Quadri psicologici quali la depressione e quasi tutti i disturbi d’ansia, inoltre, sono accompagnati anche da sintomi corporei. La dottoressa Pamela Franchi spiega che: ‘È importante sapere che quasi tutti i disturbi che ci affliggono nella quotidianità, presentano quasi sempre anche una componente psichica. Di norma, la persona viene indirizzata inizialmente verso accertamenti e trattamenti di tipo medico, mentre un approccio integrato fra la discipline medica e psicologica rappresenta di certo un buon percorso di cura che può risultare di grande aiuto per il paziente’. Dunque, sentimenti ed emozioni sia positive sia negative influenzano le reazioni del nostro corpo ovvero del soma: un’emozione positiva può spronare a fare meglio, mentre una negativa può indurre verso uno stato d’animo che porta a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e infine, riflettersi negativamente anche sullo stato di salute.

Il disturbo psicosomatico si caratterizza per la presenza di sintomi fisici come possono essere il mal di testa, il mal di stomaco, persino il mal di schiena. A volte la sintomatologia non trova riscontro in una condizione medica definita e quindi, il disturbo origina con buona probabilità, da un conflitto interno e dunque di tipo psicologico. La comparsa di un disturbo psicosomatico è legata a un evento particolarmente stressante che non fa altro che attivare il sistema nervoso autonomo che mette in atto una risposta simile a quella che potrebbe attivare in un momento di difficoltà e paura, ecco quindi, che ci si può ritrovare a fare i conti con la tachicardia o l’iperventilazione.

In seguito ad alcuni studi clinici messi a punto negli anni Sessanta nell’Università di Washington è stato stilato il Social Readjustement Rating Scale, una raccolta di oltre quaranta eventi o situazioni che si è visto, solitamente, preludono allo sviluppo di malattie psicosomatiche: la morte del coniuge, la separazione, un lutto, le vacanze, il Natale, il cambiamento di residenza… Gli item menzionati non sono motivo di disturbi psicosomatici per tutti, ma possono diventarlo in base a una serie di altri criteri più intimi della persona, come possono essere l’esposizione precedente ad altri eventi stressanti che hanno determinato una certa labilità emotiva che sfocia nella somatizzazione. Eventi positivi che, però, seguono eventi meno positivi fanno saltare le nostre capacità adattogene.

Somatizzazione quotidiana degli eventi

La somatizzazione degli eventi non è processo comune a tutti gli individui. A volte ci sono persone davvero provate dalla vita capaci di far fronte all’ennesimo assalto con l’adattamento e l’attuazione di meccanismi difensivi che gli permettono di superare il nuovo ostacolo senza la somatizzazione, ma magari attraverso l’umorismo o la sublimazione ovvero la ricerca della forza d’animo nelle proprie passioni come possono esserlo la musica, il ballo, la recitazione, la pittura o la scrittura. L’individuazione della presenza di un disturbo somatico è tutt’altro che semplice e anche la diagnosi è un percorso in salita. Immunizzarsi allo stress non è possibile, ma ci sono elementi che possono contribuire alla nostra resilienza ovvero alla capacità di adattarci e proteggerci.

Lo stress è uno degli elementi più importanti nella genesi del disturbo psicosomatico. L’agire quotidiano richiede al nostro organismo di sapersi adattare a continui e improvvisi mutamenti della realtà che ci circonda. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, assicurando piccoli momenti di piacevolezza o prefigurandosi come occasioni favorevoli alla crescita personale. Talvolta, tuttavia, le sollecitazioni ambientali possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni, eccessiva emotività e condizione di stress. Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane, condizioni presenti della vita quotidiana, o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti.

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Disturbo da emozioni: insidia di tutti i giorni

‘Contrariamente a quanto suggerito dal senso comune, che identifica semplicemente le emozioni come un vissuto soggettivo di piacevole o spiacevole, le emozioni presentano una consistenza anche biologica. Le emozioni nascono, infatti, all’interno del nostro sistema nervoso centrale e determinano importanti mutamenti a livello periferico e nei principali sistemi del nostro organismo. Un esempio lo abbiamo quando proviamo ansia o paura. In questi casi possiamo avvertire diversi cambiamenti quali, per esempio: aumento del battito cardiaco, nausea, aumento della sudorazione, tremori, mal di testa, dolore al petto, nodo allo stomaco e respirazione accelerata’, spiegano all’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale.

‘Le emozioni sono il ponte che collega la nostra mente a tali reazioni fisiche e sono un esempio dello stretto legame che intercorre tra mente e corpo. In virtù di questo legame una malattia organica può portare con sé alterazioni a livello psichico o di funzionamento cognitivo e, viceversa, un disturbo o una sofferenza di tipo psicologico può portare ad alterazioni del normale funzionamento dell’organismo. Per queste ragioni si è ormai diffuso un modello di malattia che viene definito bio-psico-sociale. Questo modello suggerisce che per curare la malattia e promuovere la salute non si può prescindere da un’attenta considerazione del dominio biologico, psicologico e sociale. Le emozioni, quindi, hanno in tutto ciò un ruolo molto importante in quanto strumenti che ci permettono di rispondere alle richieste adattive poste dal nostro ambiente’, è la tesi della scuola di specializzazione e formazione professionale.

Se soffrite di uno dei disturbi psicosomatici sopra elencati, chiedere aiuto ad uno psicologo può essere una buona idea, ma non in prima battuta. Certamente imparare a gestire stress ed emozioni può aiutarvi a trovare un po’ di sollievo. Anche la passiflora e la valeriana possono essere di grande aiuto. Tuttavia occorre prima stabilire quanto delle manifestazioni del disturbo siano imputabili all’intervento di fattori psicologici e sociali. Quindi, se soffri di queste malattie è ad un medico specialista che devi affidarti prima di tutto. Solo a posteriori, se quest’ultimo riscontrerà che i sintomi e la loro comparsa sono verosimilmente influenzati da una particolare vulnerabilità allo stress, da una particolare suscettibilità o reattività emozionale, o da uno stile di vita non salutare, converrà rivolgersi ad uno psicologo. Le cure naturali psicoterapeutiche e psicofarmacologiche possono essere d’aiuto, ma solo se supportate da un’adeguata terapia.

Riconquista il tuo tempo con una guida

Quante volte ci siamo detti che vorremmo avere più tempo per noi stessi, le nostre passioni, le nostre ambizioni? E quante volte abbiamo accantonato i nostri sogni perché “non abbiamo tempo” per inseguirli? Con la sua chiarezza ed efficacia, “Riconquista il tuo tempo” di Andrea Giuliodori – ingegnere, ex-manager e autore del seguitissimo EfficaceMente.com – ci accompagna lungo una giornata immaginaria, e ci svela, ora dopo ora, strategie pratiche e concrete per riconquistare il nostro tempo.

Scritto con uno stile diretto e dissacrante, “Riconquista il tuo tempo” ci insegna a riappropriarci del nostro bene più prezioso e a fare spazio ai nostri veri sogni. Se anche tu in questo momento ti senti in trappola, se senti che il tuo tempo ti sta sfuggendo di mano o se senti di non averne mai abbastanza per fare quel che desideri davvero, in questo libro scoprirai una nuova filosofia per guardare alle tue giornate e consigli di immediata applicazione per tornare a investire saggiamente e, soprattutto, felicemente il tempo della tua vita.

Andrea Giuliodori ci ha abituati a contenuti di qualità, e anche in questo suo primo libro non ha deluso le aspettative. Come sempre scorrevole, con un filo di ironia, ti prende per mano e ti guida in un percorso chiaro e coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono stratagemmi miracolosi, tecniche elaborate o bacchette magiche per avere giornate di quarantotto ore. Al contrario il libro si concentra su quello che possiamo effettivamente fare per evitare di sprecare il tempo a nostra disposizione e per restare focalizzati nelle cose veramente importanti della nostra vita.

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Hikikomori, dal Giappone con furore

引きこもり o 引き籠もり per voi può non significare nulla e ben lo comprendo. Lo ammetto anche a me hanno dovuto tradurlo. Ma perché sono arrivato a farmi tradurre questa parola? Avevo mangiato pesante a cena? No. Si pronuncia hikikomori ed è il nome di una rovinosa tendenza sociale che porta a “murarsi vivi” in casa e miete adepti e vittime. Nasce in Giappone e si estende a tutto il mondo. Hikikomori significa “isolarsi”, “restare in disparte”.

Così, in giapponese viene indicato chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Scelte causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, oltre che dalla grande pressione che la società giapponese e più in generale capitalistica esercita sin dall’adolescenza verso autorealizzazione e successo personale.

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

Ecco perché non sono eremiti. Non vanno via, lontano. Si murano vivi in casa. Il termine hikikomori trova ufficialità anche nelle linee guida del governo che cerca di arginare e contrastare il crescente fenomeno di chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione e si isolano per lunghi periodi, andando in contro a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie persecutorie.

Lo stile di vita di questi ragazzi è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia invertito, con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga (la figura dello hikikomori è spesso utilizzata negli anime e nei manga, e per certi versi può essere vista come uno stereotipo dei cartoni animati giapponesi) e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet.

Cosa succede a un hikikomori

La persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della chat e dei videogiochi online può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo. Però, va precisato che solo il dieci per cento degli hikikomori va in internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.

La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi, come la perdita delle competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno. Gli hikikomori lasciano di rado la loro stanza. Lì dentro si lavano anche, chiedono che il cibo venga lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria camera. Alcuni reclusi meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in appositi luoghi in cui trovare colazioni da asporto e pasti precotti e preconfezionati.

Il ritiro dalla società è gradualmente. I ragazzi non riescono a immaginarsi adulti o hanno l’impressione di crescere. Sono infelici, perdono le amicizie, la sicurezza e la fiducia in loro stessi, con un aumento dell’aggressività e della violenza verso i genitori, che supera il cinquanta per cento dei casi. Sovente, non è possibile attribuire l’insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani perdono l’energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d’età.

Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola. La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso e si ritiene che sono coinvolti circa un milione di giapponesi, corrispondente a circa l’uno per cento della popolazione. In genere, gli hikikomori sono maschi primogeniti di ceto sociale medio-alto e di età compresa tra diciannove e trent’anni.

La malattia di hikikomori è in rapida diffusione anche in Italia.

Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Hikikomori è diffuso, in percentuale minore, anche nel mondo occidentale e nel resto dell’Asia. Ad esempio, a Parigi, tra il 2011 e il 2012, sono stati individuati trenta casi di persone di età compresa tra i sedici i trent’anni, tra i quali risultano particolarmente colpiti i soggetti che hanno scarsa vita sociale o coloro che non hanno completato o hanno avuto difficoltà a completare gli studi.

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Dal Giappone arriva anche in Europa

Per questo motivo, a partire 2010, ricercatori francesi collaborano insieme a esperti giapponesi per individuare le cause del fenomeno e chiarire se esso sia prerogativa solamente del Giappone o se sia presente anche in società culturalmente differenti. In Italia si stima che un individuo ogni duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico.

Altre stime parlano invece di un individuo su duecento. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa tre milioni di italiani tra i quindici e i quarant’anni soffriva di questa patologia. Bisogna fare attenzione a non confondere questo fenomeno con la cultura nerd e geek, o con una semplice dipendenza da internet.

“Si tratta di un brutto male che affligge tutte le economie sviluppate – chiarisce Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, associazione nazionale di informazione e supporto –. Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila. C’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di escludersi”. Un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un esercito che è destinato ad aumentare con l’aumentare della povertà e il diminuire delle opportunità lavorative e, di conseguenza, sociali. Anche il bullismo può indurre all’hikikomori.

In America Latina si tratta di un fenomeno nuovo, con più di cinquanta casi accertati in Argentina, dove è stato individuato il caso di un uomo che per vent’anni si era rifiutato di abbandonare la propria abitazione, nella città di Viedma. In Asia il fenomeno è diffuso soprattutto in Bangladesh, India, Iran, Taiwan, Thailandia, Cina e Corea del Sud. Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali ammontava a oltre diciottomila, il triplo rispetto a una precedente stima del 2005. Durante la stessa indagine sono stati presi in carico e studiati più di centonovanta soggetti, dei quali alcuni in isolamento totale da almeno sei anni. In Corea si parla di oltre trecentomila persone.

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Lo hikikomori potrebbe essere una resistenza alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale presente nei ragazzi giapponesi già nella scuola media, dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. Il sistema educativo giapponese, influenzato dai valori tradizionali confuciani, riveste perciò un ruolo importante nella produttività del Paese e nelle possibilità di affermazione nel mondo del lavoro dei giovani.

Il percorso di vita degli adolescenti giapponesi deve essere preciso e lineare e non esistono altri modi per soddisfare le aspettative pre-imposte dalla società e, soprattutto, non soddisfarle significa fallire totalmente. L’eccessiva pressione competitiva nel sistema scolastico per ambire ai migliori posti di lavoro, rimasta immutata all’interno di una società che, però, dopo la crisi degli anni novanta, ha perso la maggior parte della sua forza economica, viene ritenuto uno sforzo inutile da molti adolescenti giapponesi. Però, in una società che continua ad avere da decenni sempre la stessa massima: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. Questa mentalità, porta i genitori a chiedere aiuto in ritardo. A volte, un po’ troppo tardi.