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Oro colloidale per studiare tumori e contro l’artrite

L’oro colloidale è una sospensione solale o colloidale di nanoparticelle d’oro in un fluido, solitamente acqua. Il colloide è solitamente di colore rosso intenso, per particelle sferiche inferiori a 100 nm, o blu, per particelle sferiche più grandi o nanorods. Grazie alle loro proprietà ottiche, elettroniche e di riconoscimento molecolare, le nanoparticelle d’oro sono oggetto di ricerche sostanziali, con molte applicazioni potenziali o promesse in una vasta gamma di settori, tra cui la microscopia elettronica, l’elettronica, la nanotecnologia, le scienze dei materiali e la biomedicina. Le proprietà delle nanoparticelle d’oro colloidale, e quindi le loro potenziali applicazioni, dipendono fortemente dalla loro dimensione e forma.

Le particelle a forma di bastoncello hanno un picco di assorbimento sia trasversale che longitudinale e l’ anisotropia della forma influisce sul loro auto-assemblaggio. Utilizzato fin dall’antichità come metodo di colorazione dell’oro colloidale in vetro è stato utilizzato nella quarta tazza di Lycurgus, che cambia colore a seconda della posizione della fonte di luce. Durante il Medioevo, l’oro solubile, una soluzione contenente sale d’oro, era famosa per le sue proprietà curative su varie malattie. Nel 1618, Francis Anthony, filosofo e medico, pubblicò un libro intitolato ‘Panacea Aurea, sive tractatus duo de ipsius Auro Potabili’ Cioè: ‘Pozione d’oro, due trattamenti di oro potabile’. Il libro introduce informazioni sulla formazione dell’oro colloidale e sui suoi usi medici.

Circa mezzo secolo dopo, il botanico inglese Nicholas Culpepper pubblicò un libro nel 1656, Trattato di Aurum Potabile, discutendo esclusivamente degli usi medici dell’oro colloidale. Nel 1676, Johann Kunckel, un chimico tedesco, pubblicò un libro sulla produzione di vetri colorati. Nel suo libro Valuable Observations Auro e Argento Potabile, Kunckel ipotizzò che il colore rosa di Aurum Potabile provenisse da piccole particelle di oro metallico, non visibili agli occhi umani. Nel 1842, John Herschel inventò un processo fotografico chiamato chrysotype che utilizzava l’oro colloidale per registrare immagini su carta. La moderna valutazione scientifica dell’oro colloidale non ebbe inizio fino al lavoro di Michael Faraday negli anni Cinquanta dell’Ottocento.

Nel 1856, in un laboratorio sotterraneo della Royal Institution, Faraday creò accidentalmente una soluzione rosso rubino, mentre montava pezzi di foglia d’oro su vetrini da microscopio. Poiché era già interessato alle proprietà della luce e della materia, Faraday approfondì ulteriormente le proprietà ottiche dell’oro colloidale. Preparò, nel 1857, il primo campione puro di oro colloidale, che chiamò oro attivato. Utilizzò il fosforo per ridurre una soluzione di cloruro d’oro. L’oro colloidale Faraday fatto 150 anni fa è ancora otticamente attivo. Per lungo tempo, la composizione dell’oro rubino non era chiara. Diversi chimici sospettarono che fosse un composto di stagno d’oro. Faraday riconobbe che il colore era dovuto alla dimensione delle particelle d’oro.

Nel 1898, Richard Adolf Zsigmondy preparò il primo oro colloidale in soluzione diluita. Oltre a Zsigmondy, Theodor Svedberg, che ha inventato l’ultracentrifugazione, e Gustav Mie, che ha fornito la teoria per la dispersione e l’assorbimento di particelle sferiche, erano interessati anche alla sintesi e alle proprietà dell’oro colloidale. Con i progressi delle varie tecnologie analitiche nel Ventesimo secolo, gli studi sulle nanoparticelle d’oro hanno accelerato. I metodi di microscopia avanzata, come la microscopia a forza atomica e la microscopia elettronica, hanno contribuito maggiormente alla ricerca sulle nanoparticelle. Grazie alla loro sintesi facile e alla loro elevata stabilità, varie particelle d’oro sono state studiate per usi pratici.

L’oro colloidale e la medicina elettronica

Infatti, diversi tipi di nanoparticelle d’oro sono già utilizzati in molti settori, come la medicina e l’elettronica. Ad esempio, diverse nanoparticelle approvate dalla Fda sono attualmente utilizzate nella somministrazione di farmaci, a differenza di quelle dell’argento colloidale. L’oro colloidale è stato usato dagli artisti per secoli a causa delle interazioni della nanoparticella con la luce visibile. Le nanoparticelle d’oro assorbono e diffondono la luce, producendo colori che vanno dai rossi vibranti al blu al nero e al chiaro e incolore, a seconda della dimensione delle particelle, della forma, dell’indice di rifrazione locale e dello stato di aggregazione. Questi colori si verificano a causa di un fenomeno chiamato Localized Surface Plasmon Resonance, in cui gli elettroni di conduzione sulla superficie della nanoparticella oscillano in risonanza con la luce incidente.

L’oro colloidale e vari derivati sono stati a lungo tra le etichette più utilizzate per gli antigeni nella microscopia elettronica a microscopia elettronica. Le particelle d’oro colloidale possono essere attaccate a molte sonde biologiche tradizionali come anticorpi, lectine, superantigeni, glicani, acidi nucleici e recettori. Particelle di dimensioni diverse sono facilmente distinguibili in micrografie elettroniche, consentendo esperimenti simultanei di etichettatura multipla. Oltre alle sonde biologiche, le nanoparticelle d’oro possono essere trasferite su vari substrati minerali, come mica, silicio monocristallino e oro atomicamente piatto, da osservare sotto microscopia a forza atomica.

Le nanoparticelle d’oro possono essere utilizzate per ottimizzare la biodistribuzione dei farmaci su organi, tessuti o cellule malati, al fine di migliorare e indirizzare la somministrazione del farmaco. La somministrazione di farmaci mediata dalle nanoparticelle è fattibile solo se la distribuzione del farmaco stesso risulta inadeguata. Questi casi includono il targeting di sostanze instabili per il rilascio nei siti difficili come cervello, retina, tumori, organi intracellulari e farmaci con gravi effetti collaterali. Le prestazioni delle nanoparticelle dipendono dalle dimensioni e dalle funzionalità superficiali delle particelle. Inoltre, il rilascio del farmaco e la disintegrazione delle particelle possono variare a seconda del sistema.

Nella ricerca sul cancro, l’oro colloidale può essere utilizzato per colpire i tumori e fornire il rilevamento mediante spettroscopia Raman con superficie migliorata in vivo. Queste nanoparticelle d’oro sono circondate da reporter Raman, che forniscono un’emissione luminosa che è oltre duecento volte più luminosa dei punti quantici. È stato trovato che i reporter di Raman erano stabilizzati quando le nanoparticelle erano incapsulate con un rivestimento di polietilenglicole modificato con tiolo. Ciò consente la compatibilità e la circolazione in vivo. Per attaccare specificamente le cellule tumorali, le particelle di oro polietilenegilato sono coniugate con un anticorpo, contro, ad esempio, il recettore del fattore di crescita epidermico, che a volte è sovraespresso nelle cellule di alcuni tipi di cancro.

Le nanoparticelle d’oro si accumulano nei tumori, a causa della dispersione della vascolarizzazione del tumore, e possono essere utilizzate come agenti di contrasto per migliorare l’imaging in un sistema di tomografia ottica risolta nel tempo utilizzando laser a impulsi corti per il rilevamento del cancro della pelle nel modello di topo. Si è scoperto che le nanoparticelle sferiche d’oro somministrate per via endovenosa hanno ampliato il profilo temporale dei segnali ottici riflessi e migliorato il contrasto tra tessuto normale circostante e tumori. Ma non solo. Le nanoparticelle d’oro hanno mostrato un potenziale come veicoli per la consegna intracellulare di oligonucleotidi con il massimo impatto terapeutico. Ti starai chiedendo: è questo l’unico uso medico che si può fare con l’oro colloidale?

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Nanoparticelle di oro si attaccano ai batteri

Nel 2005 è stato dimostrato che batteri ricoperti di nanoparticelle di oro possono essere usati per collegamenti elettrici. Bacillus cereus fu depositato su un wafer di silicio e biossido di silicio stampato con elettrodi di oro. Il congegno fu ricoperto di poli-L-lisina. La superficie del batterio ha una carica negativa. Le nanoparticelle d’oro ricoperte di poli-L-lisina, dopo lavaggio con acido nitrico, diventano cariche positivamente e quindi vanno ad attaccarsi esclusivamente sui batteri. I batteri, ovviamente, sopravvivono a questo trattamento. Quando nel campione cresce l’umidità, i batteri assorbono acqua e si può seguire il rigonfiamento della loro membrana misurando la corrente elettrica che passa attraverso loro.

Inoltre, l’oro colloidale è stato usato con successo nella terapia dell’artrite reumatoide. In uno studio correlato, condotto su cani, si è trovato che l’impianto di granuli d’oro vicino all’articolazione artritica dell’anca riduce il dolore. In un esperimento in vitro si è visto che la combinazione di irradiazione a microonde e oro colloidale può distruggere le fibre e le placche beta-amiloidi associate alla malattia di Alzheimer. Molte altre simili applicazioni con radiazioni luminose sono attualmente in fase di studio. Nanoparticelle d’oro sono allo studio anche come trasportatori di farmaci come il taxolo. La somministrazione di farmaci idrofobici richiede incapsulazione, e si è trovato che particelle di dimensioni nanometriche sono particolarmente efficienti nello sfuggire al sistema reticoloendoteliale.

Si usa anche per contrastare ansia, paura e dipendenze. Agisce in modo favorevole sul sistema nervoso migliorando il focus mentale, la creatività e l’aumento della concentrazione. Un’altra importante caratteristica è il miglioramento del coordinamento motorio e la riduzione di dolori causati, appunto da artrite e artrosi. Agisce in qualità di regolatore ormonale, energizzante e antinfiammatorio. Riesce a lenire i dolori che si manifestano a livello articolare e viene perciò indicato dai produttori come un valido analgesico contro artriti, artrosi e reumatismi. La sua azione antiflogistica può essere sfruttata anche per effettuare risciacqui alla bocca e per purificare le vie nasali. Questo prodotto viene consigliato anche per chi pratica sport, per chi studia e per chi lavora poiché è capace di migliorare l’efficienza motoria, la coordinazione dei movimenti, l’attenzione, la concentrazione e la memoria. Può essere considerato inoltre come una sorta di ricostituente universale in quanto aiuta a rimettersi in forze e a riconquistare la carica energetica perduta.

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Noi tossici di Stazione Termini

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammeto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

Dipendenza: riconoscerla e curarla

Una dipendenza è causa dell’alterazione del comportamento. Dalla fase della comune abitudine si passa a quella esagerata e smisurata del piacere attraverso mezzi, sostanze, oppure comportamenti che sfociano in una condizione patologica cronica. E tenete bene in mente le ultime tre parole che avete letto. Più dipende, più il soggetto ammalato tende a perdere il controllo di un’abitudine. Quindi, si è dipendenti quando si fa un uso compulsivo di una sostanza a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative.

Ci si ammala quando si perde il controllo volontario del comportamento. Le tecnologie odierne delle neuroscienze stanno portando alla luce alcuni meccanismi cerebrali correlati alle dipendenze. Oltre ad anni di risultati sperimentali sui modelli animali, ora ci sono gli studi per visualizzazione in vivo delle funzioni del cervello umano, grazie alla pet e alla risonanza magnetica funzionale. Questi strumenti di indagine rilevano alterazioni funzionali e strutturali, per questo si parla di patologia cronica, del sistema nervoso centrale di persone dipendenti.

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Questo conduce alla condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo. Giusto, ma non sempre. Per fortuna, infatti, capita che molte persone affette da dipendenza superino questa malattia senza ricorrere a cure. Inoltre, va tenuto conto che l’azione stessa delle sostanze psicoattive e la loro capacità di indurre dipendenza sono modulate da numerosi fattori di tipo psicologico e sociale. E se la persona non ha una sola dipendenza? Si trova certamente in una situazione peggiore, che si chiama polidipendenza.

DIPENDENZA DA GIOCO

Brutta bestia il gioco d’azzardo, che ogni anno rovina migliaia di famiglie.

Ci sono due tipi diversi di dipendenze e hanno effetti differenti: c’è la dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e la dipendenza psichica, che modifica lo stato psichico e comportamentale. Quella fisica è una dipendenza prodotta essenzialmente da condizionamenti neurobiologici ed è superabile con relativa facilità. La dipendenza psichica richiede interventi terapeutici lenti e ad ampio raggio. Spesso vanno coinvolti anche i familiari della persona dipendente.

Esiste una forma grave che comporta sia la dipendenza fisica sia quella psichica compulsiva. Un esempio è dato dal bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende. Si cerca l’effetto e si vuole evitare l’astinenza. La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga o la sostanza in dosi sempre maggiori, a causa dell’assuefazione che porta ad un innalzamento della soglia di tolleranza.

In pratica, il processo dell’assuefazione è uno dei più semplici. Per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina e, in secondo luogo, a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante. Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente dal cibo, come nel caso della bulimia, della dipendenza da zuccheri, del disturbo da alimentazione incontrollata. Oppure si può essere dipendenti da sostanze stupefacenti, in cui rientra l’alcolismo, il caffeinismo e il tabagismo.

Esiste la dipendenza da sesso, come nel caso di dipendenza sessuale, pornografia, masturbazione compulsiva. Ed esistono le dipendenze da lavoro (work-a-holic), da gioco (gioco d’azzardo patologico), da shopping (shopping compulsivo), televisione, internet (internet dipendenza), videogame, lo sport. La dipendenza non si presenta solo con un eccesso di dopamina, ma anche con un loro deficit.

Ad esempio, ripetere sempre le stesse cose e la mania di ordine e pulizia si manifestano come una dipendenza. Sono sintomi di una carenza di serotonina. Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer, o attività quotidiane. Si chiama “dipendenza psicologica” e provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa. Una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

Le aree del cervello coinvolte nella dipedenza

La tossicodipendenza, in Italia, è in continuo aumento.

Uno studio del 2007 ha mostrato per la prima volta le aree del cervello coinvolte nel processo decisionale. I neuroni della corteccia orbitofrontale e della cingolata anteriore sono le aree del cervello attivate per prendere qualsiasi decisione, sia cruciali come la scelta del tipo di scuola o di lavoro, sia banali come mangiare o bere qualcosa.

Rispettivamente, l’attività neuronale viene modulata nella orbifrontale in proporzione alla gravità della decisione da assumere, serve cioè ad identificare l’alternativa migliore, e nella cingolata in base alla rispondenza alle aspettative di partenza, come seguire l’alternativa che si è valutata migliore.

La cingolata anteriore è oggetto degli stimoli più forti per il confronto fra “pay-off” atteso, probabilità di successo e costo in termini di tempo e sforzo richiesti. A riprova, chi presenta danni in queste aree tende a comportamenti autolesionistici, con la stessa dinamica delle dipendenze, vale a dire a scegliere l’alternativa peggiore (in modo consapevole e non) e meno soddisfacente per sé.

Pare che il problema sia dovuto al non adeguamento dell’attività neuronale in base all’importanza della decisione da assumere: impulsività su scelte cruciali e per contro tempi lunghi per decisioni del quotidiano. Oggi, per curare le dipendenze si predilige un approccio multidisciplinare, che prevede un intervento mirato in ambito biologico e psicologico.

In ambito biologico, lo scopo è il raggiungimento dell’astinenza, utilizzato soprattutto nelle dipendenze da sostanze come alcol e droghe. Possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche. In ambito psicologico, di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, invece ci si prefigge l’obiettivo di spingere il soggetto a superare l’ossessiva percezione del bisogno della sostanza o comportamento da cui è dipendente.

Esistono molte associazioni che utilizzano il programma di recupero del gruppo di “auto-aiuto” come terapia contro svariate forme di dipendenze. Quali? Alcolismo, tossicodipendenza da droghe “leggere” (hashish e marijuana) e “pesanti” (cocaina, eroina, metanfetamina e altre), bulimia e altri disturbi alimentari, relazionali (codipendenza e dipendenza affettiva), comportamentali (gioco d’azzardo compulsivo). E ancora: dipendenza dal lavoro, da shopping compulsivo, sessuale (masturbazione compulsiva, pornodipendenza o cyber-sex addiction), da tecnologiche (internet dipendenza).