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Managing reputation in the banking industry di Dell’Atti e Trotta

Il tema della crisi reputazionale nel settore bancario ha ricevuto crescente attenzione da parte di accademici e professionisti. “Managing Reputation in The Banking Industry: Theory and Practice“, scritto da Stefano dell’Atti e Annarita Trotta, presenta contributi di esperti che coprono tre aspetti principali: in primo luogo, una revisione approfondita della letteratura sul rischio reputazionale nel settore bancario mirata a identificare le relazioni tra cause, effetti, parti interessate e chiave variabili qualitativo-quantitative coinvolte durante la crisi reputazionale di una banca.

In secondo luogo, escogitare un quadro concettuale per la gestione della crisi reputazionale nel settore bancario, e infine, testare questo quadro con i risultati di un’analisi empirica svolta osservando le variabili chiave di alcuni casi noti della crisi reputazionale relativa alle banche internazionali e al caso proponente studi riguardanti il processo dinamico della gestione della reputazione.

In particolare, la professoressa Annarita Trotta spiega l’importanza della reputazione per la sopravvivenza delle banche. In un capitolo “Reputation, Reputational Risk and Reputational Crisis in the Banking Industry: State of the Art and Concepts for Improvements”, discute le pietre miliari all’avanguardia per quanto riguarda la reputazione, il rischio di reputazione e la crisi reputazionale nel settore bancario.

I concetti principali relativi alla reputazione e al danno reputazionale delle banche sono esplorati in profondità, concentrandosi sulla gestione del rischio reputazionale e sugli approcci normativi per il rischio di reputazione. Sulla base di queste indagini, viene proposto un modello originale per l’analisi della reputazione delle banche e delle crisi reputazionali, arricchito da diverse variabili di allarme reputazionale.

Successivamente alla pubblicazione, edita da Springer e redatta esclusivamente in lingua inglese, si chiarisce finalmente un concetto importante nel campo dell’economia bancaria internazionale: “I metodi quantitativi, tuttavia, utilizzano generalmente approccio contabile (reputazione legata al valore equo delle immobilizzazioni), contabilità di mercato (brand equity) e approccio al capitale intellettuale (Trotta & Cavallaro, 2012)”. In quest’opera, Trotta e Dell’Atti generano più di quaranta indicatori provenienti da fonti diverse su come misurare il capitale della reputazione aziendale. Dal punto di vista contabile, scoprono che i depositi differenziali, il prezzo di mercato della banca, la leva finanziaria, il valore a rischio e il costo del finanziamento possono essere utilizzati come buoni proxy per valutare la reputazione bancaria…

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Il rischio di reputazione, spesso chiamato rischio di reputazione, è un rischio di perdita derivante da danni alla reputazione di un’azienda, a mancati guadagni; aumento dei costi operativi, di capitale o di regolamentazione, o distruzione del valore per gli azionisti, conseguente ad un evento avverso o potenzialmente criminale, anche se la banca non viene giudicata colpevole (Trotta, Iannuzzi e Pacelli, 2016). Gli eventi avversi tipicamente associati al rischio di reputazione comprendono etica, sicurezza, sicurezza, sostenibilità, qualità e innovazione.

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Pedalate accanto alla crisi e parole in libertà

Imbocco in un attimo corso Belgio, un lungo viale alberato senza né arte né parte, i negozi sono chiusi, a parte la gelateria Fiorio, il bar dall’altro lato della strada e la vicina edicola. È domenica, non c’è traffico, quasi nessun rumore, solo la macchina dell’Avis che col megafano invita la cittadinanza a donare il sangue.

Come sempre li trovi in piazza Fontanesi. Ma io non glielo regalo più il mio sangue. Rifiuto categoricamente, ma la rispetto alla lettera, quella loro regola che non permette di accettare sangue da omosessuali. Una regola che non sta né in cielo né in terra. Se gli dichiari di essere in un modo non accettano il tuo sangue, se non glielo dichiari lo accettano.

Un’autocertificazione “Iso” sulla parola. Ma va… Dicono che gli omosessuali hanno una vita sessuale a rischio, perché attiva. Il problema è che in vita mia ho conosciuto troppi eterosessuali, soprattutto gli sportivi, che hanno una vita sessuale molto più attiva e a rischio di chi preferisce andare a letto con lo stesso sesso.

Seguo gli insegnamenti familiari: non discutere con cretini, altrimenti chi ti vede potrebbe non capire la differenza. Affondo sui pedali della bici e mi lascio alle spalle piazza Fontanesi. In un attimo non ci penso più ai volontari dell’Avis, che sudano nell’attesa di un donatore che non si vede. Attraverso il ponte di lungo Dora Voghera, il fiume scorre nervoso e rumoroso come sempre. Me lo lascio alle spalle.

Mi sento disobbediente. Più del solito. Vorrei liberarmi di quasi tutto. Soprattutto da una crisi che non ho causato io e che comunque mi colpisce. Me, la mia famiglia, voi tutti, chi più, chi meno. Non si può neppure scappare, il mondo è in crisi. Dove non ci sono crisi economiche, ci sono guerre ecumeniche, o altri problemi.

Lascio la pista ciclabile. Una disobbedienza concedetemela. Tanto, la crisi mi (ti) cammina sempre a fianco. Giù per via Nievo, costeggio il parco Crescenzio in direzione Cimitero Monumentale, che nell’ambiente degli omosessuali e dei bisessuali di Torino è noto come parco de “i lumini” (dove la notte, a proprio rischio e pericolo, si cerca compagnia).

Apro una parentesi: secondo me, geneticamente parlando, gli omosessuali vengono subito dopo le capre di montagna. Fateci caso, dove sono situati i luoghi in cui si incontrano i gay (solo gli uomini)? I parchi (in città) o i lungo i fiumi (tra periferia e provincia). Mica solo a Torino. A Roma s’incontravano perfino nel giardinetto del Comune, poi soppresso da un sindaco gay. A Mikonos? Su per la montagna o al porto (di notte).

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A Sitges in un bosco dopo la ferrovia, dove puntualmente si perdono. A Torre del Lago in una pineta. Alle Canarie fra le dune. A Torino al parco del Valentino (sul fiume Po), in piazza d’Armi (in mezzo alle caserme), all’interporto (in mezzo ai camionisti) e i lumini (di fianco ai morti). Avete ancora dubbi sul perché qualcuno dice che i gay sono diversi?

Arrivo al cimitero, è davanti a me con i suoi cancelli aperti, giro a destra, e percorro via Varano, una delle strade più grigie, tristi e angoscianti della città. Altro che Falchera e Le Vallette. Da un lato costeggia l’enorme cimitero dei misteri, dove si dice che le anime dovrebbero riposare in santa pace, mentre è più che certo che i satanisti lo usassero per i loro riti durante i week-end, proprio mentre a poche centinaia di metri migliaia di persone si divertivano ad organizzare rave party. A proposito del cimitero dei misteri, c’è ancora chi, come Rita Pavone, si chiede che fine abbiano fatto le salme dei propri familiari…

Dall’altro lato di via Varano c’è il nulla, fatto salvo un campetto da calcio quasi sempre vuoto. Per il resto, terreni non utilizzati in attesa di una destinazione. Sicuramente ci costruiranno qualcosa, ma cosa non è dato saperlo. Non palazzi. La vista cimitero non riscuoterebbe successo, neppure nella città più esoterica del mondo. Pedalo. Fa caldo, ma alla mia destra già costeggio il polmone verde nel quale voglio addentrarmi.

C’è odore di carne di maiale che cuoce e si affumica sul barbecue e insieme ad essa anche la carne del giovanotto probabilmente dell’est Europa che se ne prende cura sotto il sole. Biondo, giovanissimo, muscoloso, come i muratori, dalla cinta in su, sicuramente bello. S’impegna. Eccome se s’impegna. Deve grigliare per un po’ di gente. Comitiva mista e molto allegra, dai 20 ai 50 anni, un po’ come le ormai praticamente inesistenti comitive di calabresi 40 anni fa.

Torino, un caldo e molto soleggiato primo pomeriggio d’inizio estate, 39 gradi centigradi, parco Colletta, un meraviglioso corridoio alberato che corre lungo il Po (ex piana alluvionale) e che dopo averti fatto incontrare il fiume Dora incrocerà anche lo Stura. La mountain bike affonda le ruote nello sterrato.

Sembra lanciarmi una sfida, visto che la scorsa estate è rimasta chiusa in cantina a causa di una brutta infiammazione alla cuffia dei rotatori della mia spalla sinistra (curata con una corretta alimentazione, pomata di arnica e ghiaccio, altro che le infiltrazioni di cortisone che voleva farmi l’ortopedico). La strada va, pianeggiante per chilometri. La Pianura Padana è  così.

Il Po è tranquillo. Maestoso. Infido. Inquinato. Silenzioso. Giovani, ragazzi e ragazze, la crisi li ha allontanati dalle piscine a pagamento, sì anche da quelle comunali che non sono ad accesso gratuito nonostante le tasse tolgano la pelle di dosso al ceto medio e strozzino i tanti poveri. La crisi li ha riportati qui.

Al parco Colletta, un polmone verde che racconta milioni di storie. Anche storie d’amore. Nei prati verdi e non più invasi dalle pecore dei pastori di Pino Torinese e Valle Ceppi, incontri ancora giovani. C’è chi gioca a pallone, chi con il mitico freesbe, chi si fuma una canna. E non sono solo ragazzi dell’Est, o dell’America Latina. I cosiddetti nuovi torinesi (che poi di nuovo hanno davvero poco…). Sono tornati gli italiani. Tanti. Tantissimi.

Come succedeva al parco del Valentino sul finire degli anni Novanta. Solo che lì il fumo non fuoriusciva dai barbecue e soprattutto aveva un altro odore… Era un odore dalla tendenza sociale post-sessantottina. Comitive, famiglie, bambini, nonni, genitori, cani… Tutti nel verde, e ce n’è a volontà.

Anche per quelle coppiette che vogliono ritagliarsi attimi di privacy. Tipo due cuori e una capanna, per intenderci. La crisi ha tolto tanto agli italiani, ma a molti ha fatto riscoprire che c’è posto per tutti e che a volte può diventare anche piacevole ritrovarsi “al verde” ma un po’ meno soli di prima.