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Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per i migranti

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

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Migrante non è clandestino, ma non tutti capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.

L’agenda rossa di Paolo Borsellino

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti“. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci e quella di Via D’Amelio

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Crisi da marke(t)ting e storie di volontà

Crisi da marketting e storie di volontà sembrano due concetti che non possono stare insieme. Infatti. Cominciamo dall’inizio. Internet è in grado di risollevare le aziende editoriali, dalla crisi che le sta decimando giorno dopo giorno, una dietro l’altra? La “carta” che futuro ha? Ma soprattutto, ha un futuro? È davvero l’informazione online, fruibile gratuitamente, l’assassino seriale dei giornali cartacei? Se n’è parlato durante un convegno-dibattito (che per me era un corso di aggiornamento professionale) presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino.

Il relatore era Gianni Riotta, un professionista della comunicazione che non ha bisogno di presentazioni, visto che da oltre trent’anni “cade” sempre in piedi. Eviterò di dettagliarvi le due ore e venti minuti di brillante monologo e i successivi quaranta minuti di domande, a volte, anche intelligenti e pertinenti. Voglio semplicemente condividere una (mia) riflessione. Parto dall’inizio. Non è nei corsi di aggiornamento professionale la chiave di Volta per superare le continue crisi che periodicamente si attraversano e cambiano il mondo.

Ero convinto e resto della mia idea sul fatto che il web e i siti internet non uccideranno i giornali cartacei, molti dei quali si stanno suicidando a colpi di scelte sbagliate. Altresì, ero convinto e lo sono ancor di più che internet non rappresenti lo strumento idoneo con cui provare a salvare le aziende editoriali dalla crisi dovuta al mancato rinnovamento e causata da quei (molti) direttori e amministratori che hanno trasformato le redazioni giornalistiche in veri e propri marchettifici a cielo aperto.

Il tutto pur di trattenere pochi (quindi sempre più importanti) inserzionisti pubblicitari. Marke(t)ting sovrano. Non si punta più sull’edicola, ci si lamenta spesso di essa e degli edicolanti, si arriva a definirli lobbisti, come se la maggior parte degli editori non lo fosse, ma non si fa nulla per portare la gente in edicola, non si fa nulla per ricreare un motivo d’appuntamento mattutino, o settimanale, o anche mensile. Da anni, quasi tutte le case editrici ricorrono agli ammortizzatori sociali come contratti di solidarietà o cassa integrazione, oppure direttamente ai licenziamenti.

Risultato: organici redazionali ridotti all’osso, procedure completamente sfasate, qualità andata a farsi benedire… E vi stupisce la moria di giornali degli ultimi anni? I siti internet, i forum, i blog, i social network sono realtà gratuite fondamentali, che bisogna saper sfruttare e in cui bisogna essere presenti, tenendo conto del fatto che l’informazione online è una cosa, quella cartacea è completamente un’altra cosa. La maggior parte dei “like” sulla vostra pagina Facebook, probabilmente, non vi comprerà. A meno che…

A meno che non ci si accorga che la vera battaglia i giornali iniziano a combatterla in edicola, puntando tutto sulla qualità, sulle inchieste libere, scottanti. Fatte da professionisti che le sanno fare. Bisogna coinvolgere le persone, bisogna stringere le mani ai lettori, bisogna darsi un volto, possibilmente non ambiguo. Bisogna tornare a fare i cani da guardia, riconquistando con i fatti la fiducia del lettorato che c’è e che intelligentemente ha deciso di non farsi contaminare. Bisogna raccontare la gente e i loro problemi, le loro storie. Penso che le nuove generazioni, quelle cresciute nel ventennio che ha preso avvio nel 1994, con l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi e della sua “cricca” di amici imprenditori, abbia perso i confini della cultura addentrandosi nella selva dell’ignoranza e della pigrizia mentale.

L’insegna della pizzeria di Eugenia Biamonde, che da Cosenza ha conquistato New York con le sue pizze e con la sua volontà.

Quando qualcuno mi chiede un esempio di azienda che vive senza i social network, tra le tante che mi vengono in mente cito sempre l’esempio di Eugenia Biamonde. Ha vent’anni quando, nel lontano 1962, decide di lasciare la “sua” Cosenza e raggiungere il padre a New York con il marito e una bambina di tre anni.

Sono gli anni in cui la città è in mano alla mafia italo-americana e dove non è bello crescere i figli. Per questo, dieci anni dopo, nel 1972, decide di fare ritorno a casa, in Calabria. Trascorrono trent’anni. Nessuna sorpresa. Un giorno, siamo nel 2004, uno dei figli decide di non seguire la carriera forense e di aprire un’attività negli Stati Uniti d’America, la sua vita cambia di nuovo rotta. Eugenia parte. Doveva essere solo una visita, ma la Pizzeria 28 diventa un vero e proprio marchio di fabbrica della qualità italiana: Miami, Houston e Londra, con il business on-line che procede spedito in parallelo.

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Quando il locale è appena aperto e clienti all’orizzonte non se ne vedono, però, Eugenia decide di “prenderlo in mano” per lasciare al figlio la gestione legale e amministrativa dell’attività. La cucina è nelle sue mani, ottime mani. La pizza nasce dalla ricetta del nonno di Eugenia, una tradizione di famiglia. Ma clienti nulla. Non si perde d’animo e, puntualmente, ogni domenica porta davanti alla chiesa dei quadratini di pizza che distribuisce alle persone che escono dalla messa. Offre anche assaggi di torte fatte da lei. Così facendo, sempre più persone iniziano a interessarsi al locale e ad andare a mangiare da lei. Passano dieci anni da quel 2004 ed Eugenia è sempre lì, nel suo negozio al West Village, il figlio organizza le nuove aperture e le pizzerie a New York diventano cinque.