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Il Caffè Basaglia deve riaprire e Torino deve aiutare

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Ne è passata di acqua sotto i ponti da quando il Caffé Basaglia di Torino è stato costretto a sospendere le sue attività: a luglio 2019 c’era stato il crollo di una soletta in un locale attiguo ed è stato dichiarato inagibile l’intero edificio. Da allora nessuna attività ha potuto tenersi nei locali del Caffè Basaglia: nessun incontro, nessun evento culturale, nessuno spettacolo, bar chiuso, ristorante chiuso, nessuna entrata economica, soltanto spese.

Ad oggi sei dipendenti hanno l’indennità di disoccupazione, altri due con borsa lavoro vedono sfumare la prospettiva di un’assunzione vicina: sono in gran parte malati psichiatrici, alcuni vi lavorano da anni, altri sono giunti da poco ma tutti hanno potuto riscoprire il gusto di una vita in cui i rapporti con le persone cosiddette “normali” si basano sul rispetto reciproco e in cui la convivenza è mediata da regole dettate dall’affettività e dall’empatia.

“Visto da vicino nessuno è normale”: la grande scritta che accoglie chi entra al Caffè Basaglia è un invito a non fermarsi alle apparenze, a superare barriere e pregiudizi per vincere la solitudine competitiva causata dalla frammentazione dei legami sociali.

Questo luogo magico di incontro di esperienze solidali è un progetto concreto di lotta contro l’emarginazione che ha saputo mantenere gli impegni offrendo opportunità di lavoro a pazienti psichiatrici e occasioni di incontro per tutti. Nei suoi undici anni di vita il Caffè Basaglia è stato tutto questo e molto altro ancora, nei suoi locali hanno sede tra l’altro il Comitato acqua pubblica Torino, il Controsservatorio Valsusa e Carovane Migranti è di casa.

Ma oggi il Basaglia è chiuso e non si sa quando potrà riaprire, quando potrà riprendere ad essere quel punto di riferimento per i tanti (torinesi e non) che vedono in questo circolo Arci così “diversamente normale” un grande patrimonio di grandi esperienze collettive nella lotta per la difesa dei diritti, un bene comune da difendere ad ogni costo.

Il Caffè Basaglia deve riaprire. Ce la farà? Dipende anche da tutti noi che, come il Caffè Basaglia, non abbiamo sponsor nei palazzi del potere né governi amici. In queste settimane si svolgono molte iniziative in sostegno del Caffè Basaglia, una delle tante e si terrà nella vicina Val di Susa: una cena solidale alla Locanda del Priore gestita dalla cooperativa Amico che aderisce alla campagna SOS Caffé Basaglia condividendone gli obiettivi. Un cibo di qualità per alimentare un progetto di qualità.

Il caffé Basaglia nasce da un’idea originaria, costituitasi intorno ad una servizio pubblico ed istituzionalizzato, ha generato la costituzione di un’associazione composta anche da non addetti ai lavori ed alla successiva contaminazione con altre associazioni che lavoravano nel territorio con i migranti e nel campo dell’informazione diffusa ed indipendente.

Partendo dal lavoro quotidiano nel Centro Diurno del Dipartimento di Salute Mentale dell’Asl di zona ci siamo trovati ad affrontare questo problema: la consuetudine di imparare a cucinare nei gruppi pranzo e i corsi alberghieri in “borsa lavoro” con il lodevole proposito di acquisire autonomia, si scontravano nella realtà con la difficoltà a trasferire queste competenze nella vita quotidiana.

I pazienti che vivono in famiglia difficilmente hanno spazio e voglia di cucinare, mentre chi vive da solo ha problemi troppo grandi per mettersi ai fornelli quando piomba nella solitudine della sua casa. Inoltre la difficoltà a reggere i ritmi lavorativi e la rarità quasi assoluta di lavori protetti produce un cortocircuito di frustrazioni.

Handicap e disabilità, differenze poco conosciute

Handicap e disabilità, questi sconosciuti. Un buona parte della società in cui viviamo, soprattutto per un’educazione ipocrita e finta perbenista che ha ricevuto in famiglia e da frequentazioni abituali di estrazioni pseudo cattoliche, si vergogna di chiamare col loro nome malattie e ammalati. Faccio un esempio per essere più chiaro: di un amico o amica che ha il cancro, non si dice che è malata di cancro, si preferisce dire che “lotta contro il male”. Perché?

In una società in cui davvero molte persone passano il tempo a ricamare le problematiche, piuttosto che scendere in campo e prestare un aiuto concreto, magari con un po’ di volontariato (per questo solo pochi trovano il tempo…), un handicappato non è libero di sentirsi tale e di provare comunque a vivere felicemente la sua vita. Agli occhi di certa gente un handicappato non è un handicappato. Cioè, lo è ma non deve essere chiamato così. Non è un diverso. Cioè, lo è ma non gli va detto. Ma diverso da chi? E soprattutto, diverso su cosa? Su quale piano?

Un diversamente abile non è una persona inabile, è un uomo o una donna perfettamente in grado di svolgere alcune mansioni e alcuni lavori, in base appunto al livello di sostegno che riceve per migliorare il proprio deficit. Per alcuni studiosi, è utile definire distintamente i termini deficit ed handicap in quanto l’uso di portatore di handicap genererebbe delle confusioni tra causa ed effetto, in quanto i due termini esprimono concetti diversi, quindi suggeriscono di usare il termine “deficit” per definire la condizione soggettiva e personale di chi, a causa di un evento traumatico o morboso, abbia subito una menomazione della propria sfera biologica o psichica con conseguente minorazione organica che comporta difficoltà di apprendimento e di relazioni interpersonali.

Mentre il termine handicap esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio temporale. In altre parole un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile, mentre l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Forse è il caso di comprendere meglio il concetto di handicap e disabilità. Capita che in seguito a una menomazione, si sviluppi una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale che ci circonda rispetto a ciò che la stragrande maggioranza delle persone considera la “norma”. Quindi, si è meno autonomi nello svolgere determinate attività quotidiane e spesso ci si trova in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale.

L’handicap e la capacità di intendere e di volere

Ma non si è incapaci di intendere e di volere. Per fortuna e grazie alla ricerca tecnologica e a quella scientifica, oltre che all’impegno di chi partecipa attivamente alla costruzione di una società civile, il mondo della disabilità ha vissuto trasformazioni radicali e profonde a partire dagli anni Settanta del Ventesimo secolo, momento in cui è cominciata una lenta azione di rinnovamento dei servizi e degli interventi a favore dei portatori di disabilità. Una di queste è l’abolizione delle barriere architettoniche. Questo ed altri processi d’inserimento dei portatori di handicap, oggetto delle cosiddette politiche sociali, è andato via via affinandosi, fino a diventare un processo d’integrazione.

Ci sono due termini che è importante tenere bene in mente: inclusione sociale e integrazione sociale. C’è una marcata distinzione e, considerato che affrontiamo l’argomento, è bene comprenderla. L’inclusione sociale è quella situazione in cui, in riferimento a una serie di aspetti che permettono agli individui di vivere secondo i propri valori e secondo le proprie scelte, è possibile migliorare le proprie condizioni e rendere accettabili le differenze tra persone e gruppi sociali.

L’integrazione sociale è, invece, qualcosa di più profondo. È l’inserimento delle diverse identità in un unico contesto all’interno del quale non è presente alcuna discriminazione, all’interno del quale c’è cooperazione sociale e coordinamento tra i ruoli e le istituzioni. A voler essere pignoli, parafrasando la “International classification of impairments disabilities and handicaps” del 1980 stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Ma c’è un ma…

Negli anni Novanta, l’Oms ha commissionato a un gruppo di esperti di riformulare la classificazione precedente, tenendo conto di nuovi concetti. La nuova classificazione, detta “International classification of functioning”, definisce lo stato di salute delle persone piuttosto che le limitazioni, dichiarando che l’individuo “sano” si identifica come “individuo in stato di benessere psicofisico” e ribalta, di fatto la concezione di stato di salute.

Inoltre, introduce una classificazione dei fattori ambientali. Il concetto di disabilità cambia e secondo la nuova classificazione, questa condivisa e approvata da quasi tutte le nazioni afferenti all’Onu, diventa un termine che identifica le difficoltà di funzionamento della persona a livello personale e nella partecipazione sociale. I fattori biomedici e patologici non sono più gli unici presi in considerazione, ma si considera anche l’interazione sociale. Il nuovo approccio è multiprospettico: biologico, personale, sociale. I termini di menomazione, disabilità ed handicap, che attestavano un approccio essenzialmente clinico, si sostituiscono i termini di strutture corporee, attività e partecipazione, in quanto non si considerano più solo i fattori organici, ma anche quelli sociali.

Cos’è la pedagogia speciale di Andrea Canevaro?

Andrea Canevaro è un pedagogista ed editore di Genova. Classe 1939, professore emerito dell’Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, dagli anni Settanta del Novencento è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale, con particolare nell’ambito della disabilità e dell’handicap. Il padre della scuola italiana di pedagogia speciale sostiene che: “Nel 1999 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato la nuova “Classificazione internazionale delle menomazioni, delle attività personali, ex disabilità, e della partecipazione sociale, ex handicap o svantaggio esistenziale.

Con attività personali si considerano le limitazioni di natura, durata e qualità che una persona subisce nelle proprie attività, a qualsiasi livello di complessità, a causa di una menomazione strutturale o funzionale. Sulla base di questa definizione ogni persona è diversamente abile. Una persona è relativamente handicappata, cioè l’handicap è un fatto relativo e non assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit”.

“In altri termini – è la tesi di Canevaro – un’amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta. Lo svantaggio, o handicap, è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l’individuo amputato è collocato. L’handicap è dunque un incontro fra individuo e situazione (…). Il 22 maggio 2001, l’Oms perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: la “Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute”, l’acronimo è Icf. All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato centonovantadue governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità. (…)”.

Ma non solo. “Il primo aspetto innovativo della classificazione emerge chiaramente nel titolo della stessa. (…) L’applicazione universale dell’Icf emerge nella misura in cui la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all’interno di una comunità, ma un’esperienza che tutti, nell’arco della vita, possono sperimentare. L’Oms, attraverso l’Icf, propone un modello di disabilità universale, applicabile a qualsiasi persona, normodotata o diversamente abile”. Fin qui, gli aspetti positivi di un percorso tortuoso e faticoso.

Esistono anche degli aspetti negativi. I cosiddetti “contro”, alcuni dei quali, guarda caso, legati a quella sfera di ipocrisia tangibile di cui parlavo all’inizio di questo articolo. Lasciamo che ne parli chi ne sa più di noi. E Canevaro è la persona giusta per analizzare tanto i pro quanto i contro. “Qualche anno fa, alcune persone disabili hanno avuto l’acuta e orgogliosa intuizione di sottolineare come, anche in presenza di una menomazione importante, riescano a produrre, realizzare, essere competitivi con il resto del mondo”.

“Il che talvolta è vero. Per definire questa condizione hanno coniato il neologismo “diversamente abili”. Nella loro bocca, in quel contesto, in quel momento poteva forse avere un senso. Forse. Ciò perché alla fin fine si enfatizza il concetto di abilità a tutti i costi, la concorrenza, la rincorsa ad una omologata normalità con tutti i paradossi che questa porta con sé. Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza non è quella dì trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l’insostenibile pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto – da distretti, comuni e servizi sociali – la loro stessa sopravvivenza”.

“Sono le persone con handicap gravissimo e se il termine urtasse le sensibilità più raffinate potremmo definirle “diversamente ospedalizzate”. Persone che al turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è – banalmente – sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla perché non hanno voce. Altro che “diversamente qualcosa”.

Niente di male, lo ripeto, se una persona disabile si autodefinisce “diversamente abile”. Qualcuno potrà sorridere a qualcun altro si inumidirà il ciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l’emulazione e la volontà di superare la provocazione definendosi financo “diversamente dotato”, evocando pruriginose rimembranze. Ma quando il termine deborda dalla boutade per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di ipocrisia.

E mai come negli ultime mesi ci è capitato di annotare quel termine – “diversamente abili” – magistralmente inchiavardato nei pubblici sermoni di politici opinionisti, operatori, funzionari, responsabili di associazioni. Sembra si voglia far intendere che l’epoca dell’invalido povero ed emarginato sia stata sepolta da una nuova cultura fatta di promozione e di integrazione, di sperimentazione e di innovazione.

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Disabilità: è necessaria una rivoluzione culturale

“Di questa “rivoluzione culturale” i “diversamente abili” sarebbero addirittura apportatori di ricchezza proprio grazie alla loro diversità. Siamo certi che le persone disabili farebbero volentieri a meno di quella ricchezza. Sono portatori semmai di esigenze particolari che tanto sono più gravi quanto meno trovano risposta. L’affermazione poi ce ne ricorda una di un po’ più datata e svagata che interpretava la malattia mentale come una condizione comunque felice perché fuori dai rigidi e stereotipati paradigmi di una società bruta e poco creativa. Pregiudizio mascherato. Voglia di negare il profondo disagio che è proprio della malattia”.

La stessa superficiale ipocrisia di chi – e non sono in pochi – sostiene che le persone con sindrome di down sono comunque felici “perché sorridono e sono socievoli”. Quindi “diversamente abili”! È quindi una definizione non stigmatizzante e che raschia di meno la crosta nelle paure di ognuno di noi, che siamo o meno disabili. “Ma è una terminologia oltre che falsa, inefficace. Falsa perché distorce la realtà spalmandola su un quadro rassicurante, una rappresentazione buona per tutti i salotti e per tutte le stagioni. Inefficace perché non evidenzia il disagio e non rimarca l’obbligo civile della presa in carico da parte di tutti”.

“L’espressione “diversamente abile” pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità. Esso viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato. Ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere lo stesso adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue, potenziate con adeguati strumenti, o abilità compensative, ad esempio quelle verbali. Vi sono altre situazioni, come quelle riguardanti due terzi di tutti gli allievi certificati e cioè quelli con ritardo mentale, in cui l’uso della terminologia diversamente abile può risultare fuorviante”.

“Consideriamo il caso di un tipico allievo con sindrome di down. Dal punto di vista della qualità della vita forse si può anche dire che utilizzando le proprie capacità, o abilità, egli può comunque raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone. In altre parole può raggiungere un benessere che non può essere considerato inferiore. Se questo è il riferimento, l’espressione “diversamente abile” potrebbe anche essere utilizzata. Se il riferimento diventa invece quello delle prestazioni scolastiche, sociali e di autonomia, l’espressione “diversamente abile” può risultare ingannevole, in quanto “nasconde” il fatto che tali prestazioni sono inferiori rispetto a quelle tipiche della normalità”.

Molte persone della società contemporanea, si preoccupano di ingentilire i termini come handicap
Molte persone della società contemporanea, si preoccupano di ingentilire i termini come handicap

Vi siete davvero mai chiesti quanti tipi di handicap esistono e quali sono? E soprattutto, sapete di cosa stiamo parlando? Ci provo io a rispondere alla domanda: autismo, malattie croniche (quindi tantissime), sordità, disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, perdita della memoria, malattie psichiche, disabilità fisiche, disturbi del linguaggio, cecità. Cominciamo dalla prima. L’autismo è una disabilità con caratteristiche che hanno una vasta gamma di varianti.

Sebbene le persone affette da autismo non possano essere individuate attraverso l’aspetto fisico, esse presentano di solito difficoltà nel linguaggio o nella comunicazione, nelle relazioni sociali e nel comportamento, spesso a causa di difficoltà sensoriali. I diversi livelli di autismo variano da lieve a grave.

Le malattie croniche possono iniziare in qualsiasi momento della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Alcune di queste malattie creano disabilità visibili, ma altre creano disabilità “invisibili” che possono non manifestarsi subito. Anche i familiari e gli altri che assistono coloro che sono affetti da una malattia cronica affrontano prove difficili.

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Handicap invisibili come la perdita dell’udito

C’è poi la perdita dell’udito, che varia da una leggera perdita alla sordità assoluta. Ad alcune persone audiolese basta indossare apparecchi acustici. Altre usano la lingua dei segni per comunicare, altre leggono le labbra e riescono a parlare e altre ancora utilizzano una combinazione di entrambi i metodi. Questa tipologia di disabili incontra difficoltà nella comunicazione, in particolare in luoghi affollati. Una difficoltà che può provocare sentimenti di solitudine, frustazione, rabbia, diminuzione dell’autostima, mancanza di speranza e depressione.

La disabilità intellettiva si riferisce a limitazioni gravi nell’apprendimento, nella capacità di pensare, nella risoluzione dei problemi, nella percezione del mondo e nello sviluppo di capacità quotidiane. Tutte le persone con disabilità intellettive sono capaci di apprendere e possono vivere una vita soddisfacente e felice. Invece, le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento.

Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento. Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. Le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento. Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento.

Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. A volte, oltre al normale processo di invecchiamento, si può perdere la memoria a causa di una malattia o di una lesione cerebrale. Le malattie cerebrali come l’alzheimer possono aumentare la perdita della memoria. Gli ictus sono un’altra causa ricorrente.

Ci sono molti generi di malattie psichiche che colpiscono le funzioni cerebrali. Possono avere effetto sui pensieri, sul comportamento, sulle emozioni e sulla capacità di capire le informazioni. Le malattie psichiche differiscono dalle esperienze normali dovute alla tristezza, ai sentimenti di rabbia o ai problemi quotidiani. Diverse cause e condizioni possono danneggiare la mobilità e il movimento. L’incapacità di usare bene gambe, braccia o busto a causa di paralisi, irrigidimento, dolore o altre disabilità è frequente.

Può essere il risultato di difetti di nascita, malattie, età o incidenti. Queste disabilità possono cambiare di giorno in giorno. Possono contribuire ad altre disabilità quali i disturbi alla parola, la perdita della memoria, la bassa statura e la perdita dell’udito. I disturbi della parola e del linguaggio sono vari e possono arrivare a qualsiasi età. E a proposito di disturbi della parola e del linguaggio, a prescindere dalla loro gravità, influiscono sulla capacità di una persona di interagire e di comunicare con gli altri.

Possono interferire con la capacità di capire, di esprimere i propri pensieri o di essere compresi. Le cause possono essere presenti già alla nascita, verificarsi durante l’infanzia o più avanti nella vita. Infine, ma non ultime per importanza, ci sono le difficoltà a visive: da vista confusa o sfocata alla cecità totale.

Mattia Cattapan e quel bellissimo sogno del crossabili

Questa è una storia “diversa”. Nel senso che, in genere, è sempre più facile raccontare la storia di qualcuno che ce l’ha fatta. Diverso è quando scriviamo la storia di chi lotta per farcela e ce la sta facendo. Anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno. Di chi cresce nella sofferenza e deve andare avanti diversamente da come immaginava e certamente sognava, ma che ciò nonostante riesce con la sua contagiosa forza d’animo a trasformare il dolore in felicità, il disagio in opportunità, la disabilità in abilità. O come la chiama lui, “crossabili”. Il suo nome è Mattia Cattapan, classe 1990, di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.

A otto anni gli regalano la prima moto da cross. I motori sono da sempre la sua passione. “Io e i miei amici abbiamo dedicato interi pomeriggi alla nostra passione chiamata “motorino”, fra odore di benzina e mani sporche d’olio. Cresco, passano gli anni e cambiano anche le moto. Matteo Rubin mi fa da maestro e mi appassiono alla disciplina dell’enduro. Partecipo così a gare e campionati specialmente nel Triveneto. Parallelamente, dall’età di quindici anni, inizio a lavorare nell’attività di famiglia di lavorazione del ferro”. Ad ottobre del 2012 si classifica terzo alla finale del Trofeo Attimis XCC. “Quel risultato mi ha spinto a voler dedicare più tempo all’allenamento e alla preparazione fisica prima delle gare”.

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione. “Sono rimasto in camera intensiva per la fase acuta, successivamente sono stato trasferito all’Unità Spinale di Vicenza e dopo qualche mese sono stato trasferito all’Unità Spinale Unipolare di Niguarda. Dopo l’incidente è come se fossi tornato bambino e nei sette mesi successivi di ospedale mi sono rimboccato le maniche per riuscire a riprendere in mano la mia vita: ho imparato per la seconda volta a spostarmi, muovermi, lavarmi, vestirmi, andare in bagno”.

Grazie al supporto della famiglia e al suo spirito reagisce. La forza della vita ha la meglio. “Da ricoverato, a Milano, ho tanto desiderato e tanto sospinto l’equipe medica a far sì che i pazienti possano intraprendere l’iter per conseguire la patente B speciale, a partire dalla visita in commissione medica fino alle prove degli adattamenti auto possibili. Durante il ricovero ho avuto l’opportunità di conoscere Nicola Dutto, primo pilota paraplegico a tornare in moto per fare cross ed enduro. Nonostante l’incidente, l’amore e la passione per i motori è stata quella che mi ha spinto ad andare avanti, perché la voglia di tornare su un mezzo a motore si è sempre fatta sentire e, negli anni dopo l’incidente, sempre più forte”.

Prova diversi sport, dal basket al tennis in carrozzina, il ping pong. “Ma nulla mi fa sentire vivo come l’idea di tornare ai motori. Ritorno a lavorare e a vivere la mia quotidianità, con lo spirito di sempre. Il mio ritorno nel mondo dei motori ha inizio a fine aprile 2016. Pista di Maggiora, per la prima volta vedo e mi approccio al mondo del kart cross, capendo subito la potenzialità e l’ottimo compromesso fra sicurezza e adrenalina. Da quel giorno, non ho smesso di pensare a come raggiungere il mio sogno di tornare fra i motori, la polvere e l’odore della benzina. Un sorprendente anno di incontri, alcuni tanto sperati, altri tanto cercati ma alcuni anche voluti dal destino…”.

Mattia con il campione del mondo rally Petter Solberg e suo figlio Oliver
Mattia con il campione del mondo rally Petter Solberg e suo figlio Oliver

Mattia e il crossabili sempre meno sogno e più realtà

A maggio 2016, dopo il matrimonio della sorella, alle tre di notte parte con gli amici per andare a vedere la gara di Moto GP al Mugello. Per dodici anni di fila non ha mai saltato una gara di MotoGP al Mugello. Il mese successivo, Alvaro Dal Farra, manager del Daboot, scuola di Fmx, lo invita a un evento di motocross freestyle e di mototerapia a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. “Provo la guida del quad e della motoslitta. Il team Daboot vede protagonisti Davide Rossi, Jannik Anzola, Leonardo Fini, Max Bianconcini, Matteo Botteon, Maurizio Poggiana e Vanni Oddera, piloti che organizzano eventi di Fmx in Italia e partecipano a eventi internazionali.

Sempre a giugno 2016, il rapporto con i ragazzi del Daboot cresce e Vanni Oddera insieme a Ilaria Naef, ragazza in carrozzina che pratica Wheelchair Freestyle, lo invitano allo skate Park di Brescia. Prova anche il lancio dalla rampa in carrozzina, volo nella piscina di gommapiuma e diventa il protagonista di un aneddoto che Vanni e Ilaria raccontano da quel giorno. Ad agosto 2016 parte per una vacanza “diversa”: torna a vivere la montagna con adrenalina.

Va a Sestriere, dove l’associazione Freewhite con Gianfranco Martin propone una settimana multisport. “Sono partito da casa con l’idea di provare il downhill. Per tutta la settimana faccio discese in downhill, ritrovando libertà e velocità in un ambiente come quello della montagna, fino a quel momento impensabile da vivere”. L’esperienza con Freewhite lo entusiasma così tanto che decide di partecipare a una settimana di campeggio nelle Langhe. “Chi avrebbe mai pensato di fare campeggio in carrozzina, con tende Ferrino e tour fra i vigneti con le Jeep di Fiat autonomy. A settembre c’è la tappa della GP a Misano. Non si può perdere”.

“La sera prima della GP, all’Arena 58, incontro gli amici Daboot che mi regalano i pass per entrare ai paddock. Dall’invasione di pista passo così all’atmosfera dei paddock e perfino a quella dei box, grazie all’amico Roberto Marinoni, meccanico Aprilia. Assaporo la gara da tutt’altro punto di vista”. Quindi, ad ottobre “organizzo a Vicenza una giornata in kart, facendo tornare alla guida altri 10 ragazzi in carrozzina da tutto il Nord Italia”. Una giornata vissuta all’insegna delle sfide e del sano confronto, nel clima del vero e autentico spirito sportivo.

Tante altre emozioni e a novembre incontra Valentino e Graziano Rossi, insieme ad altri piloti della VR46 Academy: Bulega, Bagnaia, Andrea Migno e anche Mauro Sanchini. Il viaggio per l’Italia, a trovare gli amici in carrozzina, “mi spinge a voler creare un progetto coi motori in cui coinvolgere in maniera sicura tutti coloro che proprio a causa dei motori sono in carrozzina me ma che nei motori trovano ancora un motivo per andare avanti. Inizio dicembre: Monza Rally Show. Un mio amico che lavora come meccanico presso la Delta Rally mi invita ad andare a Monza. Nel giro di una settimana per la seconda volta incontro Valentino”.

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Mattia Cattapan e l’incontro con Alex Zanardi

Il 2017 si apre all’insegna del monosci, a Sestriere, con Freewhite. Continua a pensare al progetto di tornare ai motori, orientandosi verso gli sport automobilistici. Inizialmente pensa di orientarsi verso l’autocross, vedendolo come un buon compromesso fra divertimento e prezzo, ma poi l’idea non si riesce a realizzare. I mesi passano e, ad aprile 2017, Mattia Cattapan torna al kart cross. Una Pasqua a tavoletta. Quello stesso mese, Mattia parla dei suoi progetti col titolare dell’Autodromo del Salento, Fabio Serinelli. Nasce Crossabili, un progetto che vuole aprire al mondo delle persone disabili la disciplina del kart cross. “Si fanno le ore piccole, parlando di come poter rendere fattibile il progetto”.

I kart cross sono mezzi sicuri, con un assetto modificabile a seconda del terreno e con un ottimo rapporto peso-potenza. “Sono al settimo cielo e penso già a tutti gli amici in carrozzina che non vedrebbero l’ora di provarlo”. Riprende la rotta di casa, facendo tappa a Civitanova Marche, per fare la consueta revisione del mio Triride. Il destino a volte crea l’occasione ed è così che incontra Alex Zanardi.

“Pranzo insieme a lui, facendo domande, chiacchierando e confrontandoci. Alex ha in mente le ruote dell’handbike e vorrebbe portare dei ragazzi in carrozzina alle para-olimpiadi. Ma io gli chiedo del suo passato e del suo presente nel mondo automobilistico, nell’ottica di creare una scuola di guida su pista per persone in carrozzina in cui ci siano degli esperti come tutor”. Crea un altro evento in kart aperto ai ragazzi in carrozzina.

Poi, da veneto, contatta “Il Veneto Imbruttito” per fare un video che trasmetta a tutti la sua quotidianità. Con luci e ombre, difficoltà e forza d’animo. Il buon Andreas Ronco accetta, convinto di fare la “solita” intervista al tavolo. Ma Mattia lo prende in contropiede e lo aspetta a casa e gli prepara una carrozzina con Triride.

“Trascorriamo insieme una giornata intera in carrozzina fra le vie della città, al mercato, in orto e nell’azienda di famiglia di lavorazione ferro. Una vera scoperta per Ronco, che mi chiede a fine giornata di fare una richiesta, di esprimere un desiderio. Chiedo così di lanciarmi dal palco dei Rumatera (un gruppo musicale che canta in veneto e racconta in musica la cultura veneta, ndr), avendo come finalità il creare una occasione, un obiettivo da raggiungere e da condividere. Ho scelto di lanciarmi dal palco per mostrare ai ragazzi nella mia situazione che nella vita si può fare qualunque cosa, basta decidere e mettersi in moto”.

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Dai crossabili all’incontro con la famiglia Regazzoni

L’Associazione Uguale lo contatta, dopo aver visto il video de “Il Veneto Imbruttito”. Uguale organizza un festival contro ogni tipo di barriera a Marghera e suoneranno i Rumatera. Ecco che il desiderio espresso poche settimane prima si avvera. “Uno sponsor trovato dall’associazione rende possibile il noleggio di un bus per raggiungere il Festival con i miei amici, che accettano ad occhi chiusi e lo fanno per sostenermi. L’obiettivo è veramente raggiunto: tutti i miei amici presenti, regalo ad ognuno una maglia verde con un logo da me pensato e costruito. Il momento del lancio, commovente, ha visto una folla verde sostenermi, nel vero senso della parola”.

Si va a Milano, a Niguarda, dove è stato ricoverato. “Ho lasciato il segno nei cuori dell’equipe del Niguarda e, conoscendo la mia passione e i miei progetti mi invitano ad una giornata dedicata a Clay Regazzoni, pilota F1 rimasto paraplegico e inventore degli adattamenti auto. Per l’occasione mi informo, studio e sono orgoglioso e onorato di poter presentare il mio progetto alla famiglia di Clay. La moglie e la figlia Regazzoni mi ascoltano con interesse, perché con la morte “del Clay” si sono spenti anche tutti i progetti in ambito automobilistico per persone in carrozzina. La buona occasione per confrontarsi e scambiarsi i contatti, guardiamo entrambi verso la medesima direzione e loro attraverso il Clay hanno già vissuto questa realtà”.

A luglio 2017 si tengono i Redbull X Fighters, a Madrid. Questa volta vola con gli amici nella capitale spagnola per assistere allo spettacolo di freeestyle motocross. Il suo amico Alvaro Dal Farra gli fa un altro bel regalo: i pass per i box e per vivere i retroscena all’interno dell’arena a Plaza de Toros.

“Mi mette in contatto con Inigo Perez, che ha reso possibile il mio giro all’interno dei box. Conosco di persona i piloti Tom Pagès, Clinton Moore, a cui porto una bottiglia di Aperol direttamente dal Veneto e da parte di Alvaro, e Levi Sherwood”. Il mese dopo, Mattia prende contatti con il proprietario di una start-up che realizza cambi al volante, pensando a come adattare i kart cross per la guida alle persone paraplegiche. L’incontro è a Ravenna. Si parla e si discute di comandi al volante.

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Ad Ascoli Piceno, ad agosto, si corre una gara di kart cross. Si ritrovano volti noti, fra cui un pilota salentino che vende il proprio kart cross. Ormai i giochi sono quasi fatti, è a pochi passi dal suo sogno. Bisogna trovare uno sponsor che sostenga i costi di acquisto degli adattamenti e dei test. Ormai è tempo di vacanza. Si torna a Sestriere, per le discese in downhill. A settembre arriva lo sponsor: il gruppo AGF88 Holding.

E in più si ritrova a posare come modello per B.Barber: scatti che vogliono raccontare la sua storia, sempre di traverso e sopra alla famosa Eleanor di “Fuori in 60 secondi”. Ad ottobre, Cattapan inizia la preparazione fisica con un personal trainer per guidare il kart cross e il mese successivo incontra la famiglia Regazzoni per la realizzazione di un set fotografico per il Memorial Room di Lugano e per trascorrere una giornata con ragazzi delle scuole in visita al Memorial.

“Si parte verso la Svizzera, indosso tuta e guanti e la moglie e la figlia del Clay mi fanno salire sulle auto adattate del campione ticinese! Che emozione e che gran voglia di proseguire nel mio progetto, portando avanti quello che il Clay ha reso possibile, mettendosi in gioco in prima persona per gli altri. Questo è quello che vorrei fare ed è il motivo che mi ha spinto negli anni a fare chilometri, a metterci la faccia: seguire la passione per i motori, poter tornare in pista non come singolo, ma coinvolgendo e offrendo la possibilità ai ragazzi in carrozzina come me di provare ad accostarsi allo sport automobilistico in sicurezza e con divertimento”. Intanto, il 2018 lo vede protagonista con il suo kart cross TMR. A tavoletta.