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La storia del basket nasce nei cestini per raccogliere le pesche

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

Le reti usate dagli atleti per fare canestro con la palla e segnare punti nel tanto amato gioco del basket si sono evolute dalle pesche o, per meglio dire, dalle ceste che venivano usate per raccogliere le pesche. Sono proprio questi gli oggetti che un giovane direttore atletico decise di utilizzare in una fredda giornata d’inverno del 1891 per un nuovo gioco che aveva inventato per mantenere attivi i suoi studenti.

James Naismith era un 31enne laureato che insegnava educazione fisica presso la International YMCA Training School (oggi conosciuta con il nome di Springfield College) nella cittadina di Springfield in Massachusetts, nel periodo in cui gli studenti erano obbligati a rimanere al chiuso per giorni a causa di una tempesta che si era abbattuta sul New England, la regione nord-orientale degli Stati Uniti. Le normali attività sportive invernali erano la marcia, il corpo libero e l’allenamento con gli attrezzi, attività che nei ragazzi non suscitavano nemmeno lontanamente l’entusiasmo del football o del lacrosse, praticati durante le stagioni più miti.

Naismith voleva creare un gioco semplice da capire ma abbastanza complesso da risultare interessante. Doveva poter essere giocato al chiuso e coinvolgere diversi giocatori alla volta, inoltre doveva prevedere molto esercizio per gli studenti, ma senza la fisicità di football, calcio o rugby, tutti giochi in cui si rischiano lesioni ben più gravi se vengono praticati in uno spazio ristretto.

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

“I ragazzi iniziarono ad affrontarsi, a darsi calci e pugni nello stomaco, fino a quando la partita si trasformò in un ‘tutti contro tutti’ al centro della palestra, prima che riuscissi a dividerli”, raccontò Naismith durante un programma radiofonico del 1939 su WOR a New York, chiamato “We the People”, nell’unica registrazione che abbiamo di lui. “Un ragazzo finì a terra, molti altri avevano un occhio nero e uno addirittura una spalla slogata”, proseguì Naismith. “Dopo quella prima partita, temevo che si uccidessero a vicenda; invece mi pregarono di farli giocare di nuovo, quindi ho aggiunto qualche altra regola”.

Gli umili inizi dell’unico sport agonistico nato negli Stati Uniti hanno posto le basi per l’odierno business multimiliardario. L’attuale campionato “March Madness” della NCAA (National Collegiate Athletic Association) riunisce le migliori 68 delle oltre 1.000 squadre dei college americani in stadi da migliaia di spettatori e con ricchi contratti televisivi.

Regole originali del gioco

Naismith non ha inventato tutte le regole in una sola volta ma ha continuato a modificarle fino a ottenere quelle che ora sono considerate le 13 regole originali. Alcune fanno ancora parte del gioco moderno. Le regole originali inventate da Naismith sono state vendute all’asta per 4,3 milioni di dollari (quasi 3,7 milioni di euro).

Nelle regole originali: la palla poteva essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, mai con il pugno. Il giocatore non poteva correre con la palla ma doveva lanciarla dal punto in cui l’aveva ricevuta. I giocatori non potevano spingere, fare lo sgambetto né colpire gli avversari. La prima infrazione veniva considerata un fallo; in caso di secondo fallo, il giocatore veniva squalificato fino al canestro successivo. Se però il fallo appariva intenzionale, allora il giocatore veniva squalificato per l’intera partita.

Gli arbitri servivano da giudici di gara, prendevano nota dei falli e potevano squalificare i giocatori. Decidevano quando la palla era entro i limiti, a quale squadra assegnarla e gestivano il tempo di gioco. Gli arbitri decidevano quando era stato segnato un punto e tenevano il conto dei punti realizzati.

In caso di tre falli consecutivi da parte di una squadra, veniva assegnato un punto agli avversari.

Per segnare un punto la palla doveva essere lanciata, oppure fatta rimbalzare dal pavimento, fin nel canestro, per poi restarvi. Se la palla si fermava sui bordi e l’avversario spostava la cesta, veniva considerato un punto. Quando la palla usciva dai limiti del campo da gioco, veniva rilanciata all’interno dalla prima persona che la toccava. Per il lancio della palla c’era un tempo massimo di cinque secondi, superati i quali, la palla passava all’avversario. In caso di contestazione, era l’arbitro a lanciare la palla in campo. Se una delle due squadre ritardava volutamente il gioco, l’arbitro segnava un fallo.

La partita prevedeva due tempi da 15 minuti con un intervallo di 5 minuti tra i due. La squadra che segnava più punti nel tempo stabilito era la vincitrice. In caso di pareggio, la partita proseguiva fino al successivo canestro.

Prime partite pubbliche di basket

La prima partita pubblica di basket si è svolta in una palestra YMCA ed è stata documentata dal giornale Springfield Republican il 12 marzo del 1892. Gli studenti giocarono contro gli insegnanti. Circa 200 spettatori assistettero al nuovo sport, mai visto né conosciuto prima di allora. L’articolo del Republican riportò che gli insegnanti si distinsero per la loro “agilità”, ma la “scienza” degli studenti li condusse alla vittoria per 5-1.

Nel giro di poche settimane la fama dello sport crebbe velocemente. Gli studenti che frequentavano altre scuole presentarono il gioco alle rispettive YMCA. Le regole originali furono stampate sulla rivista di un college che fu poi spedita per posta alle altre YMCA di tutto il Paese. Grazie alla presenza di studenti internazionali nei vari college, lo sport si diffuse anche in altri Paesi al di fuori degli USA. Le scuole superiori iniziarono a introdurlo e, già nel 1905, il basket era ufficialmente riconosciuto come sport invernale.

L’NCAA documenta la prima partita di pallacanestro tra due college: nel 1893 gli articoli pubblicati sui rispettivi giornali di due scuole riportarono la cronaca di partite di basket disputate tra college diversi.

Nel 1892, meno di un anno dopo che Naismith aveva inventato lo sport, l’istruttrice di ginnastica dello Smith College Senda Berenson, introdusse il gioco nello sport femminile. La prima partita intercollegiale tra donne si svolse tra la Stanford University e l’Università della California, a Berkley nel 1896.

Mentre la fama di questo sport cresceva, attirò l’attenzione del Comitato Olimpico Internazionale, che decise di includerlo nei Giochi olimpici del 1904 a St. Louis come evento dimostrativo. Fu solo nel 1936 che il basket venne riconosciuto come sport ufficiale delle Olimpiadi. Il basket femminile è stato incluso come sport ufficiale solo a partire dai giochi di Monaco del 1976.

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Man mano che questo sport continuava rapidamente a diffondersi, in tutti gli Stati Uniti cominciarono a formarsi delle leghe professionistiche. I fan della pallacanestro accoglievano le neonate squadre locali. La prima lega professionistica fu la National Basketball League (NBL) fondata nel 1898, composta da sei squadre del nord-est degli Stati Uniti, ma durò solo cinque anni. Dopo il suo scioglimento nel 1904, fu reintrodotta 33 anni dopo, nel 1937, con un sistema di supporto totalmente nuovo: le grandi aziende Goodyear, Firestone e General Electric erano i proprietari e la lega era composta da 13 squadre.

Mentre le leghe sportive professionistiche si facevano conoscere a livello nazionale, anche le partite di basketball nei college diventavano eventi di rilievo. Il primo campionato NCAA, che comprendeva otto squadre, si svolse nel 1939 presso la Northwestern University. Il primo college nominato campione nazionale fu l’Università dell’Oregon, che sconfisse la Ohio State University.

Come d’uso nella maggior parte degli Stati Uniti dall’inizio alla metà circa del 1900, anche nella pallacanestro era presente la segregazione razziale. Questa situazione cambiò soltanto nel 1950 quando Chuck Cooper fu ingaggiato dai Boston Celtics. Prima di allora, c’erano gruppi di squadre nere nel Paese, conosciute da tutti con il nome di “the black five” (letteralmente, “i cinque neri”, NdT), con riferimento ai cinque giocatori di una squadra di basket inizialmente in campo. I team interamente composti da giocatori neri spesso venivano chiamati con nomi simili come “colored quints” o “negro cagers”. Queste squadre ebbero origine a New York, Washington D.C., Pittsburgh, Philadelphia, Chicago e in altre città dove erano presenti comunità afroamericane numericamente consistenti. Erano squadre di dilettanti, semi professionisti e professionisti.

Delle oltre 1.000 squadre di basket dei college in tutte le divisioni dell’NCAA, 68 giocano nell’annuale campionato chiamato “March Madness”. Le migliori squadre di ciascuna “Conference” del Paese competono per ottenere un posto tra le cosiddette “Sweet 16”, “Elite Eight” (ovvero quelle che raggiungono le semifinali) poi le “Final Four” (che partecipano alle finali) e, infine, per partecipare al campionato finale. Anche se la pallacanestro non si gioca più secondo le regole inventate da Naismith — le ceste per le pesche sono state sostituite da reti, cerchi in metallo e tabelloni di plexiglass — la sua evoluzione prova che questo gioco è riuscito a superare il secolo d’età.

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Marco Mariolini: il collezionista di ragazze anoressiche

Marco Mariolini nasce in provincia di Brescia nel 1959 e trascorre i primi due anni di vita prevalentemente a casa dei nonni. Le motivazioni alla base di questo allontanamento dai genitori risiedono nella circostanza che la madre è affetta da un marcato disturbo ossessivo-compulsivo per le pulizie domestiche: ritiene di non potersi occupare contemporaneamente del piccolo e della sua sorellina. Il padre, invece, connotato da una personalità debole subisce passivamente il carattere forte della moglie e soprattutto teme i suoi attacchi isterici. 

E’ necessaria una premessa prima di parlare di Marco Mariolini. Nel corso dei secoli il corpo è stato sempre oggetto di un perenne conflitto tra esaltazione e negazione, in particolar modo quello femminile: origine del peccato, da redimere. Nel Medioevo, la mortificazione del corpo attraverso castità, digiuno e pratiche ascetiche rappresentava un modo per elevare lo spirito dai bisogni della carne. 

Una pratica purificatrice che reprimendo le pulsioni delle donne e riducendole a uno scheletro consentiva all’uomo di esercitare un controllo maggiore sull’altro sesso; di colmare con il proprio ego quel vuoto scavato fino alle viscere. Una seduzione ingannevole che coinvolge anche la mente malata e incorruttibile di un’anoressica

La sua forza di volontà nel controllare severamente il corpo, senza cedere alla fame, alimenta l’illusione di poter dominare su tutto e seduce l’altro, attratto da un corpo che rovescia le caratteristiche tipiche della femminilità. Non sono più le curve ad attrarre, ma la morte che nel tentativo di elevarsi al di sopra di tutto, distrugge. 

Questa premessa è necessaria per raccontare la storia di un caso giudiziario e umano senza precedenti nella letteratura criminale italiana. La vicenda di un uomo  talmente ossessionato dal corpo femminile da cui si intravede ogni singolo dettaglio della propria struttura scheletrica da definirsi lui stesso “anoressofilo”. 

Marco Mariolini nasce in provincia di Brescia nel 1959 e trascorre i primi due anni di vita prevalentemente a casa dei nonni. Le motivazioni alla base di questo allontanamento dai genitori risiedono nella circostanza che la madre è affetta da un marcato disturbo ossessivo-compulsivo per le pulizie domestiche: ritiene di non potersi occupare contemporaneamente del piccolo e della sua sorellina. Il padre, invece, connotato da una personalità debole subisce passivamente il carattere forte della moglie e soprattutto teme i suoi attacchi isterici. 

Mariolini durante l’adolescenza sviluppa una corporatura massiccia, più robusta di quella dei suoi coetanei, ed inizia, in questo periodo, a sviluppare l’ossessione che lo perseguiterà per tutta la vita: il corpo scheletrico. 

Marco Mariolini: psicologia

L’uomo colloca l’esordio della propria patologia proprio in questo periodo, durante il quale non è attratto da ragazze avvenenti o da facili costumi, come tutti i suoi coetanei, ma da quelle più esili e magre, che puntualmente lo respingono, motivo per cui fino ai 19 anni non ha rapporti sessuali.

A ventuno anni si sposa con Lucia, conosciuta l’anno prima al termine del servizio militare, ma il matrimonio non diminuisce la ricerca compulsiva per la magrezza sino a divenire un elemento centrale, basico e primario della sua esistenza mentre il matrimonio e la famiglia gli servono solamente come facciata di normalità per mascherare i suoi istinti perversi.  La relazione con la moglie, da cui ha due figli, si mostra ambivalente e, tra momenti di dolcezza alternati ad altri di violenza anche fisica, in questo tira e molla patologico, la donna asseconda l’uomo nella sua perversione sino a spingersi ai limiti dell’autodistruzione arrivando a pesare 33 kg. Tuttavia la donna, dopo un periodo di accondiscendenza verso il marito finisce per abbandonarlo. 

L’uomo rimasto solo inizia la sfrenata ricerca di una nuova compagna. Pubblica, così, su una rivista per “cuori solitari” un annuncio: “Sono un commerciante di buona posizione economica e vorrei conoscere a scopo convivenza o matrimonio una ragazza tra i 18 e i 50 anni che sia veramente magrissima, anzi scheletrica”. All’annuncio rispondono una decina di donne, tra cui diverse anoressiche. 

Marco Mariolini e Monica Calò

Monica Calò, di 25 anni, studentessa di logopedia e residente a Domodossola è tra le ragazze interessate all’annuncio. Tra i due inizia presto una tormentata storia sentimentale, dapprima con un breve periodo di frequentazione e successivamente con la convivenza a casa dell’uomo, di 10 anni più grande di lei. Monica è assuefatta da Marco tanto che questi la sfrutta anche economicamente facendosi prestare 76 milioni delle vecchie lire, proventi della vendita di due appartamenti di proprietà della ragazza, per sanare dei debiti derivanti dalla sua attività di antiquario. 

L’uomo schiavizza la donna, soprattutto costrigendola a un digiuno quasi totale e, sadico come è, lui le mangia addirittura di fronte. Inoltre, per costringerla a vomitare la prende anche a pugni nello stomaco. Il suo totale controllo, porta la donna ad essere annientata fisicamente e, soprattutto, psicologicamente. Il malessere di Monica, esplode la sera del 3 giugno 1996 in un ristorante. 

La donna ordina un piatto di gnocchi mentre l’uomo è in bagno. Al suo ritorno al tavolo ha inizio un furioso litigio: lei scappa per il ristorante col piatto in mano, ingoiandone il contenuto, rincorsa dall’uomo che la riporta al tavolo, la insulta e la schiaffeggia. Giunti a casa, l’uomo spoglia la donna con forza e la costringe a dormire nuda sul balcone. Durante la notte, ormai stremata, nel disperato tentativo di liberarsi dalla sua morsa, Monica colpisce con un martello la testa dell’uomo mentre dorme. A seguito dell’episodio, Mariolini finisce in ospedale mentre Monica viene accusata di tentato omicidio e condannata ad un anno di arresti domiciliari che trascorre a casa della nonna a Domodossola.  

Nel periodo di tempo in cui i due sono forzatamente separati, Marco viene ricoverato a causa della forte depressione dovuta dalla perdita della donna. Nel corso della degenza Mariolini scrive un libro Il cacciatore di anoressiche, in cui afferma: “sono stato condannato fin dall’adolescenza a essere un diverso, a avere una terribile perversione sessuale”. Marco Mariolini invierà una copia del libro a Monica, accompagnato dalla singolare dedica “con odio e con amore”.

Monica è per l’uomo ancora un’ossessione viva: la tempesta di lettere, di telefonate, che vengono registrate dalla donna, la minaccia continuamente tanto che la donna esausta e in preda all’angoscia tenta ripetutamente il suicidio. Durante la presentazione dell’ opera, il 12 Maggio 1997, al Palazzo delle Assicurazioni Ras a Milano, Mariolini dichiarò alla stampa: “Sono un potenziale mostro ed è necessario che qualcuno mi fermi prima che, involontariamente, io ammazzi qualcuno”. 

A questo punto i familiari e Monica sporgono querela nei confronti di Mariolini e chiedono provvedimenti restrittivi per tutelare l’incolumità della donna. Il 14 luglio 1998, la donna cede all’uomo e decide di incontrarlo per l’ultima volta. Sceglie, quindi, come luogo d’incontro per quell’appuntamento, una zona affollata: la spiaggia di Intra, sul Lago d’ Iseo. A nulla valsero, però, tali precauzioni. Dopo l’ennesimo rifiuto da parte della ragazza di riallacciare un rapporto con lui, Marco Mariolini la colpisce a morte con 22 coltellate e poi si gettò nel lago, con l’intenzione di suicidarsi. 

Marco Mariolini oggi

Giudicato capace di intendere il 30 marzo del 2000, Marco Mariolini viene condannato dalla Corte d’Assise di Novara a 30 anni di reclusione con rito abbreviato e sta scontando la pena nel carcere di Bergamo. 

Marco Mariolini ha sempre riferito che non cercava nella donna nessuna caratteristica particolare, soltanto “dei bei lineamenti e poi che fosse il più ossuta possibile, più che sottile, scheletrica”. È così che egli definisce l’oggetto ideale dei propri desideri, perché di oggetto esattamente si tratta: una persona da dominare, plasmare a proprio gusto, sulla quale riversare le proprie spinte sadiche.

Nel passato tutto ciò veniva definito perversione, fenomeno inquadrato più recentemente nei manuali diagnostici come “parafilia”, termine che si riferisce generalmente ad un «disturbo psicosessuale caratterizzato dal fatto che chi ne è affetto deve, per ottenere eccitamento o soddisfazione sessuale, perseguire fantasie o compiere atti anomali o perversi» (Dizionario di Medicina, Treccani).

Nel Manuale Diagnostico Psicodinamico (PDM) gli stati affettivi associati alla parafilia sono definiti come una tendenza ad essere costantemente preoccupati dai propri desideri sessuali specifici, in associazione alla pianificazione di determinate azioni atte a ottenerne il soddisfacimento, in seguito al quale si manifesta una reazione depressiva scevra di sensi di colpa o ansia coscienti.

Il soggetto, ossessionato dal proprio desiderio, non manifesta una reale preoccupazione per l’altra persona e definisce la propria condotta un atto d’amore che non può in nessun modo comportare effetti negativi sull’oggetto del proprio desiderio. 

Gli stati somatici associati alla parafilia descritti dal PDM si polarizzano: alti livelli di arousal e vigilanza durante il godimento dell’oggetto sono contrapposti a sensazioni di torpore e vuoto in assenza di esso. Ovviamente tutto ciò si riflette sulla natura delle relazioni: l’oggetto sessuale desiderato viene sfruttato e diventa un’ossessione, a scapito di relazioni sociali che vengono vissute con superficialità o evitate, con ovvie problematiche anche a livello lavorativo.

Il DSM-V (Diagnostic and Statistical Manual of Mentale Disorders, fifth Edition) organizza le parafilie in due particolari categorie qualitative: la prima si riferisce ad un certo tipo di attività erotiche messe in atto dall’individuo (ad es. l’esibizionismo), l’altra tiene più in considerazione il target sessuale, ossia l’oggetto ricercato (nel caso di Mariolini proprio il corpo scheletrico). 

La parafilia è condizione necessaria ma non sufficiente di per sé a giustificare o richiedere un intervento clinico, mentre il disturbo parafilico sussiste quando a tali pratiche sessuali siano associate condizioni di stress o esse costituiscano un concreto rischio di danno alla salute propria e altrui. 

Il regista Matteo Garrone, nel 2004, ha presentato in concorso al Festival Internazionale di Berlino il film “Primo amore”, liberamente ispirato al libro “Il cacciatore di anoressiche” di Marco Mariolini. 

Fonte: Polizia Penitenziaria

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Coronavirus canino: come comportarsi e a cosa fare attenzione

Recentemente è stato reso noto un caso in cui questi virus sono stati trovati anche sul naso e sulla bocca di un cane sano di Hong Kong. Tuttavia, gli esperti ritengono che i virus della famiglia del coronavirus siano arrivati al cane attraverso lo stretto contatto fisico dello stesso con il suo proprietario infetto. Pertanto, secondo quelle che sono le attuali risultanze ottenute dai ricercatori, viene esclusa una vera infezione nel cane, il quale al momento si trova in quarantena. Nel caso in cui ci si trovi in quarantena, è consigliabile chiedere supporto ad una persona vicina per prendersi cura dei propri animali domestici durante le passeggiate giornaliere. Tuttavia, non sono ancora state prescritte misure di quarantena per il coronavirus nei cani di proprietari malati.

Il coronavirus canino (CCoV) è diffuso in tutto il mondo e colpisce in particolare i cani dei canili e i cuccioli. Questo ceppo virale non ha nulla che fare con il Covid-19 e non nuoce alla salute dell’uomo. Rispetto al coronavirus umano, che causa problemi respiratori, il coronavirus canino comporta principalmente disturbi gastrointestinali. Sebbene un’infezione da coronavirus canino sia spesso lieve, nei cani, nel caso di animali immunodepressi possono verificarsi decorsi molto severi con forme acute di diarrea e anche decessi.

La malattia chiamata Covid-19 è causata nell’uomo dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che ha la sua origine in Cina e che, meglio ripeterlo, non ha nulla a che fare con i nostri animali domestici. In quanto Istituto federale di ricerca per la salute degli animali, l’Istituto Friedrich Loffler (FLI) tedesco monitora l’attuale situazione epidemica e rende pubblici i più recenti risultati scientifici. Finora, i ricercatori sospettavano che il coronavirus fosse stato originariamente trasmesso all’uomo da pipistrelli, pangoline o serpenti.

Recentemente è stato reso noto un caso in cui questi virus sono stati trovati anche sul naso e sulla bocca di un cane sano di Hong Kong. Tuttavia, gli esperti ritengono che i virus della famiglia del coronavirus siano arrivati al cane attraverso lo stretto contatto fisico dello stesso con il suo proprietario infetto.

Pertanto, secondo quelle che sono le attuali risultanze ottenute dai ricercatori, viene esclusa una vera infezione nel cane, il quale al momento si trova in quarantena. Nel caso in cui ci si trovi in quarantena, è consigliabile chiedere supporto ad una persona vicina per prendersi cura dei propri animali domestici durante le passeggiate giornaliere. Tuttavia, non sono ancora state prescritte misure di quarantena per il coronavirus nei cani di proprietari malati.

Quindi, anche se secondo il Friedrich Loffler Institute non ci sono prove che i cani possano sviluppare il Covid-19, vi sono altri coronavirus che giocano comunque un ruolo importante nella salute del cane.

Importante è però chiarire che il Covid-19 non è considerato pericoloso nemmeno per i cani e altri animali come maiali o polli, sebbene un test su un cane di Hong Kong abbia dato esito positivo, dopo un esame del naso e della bocca dell’animale.

Tuttavia, siccome per parlare di vera infezione i coronavirus devono essere rilevati all’interno del corpo, si presume che in questo caso si tratti di una contaminazione superficiale dovuta allo stretto contatto fisico tra il cane e persone infette. Tuttavia, nel gestire il rapporto con gli animali domestici, si consiglia di osservare attentamente le necessarie misure di igiene.

Probabilmente quindi il Covid-19 non rappresenta un pericolo per i gatti, a differenza del noto coronavirus felino (FCoV) che può invece dimostrarsi molto pericoloso, per i nostri amici gatti. Il seguente articolo spiega più nel dettaglio quali virus appartengano alla famiglia dei coronavirus del gatto, quali sintomi si verificano e come si può proteggere i nostri gatti da queste infezioni.

Trasmissione, caratteristiche e decorso della malattia

I virus del gruppo coronavirus sono presenti in un gran numero di mammiferi, tale per cui accanto a cani, gatti (FCoV e FIP)), maiali e bovini, anche gli esseri umani possono venire contagiati. Per quanto riguarda i cani, tuttavia, non è detto che l‘infezione in sé conduca sistematicamente alla malattia e ai relativi sintomi. I cani adulti con un sistema immunitario forte spesso sono asintomatici, ma possono comunque infettare, direttamente o indirettamente, i cani con un sistema immunitario debole, come ad esempio i cuccioli.

Le particelle virali del coronavirus canino (CCoV) vengono assorbite attraverso la bocca o il naso del cane, e da lì, attraverso l’esofago, raggiungono il tratto gastrointestinale. Le possibili fonti di infezione possono essere l’acqua potabile, se contaminata da feci, oggetti contaminati (ad es. giochi per cani) e il contatto diretto con le feci di altri cani infetti. Le particelle del virus si moltiplicano nella mucosa dello stomaco e nell’intestino – tenue e crasso.

A seguito di eventi infiammatori, le particelle virali possono portare a danni ingenti. Il risultato è una ridotta capacità di assorbimento di acqua e sostanze nutritive provenienti dagli alimenti, il che può risultare pericoloso per la vita stessa del cane, specie nei cuccioli con scorte energetiche relativamente ridotte. L’espulsione delle particelle di virus appena formate attraverso le feci può richiedere fino a due settimane, dopo la comparsa dei sintomi, motivo per cui devono essere osservate misure igieniche severe soprattutto durante questo periodo.

Quali sono sintomi i sintomi del coronavirus canino

I cani reagiscono in modo diverso ad un’infezione da coronavirus canino a seconda delle condizioni del loro sistema immunitario. Ad esempio, i cuccioli o i cani malati (ad es. affetti da parvovirosi) mostrano un decorso più grave rispetto ai cani adulti con un sistema immunitario più forte. Nei cani affetti da coronavirus canino, possono verificarsi i seguenti sintomi connessi con i disturbi gastrointestinali.

Sintomi generici come stanchezza, debolezza e inappetenza, talvolta febbre. Spesso diarrea acquosa con presenza di sangue o muco nelle feci, così come vomito. Forte perdita di liquidi (disidratazione) e fluttuazioni del bilancio idroelettrolitico, i quali possono causare problemi circolatori e aritmie cardiache. Nei cani con pregresso deficit del sistema immunitario, il coronavirus può avere esiti fatali

Sfortunatamente, se un cane ha già sviluppato l’infezione da coronavirus canino, non si può escludere che contragga un’altra malattia.

Come si arriva alla diagnosi di coronavirus canino

Sono svariate le patologie che hanno tra i sintomi i disturbi gastrointestinali nei cani. Per questo, nel contesto dell’osservazione da parte del proprietario (anamnesi) e dell’esame clinico generale, sono da prendere in considerazione e da sottoporre a valutazione da parte del medico veterinario il restante quadro di salute dell’animale (esame della mucosa, livello di idratazione, frequenza cardiaca e respiratoria e temperatura corporea) nonché lo stato delle vaccinazioni, il comportamento dell’animale rispetto al solito così come l’alimentazione ed elementi quali, ad esempio, la profilassi contro i vermi.

Qualora la perdita di liquidi e di elettroliti influisse in modo determinante sulla circolazione del cane tale da far risultare impensabile il ricorso ad un ulteriore esame, occorre per prima cosa stabilizzare la circolazione mediante terapia con fluidi ed elettroliti. Solo successivamente, tramite esame ematico o fecale, è possibile confermare un’infezione del coronavirus canino:

Il gold standard è il rilevamento diagnostico dei virus più accurato, che avviene utilizzando un microscopio elettronico o PRC (reazione a catena della polimerasi in real time)

Raramente viene effettuata una rilevazione indiretta del virus, ossia si misura la concentrazione di anticorpi (proteine protettive del sistema immunitario) che si formano nel sangue. Accanto a questi test, si raccomanda un esame delle feci a livello parassitologico.

Sintomi da non sottovalutare e cure disponibili

La diarrea è un sintomo da non sottovalutare, soprattutto nel caso dei cuccioli: a causa delle loro scarse riserve energetiche, infatti, i cani molto giovani finiscono rapidamente in situazioni potenzialmente letali. La terapia si concentra quindi su misure di supporto che riducano la diarrea e stabilizzino l’animale a livello circolatorio.

Terapia liquida ed elettrolitica mediante infusione endovenosa o bolo sottocutaneo. Digiuno (da non protrarsi per più di due giorni). Evitare le infezioni batteriche secondarie, ricorrendo agli antibiotici. Contrastare l’infezione virale con antivirali. Se la temperatura corporea del cane scendo troppo, è possibile riscaldare l’animale utilizzando tappeti riscaldanti o coperte elettriche (evitando il surriscaldamento eccessivo).

Dopo la terapia, il cane dovrebbe essere nutrito per diversi giorni con alimenti leggeri come, ad esempio, il riso bollito non trattato e il pollo bollito. Evitare le situazioni di stress

Qual è la prognosi e come si può evitare l’infezione?

La prognosi di una patologia dovuta ad un’infezione da coronavirus canino dipende fortemente dallo stato immunitario dell’animale. I cuccioli e i cani che soffrono già di parvovirosi o cimurro, ad esempio, hanno minori possibilità di guarigione rispetto ai cani con un buon sistema immunitario. La diagnosi precoce e un’efficace terapia sono importanti per ridurre al minimo il rischio di disidratazione e perdita di elettroliti.

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Come si può evitare l’infezione da coronavirus canino

È possibile proteggere i cani dall’infezione da coronavirus canino (CCoV) ricorrendo alla vaccinazione. Tuttavia, non tutti i medici veterinari sono d’accordo sul tema, in quanto l’efficacia di questo vaccino è ancora controversa, tra gli specialisti. Resta il fatto che sia fondamentale vaccinare i cani contro le malattie infettive come il parvovirus, il cimurro e la leptospirosi, secondo le raccomandazioni della stessa World Small Animal Veterinary Association, il cui protocollo sanitario viene ormai rispettato in gran parte del mondo.

Lo scopo di queste vaccinazioni è, da un lato, la profilassi dell’infezione centrata sul rispettivo patogeno, e dall’altro evitare la successiva immunosoppressione. I cani vaccinati sono quindi indirettamente protetti contro un decorso severo della malattia del coronavirus canino. Oltre a ciò, per evitare di contrarre malattie infettive, è sempre bene attenersi scrupolosamente ad alcune raccomandazioni, in fatto di misure igieniche.

Pulire e, se necessario, disinfettare i luoghi dove vi è presenza di cibo o di feci, nonché i giochi per cani e in generale tutte le superfici con disinfettanti specifici contro i virus. Cambiare regolarmente l’acqua potabile messa a disposizione dell’animale. Mettere in quarantena i cani infetti per almeno due settimane. Raccolta e smaltimento tramite sacchetto chiuso delle feci del cane.

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Nikolaj Dzhurmongaliev: il russo che mangiava uomini

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Nikolaj Dzhurmongaliev nasce come Nikolaj Dzhumagaliev nel 1952 nella zona di Alma-Ata, in Kazakistan. È noto anche come Metal Fang ed è uno dei peggiori assassini dell’area sovietica, insieme ad Andrej Chikatilo e Gennadij Michasevič. Fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, lo stato kazako appartiene all’Urss e non è uno stato a sé. Il padre è kazako e la madre è russa. Non si conosce nulla della sua infanzia. È accusato di aver commesso circa cinquanta omicidi a sfondo cannibalistico.

Nel corso degli anni perde alcuni denti dell’arcata anteriore e se ne fece impiantare alcuni finti in metallo bianco: da qui gli deriva il soprannome Metal Fang. Nikolaj Dzhurmongaliev presta il servizio militare e viaggia in Europa e nelle zone del Circolo Polare Artico. I colleghi lo conoscono come una persona educata, solitaria, accompagnato da una calma insolita. Ha una buona parlantina e cura molto il suo aspetto esteriore ed il suo vestiario. In poche parole, è un gentiluomo. Ma se viene provocato, è in grado di sferrare colpi molto violenti. Sottolinea sempre la sua superiorità agli altri facendosi chiamare “il discendente del Gengis Khan”.

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Dopo la scarcerazione, Nikolaj Dzhurmongaliev inizia a lavorare come operaio. Tutti gli altri omicidi partirono dal 1980 e terminano al suo arresto, che avviene un anno dopo. La zona colpita è la Repubblica del Kirghizistan. Le sue vittime sono donne che vengono avvicinate in un parco locale quando fa buio. Le stupra e le uccide con un’ascia o un coltello, che porta sempre con sé. Sceglie le sue vittime per bellezza.

Il cadavere poi viene macellato e alcune parti le mette in un sacco per portarsele a casa. Ci cucina dei piatti etnici che mangia, oppure che offre agli amici durante alcune cene che organizza con un’alta frequenza. Pare che il fatto di vedere delle persone ignare che mangiano la carne umana lo eccita sessualmente. Nikolaj Dzhurmongaliev uccide perché detesta le donne e le prostitute. Non si conosce il movente del suo cannibalismo.

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Alcuni documenti ufficiali descrivono in modo abbastanza preciso un suo delitto. In quest’occasione, si nasconde dietro a delle rocce in attesa che qualcuno gli passi vicino. Trovata la vittima ideale, salta fuori e la uccide con una coltellata sul collo. Dopo che ne beve il sangue la porta in una discarica e, lontano da occhi indiscreti, fa sesso con il cadavere. Quando finisce, smembra il corpo in vari pezzi. Una parte li seppellisce.

L’altra parte la portò con sé per cucinarla. Nel 1981 due ubriachi, che il Nikolaj Dzhurmongaliev invita in casa con la promessa di dargli da mangiare, trovano nel frigorifero la testa decapitata di una donna ed il suo intestino. Scappano dalla casa e allertano la polizia, che lo arresta il giorno successivo. Durante il processo vengono accertati sette dei quarantasette omicidi di cui è incriminato e dei cento di cui è fortemente sospettato. Viene confinato in un istituto mentale a Tashkent. Dopo alcuni anni, una visita medica conferma che il suo stato mentale sta migliorando costantemente.

Non rappresenterebbe più un pericolo per la società. Può essere trasferito in un altro istituto. Non essendo più un pericolo, non gli viene affiancata alcuna scorta. Nel 1989, proprio durante il trasferimento, scappa dalla custodia, composta unicamente da un infermiere. Nell’agosto del 1991 viene nuovamente arrestato a seguito della segnalazione di una donna che lo riconosce a Fergana, in Uzbekistan. Dopo qualche anno di istituto mentale in Uzbekistan, torna in libertà nel mese di gennaio del 1994. Vive con i parenti da qualche parte nell’Europa orientale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Mostro di Firenze: 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

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I reperti dei delitti del serial killer si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

Storie di Serial Killer è una collana di pubblicazioni. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Handicap e disabilità: differenze poco conosciute ma importanti

Mentre il termine handicap esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio temporale. In altre parole un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile, mentre l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Handicap e disabilità, questi sconosciuti. Un buona parte della società in cui viviamo, soprattutto per un’educazione ipocrita e finta perbenista che ha ricevuto in famiglia e da frequentazioni abituali di estrazioni pseudo cattoliche, si vergogna di chiamare col loro nome malattie e ammalati. Faccio un esempio per essere più chiaro: di un amico o amica che ha il cancro, non si dice che è malata di cancro, si preferisce dire che “lotta contro il male”. Perché?

In una società in cui davvero molte persone passano il tempo a ricamare le problematiche, piuttosto che scendere in campo e prestare un aiuto concreto, magari con un po’ di volontariato (per questo solo pochi trovano il tempo…), un handicappato non è libero di sentirsi tale e di provare comunque a vivere felicemente la sua vita. Agli occhi di certa gente un handicappato non è un handicappato. Cioè, lo è ma non deve essere chiamato così. Non è un diverso. Cioè, lo è ma non gli va detto. Ma diverso da chi? E soprattutto, diverso su cosa? Su quale piano?

Un diversamente abile non è una persona inabile, è un uomo o una donna perfettamente in grado di svolgere alcune mansioni e alcuni lavori, in base appunto al livello di sostegno che riceve per migliorare il proprio deficit. Per alcuni studiosi, è utile definire distintamente i termini deficit ed handicap in quanto l’uso di portatore di handicap genererebbe delle confusioni tra causa ed effetto, in quanto i due termini esprimono concetti diversi, quindi suggeriscono di usare il termine “deficit” per definire la condizione soggettiva e personale di chi, a causa di un evento traumatico o morboso, abbia subito una menomazione della propria sfera biologica o psichica con conseguente minorazione organica che comporta difficoltà di apprendimento e di relazioni interpersonali.

Mentre il termine handicap esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio temporale. In altre parole un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile, mentre l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Forse è il caso di comprendere meglio il concetto di handicap e disabilità. Capita che in seguito a una menomazione, si sviluppi una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale che ci circonda rispetto a ciò che la stragrande maggioranza delle persone considera la “norma”. Quindi, si è meno autonomi nello svolgere determinate attività quotidiane e spesso ci si trova in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale.

L’handicap e la capacità di intendere e di volere

Ma non si è incapaci di intendere e di volere. Per fortuna e grazie alla ricerca tecnologica e a quella scientifica, oltre che all’impegno di chi partecipa attivamente alla costruzione di una società civile, il mondo della disabilità ha vissuto trasformazioni radicali e profonde a partire dagli anni Settanta del Ventesimo secolo, momento in cui è cominciata una lenta azione di rinnovamento dei servizi e degli interventi a favore dei portatori di disabilità. Una di queste è l’abolizione delle barriere architettoniche. Questo ed altri processi d’inserimento dei portatori di handicap, oggetto delle cosiddette politiche sociali, è andato via via affinandosi, fino a diventare un processo d’integrazione.

Ci sono due termini che è importante tenere bene in mente: inclusione sociale e integrazione sociale. C’è una marcata distinzione e, considerato che affrontiamo l’argomento, è bene comprenderla. L’inclusione sociale è quella situazione in cui, in riferimento a una serie di aspetti che permettono agli individui di vivere secondo i propri valori e secondo le proprie scelte, è possibile migliorare le proprie condizioni e rendere accettabili le differenze tra persone e gruppi sociali.

L’integrazione sociale è, invece, qualcosa di più profondo. È l’inserimento delle diverse identità in un unico contesto all’interno del quale non è presente alcuna discriminazione, all’interno del quale c’è cooperazione sociale e coordinamento tra i ruoli e le istituzioni. A voler essere pignoli, parafrasando la “International classification of impairments disabilities and handicaps” del 1980 stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Ma c’è un ma…

Negli anni Novanta, l’Oms ha commissionato a un gruppo di esperti di riformulare la classificazione precedente, tenendo conto di nuovi concetti. La nuova classificazione, detta “International classification of functioning”, definisce lo stato di salute delle persone piuttosto che le limitazioni, dichiarando che l’individuo “sano” si identifica come “individuo in stato di benessere psicofisico” e ribalta, di fatto la concezione di stato di salute.

Inoltre, introduce una classificazione dei fattori ambientali. Il concetto di disabilità cambia e secondo la nuova classificazione, questa condivisa e approvata da quasi tutte le nazioni afferenti all’Onu, diventa un termine che identifica le difficoltà di funzionamento della persona a livello personale e nella partecipazione sociale. I fattori biomedici e patologici non sono più gli unici presi in considerazione, ma si considera anche l’interazione sociale. Il nuovo approccio è multiprospettico: biologico, personale, sociale. I termini di menomazione, disabilità ed handicap, che attestavano un approccio essenzialmente clinico, si sostituiscono i termini di strutture corporee, attività e partecipazione, in quanto non si considerano più solo i fattori organici, ma anche quelli sociali.

Cos’è la pedagogia speciale di Andrea Canevaro?

Andrea Canevaro è un pedagogista ed editore di Genova. Classe 1939, professore emerito dell’Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, dagli anni Settanta del Novencento è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale, con particolare nell’ambito della disabilità e dell’handicap. Il padre della scuola italiana di pedagogia speciale sostiene che: “Nel 1999 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato la nuova “Classificazione internazionale delle menomazioni, delle attività personali, ex disabilità, e della partecipazione sociale, ex handicap o svantaggio esistenziale.

Con attività personali si considerano le limitazioni di natura, durata e qualità che una persona subisce nelle proprie attività, a qualsiasi livello di complessità, a causa di una menomazione strutturale o funzionale. Sulla base di questa definizione ogni persona è diversamente abile. Una persona è relativamente handicappata, cioè l’handicap è un fatto relativo e non assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit”.

“In altri termini – è la tesi di Canevaro – un’amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta. Lo svantaggio, o handicap, è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l’individuo amputato è collocato. L’handicap è dunque un incontro fra individuo e situazione (…). Il 22 maggio 2001, l’Oms perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: la “Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute”, l’acronimo è Icf. All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato centonovantadue governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità. (…)”.

Ma non solo. “Il primo aspetto innovativo della classificazione emerge chiaramente nel titolo della stessa. (…) L’applicazione universale dell’Icf emerge nella misura in cui la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all’interno di una comunità, ma un’esperienza che tutti, nell’arco della vita, possono sperimentare. L’Oms, attraverso l’Icf, propone un modello di disabilità universale, applicabile a qualsiasi persona, normodotata o diversamente abile”. Fin qui, gli aspetti positivi di un percorso tortuoso e faticoso.

Esistono anche degli aspetti negativi. I cosiddetti “contro”, alcuni dei quali, guarda caso, legati a quella sfera di ipocrisia tangibile di cui parlavo all’inizio di questo articolo. Lasciamo che ne parli chi ne sa più di noi. E Canevaro è la persona giusta per analizzare tanto i pro quanto i contro. “Qualche anno fa, alcune persone disabili hanno avuto l’acuta e orgogliosa intuizione di sottolineare come, anche in presenza di una menomazione importante, riescano a produrre, realizzare, essere competitivi con il resto del mondo”.

“Il che talvolta è vero. Per definire questa condizione hanno coniato il neologismo “diversamente abili”. Nella loro bocca, in quel contesto, in quel momento poteva forse avere un senso. Forse. Ciò perché alla fin fine si enfatizza il concetto di abilità a tutti i costi, la concorrenza, la rincorsa ad una omologata normalità con tutti i paradossi che questa porta con sé. Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza non è quella dì trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l’insostenibile pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto – da distretti, comuni e servizi sociali – la loro stessa sopravvivenza”.

“Sono le persone con handicap gravissimo e se il termine urtasse le sensibilità più raffinate potremmo definirle “diversamente ospedalizzate”. Persone che al turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è – banalmente – sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla perché non hanno voce. Altro che “diversamente qualcosa”.

Niente di male, lo ripeto, se una persona disabile si autodefinisce “diversamente abile”. Qualcuno potrà sorridere a qualcun altro si inumidirà il ciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l’emulazione e la volontà di superare la provocazione definendosi financo “diversamente dotato”, evocando pruriginose rimembranze. Ma quando il termine deborda dalla boutade per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di ipocrisia.

E mai come negli ultime mesi ci è capitato di annotare quel termine – “diversamente abili” – magistralmente inchiavardato nei pubblici sermoni di politici opinionisti, operatori, funzionari, responsabili di associazioni. Sembra si voglia far intendere che l’epoca dell’invalido povero ed emarginato sia stata sepolta da una nuova cultura fatta di promozione e di integrazione, di sperimentazione e di innovazione.

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Disabilità: è necessaria una rivoluzione culturale

“Di questa “rivoluzione culturale” i “diversamente abili” sarebbero addirittura apportatori di ricchezza proprio grazie alla loro diversità. Siamo certi che le persone disabili farebbero volentieri a meno di quella ricchezza. Sono portatori semmai di esigenze particolari che tanto sono più gravi quanto meno trovano risposta. L’affermazione poi ce ne ricorda una di un po’ più datata e svagata che interpretava la malattia mentale come una condizione comunque felice perché fuori dai rigidi e stereotipati paradigmi di una società bruta e poco creativa. Pregiudizio mascherato. Voglia di negare il profondo disagio che è proprio della malattia”.

La stessa superficiale ipocrisia di chi – e non sono in pochi – sostiene che le persone con sindrome di down sono comunque felici “perché sorridono e sono socievoli”. Quindi “diversamente abili”! È quindi una definizione non stigmatizzante e che raschia di meno la crosta nelle paure di ognuno di noi, che siamo o meno disabili. “Ma è una terminologia oltre che falsa, inefficace. Falsa perché distorce la realtà spalmandola su un quadro rassicurante, una rappresentazione buona per tutti i salotti e per tutte le stagioni. Inefficace perché non evidenzia il disagio e non rimarca l’obbligo civile della presa in carico da parte di tutti”.

“L’espressione “diversamente abile” pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità. Esso viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato. Ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere lo stesso adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue, potenziate con adeguati strumenti, o abilità compensative, ad esempio quelle verbali. Vi sono altre situazioni, come quelle riguardanti due terzi di tutti gli allievi certificati e cioè quelli con ritardo mentale, in cui l’uso della terminologia diversamente abile può risultare fuorviante”.

“Consideriamo il caso di un tipico allievo con sindrome di down. Dal punto di vista della qualità della vita forse si può anche dire che utilizzando le proprie capacità, o abilità, egli può comunque raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone. In altre parole può raggiungere un benessere che non può essere considerato inferiore. Se questo è il riferimento, l’espressione “diversamente abile” potrebbe anche essere utilizzata. Se il riferimento diventa invece quello delle prestazioni scolastiche, sociali e di autonomia, l’espressione “diversamente abile” può risultare ingannevole, in quanto “nasconde” il fatto che tali prestazioni sono inferiori rispetto a quelle tipiche della normalità”.

Vi siete davvero mai chiesti quanti tipi di handicap esistono e quali sono? E soprattutto, sapete di cosa stiamo parlando? Ci provo io a rispondere alla domanda: autismo, malattie croniche (quindi tantissime), sordità, disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, perdita della memoria, malattie psichiche, disabilità fisiche, disturbi del linguaggio, cecità. Cominciamo dalla prima. L’autismo è una disabilità con caratteristiche che hanno una vasta gamma di varianti.

Sebbene le persone affette da autismo non possano essere individuate attraverso l’aspetto fisico, esse presentano di solito difficoltà nel linguaggio o nella comunicazione, nelle relazioni sociali e nel comportamento, spesso a causa di difficoltà sensoriali. I diversi livelli di autismo variano da lieve a grave.

Le malattie croniche possono iniziare in qualsiasi momento della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Alcune di queste malattie creano disabilità visibili, ma altre creano disabilità “invisibili” che possono non manifestarsi subito. Anche i familiari e gli altri che assistono coloro che sono affetti da una malattia cronica affrontano prove difficili.

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Handicap invisibili come la perdita dell’udito

C’è poi la perdita dell’udito, che varia da una leggera perdita alla sordità assoluta. Ad alcune persone audiolese basta indossare apparecchi acustici. Altre usano la lingua dei segni per comunicare, altre leggono le labbra e riescono a parlare e altre ancora utilizzano una combinazione di entrambi i metodi. Questa tipologia di disabili incontra difficoltà nella comunicazione, in particolare in luoghi affollati. Una difficoltà che può provocare sentimenti di solitudine, frustazione, rabbia, diminuzione dell’autostima, mancanza di speranza e depressione.

La disabilità intellettiva si riferisce a limitazioni gravi nell’apprendimento, nella capacità di pensare, nella risoluzione dei problemi, nella percezione del mondo e nello sviluppo di capacità quotidiane. Tutte le persone con disabilità intellettive sono capaci di apprendere e possono vivere una vita soddisfacente e felice. Invece, le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento.

Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento. Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. Le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento. Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento.

Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. A volte, oltre al normale processo di invecchiamento, si può perdere la memoria a causa di una malattia o di una lesione cerebrale. Le malattie cerebrali come l’alzheimer possono aumentare la perdita della memoria. Gli ictus sono un’altra causa ricorrente.

Ci sono molti generi di malattie psichiche che colpiscono le funzioni cerebrali. Possono avere effetto sui pensieri, sul comportamento, sulle emozioni e sulla capacità di capire le informazioni. Le malattie psichiche differiscono dalle esperienze normali dovute alla tristezza, ai sentimenti di rabbia o ai problemi quotidiani. Diverse cause e condizioni possono danneggiare la mobilità e il movimento. L’incapacità di usare bene gambe, braccia o busto a causa di paralisi, irrigidimento, dolore o altre disabilità è frequente.

Può essere il risultato di difetti di nascita, malattie, età o incidenti. Queste disabilità possono cambiare di giorno in giorno. Possono contribuire ad altre disabilità quali i disturbi alla parola, la perdita della memoria, la bassa statura e la perdita dell’udito. I disturbi della parola e del linguaggio sono vari e possono arrivare a qualsiasi età. E a proposito di disturbi della parola e del linguaggio, a prescindere dalla loro gravità, influiscono sulla capacità di una persona di interagire e di comunicare con gli altri.

Possono interferire con la capacità di capire, di esprimere i propri pensieri o di essere compresi. Le cause possono essere presenti già alla nascita, verificarsi durante l’infanzia o più avanti nella vita. Infine, ma non ultime per importanza, ci sono le difficoltà a visive: da vista confusa o sfocata alla cecità totale.

Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

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Dipendenza: come riconoscerla e soprattutto come curarla

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Una dipendenza è causa dell’alterazione del comportamento. Dalla fase della comune abitudine si passa a quella esagerata e smisurata del piacere attraverso mezzi, sostanze, oppure comportamenti che sfociano in una condizione patologica cronica. E tenete bene in mente le ultime tre parole che avete letto. Più dipende, più il soggetto ammalato tende a perdere il controllo di un’abitudine. Quindi, si è dipendenti quando si fa un uso compulsivo di una sostanza a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative.

Ci si ammala di dipendenza quando si perde il controllo volontario del comportamento. Le tecnologie odierne delle neuroscienze stanno portando alla luce alcuni meccanismi cerebrali correlati alle dipendenze. Oltre ad anni di risultati sperimentali sui modelli animali, ora ci sono gli studi per visualizzazione in vivo delle funzioni del cervello umano, grazie alla pet e alla risonanza magnetica funzionale. Questi strumenti di indagine rilevano alterazioni funzionali e strutturali, per questo si parla di patologia cronica, del sistema nervoso centrale di persone dipendenti.

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Questo conduce alla condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo. Giusto, ma non sempre. Per fortuna, infatti, capita che molte persone affette da dipendenza superino questa malattia senza ricorrere a cure. Inoltre, va tenuto conto che l’azione stessa delle sostanze psicoattive e la loro capacità di indurre dipendenza sono modulate da numerosi fattori di tipo psicologico e sociale. E se la persona non ha una sola dipendenza? Si trova certamente in una situazione peggiore, che si chiama polidipendenza.

Ci sono due tipi diversi di dipendenze e hanno effetti differenti: c’è la dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e la dipendenza psichica, che modifica lo stato psichico e comportamentale. Quella fisica è una dipendenza prodotta essenzialmente da condizionamenti neurobiologici ed è superabile con relativa facilità. La dipendenza psichica richiede interventi terapeutici lenti e ad ampio raggio. Spesso vanno coinvolti anche i familiari della persona dipendente.

Esiste una forma grave che comporta sia la dipendenza fisica sia quella psichica compulsiva. Un esempio è dato dal bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende. Si cerca l’effetto e si vuole evitare l’astinenza. La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga o la sostanza in dosi sempre maggiori, a causa dell’assuefazione che porta ad un innalzamento della soglia di tolleranza.

In pratica, il processo dell’assuefazione è uno dei più semplici. Per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina e, in secondo luogo, a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante. Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente dal cibo, come nel caso della bulimia, della dipendenza da zuccheri, del disturbo da alimentazione incontrollata. Oppure si può essere dipendenti da sostanze stupefacenti, in cui rientra l’alcolismo, il caffeinismo e il tabagismo.

Esiste la dipendenza da sesso, come nel caso di dipendenza sessuale, pornografia, masturbazione compulsiva. Ed esistono le dipendenze da lavoro (work-a-holic), da gioco (gioco d’azzardo patologico), da shopping (shopping compulsivo), televisione, internet (internet dipendenza), videogame, lo sport. La dipendenza non si presenta solo con un eccesso di dopamina, ma anche con un loro deficit.

Ad esempio, ripetere sempre le stesse cose e la mania di ordine e pulizia si manifestano come una dipendenza. Sono sintomi di una carenza di serotonina. Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer, o attività quotidiane. Si chiama “dipendenza psicologica” e provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa. Una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

Quali sono le aree del cervello coinvolte da questa malattia?

Uno studio del 2007 ha mostrato per la prima volta le aree del cervello coinvolte nel processo decisionale. I neuroni della corteccia orbitofrontale e della cingolata anteriore sono le aree del cervello attivate per prendere qualsiasi decisione, sia cruciali come la scelta del tipo di scuola o di lavoro, sia banali come mangiare o bere qualcosa.

Rispettivamente, l’attività neuronale viene modulata nella orbifrontale in proporzione alla gravità della decisione da assumere, serve cioè ad identificare l’alternativa migliore, e nella cingolata in base alla rispondenza alle aspettative di partenza, come seguire l’alternativa che si è valutata migliore.

La cingolata anteriore è oggetto degli stimoli più forti per il confronto fra “pay-off” atteso, probabilità di successo e costo in termini di tempo e sforzo richiesti. A riprova, chi presenta danni in queste aree tende a comportamenti autolesionistici, con la stessa dinamica delle dipendenze, vale a dire a scegliere l’alternativa peggiore (in modo consapevole e non) e meno soddisfacente per sé.

Pare che il problema sia dovuto al non adeguamento dell’attività neuronale in base all’importanza della decisione da assumere: impulsività su scelte cruciali e per contro tempi lunghi per decisioni del quotidiano. Oggi, per curare le dipendenze si predilige un approccio multidisciplinare, che prevede un intervento mirato in ambito biologico e psicologico.

In ambito biologico, lo scopo è il raggiungimento dell’astinenza, utilizzato soprattutto nelle dipendenze da sostanze come alcol e droghe. Possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche. In ambito psicologico, di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, invece ci si prefigge l’obiettivo di spingere il soggetto a superare l’ossessiva percezione del bisogno della sostanza o comportamento da cui è dipendente.

Esistono molte associazioni che utilizzano il programma di recupero del gruppo di “auto-aiuto” come terapia contro svariate forme di dipendenze. Quali? Alcolismo, tossicodipendenza da droghe “leggere” (hashish e marijuana) e “pesanti” (cocaina, eroina, metanfetamina e altre), bulimia e altri disturbi alimentari, relazionali (codipendenza e dipendenza affettiva), comportamentali (gioco d’azzardo compulsivo). E ancora: dipendenza dal lavoro, da shopping compulsivo, sessuale (masturbazione compulsiva, pornodipendenza o cyber-sex addiction), da tecnologiche (internet dipendenza).

Informati di più sulla dipendenza: non è solo un problema altrui

Intervista al gigolò: ”La mia vita da escort tra chiese e lusso”

La vita dell’escort è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice.

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

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Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

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Storia della pizza: ma come c’è arrivato l’impasto a New York?

La risposta è multipla ma semplice. Si tratta di una pizza realizzata solo con acqua, sale, lievito madre e farina, ed è fatta lievitare per un minimo di otto ore. Il disco di pasta viene steso esclusivamente con le mani. Tale manipolazione determina lo spostamento dell’aria dal centro verso l’esterno del panetto che resta più gonfio ed in cottura forma il cornicione. I prodotti utilizzati devono essere preferibilmente di origine campana.

La prima domanda che ti pongo è: ma come c’è arrivata la pizza a New York? E subito dopo ti chiedo, chi ce l’ha portata? Mi pare giusto ammetterti che amo la pizza, ma voglio che mi venga preparata “alla napoletana” – perché comunque a Napoli è nata la pizza – o che almeno gli assomigli molto.

Essendo io una rara specie meticcia mischiata tra piranha e affamato cronico di pizza, poi anche giornalista curioso e da sempre aspirante blogger, stamattina mi sono posto questa domanda. Siccome a Torino piove e non c’è granché da fare ho iniziato la mia ricerca. Ti pareva? Ma chi vuoi che abbia portato la pizza a New York se non un napoletano di nome Gennaro?

Lo so. Vuoi subito sapere chi è, come si chiama, da quale zona di Napoli arrivava… O magari già lo sai. Ma io ti faccio un’altra domanda ancora prima di svelarti questa storia centenaria affascinante e dai contorni Tricolore. Se sei un “pizzaro” come me devi sapere anche questo.

Dò per scontato che tutti, e che quindi anche tu, sanno che la pizza è stata inventata nel giugno del 1889 dal cuoco Raffaele Esposito (santo subito!) per onorare la Regina d’Italia Margherita di Savoia (pizza Margherita), condita con pomodori, mozzarella e basilico, per rappresentare i colori della bandiera italiana. Quindi chiedo: perché pizza napoletana e non altro?

La risposta è multipla ma semplice. Si tratta di una pizza realizzata solo con acqua, sale, lievito madre e farina, ed è fatta lievitare per un minimo di otto ore. Il disco di pasta viene steso esclusivamente con le mani. Tale manipolazione determina lo spostamento dell’aria dal centro verso l’esterno del panetto che resta più gonfio ed in cottura forma il cornicione. I prodotti utilizzati devono essere preferibilmente di origine campana.

PROMEMORIA > Questa storia fa il “paio” con Crisi da marke(t)ting e storie di volontà

Pomodoro pelato frantumato a mano e pomodoro fresco tagliato a spicchi, mozzarella di bufala a fettine o fior di latte a listelli. Il formaggio grattugiato si sparge sulla pizza con movimento rotatorio e uniforme, le foglie di basilico fresco sono poste sui condimenti e l’olio extra vergine di oliva viene aggiunto con movimento a spirale.

Se stai pensando “quante menate, quante manfrine”. Ti dico subito che non siamo sullo stesso piano di idee, quindi tu continuerai a mangiare le tue pizze con lievito di birra e due ore di lievitazione e io mi godrò le mie pizze col cornicione, in attesa di andarmene a mangiare di nuovo una New York dai familiari di Gennaro.

Tanto, prima o poi, ci devo tornare a New York. Al 32 di Spring Street, all’angolo di Mott Street, a Manhattan, New York City, c’è Lombardi’s Pizza. Non so se negli ultimi anni è cambiato qualcosa, se la qualità si è abbassata, di sicuro non poteva elevarsi visto che era già perfettamente perfetta. Scusate la cacofonia, ma rende l’idea.

Nel 1897, Gennaro Lombardi è un immigrato italiano trasferitosi da pochissimo negli Stati Uniti d’America. Lo conoscono già in molti perché ha inaugurato un negozio negli Usa, un piccolo panificio nella Little Italy di New York, dove insieme ad un suo dipendente, Antonio “Totonno” Pero, anche lui immigrato italiano, inizia a produrre “torte al pomodoro” da vendere ai clienti. La loro pizza diventa popolare e Lombardi non ci pensa due volte e in un Paese in cui da sempre vince la meritocrazia e non il lobbismo: apre la prima pizzeria americana. Tieniti forte. Siamo nel 1905 e si chiama semplicemente Lombardi.

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Pizza: da Napoli a New York, o viceversa?

Sebbene Gennaro fosse influenzato dalle “torte di Napoli”, è costretto ad adattare la pizza agli americani, ai loro standard e alle loro regole. Non è l’ennesimo artista che, pur di fare soldi a palate, rinuncia alla sua unicità. Anzi, crea il capolavoro. Ma prima di arrivarci ci impiegherà un po’. E sbaglierà anche, come tutti. Lombardi sostituisce i forni a legna e la mozzarella di bufala con forni a carbone e fior di latte, e così, per “colpa” sua, inizia l’evoluzione della “torta” americana. Nel 1924, “Totonno” lascia la pizzeria Lombardi e segue le linee metropolitane di New York in espansione fino a Coney Island, a Brooklyn. Lì aprirà Totonno, nel 1924.

Nel 1984, il figlio di Gennaro, George, chiude l’originale Lombardi, che riapre solo dieci anni dopo a un isolato di distanza, dove si trova attualmente, al numero 32 di Spring Street, gestito da Gennaro Lombardi III, nipote di Gennaro Lombardi, e dal suo amico di infanzia John Brescio.

Purtroppo, questo cambiamento di ubicazione e una pausa di dieci anni non permettono alla “Lombardi’s Pizza di poter essere considerata la più antica pizzeria (ininterrotta) d’America, che risulta Papa’s Tomato Pies a Trenton, nel New Jersey, che però ha aperto nel 1912 e non si è mai fermata. Ma è certamente la prima pizzeria documentata dalla storia. Quella che inventò la pizza a New York.

Dunque, ecco com’è arrivata la pizza a New York. E i newyorkesi impazziscono per la pizza. Un amore nato, quindi, più di un secolo fa, quando questo giovane immigrato napoletano aprì la prima pizzeria nella capitale economica degli Usa. Il vizio del panettiere che ama preparare la pizza per i suoi connazionali dal forno a carbone della sua bottega, però, gli ha consentito di creare un impero economico che ancora oggi è gettonatissimo. Da allora, dopo più di cento anni di storia e un cambio di gestione, la pizzeria Lombardi è ancora lì, nel cuore di Little Italy. Ora il forno è di nuovo a carbone e la pizza non è la torta americana. Lì sventola ancora il tricolore col cornicione croccante.

Voglio regalarti un’altra curiosità. Una simpatica “chicca” sul comportamento tipico degli italiani del dopoguerra. Sì, perché solo nel dopoguerra la pizza arriva finalmente in Italia. “Come i blue jeans e il rock and roll, il resto del mondo, compresi gli italiani, ha preso in considerazione la pizza solo perché era americana”, ha raccontato il critico gastronomico John Mariani, autore di ” How Italian Food Conquered the World. Ed è vero. Inventata a Napoli per la regina, snobbata e ignorata dagli italiani, ma ripresa in considerazione perché adorata in America.

Roberta Lanzino e quella triste storia di morte e di ‘ndrangheta

Roberta Lanzino esce di casa il 26 luglio 1988, deve raggiungere l’abitazione di famiglia al mare, in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo. Poche decine di chilometri. Avrebbero dovuto seguirla i genitori, Franco e Matilde. Roberta non attende papà e mamma, consapevole che l’auto del padre l’avrebbe raggiunta facilmente e in breve tempo. Non imbocca la strada statale 18, poco sicura per un motorino, ma la strada vecchia che porta al mare, quella che tutti chiamano Falconara. Si perde. Chiede indicazioni per tornare sulla strada giusta. Va avanti e indietro.

Roberta Lanzino ha diciannove anni, vive con la sua famiglia a Rende, in provincia di Cosenza, studia scienze economiche, è bella e ha un “Sì” della Piaggio di colore blu. Questa è una storia di violenza, di morte, di ndrangheta. La conosco dai tempi del liceo. E per via della mia famiglia conoscevo anche la sua. Una ragazza solare, sorridente, con la testa al posto giusto. Sulle spalle. E ha anche un’ottima famiglia alle spalle. Quando ho saputo di Roberta, della sua atroce morte, mi sono sentito attraversare dal gelo. Ho capito che non capivo. Non potevo metabolizzare una morte orrendamente violenta per quel sorriso innocente. Però, ormai Roberta non c’era più.

Il 26 luglio 1988, Roberta Lanzino, studentessa diciannovenne di Rende, è violentata e uccisa sulla strada di Falconara Albanese. Era il 1988. Nel 2018 è stato celebrato il 30 anniversario della sua scomparsa e, dopo trent’anni, non c’è ancora un colpevole. Tre prosciolti. Ipotesi e pettegolezzo. Intanto, gente finita in carcere ce n’è stata. E poi? I ‘classici’ misteri cosentini. Quelli in odor di ndrangheta, il peggiore tumore che si nutre in quella piccola città di provincia che a volte si trasforma in un porto delle nebbie. ‘Il ricordo di questa splendida ragazza, che vidi per la prima volta quando era piccola assieme al suo papà, il mio caro collega Franco Lanzino, è sempre vivo, come vivo è il dolore della sua famiglia a distanza di 30 anni, tanti ne sono passati anche se sembra l’altro ieri, da quel maledetto pomeriggio del 26 Luglio 1988’, scrive Lettiero Licordari, collega del papà di Roberta e amico della famiglia.

La giustizia non è stata in grado di capire chi e perché abbia compiuto quell’orribile delitto e, molto probabilmente, chi c’era dietro. Nel suo programma tv ‘Blu notte’ lo scrittore Carlo Lucarelli precisa: ‘Quella di Roberta potrebbe essere soltanto la storia di un viaggio verso il mare, di un motorino e di un banale ritardo. E invece si trasforma in una storia terribile, angosciante, misteriosa’. Troppe cose strane in questi anni nelle indagini e nei processi, con prove non considerate o rimaste senza traccia. Scriveva su ‘Repubblica’ nel 1989 Pantaleone Sergi, che aveva seguito il caso anche per la Rai nella trasmissione ‘Telefono giallo’ condotta da Corrado Augias: ‘Si farà un processo terribilmente indiziario contro un pastore dall’ instabile equilibrio psichico, suo fratello e un cugino’. Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Antimafia ha affermato: ‘Conoscere la verità in terra di omertà è un rischio, per questo hanno taciuto tutti coloro che immaginavano e sapevano. Ma hanno anche depistato coloro che, invece, nelle aule dei tribunali dovevano individuare i responsabili e assicurare giustizia’.

Licordari prosegue chiedendosi: ‘Si perverrà un giorno alla verità? Lo sperano, soprattutto, Franco e la signora Matilde, che non hanno perso la fede religiosa ma la fiducia nella giustizia sì, ma lo spera ogni persona perbene. E la speranza che un giorno finalmente si possa fare luce, al di là di ogni burocratico grado di giudizio è costituita dall’ineguagliabile sorriso di Roberta che ci porta a essere ottimisti: fatti del genere devono necessariamente avere un reale responsabile! Il ricordo di Roberta è sempre vivo. Ma non basta intitolarle Centri Donna e tenere convegni e simposi sulla violenza e sul femminicidio, è necessario che tutti “sentano” questi problemi e che non ci sia più omertà. In una società civile la violenza è il retaggio della brutalità che scaturisce da forme ideologiche e di potere, anche subdole, che non sono e non dovranno mai essere ammissibili’.

Storia di morte: Roberta Lanzino stuprata e uccisa

Sta di fatto che, Roberta Lanzino esce di casa il 26 luglio 1988, deve raggiungere l’abitazione di famiglia al mare, in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo. Poche decine di chilometri. Avrebbero dovuto seguirla i genitori, Franco e Matilde. Roberta non attende papà e mamma, consapevole che l’auto del padre l’avrebbe raggiunta facilmente e in breve tempo. Non imbocca la strada statale 18, poco sicura per un motorino, ma la strada vecchia che porta al mare, quella che tutti chiamano Falconara. Si perde. Chiede indicazioni per tornare sulla strada giusta. Va avanti e indietro. Per avere informazioni parla con degli uomini con un furgone, che più in là racconteranno d’aver visto un’auto, una Fiat 131, con due figuri a bordo. Sembravano seguire la giovane e si erano accostati a lei poco prima che il furgoncino ripartisse.

I genitori, dopo aver caricato la macchina di provviste e di un tavolino, lasciano Cosenza dirigendosi verso il mare con l’intento di riunirsi a Roberta già in viaggio sulla strada. I signori Lanzino si fermano dapprima da un fruttivendolo sul tragitto e poi presso una fontana pubblica per riempire dei bidoni d’acqua. Tappe che fanno perdere poco tempo ma che sommate si materializzarono in importanti minuti di ritardo nel raggiungere Roberta. I genitori iniziano a preoccuparsi. Sulla strada non c’è traccia della figlia. Il padre inizia una disperata ricerca, ritornando a Cosenza e controllando la strada che avrebbe dovuto percorrere la giovane studentessa. La madre, la signora Matilde, teme un incidente stradale. Vengono allertati gli ospedali per verificare eventuali ricoveri ma senza esito. Le ricerche continuano per tutta la serata e la notte.

Su quella strada, quella su cui Robertina si era persa, i passeggeri della Fiat 131 Mirafiori chiara, di cui oggi ancora non si conosce il volto, l’aggrediscono, la violentano e la uccidono barbaramente colpendola con un coltello e soffocandola con le spalline della sua stessa camicia. Un femmincidio avvolto nel mistero, che affonda le sue radici anche nella malavita locale, probabilmente intervenuta dopo per ‘sistemare’ le cose. A Cosenza non si muove foglia che ndrangheta non voglia. Intanto, mentre Roberta urla e annega nel terrore e nella violenza più cieca, il padre, i carabinieri e gli abitanti del posto setacciano l’intera zona. La strada vecchia, tortuosa e selvaggia, sembra aver inghiottito la studentessa. Non c’è una traccia. Non c’è un indizio. Nulla di nulla. Maledizione.

Dopo la mezzanotte, sulle montagne di Falconara Albanese viene ritrovato il motorino che non appare incidentato e non risulta in panne. Roberta non si vede, è a cinquanta metri di distanza. Il corpo seminudo è rinvenuto senza vita fra gli sterpi. I suoi effetti personali sparpagliati i giro. I suoi jeans tagliati per strapparli via. L’hanno brutalmente picchiata. Lei ha lottato con tutte le sue forze, ma alla fine ha dovuto cedere. Per farla stare zitta le hanno messo in bocca due spalline da donna, strappate via dalla sua camicetta. Le spalline l’hanno soffocata e l’hanno fatta morire. Ma sarebbe morta ugualmente: due tagli alla nuca con un coltello premuto contro il corpo mentre la violentano e tre coltellate, oltre a una ferita alla gola che le ha reciso la carotide e ha provocato un’imponente emorragia.

Storia di ‘ndrangheta: Roberta Lanzino e la Fiat 131 gialla

La pista della Fiat 131 gialla porta a un muratore di San Lucido, proprietario dell’auto e con qualche precedente penale. Ma la pista non regge. Successivamente irrompono sulla scena i fratelli Rosario e Luigi Frangella e il loro cugino Giuseppe Frangella. Gli atteggiamenti e le dichiarazioni dei tre contadini, residenti nella zona del delitto, non convincono gli inquirenti. Il principale è Rosario, affetto da disturbi psichici, sul quale vengono trovate delle macchie di sangue sui pantaloni. Sul luogo del misfatto viene ritrovato un fazzoletto da uomo azzurrino sporco, uno identico salterà fuori durante una perquisizione a casa di Giuseppe Frangella.

L’uomo presenta delle escoriazioni sulle braccia riconducibili a dei graffi che sostiene di essersi procurato durante il ritrovamento del motorino di Roberta. Nessuno però ricorda la presenza di Giuseppe Frangella in quel frangente. Franco Lanzino, recatosi presso l’abitazione di Frangella per chiedere se avesse visto la figlia, rimane colpito dall’ambiguo comportamento dell’uomo che suggerisce di cercare altrove. Luigi Frangella, invece, dichiara di aver dato delle informazioni stradali a Roberta mentre stava lavorando nei campi e di aver visto il cugino Giuseppe transitare con il suo furgone subito dopo il passaggio della studentessa. Lo stesso Giuseppe Frangella afferma di aver notato entrambi i suoi cugini correre in forte stato d’agitazione nel tardo pomeriggio di quel maledetto 26 luglio.

I tre agricoltori sono accusati della violenza carnale e dell’uccisione di Roberta. Seguono concitate fasi giudiziarie con i tre imputati che si proclamano estranei alle accuse. Luigi, Rosario e Giuseppe Frangella saranno giudicati non colpevoli nei tre gradi di giudizio. Non sono stati loro, ma è evidente che hanno visto gli assassini. Le indagini scientifiche dell’epoca, condotte dalla Procura di Paola e affidate a Domenico Fiordalisi sono lacunose, tardive e infruttuose e non permettono di individuare alcun indizio utile. Dove fu commessa la violenza? Secondo i medici legali in un luogo diverso da quello del ritrovamento: il posto è pieno di rovi e sul corpo di Roberta non ci sono tracce di ecchimosi. Inoltre, il taglio della carotide avrebbe procurato schizzi di sangue mai rinvenuti.

E poi c’è il giallo degli abiti di Roberta. Nel lontano 1995 l’allora parlamentare Sergio De Julio presentò un’apposita interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca. L’interrogazione era molto articolata ed evidenziava una serie di lacune che presentavano le indagini. Ma un passaggio si concentrava proprio sulla scomparsa degli indumenti indossati quel giorno dalla povera Roberta: ‘Gli abiti della vittima (pantalone, maglietta, reggiseno, mutandine, scarpe, ecc.) furono dispersi dopo essere stati trovati sul luogo del delitto. Soltanto due degli indumenti della vittima (maglietta e reggiseno) furono ritrovati dopo alcuni mesi ed affidati al perito nominato dal Tribunale di Cosenza, De Stefano dell’istituto di medicina legale dell’Università di Genova. In sede di processo d’appello De Stefano dichiarò di aver buttato via gli indumenti della vittima ed i reperti con l’unica incredibile giustificazione di un trasloco (peraltro mai accertato) dei laboratori dell’istituto di medicina legale e della mancanza di spazio’.

La vicenda passa di tribunale in tribunale e lascia aperti tanti interrogativi coinvolgendo personaggi di spicco della ndrangheta calabrese che tentano di depistare le indagini ostacolando la ricerca della verità. Non furono i fratelli Frangella, contadini e pastori della zona, assolti per non aver commesso il fatto, non furono né Sansone né Carbone, come rivelò il boss Franco Pino, assolti anche loro, dopo nove anni di processo. Roberta fu uccisa due volte. La seconda nel 2017 quando il suo processo si concluse con nulla di fatto. La prima nel 2015, il maggio, quando la Corte d’Assise di Cosenza dice: ‘Assolti per non avere commesso il fatto’. Franco Sansone, il padre Alfredo ed il fratello Remo sono stati assolti anche per il delitto di Luigi Carbone, il cui cadavere non è mai stato trovato.

Nel 2000 Franco Pino e Umile Arturi (il suo braccio destro) rendono noto di essere informati di alcuni particolari sul delitto Lanzino dai boss di San Lucido Romeo e Marcello Calvano. Eppure il primo non ha mai confermato le circostanze riferite da Pino e Arturi e il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999. L’inchiesta sul delitto Lanzino è stata riaperta circa sette anni dopo, nel 2007 e per istruire il processo si è dovuto attendere il 2009. Nel 2012 Franco Pino ha riferito in aula di avere saputo quello che ha detto mentre era detenuto nel carcere di Siano a Catanzaro, nel 1995, da Romeo Calvano, un uomo fidato di San Lucido con il quale Pino aveva avuto rapporti stretti prima della detenzione. Durante un colloquio in carcere, i due avrebbero parlato dell’opportunità di vendicare la morte di Luigi Carbone, definito un lupo da Pino per il suo modo di agire.

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Su Roberta Lanzino parla Franco Pino, pentito di ‘ndrangheta

Franco Pino ha detto: ‘Calvano disse che la vendetta non era da mettere in atto perché Carbone si sarebbe comportato da indegno partecipante all’omicidio di un suo cugino e alla violenza mortale su Roberta Lanzino insieme a Franco Sansone. Prima venne ucciso il maresciallo Sansone della polizia penitenziaria. Poi due pastori di nome Calabria e Sansone mentre nel frattempo era stata assassinata Roberta Lanzino. Poiché quest’ultimo fatto avvenne nella stessa zona e poiché vi era coinvolto Luigi Carbone mi trovai a parlare di questo episodio con i cugini Calvano con i quali avevo antichi rapporti di amicizia e comparaggio. Tanto Marcello quanto Romeo Calvano mi dissero che a compiere la violenza sessuale e l’omicidio di Roberta Lanzino erano stati Carbone e Sansone’.

‘Per quanto riguarda le modalità di questo delitto posso solo dire che fu un fatto casuale. La ragazza si stava infatti recando al mare con il motorino quando improvvisamente si trovò in contatto con Carbone e Franco Sansone, probabilmente perché caduta dal motorino o perché doveva chiedere un’informazione. Non so poi cosa sia scattato nella testa dei due autori, fatto sta che commisero l’omicidio. Romeo Calvano, quando ci incontrammo in carcere nel 1995, aggiunse pure che, collegato all’assassinio della Lanzino, c’era l’eliminazione di una signora, facente di cognome Genovese, che era a conoscenza di particolari sull’uccisione della studentessa. La morte della signora Genovese era da addebitare, a detta di Calvano, al timore da parte dei Sansone, che potesse parlare con le forze dell’ordine dell’accaduto’.

Nonostante Romeo Calvano non confermi niente, si riaprono le indagini. Secondo Franco Pino, dunque, si sarebbe trattato di un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da una cappa mafiosa. La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese, che fugherebbe ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme qualcosa come sei omicidi. Quello della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile 1990, la morte del maresciallo della polizia penitenziaria Alfredo Sansone e dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo 1989. Tutti erano a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e per questo sono stati messi a tacere. Un intreccio di violenza e barbarie.

L’assoluzione per l’omicidio Lanzino era stata chiesta dal pm dopo che il Dna su Sansone ha escluso la compatibilità con quello trovato sul corpo della giovane. ‘La forza probatoria della prova regina, il dna, è tale da non potere essere confutata’, aveva detto il pm nella sua requisitoria motivando la richiesta di assoluzione. Nel corso del dibattimento, i carabinieri del Ris di Messina hanno fatto la comparazione del dna di Sansone con quello estrapolato dal liquido seminale isolato dal terriccio che stava sotto il corpo della studentessa, dalla quale è emerso che invece non c’è compatibilità. Stesso risultato è stato ottenuto dal Ris comparando il Dna con quello di Luigi Carbone, che secondo l’ipotesi iniziale della Procura di Paola aveva ucciso Roberta Lanzino insieme a Sansone venendo poi a sua volta ucciso dall’amico e dai congiunti per paura che potesse rivelare i dettagli del delitto.

I giudici della Corte d’assise di Cosenza, al termine di una camera di consiglio durata quattro ore e mezzo, hanno invece deciso di assolvere gli imputati da tutti i reati. La condanna era stata invece chiesta dal legale della famiglia Lanzino, l’avvocato Francesco Cribari, anche andando oltre alla perizia sul dna. Proprio l’esito degli accertamenti sul dna ha fatto cadere l’intero impianto accusatorio sul quale si è concentrata la riapertura dell’inchiesta sulla barbara uccisione della studentessa di Rende Roberta Lanzino. Infatti, secondo tale accusa, la giovane, fu violentata e uccisa da Franco Sansone insieme a Luigi Carbone. Quest’ultimo un paio di mesi dopo sarebbe stato ucciso dallo stesso Sansone con la collaborazione del padre Alfredo e del fratello Remo, attuali imputati in un processo in corso in Corte d’Assise. Alla comparazione del dna si è arrivati solo adesso esaminando le tracce di sperma confuse al sangue di Roberta Lanzino trovate dai militari del Ris di Messina sui campioni di terra sulla quale fu trovato il cadavere di Roberta Lanzino. Intanto, tre decenni sono passati…

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Storie (ordinarie e straordinarie) di sfruttamento dell’immigrazione

Ad accomunare molti dei minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento, è un retroterra di marginalità sociale e povertà: è il caso delle ragazze nigeriane e dei minori rumeni, anche Rom, coinvolti in accattonaggio o prostituzione. Forte e rilevante può essere anche il ruolo delle famiglie che spingono i figli a lasciare il paese d’origine e a venire in Italia alla ricerca di lavoro, come nel caso dei minori egiziani, tra i più a rischio di finire in circuiti di sfruttamento lavorativo o di attività illegali.

Sembra consolidarsi sempre più la tratta e lo sfruttamento dei minori, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro. Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri, e che sempre più avviene al chiuso.

Si stima per esempio che lo sfruttamento sessuale indoor, all’interno cioè di appartamenti, sia tre volte quello su strada, il che rende le giovani vittime irraggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo. Storie di sfruttamento dell’immigrazione.

Ma anche la strada spesso non garantisce più la visibilità dello sfruttamento, perché sono sempre più sofisticate le strategie di assoggettamento messe in atto dagli sfruttatori che hanno scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro coetanei: minori così due volte vittime, costretti a “passare dall’altra parte”, quella del controllo, per sopravvivere.

Ad accomunare molti dei minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento, è un retroterra di marginalità sociale e povertà: è il caso delle ragazze nigeriane e dei minori rumeni, anche Rom, coinvolti in accattonaggio o prostituzione. Forte e rilevante può essere anche il ruolo delle famiglie che spingono i figli a lasciare il paese d’origine e a venire in Italia alla ricerca di lavoro, come nel caso dei minori egiziani, tra i più a rischio di finire in circuiti di sfruttamento lavorativo o di attività illegali.

La tratta al fine di sfruttamento sessuale dei minori, sia femmine che maschi, si conferma un fenomeno stabile, addirittura in crescita secondo alcuni operatori e sempre più nascosto e all’interno di luoghi chiusi, come appartamenti, anche se resiste lo sfruttamento e la prostituzione in strada.

Sfruttamento sessuale di minori maschi

La prostituzione maschile appare un fenomeno in consolidamento, anche se a periodi caratterizzati da una notevole presenza di minori su strada, si alternano periodi in cui la loro presenza sembra svanire. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i quindici e diciotto anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada.

Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.

Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno.

Un operatore di Save the Children, riservatamente, racconta: “I minorenni maschi coinvolti in attività sessuale, esercitano anch’essi in luoghi distinti dagli altri contesti prostituivi, si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Tale pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente”.

E poi aggiunge: “Questi minori, vengono intercettati dalle Unità di strada, ma ancora più spesso dalle forze di Polizia che li fermano in concomitanza di piccoli reati connessi alla prostituzione, borseggio e piccole rapine. Inoltre, in alcuni casi sono essi stessi degli “sfruttatori in erba” delle giovanissime connazionali, che cedono ad altri sfruttatori o alle quali chiedono delle percentuali per la protezione necessaria all’esercizio su strada”.

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Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio

Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex-Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. In diminuzione rispetto agli anni passati il coinvolgimento di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa Subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio. Alcuni minori, una minima parte, oltre alle attività di accattonaggio, possono essere vittime di sfruttamento sessuale, o coinvolti in piccoli furti e borseggi. Sebbene l’accattonaggio sembri più comune tra bambini e minori che sono arrivati in Italia con le famiglie, è attestato anche il coinvolgimento di minori stranieri non accompagnati. Non è raro poi il caso di minori sfruttati dai propri familiari o da conoscenti in varie zone d’Italia. Non siamo in presenza necessariamente di tratta, ma di sfruttamento caratterizzato da sofferenze fisiche e psicologiche, isolamento e scarsa frequenza scolastica a causa delle lunghe ore trascorse sulla strada, dove i minori sono anche più esposti ad abusi e alla delinquenza.

Le regioni dell’Italia centrale e settentrionale, grandi città come Roma, Milano e Napoli, ma anche città satelliti, come Latina e Caserta, o centri più piccoli come Palermo, Chieti, Pescara sono le aree e i luoghi dove è più documentato il fenomeno dell’accattonaggio minorile: con ragazzini che chiedono l’elemosina o suonano uno strumento musicale in cambio di qualche spiccio sui mezzi pubblici, in prossimità delle stazioni, o con bambini o adolescenti fuori dai centri commerciali e ai semafori dove chiedono qualche euro per lavare i vetri o vendono rose. Un fenomeno tuttavia in decrescita, secondo alcuni esperti consultati durante una ricerca svolta, soprattutto negli ultimi anni nei centri metropolitani. Per esempio, si è di molto ridotto il numero di ragazzi marocchini coinvolti in attività di accattonaggio nelle città del nord, numerosi fino a qualche anno fa.

Storia di Wala, 17 anni, egiziana

Wala ha appena diciassette anni, ha sul volto l’ingenuità di una bambina, ma dentro è già donna, quasi mamma. È incinta di dieci settimane quando decide di sporgere denuncia contro i propri sfruttatori. È arrivata in Italia dalla Romania, dopo essere stata venduta dalla sua famiglia. Per trecento euro i genitori l’hanno consegnata ad un gruppo di connazionali che prima l’hanno fatta prostituire in una città del nord Europa e poi l’hanno rivenduta ad una banda che l’ha trasferita in Abruzzo.

Il lavoro in strada era durissimo, la violenza una certezza quotidiana, i suoi guadagni andavano tutti agli sfruttatori. Wala una notte ha deciso di scappare. Non sapeva a chi chiedere aiuto ma era determinata a riprendersi la sua libertà. Dopo una notte di fuga finalmente si è fermata per riposare sulla spiaggia di una nota località abruzzese. Era stanca, confusa e riportava evidenti segni di violenza quando un passante si è fermato e le ha chiesto se aveva bisogno di aiuto. Con lui che è arrivata in questura e la polizia l’ha inviata presso l’associazione On the Road. Wala è ospitata e protetta in una casa di accoglienza.

Storia di Alaba, 16 anni, nigeriana

Alaba è di Lagos e quando può va a far visita al fratello che vive a Benin City a “Passaga House”, la casa dei poveri. È lì che conosce la sua futura sfruttatrice. La donna propone ad Alaba di andare in Europa per lavorare ma non specifica il tipo di lavoro. La parola prostituzione viene pronunciata soltanto durante il rito voodoo al quale Alaba viene sottoposta. Davanti a quello che la sfruttatrice chiama “lo stregone”, Alaba deve giurare che pagherà trentacinquemila euro per le spese del suo viaggio e permanenza in Europa. Lo stregone, nel corso del rito, dice che per pagare quella cifra, Alaba dovrà prostituirsi e minaccia ritorsioni sulla sua famiglia nel caso in cui parli con qualcuno della sua situazione. Il viaggio è un’esperienza durissima e interminabile: la ragazza impiega quattro mesi per arrivare da Benin City al Marocco dove resterà bloccata per un anno in attesa di essere imbarcata per l’Italia.

In Marocco subisce ripetute violenze. Le viene fornito un cellulare e il recapito telefonico della persona da contattare all’arrivo in Italia. Si imbarca con alcune decine di migranti e viaggia per una notte intera. Fa molto freddo, alcuni compagni di viaggio muoiono e vengono gettati in mare. All’arrivo in Italia arrivano i soccorsi ma anche la “madame”, la connazionale che la costringerà a prostituirsi. Alaba lavora per circa tre mesi sulle strade di Verona, terrorizzata dalle urla della sfruttatrice e dalle possibili conseguenze del rito voodoo. Poi, con l’incoraggiamento di un’amica, decide di fuggire. Riesce a contattare il fratello il quale le fornisce il numero di telefono di una conoscente che vive a Macerata e che la ospiterà finché Alaba non troverà accoglienza in una comunità per minori.

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Storia di Mahipati, 16 anni, indiano

Mahipati è un ragazzino che fa il lavavetri al semaforo. Ha sedici anni, ne dimostra dodici. Ha a malapena i baffi. È originario del Bangladesh. Viveva a Palermo, per strada, mentre al semaforo offriva agli automobilisti di lavare il parabrezza. Mahipati ha raccontato di essere fuggito dalla comunità per minori in cui era stato portato dalle forze dell’ordine, perché non si trovava bene.

Ha detto che gli era stata data la possibilità di lavorare presso l’autofficina di un amico del responsabile della comunità, ma guadagnava pochissimo per molte ore di lavoro: lavorava anche dieci ore al giorno e veniva pagato saltuariamente poche decine di euro. Aveva la sensazione che non tutto lo stipendio arrivasse a lui. Mahipati non vuole più tornare in comunità.

Preferisce stare con i suoi connazionali e tenere per sé i guadagni di una dura giornata di lavoro. Gli operatori lo hanno informato dei rischi dello sfruttamento e delle opportunità di protezione che possono essere a lui garantite nel tentativo di convincerlo a rientrare in una nuova comunità alloggio per minori che garantisca standard adeguati di accoglienza. Ma lui, testardamente, rifiuta. Dice che preferisce persino prostituirsi. E infatti, inizia a vivere di espedienti.

Storia di Hakim, 16 anni, egiziano

Hakim è un ragazzo egiziano, di Alessandria, ha sedici anni, ma l’infanzia gli è stata strappata. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. È sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Ha dovuto telefonare a casa e chiedere ai genitori altri soldi per il viaggio. Hakim ed altri ragazzi, in piccoli gruppi, sono stati portati in tre grandi città: Roma, Milano e Torino. Arrivato a Milano Hakim è stato costretto a vivere in un piccolo appartamento con altri connazionali.

Dormivano in sette in una stanza. Lavorava di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i venti e gli ottanta centesimi a bancale, a secondo che il suo datore di lavoro fosse un connazionale o un italiano. Per entrare nel mercato era costretto a scavalcare i cancelli, rischiando di farsi male. Durante il giorno restava chiuso in casa. Un giorno è riuscito a scappare di casa e per strada ha incontrato un operatore, un volontario. La fortuna vuole che il ragazzo sia egiziano come lui. Hakim si sfoga, gli racconta tutto, piangendo. Ora Hakim vive in una comunità per minori, ha un permesso di soggiorno e studia per prendere il diploma.

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Natuzza Evolo: la storia di una donna che parlava con i Santi

La bambina non riceve una particolare formazione religiosa, anche perché la condotta di sua madre era particolarmente chiacchierata in paese. “Mamma Natuzza” cerca di aiutarla e accudisce gli altri fratelli, senza poter frequentare regolarmente la scuola e restando analfabeta. A quattordici anni, per aiutare la famiglia va a lavorare come domestica in casa dell’avvocato Silvio Colloca, guadagnandosi subito la fiducia di quella famiglia.

Sono tanti coloro che vogliono Natuzza Evolo tra i santi. Benvenuti in Calabria, a Paravati, a poco più di due chilometri da Mileto, in provincia di Vibo Valentia. Un viaggio nella storia di una santa, un viaggio nella vita di Natuzza. Una donna che, col suo immenso amore, riusciva a cancellare tutte le negatività. Chi più chi meno. Fortunata l’avevano battezzata all’anagrafe. Fortunata Evolo. Il mondo ce l’ha consegnata come “Natuzza”. Nata a Paravati, dove ha vissuto tutta la vita, il 23 agosto 1924 e passata a miglior vita (così dicono…) l’1 novembre 2009.

Le enciclpoedie, specialmente quelle che si voglio fregiare di un taglio laico, la definiscono “una mistica”. “Natuzza è già santa. È già in Paradiso, accolta da Santa tra i Santi del cielo”. Sono le parole di Luigi Renzo, vescovo di Mileto-Nicotera-Tropea, pronunciate durante i funerali della donna, morta a ottantacinque anni, proprio nella ricorrenza di Ognissanti. Rivolgendosi al feretro, il prelato aggiunge: “Attraverso di te il Signore ci indica un cammino che noi vogliamo percorrere ricordando le tue parole: facciamoci santi in compagnia”.Da quel giorno, l’appuntamento del primo novembre attira migliaia di persone nel piccolo borgo di Paravati.

Il padre, Fortunato, qualche mese prima che lei nascesse, nella speranza di poter contribuire economicamente al sostegno familiare, era emigrato in Argentina, da dove non sarebbe tornato mai più, formando una nuova famiglia. La madre, Maria Angela Valente, rimasta sola con numerosi figli da accudire, si adatta ai lavori più umili per sfamare la famiglia.

La bambina non riceve una particolare formazione religiosa, anche perché la condotta di sua madre era particolarmente chiacchierata in paese. “Mamma Natuzza” cerca di aiutarla e accudisce gli altri fratelli, senza poter frequentare regolarmente la scuola e restando analfabeta. A quattordici anni, per aiutare la famiglia va a lavorare come domestica in casa dell’avvocato Silvio Colloca, guadagnandosi subito la fiducia di quella famiglia.

Ma dopo poco tempo Natuzza finisce al centro di “presunti fenomeni paranormali”, quali la visione di defunti. Nel 1941, la donna si ritira da quel lavoro, va a vivere presso la nonna materna e pensa di farsi suora. Tutti la sconsigliano per via di tutti quegli episodi considerati “inquietanti”. La madre opta per un matrimonio combinato, con un giovane di nome Nicolaci, figlio di amici, di professione falegname, che in quel momento presta servizio nell’esercito. Trovandosi lo sposo in guerra, il matrimonio civile avviene per procura il 14 agosto 1943. La coppia avrà cinque figli.

L’Europeo racconta la storia della donna dei misteri

Nel 1948, un’inchiesta in due puntate condotta da Tommaso Besozzi su L’Europeo racconta una Natuzza sposata da quattro anni “con Nicolaci e con due figli, Salvatore di due anni e mezzo e Antonio, nato due mesi fa”. Dal lavoro del giornalista emerge la figura di una donna semplice, ignara dei fenomeni di cui è stata stata investita, ma anche che già a quel tempo “scienziati e teologi, uomini di profonda e diversa dottrina, consideravano ormai un fatto indiscutibile la “verità” delle sue manifestazioni”.

Accettavano per dimostrato “che un fazzoletto bianco lasciato per pochi istanti aderente alla pelle sudata possa restare stampato col sangue, rivelando disegni e scritte sacre, di volta in volta differenti”. Su sua ispirazione, nel 1987 viene costituita un’associazione, poi diventata una fondazione, presso cui Natuzza trascorre il resto della sua vita.

A Paravati si cerca di costruire un complesso che comprende un santuario mariano, strutture per l’assistenza medica e centri per giovani, anziani, disabili, tra cui, già realizzati, il centro anziani “Pasquale Colloca” e quello per i servizi alla persona “San Francesco di Paola”. Ispirati da Natuzza e dalla sua testimonianza di fede sorgono, dal 1994, dei “Cenacoli di preghiera”.

Il 9 aprile 2007 Rai International trasmette da Paravati lo spettacolo “Notte degli angeli”, a lei dedicato, organizzato dal promoter musicale Ruggero Pegna, condotto da Lorena Bianchetti, e ispirato al libro “Miracolo d’amore”, edito da Rubbettino Editore, storia della guarigione dello stesso Pegna dalla leucemia.

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Natuzza Evolo e il premio Affabulatore d’Oro

Il 7 giugno 2008, l’Unione cattolica stampa italiana la insigne del premio Affabulatore d’oro per la sua straordinaria dote di “comunicatrice di Verità”. Muore a causa di un blocco renale nel centro per anziani che lei stessa ha fondato grazie alle cospicue offerte dei fedeli. Come con Padre Pio, che però era un uomo di chiesa, anche nel caso di Natuzza ci si chiede se e quando sarà ufficialmente proclamata Santa.

Quel che è certo è che nel corso della sua vita si sono manifestati una serie di “presunti episodi paranormali”, come apparizioni e colloqui con Gesù Cristo, la Madonna, angeli, santi e defunti, bilocazione, la comparsa di stimmate ed effusioni ematiche accompagnate da stati di sofferenza durante il periodo Pasquale, oltre a momenti di estasi. Tantissime testimonianze le attribuiscono anche il presunto e cosiddetto “dono dell’illuminazione diagnostica”, ovvero la capacità di diagnosticare con esattezza una malattia e suggerirne la cura migliore. Per decenni ha ricevuto presso la propria abitazione migliaia di persone provenienti da tutto il mondo per incontrarla, principalmente nella speranza di avere notizie dall’aldilà o indicazioni sulle proprie malattie.

Scavando nella vita di “Mamma Natuzza” si scopre che già il 18 febbraio 1940, l’allora vescovo di Mileto, Paolo Albera invia a padre Agostino Gemelli una fitta documentazione riguardante il caso dell’allora diciassettenne Fortunata Evolo. La risposta di padre Gemelli non si fa attendere. La sua opinione è che si trattasse di una personalità affetta da “sindrome isterica” ed esortan i sacerdoti e i parrocchiani a disinteressarsi del caso al fine di “sminuire la portata e favorire anche così la guarigione della ragazza”. La povera Natuzza viene addirittura rinchiusa in manicomio per ordine dello stesso prelato.

Ad un certo punto, però, la stessa chiesa si vede costretta a modificare radicalmente il proprio atteggiamento verso la Evolo. Il vescovo Luigi Renzo, dopo aver aperto l’inchiesta diocesana, presenta la pratica alla Congregazione delle Cause dei Santi per le fasi successive nell’iter di beatificazione. Intervistata dalla trasmissione di Michele Santoro, “Samarcanda”, a causa delle osservazioni a lei riservate dai giornalisti, Natuzza si offende e in seguito non rilascia più alcuna intervista in cui non viene preventivamente garantito il rispetto.

Da sempre, i vescovi sottolineano lo spirito di obbedienza alla chiesa con il quale Natuzza ha vissuto i fenomeni inspiegabili che si verificavano sul suo corpo. Nel periodo quaresimale su di lei apparivano ferite sanguinanti per le quali non è mai stata trovata una spiegazione scientifica. E in diverse occasioni si sono registrati fenomeni di emografia e stati di trance. La vita di Natuzza è stata tutta consacrata all’accoglienza e alla consolazione dei sofferenti. Diceva che per lei era una forma di dono a Dio, in aggiunta ai dolori fisici che pativa. A coloro che si rivolgevano a lei, con la grande semplicità di donna analfabeta ma dalla grande fede, raccomandava di seguire la volontà di Dio e offriva il conforto della preghiera.

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La Zanzara: una storia tutta italiana di libertà violate

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Un sondaggio che mi sarebbe piaciuto fare, per testare e tastare la cultura media italiana, consisteva in una domanda secca su una storia italiana di libertà violate. Nominando “La Zanzara” a cosa pensi? Al di là dell’apparente banalità, il quesito non l’ho mai proposto perché avrei ricevuto una “quintalata” di risposte gettate a “muzzo”, o a caso che dir si voglia.

Una maggioranza assoluta di insettofili, tanti radioascoltatori che avrebbero indicato la celebre trasmissione radiofonica di Giuseppe Cruciani su Radio24 e una piccola forbice di medio acculturati che mi avrebbe posto la seguente domanda: parliamo della zanzara o de “La Zanzara” e soprattutto a quale periodo storico si fa riferimento?

Domanda giusta e risposta corretta già implicitamente data. Non sono prevenuto, diciamocelo pure: quella de “La Zanzara” è una storia di libertà violata. Semplicemente cosciente del fatto che in Italia sono avvenuti tanti scandali che, nel bene e nel male, hanno scritto la nostra storia, cambiato le nostre idee, allargato o ristretto i nostri orizzonti. Sì, anche la tua.

E sono testimone del fatto che, nel trentennio 1980-2010 (non che poi sia andata meglio…), per comodità di una classe politica avida e avara di principi morali e di rispetto verso i cittadini è stata promossa la cancellazione della nostra memoria storica. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Destinato a servire qualcuno. A non avere nulla a parte la mera sopravvivenza. Forse.

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Conosciamo la giovane redazione de La Zanzara

La rivista, che nella sua storia ebbe giovani redattori, divenuti poi firme importanti nel giornalismo italiano, è nota per uno scandalo scoppiato nel 1966, quando la pubblicazione di un articolo sulla sessualità degli studenti portò alla denuncia e al processo di tre suoi redattori. Una storia che si ripete nel tempo, una storia di libertà di opinione e libertà di informazione violate e aggredite. Ma anche una storia di emancipazione culturale che poteva solo essere negata da potentati e bigotti e che nella realtà poteva essere rallentata e non fermata.

Cosa succede il 22 febbraio del 1966? “La Zanzara” si comporta da giornale, nel vero senso della parola. Informa attualizzando. La rivista, organo ufficiale dell’associazione studentesca pariniana, pubblica un’inchiesta dal titolo “Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”. Firmavano il “pezzo” Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano.

Nell’inchiesta emersero le opinioni moderne di alcune studentesse del Liceo Parini in merito alla loro educazione sessuale e al proprio ruolo all’interno della società. “Molti rapporti sono esperienze utili”, diceva una delle intervenute. “Entrambi i sessi hanno diritto ai rapporti prematrimoniali”, diceva un’altra. E poi ancora: “Il divorzio deve esistere anche solo per il rispetto che si deve alla libertà dell’uomo”. Apriti cielo.

Cronaca di una libertà violata da leggi fasciste

Siamo in Italia e lo eravamo ancor di più nel Secondo Dopoguerra. Come pensare che almeno un gruppo che professa di credere in Gesù Cristo e in tutti i Santi del Paradiso non dicesse la sua? Come pensare che il bigottismo nostrano si sarebbe detto indifferente dinanzi l’“affronto” di un gruppo di studenti che sapeva fare del buon giornalismo? Gli scandali della pedofilia che hanno colpito la Chiesa nel Terzo Millennio, all’epoca erano lontani. Non lontani dalle carni dei ragazzini, ma lontani dai mass media. Quindi, l’associazione cattolica Gioventù Studentesca gridò. Protestò per “l’offesa recata alla sensibilità e al costume morale comune”. L’argomenti “educazione sessuale” veniva considerato osceno e le intervistate erano minorenni. Tutte.

Il 16 marzo 1966, un mese dopo la pubblicazione, i tre redattori vengono accompagnati in Questura e denunciati. Il magistrato Pasquale Carcasio obbliga i tre studenti, seguendo una legge del 1934, a spogliarsi. Bisogna “verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche”. Claudia Beltramo fa resistenza e in seguito rende noto quanto accaduto. I ragazzi vengono rinviati a giudizio. Il caso de “La Zanzara” rimbalza sulle cronache nazionali, dividendo il Paese. Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano costituiscono il “partito della colpevolezza”, mentre la sinistra e i cattolici progressisti intervengono in difesa degli studenti. Al processo partecipano più di 400 giornalisti, molti dei quali provenienti dall’estero.

Il 23 marzo 1966, qualche giorno prima del processo, un folto gruppo di intellettuali, molti avvocati e giornalisti e migliaia di studenti protesta contro il comportamento del giudice che aveva rinviato a giudizio Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano e anche il preside della scuola. Erano in migliaia in piazza. Tutti che gridavano e inneggiavano alla libertà. Tutti a protestare contro questo attentato alla libertà di informazione. Tutti a chiedere che venissero lasciati in pace gli autori dell’inchiesta. Non era giusto processare o peggio condannare chi ha informato di un cambiamento in atto. Tra l’altro, gli imputati erano difesi da alcuni tra i più noti avvocati d’Italia: Giacomo Delitala, Giandomenico Pisapia e Alberto Dall’Ora.

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La sentenza assolve gli studenti-redattori

Il 2 aprile 1966 la sentenza assolse i tre studenti dall’accusa di stampa oscena e corruzione di minorenni. La storia de “La Zanzara”, dei tre studenti giornalisti, del processo e dell’assoluzione, viene vista dagli storici italiani, ma anche dai semplici “fessi”, come un’anticipazione, anzi l’anticipazione, di quel cambiamento di costumi che avrebbe coinvolto da lì poco l’Italia e come sintomo indicatore del malessere giovanile, che in quel particolare momento storico era molto alto e che sarebbe sfociato nella Contestazione del Sessantotto.
Nel maggio 2008, in onore del quarantennale del Sessantotto, Marco De Poli e altri suoi ex compagni di classe contattarono la redazione del giornalino del Parini “Zabaione” per concordare l’uscita di un nuovo numero del giornale.

La nuova uscita de “La Zanzara” doveva riprendere l’inchiesta che destò scalpore e che portò ingiustamente a processo negli anni Sessanta tre studenti innocenti. E così è stato. L’edizione del 2008 del giornale fondato nel 1945 nel liceo milanese non era, però, incentrata sulla sessualità tra ragazze del Liceo Parini, ma sul tema dell’omosessualità. Il numero speciale de La Zanzara, che ovviamente conteneva anche l’articolo del 1966, uscì come inserto del Corriere della Sera di Milano il 28 maggio 2008 e come inserto dell’edizione nazionale dello stesso Corriere della Sera il 6 giugno. Il titolo di quel glorioso giornale è stato ripreso dal giornalista-conduttore radiofonico e televisivo Giuseppe Cruciani. Sua la nota trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24.

Evoluzione della specie: la lunga storia dei cani

Diventa molto interessante la ricostruzione dell’evoluzione delle razze attraverso il fenomeno del pedomorfismo neotenico, cioè la conservazione nei cani adulti di alcuni tratti morfologici e caratteriali tipici di diverse fasi giovanili dello sviluppo del lupo. In base a questa teoria si potrebbero raccogliere le razze in 4 diversi gruppi.

Ogni razza di cane è più o meno esposta a sviluppare determinate malattie. Ma vi siete mai chiesti dal cane, al fianco dell’uomo da decine di migliaia di anni, come si sia potuti arrivare ai cani? Sì, esattamente. Come sono nate le razze e come si sono evolute nella storia di questo animale? Ma soprattutto quali sono e come possono essere classificate? Per dirla in quattro parole: evoluzione della specie canina.

Andiamo con calma: è molto interessante la ricostruzione dell’evoluzione delle razze attraverso il fenomeno del pedomorfismo neotenico, cioè la conservazione nei cani adulti di alcuni tratti morfologici e caratteriali tipici di diverse fasi giovanili dello sviluppo del lupo. In base a questa teoria si potrebbero raccogliere le razze in 4 diversi gruppi:

Cani primitivi, discendenti del lupo, con proporzioni della testa e struttura generale fortemente lupine, orecchie erette. Esempi: groenlandese, pharaon hound, basenji, västgötaspets, siberian husky, samoiedo.

Pedomorfi di primo grado, teste allungate, stop accentuato, orecchie semi erette. Sono segugi e cani paratori, con spiccato istinto all’inseguimento. Esempi: wolfhound, bloodhound, bracco, collie, i terrier, bassotto.

Pedomorfi di secondo grado, teste più larghe, musi più quadrati, stop marcato, orecchie pendenti, pelle più spessa. Cani giocatori con gli oggetti, buoni riportatori. Esempi: terranova, golden retriever, barbone, cavalier king charles spaniel, bichon frisé.

Pedomorfi di terzo grado, accentuati diametri trasversali, musi corti o cortissimi, occhi frontali, orecchie piccole e cadenti, cute abbondante che forma rughe, molto predisposti all’accumulo di grassi. Cani lottatori (anche nella forma giocosa), fortemente territoriali e diffidenti. Esempi: i mastini, i cani da montagna, i cani da presa, bulldog, carlino, pechinese.

Nel tempo, l’uomo ha selezionato diverse razze e varietà di cani, per avere un aiuto nelle sue attività: esistono quindi razze di cani da pastore, da caccia, da guardia, da compagnia, da corsa e altre. La realtà è che sono state selezionate razze da migliaia di anni, talvolta incrociando fra loro cani ancestrali della stessa linea, qualche volta mischiando cani da linee molto diverse. Le selezioni continuano anche oggi creando una moltitudine di varietà di razze canine. La Fédération cynologique internationale le ha raggruppate in dieci gruppi. In questo elenco vengono adottati i nomi ufficiali delle razze, secondo la terminologia Fci.

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Gruppo 1: Cani da Pastore e Bovari

  • Cani da Pastore
  • Cani da Bovari (esclusi Bovari Svizzeri)

Gruppo 2: Cani di tipo Pinscher e Schnauzer, Molossoidi e Bovari Svizzeri

  • Tipo Pinscher e Schnauzer
  • Tipo Pinscher
  • Tipo Schnauzer
  • Tipo Smoushound
  • Tipo Russkiy Tchiorny Terrier
  • Molossoidi
  • Tipo cane da montagna
  • Tipo Mastino
  • Bovari Svizzeri

Gruppo 3: Terrier

  • Terrier di taglia grande e media
  • Terrier di piccola taglia
  • Terrier di tipo Bull
  • Terrier di tipo Toy

Gruppo 4: Bassotti

  • Bassotti

Gruppo 5: Cani di tipo spitz e di tipo primitivo

  • Cani nordici da slitta
  • Cani nordici da caccia
  • Cani nordici da guardia e da pastore
  • Spitz Europei
  • Spitz Asiatici e razze affini
  • Tipo primitivo
  • Tipo primitivo da caccia
  • Tipo primitivo da caccia con cresta sul dorso

Gruppo 6: Segugi e cani per pista di sangue

  • Cani da Seguita
  • Taglia grande
  • Taglia media
  • Taglia piccola
  • Cani per pista di sangue
  • Razze affini

Gruppo 7: Cani da ferma

  • Cani da ferma continentali
  • Tipo Bracco
  • Spinone italiano
  • Tipo Epagneul
  • Tipo Griffon
  • Cani da ferma britannici ed irlandesi
  • Tipo Pointer
  • Tipo Setter

Gruppo 8: Cani da riporto, Cani da ricerca, Cani da acqua

  • Cani da riporto
  • Cani da cerca
  • Cani da acqua

Gruppo 9: Cani da compagnia

  • Bichons e affini
  • Tipo Bichon
  • Tipo Cotton de Tuléar
  • Tipo Piccolo cane leone
  • Barboni
  • Cani Belgi di piccola taglia
  • Tipo Griffons
  • Tipo Petit Brabancon
  • Cani nudi
  • Cani del Tibet
  • Chihuahua
  • Shihtzu
  • Spaniel inglesi da compagnia
  • Spaniel giapponesi e pechinesi
  • Spaniel nani continentali
  • Kromfohrländer
  • Molossoidi di piccola taglia

Gruppo 10: Levrieri

  • Levrieri a pelo lungo o frangiato
  • Levrieri a pelo duro
  • Levrieri a pelo corto

Va da sé che ogni tipologia ha specifiche caratteristiche fisiche e caratteriali.

Tipologia Braccoide: testa di forma prismatica, con muso a facce laterali parallele, salto naso-frontale poco accentuato. Orecchie grandi e piatte sulle guance, labbra superiori abbondanti che coprono il profilo inferiore della mandibola. Rappresentanti del Gruppo sono: Bracco italiano, Dalmata, Setter, Retriever, Cocker…

Tipologia Lupoide: testa a forma piramidale, orecchie erette e triangolari, muso allungato ed in rapporto di 1:1 col cranio, labbra superiori piccole e aderenti, dentatura con chiusura a forbice. Rappresentanti del Gruppo sono: Cane da pastore tedesco, Pastore belga, Chow Chow, Fox Terrier…

Tipologia Molossoide: testa rotonda, voluminosa, orecchie piuttosto piccole, muso più corto del cranio, labbra abbondanti, dentatura con chiusura a tenaglia o prognata. Rappresentanti del Gruppo sono: Mastino napoletano, Boxer, Cane di Terranova, Bulldog, Alano, Dogo argentino, Rottweiler…

Tipologia Graioide: testa a forma di cono allungato, stretta. Orecchie piccole e portate indietro, rapporti di lunghezza del muso rispetto al cranio 1:1, labbra stirate, dentatura con chiusura a forbice. Rappresentanti di questo Gruppo sono: (Levrieri) Whippet, Borzoi, Saluki, Piccolo Levriero Italiano…

Tipologia Bassottoide: i soggetti Anacolimorfi.

Tipologia Volpinoide: rappresentanti di questo Gruppo sono Volpino e Piccoli Spitz.

Cani da caccia: un capitolo a parte meritano i Cani da caccia. Col tempo, affinandone le predisposizioni, sono stati selezionati cani con caratteristiche specifiche per i differenti tipi di caccia condotti dall’uomo:

  1. Quelli che inseguivano le prede per poi aggredirle (cani da sangue, cani da traccia, cani da pista) sono stati selezionati per la caccia alla seguita (alla volpe, al cinghiale, all’orso, al coniglio, ecc.): Segugio, Beagle, Dogo…
  2.  Quelli che, percepito l’odore del selvatico, si fermavano a breve distanza e lo puntavano (cani da punta) sono stati usati per la ferma: Setter, Pointer, Bretone, Bracco, Spinone italiano…
  3. Quelli dotati di un forte senso del recupero dell’animale abbattuto (cani da riporto) sono stati usati principalmente per il riporto, soprattutto nelle zone acquitrinose: Golden retriever, Terranova, Labrador, Beagle…
  4. Quelli che anche grazie agli arti corti spesso dovuti a nanismo acondroplastico erano portati a seguire la preda fin dentro la tana (cani da tana) sono stati selezionati per la caccia in tana: bassotto, terrier…

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Strage di Capaci: Giovanni Falcone e le macerie dell’antimafia

L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

Il 23 maggio del 1992, poco prima delle 18, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, esplode una carica di tritolo. L’asfalto viene sventrato, e in quell’inferno di lamiere che è la Strage di Capaci muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Nonostante le sentenze abbiano condannato più di venti mafiosi, per la Strage di Capaci del 23 maggio 1992 restano ancora molte ombre. Buchi neri, dettagli mai chiariti, piste mai battute. E poi fantasmi che compaiono e scompaiono sullo sfondo del cratere aperto dall’esplosivo sull’autostrata tra Palermo e Capaci. Già, l’esplosivo: che tipo di esplosivo? E perché Riina non fa uccidere il giudice a Roma, dove girava spesso senza scorta? E ancora: c’era davvero una donna sul luogo della strage?

“La verità che è stata accertata nella Strage di Capaci, mi sento di dirlo con cognizione di causa, è ancora una verità parziale”, ha dichiarato di recente il pm Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori. In che senso una verità parziale? Cosa c’è che non si sa ancora del botto di Capaci? “La lettura analitica delle sentenze che sono state emesse ci porta a ritenere che è stato possibile – ma mi sento di dire altamente probabile – che insieme agli uomini di Cosa nostra abbiano partecipato alla strage, nel momento del mandato stragista, organizzazione ed esecuzione, anche altri uomini estranei alla mafia”, ha spiegato sempre il sostituto procuratore della Dna.

Il riferimento è alle motivazioni del cosiddetto processo Capaci bis. È l’ultimo procedimento sulla strage del 23 maggio 1992, nato dopo la confessione di Gaspare Spatuzza che ha riscritto la fase esecutiva della strage. “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”, hanno scritto i giudici della corte d’assise di Caltanissetta. Più di millecinquecento pagine di sentenza in cui i magistrati elencano anche i temi “suscettibili di ulteriori approfondimenti”. I famosi pezzi mancanti della strage di Capaci.

L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione provinciale” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di armi da fuoco. Qualche tempo dopo però Riina li richiamò in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito sull’isola adoperando l’esplosivo. Fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

Le prove di Brusca prima della Strage di Capaci

Una volta stabilito di utilizzare dell’esplosivo, a Brusca vennero suggerite due opzioni: inserire dell’esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura posti vicino all’abitazione di Falcone, o in un sottopassaggio pedonale che attraversava l’autostrada A29. Entrambe le proposte furono scartate, in quanto per la prima si rischiava di avere troppe vittime innocenti, mentre per la seconda Pietro Rampulla, esperto in esplosivi, suggerì di trovare un luogo stretto dove posizionare le cariche, in modo da ottenere una maggiore deflagrazione. Dopo alcune ricerche, venne trovato un cunicolo di scolo dell’acqua piovana, che attraversava l’autostrada da un lato all’altro.

Nell’aprile del 1992 Brusca effettuò una prova dell’esplosivo in Contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte: dopo aver scavato nel terreno, collocò un cunicolo delle stesse dimensioni di quello presente sotto l’autostrada e riempì la buca con del cemento; all’interno del cunicolo inserì dell’esplosivo, e vi collocò un detonatore elettrico fornito da Giuseppe Agrigento (che fornì anche dell’esplosivo). Vennero utilizzate la stessa trasmittente e la stessa ricevente che furono poi impiegate nell’attentato a Capaci, procurate da Pietro Rampulla: si trattava di un radiocomando per aeromodellismo. L’esplosione che venne generata, nonostante la carica fosse in quantità di gran lunga inferiore a quella utilizzata nell’attentato, fu abbastanza potente.

Tra aprile e maggio, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei “mandamenti” di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni sopralluoghi presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. Nello stesso periodo avvennero riunioni organizzative nei pressi di Altofonte (a cui parteciparono Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella), in cui avvenne il travaso in 13 bidoncini di 200 kg di esplosivo da cava procurati da Giuseppe Agrigento (mafioso di San Cipirello).

I bidoncini vennero poi portati nella villetta di Antonino Troìa (sottocapo della Famiglia di Capaci), dove avvenne un’altra riunione (a cui parteciparono anche Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino e Salvatore Biondo), nel corso della quale avvenne il travaso dell’altra parte di esplosivo (tritolo e T4) procurata da Biondino e da Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio).

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troia, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l’esplosione[6][8]. Effettuarono varie prove di velocità, e collocarono sul tratto autostradale antecedente il punto dell’esplosione un frigorifero di colore rosso, che al passaggio del corteo serviva a segnalare il momento in cui azionare il radiocomando, per compensare il ritardo di millisecondi che l’impulso avrebbe impiegato per attivare il detonatore.

L’okay a Brusca e quel muro di fuoco e asfalto

Tagliarono inoltre i rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada. La sera dell’8 maggio Brusca, La Barbera, Gioè, Troia e Rampulla provvidero a sistemare con uno skateboard i tredici bidoncini (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.

Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano si occuparono di controllare i movimenti delle tre Fiat Croma blindate che sostavano sotto casa di Falcone a Palermo per capire quando il giudice sarebbe tornato da Roma. Nessuna verità definitiva fu invece acquisita “in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita”.

Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera che le Fiat Croma erano partite ed avevano imboccato l’autostrada in direzione dell’aeroporto di Punta Raisi per andare a prendere Falcone. Ferrante e Biondo (che erano appostati in auto nei pressi dell’aeroporto) videro uscire il corteo delle blindate dall’aeroporto e avvertirono a loro volta La Barbera che il giudice Falcone era effettivamente arrivato. La Barbera allora si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29 e seguì il corteo blindato, restando in contatto telefonico per 3-4 minuti con Gioè, che era appostato con Brusca su una collinetta sopra Capaci, dalla quale si vedeva bene il tratto autostradale interessato.

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Alla vista del corteo delle blindate, Gioè diede l’ok a Brusca, che però ebbe un attimo di esitazione, avendo notato le auto di scorta rallentare a vista d’occhio. Infine, Brusca attivò il radiocomando che causò l’esplosione. La prima blindata del corteo, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi ad alcune decine di metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, proiettando violentemente il giudice e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.

Gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella terza auto (la Croma azzurra) erano feriti ma vivi: dopo qualche momento di shock, riuscirono ad aprire le portiere dell’auto ed una volta usciti si schierarono a protezione della Croma bianca, temendo che i sicari sarebbero giunti sul posto per dare il “colpo di grazia”. A giungere sul luogo furono invece vari abitanti delle zone limitrofe, intenzionati a prestare i primi soccorsi. Venne subito estratto dall’auto Giuseppe Costanza, l’autista giudiziario della Croma bianca, che si trovava sul sedile posteriore vivo in stato di incoscienza; anche il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo erano ancora vivi e coscienti, ma versavano in gravi condizioni: grazie all’aiuto degli abitanti, si riuscì a tirare fuori la moglie del giudice dal finestrino.

Per liberare Falcone dalle lamiere accartociate bisognò invece attendere l’arrivo dei Vigili del Fuoco. Il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morirono in ospedale nella serata dello stesso giorno, per le gravi emorragie interne riportate. La strage di Capaci fu festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l’attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica e Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica, ma l’attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio, ovvero due giorni dopo la strage.

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Il patto: come andò la trattativa fra Stato e mafia

Nicola Biondo e Sigfrido Ranucci sono gli autori di un libro, secondo me, superlativo. “Il patto: la trattativa fra Stato e mafia nel racconto inedito di un infiltrato” edito da Chiarelettere. Sembra un film ma è una storia vera, e inedita, di cui pochissimo si è scritto e parlato. Un infiltrato dentro Cosa nostra negli anni delle stragi e all’inizio della Seconda Repubblica. Un uomo d’onore al servizio dello Stato. Oggi le rivelazioni di Ilardo – raccolte dal colonnello Michele Riccio – sono alla base di un processo in corso a Palermo che vede come principale imputato il generale Mario Mori.

Ilardo parla di patti e di arresti di capimafia (“In Sicilia i capi o muoiono o si vendono”). Fa i nomi. Cita Marcello Dell’Utri, “un esponente insospettabile di alto livello appartenente all’entourage di Berlusconi”. Sembra una storia sudamericana, ma accade in Italia. Meno di venti anni fa. E oggi, dopo le rivelazioni del figlio di Vito Ciancimino, molti all’improvviso parlano. Ilardo nel 1994 nessuno lo ascolta – a parte il colonnello Riccio, che registra tutto. Ed è incredibile perché proprio l’infiltrato porterà gli uomini del Ros nel casolare di Provenzano. Perché il boss non fu arrestato? Dice Mori ai magistrati di Palermo: “Non ricordo… tenga presente che io ero responsabile di una struttura quindi avevo una serie di problematiche…”.

E il suo vice Mauro Obinu: “Abbiamo localizzato il casale… (va considerata) la difficoltà tecnica di entrare, in quanto era costantemente occupato da pastori, mucche e pecore”. Risultato? Provenzano continuerà a trattare con i nuovi referenti politici della Seconda Repubblica. La prefazione è di Marco Travaglio. Queste informazioni servono a spingerti ad acquistare il libro. Paghi. Aspetti che arrivi. Finalmente lo stringi tra le mani. Ti siedi comodamente sul divano e inizia a leggere. Un giorno e una notte non bastano. Biondo e Ranucci riescono davvero a filtrare attraverso la storia di Luigi Ilardo, mafioso che decise di infiltrarsi per conto dello Stato in Cosa nostra, la recente storia d’Italia.

Le testimonianze di Oriente (nome in codice di Ilardo) sono un continuum di fatti e misfatti che vedono protagonisti ovviamente mafiosi, ma anche tante persone insospettabili come politici, imprenditori e “sbirri” al servizio di Cosa nostra. Continuando a scavare negli opaci rapporti tra mafia e istituizioni le domande a cui gli autori cercano di rispondere si rincorrono una sull’altra: quando inizia ufficialmente la trattativa tra Servizi segreti italiani e Mafia? Fu Totò Riina il loro interlocutore fino a quando non diventò una preda e venne arrestato? Perchè non venne perquisito in tempo il rifugio di Riina? Provenzano ne prese il posto? E perchè quest’ultimo non fu catturato (per ben sei anni) nonostante si sapesse, grazie a Ilardo, dove fosse rifugiato?

Ma soprattutto, dietro le stragi di Capaci, Via d’Amelio, di Roma, Firenze e Milano c’era un preciso disegno politico per cancellare chi sapeva della famigerata trattativa e vi si oppose (come Borsellino) prima, e per gettare il Paese nel caos e favorire l’avvento di nuove forze politiche amiche della Mafia? E, infine, perché dal 1994 in Italia non si è più verificata una strage? Ilardo sarà ammazzato nel 1996, pochi giorni prima di diventare ufficialmente pentito. La sua incredibile storia, immortalata in questo libro, racconta dall’interno il patto inconfessabile tra lo Stato e gli uomini della mafia.

Il patto che lo Stato fece con la mafia: ecco i dettagli

Quel patto che ha portato, nell’aprile del 2018, alle condanne in primo grado degli ex vertici del Ros Mori, Subranni e De Donno, dell’ex senatore Marcello Dell’Utri, di Ciancimino junior e del boss Leoluca Bagarella. Biondo e Ranucci cercano di fare luce su tutte queste ombre che gravano terribilmente sulla storia recente del nostro Paese e che non possiamo dimenticare per chiedere giustizia e verità. “Italia paese dei misteri, ma non dei segreti” diceva Winston Churchill. “Come dice nella prefazione Marco Travaglio, basta mettere in fila i fatti e chiunque può rendersi conto che molte imprese attribuite a Cosa nostra avevano in realtà altri mandanti”, ha detto al Corriere della Sera Romano Montoni.

Infatti, ci fu una schifosa negoziazione tra importanti funzionari dello Stato italiano e rappresentanti di Cosa nostra portata avanti nel periodo successivo alla stagione delle stragi del 1992 e 1993 al fine di giungere a un accordo e a delle forme di reciproca convivenza, con l’obiettivo anche di far cessare delle stragi. In sintesi, dunque, il fulcro ipotizzato dell’accordo sarebbe stato la fine della cosiddetta “stagione stragista”, in cambio di un’attenuazione delle azioni di lotta alla mafia, in particolare in seguito all’attività del pool di Palermo guidato da Giovanni Falcone che aveva condannato nel Maxiprocesso di Palermo centinaia di criminali mafiosi.

Secondo le ricostruzioni, nel settembre-ottobre 1991, durante alcune riunioni della “Commissione regionale” di Cosa nostra avvenute nei pressi di Enna e presiedute dal boss Salvatore Riina, venne deciso di dare inizio ad azioni terroristiche, perché erano state arrestate quattrocento e settantacinque persone sospettate di essere mafiosi. Il terrorismo mafioso contro lo Stato italiano doveva essere rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Subito dopo, nel dicembre 1991, avvenne una riunione della “Commissione provinciale”, sempre presieduta da Riina, in cui si decise di colpire in particolare i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ma anche i politici.

Il parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana Salvo Lima, e il suo assistente Sebastiano Purpura, il ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno Calogero Mannino, anche loro democristiani, il Ministro di grazia e giustizia Claudio Martelli, il Ministro delle poste e delle telecomunicazioni Carlo Vizzini e il Ministro della difesa Salvo Andò, esponenti del Partito Socialista Italiano. Claudio Martelli era nel mirino dei boss mafiosi perché secondo i pentiti Angelo Siino, Nino Giuffrè e Gaspare Spatuzza era fra quei quattro “crasti” socialisti che prima si erano presi i nostri voti, nel 1987, e poi ci avevano fatto la guerra. In particolare, Martelli aveva chiamato Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari Penali al ministero.

Il 30 gennaio 1992, la Cassazione confermò la sentenza del maxiprocesso che condannava Riina e molti altri boss all’ergastolo; in seguito alla sentenza, i capi della “Commissione” mafiosa regionale e provinciale decisero di avviare la stagione stragista già progettata. Il 12 marzo 1992 l’onorevole Salvo Lima, parlamentare siciliano della Democrazia Cristiana, venne ucciso alla vigilia delle elezioni politiche, perché non era più in grado di garantire gli interessi delle cosche mafiose nel governo. In particolare perché non era riuscito a far aggiustare il maxi processo in Cassazione.

Il bersaglio da colpire era Giulio Andreotti

Il vero bersaglio era Giulio Andreotti: Cosa nostra avrebbe voluto rivalersi sul presidente del Consiglio, ma era troppo protetto, era irraggiungibile. Così si ripiegò sul capo corrente di Andreotti in Sicilia, e l’omicidio rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Nel periodo successivo all’omicidio di Salvo Lima, l’onorevole Calogero Mannino, all’epoca nominato ministro per gli interventi straordinari del Mezzogiorno, nel Settimo Governo Andreotti, si mise in contatto, attraverso il maresciallo Giuliano Guazzelli, con Antonio Subranni, all’epoca comandante del ROS, perché aveva ricevuto un avviso mafioso, una corona mortuaria di fiori, evidente minaccia di morte e temeva a sua volta di essere ucciso.

Il 4 aprile 1992 il maresciallo Guazzelli venne ucciso lungo la strada Agrigento-Porto Empedocle e l’omicidio venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. Guazzelli fu ucciso perché i capi mafiosi volevano dare un segnale forte a Mannino e Subranni, alzare il tiro e imporre accordi ad alti livelli. Il 23 maggio 1992 avvenne la strage di Capaci, in cui fu ucciso il giudice Giovanni Falcone, perché la Commissione regionale e provinciale di Cosa Nostra e presiedute dal boss Salvatore Riina, voleva vendicarsi della sua attività di magistrato antimafia. Nella strage persero la vita anche la moglie Francesca Morvillo e tre agenti di scorta: Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro; l’attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”.

Il Consiglio dei ministri nella seduta dell’8 giugno 1992, in seguito alla strage di Capaci, approvò il decreto-legge “Scotti-Martelli” (detto anche “decreto Falcone”), che introdusse l’articolo 41 bis, cioè il carcere duro riservato ai detenuti di mafia: il giorno successivo giunse una telefonata anonima a nome della sigla “Falange Armata” in cui si minacciava che il carcere non si doveva toccare. Nello stesso periodo, il capitano dei carabinieri Giuseppe De Donno contattò Vito Ciancimino attraverso il figlio Massimo, per conto del colonnello Mario Mori (all’epoca vicecomandante del ROS) che informò il generale Subranni. A sua volta, Ciancimino e il figlio Massimo contattarono Salvatore Riina attraverso Antonino Cinà, medico e mafioso di San Lorenzo.

In quel periodo, Salvatore Riina mostrò a Salvatore Cancemi un elenco di richieste dicendo che c’era una trattativa con lo Stato che riguardava pentiti e carcere; sempre in quel periodo, Riina disse anche a Giovanni Brusca che aveva fatto un “papello” di richieste in cambio di fare finire le stragi. L’1 luglio 1992 il giudice Borsellino, che si trovava a Roma per interrogare il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo, venne invitato al Viminale per incontrare il ministro Mancino; secondo Mutolo, Borsellino tornò dall’incontro visibilmente turbato.Combinazione, nello stesso periodo, Giovanni Brusca ricevette da Salvatore Biondino la disposizione di sospendere la preparazione dell’attentato contro l’onorevole Mannino.

Secondo Salvatore Cancemi, in quei giorni Riina insistette per accelerare l’uccisione di Borsellino e per eseguirla con modalità eclatanti. Il 15 luglio Borsellino confidò alla moglie Agnese che il generale Subranni era vicino ad ambienti mafiosi, mentre qualche giorno prima le aveva detto che c’era un contatto tra mafia e parti deviate dello Stato, e che presto sarebbe toccato pure a lui di morire. Nello stesso periodo, Riina avrebbe detto a Brusca che la trattativa si era improvvisamente interrotta e c’era “un muro da superare”. Quel muro era Paolo Borsellino.

Le stragi e la trattativa fra Stato e mafia

Il 19 luglio 1992, con un attentato in via D’Amelio, a Palermo, fu ucciso Paolo Borsellino. L’attentato fu rivendicato sempre con la sigla “Falange Armata”. Secondo il pm Antonino di Matteo, l’assassinio di Borsellino fu eseguito per “proteggere la trattativa dal pericolo che il dottor Borsellino, venutone a conoscenza, ne rivelasse e denunciasse pubblicamente l’esistenza, in tal modo pregiudicandone irreversibilmente l’esito auspicato”. Dal luogo del delitto non verrà mai rinvenuta l’agenda rossa, nella quale il magistrato annotava tutte le sue intuizioni investigative senza separarsene mai.

In seguito alla strage di via D’Amelio, il decreto “Scotti-Martelli” venne convertito in legge e oltre cento mafiosi particolarmente pericolosi vennero trasferiti in blocco nelle carceri dell’Asinara e di Pianosa e sottoposti al regime del 41 bis, che venne applicato pure ad altri quattrocento mafiosi detenuti. Il 20 luglio 1992, il giorno dopo la strage di via d’Amelio, la Procura di Palermo deposita l’istanza di archiviazione dell’indagine definita “Mafia e Appalti”, a cui avevano lavorato con grande interesse sia Giovanni Falcone che, successivamente, Paolo Borsellino. Il decreto di archiviazione venne emesso il 14 agosto 1992.

Tra ottobre e novembre 1992, Giovanni Brusca e Antonino Gioè fecero collocare un proiettile d’artiglieria nel Giardino di Boboli a Firenze al fine di creare allarme sociale e panico per riprendere la trattativa con il maresciallo Tempesta che si era interrotta: tuttavia la rivendicazione telefonica con la sigla “Falange Armata” non venne recepita e per questo il proiettile non venne trovato nell’immediatezza ma solo in un momento successivo.

Il 15 gennaio 1993, a Palermo, Totò Riina, capo di Cosa Nostra, viene arrestato dai carabinieri del Raggruppamento Operativo Speciale, uomini del colonnello Mori e del generale Delfino, che utilizzarono il neo-collaboratore di giustizia Baldassare Di Maggio per identificare il latitante. Era latitante da ben ventitré anni. In seguito all’arresto di Riina, si creò un gruppo mafioso favorevole alla continuazione degli attentati contro lo Stato (Bagarella, Brusca, Graviano) ed un altro contrario (La Barbera, Ganci, Cancemi, Motisi, Spera, Giuffrè, Aglieri), mentre il boss Bernardo Provenzano era il paciere tra le due fazioni e riuscì a porre la condizione che gli attentati avvenissero fuori dalla Sicilia.

Pochi giorni dopo, il 14 maggio 1993, il giornalista di Mediaset, Maurizio Costanzo, scampa per poco a un’autobomba a Roma: tale attentato venne rivendicato con la sigla “Falange Armata”. I successivi attentati di Firenze e, di nuovo, Roma, sembrano diretti proprio contro gli altri destinatari dell’esposto. Il magistrato Sebastiano Ardita, ex Capo della direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria del Ministero della giustizia, da “tecnico” che ha vissuto in prima persona molti momenti chiave di questa vicenda, si esprimerà sul legame fra le stragi e le vicende del 41 bis nel saggio Ricatto allo Stato.

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Il papa, il vescovo di Firenze e Maurizio Costanzo

“Rimane di grande interesse notare chi fossero gli altri destinatari di quell’esposto. Si trattava di nominativi aggiunti per conoscenza, ma appariva chiaro che anche a essi veniva richiesto un intervento contro il 41 bis”. Tra di essi spiccavano i nomi del papa, del vescovo di Firenze, di Maurizio Costanzo, oggetto di un attentato all’uscita dal Teatro Parioli, dove conduceva il suo talk show televisivo. Si trattava evidentemente di un avvertimento nei confronti di un giornalista impegnato contro la mafia, ma anche di una richiesta di aiuto per rendere pubblico il problema dei detenuti sulle isole.

Altrettanto inquietante appare la circostanza che il successivo attentato, sempre nel maggio 1993, ebbe come teatro Firenze. Mentre il terzo attentato risultò direttamente rivolto al papa, perché avvenne proprio ai danni del Vaticano nel successivo mese di luglio. Insomma, quell’indirizzario, ben guardato, aveva tutto l’aspetto di una victim list, se non proprio di persone, almeno di luoghi a esse collegati, e la figura del presidente della repubblica rimaneva in cima a quell’elenco di bersagli possibili. Ma Scalfaro, così come gli altri destinatari che avevano già subìto un attentato, mantenne un profilo rigoroso e distaccato rispetto a quelle sollecitazioni, negandosi a ogni richiesta di intervento.

Tra marzo e maggio 1993 vennero revocati 121 decreti di sottoposizione al 41 bis a firma del dottor Edoardo Fazzioli (all’epoca vicedirettore del Dap), come aveva suggerito il dottor Amato nella nota del 6 marzo. Il 27 maggio 1993, a Firenze, avvenne la strage di via dei Georgofili, che provocò cinque vittime e una quarantina di feriti: l’attentato venne pure rivendicato con la sigla “Falange Armata”. All’inizio di giugno 1993, il direttore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria Nicolò Amato veniva rimosso per essere destinato all’incarico di rappresentante dell’Italia nel Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. La promozione apparve al dottor Amato strumentale al punto tale che poco tempo dopo decise di lasciare la Pubblica Amministrazione per dedicarsi all’attività forense.

I procuratori di Palermo si sono accorti che il 14 giugno la Falange Armata tornò a telefonare, “manifestando soddisfazione per la nomina di Capriotti in luogo di Amato”. Il telefonista parlò di una “vittoria della Falange”. Seguirono altre telefonate di minaccia a Mancino e al capo della Polizia Parisi (il 19 giugno), poi a Capriotti e al suo vice Di Maggio (il 16 settembre). Il 26 giugno il dottor Adalberto Capriotti, direttore generale del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria Pro Tempore, inviò una nota al ministro Giovanni Conso, Ministro di Grazia e Giustizia, in cui spiegava la sua nuova linea di silente non proroga di trecento e settantatré provvedimenti di sottoposizione al 41 bis in scadenza a novembre, che avrebbero costituito “un segnale positivo di distensione”.

La notte tra il 27 e il 28 luglio 1993 avvenne la strage di via Palestro a Milano (cinque morti e tredici feriti) e qualche minuto dopo esplosero due autobombe davanti alle chiese di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, senza però fare vittime: il giorno successivo due lettere anonime inviate alle redazioni dei quotidiani “Il Messaggero” e “Corriere della Sera” minacciarono nuovi attentati. Il 22 ottobre 1993 il colonnello Mori incontrò nuovamente il dottor Di Maggio. Nello stesso periodo, l’imprenditore Tullio Cannella – uomo di fiducia di Leoluca Bagarella e dei fratelli Graviano – fondò il movimento separatista “Sicilia Libera”, che si radunò insieme ad altri movimenti simili nella formazione della “Lega Meridionale”.

Il patto Stato-mafia iniziava a concretizzarsi lentamente e partiva la scalata dei clan agli apparati della politica. Infatti, nell’ottobre 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Spatuzza dichiarò che incontrò il boss Giuseppe Graviano in un bar di via Veneto a Roma per organizzare un attentato contro i carabinieri durante una partita di calcio allo Stadio Olimpico. Sempre secondo Spatuzza, in quell’occasione Graviano gli confidò che stavano ottenendo tutto quello che volevano grazie ai contatti con Marcello Dell’Utri e, tramite lui, con Silvio Berlusconi. Il 2 novembre 1993 il ministro Conso non rinnovò circa trecentoe trentaquattro provvedimenti al 41 bis in scadenza per, a suo dire, “fermare le stragi”.

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Richard Leonard Kuklinski: serial killer e sicario della mala

È l’inizio degli anni settanta del secolo scorso. Kuklinski ha già ucciso per conto suo oltre sessanta persone, prima di raggiungere i trent’anni. Il suo nome ben presto circola in tutte le famiglie mafiose che chiedono sempre più frequentemente i suoi servizi e richiedono a volte piccoli spostamenti a New York, altre volte grandi viaggi che lo portano a girare per tutti gli Stati Uniti d’America, Brasile, Svizzera…

Richard Leonard Kuklinski, uno dei più feroci e spietati killer della storia statunitense, nasce a Jersey City l’11 aprile 1935. È molto spesso al servizio della mafia italo-americana e si contraddistingue per i suoi metodi brutali e sadici nell’uccidere e torturare le vittime, che lo rendono un vero e proprio assassino seriale.

Il soprannome che gli viene attribuito dai media è “l’uomo di ghiaccio”, perché il primo cadavere a lui ricondotto viene tenuto congelato per due anni in un frigorifero. Nella sua carriera colleziona circa duecento e cinquanta omicidi. Secondo figlio di quattro fratelli, nasce nella periferia di Jersey City, da Stanley Kuklinski e Anna McNally.

Il padre, di origine polacca, e la madre, di origine irlandese, contribuiscono, attraverso le loro violenze, alla crescita della rabbia interiore di Richard Kuklinski che inizia con l’uccidere animali randagi e prosegue col suo primo vero omicidio: Charley Lane. Si tratta di un ragazzo che vive nella zona in cui abita Kuklinski e che, insieme alla sua banda, continua a maltrattare Richard, appena sedicenne. Un giorno, Richard Kuklinski perde la pazienza e lo uccide a colpi di bastone. Poi si libera del cadavere occultandolo fuori città.

Col passare degli anni, Richard Kuklinski diventa capo di una banda che si specializza nelle irruzioni nei supermercati, furti con scasso e saccheggi di alcolici. La vera svolta nella vita di Kuklinski è la conoscenza di un mafioso italo-americano, al servizio della famiglia De Cavalcante, Carmine Genovese.

È l’inizio degli anni settanta del secolo scorso. Kuklinski ha già ucciso per conto suo oltre sessanta persone, prima di raggiungere i trentanni. Il suo nome ben presto circola in tutte le famiglie mafiose che chiedono sempre più frequentemente i suoi servizi e richiedono a volte piccoli spostamenti a New York, altre volte grandi viaggi che lo portano a girare per tutti gli Stati Uniti d’America, Brasile, Svizzera…

Le modalità di esecuzione di alcuni omicidi del killer vanno oltre ogni immaginazione. Richard Kuklinski, in particolare, va fiero per un metodo che gli consentiva di sbarazzarsi dei corpi. Dopo aver stordito o ferito gravemente la sua vittima, la porta in una grotta e, dopo averla legata, lascia in registrazione una telecamera fissa sul corpo.

Una volta finito va via per tornare il giorno dopo e vedere come i topi di campagna hanno mangiato il malcapitato senza averne lasciato traccia. Il filmato poi viene fatto vedere al mandante dell’omicidio. Predilige il coltello, ma nel corso degli anni si specializza sempre di più nell’ottenere una miscela di cianuro con il cui effluvio, ad una certa distanza, garantisce la morte in meno di cinque secondi.

L’autopsia non rileva una dose tale da far supporre ad un omicidio e lasciando adito di pensare ad un arresto cardiaco. La spaventosa lista delle vittime di Richard Kuklinski contempla anche uccisioni con balestre, per asfissia tramite sacchetti di plastica, con pugni e calci. Il killer, di frequente, scaraventa le sue vittime da edifici o le annega.

Ha anche un metodo molto personale per impiccare una persona. Dopo avergli stretto la corda al collo, si limita a issare la vittima sulle spalle dietro di sé fino a quando non muore. Richard Kuklinski è un uomo alto quasi due metri e pesa cento e tranta chili, ma ciò non gli impedisce di muoversi rapidamente per raggiungere una vittima o non dare nell’occhio durante i pedinamenti.

Richard Kuklinski uccide con spietatezza

Tuttavia, nonostante i metodi strazianti che usa nell’uccidere, Kuklinski ha un codice che non infrange mai nel corso degli anni: non uccide bambini e donne e infligge strazianti morti a chi fa del male a queste persone. Kuklinski ha tre figli da Barbara Pedrici, una ragazza italo-americana. Si chiamano Merrick, Chris e Dwayne. Con i tre ha un rapporto amorevole, soprattutto con la figlia Merrick, che è molto malata. La polizia lo arresta a New York, nei pressi della sua abitazione, con l’aiuto di un infiltrato, il 17 dicembre 1987.

Nella celebre intervista rilasciata all’HBO nel 2001, lo stesso Kuklinski si era confessato senza rimorso: “Ero una persona in grado di fare del male a chiunque in qualsiasi momento… senza alcun rimorso! Potevo rifarlo in continuazione senza che questo mi turbasse”. E poi disse: “Non andai al funerale di mio padre. Lo odiavo da vivo, perché avrei dovuto vederlo da morto? Ero contento che fosse morto…”. Da anni le forze dell’ordine cercano di accumulare prove per incastrarlo. Viene condannato a sei ergastoli ma, a causa della totale mancanza di testimoni oculari degli omicidi, non lo si può condannare alla pena capitale, nonostante le vittime collezionate siano ben oltre duecento.

“Li ammazzavo per tenermi in esercizio. L’ho fatto in tutti i modi, non mi manca proprio nulla… Non sentivo mai nulla, era deludente. Fu allora che pensai che dovevo essere pazzo. Immagino che avrei dovuto provare qualche sentimento, qualcosa… Ho ucciso più o meno 200 persone. Un centinaio quando ero ancora giovane e non conoscevo nessuno. In un periodo della mia vita uccidevo senza motivo, bastava un’occhiata storta, li accoltellavo o gli sparavo. Il vero rebus è perché? Perché sono fatto in questo modo: così spietato, cattivo, alieno alla sofferenza degli altri, al loro dolore? Sono nato così o lo sono diventato?“.

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Lo rinchiudono all’interno della prigione del New Jersey, nella quale si trova anche il fratello, accusato, pochi anni prima, di aver violentato e ucciso una ragazzina di dodici anni. Kuklinski si rifiuta di vederlo poiché, all’interno del suo personale codice, la violenza su donne e bambini costituisce un comportamento inaccettabile. Kuklinski prende parte agli omicidi più importanti dell’ambiente mafioso italo-americano, tra cui quello di “Big” Paul Castellano e Carmine Galante. Durante la detenzione, rilascia interviste, partecipa a documentari e accetta di scrivere insieme a Philip Carlo la sua biografia, in cui confessa tutti gli innumerevoli delitti. Muore nell’ospedale di Trenton il 5 marzo del 2006, all’età di settantuno anni.

Ancora oggi le cause della morte non sono del tutto chiare. Pare che Kuklinski soffrisse da tempo di sbalzi di pressione e desse segni di demenza e perdita di memoria. Ma lui, in realtà, è convinto di essere stato avvelenato giorno dopo giorno. Considerato che si tratta di uno dei sicari più operativi della mafia, che tra l’altro sembra sempre più a suo agio nel rilasciare interviste sulle sue attività criminali, non è improbabile che possa essere stato messo a tacere da qualcuno dei suoi ex mandanti.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Javed Iqbal Mughal era il Mostro Pakistano: rapisce e strangola

Al processo viene condannato a morte tramite impiccagione per cento omicidi. Si impicca in cella insieme ad un complice. Dopo la sua morte, ventisei bambini che si pensavano morti vengono ritrovati vivi. Le sue vittime sono orfani e ragazzi di strada che fuggono dalle proprie famiglie. Hanno tutti tra i sei e i sedici anni. Li avvicina con promesse di cibo e lavoro. Dopo che conquista la loro fiducia e li convince a seguirlo in casa, li droga, li stupra e li strangola con una catena di ferro. Infine, smembra e scioglie il corpo in una tinozza riempita di acido cloridrico. Questo era Javed Iqbal Mughal.

Javed Iqbal Mughal è un assassino seriale, che balza alle cronache col soprannome di Mostro Pakistano perché, attorno al 1999 rapisce e strangola circa un centinaio di bambini vagabondi. I corpi li fa a pezzi e, con l’aiuto di alcuni complici, li scioglie nell’acido. I resti vengono versati nelle fogne, oppure in un fiume nella zona di Lahore, che è la sua città di nascita. Javed Iqbal Mughal nasce nel 1956. Inizia ad uccidere perché nutre un profondo risentimento verso la polizia, che lo arresta una volta e per errore con l’accusa di violenza su minori e lo picchia. È il sesto figlio di un commerciante.

Non si hanno notizie sull’infanzia di Javed Iqbal Mughal. Attorno al 1978 inizia a lavorare mentre si trova al college. Suo padre gli compra due case a Shadbagh. In una delle due, Javed Iqbal Mughal vuole fondare un’impresa di rifusione di acciaio. Vive lì per anni, insieme a dei ragazzi. Nel 1995 e nel giugno 1998 gli vengono mosse alcune accuse di sodomia verso minorenni. Nel primo caso nessun tribunale lo condanna mai. Nel secondo lo liberano su cauzione. Si fece arrestare nel mese di dicembre 1999, dopo che invia una lettera al giornale locale.

Al processo viene condannato a morte tramite impiccagione per cento omicidi. Si impicca in cella insieme ad un complice. Dopo la sua morte, ventisei bambini che si pensavano morti vengono ritrovati vivi. Le sue vittime sono orfani e ragazzi di strada che fuggono dalle proprie famiglie. Hanno tutti tra i sei e i sedici anni. Li avvicina con promesse di cibo e lavoro. Dopo che conquista la loro fiducia e li convince a seguirlo in casa, li droga, li stupra e li strangola con una catena di ferro. Infine, smembra e scioglie il corpo in una tinozza riempita di acido cloridrico. Questo era Javed Iqbal Mughal.

Ai delitti partecipano tre complici, degli adolescenti che dividono la casa con Iqbal. Inizialmente i resti liquefatti vengono scaricati nelle fognature, ma dopo che i vicini si lamentano del cattivo odore, per non rischiare ulteriormente, li getta nel fiume Ravi. I complici si occupano soprattutto di scattare le foto alle vittime. Iqbal annota i nomi, le età e le date della morte in un diario e in un notebook. Le scarpe e i vestiti li conservava in alcuni scatoloni per non lasciare tracce. Ogni delitto gli costa centoventi rupie, meno di tre dollari. I soldi vengono spesi spesi per comprare l’acido da una persona chiamata Ishaq Billa.

Nel tempo si scatena una caccia all’uomo che coinvolge dozzine di persone. Nonostante numerosi arresti, le indagini non danno risultati. Nel dicembre del 1999 invia una lettera alla polizia e ad un giornale locale, dove confessa l’omicidio di cento ragazzi, ammette di non provare rimorsi e di odiare il mondo. Il 30 dicembre, per paura che la polizia lo uccida, si consegna presso la sede del giornale Daily Jang. Viene arrestato poco dopo da un esercito composto da almeno cento soldati. Anche i suoi complici vengono fermati. Si trovavano nella zona del Sohawa e stavano chiedendo l’elemosina ai passanti.

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Un terribile serial killer colpevole di 100 omicidi

Durante la perquisizione di casa sua, gli agenti trovano le prove, macchie di sangue sulle pareti e sui pavimenti, la catena con cui strangola le vittime, alcune bottiglie di alcol e acido, delle maschere antigas, una raccolta di circa cento foto appartenenti alle vittime, un grosso mucchio di vestiti, il diario e il notebook. In una tinozza blu ci sono i resti di due bambini. In casa non si trovano altri corpi.

Fuori dall’abitazione c’è un fusto riempito d’acido che contiene altri resti. Una delle due vittime si chiama Ijaz. Con le foto e i vestiti, i parenti di alcuni bimbi scomparsi identificano i loro figli morti per mano di Iqbal. Il 16 marzo 2000, il giudice Allah Bukhsh Ranjha lo trova colpevole di cento omicidi, di alcuni abusi su minorenni e lo condanna a morte. È previsto che sia portato in un famoso parco, dove un boia lo strangola con una catena di ferro davanti ai parenti delle vittime, lo taglia in cento pezzi e poi scioglie nell’acido.

La sentenza, ovviamente, crea scalpore e le massime autorità religiose islamiche la contestano immediatamente. A questo punto la corte la commuta in una semplice impiccagione. Anche il complice Sajid Ahmad viene condannato alla pena capitale. L’altro complice, un ragazzo di nome Muhammad Sabir, viene condannato a quarantadue anni di carcere, quando ha tredici anni.

A Nadeem Mohammad, l’ultimo complice, il giudice dà centottantadue anni di carcere, quando ha quindici anni ed è accusato di tredici omicidi. Iqbal e il suo complice Sajid Ahmad vengono trovati morti la mattina dell’8 ottobre del 2001 nel carcere di Kot Lakhpat.

La prima versione racconta che si sono avvelenati. La seconda sostiene che si sono impiccati con le lenzuola quattro giorni dopo l’appello. Al momento della morte Iqbal ha quarantacinque anni, Ahmad quasi diciassette. L’autopsia sul cadavere di Iqbal indica segni di tortura: sul corpo e sul viso sono presenti segni di pestaggio e traumi. Se qualcuno lo ha ucciso non viene mai accertato fino in fondo.

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Anatoly Onoprienko: il più spietato assassino dell’Ucraina

Anatoly Onoprienko e Sergei Rogozin, che agiscono senza maschere, decidono, per essere ancora liberi, di sterminare l’intera famiglia. Uccidono a colpi di pistola i due coniugi e i loro otto figli. Da quel momento, Anatoly Onoprienko interrompe i rapporti con Rogozin. Passano alcuni mesi e commette il suo primo omicidio in solitaria. Una notte si avvicina ad un’auto, dove dorme un’intera famiglia di cinque persone. Vuole derubarli, ma qualcosa va storto e decide di ucciderli tutti e cinque a colpi di fucile. Uccide anche due testimoni.

Anatoly Onoprienko è l’assassino seriale ucraino più prolifico che, tra il 1989 e il 1996, uccide a caso famiglie intere. Gli spara col fucile o li prende a colpi d’ascia. Anatoly Onoprienko uccide anche i testimoni delle sue stragi e le persone che incontra in giro mentre fugge. Purtroppo, scampa molte volte alla cattura. Nasce a Laski nel luglio del 1959 e perde la madre ad appena quattro anni. Il padre fatica ad accudire da solo i due figli, fino a quando, dopo tre anni, decide di affidare Anatoly ad un orfanotrofio russo, tenendo con sé il primogenito.

Questa scelta peserà molto sulla psiche di Anatoly Onoprienko, che commette i suoi primi due omicidi già a trent’anni, nel 1989. In quel periodo è amico di un uomo di nome Sergei Rogozin, conosciuto in una palestra. Un giorno di quell’anno, i due decidono di diventare criminali, mettendo a segno alcuni furti e svaligiando piccoli appartamenti. Tutto fila liscio per qualche tempo, fino a quando, una notte, mentre stanno svaligiando una casa isolata fuori città, i due vengono sorpresi dai proprietari della casa, la famiglia Bratkovychi.

Anatoly Onoprienko e Sergei Rogozin, che agiscono senza maschere, decidono, per essere ancora liberi, di sterminare l’intera famiglia. Uccidono a colpi di pistola i due coniugi e i loro otto figli. Da quel momento, Anatoly Onoprienko interrompe i rapporti con Rogozin. Passano alcuni mesi e commette il suo primo omicidio in solitaria. Una notte si avvicina ad un’auto, dove dorme un’intera famiglia di cinque persone. Vuole derubarli, ma qualcosa va storto e decide di ucciderli tutti e cinque a colpi di fucile. Uccide anche due testimoni.

Gli omicidi si susseguono, uno dietro l’altro, senza alcuna pietà, fino a superare i cinquanta morti ammazzati. Tutti uccisi a colpi di fucile o di ascia da Anatoly Onoprienko, che dopo questi due massacri si trasferice da un suo cugino. Riesce a tenere a bada i suoi istinti omicidi per più di cinque anni. Ma la notte del 24 dicembre 1995, in un piccolo villaggio dell’Ucraina, una zona rurale, uccide senza motivo la famiglia Zajčenko, composta da un insegnante, sua moglie e i due figli, a colpi di fucile a canne mozze e incendia la casa.

Nove giorni dopo, il 2 gennaio 1996, Anatoly Onoprienko uccide a colpi di pistola i quattro i componenti di un’altra famiglia. Mentre fugge dalla scena del crimine, l’assassino incrocia un altro uomo che passa di lì e, senza pensarci due volte, spara anche a lui. Passano quattro giorni e uccide quattro persone.

In autostrada è deciso ad uccidere il maggior numero di automobilisti che può. Riesce a fermare tre auto. Muore un marinaio, un taxista e un cuoco con sua moglie. Passano solo undici giorni e stermina un’altra famiglia. Il 17 gennaio 1996 penetra nella casa della famiglia Pilat a Bratkoviči, composta da cinque persone. Muoiono tutti sotti i colpi del fucile, compreso un bambino di sei anni.

Esce dalla casa in fiamme e trova casualmente sulla sua strada un’operaia delle ferrovie di ventisette anni, ed un uomo di cinquantasei anni e, senza perdere tempo, li uccise entrambi. Passano solo due settimane e, il 30 gennaio, a Fastov, un villaggio ucraino, uccide una ragazza di ventotto anni, i suoi due figli e un amico di trentadue anni a colpi di fucile.

Poco tempo dopo, nell’oblast’ di Žytomyr, a Olevsk, la famiglia Dubčak, composta da quattro persone, viene massacrata. Onoprienko uccide a colpi di fucile il capofamiglia e il figlio, poi si accanisce a martellate contro la moglie, costringendola ad aprire la cassaforte. Al rifiuto, le spacca il cranio. Dopo aver ucciso ancora tre persone, Onoprijenko si accorge che una bambina è ancora viva e assistite terrorizzata allo sterminio della sua famiglia.

Anatoly Onoprienko massacra senza pietà pure lei. Qualche settimana dopo, il 27 febbraio 1996, a Leopoli, nell’estremo ovest dell’Ucraina, Onoprijenko entra nella casa dei Bodnarčuk, e uccide marito e moglie a colpi di fucile, mentre le due figlie di sette e otto anni vengono fatte letteralmente a pezzi a colpi di ascia. Un uomo d’affari vicino di casa della famiglia uccisa, si trova a passeggiare e Onoprijenko decide di ucciderlo con una fucilata. Il 22 marzo, nel piccolo villaggio di Busk, viene sterminata la famiglia Novosad, di quattro persone, e la casa viene data alle fiamme. È l’ultimo massacro, che compie.

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Il 7 aprile, quasi tre settimane dopo, l’ultimo sterminio, Pëtr Onoprijenko, cugino di Anatolij, telefona alla polizia raccontando di aver trovato nascosta in un armadio del cugino, una gran quantità di armi. Aggiunge di aver mandato via il cugino e di essere stato minacciato di morte.

Anatolij si trasferisce a Žytomyr, insieme ad una donna e al figlio di lei, portando con sé tutto l’armamentario. La polizia, che prende molto seriamente la situazione, e si reca a casa di Anatolij pochi giorni dopo e lo arresta. Il mostro rifiuta di rispondere alle domande e nega la responsabilità nelle uccisioni, nonostante una valanga di accuse contro. L’ispettore Bohdan Teslja riesce a convincerlo e Onoprijenko inizia una lunga confessione, che dura alcuni giorni.

Il processo inizia il 12 febbraio del 1999 e alla fine i giudici lo trovano colpevole di cinquantadue omicidi, ma si pensa siano di più, e lo condannano alla pena di morte tramite fucilazione. L’esecuzione è prevista per il 31 marzo 1999, ma siccome l’Ucraina in quel periodo vorrebbe entrare nell’Unione Europea, la pena viene commutata in ergastolo. Sergej Rogozin, complice di Onoprijenko nel primo massacro, quello della famiglia Bratkovyči nel 1989, viene condannato a tredici anni di reclusione. Onoprijenko muore in carcere per insufficienza cardiaca il 27 agosto del 2013, all’età di cinquantaquattro anni, mentre sconta la sua pena nella prigione di Zytomyr.

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Domanda da un milione: come guadagnare con internet?

Il mondo del web, internet in generale può essere e diventare un’arma potentissima. Può trasformarsi nella svolta inaspettata della vostra vita oppure rovinarvi qualora non sappiate usarla. Un po’ come succede per tutte le cose, anche per come guadagnare usando internet bisogna sapere come e quanto usarle prima di farsi del male. Tornando al mondo del web però, c’è da ammettere che i modi per poter guadagnare sono davvero infiniti.

Domanda da un milione di dollari: come guadagnare usando internet? A chi di voi non è mai venuta in mente questa geniale domanda? Sarebbe il sogno di chiunque, guadagnare stando comodamente davanti al PC in casa. Esiste un modo per rendere fattibile questo sogno? La risposta è sì.

Le strade per scegliere questa vita esistono, ma non sono certamente facili da percorrere. Altrimenti riuscirebbero a farlo tutti, no? Invece chi riesce a diventare un imprenditore digitale, è solo colui che ha saputo coniugare impegno, passione, cervello e soprattutto tanta, tanta pazienza e costanza.

Siete curiosi di sapere come si possa guadagnare usando internet? Ora ve lo racconto io! Online si trovano ormai sempre più spesso guide ed articoli che raccontano favole proprio su come riuscire a fare i soldi usando internet. Noi cercheremo di essere quanto più chiari e sinceri possibile, anche se lo siamo già stati nell’introduzione di questo articolo!

Il mondo del web, internet in generale può essere e diventare un’arma potentissima. Può trasformarsi nella svolta inaspettata della vostra vita oppure rovinarvi qualora non sappiate usarla. Un po’ come succede per tutte le cose, anche per come guadagnare usando internet bisogna sapere come e quanto usarle prima di farsi del male. Tornando al mondo del web però, c’è da ammettere che i modi per poter guadagnare sono davvero infiniti.

Le risorse che il web mette a disposizione sono tantissime, bisogna solo che ognuno di noi si cucia addosso la propria. Il mondo del digital è in continua espansione e questo sta garantendo la possibilità di formare nuove ed interessanti prospettive di carriera per chiunque voglia distaccarsi dal mondo lavorativo tradizionale ed iniziare a guadagnare con internet.

Cerchiamo però di fare ordine e di capire anzitutto quali potrebbero essere i metodi realmente profittevoli per guadagnare usando internet e quali invece quelli da non dover neanche considerare.

Guadagnare usando internet: le possibilità

Certamente una scelta che fanno in tanti, è quella di aprire un blog. Scegliere un argomento sul quale si è ferrati e lanciarsi in questa avventura.

  • Blog: può rivelarsi un piacevole passatempo oppure diventare una vera e propria fonte di guadagno qualora si facessero le giuste mosse. Scrivere sul proprio blog, naturalmente non porta alcun guadagno; esistono però delle attività correlate e complementari che potrebbero incrementare il tuo introito mensile.
  • Copywriter: se si ha la passione per la scrittura e si sceglie di voler diventare un copywriter freelance, esistono tantissimi corsi che possono servire per scoprire ed apprendere tutte le tecniche di scrittura per il web. In questo modo, attraverso portali o piattaforme specificatamente dedicate, potrete trovare qualcuno che abbia bisogno proprio di voi!
  • Social media marketing: la parola d’ordine è ‘mai improvvisarsi’! Questo dovrete tenerlo sempre a mente! Le nuove professioni esistono, è vero e vi garantiscono di guadagnare online, però come per tutte le cose, anche e soprattutto in questo campo, va avanti solo chi ha le reali competenze specifiche.

La figura del social media manager è interessante e soprattutto sempre più ambita. Anche in questo caso, esistono dei corsi specifici che spiegano al meglio la professione ed anche in questo caso, potrete proporvi da remoto di gestire le pagine social di aziende o imprenditori.

  • Network marketing: riguardo a questo settore, non tutti sono d’accordo col dire che sia un metodo valido per guadagnare usando internet ma siccome esiste ed è reale, noi lo prospettiamo nelle possibilità.

Il network marketing altro non è che l’evoluzione del più antico e provinciale “porta a porta”. Grazie a questo sistema piramidale, si generano contatti, che portano altri contatti che forse porteranno al cliente interessato. Generalmente si utilizza il network marketing per vendere prodotti di salute e benessere o prodotti di bellezza e cosmesi.

  • Affiliate marketing: Qui si apre un capitolo delicato che cercheremo di esemplificare. Lavorare con le affiliazioni online, permettere di vendere attraverso il proprio blog, sito o pagina social, prodotti di terzi, non di nostra proprietà, attraverso un codice personalizzato che ci garantirà una provvigione sulla vendita qualora quel prodotto venga acquistato tramite il nostro codice.
  • E-commerce: forse il primo tra tutti i modi per guadagnare online in assoluto. La creazione di un vero e proprio negozio sul web. Questa scelta prevede però che tu possegga un reale magazzino regolarmente registrato e che venda a tutti gli effetti i prodotti che proponi online. In sostanza un negozio a tutti gli effetti.. però sul web!
  • Vendere info, prodotti e guide: Se si hanno le competenze di produrre mini info prodotti oppure guide in pdf, si potrebbe pensare di poter lanciare un business attraverso delle landing page oppure attraverso i social network.

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Come potete notare, queste sono alcune delle possibilità che il mondo del web mette a disposizione per poter guadagnare online. Non è assolutamente detto che tutte queste alternative andranno bene per il vostro business. Ci sono alcune di queste attività che si prestano meglio ad alcuni progetti rispetto ad altre. Un consiglio che sentiamo di dovervi dare è però quello di fare dei tentativi.

Purtroppo o per fortuna, nel mondo dell’online, si deve provare e forse anche fallire prima di trovare la strada giusta. Non abbiate paura di investire del denaro (ma fatelo in maniera consapevole!) e non fate l’errore di pensare che vedrete subito in guadagni. Per nessuna delle attività sopra elencate esiste infatti la possibilità di guadagni immediati. Studiate, formatevi su quello che più vi appassiona e dopo di che, operate!

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Giancarlo Giudice: l’assassino seriale delle prostitute di Torino

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

Camionista torinese, Giancarlo Giudice uccide in tre anni, tra il 1983 e il 1986, nove prostitute di età compresa tra i 37 e i 64 anni, che identificava con la matrigna. Condannato a trent’anni di reclusione più tre di manicomio criminale, esce di prigione nel 2008, dopo aver scontato ventidue anni di carcere.

Gli omicidi seriali di Giancarlo Giudice, il cosiddetto “Mostro di Torino”, iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Francesca Pecoraro, il cui cadavere non viene identificato fino al momento dell’arresto del suo assassino, cioè il 29 giugno 1986. Il cadavere viene ritrovato carbonizzato nel bagagliaio di una Bianchina rubata alle Basse di Stura, periferia est di Torino. Irriconoscibile.

Passano due settimane e sulla superstrada per Chivasso viene trovato il corpo di Annunziata Pafundo, di quarantotto anni. Fino a giugno del 1986 Giudice colpisce nell’area di Torino nove volte, uccidendo altrettante prostitute. Quella che sembra essere la terza vittima si salva. Lucia Geraci, con la pistola sulla tempia, supplica Giudice di lasciarla in vita per i suoi tre figli.

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

A marzo del 1986, Giudice uccide Maria Corda, una sua amica di quarantaquattro anni, ritrovata nel canale Depretis vicino a Caluso. Giudice aveva con questa donna un rapporto di amicizia da molti anni. Il 30 marzo muore Maria Galfrè, anche lei di quarantaquattro anni, uccisa con un colpo di pistola calibro 22. Dopo averle sparato, l’assassino trasporta il cadavere in una baracca vicino alla Stura e poi appicca il fuoco.

A inizio aprile tocca alla sessantasettenne Laura Belmonte, anche lei ritrovata in un canale con i polsi legati con un cavo elettrico ad un gancio da rimorchio. Il mese dopo, il 22 maggio è la volta di Clelia Mollo, strangolata e abbandonata nel suo appartamento di via XX settembre a Torino, dopo essere stata stordita dall’assassino con cocaina e marijuana. Il 28 giugno, Giudice uccide Maria Rosa Paoli, trentasette anni, affiliata ai “nuclei armati proletari”, con un colpo da distanza ravvicinata. Il corpo lo getta nella vegetazione della collina torinese.

È questo il giorno in cui viene fermato inaspettatamente. Sorpreso dalla polizia stradale in una piazzola della Torino-Piacenza in atti osceni solitari, non può nascondere il sangue della Paoli, morta da poche ore. Le forze di polizia, in realtà, collegano ad un unico autore solo sei dei nove omicidi, attribuendo gli altri tre a regolamenti di conti negli ambienti della prostituzione o della tossicodipendenza.

Quando ormai a Torino si è ampiamente diffusa la psicosi del “serial killer delle prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco a Santhià la polizia ferma Giancarlo Giudice, che all’epoca ha trentasette anni, fa il camionista ed è già schedato come pregiudicato. Sulla sua auto vengono trovate due pistole, munizioni e un asciugamano intriso di sangue.

L’arresto di Giancarlo Giudice e l’ultimo omicidio

Lo stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, è completamente imbevuto di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice ha ucciso la sua ultima vittima. Dopo un mese di carcere, l’omicida confessa tutti i suoi delitti, facendo appunto salire il numero delle vittime a lui attribuite da sei a nove e permettendo il riconoscimento dell’identità del cadavere di Francesca Pecoraro. Giudicato capace di intendere e di volere, Giancarlo Giudice nel marzo 1989 viene condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a trent’anni di reclusione più tre di casa di cura.

Uno dei motivi che rallenta le indagini e fa supporre solo dopo parecchio tempo che i delitti sono collegati, è che l’assassino uccide in modi differenti e si comporta in vario modo con i corpi. Sei sono le donne che strangola, una quella sgozzata e due vengono freddate con colpi d’arma da fuoco.

Due cadaveri li dà alle fiamme, quattro li abbandona e gli altri li butta in acqua. Un comportamento poco usuale se si esamina la metodologia classica degli assassini seriali. Giancarlo Giudice cresce in collegio e perde la madre a tredici anni. Viene informato solo a funerali celebrati e tenta il suicidio senza esitazione.

Il padre è un alcolista ed è totalmente assente. Un anno dopo essere diventato vedovo, lascia il figlio a Torino e si trasferisce in Calabria con la nuova moglie. Ed è proprio quest’ultima la donna che Giudice odia. È questo il motivo che lo spinge ad uccidere. Dice di sentire voci. Soprattutto, ammette finalmente, odiava quelle donne trasandate perché gli ricordavano la sua matrigna: sua madre era infatti morta quando era ancora piccolo, lui l’aveva assistita per un cuore malfunzionante.

E quando era morta il trauma lo aveva portato a tentare il suicidio a soli 13 anni. Con la matrigna la famiglia si era trasferita in Calabria e a lui era toccato il collegio. Un’infanzia devastante, con un padre alcolista. Uccidendo le prostitute in là con gli anni si sentiva meglio perché pensava di ammazzare lei, la matrigna arrivata al posto di mamma.

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Il ragazzo inizia a fare uso di cocaina ed lsd e cambia continuamente occupazione. Una virata avviene quando inizia a fare il camionista. Guida giorno e notte senza fermarsi. I colleghi lo definiscono “un mulo del volante”, e ignorano la sua dipendenza dalle droghe.

Nella sua residenza di via Cravero regna il caos e il disordine. Si cammina su un tappeto di riviste pornografiche. In quella stessa casa conserva armi e piccole refurtive, oltre ad una collezione dei suoi scatti con le passeggiatrici che sono la sua unica vera compagnia. Giudice non ha amici e non ha familiari.

Erano gli anni Ottanta, gli anni in cui tutto era lecito. Gli anni in cui il crimine passava spesso inosservato. Era una vita piena: c’era chi sguazzava nell’agio degli anni d’oro, chi tirava a campare arrangiandosi con quel che poteva. Ma erano anche gli anni in cui il boom delle droghe cominciava a mietere vittime.

Tutto aveva il suo posto negli anni Ottanta. Ma nessuno, né negli anni Ottanta né in qualsiasi altra epoca, meriterebbe che il suo posto sia a terra, mangiato dai i vermi, qualsiasi scelta di vita abbia mai attuato. Giancarlo Giudice è tornato in libertà e vive un regime di protezione che ne garantisce la privacy.

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Assassine seriali o vedove nere: etimologia della parola

I metodi che utilizzano per l’omicidio sono spesso dissimulati o di basso profilo, l’avvelenamento è comunque il più utilizzato (cosa che ricorda ancora il ragno che le denomina), soprattutto perché può nasconderne facilmente la causa del decesso, sotto ad un’apparente morte naturale o attacco improvviso.

Vedova nera è un termine utilizzato in criminologia per indicare una categoria di serial killer, che agiscono soprattutto nell’ambiente familiare. Con tale termine si indicano quasi esclusivamente serial killer donne, ma non mancano “vedovi neri” di sesso maschile.

Questa definizione deriva dal ragno, la vedova nera appunto, che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando degli incidenti domestici. Di solito si risposano molte volte per poter tornare ad attuare tale crimine. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle polizze assicurative sulle loro vite.

Alcuni studi hanno dimostrato che le donne serial killer tendono ad uccidere soprattutto per guadagni economici e di solito vittime emotivamente vicine con cui hanno una relazione di tipo sessuale o sentimentale, che poi uccidono quando non sono più utili, da qui la tradizionale immagine delle vedove nere.

Le vittime non sono esclusivamente mariti o amanti, si possono includere soprattutto figli o parenti anziani. Vedove nere figlicide furono: Tillie Klimek, Daisy de Melker e Vera Renczi. Sono rari i casi in cui le vittime delle vedove nere siano donne, in tal caso l’assassina colpisce con la motivazione di eliminare una possibile rivale che possa rovinare i piani o allontanare la “preda maschile”. Come nel caso di Kathi Lyukas che uccise diverse donne per facilitare i suoi scopi.

I metodi che utilizzano per l’omicidio sono spesso dissimulati o di basso profilo, l’avvelenamento è comunque il più utilizzato (cosa che ricorda ancora il ragno che le denomina), soprattutto perché può nasconderne facilmente la causa del decesso, sotto ad un’apparente morte naturale o attacco improvviso.

L’arsenico è il veleno maggiormente utilizzato dalle vedove nere, ma non mancano esempi di altri veleni (stricnina o cloruro di potassio), anche poco comuni. Altre raramente utilizzano armi da fuoco, Jane Taylor Quinn utilizzò una revolver per eliminare i mariti. Di solito commettono gli omicidi in luoghi familiari o conosciuti, come la loro casa o una struttura sanitaria.

Alcune invece, dopo aver ucciso i propri partner, cominciano ad aiutare altre vedove nere a sbarazzarsi dei mariti. Così fecero Susi Olàh (e la sorella Lydia) insieme a Julia Fazekas, che crearono una vera e propria attività vendendo ossido arsenioso a circa 30-50 donne. Susi Olàh e Julia Fazekas aiutarono a eliminare tra le 50 e le 300 persone, soprattutto mariti e figli indesiderati.

La tipica vedova nera comincia a compiere i primi omicidi superati i 20-30 anni di età. Molte vedove nere si fingono “cuori solitari” in cerca dell’anima gemella, pubblicano su riviste, giornali o siti di incontri, annunci che attirano l’attenzione della nuova preda. Belle Gunness, Ada Wittenmye, Kanae Kijima e Nannie Doss utilizzarono maggiormente questo metodo.

In Europa le vedove nere sono più prolifiche, uccidendo in media 16 vittime, in America il numero si abbassa tra le 6-8 vittime. Le vedove nere, di solito, non infieriscono sui cadaveri con manifestazioni di overkilling, mutilazioni, smembramenti, aggressione sessuale o torture; ma molte hanno confessato di aver provato piacere nel vederli contorcere dal dolore.

Ad esempio Caroline Pryzgodda somministrò appositamente ai mariti piccole dosi di arsenico affinché potesse godere delle loro sofferenze vedendoli morire lentamente. Alcune ricerche hanno portato alla luce 140 casi di vedove nere che hanno ucciso due o più mariti.

Segue poi un elenco di 22 donne, che uccisero (o tentarono di uccidere) 4 o più mariti. È da notare che quasi tutti questi casi sono stati dimenticati o cancellati dalla storia, questo forse perché soprattutto nei secoli passati la donna è sempre stata considerata come innocua o insospettabile assassina. Si ritiene che la prima vedova nera della storia sia stata la regina Ji Xia (Cina), che nel 1600 avanti Cristo uccise 3 mariti e un figlio.

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Le vedove nere più prolifiche della storia

  • 42 avanti Cristo – la regina Anula di Anuradhapura (Sri Lanka) uccise 5 mariti affinché i suoi amanti diventassero re e infine lei regina
  • 1196 – la contessa Mahaut de Bourgogne uccise 4 mariti per ereditare il controllo della contea di Tonnerre (Francia)
  • 1324 – la dama Alice Kyteler uccise 4 mariti e ciò la portò ad essere accusata di stregoneria
  • 1613 – Dona Catherina uccise 5 mariti
  • 1869 – A Gardiner (Maine) una donna avvelenò 4 mariti, dopo l’arresto riuscì a lasciare lo Stato e non venne mai processata
  • 1884 – A Varanda (Ungheria) una donna ammise di aver avvelenato i suoi 3 mariti e altre 100 persone
  • 1886 – A Slesia una donna venne arrestata con l’accusa di aver avvelenato i precedenti 4 mariti
  • 1891 – Jane Dorsey venne accusata di aver ucciso i suoi 4 mariti e altre 4 persone (parenti delle vittime)
  • 1891 – Caroline Sorgenfrie uccise 4 mariti avvelenandoli con del “verde di Parigi”, ovvero acetoarsenico di rame (veleno per topi)
  • 1899 – Lulu Johnson avvelenò con l’arsenico 6 mariti
  • 1899 – Lisa Triku avvelenò con massicce dosi di arsenico 4 mariti
  • 1903 – Caroline Pryzgodda avvelenò 4 mariti e tentò di ucciderne un quinto
  • 1905 – Malvina Roester uccise 4 fidanzati con del veleno estratto da fiori
  • 1906 – A Knez (Ungheria) una donna avvelenò 4 mariti
  • 1908 – Belle Gunness uccise 2 mariti e altre 40-60 persone
  • 1912 – Frau Kapruczan confessò di aver ucciso i propri 4 mariti ed aiutato ad ucciderne 5
  • 1916 – Amy Archer Gilligan uccise 2 mariti e altre 5-48 persone
  • 1918 – Taitù Batùl uccise con metodi differenti i suoi 10 mariti
  • 1921 – Lyda Trueblood Southard uccise 4 mariti, il fratello, e l’unica figlia
  • 1923 – Tillie Klimek uccise 4 mariti e un’altra dozzina di persone tra cugini e parenti
  • 1923 – Marie Torosian uccise 6 mariti, anche sua figlia Elize Potegian diventò una vedova nera
  • 1931 – Margaret Summers uccise 5 mariti, 1 nipote e un’altra dozzina di persone tra inquilini e vicini
  • 1954 – Nannie Doss uccise 4 mariti e fu accusata della morte della madre, di due figlie e di altri membri della famiglia
  • 1983 – Judias Welty Buenoano uccise con metodi differenti 4 persone tra fidanzati e mariti, e anche un figlio
  • 1985 – Betty Lou Beets uccise con metodi differenti 5 mariti, fu condannata a morte per iniezione letale
  • 2008 – Betty Neumar venne accusata dell’uccisione di 5 mariti

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Serial killer o assassino seriale: etimologia della parola

Una caratterizzazione che i criminologi chiamano “firma”. Firma dell’omicidio. Una firma che tragicamente si ripete, trasformandosi spesso in una sfida a chi svolge le indagini. La natura compulsiva dell’azione dell’assassino seriale, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotiva e di quella sessuale.

Inevitabilmente tutti, chi prima e chi dopo, ci siamo chiesti: ma chi sono i serial killer? Cosa distingue un assassino seriale da un comune pluriomicida? L’assassino seriale è un pluriomicida, ma con una natura compulsiva. Uccide persone spesso totalmente estranee alla sua vita, con o senza regolarità temporale e con un modus operandi caratteristico.

Una caratterizzazione che i criminologi chiamano “firma”. Firma dell’omicidio. Una firma che tragicamente si ripete, trasformandosi spesso in una sfida a chi svolge le indagini. La natura compulsiva dell’azione dell’assassino seriale, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotiva e di quella sessuale.

Ma prima di imparare a comprendere chi è un assassino seriale, bisogna capire a fondo il senso dell’espressione serial killer. Tradotta successivamente in italiano come assassino seriale, viene usata a partire dagli anni ‘70 del Novecento, decennio in cui negli Stati Uniti d’America giungono sotto i riflettori della cronaca i primi casi eclatanti: Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Anche se, in realtà, è dalla notte dei tempi che questa tipologia di criminale agisce.

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La definizione di serial killer, usata la prima volta dal profiler dell’FBI Robert Ressler, ha principalmente lo scopo di distinguere il comportamento di chi uccide ripetutamente nel tempo, concedendosi alcune pause di raffreddamento, dagli omicidi plurimi che si rendono colpevoli di stragi, ossia gli spree killer, come l’autore del massacro al Virginia Polytechnic Institute, o quello del disastro della Bath School, quello della Strage di Utoya o del massacro della Columbine High School.

Tecnicamente, dopo oltre quarant’anni di studi di un fenomeno che da sempre vede al primo posto come numero di assassini gli Stati Uniti d’America, al secondo la Gran Bretagna e al terzo l’Italia, si considera assassino seriale quel tipo di criminale che compie due o più omicidi distribuiti in un arco relativamente lungo di tempo, intervallati da periodi di raffreddamento durante i quali l’assassino seriale torna a condurre una vita sostanzialmente normale, spesso senza essere costretto a reprimere irrefrenabili e sanguinosi istinti.

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La geografia degli omicidi seriali: dove si uccide di più

Diversi fattori possono contribuire a ciò. Le tecniche di investigazione sono migliori nelle nazioni sviluppate. Le molteplici vittime di uno stesso soggetto vengono rapidamente individuate come collegate, quindi l’arresto del colpevole avviene più rapidamente di quanto non avvenga in una nazione dove la polizia ha meno risorse a disposizione.

Ci sono rapporti decisamente contrastanti circa l’estensione degli omicidi seriali. Negli anni ‘80 del Novecento l’FBI sosteneva che in ogni dato momento ci sono all’incirca 35 serial killer attivi negli Stati Uniti, indicando con ciò che gli assassini seriali in questione hanno commesso il loro primo omicidio e non sono ancora stati assicurati alla giustizia o fermati con altri mezzi, per esempio suicidio o morte naturale.

Questi numeri di omicidi seriali sono spesso esagerati. Nel suo libro del 1990 “Serial Killers: The Growing Menace”, Joel Norris sostiene che esistono 500 assassini seriali attivi negli Usa in ogni dato momento, che provocano 5.000 vittime all’anno, il che significa approssimativamente un quarto degli omicidi seriali noti della nazione. Queste statistiche sono considerate sospette e non sostenute da prove.

Alcuni hanno affermato che coloro che studiano o scrivono degli omicidi seriali, siano essi impegnati in una professione legale o giornalisti, abbia un interesse nascosto nell’esagerare la minaccia di tali soggetti. In termini di casi riportati appaiono esserci molti più assassini seriali attivi nelle nazioni occidentali sviluppate che altrove.

Diversi fattori possono contribuire a ciò. Le tecniche di investigazione sono migliori nelle nazioni sviluppate. Le molteplici vittime di uno stesso soggetto vengono rapidamente individuate come collegate, quindi l’arresto del colpevole avviene più rapidamente di quanto non avvenga in una nazione dove la polizia ha meno risorse a disposizione.

Le nazioni sviluppate hanno mezzi di informazione altamente competitivi, quindi i casi di omicidi seriali sono riportati più velocemente. I mezzi di informazione negli Usa e nell’Europa Occidentale hanno evitato la censura su larga scala sancita dallo Stato, censura che esiste in certe altre nazioni nelle quali le storie relative a omicidi seriali sono state eliminate.

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Un esempio è il caso dell’Ucraina con il serial killer Andrej Romanovic Cikatilo, le cui attività continuarono non citate e scarsamente investigate dalla polizia dell’ex Unione Sovietica, a causa dell’idea che solo nelle ipoteticamente corrotte nazioni capitaliste occidentali questo tipo di assassini proliferava.

Dopo il crollo dell’Urss spuntano diversi rapporti prolifici su assassini seriali i cui crimini vengono precedentemente nascosti dietro la Cortina di ferro. Le differenze culturali potrebbero render conto di un più ampio numero di assassini seriali, non solo di un maggior numero di casi riportati.

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Chi sono i serial killer e perché uccidono per piacere

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

Tra le più celebri serial killer donne si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine Lalaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverly Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Molte serial killer sono considerate vedove nere, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno, e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime, mentre per i serial killer maschi l’omicidio comprende un grande coinvolgimento fisico e ciò include quindi armi bianche, armi da fuoco, oppure qualsiasi altro oggetto che possa essere utilizzato come arma.

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

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Il crimine costituisce per il serial killer, in questi casi, una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza e di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé sia dalla convinzione di poter superare in astuzia la polizia.

L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune agli assassini seriali, è frequentemente descritta con aggettivi come “psicopatica” o “sociopatica”. Associata al sadismo e al desiderio di potere, può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo della vittima.

Data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica, della condotta criminale del serial killer, nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale. Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini degli assassini seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

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Nella testa dell’omicida seriale: perché uccide le vittime

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano. È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

Proviamo ad entrare nella testa dell’omicida seriale e capire perché uccide le vittime. Molti assassini seriali hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono stati maltrattati da bambini fisicamente, psicologicamente e sessualmente, anche se ci sono stati dei casi documentati determinatisi in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

Per esempio John Wayne Gacy veniva spesso malmenato dal padre, deriso come “femminella” e insultato. Da adulto, Gacy avrebbe stuprato e torturato trentatré ragazzi accusandoli di essere “finocchi” e “femminelle”. Anche Albert Fish all’età di cinque anni viene preso a frustate nell’orfanotrofio. Da qui sviluppa le sue parafilie. Gacy è sposato con una donna ed identificato come eterosessuale.

Carroll Cole, invece, è stato violentato dalla madre, che voleva dei rapporti extra-matrimoniali e forzava Cole a vedere, picchiandolo e ordinandogli di assicurarle che non avrebbe mai rivelato al padre quel terribile segreto. In età adulta, Cole uccide ogni donna “persa” che gli ricordasse sua madre, in particolar modo quelle donne sposate che cercavano avventure sessuali all’insaputa dei mariti.

Pedro Alonso López, che nutre un grande odio verso la madre, commette almeno 110 omicidi: tutte le vittime sono donne che vuole punire per la misoginia che sviluppa negli anni. Henry Lee Lucas vagabonda per gli Stati Uniti – uccidendo – con il compagno Ottis Toole un numero compreso tra le 11 e le oltre 130 persone perché sua madre era solita a picchiarlo e dominarlo da piccolo.

Edmund Kemper viene malmenato dalla madre e da qui sviluppa le sue fantasie violente. Sia Lucas sia Kemper da grandi uccidono la madre. Ed Gein è figlio di una donna luterana e fanatica religiosa, aveva trasmesso ai figli il concetto dell’innata immoralità del mondo, l’odio verso l’alcolismo e che tutte le donne (esclusa lei) fossero prostitute.

Inoltre, il sesso è accettabile soltanto al fine di procreare. Ogni pomeriggio, Kemper legge ai propri figli la Bibbia, in particolare passi dell’Antico Testamento dove si parla di morte, omicidio e punizione divina. Una volta, sorprendendolo mentre si masturbava nella vasca da bagno, gli afferrò i genitali chiamandoli la “maledizione dell’uomo” e lo immerse nell’acqua bollente per punirlo.

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano.

È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

L’elemento di fantasia negli assassini seriali non deve essere sovraenfatizzato. Essi iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche ed essi sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

Alcuni assassini sono influenzati da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere responsabili di campi di concentramento. Comunque in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che li ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione.

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Omicida seriale, i segnali della Triade di MacDonals

Altri serial killer godono della lettura delle opere del Marchese de Sade, dal cui nome deriva il termine “sadismo” per via delle sue storie zeppe di stupri, perversioni, torture e omicidi. Molti fanno uso di pornografia, spesso del tipo violento che riguarda il bondage, anche se leggono pure riviste in cui vengono narrati veri casi di omicidio. Altri possono essere affascinati ed eccitati da materiale meno discutibile. Jeffrey Dahmer, per esempio, affascinato dal personaggio dell’Imperatore Palpatine de “Il ritorno dello Jedi”, comprò addirittura delle lenti a contatto gialle per poter somigliare al personaggio malvagio, mentre diversi assassini seriali affermano che le loro fantasie sono state influenzate dalla Bibbia, in particolare dal Libro dell’apocalisse.

È il caso di Earle Nelson, omicida statunitense che strangola e abusa dei cadaveri di almeno 22 o 25 donne. Alcuni assassini seriali mostrano nella fanciullezza uno o più segnali di avvertimento noti come Triade di MacDonald.

  • Accendere fuochi (piromania) invariabilmente solo per il gusto di distruggere le cose.
  • Crudeltà verso gli animali (zoosadismo). Molti bambini possono essere crudeli verso gli animali, per esempio strappando le zampe ai ragni, ma i futuri serial killer spesso uccidono e abusano di animali più grossi come cani e gatti, frequentemente solo per il loro piacere solitario, invece che per impressionare i loro pari.
  • Bagnare il letto (enuresi) oltre l’età in cui i bambini cessano tale comportamento.

Questa triade che viene teorizzata nel 1963, recentemente, è stata messa in discussione dai ricercatori. Molti bambini e adolescenti accendono fuochi o nuocciono ad animali per diverse ragioni quali noia, imitazione delle punizioni date dagli adulti agli animali domestici, esplorazione di un’identità da “duro”, o perfino sentimenti di frustrazione. È quindi difficile sapere se queste variabili siano davvero rilevanti per l’eziologia dell’assassinio seriale e, se così fosse, quanto lo siano con precisione. Molti assassini seriali dichiarano di aver compiuto il loro primo omicidio verso i 20-25 anni, anche se questo dato può variare anche di molto.

Ce ne sono alcuni che dichiarano di aver ucciso per la prima volta verso i 38 anni, mentre altri a 15 anni ammettono di aver compiuto quattro omicidi nei due anni precedenti. Per esempio, Mary Bell massacra con la complice due bambini all’età di 11 anni. Jesse Pomeroy e Seito Sakakibara compiono due omicidi all’età di 14 anni.

Giorgio William Vizzardelli uccide per la prima volta a circa 15 anni. Pedro Rodrigues Filho fa le sue prime due vittime a 14 anni. Cayetano Santos Godino uccide la sua prima vittima, un neonato, all’età di 7 anni. Valentino Pesenti nel 1976 uccide a coltellate la sua prima vittima all’età di 16 anni. Jean Grenier nel 1600 uccide e cannibalizza alcuni bambini all’età di 15 anni. L’adolescente americano Rod Ferrell, ha solo 16 anni quando nel 1996 uccide una coppia sposata in Florida e beve il loro sangue.

Tuttavia esiste anche una piccola percentuale di serial killer che decide di dare libero sfogo alla propria furia omicida solamente dopo aver raggiunto la mezza età o addirittura oltre. Per esempio, Andrej Romanovič Čikatilo, il Mostro di Rostov autore di almeno 53 omicidi, commette il suo primo delitto quando ha 42 anni. Albert Fish uccide per la prima volta a circa trent’anni.

Continua a uccidere e commettere stupri e atti di cannibalismo fin quando ha quasi sessant’anni. Vasili Komaroff, il Lupo di Mosca, inizia a uccidere e derubare le sue vittime a partire dagli anni Venti del secolo scorso, all’età di circa 50 anni. Questa, secondo molte teorie, sarebbe una specie di tattica evasiva in quanto, anche se l’assassino dovesse essere preso dalla polizia, non dovrebbe affrontare il problema di trascorrere una vita intera in carcere, ma semplicemente viverci i pochi anni che gli restano.

Molti esperti sostengono che una volta compiuto il primo omicidio, è praticamente impossibile o comunque molto raro che un assassino seriale si fermi. Recentemente questa posizione è stata ripresa in considerazione in quanto nuovi assassini seriali sono stati catturati grazie a mezzi come il test del DNA oggi a disposizione degli investigatori. In particolar modo gli assassini seriali che sono stati catturati grazie a questi test sono proprio quelli che non sono in grado di controllare i propri impulsi omicidi. Così questi assassini seriali sono fortemente presenti nelle statistiche degli uccisori assicurati alla giustizia.

La frequenza con cui reclamano le loro vittime può anch’essa variare molto. Juan Corona uccide almeno 25 persone in sole sei settimane mentre Frederick West e sua moglie Rosemary fecero 12 vittime in un periodo di venti anni. Valentino Pesenti fa 4 vittime in quindici anni, mentre Josef Schwab ne fa 5 in cinque giorni. Jeffrey Dahmer uccide 17 ragazzi in tredici anni, mentre Donato Bilancia uccide 17 persone in sei mesi. Luis Alfredo Garavito ammazza a colpi di machete almeno 140 (si pensa fino a 172 bambini) in circa 8 anni, mentre Hu Wanlin avvelena almeno 146 persone in un anno e mezzo circa.

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La criminologia per capire assassini e omicidi seriali

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia è l’insieme ordinato delle conoscenze empiriche sul crimine, sul criminale, compresi i serial killer, sulla condotta socialmente deviante e sul controllo di tale condotta e sulla vittima. Dal punto di vista storico, i primi albori della criminologia si hanno con l’affermarsi della cultura illuminista nel XVIII secolo e in particolare con l’intellettuale giurista italiano Cesare Beccaria e il suo trattato “Dei delitti e delle pene”. Nasce in questo contesto la cosiddetta scuola classica, imperniata sui concetti liberistici del diritto penale.

Successivamente, nell’XIX secolo, con lo sviluppo delle scienze empiriche (psicologia, sociologia, antropologia), nasce la scuola positiva, che si articola in due direzioni: lo studio dell’uomo che delinque secondo l’approccio medico-biologico dell’antropologia criminale (Cesare Lombroso), e lo studio sociologico delle condizioni che favoriscono la commissione “differenziale” di reati in funzione del ceto sociale di appartenenza.

In seguito, con il moltiplicarsi delle ricerche e delle conoscenze psicologiche, la scuola positiva assume un indirizzo psicopatologico e psichiatrico. La delusione conseguente alle eccessive aspettative che si erano formate in relazione alla possibilità di affrontare scientificamente i problemi della criminalità porterà all’emergere degli approcci di criminologia critica (di impostazione marxista) e di “anticriminologia” da un lato, e dall’altro al riemergere della scuola classica nel filone oggi denominato “neoclassico”: questo in Italia, caratterizzato, come è noto, dall’avversione per le scienze sociali da parte delle ideologie politicamente dominanti.

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia moderna non può essere definita una scienza in senso stretto, ma come un fascio di discipline definite dal loro oggetto comune, il reo e/o il reato. Essa, in realtà, si esaurisce nelle discipline che, a vario titolo, si occupano, ciascuna dal proprio punto di vista, di tale oggetto: fra le scienze empiriche troviamo la sociologia, la psicologia, la psichiatria, la biologia, la genetica, le neuroscienze in generale (anche se il loro contributo alla criminologia è stato grandemente sopravvalutato), e fra le scienze normative il diritto penale e il diritto penitenziario.

La criminologia studia i reati e gli autori

Oggetti fondamentali di studio sono i reati, la cui definizione è sociale e normativa, e i loro autori. Sono stati fatti in passato tentativi di arrivare a definire dei delitti “naturali”, condivisi come tali da tutte le culture, ma essi hanno portato sostanzialmente a un nulla di fatto. Il delitto, in questo senso, non può essere inteso come fatto biologico o “assoluto”, ma come frutto di una certa definizione sociale che varia in funzione del tempo (storia) e dello spazio (geografia), ossia varia da cultura a cultura. Crimine, diritto e cultura sono pertanto concetti profondamente interrelati tra loro.

Tradizionalmente la criminologia si è occupata dello studio della personalità del delinquente, cui hanno contribuito le principali scuole sviluppatesi in ambito psicologico-clinico a partire dalla nascita della psicologia come scienza nell’Ottocento (psicologia sperimentale, antropologia criminale, psicoanalisi e principali scuole psicodinamiche, scuole comportamentistiche e più recentemente cognitiviste, scuole psicologico-sociali, scuole sistemiche e di dinamica familiare; studio della delinquenza tramite i principali reattivi psicodiagnostici).

Per ottenere questi risultati, la criminologia si è avvalsa sia di tecniche quantitative di indagine, sia di tecniche qualitative (attualmente in fase di sviluppo dopo l’ondata quantitativa degli anni ‘70-‘80 del secolo scorso) più tese a studiare in profondità casi singoli o piccoli gruppi di autori. Non vanno dimenticate le metodologie connesse alle scuole interazioniste, dell’“osservazione partecipante”, in cui lo studioso partecipa direttamente al fenomeno che intende studiare.

Dal punto di vista descrittivo, la criminologia si occupa sia dell’epidemiologia dei principali delitti, ossia il modo in cui essi si manifestano concretamente: omicidio, violenza sessuale, reati legati al consumo di sostanze stupefacenti, crimini economici e dei colletti bianchi, delinquenza comune e organizzata, terrorismo, etc; sia delle caratteristiche degli autori dei delitti stessi, della loro maggiore o minore propensione a delinquere, nonché dei fattori di rischio correlati al comportamento criminale.

L’analisi epidemiologica della criminalità ha evidenziato, ad esempio, che la tendenza all’agire criminale è molto più frequente (circa dieci volte di più) nei maschi che nelle femmine, e si concentra nelle fasce giovanili di età, dai 20 ai 35 anni soprattutto. In Italia le statistiche ufficiali della criminalità sono raccolte, elaborate e pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica. Esse forniscono in particolare i tassi relativi ai vari reati. Il “tasso” di un reato è il numero di casi del reato in questione, registrato in un determinato anno, ogni centomila abitanti. Per esempio un tasso di omicidio volontario dell’1,5 per 100.000 significa che in quell’anno, ogni 100.000 abitanti, si è verificato in media un caso e mezzo di omicidio volontario.

I ricercatori svolgono indagini campionarie

Indagini campionarie a scopo criminologico sono svolte, oltre che dai ricercatori nelle università, anche da altri enti di ricerca, per esempio dal Censis e dalla Doxa. Esse consentono, a titolo di esempio, di studiare la percezione dell’opinione pubblica in materia di criminalità e di misurare quante persone sono state vittime di reati (in questo caso si tratta delle cosiddette “indagini di vittimizzazione”).

Il confronto fra i reati ufficialmente denunciati e quelli realmente commessi, quali risultano dagli studi di vittimizzazione, consente una sia pur sommaria valutazione del “numero oscuro” (i reati commessi ma non denunciati né rilevati ufficialmente, e quindi sempre in numero maggiore rispetto ai reati ufficialmente “contabilizzati”). Il problema della valutazione del “numero oscuro” è una delle maggiori sfide metodologiche per la criminologia.

Un ramo applicativo della criminologia viene denominato “criminologia clinica”. Essa si propone, soprattutto attraverso l’analisi e l’intervento su singoli specifici casi, di formulare una diagnosi, una prognosi e una possibile terapia di trattamento relativamente agli autori di reati. La “diagnosi” punta a ricostruire i fattori e le condizioni che hanno portato alla genesi e all’esecuzione del reato (rispettivamente, “criminogenesi” e “criminodinamica”), la “prognosi” cerca di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale del soggetto, la “terapia” prevede interventi di rieducazione e di assistenza psicologica, con l’obiettivo di risocializzare il reo e di consentirgli una piena reintegrazione sociale.

Un tempo l’analogia con la medicina era interpretata in modo abbastanza letterale, come provano ad esempio gli studi di Lombroso che avevano appunto un carattere marcatamente antropologico-medicale. Oggi invece i termini diagnosi, prognosi e terapia in criminologia vengono usati prevalentemente come metafore di un processo conoscitivo, interpretativo e trattamentale che non pretende più di avere una valenza medica.

Per quanto riguarda la dimensione prognostica, che ha l’obiettivo fondamentale di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale di un soggetto, nonché di stimare le maggiori o minori probabilità di recupero sociale per quel soggetto, un modello previsionale che ha avuto notevole successo in passato è quello sviluppato dai coniugi Eleanor e Sheldon Glueck.

Questo modello ipotizza che tre gruppi di variabili consentano di prevedere la maggiore o minore probabilità di incorrere in una “carriera criminale”:

Variabili legate alla famiglia di origine: clima familiare, atteggiamenti dei genitori, valori o controvalori trasmessi…

Variabili legate alla struttura della personalità del soggetto: stabilità o instabilità emotiva, resistenza o meno alla frustrazione, maggiore o minore impulsività…

Variabili legate ai concreti comportamenti espletati dal soggetto: maggiore o minore precocità di manifestazione di episodi devianti, tendenza o meno alla recidiva, tendenza o meno a fare uso di sostanze voluttuarie o stupefacenti…

Lo studio delle tossicodipendenze e quello delle malattie mentali, nei possibili risvolti criminologici, è di competenza della criminologia clinica e della psichiatria e psicopatologia forense: queste ultime discipline, in Italia, a differenza di quanto avviene all’estero, sono piuttosto vicine alla criminologia in senso stretto. Tale fenomeno discende dalla collocazione accademica prevalentemente medica della disciplina in Italia, a differenza dai Paesi anglosassoni e dalla maggioranza degli altri paesi europei.

Il maggiore campo applicativo della criminologia

Il maggiore campo applicativo di queste discipline riguarda la questione dell’imputabilità, a sua volta collegata alla valutazione della capacità di intendere e di volere. Per la legge italiana, se manca pienamente la capacità di intendere o di volere, chi ha commesso il reato non è imputabile, e nei suoi confronti vengono disposte misure di sicurezza a carattere anche terapeutico. Se invece la capacità di intendere o di volere è grandemente scemata, il criminale è imputabile ma la pena è diminuita e vengono disposte misure di sicurezza.

Parzialmente sovrapponibile alla psichiatria forense (ma non sostitutiva) è la criminologia clinica: la psichiatria si pone prevalentemente il compito della diagnosi, mentre la criminologia clinica, più specificatamente, quello dello studio della criminodinamica e della criminogenesi, per usare l’antica ma ancora efficace terminologia di Etienne de Greeff.

Spesso si confonde, da parte dei mass media, la criminologia con la criminalistica, o con l’investigazione criminale: mentre la criminologia è una scienza che studia i reati, gli autori di reato e le possibili misure per prevenire, trattare e controllare il delitto, l’investigazione concerne attività volte a scoprire “chi” abbia commesso il delitto in modo specifico, messe in atto dalle forze di polizia giudiziaria e dalla difesa dell’indagato/imputato di reati, e la criminalistica fornisce alla stessa le metodologie applicative per le indagini, mutuate dalle scienze forensi.

Dai tempi della scoperta delle impronte digitali, la criminalistica ha percorso un lungo cammino. Oggi, ad esempio, l’analisi del dna fornisce un nuovo tipo di impronta, che consente di risalire con notevoli livelli di precisione alla individuazione dell’autore di alcuni reati. La cronaca mostra che, sempre con maggiore frequenza, i casi delittuosi vengono affrontati attraverso sofisticate metodologie d’indagine che fanno appello alle scienze forensi, e cioè a quelle svariate discipline che si occupano dell’esame di reperti e tracce rinvenute sulla scena di un reato.

Si può ritenere che anche la psicologia criminale e la psicologia investigativa appartengano alle scienze criminali, la prima alle scienze criminologiche, e la seconda alle scienze forensi. Nel caso dell’atto criminale una relazione interpersonale si instaura tra il criminale e la vittima. Dunque le modalità e le motivazioni che stanno dietro le azioni criminali di un soggetto sono direttamente collegabili a quelle che lo accompagnano in qualunque altro rapporto interpersonale.

Uno degli obiettivi della psicologia criminale e investigativa è quello di contribuire alla definizione del cosiddetto “profilo psicologico” del possibile autore di una serie di reati, attraverso una serie di comparazioni fra le evidenze investigative (ad esempio, i rilievi fotografici) e le evidenze psicologico-relazionali (come gli elementi indicatori di aspetti psicologici e cognitivi della persona che ha commesso il reato). Questa operazione è generalmente chiamata profilazione criminale.

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Cos’è la criminalistica? Cosa studia dei serial killer?

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

La criminalistica è la disciplina che serve a studiare e successivamente ad archiviare e a diffondere dati e indici statistici sulla criminalità. Queste statistiche sono rilevate e registrate da molti Paesi e sono oggetto di studio da parte di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Interpol e le Nazioni Unite. Le istituzioni legali in alcune nazioni, come ad esempio l’FBI negli Stati Uniti e l’Home Office nel Regno Unito pubblicano periodicamente degli indici che servono come fonti principali per molte ricerche.

Esistono diversi metodi di misurazione per la criminalistica, tra cui questionari “porta a porta”, rilevazioni provenienti dal pronto soccorso o dalle scienze attuariali, registri della polizia o altre istituzioni di difesa sociale. Queste ultime sono le più frequenti, ma molti reati non sono rilevati affatto. Alcune ricerche sono molto più interessanti ed utili rispetto ai dati ufficiali che, per la propria natura autoreferenziale, non coprono tutti i casi e raramente servono a prevenire il crimine, visto che spesso ignorano la fase processuale penale prima della condanna definitiva.

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

Una ricerca condotta in 18 Paesi europei ha scoperto che il livello di criminalità in Europa è diminuito rispetto ai livelli del 1990, e che il livello dei reati comuni mostra un trend calante in America e in Australia e in altri Stati industrializzati. Ricerche europee sono concordi nell’attribuire al mutamento demografico come la causa principale di tale trend. Sebbene gli omicidi e le rapine siano aumentati in America negli anni ‘80 del secolo scorso, nel 2000 erano diminuiti del 40%.

La pratica criminalistica si differenzia non solo tra i Paesi e le giurisdizioni, ma anche tra i diversi sistemi di polizia che, in base alla propria discrezionalità, hanno la facoltà di determinare quanto la criminalità è registrata in base alle proprie pratiche di rilevazione. Inoltre, un ufficiale di un ente pubblico potrebbe registrare un dato e trasferirlo in un’altra agenzia, senza contare che potrebbe passare inosservato a meno che non sia appositamente inserito nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, alcuni reati come la delinquenza minorile potrebbe risultare sottostimata in situazioni dove gli agenti non registrano adeguatamente i reati.

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La criminalistica e l’utilità del tasso criminale

Similmente altre categorie di reati di una certa gravità potrebbero essere rilevate quando c’è qualche forma di incentivo per le forze di polizia. Quasi tutte le infrazioni autostradali, ad esempio sono rilevate tramite sistemi di videosorveglianza perché sono previste delle multe che serviranno a rimpinguare le casse dell’erario ma, allo stesso tempo, è molto difficile che le contravvenzioni effettuate dalla polizia stradale siano registrate a causa della difficoltà di seguire tali eventi caso per caso.

Il tasso criminale è utile per diversi scopi, come la valutazione dell’efficacia delle politiche tese a prevenire la criminalità (difesa sociale) di un quartiere a rischio o di un’intera città o di tutta la nazione, oppure servono dai politici per guadagnare proseliti sull’elettorato. Il computo del tasso criminale serve anche ad arricchire il data base di altri sistemi giudiziari o per stimolare altre ricerche commissionate dal governo. Il metodo comparativo, invece, risulta problematico a causa della differenza esistente tra i sistemi giudiziari di ogni Paese.

A causa della relativa carenza di standard universali, il metodo comparativo a livello internazionale soffre di un severo limite di applicabilità. Molti Stati, comunque, hanno adottato una serie di convenzioni per il computo della criminalità. Innanzitutto, il reato deve essere stato commesso prima di essere registrato, ad esempio quando la polizia trova un’evidenza che sia stato commesso o riceve una verificabile memoria da parte di qualcuno che lo ha denunciato, mentre alcuni Paesi calcolano il reato solo quando inizia il processo.

Molteplici denunce dello stesso reato spesso sono calcolate come una sola, mentre alcuni Stati calcolano ogni denuncia separatamente, alte effettuano il calcolo per ogni vittima. Quando capita che diversi reati sono commessi insieme, solo quello più grave è considerato, mentre alcune nazioni registrano ogni reato separatamente, altre calcolano il caso in base all’autore che ha commesso il fatto.

Quando molti aggressori sono coinvolti nello stesso crimine, il calcolo è effettuato in base ad uno solo di questi, mentre gli altri rientrano nel computo solo in base all’arresto. La delinquenza è rilevata nel momento in cui il fatto assurge agli onori della cronaca, mentre altri paesi effettuano il computo arbitrariamente. I reati per i quali non sono previste sanzioni penali sfuggono alla rilevazione, come i suicidi ed il vagabondaggio.

Studi che vanno oltre le banche dati della polizia

Le banche dati della polizia spesso tendono a riflettere la produttività degli agenti di polizia e possono trascurare diverse evidenze, in quanto gli agenti rilevano solo ciò che sono intenti a fare, come gli omicidi e i furti, mentre i reati da phishing sono rilevati da altre agenzie. Le statistiche dunque, in mano a personale differente, possono risultare fuorvianti.

Per capirci: se la polizia interviene, dopo una telefonata del vicinato, nel bel mezzo di una violenza domestica, gli agenti possono decidere di arrestare qualcuno della coppia, in particolare l’uomo, perché nell’immaginario collettivo la donna si occupa della cura dei figli, a monte del reale motivo della lite. Tale prassi giudiziaria non considera il punto di vista della vittima in quanto non si basa su alcuna evidenza empirica. In questi casi c’è un generale orientamento a valutare un crimine più per ciò che rappresenta a livello sociale che in base al caso particolare.

Un modo per scoprire come le indagini vittimologiche siano utili, è quando evidenziano quei tipi di reati che non sono rilevati normalmente dalle forze di polizia, mentre altri tipi di reati sono sottostimati. Le ricerche in proposito offrono alcuni dettagli su come sono registrati i crimini e su come la gravità dell’offesa può servire ad aumentare il livello di attenzione, mentre l’opportunità della rilevazione, il coinvolgimento di altri partner nonché la natura dell’offesa tendono a ridurlo.

Ciò permette di assegnare degli intervalli di confidenza alle statistiche, come i furti di motocicli sono generalmente denunciati perché la vittima può aver bisogno del risarcimento dalla polizza assicurativa, mentre la violenza domestica, l’abuso minorile e la violenza sessuale sono spesso sottostimati a causa dell’intimità delle relazioni coinvolte o dell’imbarazzo che può inibire la vittima a denunciare il proprio carnefice.

I tentativi di impiegare il metodo comparativo delle indagini vittimologiche tra diverse nazioni sono falliti in passato. Una ricerca recente, però, permette di contrastare tale trend. Si tratta del “International Crime Victims Survey” iniziata nel 1989 e rifinanziata per ben sei volte fino al 2009 pubblicando una serie di risultati interessanti in merito.

Come classificare i reati criminali

Allo scopo di rilevare il crimine con efficacia, alcuni reati hanno bisogno di essere classificati e distinti in gruppi o categorie particolari in modo da essere comparati secondo una visuale olistica. Mentre molti sistemi giudiziari possono probabilmente convenire su cosa rappresenta un delitto, classificare un omicidio può, invece, sembrare più ostico, mentre un reato contro la persona può ampiamente differenziarsi. Differenti sistemi penali, dunque, spesso indicano diverse evidenze criminali che variano in base alle diverse giurisdizioni.

La sanzione per un reato può distinguersi, inoltre, in base alla cauzione o in base al tipo di reclusione. Il livello di sanzione può determinare cosa rappresenta o meno un reato: alcune giurisdizioni possono avere certe fattispecie penali che non esistono in altre. I sistemi di classificazione sono orientati a superare tali limiti, sebbene differenti giurisdizioni rilevano le categorie di reati in maniera differente. Alcuni sistemi si concentrano su specifiche categorie quali l’omicidio, la rapina, il furto con scasso e la sottrazione di beni di valore. Altri sistemi come quello australiano tendono ad essere di tipo olistico.

I criminologi sono intenti ad implementare degli indicatori sempre più efficaci ed universali. Indicatori statistici semplici, in particolare, includono cifre sui reati, sulla vittimizzazione, sul tasso criminale, generalmente con rilevazioni a lungo termine. Indicatori più complessi presentano dati su vittime ed aggressori sulla base della continuità e della recidiva. La vittimizzazione può essere misurata quando la stessa persona subisce la reiterazione del medesimo reato, spesso dal medesimo aggressore. Il tasso di recidiva serve per valutare l’efficacia degli interventi e di trattamenti di assistenza sociale per i liberati dal carcere. Ecco cos’è la criminalistica.

C’è assassino e assassino: tutte le tipologie di serial killer

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

I criminologi e le istituzioni come l’FBI identificano diversi tipi di assassini seriali. In generale, i serial killer sono classificabili in due grandi categorie: assassino seriale organizzato e assassino seriale disorganizzato. Un’altra classificazione in parte indipendente riguarda invece le motivazioni specifiche dell’omicida. Gli assassini seriali possono essere anche classificati in differenti categorie in base alle motivazioni che li spingono a uccidere, cioè al “movente” dei delitti.

L’assassino organizzato è un uccisore lucido, spesso molto intelligente, metodico nella pianificazione dei crimini. I serial killer organizzati mantengono un alto livello di controllo sull’andamento del delitto. Non di rado hanno conoscenze specifiche sui metodi della polizia, che applicano allo scopo di occultare scientificamente le prove. Seguono con attenzione l’andamento delle indagini attraverso i mass media e concepiscono i loro omicidi come progetti di alto livello. Spesso questo tipo di assassino ha una vita sociale ordinaria: amici, amanti, o addirittura una famiglia.

L’assassino disorganizzato agisce impulsivamente, uccidendo quando se ne verifica l’occasione, senza una reale pianificazione. Spesso, l’assassino disorganizzato ha un basso livello culturale e un quoziente intellettivo non eccelso. Non sono metodici, non occultano le tracce, sebbene siano talvolta in grado di sfuggire alle indagini per qualche tempo, principalmente spostandosi velocemente e grazie alla natura intrinsecamente “disordinata” del loro comportamento su lunghi archi di tempo. Questo genere di assassino in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e a volte qualche forma di disturbo mentale.

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

Nello specifico possiamo dire che un assassino organizzato tende a portare sul luogo del delitto l’arma o le armi che utilizzerà per commetterlo, così come provvederà a portarle via una volta completato il suo disegno criminoso. Viceversa un tipo disorganizzato tenderà ad utilizzare oggetti trovati sul luogo del delitto e, a volte, potrà lasciarli sul posto all’atto della fuga. La presenza di tracce quali impronte latenti sulla scena rivela una disorganizzazione tipica del secondo tipo mentre ben difficilmente troveremo elementi utili qualora il responsabile appartenga alla prima categoria.

Va detto che questi, come altri indicatori, entrano a far parte di un profilo criminologico dell’autore che, lungi dall’essere prova certa ed inconfutabile, può comunque costituire un valido aiuto nella ricerca del responsabile. Un esempio d’omicida seriale disorganizzato è Richard Trenton Chase.

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Cosa spinge un assassino seriale ad uccidere

Visionari e allucinati. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, non è frequente che l’assassino seriale abbia disturbi mentali importanti, per esempio schizofrenia. In qualche raro caso, tuttavia, un assassino seriale può corrispondere a questo stereotipo e letteralmente uccidere “seguendo le istruzioni di voci nella sua testa” o come conseguenza di esperienze di tipo allucinatorio. Herbert Mullin massacrò tredici persone perché una voce gli diceva che questo sacrificio avrebbe salvato la California dal terremoto. Ed Gein pensava di poter preservare l’anima di sua madre mangiando il corpo di donne che le assomigliavano fisicamente.

Missionari e rituali. Alcuni serial killer concepiscono i loro omicidi come una missione. Per esempio, lo scopo di un assassino seriale “in missione” può essere quello di “ripulire la società” da una certa categoria (spesso prostitute, come per i casi di Saeed Hanaei, Benjamin Atkins e Gary Ridgway, o membri di determinati gruppi etnici, come Elias Xitavhudzi).

Spesso sono dei fanatici religiosi (come Earle Nelson e il satanista Richard Ramirez) o politici, e lasciano dei messaggi per rivendicare e motivare le proprie azioni (come “Jack lo Squartatore”, David Berkowitz, Albert Fish, Zodiaco o la coppia italiana nota come Ludwig, secondo molti anche il Mostro di Firenze). In altri casi pensano di ricevere dei poteri magici dalle uccisioni (come talvolta è successo in Indonesia: il caso più noto è quello di Ahmad Suradji).

In un altro caso dell’inizio Novecento, una fattucchiera di nome Enriqueta Martí rapì e uccise almeno 10 bambini a Barcellona per bollirli e ricavarci delle pozioni magiche che vendeva a personaggi di spicco. Arrestata, fu uccisa in carcere. Infine Leonarda Cianciulli nel 1940 uccise tre donne a Correggio e ne trasformò i cadaveri in saponette e biscotti (che lei stessa mangiò) perché pensava che il loro sacrificio le salvasse i figli.

Gilles de Rais nel Quattrocento torturò, stuprò e uccise almeno 140 bambini perché pensava che il loro sacrificio avrebbe liberato il suo castello da una maledizione. Thug Behram tra il 1790 e il 1830 circa strangolò almeno 125 persone con il lembo del suo mantello. Sacrificò le vittime alla dea Kali. Sachiko Eto, una donna giapponese arrestata nel 1995, uccise a bastonate 6 membri di una sua setta esoterica per “esorcizzarli”.

Tipu Sahib (1750-1799), il sultano di Mysare (India), si credeva il servitore scelto da Maometto che avrebbe dovuto punire gli “infedeli”: allora si mise a sodomizzare ogni europeo che incontrava, forse perché li odiava. In particolare si accanì sui bambini: li castrava, li stuprava sotto un pesante effetto di droghe, li bruciava su un rogo o li defenestrava.

Muti murders. Più in generale, in alcune zone dell’Africa, del Messico e di Haiti esistono dei riti (Palo Mayombe, JuJu, Jambola, Las Matanzas, Voodoo e maolti altri) in cui si praticano dei sacrifici umani. Spesso vengono sacrificati dei bambini. Le uccisioni dell’assassino seriale hanno lo scopo di “portare fortuna” alla persona che ne ha fatto richiesta. Questi omicidi sono detti muti murders, o omicidi per guarigione.

Adolfo Constanzo e Sara Aldrete uccisero a Matamoros tra le 38 e le 60 persone ispirandosi a questi riti. Il loro obbiettivo era quello di proteggere i narcotrafficanti. Costanzo inoltre era in possesso di una collana di vertebre umane. In Sudafrica Moses Mokgethi uccise sei bambini e li squartò. Vendette il loro cuore, fegato e genitali ad un affarista per “migliorare la sua fortuna”. Ad Haiti in alcuni rituali si fa cadere in un coma molto profondo una persona con una sostanza speciale. Dopo alcuni giorni, il sacerdote la fa risvegliare con l’antidoto apposito.

In alcuni casi il muti murderer non la risveglia, causando così la sua morte. I casi di omicidio rituale-propiziatorio si fanno risalire alla preistoria e al mondo antico. Un caso molto noto è quello degli Aztechi, un popolo precolombiano sterminato nel 1500 dai Conquistadores: il sacerdote disponeva la vittima ancora viva su un altare collocato in cima ad un alto tempio, con un coltello di pietra le strappava il cuore e lo offriva al Dio del Sole, Huitzilopochtli. Peraltro i culti del Messico sono ispirati a quello azteco.

Edonistici. Questo assassino seriale uccide con lo scopo di provare piacere. Alcuni amano la “caccia” più che l’omicidio in sé. Altri torturano o violentano le loro vittime mossi da sadismo. Altri ancora uccidono le vittime velocemente per indulgere in altre forme di attività come la necrofilia o il cannibalismo. Il piacere per questi uccisori seriali è spesso di natura sessuale, o ha un analogo andamento e un’analoga intensità pur non essendo riconducibile ad alcun atto esplicitamente sessuale (David Berkowitz, per esempio, provava un piacere sconvolgente nello sparare a coppie appartate, ma non si avvicinava neppure alle vittime).

Dominatori. È il tipo più comune di assassino seriale. Il principale scopo dell’assassino in questo caso è quello di esercitare potere sulle proprie vittime, in tal caso contribuendo al rafforzamento della propria stima di sé nel senso della propria forza fisica e morale. Questo tipo di comportamento è spesso inteso (inconsciamente o consciamente) come compensazione di abusi subiti dall’omicida nell’infanzia o nella vita adulta. Molti uccisori che violentano le proprie vittime non ricadono nella categoria “edonistica” perché il piacere che provano da questa violenza è secondario, se non addirittura assente. La violenza stessa riproduce, fedelmente o simbolicamente, una violenza subita in passato. Ted Bundy rappresenta il prototipo ideale di questa categoria di assassino seriale.

Angeli della morte. Detti anche angeli della misericordia, sono gli assassini seriali che agiscono in ambito medico. La denominazione deriva dal soprannome dato al medico nazista Josef Mengele, famoso per la sua freddezza e per il pieno potere che aveva riguardo alla vita e alla morte dei prigionieri. Gli angeli della morte commettono i loro omicidi iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura e, anche se dichiarano di agire convinti di liberare le loro vittime dalle sofferenze, in realtà sono mossi dal desiderio di decidere della vita e della morte altrui, come prova il fatto che buona parte delle loro vittime siano in condizioni di salute non gravi al momento dell’omicidio.

Le vittime variano in base al compito che svolgono, ma spesso sono neonati, bambini, anziani o invalidi. A volte questi criminali non uccidono i loro pazienti, ma li mettono deliberatamente in pericolo per poi salvarli e guadagnare l’ammirazione dei colleghi. Casi famosi sono quelli di Sonia Caleffi, di Stephan Letter o dell’inglese Harold Shipman, uno degli assassini seriali più efferati della storia. Le sostanze più utilizzate sono dei medicinali pericolosi, facilmente giustificabili nel caso di un’autopsia, quali morfina, atropina o tiopental sodico. La Caleffi, invece, iniettava aria nelle vene dei suoi pazienti per provocare delle embolie sulle quali sperava di intervenire, ma che in almeno quattro o cinque casi risultarono letali.

Motivati dal guadagno. La maggior parte degli assassini che agiscono per ottenere dei vantaggi materiali, per esempio a scopo di rapina o come sicari, non sono in genere classificati come assassini seriali. Tuttavia, esistono casi limite che sono considerati tali. Marcel Petiot, per esempio, era un assassino seriale che agiva in Francia durante l’occupazione nazista. Fingeva di appartenere alla resistenza e attirava ebrei benestanti a casa propria, asserendo di poterli aiutare a fuggire dal Paese, per poi ucciderli e derubarli. Nei suoi 63 omicidi, Petiot ottenne solo qualche decina di borse, vestiti e qualche gioiello. La sproporzione fra il numero di vittime e il bottino materiale che Petiot ne ricavò fanno supporre un substrato morboso di altro genere. Anche il serial killer italiano Donato Bilancia uccise sei delle sue 17 vittime per motivi di denaro.

Vedove nere. La maggior parte delle assassine seriali donne rientra in questa categoria. Le vedove nere agiscono in modo simile al ragno che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando incidenti domestici. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle assicurazioni sulle loro vite. Casi celebri sono quelli di Mary Ann Cotton e di Belle Gunness, mentre si segnala come uniche varianti maschili il francese Henri Landru e il tedesco Johann Otto Hoch. Anche George Chapman (vero nome Seweryn Kłosowski), uno dei sospetti nel caso di Jack lo squartatore, poteva essere apparentato a questa categoria: difatti uccise tre delle sue mogli per avvelenamento, dopo aver tentato di uccidere anche la sua prima moglie.

Altre motivazioni. Ci sono però numerosi casi di assassini seriali che presentano caratteristiche proprie di più di una di queste categorie, e che possono quindi venire assegnati contemporaneamente all’una e all’altra. Per esempio, Albert Fish soffrì di disturbi mentali con deliri di tipo paranoide già prima di commettere il primo omicidio, pare che torturasse e uccidesse le sue vittime con l’intento di “purificare se stesso e gli altri tramite la sofferenza”, e in ultimo si eccitava sessualmente e provava piacere nell’atto dell’omicidio.

Quindi si potrebbe assegnarlo indifferentemente alla categoria degli assassini seriali “visionari” a quella dei “missionari” e a quella degli “edonistici”. Lo stesso si può dire di David Berkowitz che con ogni probabilità soffriva di schizofrenia con stati deliranti ricorrenti e al tempo stesso provava piacere nel tendere agguati alle sue vittime. Pare spesso si masturbasse dopo aver ucciso e considerasse i suoi delitti alla stregua di “avventure”.

Le stesse considerazioni valgono nel caso di quei serial killer il cui movente varia da un delitto all’altro, e di quelli che non hanno un tipo di vittima preferito e sembrano spinti a uccidere da un “bisogno interno”, una compulsione omicida che si impone sopra qualsiasi altra considerazione razionale. Questi sono ovviamente i casi più difficili da classificare per uno studioso del fenomeno.

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Maurizio Minghella: il serial killer di Genova e Torino

Minghella comincia a covare un odio profondo per il compagno della madre. Frequenta la scuola senza riuscire a superare la seconda elementare: a dodici anni è ancora alla prima classe. In città si racconta che a scuola prende i compagni con cui litiga per il collo e tappa loro il naso o la bocca. Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista. Però, la sua attività principale e più redditizia resta il furto di scooter, moto, Fiat 500 o Fiat 850.

Maurizio Minghella riceve una condanna a centotrentuno anni di carcere per aver commesso dieci omicidi di prostitute fra il 1996 e il 2001 a Torino. Uccide le malcapitate quando è in semilibertà, dopo aver assassinato nel 1978 cinque donne a Genova, la città in cui nasce il 16 luglio 1958. Viene anche condannato per rapina, sequestro di persona e fuga dal carcere. Cresce nel quartiere di Bolzaneto, in val Polcevera. Quando ha sei anni la madre si separa dal marito e inizia a crescere da sola i cinque figli, compreso Maurizio. In seguito, la madre si lega ad un nuovo compagno che picchia tutta la famiglia.

Minghella comincia a covare un odio profondo per il compagno della madre. Frequenta la scuola senza riuscire a superare la seconda elementare: a dodici anni è ancora alla prima classe. In città si racconta che a scuola prende i compagni con cui litiga per il collo e tappa loro il naso o la bocca. Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista. Però, la sua attività principale e più redditizia resta il furto di scooter, moto, Fiat 500 o Fiat 850. Considerato un gran donnaiolo, perché sempre in compagnia di ragazze diverse, viene soprannominato il “Travoltino della val Polcevera” anche in considerazione della sua passione per la discomusic. Si appassiona al pugilato e inizia a praticarlo, ma poi viene espulso.

È più o meno di questo periodo un episodio che avrà forti ripercussioni sulla sua psiche: la morte del fratello, che si schianta in moto. Minghella comincia a sviluppare una morbosa attrazione per i morti, specialmente di giovane età. Riformato dal servizio di leva per disturbi psichici, sposa nel 1977 un po’ per scommessa e un po’ per caso, come lui stesso dichiara, la quindicenne Rosa Manfredi, che è dipendente da psicofarmaci. Il matrimonio ha vita breve. Minghella è un assiduo frequentatore di prostitute e la ragazza muore in seguito ad una overdose da farmaci in un momento di depressione dopo un aborto spontaneo, che traumatizza ulteriormente la fragile personalità di Minghella.

Il primo omicidio avviene il 18 aprile del 1978: muore a Genova Anna Pagano. L’8 luglio uccide Giuseppina Jerardi, sempre nel capoluogo ligure. Il suo cadavere viene trovato in un’auto rubata e abbandonata. Il 18 luglio tocca a Maria Catena “Tina” Alba, di appena quattordici anni. La ritroveranno a Valbrevenna, nuda, il giorno successivo: il corpo è legato con una specie di garrota ad un albero. Il 22 agosto, dopo una notte in discoteca, è la volta di Maria Strambelli. L’ultima vittima del mostro è Wanda Scerra, amica di Maria Strambelli e scomparsa il 28 novembre. Il cadavere si trova nella scarpata che costeggia la ferrovia Genova-Milano nei pressi di Genova. La vittima viene prima violentata e poi uccisa per strangolamento.

Minghella viene arrestato la notte tra il 5 e il 6 dicembre 1978 e confessa l’uccisione della Strambelli e della Scerra, ma nega le responsabilità degli altri omicidi. Le prove ci sono e nel 1981 arriva la condanna all’ergastolo della Corte d’Assise di Genova per i 5 omicidi da scontare presso il carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro. Si è sempre proclamato innocente e negli anni Ottanta anche don Andrea Gallo chiese la revisione del processo. Nel 1995, ottiene la semilibertà. Lo trasferiscono al carcere delle Vallette di Torino.

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Maurizio Minghella e gli omicidi seriali di Torino

Entra nella comunità di don Ciotti, in una cooperativa del Gruppo Abele, dove lavora come falegname nel turno pomeridiano. Contemporaneamente vengono assassinate alcune prostitute. Nel marzo 1997 muore Loredana Maccario in casa sua, in via Principe Tommaso, nel quartiere di San Salvario. A maggio viene strangolata con il laccio di una tuta da ginnastica a Caselette Fatima H’Didou. Il 14 febbraio 1998, a Rivoli, nel torinese, strangola con una sciarpa la prostituta albanese Floreta Islami, di 29 anni.

Il 30 gennaio 1999 strangola con un foulard una prostituta originaria di Taranto, Cosima Guido detta “Gina” nell’appartamento in cui riceve i suoi clienti, in largo IV Marzo, nel centro di Torino. Sulle scale del pied-à-terre della donna vengono ritrovati due pezzi di carta assorbente da cucina con tracce biologiche di Minghella. Florentina “Tina” Motoc, muore nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 2001. Percossa brutalmente al volto e al capo. È l’ultimo omicidio di Minghella: le tracce di dna, impronte complete o parziali ritrovate nei luoghi dei delitti, le modalità simili degli omicidi e la fascia oraria in cui sono avvenuti, tutti dopo le 17, portano la polizia ad arrestarlo.

Le manette scattano il 7 marzo 2001: a casa sua vengono trovati i cellulari delle vittime con il numero di matricola cancellato. Il cellulare di Minghella viene rintracciato nella zona dove si trova la Motoc la sera del delitto. Condotto nel carcere delle Vallette, nella primavera del 2001 tenta di evadere fuggendo dalla lavanderia, ma riesce ad arrivare solo al primo muro di cinta.

Rinchiuso nel carcere di Biella, la mattina del 2 gennaio 2003 si fa ricoverare per dolori al petto e al braccio nel pronto soccorso del capoluogo. Riesce a fuggire da un bagno. Viene arrestato alle ventidue dello stesso giorno nei pressi della stazione ferroviaria. Sospettato di dieci omicidi di prostitute, il 4 aprile del 2003 viene condannato dalla Corte d’Assise di Torino all’ergastolo per l’omicidio della Motoc e a trent’anni di carcere per gli omicidi di Cosima Guido e Fatima H’Didou.

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Gennadij Modestovich Michasevich: stupratore seriale

Torna ad uccidere a maggio del 1975. La vittima è giovane e l’omicidio avviene nei pressi del villaggio di Duy. La donna viene soffocata e massacrata con le forbici nella campagna di Polotsk. Tutte le vittime sono donne che vengono prima stuprate e poi strangolate o con le mani nude o con mezzi improvvisati: sciarpe, corde, lacci emostatici o le tracolle delle loro borse. Una volta morte, le rapina.

Killer bielorusso che, tra maggio del 1971 e il novembre 1985, strangola alcune donne a Vitebsk e a Polotsk. Gennadij Modestovich Michasevich inizia ad uccidere dopo che la fidanzata lo lascia. Questo trauma lo porta a nutrire un profondo risentimento verso le donne. Nel 1971, dopo aver prestato servizio nell’esercito, all’età di ventiquattro anni, compie il suo primo omicidio.

La molla che fa scattare la furia assassina in Gennadij Modestovich Michasevich è legata alla decisione della ragazza di lasciarlo e di sposare un altro. Questo fatto lo sconvolge al punto che inizia a nutrire un tale risentimento verso le donne, che lo induce a diventare un’omicida seriale. La sera di maggio in cui viene lasciato si trova a Vitebsk, nella Bielorussia orientale. Deve prendere l’autobus per Polotsk. È talmente triste che cerca un posto per impiccarsi, quando, per strada, incontra una donna, Lyudmila Andaralova: la stupra e la strangola a mani nude.

Il corpo viene trovato nei pressi di un campo di alberi di mele. Qualche mese dopo, Gennadij è protagonista di un tentato omicidio. Si avvicina a una donna, e, mentre le chiede l’ora, le mette una corda al collo. Non riesce a soffocarla perché le urla della vittima attirano degli studenti, che lo individuano e lo mettono in fuga. Il giorno dopo uccide per la seconda volta. Il cadavere della donna viene trovato in un campo di abeti, appoggiato ad un tronco: la vittima è stata soffocata con una sciarpa infilata con forza in gola. Uccide ancora due donne l’anno successivo nei pressi della stazione di Luchesa, alla periferia di Vitebsk.

Torna ad uccidere a maggio del 1975. La vittima è giovane e l’omicidio avviene nei pressi del villaggio di Duy. La donna viene soffocata e massacrata con le forbici nella campagna di Polotsk. Tutte le vittime sono donne che vengono prima stuprate e poi strangolate o con le mani nude o con mezzi improvvisati: sciarpe, corde, lacci emostatici o le tracolle delle loro borse. Una volta morte, le rapina.

Nel 1976, si trasferisce a Salonicco, si sposa ed ha due figli, un maschio e una femmina. Gennadij non diviene mai un sospettato. Appare agli occhi degli altri come un premuroso padre di famiglia. Cambia anche le zone degli omicidi: da Polotsk e Novopolotsk ripiega sui villaggi Koptevo, Ropno e Perhanschina, iniziando a prediligere donne in attesa nei pressi delle fermate degli autobus. Dopo molti altri omicidi, cambia il proprio modus operandi: con il suo fascino avvicina e rapisce giovani autostoppiste che si trovano in luoghi isolati. Due morti a luglio, due ad agosto, uno a settembre e un altro ad ottobre del 1982.

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L’arresto di Gennadij Modestovich Michasevich

Dopo questo susseguirsi particolarmente frenetico di omicidi, si prende un’altra pausa di quasi un anno. Il 16 agosto 1985 lo “strangolatore”, questo il soprannome che si guadagna, nel tentativo di sviare le indagini, invia una lettera anonima a due giornali locali, il “Business Vitebsk” e il “Vitebsk Worker”. Scrive di essere un membro di un’immaginaria organizzazione chiamata “Patrioti di Vitebsk”, che ha il compito di uccidere, per vendetta, donne ritenute volgari e adultere.

Lo stesso identico messaggio lo lascia nella bocca delle sue ultime due vittime, trovate il 27 ottobre e il 7 novembre 1985. Le lettere sono scritte a mano. Gli agenti possono eseguire una perizia calligrafica sui residenti di sesso maschile della regione. Dopo l’analisi di oltre cinquecentomila campioni e più di trecentomila passaporti, viene trovato il presunto killer. Lo arrestano il 9 dicembre 1985.

Tre squadre di agenti giungono sul posto il giorno prima per arrestarlo, ma Gennadij Modestovich Michasevich è in congedo per andare a visitare dei parenti nel villaggio di Goryana. Ha un biglietto aereo per Odessa e le valigie pronte. Sta per fuggire nell’Ucraina meridionale. Al momento dell’arresto rimane impassibile. Alla centrale di polizia, davanti al detective confessa quantatré omicidi e porta gli agenti ad un pozzo dove sono nascosti alcuni effetti personali delle vittime.

Altre prove che lo incastrano vengono rinvenute in casa sua. Accompagna gli agenti nei luoghi in cui si trovano i cadaveri di cinque donne che risultano disperse. Al termine del processo, in cui viene condannato per trentatré omicidi e un tentato omicidio, arriva la condanna a morte tramite fucilazione, che viene eseguita nel 1987. Secondo la polizia di Vitebsk, a Michasevič sono da attribuirsi, mediamente tra i trentasei e i sessantatré omicidi. Nel corso delle indagini, quattordici persone innocenti vengono condannate per i suoi crimini.

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Fritz Haarmann: il macellaio licantropo di Hannover

Fritz Haarmann viene scoperto quando diversi resti ossei, scaricati nel fiume Leine, tornano alla luce. A parte la crudeltà di quello che Haarmann amette, ancor più scandaloso è il coinvolgimento della polizia nel caso. Fritz Haarmann, con precedenti per furto e ricovero in manicomio, è usato regolarmente dalla polizia come informatore ed è amico intimo di alcuni agenti, che occasionalmente ricevono da lui vestiti come “dono” e chiudono un occhio sulla sua frequentazione di giovanissimi prostituti. Non dimentichiamo che l’omosessualità è illegale in quel periodo.

Fritz Haarmann è un assassino seriale tedesco, che nasce ad Hannover il 25 ottobre 1879. Uccide le vittime mordendole alla gola. Poi ne vende la carne e ne butta i resti in un fiume. Dopo l’arresto, lo trovano colpevole di un elevato numero di omicidi commessi e lo condannano a morte nel 1925. Per l’efferatezza dei suoi crimini, Fritz Haarmann viene soprannominato “il macellaio di Hannover” o “il licantropo di Hannover”.

Il suo è uno dei casi più celebri della storia, fra tutti quelli che coinvolgono i “serial killer”. Dal 1919 al 1924, Haarmann uccide senza pietà i cosiddetti “ragazzi di strada”, che vagabondano attorno alle stazioni ferroviarie. Li porta nel proprio appartamento e poi li uccide mordendoli alla gola in uno stato di frenesia sessuale. Assieme a lui processano il complice, Hans Grans, un giovane ladruncolo e prostituto, amante fisso e convivente di Fritz Haarmann, che rivende i vestiti delle vittime.

Fritz Haarmann viene scoperto quando diversi resti ossei, scaricati nel fiume Leine, tornano alla luce. A parte la crudeltà di quello che Haarmann amette, ancor più scandaloso è il coinvolgimento della polizia nel caso. Fritz Haarmann, con precedenti per furto e ricovero in manicomio, è usato regolarmente dalla polizia come informatore ed è amico intimo di alcuni agenti, che occasionalmente ricevono da lui vestiti come “dono” e chiudono un occhio sulla sua frequentazione di giovanissimi prostituti. Non dimentichiamo che l’omosessualità è illegale in quel periodo.

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Haarman approfitta di questo ruolo adescando col ricatto nell’atrio della stazione di Hannover alcuni minorenni, vagabondi o prostituti fuggiti di casa, minacciando di denunciarli alla polizia se non lo accompagnano a casa sua. Durante il processo Grans sostienne la sua estraneità ai crimini. Spiega di essersi limitato a rivendere gli abiti dei defunti. Haarman invece lo implica quale complice in tutti i reati, riuscendo a convincere la giuria della sua colpevolezza. Il tribunale, che lo dichiara capace di intendere e di volere, lo giudica colpevole e lo condanna alla pena di morte: lo decapitano il 15 aprile 1925.

Restano seri dubbi sul suo stato di mente. Grans riceve inizialmente una condanna a morte, per incitamento all’omicidio. Dopo l’esecuzione capitale di Haarmann, la polizia trova una sua lettera che scagiona Grans completamente. Questo conduce ad un nuovo processo che commuta la condanna a dodici anni di prigione. Grans sconta la sua pena e poi continua a vivere ad Hannover, fino alla sua morte che avviene intorno al 1980.

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Donato Bilancia: l’assassino che terrorizzava la Liguria

Inizialmente, Donato Bilancia uccide per motivi economici, il gioco d’azzardo l’ha ridotto in bancarotta, poi ci prende gusto. Si sposta usando le linee ferroviarie. Il 16 ottobre 1997 Bilancia uccide Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con del nastro adesivo. Il 24 ottobre, anche in questo caso per motivi di vendetta legati al gioco, ammazza nella loro casa Maurizio Parenti e la moglie Carla Scotto, sottraendo tredici milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni oggetti di valore, di cui poi si libera.

Donato Bilancia è un assassino seriale che uccide donne, conoscenti e prostitute, a colpi di pistola. Soprannominato “Walter”, Donato Bilancia nasce a Potenza il 10 luglio del 1951 e uccide, nel giro di circa sei mesi. Si trasferisce con la famiglia prima ad Asti, poi a Capaccio in provincia di Salerno e nel 1956 a Genova. Sin da piccolo ha un rapporto difficile con madre, padre e fratello. Inizia ben presto a rubare.

A quindici anni i primi guai con la giustizia, continuati nel 1974 con un arresto in flagranza di reato per furto e nel 1976 per rapina. Ma Donato Bilancia riuscirà ad evadere dal carcere. Alla professione di ladro si unisce anche il vizio del gioco d’azzardo. Nel 1987 il suicidio del fratello Michele che, con in braccio il figlio piccolo di 4 anni, Davide, si getta sotto un treno presso la stazione di Genova Pegli, lo segna definitivamente, amplificando dei disturbi mentali presenti da tempo. Nel 1990 Donato Bilancia è vittima di un incidente stradale e, come diciotto anni prima, nel 1972, rimane in coma per alcuni giorni.

Inizialmente, Donato Bilancia uccide per motivi economici, il gioco d’azzardo l’ha ridotto in bancarotta, poi ci prende gusto. Si sposta usando le linee ferroviarie. Il 16 ottobre 1997 Bilancia uccide Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con del nastro adesivo. Il 24 ottobre, anche in questo caso per motivi di vendetta legati al gioco, ammazza nella loro casa Maurizio Parenti e la moglie Carla Scotto, sottraendo tredici milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni oggetti di valore, di cui poi si libera.

Il 27 ottobre, Donato Bilancia uccide Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, introducendosi nella loro casa a scopo di rapina. Il 13 novembre, nella cittadina di confine di Ventimiglia, fredda Luciano Marro, un cambiavalute, a cui sottrae quarantacinque milioni di lire. Il 25 gennaio 1998 colpisce un metronotte, al solo scopo di rivalsa contro le forze dell’ordine. Si tratta dell’omicidio di Giangiorgio Canu, che avviene a Genova. Il 20 marzo successivo rapina e uccide un altro cambiavalute, nuovamente a Ventimiglia: si tratta di Enzo Gorni. Il cognato della vittima lo vede allontanarsi con una Mercedes nera. E poi ci sono le prostitute. Il 9 marzo a Varazze spara a Stela Truya. Il 18 marzo a Pietra Ligure fredda con un colpo in testa Ljudmyla Zubskova.

Il 24 marzo a Novi Ligure si apparta in una villa con la transessuale Lorena, che intuisce le sue intenzioni assassine e fugge. Il 29 marzo a Cogoleto assassina Tessy Adobo. Questo omicidio rappresenta la svolta delle indagini, in quanto lo si ricollega a quello di Stela Truya e, in seguito, agli altri omicidi delle prostitute, essendosi riconosciuta l’unicità dell’arma utilizzata. Il 12 aprile sull’Intercity La Spezia-Venezia fa valere le sue doti di scassinatore: apre il bagno del vagone e spara ad Elisabetta Zoppetti, uccidendola.

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Donato Bilancia alla prova del DNA che lo incastra

Il 14 aprile torna ad uccidere una prostituta, Kristina Valla. Il 18 aprile colpisce di nuovo su un treno, sulla tratta Genova-Ventimiglia, assassinando Maria Angela Rubino e masturbandosi sul suo cadavere. Il caso del “mostro della Liguria” sale al clamore delle cronache: l’assassino, da un ambiente limitato e relativamente isolato come quello della prostituzione, passa a colpire con assoluta casualità sui treni.

Il 21 aprile, ad Arma di Taggia si compie l’ultimo dei delitti di Bilancia, che rapina ed uccise il benzinaio Giuseppe Mileto. La svolta del caso avviene quando giunge ai carabinieri la notizia che, da un abitante del posto, non viene resa una Mercedes nera data in prova. I carabinieri vanno a verificare di chi si tratta, scoprendo una corrispondenza quasi perfetta tra Bilancia e l’identikit creato in base alla descrizione data da Lorena, la transessuale sfuggita alla morte. A quel punto vengono confrontate le tracce dei pneumatici sulle scene di alcuni degli omicidi con quelle della Mercedes, che si rivelano compatibili.

La prova definitiva consiste nel prelievo del dna del Bilancia da alcuni mozziconi di sigaretta e da una tazzina di caffè, confrontato con quello dell’omicida, rinvenuto sul corpo di Maria Angela Rubino. Non ci sono dubbi. È lui. Lo arrestano il 6 maggio 1998, appena uscito da casa sua in via Leonardo Montaldo a Marassi, i carabinieri. Dopo pochi giorni, rende confessione spontanea di tutti gli omicidi, attribuendosi anche il primo, quello di Giorgio Centenaro, appunto archiviato come morte naturale.

Bilancia viene condannato a tredici ergastoli per i diciassette omicidi e a sedici anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro, con sentenza del 12 aprile 2000 del tribunale di Genova, confermata in corte d’appello e in corte di cassazione. Sconta inizialmente la sua pena al carcere di Marassi, poi al carcere di Chiavari, infine nel carcere Due Palazzi di Padova.

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Harry Strauss: il serial killer di professione mafioso

Nel 1934 lo arrestano diciassette volte solo a New York, ma ogni volta ne esce indenne, finché non lo riconoscono colpevole di omicidio insieme a Hitman Martin “Bugsy” Goldstein e a Abe Reles. Nel 1937, Harry Strauss uccide Harry Millman, della Purple Gang, in un affollato ristorante di Detroit. Lo catturano e lo arrestano definitivamente con l’accusa di sei omicidi: quello di Irving “Puggy” Feinstein e almeno altri cinque.

Noto anche come “Pittsburgh Phil”, Harry Strauss è principalmente un killer della mafia statunitense che, la polizia sospetta, compie un centinaio di omicidi attorno al 1930. Alcuni storici gliene attribuiscono fino a cinquecento. “Pep”, così lo chiamano molti suoi colleghi, nasce il 28 luglio del 1909 a Brooklyn e, per il suo modus operandi può essere annoverato a tutti gli effetti tra i serial killer, cioè tra coloro che commettono omicidi in serie e provano piacere nel leggere il terrore e la sofferenza nelle proprie vittime.

Harry Strauss uccide sparando, accoltellando, annegando, strangolando con una corda, seppellendo vive le persone, o perforando il corpo con picconi di ghiaccio… È abilissimo nell’usare corde, piccozze, coltelli e pistole. È anche un uomo che si preoccupa tanto per la sua famiglia. È spesso ammirato per la sua bellezza. Harry Strauss è orgoglioso del suo mestiere e spesso, volontariamente, uccide solo per il puro piacere.

Una sorta di allenamento. Compie anche svariati furti, aggressioni e spaccia droga. È uno dei capi della cosiddetta “anonima omicidi” o “brownsville boys” o anche “murder inc”, insieme a Frank Abbandando, Luigi Capone, Harry “Happy” Maione, Allie “Tic Toc” Tannenbaum, Seymour “Blue Jaw” Magoon, Mendy Weiss, e Charles “Charlie Bug” Workman.

Nel 1934 lo arrestano diciassette volte solo a New York, ma ogni volta ne esce indenne, finché non lo riconoscono colpevole di omicidio insieme a Hitman Martin “Bugsy” Goldstein e a Abe Reles. Nel 1937, Harry Strauss uccide Harry Millman, della Purple Gang, in un affollato ristorante di Detroit. Lo catturano e lo arrestano definitivamente con l’accusa di sei omicidi: quello di Irving “Puggy” Feinstein e almeno altri cinque.

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Questo è possibile grazie all’aiuto di un informatore, un altro membro dell’agenzia, Abe Reles, conosciuto come “Kid Twist”, anche lui arrestato per omicidio. Al processo lo trovano colpevole e lo condannano a morte tramite sedia elettrica. Prova più volte a dimostrarsi insano di mente, ma inutilmente.

Lo giustiziano il 12 giugno del 1941, all’età di trentatré anni. Nonostante il suo successo come killer, Harry Straussmuore senza un soldo. Spende tutto per sostenere le proprie spese legali e per mettere una taglia sulla testa di Reles. A proposito, Reles finisce per fare un volo dal sesto piano dell’Half Moon Hotel di Coney Island. Ufficialmente si tratta di un suicidio.

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Leoluca Bagarella: mafioso, serial killer o entrambi?

“Don Luchino” nasce a Corleone il 3 febbraio del 1942 ed è legato a Cosa nostra sin dalla nascita. Quarto figlio del mafioso Salvatore, Leoluca Bagarella entra a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore, Calogero, diventa uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio, di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Leoluca Biagio Bagarella è uno dei più spietati assassini della mafia siciliana. Le autorità nazionali lo ritengono responsabile di centinaia di omicidi durante la seconda guerra di mafia, oltre che diretto responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa nostra, tra cui la strage di Capaci, l’uccisione di Boris Giuliano e quella del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Le modalità con cui Leoluca Bagarella uccide persone innocenti, senza preoccuparsi minimamente di quante possano essere le vittime, e la freddezza con cui incassa le numerose condanne all’ergastolo, lo rendono a tutti gli effetti uno dei più prolifici assassini seriali.

“Don Luchino” nasce a Corleone il 3 febbraio del 1942 ed è legato a Cosa nostra sin dalla nascita. Quarto figlio del mafioso Salvatore, Leoluca Bagarella entra a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore, Calogero, diventa uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio, di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Calogero viene ucciso dal boss Michele Cavataio nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca, per salvarsi, si dà alla latitanza. Nel 1974, sua sorella sposa in segreto Totò Riina, seguendolo nella latitanza. Il 21 luglio 1979, Leoluca Bagarella uccide in un bar di Palermo il commissario Boris Giuliano, capo della squadra mobile della polizia, che sta indagando su di lui dopo essere riuscito a scoprire il suo nascondiglio.

Un appartamento in via Pecori Giraldi, da dove però Leoluca Bagarella riesce a fuggire in tempo. All’interno dell’appartamento gli uomini del commissario Giuliano scoprono armi, quattro chili di eroina e documenti falsi con fotografie che ritraggono Bagarella e i suoi amici mafiosi. Il 10 settembre 1979, due mesi dopo l’omicidio del commissario Giuliano, Bagarella si fa arrestare a Palermo ad un posto di blocco dei Carabinieri.

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Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 è di nuovo latitante. Dopo l’arresto di Riina, Leoluca Bagarella prende il comando dell’ala militare di “cosa nostra”, composta da Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, tutti favorevoli alla continuazione della cosiddetta “strategia stragista” iniziata da Riina, contrapponendosi ad una fazione più moderata guidata da Bernardo Provenzano e composta da Antonino Giuffré, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi e Michelangelo La Barbera, contrari alla strategia degli attentati dinamitardi.

Lo arrestano definitivamente gli uomini della divisione investigativa antimafia il 24 giugno 1995. Finisce in carcere, sottoposto al regime di 41 bis nel carcere dell’Aquila. Nel 1997 la corte di cassazione conferma per Bagarella la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Boris Giuliano, e conferma anche l’ergastolo per la strage di Capaci.

Nel 2002 viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo. Bagarella è condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del vicebrigadiere Antonino Burrafato, oltre che ad un ulteriore ergastolo per l’omicidio di Salvatore Caravà.

Nel marzo del 2009, una sentenza della prima sezione della corte d’assise d’appello di Palermo, condanna, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca, all’ergastolo i capimafia Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, boss del paese in cui viene commesso il delitto per l’assassinio di Ignazio Di Giovanni, ucciso nel suo cantiere per essersi rifiutato di cedere alcuni sub-appalti che aveva ottenuto. Nel luglio del 2009, subisce una ulteriore condanna all’ergastolo, questa volta per l’omicidio avvenuto nel 1977 di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, morti per futili motivi.

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Dean Arnold Corll: tortura e stupra i ragazzi che incontra

Le vittime di Dean Corll hanno dai tredici ai vent’anni. Spesso le attira con l’aiuto di uno dei suoi due conoscenti dal quartiere di Houston Heights, a nordest di Houston. Le vittime sono amici dei complici. Due sono dei lavoratori della pasticceria di Corll.

Dean Arnold Corll, meglio noto come CandyMan, nasce a Fort Wayne il 24 dicembre del 1939. Commette almeno ventinove omicidi in Texas con dei complici. La catena della morte è nota anche come gli “omicidi di massa di Houston”. Diventa il vicepresidente della Corll Candy Company, inizia ad aggraziarsi alcuni ragazzi e studenti regalando loro dei dolciumi.

Nel 1967, Dean Corll conosce per la prima volta David Owen Brooks, un ragazzo di dodici anni. Gli dà sia dolci sia soldi. Brooks, due anni più tardi, arriva anche a prostituirsi a Corll. Nel frattempo ingaggia degli adolescenti che lo aiutano nella pasticceria. Ogni tanto, Dean Corll gli fa delle avances.

Nell’inverno del 1971 David Brooks presenta a Corll un ragazzo di nome Elmer Wayne Henley, che diventerà il suo complice. Corll lo attira perché intende ucciderlo, poi cambia idea e gli propone di portare degli schiavi sessuali in casa sua in cambio di duecento dollari a persona. Henley accetta.

Gli omicidi cominciano a settembre del 1970 e si concludono tre anni dopo, ad agosto del 1973. Corll commette almeno ventinove omicidi. I corpi trovati sono ventisette, ma è certo che abbia commesso almeno altri due omicidi. Nell’area di Houston, dal 1970, spariscono quarantadue ragazzi.

Le vittime di Dean Corll hanno dai tredici ai vent’anni. Spesso le attira con l’aiuto di uno dei suoi due conoscenti dal quartiere di Houston Heights, a nordest di Houston. Le vittime sono amici dei complici. Due sono dei lavoratori della pasticceria di Corll.

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Attirate in casa, vengono indebolite con alcol o droghe e ammanettate o prese con forza. Successivamente vengono spogliate e legate o al letto di Corll o in un tavolo delle torture. Vengono ripetutamente stuprate, torturate e uccise, tramite strangolamento o con un colpo di pistola calibro ventidue. Non sempre muoiono subito. In questi casi, le torture durano diversi giorni.

Talvolta costringe le vittime a chiamare i genitori o a scrivergli una lettera per rassicurarli con una scusa. I cadaveri li mette in dei sacchi di plastica e li seppellisce in vari luoghi. La sera del 7 agosto 1973, Henley invita Cordell Kerley a partecipare ad una festa da Corll.

Lui accetta e si trasforma in potenziale vittima. I due vanno a casa sua, sniffano della droga, bevono e si assentano per andare a comprare dei sandwich. Henley poi passa a casa di Rondha Williams, una ragazza orfana di madre che è stata appena aggredita verbalmente dal padre ubriaco, e la invita ad unirsi a loro. Lei accetta. David Brooks non è presente.

Alle tre del mattino circa il trio arriva in casa. Corll prende Henley in disparte, lo rimprovera per avere portato una ragazza in casa e gli dice che ha rovinato tutto. Henley gli spiega che Rondha è stata aggredita dal padre, quindi Corll si calma. Offre ai tre della birra e una dose di marijuana da fumare.

Dopo due ore di festa si addormentano. Henley si risveglia ammanettato e con le caviglie legate. Kerley e la Williams sono legati con del nylon e dormivano ancora. Corll è furioso e grida a Henley che li vuole uccidere tutti quanti. Henley lo calma e lo convince a farsi slegare. Fatto ciò, Corll nasconde la pistola in bagno e Henley lega i due ragazzi sul tavolo delle torture. In quel momento, i due si svegliano.

Henley chiede se può portare Rhonda in un’altra stanza, Corll non lo ascolta e prova invano a stuprare Kerley. Henley va in bagno e trova la pistola. La prende e la punta addosso al Brook. Indietreggia e spara un colpo che va a segno, ma Corll continua ad avvicinarsi. Henley spara altri due colpi, che lo centrarono. Prova a fuggire, ma lo raggiungono altri tre colpi alla spalla e in fondo alla schiena. Corll cade a terra e muore.

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Serial killer: Vasilij Ivanovic Komarov, alias Lupo di Mosca

Fa carriera militare e diventa un comandante di plotone. Nel 1919, durante una battaglia, Vasilij Ivanovic Komarov si fa catturare dai volontari dell’esercito del generale Anton Ivanovič Denikin, ma riesce a fuggire. Per evitare un processo del tribunale militare rivoluzionario, e la certa condanna a morte, cambia nome in Vasili Ivanovich Komaroff. Ufficialmente, gli omicidi partono dal febbraio 1921 e finiscono all’inizio del 1923, anno in cui lo catturano.

Più conosciuto come il Lupo di Mosca, Vasilij Ivanovic Komarov è un mercante russo con vizio dell’omicidio seriale: è uno dei più spietati serial killer russi. Tra il 1921 e il 1923, attira le vittime in casa sua con la scusa di mostrargli il suo allevamento di cavalli. Poi, le strangola o le uccide a martellate e butta i corpi tra i rifiuti o nel fiume. Scoperto dalla polizia, scappa ma viene catturato di nuovo.

Nasce come Vasily Petrov Terentievich nel 1877 a Vicebsk, una città bielorussa. Ha cinque fratelli. I suoi genitori sono alcolizzati. Vasilij, a quindici anni, diventa anche lui un alcolista cronico. Uno dei fratelli di Vasilij Ivanovic Komarov finisce in carcere perché uccide una persona mentre è ubriaco. Da giovane si arruola nell’esercito russo e vi milita per quattro anni. A ventotto anni si sposa per la prima volta e durante la guerra tra Russia e Giappone viaggia (e probabilmente uccide) nell’Estremo Oriente.

Vasilij Ivanovic Komarov rapina un magazzino, ma lo arrestano e rimane in carcere per un anno. In quel momento la moglie muore di colera. Scarcerato, si trasferisce a Riga, dove sposa una vedova polacca di nome Sofia, che ha due figli. Vasilij picchia spesso lei e i figli a causa del suo alcolismo. Dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 Vasilij entra nell’armata rossa e impara a leggere.

Fa carriera militare e diventa un comandante di plotone. Nel 1919, durante una battaglia, Vasilij Ivanovic Komarov si fa catturare dai volontari dell’esercito del generale Anton Ivanovič Denikin, ma riesce a fuggire. Per evitare un processo del tribunale militare rivoluzionario, e la certa condanna a morte, cambia nome in Vasili Ivanovich Komaroff. Ufficialmente, gli omicidi partono dal febbraio 1921 e finiscono all’inizio del 1923, anno in cui lo catturano.

Vasilij attira a sé la vittima con la scusa di fargli visitare la sua scuderia di cavalli. Arrivata al suo allevamento, la fa ubriacare con vodka e la strangolava con una corda. Altre volte la massacrava a martellate. Il sangue lo fa colare dal cranio spaccato in un sacco o in una ciotola. Adotta questo metodo dopo che i vestiti della prima vittima si erano macchiati. Generalmente tutte le vittime sono di sesso maschile. Nel 1921 compie almeno diciassette omicidi.

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Dal 1922 alla metà del 1923 ne compie almeno dodici. Il movente degli omicidi è fondamentalmente economico: Vasilij deruba le sue vittime. Ottiene circa ottanta centesimi a cadavere. La moglie Sofia gli fa da complice nell’occultamento dei corpi. La polizia si sensibilizza sul caso all’inizio del 1923, a seguito dell’ennesimo ritrovamento. E così, scopre che tutte le vittime spariscono con regolarità ogni mercoledì e venerdì, nella zona del mercato, luogo dove Vasilij le abbordava. La polizia continua le indagini e si insospettisce di Komaroff.

Si scopre che le persone che vanno a vedere i suoi cavalli non tornano più indietro. Casualmente spariscono di mercoledì e venerdì pomeriggio. I corpi vengono trovati giovedì e sabato, il giorno dopo la visita alla scuderia. Vasilij abita nel distretto di Shabolovki, dove avvengono le sparizioni e i ritrovamenti.

Scatta la prima ipotesi che il serial killer possa essere lui. I corpi vengono ritrovati in vari luoghi. Quindi, scatta la seconda ipotesi: il killer è uno dei tanti tassisti di Mosca. Sulla testa di un cadavere viene ritrovato un pannolino fresco, che forse serve ad assorbire il sangue. Quindi scatta la terza ipotesi: potrebbe avere un figlio appena nato. Per coincidenza, Komaroff possiede tutte queste caratteristiche.

Poco tempo dopo, il 17 marzo, gli agenti entrano in casa sua con la finta accusa di contrabbando di liquore per sottoporlo ad un interrogatorio. Durante la perquisizione di una stalla trovano un cadavere avvolto in un sacco, nascosto sotto al fieno. Vasilij, vistosi scoperto e preso dal panico, salta da una finestra e scappa, sebbene l’edificio fosse circondato dalle forze dell’ordine.

Durante i controlli di casa sua, gli investigatori trovano nell’armadio un corpo ancora caldo, con la testa sfracellata. Elude gli agenti per un po’ di tempo, ma ormai le autorità sono sulle sue tracce e l’hanno identificato. Lo arrestano il giorno dopo la fuga a Nikolski, villaggio a pochi chilometri da Mosca. In carcere confessa trentatré omicidi.

Ventuno sono già noti ai poliziotti. Altri undici cadaveri vengono trovati il giorno successivo nel fiume Moscova e nelle discariche. In questo clima rovente inizia il processo, che vede coinvolta anche la moglie. All’alba dell’8 giugno, Vasilij Ivanovic Komarov viene trovato colpevole di trentatré omicidi. Sua moglie Sofia è accusata e condannata per complicità. Vengono entrambi condannati a morte tramite fucilazione. I figli vengono mandati all’orfanotrofio.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Gerard John Schaefer era un serial killer e anche un poliziotto

Gerard John Schaefer utilizza il fatto di essere un poliziotto per ingannare giovani autostoppiste. Una volta in trappola le lega e tortura. Spesso tutto ciò avviene nei boschi. A luglio del 1972, dopo aver legato ad un albero due giovani autostoppiste nel Martin Country, dei poliziotti lo chiamano alla radio di servizio.

Gerard John Schaefer è un assassino seriale statunitense che si annida nella polizia. Tra il 1965 e il 1973 compie almeno trenta delitti. Da adolescente è ossessionato dalla biancheria intima femminile. Pratica il cross-dressing e diventa un voyeur. Spia di continuo una ragazza del suo quartiere di nome Leigh Hainline.

Gerard John Schaefer pratica anche lo zoosadismo, provando piacere a torturare e uccidere gli animali. Questo mostro nasce nel Wisconsin e cresce ad Atlanta, in Georgia, fino al 1960, anno in cui la famiglia si trasferisce a Fort Lauderdale, in Florida. È il primo di tre fratelli, l’unico a non avere buoni rapporti con il padre. Nel 1964, supera la scuola superiore in Florida e si iscrive al liceo.

Nello stesso periodo si sposa Gerard John Schaefer. Nel 1969 diventa un insegnante, ma il preside lo licenzia per comportamenti inappropriati. Prova invano a diventare prete. Alla fine del 1971 diventa un agente di pattuglia. Ha venticinque anni.

Gerard John Schaefer utilizza il fatto di essere un poliziotto per ingannare giovani autostoppiste. Una volta in trappola le lega e tortura. Spesso tutto ciò avviene nei boschi. A luglio del 1972, dopo aver legato ad un albero due giovani autostoppiste nel Martin Country, dei poliziotti lo chiamano alla radio di servizio.

Così parte, lasciando le due ragazze legate, pensando di tornare in seguito per continuare i suoi macabri intenti. Durante la sua assenza, le due giovani riescono a liberarsi e danno l’allarme alla stazione di polizia più vicina. Se fossero scivolate, la corda stretta intorno al loro collo le avrebbe strangolate.

Quando torna indietro e non le vede, Schaefer chiama la stazione spiegando di aver compiuto una “stupidaggine”. Racconta di aver legato le ragazze per spaventarle in modo che non praticassero più l’autostop, che ritiene un mezzo irresponsabile per viaggiare. Ovviamente nessuno gli crede e lo arrestano con l’accusa di falso arresto e assalto.

Gerard John Schaefer viene rilasciato il 24 luglio del 1972 in cambio di una cauzione di quindicimila dollari. Il 27 settembre 1972 tortura e uccide Susan Place, diciassette anni, e Georgia Jessup, sedici anni. Seppellisce i loro corpi nella Hutchinson Island, che si trova nei pressi della Contea di Saint Lucie.

A novembre del 1972 viene processato per l’assalto alle due autostoppiste. Il 22 dicembre il giudice lo condanna per assalto aggravato. Deve scontare un anno di carcere. La pena è la più lieve, perché Schaefer patteggia con la polizia. Esce dal carcere nel giugno 1973, dopo circa sei mesi. Nell’aprile del 1973, vengono ritrovati i corpi decomposti e macellati delle due vittime assassinate l’anno precedente.

Esaminandoli, la polizia nota che sono stati legati ad un albero e collega la somiglianza con il modus operandi di Schaefer. Chiede ed ottiene un permesso per perquisirgli la casa. Nella sua camera da letto trovano un mucchio di storie scritte da lui che descrivono stupri, torture e omicidi ai danni di donne.

Si riferisce a loro con l’appellativo di “whores”, cioè “prostitute”. La polizia trova anche un mucchio di oggetti appartenenti a donne scomparse. Si contano diari, gioielli e addirittura denti. Spuntano anche undici pistole e cento foto di donne e di Schaefer che indossa della biancheria femminile.

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Lo arrestano definitivamente il 7 aprile del 1973 e lo incriminano per i due delitti del 18 maggio. Il processo inizia il 17 settembre e vede come testimoni le due ragazze che aveva sequestrato nel 1972. Il 4 ottobre, il tribunale lo condanna al carcere a vita.

Una delle prove che lo inchioda è la borsa che appartiene a Susan Place. Inoltre, la madre della Place identifica Gerard John Schaefer come la persona che vede con la figlia e la Jessup per l’ultima volta. Schaefer presenta più volte ricorso contro la sua condanna, dichiarandosi innocente, mentre in provato, intercettato, si vanta di aver ucciso più di trentaquattro donne e ragazze. Tutti gli appelli gli vengono rifiutati. Muore a Raiford il 3 dicembre 1995.

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Alexander Pichuskin: i morti e la casella da barrare

È il secondo serial killer più prolifico della Russia, dopo Andrej Čikatilo. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco, anche perché buona parte la trascorre in un centro per la salute mentale. Nel 1992 conosce Michail Odijčuk, che presto diventa il suo grande amico. I due un giorno progettano un omicidio, ma il giorno prestabilito Michail si rifiutò di compierlo. Alexander Pichuskin, per paura che possa confessare il progetto a qualcuno, lo uccide. Passa del tempo e trova lavoro come magazziniere presso un supermercato e la sua vita torna a scorrere normalmente. Dieci anni dopo, nel 2002, Alexander Pichuskin torna ad uccidere.

All’anagrafe Aleksandr Jur’evič Pičuškin, Alexander Pichuskin è un assassino seriale russo che vive per realizzare un sogno terribile. Ha intenzione di uccidere sessantaquattro persone per barrare con una croce le sessantaquattro caselle di una scacchiera. Alexander Pichuskin nasce a Mosca il 9 aprile 1974, si apposta in un parco e uccide i malcapitati a martellate. I corpi li nasconde nelle fognature. Si fa arrestare nel 2004. Lo trovano colpevole di almeno quarantotto omicidi, che si sospetta possano essere sessantadue, e lo condannano all’ergastolo.

È il secondo serial killer più prolifico della Russia, dopo Andrej Čikatilo. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco, anche perché buona parte la trascorre in un centro per la salute mentale. Nel 1992 conosce Michail Odijčuk, che presto diventa il suo grande amico. I due un giorno progettano un omicidio, ma il giorno prestabilito Michail si rifiutò di compierlo. Alexander Pichuskin, per paura che possa confessare il progetto a qualcuno, lo uccide. Passa del tempo e trova lavoro come magazziniere presso un supermercato e la sua vita torna a scorrere normalmente. Dieci anni dopo, nel 2002, Alexander Pichuskin torna ad uccidere.

Ha un progetto che definisce grandioso: uccidere e segnare per ogni vittima una croce sulle caselle di una scacchiera che possiede. Il luogo in cui tutti gli omicidi si consumano è il parco di Biza a Bitcevskij, località nei pressi di Mosca. Le vittime vengono avvicinate con la scusa di un sorso di vodka o la richiesta di una spalla amica su cui piangere la morte dell’amato cane. Uccide la vittima colpendola in testa con la bottiglia stessa o con un martello. Solitamente la colpisce mentre è girata, così non si sporca i vestiti di sangue. Non sempre usa martelli e bottiglie. Talvolta fa perdere l’equilibrio al malcapitato e lo fa cadere nella fognatura.

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Alexander Pichuskin inizia così una lunga serie di violenze che lo porta ad uccidere decine e decine di persone. Non lo arrestano mai, né tantomeno lo sospettano, nonostante frequenti abitualmente il parco. Nel 2006 arrestano un transessuale e lo accusano di alcune sparizioni nel parco di Biza. Trovano un martello nella sua borsetta. Adirato nel vedere la sua opera attribuita ad un transessuale, Alexander Pichuskin, che è anche fortemente omofobo, mette a punto un piano per farsi arrestare, rinunciando all’idea di uccidere le sessantaquattro persone. Invita a cena una collega, Marina Moskalëva.

Prima si accerta che il figlio sia al corrente della sua uscita e poi la uccide a martellate nel parco di Biza, senza occultare il corpo. Gli agenti trovano subito il cadavere sfigurato nel parco. Trovano anche Pičuškin, che minaccia il suicidio, cosa che rende il suo arresto più difficoltoso. Catturato, confessa tutti gli omicidi all’ispettore Isakandar Glimov. Nella lunga confessione, che venne anche trasmessa in televisione, Alexander Pichuskin affermò davanti ad un investigatore di essere l’assassino del parco di Biza, rivelò il proprio modus operandi, il proprio movente, il luogo dove i corpi erano stati nascosti e il suo primo omicidio.

La polizia controlla il parco di Biza e trovò nelle fognature quarantotto cadaveri, che insieme a quello di Michail, la vittima del 1992, fa quarantanove vittime accertate. Alexander Pichuskin ne confessa sessantadue in totale. Riconosciuto fin dall’inizio capace di intendere e di volere, il 29 ottobre 2007 è giudicato colpevole dal giudice di quarantotto omicidi, una delle vittime trovate nelle fogne riesce a sopravvivere, e lo condannano all’ergastolo. I parenti delle vittime chiedono la pena capitale.

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Moses Sithole: serial killer stupratore sudafricano

A volte telefona alle famiglie e si prende gioco di loro. Dopo diverso tempo il panico si diffonde a livello nazionale e la polizia chiede la consulenza dell’Fbi. Moses Sithole, con i suoi modi di fare molto ordinari, è insospettabile. Ad agosto del 1995 lo vedono in compagnia di una delle sue future vittime. Quindi, lo identificano e scoprono i suoi precedenti per stupro. Diviene ricercato. Gli agenti provano ad arrestarlo seguendo le telefonate che effettua, ma sfugge tre volte. Lo arrestano a Johannesburg, grazie alla segnalazione di un suo parente.

Assassino seriale sudafricano, dopo un arresto per stupro, Moses Sithole inizia ad uccidere le donne attirandole in un luogo appartato con false offerte di lavoro. Poi le stupra e le strangola. Arrestato nel 1995 dopo un periodo di latitanza, gli investigatori lo trovano colpevole di almeno trentotto omicidi e il tribunale lo condanna al carcere a vita. Alcune delle sue vittime sono state confuse con quelle di David Selepe, un altro serial killer sudafricano. In realtà, il bodycount di Sithole potrebbe essere leggermente più alto. Inizialmente, la polizia lo accusa di undici omicidi.

Moses Sithole nasce il 17 novembre del 1964 a Vosloorus, un quartiere povero di Boksburg in Sudafrica. Rimane orfano del padre, Simon Tangawira Sithole, ad appena cinque anni. La madre Sophie, qualche tempo dopo essere rimasta vedova, incapace di prendersi cura dei figli, li porta in una stazione, chiama i poliziotti e gli dice che quei bambini accanto a lei sono zingari e lei non è la madre. I poliziotti le credono e prendono in custodia i ragazzini. Sithole passa la sua infanzia in un orfanotrofio con i quattro fratelli. Viene spesso maltrattato.

Dopo tre anni, Moses Sithole fugge e torna dalla madre, che lo costringe a tornare indietro. Tutti questi fatti provano la psiche di Sithole, al punto di portarlo a sviluppare una forma grave di misoginia. Esce dall’orfanotrofio e si trasferisce con il fratello Patrick a Venda. Riesce a guadagnarsi poco da vivere facendo lavori umili e lavorando nelle miniere d’oro di Johannesburg. In questo periodo, Moses Sithole violenta alcune donne. Lo arrestano e lo condannano al carcere, dove subisce uno stupro. Nel 1994 torna in libertà. Dal 1995 inizia ad uccidere. Tutte le sue vittime sono donne, con l’eccezione di un bambino. Gli omicidi avvengono sempre in pieno giorno e si svolgono tutti nel 1995, in un anno circa.

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Partono dalla città di Atteridgeville, continuano a Boksburg e terminarono a Cleveland, che è un sobborgo di Johannesburg, e a Pretoria. Moses Sithole abborda le sue vittime dove capita e le attira in un luogo isolato. La scusa che usa è quella di essere un ricco uomo d’affari che vuole offrire loro un lavoro per un’organizzazione di beneficenza. Poi, le stupra e le strangola con la loro biancheria intima. Accanto a loro lascia ammucchiati degli oggetti: coltelli, specchi, croci, bibbie bruciate e uccelli morti impalati e trafitti da spilloni.

A volte telefona alle famiglie e si prende gioco di loro. Dopo diverso tempo il panico si diffonde a livello nazionale e la polizia chiede la consulenza dell’Fbi. Moses Sithole, con i suoi modi di fare molto ordinari, è insospettabile. Ad agosto del 1995 lo vedono in compagnia di una delle sue future vittime. Quindi, lo identificano e scoprono i suoi precedenti per stupro. Diviene ricercato. Gli agenti provano ad arrestarlo seguendo le telefonate che effettua, ma sfugge tre volte. Lo arrestano a Johannesburg, grazie alla segnalazione di un suo parente.

Non è facile prenderlo, in quanto è armato, ma alla fine un poliziotto gli spara due volte per catturarlo, colpendolo vicino allo stomaco. È collegato a decine e decine di omicidi. Lui ne confessa trentotto. Il 5 dicembre 1997, a conclusione del processo, il giudice accerta i trentotto omicidi e quaranta stupri e lo condanna a duemilaquattrocentodieci anni di carcere. Al suo arrivo in prigione, si scopre che ha contratto il virus dell’hiv che causa l’aids. Lo curano con un trattamento medico, mentre moglie e figlio muoiono di questa terribile malattia, perché non possono beneficiare di coperture mediche.

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Yang Xinhai: il cinese col vizio dell’omicidio seriale

Inizia a guadagnarsi da vivere facendo piccoli lavori saltuari sotto assunzione. Inizialmente lavora in una miniera di carbone. Nel 1988 lo arrestano con l’accusa di furto con scasso e lo condannano ai lavori forzati. Esce di prigione, ma nel 1991 lo arrestano nuovamente con la stessa accusa e lo condannano ad altri lavori forzati.

Noto come Yang Zhiya, Yang Ganggang e Yang Liu, Yang Xinhai è un assassino seriale cinese che, prima di essere arrestato per l’ultima volta, trascorre gli anni ad entrare ed uscire dalla prigione. Dopo essere stato mollato dalla ragazza, inizia ad entrare nelle case di notte per massacrarne gli occupanti con machete, martelli e badili.

Colpisce in molte province nell’arco di circa quattro anni. Viene arrestato per caso nel novembre del 2003 e, al processo, lo giudicano colpevole di sessantasette omicidi e lo condannano a morte tramite fucilazione, eseguita il 14 febbraio 2004. Yang Xinhai nasce a Zhumadian, in una famiglia molto povera, il 17 luglio del 1968.

È il più giovane di quattro figli. Ha due fratelli e una sorella. Tutti lo considerano una persona tranquilla, intelligente, che ha l’hobby di dipingere, ma introversa. Nel 1985, a diciassette anni lascia la scuola e decide di non tornare più dalla sua famiglia.

Inizia a guadagnarsi da vivere facendo piccoli lavori saltuari sotto assunzione. Inizialmente lavora in una miniera di carbone. Nel 1988 lo arrestano con l’accusa di furto con scasso e lo condannano ai lavori forzati. Esce di prigione, ma nel 1991 lo arrestano nuovamente con la stessa accusa e lo condannano ad altri lavori forzati.

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Nel 1996 mostra i primi segni di squilibrio quando prova a stuprare una persona. Lo condannano a cinque anni di carcere, ma esce nel 1999, circa tre anni dopo. In questo periodo si trova una ragazza che, quando scopre che Yang è stato imprigionato per stupro, lo lascia. Siamo nel 2000.

È questa la molla che fa scattare la furia omicida. Inizia ad uccidere il 19 settembre dello stesso anno e finisce tre anni dopo, l’8 agosto del 2003. Il suo modus operandi è sempre identico: aspetta che cali la notte, poi si introduce di nascosto nelle case isolate. Talvolta uccide l’intera famiglia, usando asce, mannaie, martelli e badili. Mentre gli uomini e i bambini vengono uccisi subito, le donne sono prima violentate e poi assassinate.

In molti altri casi commette degli abusi sessuali anche sui cadaveri. Viene processato a porte chiuse nella corte di Luohe, in provincia di Henan. L’1 febbraio del 2004, in meno di un’ora, il tribunale lo riconosce colpevole di sessantasette omicidi ai danni di donne adulte e minori, ventitré stupri, svariate rapine e dieci ferimenti. Viene inflitta la condanna a morte per ogni reato. Lo giustiziano nel carcere di Henan con un colpo di fucile alla testa il 14 febbraio del 2004. Pochi fortunati, anche se in gravissime condizioni, si riescono a salvarsi dalla sua furia.

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Gli interessi e le atrocità della mafia nigeriana in Italia

La criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

“Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”. Poche righe chiarissime: si parla di mafia nigeriana. Non pronunciate in un convegno da un criminologo, ma inserite in una informativa riservata del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma. Dopo pochi anni, quello della mafia nigeriana diventa un preoccupante caso nazionale. Una storia di cronaca. Anzi, una delle tante storie di cronaca.

Gli adepti di queste congreghe che si rifanno alla mafia nigeriana sono violenti, spietati e sanguinari e cercano di importare in Italia le metodologie tribali nigeriane, puntando a controllare il mercato della droga e della prostituzione, soprattutto eroina e cocaina, a colpi di machete, pugnalate e torture di vario genere. Dunque, ancora una volta l’Italia si scopre salotto buono delle mafie. Non più solo la ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra campana e la sacra corona unita pugliese, ma adesso anche la mafia nigeriana, che si somma alle varie altre mafie straniere che negli anni hanno fatto affari d’oro in Italia, come quella russa, quella rumena e quella albanese. Un vero fallimento dello Stato. Anzi, il vero fallimento dello Stato.

Dove comanda la mafia, la democrazia, la Costituzione e tutte le leggi hanno fatto un passo indietro, per impotenza, per imperizia e perché all’interno dell’apparato statale dilaga la corruzione. La mafia nigeriana, detta anche mafia di Langtan, dall’omonima cittadina della Nigeria, è ormai una delle più potenti organizzazioni criminali internazionali che si è sviluppata in Nigeria e si è auto esportata in mezza nel bacino del mediteraneo. Nasce agli inizi degli anni Ottanta, in seguito alla crisi del petrolio, risorsa chiave del Paese, che portò i gruppi dirigenti a cercare l’appoggio della criminalità locale per mantenere i loro privilegi.

Così protetta, la criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

Il modello strutturale della mafia nigeriana è formato da gruppi autonomi sciolti e, allo stesso tempo, dipendenti da un vertice unico. Si tratta di un sistema in cui cellule criminali più strutturate si accompagnano a cellule contingenti che, diversamente dalle precedenti, nascono in corrispondenza di un singolo affare criminale e si sciolgono al termine di quest’ultimo. I gruppi criminali sono di genere maschile, soprattutto per le attività di narcotraffico e truffe telematiche, femminile per quanto riguarda in particolare lo sfruttamento della prostituzione con la figura delle madame, tipicamente ex vittime di tratta che gestiscono il sistema di sfruttamento e vi sono anche gruppi misti.

La mafia nigeriana frusta e tortura i suoi prigionieri

Uno dei riti di iniziazione più frequenti è il sottoporsi a frustate da parte del boss dell’organizzazione. In Nigeria operano più che altro confraternite e bande criminali sotto il controllo di un capo. Le prime, formate principalmente da studenti, si dedicano a intimidire i professori con minacce pesanti per avere buoni risultati a scuola. Le seconde sono dedite al traffico di droga, armi e alla prostituzione delle nigeriane. A partire dagli anni Ottanta la mafia nigeriana si è espansa in molti Paesi tra cui l’Italia dove opera per lo più nelle zone meridionali, Campania e Sicilia. L’organizzazione dei Black Axe è nata negli anni Settanta a Benin City in Nigeria. Elementi di questa organizzazione criminale sono già stati rilevati a Brescia e Torino.

Il 15 gennaio 2007 con l’operazione Viola vengono arrestati sessantasei presunti appartenenti alla mafia nigeriana, di cui 23 già in ottobre 2007, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di esseri umani e narcotraffico in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Il 18 febbraio 2010 vengono arrestati cinque nigeriani nell’operazione Piovra Nera: gestivano un traffico di cocaina a Genova. Nel 2009 a Brescia viene decapitata l’organizzazione capeggiata da Frank Edomwonyi con l’arresto di 12 persone.

A Torino nel 2010 vengono condannati per associazione mafiosa alcuni affiliati ai Black Axe e Eiye che si erano fatti una guerra che aveva macchiato di sangue e gettato nel terrore diverse periferie della città della Mole già nel 2003. Voci non confermate ufficialmente ma non smentite sostengono che l’Aisi, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, dal 2012 controlli il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, che gestirebbe i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. La roccaforte dell’organizzazione è Castelvolturno.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un’organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa. In particolare, viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l’egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Infatti, nel regno che fu di Riina e Provenzano per la prima volta viene contesta l’aggravante mafiosa a un’organizzazione straniera. Il gruppo controllava spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali.

Qualche mese prima dell’omicidio di Di Giacomo, gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova gang. È il 27 gennaio 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto. Affettati come in macelleria.

L’organizzazione si muove tra spaccio e prostituzione

Una vera e propria associazione criminale di stampo mafioso, con tanto di capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento spietati e violenti, protetta dalla più terribile forma d’immunità: l’omertà. Dopo un secolo e mezzo di storia criminale siciliana legata a Cosa nostra, si scopre che una nuova mafia ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e arrivando a comandare tra i vicoli del centro storico. Nuovi boss che vengono da lontano e non parlano il siciliano. Nuove organizzazioni consolidate nel continente africano che si riuniscono sotto il nome di Black Axe, Ascia Nera, nata appunto negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa, li chiamano culti, e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra arrivano anche in Italia. Guarda caso, i nuovi capi nigeriani iniziano a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra, ma con ancor meno scrupoli.

Le indagini si indirizzano su altri tre cittadini della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. I loro nomi sono Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Picchiati perché molestato mia donna” ha ammesso Johnbull, il capo dei tre, sperando che la scusa utilizzata anche in altre città per giustificare le risse tra nigeriani, possa servire a distrarre l’attenzione degli investigatori dai suoi reali interessi. I sostituti procuratori Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono e scoprono che Johnbull è il capo del trio e, probabilmente, è uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è proprio tra quei vicoli che indisturbato gestiva lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che volevano provare a vendere la roba senza sottomettersi alla sua banda.

Il giornalista Mario Portanova, de Il Fatto Quotidiano, spiega che: “La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. Se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche”.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati. Molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti. E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano”, ha raccontato Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più affermati e autorevoli quotidiani della Nigeria.

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I criminali arrivano in Italia sui barconi alla conquista del nord

Non chiederti come c’è arrivata fin qui la mafia nigeriana. Poco alla volta e sui barconi. Si rifocillavano nei centri di prima accoglienza e poi sparivano, andando ad ingrossare le fila della mafia nigeriana, che intento si ramificava rapidamente lungo la Penisola. Sempre più organizzata e pericolosa. Sempre più potente. In tutte le città. A Ferrara, a Novara, a Padova, a Biella, a Brescia, a Rimini… Un primo pentito nigeriano ha parlato agli investigatori di Novara. Uno degli aggrediti ha rivelato: “Aye mi aveva chiesto di aderire alla società occulta mafiosa che dà protezione ai membri che opprimono e sfruttano i connazionali. Io non ho accettato. Allora mi ha accompagnato nel cortile e lì, mentre uno mi teneva fermo, un altro mi ha spaccato una bottiglia in testa”.

Il meccanismo del racket della prostituzione è semplice. Contatti di Torino mi hanno spiegato che le ragazze, anche minorenni, firmano un contratto a casa loro impegnandosi a versare cinquantamila euro in cambio di un lavoro onesto quando saranno a destinazione. La ragazza viene affidata ad un accompagnatore che l’aiuta a superare indenne il Togo, il Ghana e la Costa d’Avorio, per raggiungere la Libia. Da lì sarà imbarcata sui gommoni e prelevata in mare insieme ai compagni da una Ong o da una nave di Frontex. In Sicilia, una donna dell’organizzazione, una maman, la istruirà tra riti vudù e altre perversioni su come comportarsi per saldare il debito di cinquantamila euro. Chi non rispetta i patti causa la condanna a morte dei parenti in terra di origine e viene brutalmente picchiata.

A Torino, la mafia nigeriana è sempre più potente a Torino. Bisognerebbe domandarsi come sia riuscita a penetrare nel territorio torinese gestendo diversi tipi di traffici illeciti nonostante la presenza di forze dell’ordine e della ndrangheta. “Chi segue questi culti nigeriani a Torino controllava una fetta di territorio. In molti casi erano piccole zone, pezzi o intere vie cittadine in cui riuscivano a esercitare un controllo totale su alcune attività come spaccio e prostituzione. In altre zone si dedicavano ad estorcere denaro a commercianti della loro stessa nazionalità”, ha detto Marco Martino, dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Torino.

Attento conoscitore di Torino e di determinate dinamiche, Martino ha anche evidenziato come “Il controllo del territorio in certe aree del nord Italia non è appannaggio della mafia italiana, che per forza di cose lascia alcune zone scoperte, questo è chiaro. Ecco perché in quei luoghi si registra una maggiore penetrazione dei sodalizi criminali stranieri. Ci sono tante zone in cui, fortunatamente, non c’è il controllo della criminalità organizzata. Al contrario, dove la mafia italiana è forte, per le mafie straniere è davvero molto difficile espandersi. A Torino, per fare un esempio, i rumeni della gang della Brigada, i cinesi, così come la mafia russa, difficilmente riescono a radicalizzare sul territorio”.

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Ludwig e quelle idee neonaziste contro i ”deviati” e i poveri

I due serial killer che si celano dietro la sigla Ludwig sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona.

Ludwig non è un serial killer, bensì lo pseudonimo di due serial killer nazisti che terrorizzarono il nordest d’Italia per sette lunghi anni. Mi riferisco a Wolfgang Abel, originario di Düsseldorf, nasce il 25 marzo del 1959. Marco Furlan, invece, nasce a Padova il 16 gennaio del 1960.

Insieme appiccano incendi e uccidono spinti da idee neonaziste. Commettono i delitti nel nordest dell’Italia, in Germania e nei Paesi Bassi, tra il 25 agosto 1977 e l’8 gennaio 1984. Dopo aver ucciso, spediscono delle lettere alla polizia e rivendicavano gli omicidi o gli attentati. Si firmano come Ludwig.

L’aspetto che maggiormente colpisce l’opinione pubblica al momento dell’arresto dei membri del gruppo Ludwig è l’origine sociale di Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia di Verona e provenienti dal quartiere di Borgo Trento, uno dei più prestigiosi del capoluogo scaligero.

Wolfgang Abel è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca e vive a Negrar, in provincia di Verona, pur avendo abitato a Monaco di Baviera. Si laurea in matematica a pieni voti e lavora col padre nella medesima compagnia assicurativa. Marco Furlan è figlio del primario del centro ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona – sintomatico il fatto che molte delle vittime di Ludwig vengono arse vive – ed al momento dell’arresto risulta in procinto di laurearsi in fisica presso l’Università di Padova.

I due sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona.

Segue, il 17 dicembre 1978, l’accoltellamento del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, assassinato con trenta coltellate. Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, a Venezia, Furlan e Abel uccidono con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa. Il 25 novembre 1980 una lettera arriva alla redazione di Mestre del giornale locale Il Gazzettino.

Nella missiva si rivendicano tre omicidi avvenuti in Veneto tra il 1979 e il 1980 e porta la firma Ludwig, posta lungo le ali di un’aquila del Terzo Reich posata sopra una svastica. A corredo del tutto, una serie di informazioni dettagliate sulle molotov e i coltelli usati nei delitti, a prova della veridicità della rivendicazione.

Gli omicidi rivendicati sono quelli di Guerrino Spinelli, un senzatetto bruciato nella sua macchina a Verona nell’agosto 1977, Luciano Stefanato, cameriere omosessuale ucciso a coltellate a Padova nel dicembre 1978 e Claudio Costa, tossicodipendente ucciso a coltellate a Venezia nel 1979. Tre omicidi seriali uniti da un filo conduttore: tre persone che agli occhi di persone che perseguivano le idee del nazismo risultavano deviate.

Infatti, circa un mese dopo la lettera inviata al Gazzettino, una quarta uccisione di una persona appartenente a una categoria posta al di fuori di quello che per LuLudwig ra l’ordine: Alice Maria Beretta, prostituta uccisa a colpi di ascia e martello a Vicenza nel dicembre 1980.

Ludwig non sceglie personalità in vista, esponenti di una fazione politica opposta, né cerca la strage in nome del terrore. Tutto questo in anni in cui l’Italia ancora non era pratica nel fronteggiare i moderni serial killer, e proprio nel periodo in cui inizierà ad apprendere i primi metodi di contrasto a fenomeni di questo tipo per fronteggiare il primo assassino seriale di stampo maniacale in Italia nell’era moderna, il Mostro di Firenze.

Wolfang Abel e Marco Furlan dietro il serial killer Ludwig

Il pensiero di Ludwig si espliciterebbe meglio in una nuova rivendicazione, arrivata tuttavia in seguito ad un’azione che in sede processuale non gli viene attribuita. Il 25 maggio 1981 viene data alle fiamme la torretta di San Giorgio, una fortificazione delle mura di Verona usata come ritrovo da senzatetto e tossicodipendenti.

In quel terribile rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti. In seguito a questo episodio, una lettera a firma Ludwig arriva alla redazione de La Repubblica. Si legge: “Ludwig – La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio”, e nelle righe successive viene rivendicato il rogo della torretta di San Giorgio.

A conclusione del testo, la frase “Gott mit Uns”, motto dell’esercito tedesco per secoli fino ai tempi della Germania nazista. Gli omicidi successivi firmato Ludwig sono quelli del 20 luglio 1982: tocca prima a padre Gabriele Pigato e poi a padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando in via Cialdini e uccisi a colpi di martello dai due giovani.

Nel febbraio 1983 a Trento viene ucciso padre Armando Bison, cui viene conficcato in testa un punteruolo con attaccato un crocifisso. Si tratta del primo delitto compiuto fuori dai confini del Veneto. E purtroppo non sarà assolutamente l’unico. Ludwig evolve ad un livello superiore di violenza. Ludwig fa un passo avanti nella sua opera di morte, passando dai singoli omicidi alle stragi.

Il 14 maggio 1983, i due serial killer danno fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone, compreso il medico Livio Ceresoli, entrato nella sala per prestare soccorso, morto ustionato e poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Perché non esportare il messaggio nazista di Ludwig all’estero? E così, nel mese di dicembre Ludwig colpisce per la prima volta fuori dall’Italia, per la precisione ad Amsterdam, dando fuoco al sexy club Casa Rossa e causando la morte di tredici persone.

Il mese successivo, cioè a gennaio del 1984, viene data a fuoco la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, in cui rimane uccisa una cameriera, Corinne Tatarotti, e altre sette persone restano ustionate. La furia moralizzatrice di Ludwig si evince chiaramente nella rivendicazione, in cui viene scritto ‘al Liverpool non si scopa più’.

Il 4 marzo 1984, Ludwig compare alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e lì, dopo sette anni, compie un passo falso: all’interno si trovano quattrocento ragazzi mascherati per la festa di carnevale. Wolfang Abel e Marco Furlan si introducono nel locale portando due borse contenenti altrettante taniche di benzina.

Cercano di dare fuoco alla moquette, senza tenere conto che i locali pubblici ormai sono dotati di rivestimenti fatti in materiali ignifughi, dopo il rogo del cinema Statuto, avvenuto a Torino nel febbraio del 1983. Scoperti, tentano di aggredire il buttafuori, ma vengono sopraffatti e consegnati alla Polizia, che li salva dal linciaggio.

Ludwig si lascia dietro ventotto morti e trentanove feriti. Wolfang Abel e Marco Furlan vengono condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per tutti e due l’ergastolo, per quindici omicidi e due incendi, in cui muoiono altre tredici persone.

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Abel e Furlan scontano la pena e tornano in libertà

Abel viene sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dai difensori di Furlan, Tiburzio De Zuani e Piero Longo: l’imputato rifiuta di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti Balloni e Reggiani affermano che Abel ha una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che è cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia viene contestata. Il 10 febbraio 1987 vengono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero chiede per tutti e due l’ergastolo. Ad entrambi viene riconosciuto un vizio parziale di mente.

Il 15 giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia rimette in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordina a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da cui Furlan fugge nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in Cassazione. Lo catturano nel maggio del 1995 a Creta, dove vive sotto falso nome e lo riportano in Italia.

Intanto, il 10 aprile del 1990 la Corte d’appello di Venezia, presieduta da Nicola Lercario, lo condanna in contumacia a ventisette anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. Nella stessa occasione anche Abel viene condannato a ventisette anni. Poco dopo l’arresto a Creta, Furlan tenta il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo, ma rimanendo sostanzialmente illeso.

La sigla Ludwig fu ripresa da altri fanatici dell’estrema destra italiana, che non avevano mai avuto contatti con Abel e Furlan, ma attraverso i giornali erano attratti dalle loro idee razziste, e che quindi decisero di organizzare nella città di Firenze, il 27 febbraio 1990, un pestaggio di massa ai danni dei venditori ambulanti e spacciatori immigrati presenti nelle varie zone della città, lasciando ai giornali italiani alcuni volantini in cui rivendicavano l’aggressione firmandosi come Ludwig.

In seguito passarono ad attacchi bomba contro i campi nomadi in Toscana, facendo numerosi feriti tra i rom (particolarmente cruento fu un attacco bomba fatto al campo nomadi nella Provincia di Pisa, dove una bambina perse un occhio e una mano). Queste azioni violente suscitarono molto clamore poiché alcune vittime degli attacchi bomba erano bambini.

Questo aumentò le pressioni dell’opinione pubblica per un intervento della Polizia Italiana e dei Carabinieri, che arrestarono gli autori degli attentati. I colpevoli erano ragazzi più giovani di Abel e Furlan, provenivano da città diverse e, quando furono interrogati, dissero di non aver mai conosciuto di persona i membri di Ludwig, ma di volerli emulare. Il 18 aprile 2008 viene diffusa la notizia della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di affidare Marco Furlan in prova ai servizi sociali.

Furlan, attraverso il suo legale, l’avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L’organismo giudiziario ha rifiutato la semilibertà, ma ha concesso l’affidamento ai servizi sociali, tenendo conto della buona condotta del serial killer e dell’ormai imminente fine pena, prevista per l’inizio del 2009.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche nell’opinione pubblica: proteste al riguardo sono pervenute alle redazioni di quotidiani e settimanali. Il 24 aprile 2008 Furlan ha preso la seconda laurea con lode in ingegneria informatica, mentre il 12 novembre 2010 è stato rimesso in libertà per la buona condotta tenuta durante il periodo in libertà vigilata.

Nel 2009, la misura detentiva residua a carico di Wolfgang Abel è stata commutata negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Scaduto il termine di pena, dopo un ulteriore periodo di libertà vigilata e obbligo di firma a Negrar, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza competente ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il ritorno in libertà di Abel. Intervistato dal Corriere del Veneto, Abel ha affermato di essere pronto a rendere ulteriori dichiarazioni e testimonianze inedite sulla sua esperienza criminale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Mostro di Firenze: storia di un mistero intriso di sangue

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

Il 21 agosto del 1968 si consumava un duplice omicidio, quello di una coppietta, che apparentemente poteva sembrava l’assassinio compiuto da un maniaco, o da un guardone disturbato, ma poteva sembrare anche un omicidio passionale dettato dalla gelosia. Le vittime erano due amanti. Nulla fece pensare che in quella terribile scena del delitto, con corpi abilmente martoriati ci fossero tutti gli elementi per raccontare il più grande mistero che aleggia intorno ad un serial killer, o ad una congrega di assassini seriali, identificato con il soprannome di Mostro di Firenze. E di serial killer si tratterebbe anche se il movente fosse il satanismo, come più volte indicato dalle indagini.

Il problema di fondo è che cinquant’anni non sono bastati a capire e ad arrivare alla verità. Cinquant’anni dopo il primo delitto firmato dalla calibro 22 del Mostro di Firenze, la procura indaga ancora sui suoi terribili ed efferati delitti. Cinquant’anni dopo si dice che non si brancola più nel buoi. Si dice. Anzi, gli inquirenti sono fermamente convinti che la soluzione definitiva di questo mistero sanguinario – fatto di ben sedici omicidi e una lunghissima inchiesta giudiziaria, più che mai intricata, piena di abbagli e depistaggi – risieda proprio nell’omicidio datato 21 agosto del 1968 e avvenuto a Castelletti, vicino Signa, in provincia di Firenze. Mostro di Firenze è lo pseudonimo usato in Italia per indicare un assassino seriale dall’identità controversa che, dal mese di settembre del 1968 a quello di settembre del 1985, uccide a colpi di pistola otto coppiette appartate in auto nei dintorni del capoluogo toscano.

Negli anni successivi agli omicidi vengono indagate e arrestate diverse persone. L’inchiesta della procura di Firenze porta alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il terzo, Pietro Pacciani, che in primo grado colleziona diversi ergastoli per sette degli otto duplici omicidi, per poi essere assolto in appello, muore prima di essere sottoposto ad un nuovo processo, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Corte di Cassazione. I crimini del Mostro di Firenze si sviluppano nell’arco di diciassette anni e coinvolgono coppie appartate nella campagna fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono ai mezzi usati e al “modus operandi”.

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

L’assassino seriale toscano crea una vera e propria psicosi nella popolazione. In quattro degli otto duplici omicidi, l’assassino asporta il pube delle donne uccise, servendosi di un’arma bianca che, secondo gli inquirenti dovrebbe essere un coltello da sub. Negli ultimi due casi, asporta anche il seno sinistro delle vittime femminili. I luoghi dei delitti sono stradine di campagna sterrate o piazzole nascoste, solitamente frequentate da coppie in cerca di intimità e da guardoni. Ciò porta a pensare che l’assassino sia una persona che conosce bene quei territori e che, in alcuni casi, pedina le vittime prima di ucciderle. Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze e sui “compagni di merende” conducono gli inquirenti ad ipotizzare l’esistenza di una sovrastruttura mandante degli omicidi.

Il primo terribile omicidio del Mostro di Firenze

La notte del 21 agosto 1968, all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta posteggiata presso una strada vicino al cimitero di Signa, muoiono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di ventinove anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di trentadue anni, di origini sarde. I due sono amanti. La donna è sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Le indagini conducono al marito della donna, che il 23 agosto confessa il delitto, anche se risulta incapace di maneggiare un’arma. Poi, Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci, per scagionarlo poche ore dopo.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia alla pena di quattordici anni di reclusione, perché viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele, anch’egli amante della Locci, racconta che la donna, pochi giorni prima del delitto, si rifiuta di uscire con lui raccontandogli che c’è un uomo che la segue in motorino. Una deposizione analoga viene resa da Vinci.

Il 14 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di apparente natura maniacale. Pasquale Gentilcore di diciannove anni, impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, di diciotto, segretaria d’azienda presso un magazzino di Firenze, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta. Il pomeriggio prima, la Pettini confida ad un’amica di aver fatto uno “strano” incontro con una persona che l’ha turbata. Gli inquirenti esaminano il diario della ragazza ma senza trovare annotazione insolite.

Il primo dei due duplici omicidi del 1981 viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, trent’anni, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, di ventuno. Entra in scena Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, accusato da alcuni testimoni. Durante l’interrogatorio, Spalletti mente e viene accusato di falsa testimonianza. Il sospetto è che l’assassino sia lui. Mentre Spalletti si trova in carcere, sua moglie e suo fratello ricevono telefonate anonime, in cui qualcuno assicura che il loro caro sarà scagionato, cosa che accade ad ottobre dello stesso anno, dopo il nuovo duplice delitto.

Il 23 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, vicino a Prato, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di ventisei anni, e Susanna Cambi, di ventiquattro. I due giovani devono sposarsi. La Cambi fa capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli muoiono assassinati Paolo Mainardi, di ventidue anni, e Antonella Migliorini di diciannove. L’assassino, per la prima volta, non esegue escissioni dei feticci e non ha il tempo di infierire sui cadaveri. Questo omicidio viene scoperto subito. Antonella è già morta, ma Paolo respira ancora. Trasportato all’ospedale di Empoli, muore il mattino seguente.

Pietro Pacciani diventa il sospettato numero 1

Successivamente al delitto di giugno del 1982, che porta gli inquirenti a collegare alla serie di omicidi maniacali, tra cui quello avvenuto quattordici anni prima a Signa, le indagini si rivolgono verso Francesco Vinci, pastore pluripregiudicato, di Montelupo Fiorentino, già chiamato in causa da Stefano Mele nell’omicidio del 1968. Vinci viene trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme ad un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, sono rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si pensa a collegamenti col “Mostro” e a vendette in ambienti della malavita sarda. Ma intanto, il caso resta irrisolto.

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l’Università di Münster, che al momento dell’aggressione si trovano a bordo del loro furgone. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con precisione attraverso la carrozzeria. Si pensa che il killer, non potendo essere Mele e neppure Vinci, possa essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Vengono indagati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Successivamente, i due vengono scarcerati, non essendoci a loro carico indizi gravi.

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, di ventuno anni, e Pia Gilda Rontini, di diciotto. Vengono uccise il 29 luglio 1984. L’omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte, di cui una alla testa, e due volte la ragazza, al volto e al braccio. In seguito, l’assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia viene trascinata, ancora viva anche se in agonia, fuori dalla vettura, in un campo, dove le vengono asportati il pube e il seno sinistro.

L’ultimo duplice delitto avviene il 7 settembre nella campagna di San Casciano Val di Pesa. Le vittime sono due francesi, Jean-Michel Kraveichvili, di venticinque anni, e Nadine Mauriot, di trentasei. Le modalità dell’aggressione sono simili a quelle precedenti, tranne che per il fatto che le vittime non sono in auto ma in tenda. Il 2 ottobre, arrivano in procura tre buste anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si occupano del caso: Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Le tre buste contengono la fotocopia di un articolo ritagliato dalla Nazione, una cartuccia Winchester calibro 22 serie “H”, come quelle usate negli omicidi, e un foglietto di carta con scritto: “Uno a testa vi basta”.

Dopo l’ultimo omicidio, le indagini proseguono intensamente ma, fino al 1991, non ci sono sviluppi. Pietro Pacciani, nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano soprannominato il “Vampa” per via del suo carattere irascibile, diventa il sospettato numero 1 della Sam nel 1991, proprio mentre è in carcere per aver stuprato le sue due figlie. Anche una lettera anonima del 1985 invita ad indagare su di lui. Pacciani è un uomo collerico, depravato e brutale. Viene arrestato con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie di giovani il 17 gennaio 1993. Ma non c’è solo lui nel mirino degli inquirenti.

Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani

L’1 novembre 1994, il tribunale di Firenze condanna Pacciani come responsabile di quattordici dei sedici omicidi. Non colpevole solo del duplice omicidio del 1968. Il 13 febbraio 1996, però, la Corte d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo scarcera. Il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo d’appello. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell’inizio del secondo processo a suo carico, Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione di Mercatale.

Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927. Detto “Torsolo”, per il suo fisico esile, diventa famoso come inventore involontario della locuzione “compagni di merende”, a causa di una risposta che dà ad un magistrato durante un’udienza del processo a Pacciani: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani no?”, facendo supporre che sia stato istruito a dare precise risposte. Viene condannato al carcere a vita per quattro degli otto duplici omicidi dalla Corte di Cassazione nel 2000. Nel 2004 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. Muore il 13 aprile 2009 all’ospedale di Ponte a Niccheri.

Giancarlo Lotti, soprannominato “Katanga”, viene condannato a trent’anni anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze. Come Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa, ma il 16 settembre 1940. A differenza di Vanni e Pacciani, che professano la loro innocenza, Lotti rende confessione e accusa Pacciani e Vanni, fornendo particolari sugli omicidi a cui assiste e autoaccusandosi di quello dei due tedeschi del 1983. Le testimonianze di Lotti vengono ritenute decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda. Lotti esce dal carcere il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo muore all’ospedale San Paolo di Milano.

Sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato, una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell’ottobre 1981, va ricordato che quel tipo di oggetto viene usato come fermaporte nelle campagne toscane. Altri presunti riscontri di un possibile movente esoterico, però, si sono avuti in occasione dell’ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti francesi.

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentano un filone d’inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti. Pacciani e Vanni frequentano Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumano orge e riti collegabili all’occultismo. Durante le perquisizioni della polizia, a casa di Pacciani vengono rinvenuti almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.

Su Firenze e sul Mostro lo spettro del satanismo

Le sentenze che condannano i “compagni di merende” si basano principalmente sulle discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò, impedisce l’individuazione di un movente certo, organico e globale, che sia valido per tutti i delitti. Lotti cambia più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni uccidono. Nel 1996, dichiara che i delitti sono atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime respingono. Un anno più tardi, fornisce un’altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani è quella di uccidere per poi dare da mangiare i feticci alle figlie.

Come tanti misteri tutti italiani, anche il caso del “Mostro di Firenze”, ha diversi sviluppi negli anni. Una tesi seguita successivamente è quella secondo cui il serial killer sarebbe un individuo legato al “clan dei sardi”, già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. Un’altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell’avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro “Storia delle Merende Infami”. Nell’ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993, compresi gli omicidi di Francesco Vinci e Milva Malatesta, e mai entrato nelle indagini. Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del Mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l’avvocato ad inquadrare il serial killer come un uomo in divisa.

Il caso del Mostro di Firenze è un evento e un’indagine dalla durata pressoché cinquantennale. È inevitabile, dunque, una grande varietà di opinioni. Secondo il criminologo Francesco Bruno, il Mostro è un uomo mai individuato. Un assassino seriale d’intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che agisce sempre da solo, sin dal 1968. Invece, Francesco Ferri, giudice che assolve Pacciani nel processo d’appello, si riallaccia all’idea originaria dell’ignoto serial killer “lust murder”, indicato anche da una relazione dell’Fbi.

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna ai “compagni di merende”. Tuttavia una serie di misteriosi avvenimenti accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, hanno dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

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Tutti i misteri connessi alla storia del Mostro

  • Il 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele, di 6 anni, raggiunge al buio, scalzo e scioccato, un casolare a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l’automobile in cui sono stati appena uccisi la madre ed il suo amante. I calzini puliti del bambino ed il fatto che il campanello del casolare sia situato ad un’altezza irraggiungibile da parte del piccolo, lasciano pensare che il bambino abbia effettivamente raggiunto il casolare con l’aiuto di qualcuno. Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequenta con Mario Vanni, viene torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un’intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere. L’8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio. Da quel momento si sono perse le sue tracce fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava ad una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa. A detta della moglie autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni ed a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l’aveva minacciata dicendole ‘attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito’.
  • Nell’ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l’autista dell’ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall’auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa ed inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell’autista di parlare della cosa per telefono, l’uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l’assassino. L’episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall’assassino.
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.
  • Poco dopo il delitto dei due giovani francesi, una donna, mentre si trova in treno nella zona di Scandicci, viene avvicinata da un uomo distinto che le dice che in quel giorno è stato fatto pervenire al magistrato Della Monica un brandello di seno di una vittima del Mostro di Firenze. La donna non dà grande peso alla cosa fino a quando venti giorni dopo legge sul giornale la notizia della lettera anonima alla dottoressa Della Monica contenente un pezzo di seno. Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, lo trovano assassinato il 7 agosto 1993.
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme a un amico, tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del “mostro”, ipotesi però quasi subito scartata. Più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato ed Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e Vanni, viene trovata, insieme al figlio Mirko Rubino, di soli tre anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993.
  • Il 25 maggio 1994, la prostituta Anna Milvia Mattei, la quale convive con Fabio Vinci, il figlio di Francesco, viene strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro. La prima moglie del procuratore Pier Luigi Vigna, in un’intervista al settimanale Gente, accusa l’ex marito di essere il Mostro di Firenze. Qualche giorno dopo, la donna muore in un incidente.
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l’8 dicembre 1995.
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l’uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell’allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l’aveva fatta internare in una casa di cura. A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui. Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all’età di 80 anni.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Henry Howard Holmes e quel maledetto hotel degli orrori

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo Holmes commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna. Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Henry Howard Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo.

Serial killer statunitense vissuto nel 1800, attirava le vittime nella sua abitazione a Englewood per intrappolarle nelle camere in affitto, gasarle, scioglierle nell’acido e venderne gli scheletri. Henry Howard Holmes nacque il 16 maggio 1861 a New Hampshire in una famiglia abbastanza agiata. Contrariamente a tanti altri serial killer ebbe un’infanzia più o meno normale: non subì nessun abuso degno di essere ricordato. Al contrario da piccolo gli piaceva torturare con sadici esperimenti animali randagi. Sognava sempre di essere un dottore: questo sarà il suo futuro lavoro.

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo Holmes commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna. Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Henry Howard Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo.

Dopo averle avvelenato il marito con la scusa di aiutarlo, Henry Howard Holmes fece una proposta all’anziana signora: lei gli avrebbe ceduto la farmacia e lui l’avrebbe gestita. Lui in cambio le avrebbe dato un reddito mensile. La donna accettò. Qualche tempo dopo avergli chiesto il debito, che puntualmente non le arrivava mai, sparì anche lei: è stata la terza vittima di Henry Howard Holmes. Un giorno fuggì dalla casa, che gli venne bruciata dai creditori, e riuscì ad eludere la polizia, solo per un certo periodo.

In casa sua furono trovati almeno un centinaio di scheletri. Arrestato dopo il periodo di latitanza, Henry Howard Holmes confessò inizialmente ventisette omicidi, poi nella sua biografia confermò di avere ucciso centotrentatré persone. La polizia gli attribuì più di duecento vittime. Fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1895 per soli nove omicidii e giustiziato nel marzo 1896; la sua abitazione fu poi rasa al suolo da un altro incendio.

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Stragi seriali: Milan Lukic e i morti delle Aquile Bianche

Chi tenta di scappare viene crivellato di colpi. Due settimane dopo, il 27 giugno, ripetono il delitto. In una casa a Bikavac rinchiudono e danno fuoco ad altre settanta persone di religione musulmana. Milan Lukic e le sue Aquile Bianche sono accusati anche di due sequestri e dell’uccisione di trentasei civili musulmani e di un croato. Nel 1993 fermano un treno che va da Belgrado al Montenegro, prelevano diciotto civili musulmani e un croato e li uccidono.

Ex comandante della formazione paramilitare denominata le Aquile Bianche, Milan Lukic è un assassino seriale jugoslavo, originario di Foča. Nasce il 6 settembre del 1967, ma della sua infanzia non esistono notizie certe. Nel 1992, durante le guerre che insanguinano la ex Jugoslavia, si rende responsabile di numerose stragi e crimini contro l’umanità nella città di Višegrad, uccidendo personalmente più di centotrenta persone.

Il giudice dell’Aja Dermot Groome definisce l’efficacia dello stile di Milan Lukic al pari delle tecniche dell’olocausto. Il 14 giugno del 1992, Milan Lukic e i suoi paramilitari chiudono un gruppo di musulmani, principalmente donne, bambini e anziani, in una casa di Višegrad. Barricano porte e finestre e appiccano il fuoco. In quell’occasione sessantasei persone vengono bruciate vive. Milan Lukic e i suoi uomini aspettano fuori, con i fucili automatici pronti a sparare.

Chi tenta di scappare viene crivellato di colpi. Due settimane dopo, il 27 giugno, ripetono il delitto. In una casa a Bikavac rinchiudono e danno fuoco ad altre settanta persone di religione musulmana. Milan Lukic e le sue Aquile Bianche sono accusati anche di due sequestri e dell’uccisione di trentasei civili musulmani e di un croato. Nel 1993 fermano un treno che va da Belgrado al Montenegro, prelevano diciotto civili musulmani e un croato e li uccidono.

L’operazione viene ripetuta al villaggio di Mioce, il famigerato “massacro di Sjeverin”. Fermano un autobus, prelevano diciassette persone di fede musulmana e li portano a Višegrad, dove li torturano e uccidono. La polizia lo cattura nel 2005 in Argentina. il 20 luglio 2009 viene condannato all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia assieme al cugino Sredoje.

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Argiria: quella pericolosa verità sull’argento colloidale

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni. Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

L’argento colloidale è una sospensione di particelle metalliche argento submicroscopiche in una base colloidale. L’uso a lungo termine di preparati d’argento può portare all’argiria, una condizione in cui i sali d’argento si depositano nella pelle, negli occhi e negli organi interni e la pelle diventa grigio-cenere. Molti casi di argiria si sono verificati durante l’era pre-antibiotica, quando l’argento era un ingrediente comune nei picchietti.

Quando la causa divenne evidente, i medici smisero di raccomandare il loro uso e i produttori smisero di produrli. Le guide ufficiali sui farmaci, United States Pharmacopeia and National Formulary, non hanno elencato i prodotti d’argento colloidale dal 1975. Quelli in circolazione oggi sono decisamente più blandi, ma c’è chi crede nella loro utilità. Io voglio parlarti di una pericolosa verità. L’unica.

Nel 1999, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha stabilito che i prodotti d’argento colloidale non possono essere considerati sicuri o efficaci, al pari di quelli fitoterapici. I prodotti d’argento colloidale commercializzati per scopi medici o promossi per usi non dimostrati sono sostanzialmente considerati dei “falsi” senza approvazione.

Non ci sono più farmaci da banco o da assumere con prescrizione approvati dalla Fda contenenti argento e da assumere per via. Tuttavia, ci sono ancora prodotti d’argento colloidale venduti come rimedi omeopatici e integratori alimentari. Per quel che riguarda l’omeopatia, sono tra coloro che sostengono che è inutile gettare una goccia nell’oceano.

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni.

Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

Durante il 1997 e il 1998, la rivista della International, una società multilivello con base in Florida, dichiarò: “Il nostro argento colloidale contiene particelle di argento puro al 99,99% sospese indefinitamente in acqua demineralizzata che uccide batteri e virus”.

“Può essere applicato localmente o assorbito nel flusso sanguigno sub-linguale (sotto la lingua), evitando così gli effetti negativi degli antibiotici tradizionali che uccidono i batteri buoni nel tratto digestivo inferiore. Un’alternativa antibiotica naturale nella forma più pura disponibile. La presenza di argento colloidale vicino a un virus, funghi, batteri o altri patogeni a cellula singola disabilita il suo enzima metabolico dell’ossigeno, il suo polmone chimico, per così dire. I patogeni soffocano e muoiono e vengono eliminati dal corpo dai sistemi immunitario, linfatico e di eliminazione”.

A differenza degli antibiotici che distruggono gli enzimi benefici, l’argento colloidale lascerebbe intatti questi enzimi benefici. Quindi l’argento colloidale sarebbe assolutamente sicuro per l’uomo, i rettili, le piante e tutti i materiali viventi multicellulari. Peccato che sia un metallo.

In più aggiungeva: “È impossibile che i germi unicellulari si trasformino in forme resistenti all’argento, come accade con gli antibiotici convenzionali. Inoltre, l’argento colloidale non può interagire o interferire con altri farmaci presi. L’argento colloidale è davvero un rimedio naturale e sicuro per molti mali dell’umanità. L’argento colloidale può essere assunto indefinitamente, perché il corpo non sviluppa una tolleranza ad esso”.

Argento colloidale e quelle balle (mega) galattiche

La Seasilver International, una compagnia multilivello con base in California, aveva affermato che gli americani soffrivano di “carenza d’argento”. Sebbene l’argento non sia una sostanza nutritiva essenziale, le informazioni sul prodotto pubblicate sul sito web dell’azienda diversi anni fa affermavano: “L’esaurimento dei minerali nel nostro suolo ci ha lasciato carenti di argento, uno dei nostri minerali traccia più essenziali, causando un drastico aumento dei disordini del sistema immunitario nella nostra società nell’ultimo decennio”.

E proseguiva sostenendo che la ricerca ci ha insegnato che tutte le malattie possono manifestarsi a causa di un sistema immunitario indebolito. In oltre venti anni di ricerche a livello mondiale sull’argento colloidale, numerose interviste con agenzie governative, operatori sanitari e loro pazienti, nessun altro nutriente, erba o farmaco è sicuro ed efficace contro tutte le forme conosciute di virus, batteri e funghi ostili. Inoltre, mentre è generalmente noto che la maggior parte degli antibiotici uccide solo sei o sette diversi organismi patogeni, i rapporti hanno dimostrato che l’argento colloidale è stato usato con successo nel trattamento di oltre seicentocinquanta malattie”.

Nel 1995, un distributore di erbe chiamato Leslie Taylor ha testato nove prodotti colloidali comunemente commercializzati in argento disponibili nei negozi di alimenti naturali e ha concluso: due dei prodotti erano contaminati da microrganismi, la quantità di argento sospeso in soluzione variava da prodotto a prodotto e diminuiva gradualmente nel tempo, solo cinque prodotti mostravano effettivamente attività antibatterica in un test di laboratorio.

Per eseguire il test, ha preparato una piastra di coltura con batteri di Staphylococcus aureas, che possono causare infezioni nell’uomo. Quindi ha posizionato una goccia da ciascun prodotto sul piatto e ha utilizzato i dischi di due comuni antibiotici come controlli. Dopo otto ore di incubazione, ha scoperto che la crescita batterica era stata inibita attorno agli antibiotici e a quattro dei prodotti.

Naturalmente, il fatto che un prodotto inibisca i batteri in una coltura di laboratorio non significa che sia efficace (o sicuro) nel corpo umano. In effetti, i prodotti che uccidono i batteri in laboratorio sarebbero più propensi a causare argiria, perché contengono più ioni d’argento che sono liberi di depositare nella pelle dell’utente.

Studi di laboratorio della Fda hanno rilevato che la quantità di argento in alcuni campioni di prodotto varia dal 15,2% al 124% della quantità elencata nelle etichette del prodotto. La quantità di argento richiesta per produrre argiria è sconosciuta. Tuttavia, la Fda ha concluso che il rischio di utilizzare prodotti in argento supera qualsiasi beneficio non comprovato. Finora, sono stati segnalati undici casi di argiria correlati ai prodotti in argento.

Tra l’ottobre 1993 e il settembre 1994, la Fda ha emesso lettere di avvertimento a cinque venditori di argento colloidale. Nell’ottobre 1996, ha proposto di vietare l’uso di argento colloidale o di sali d’argento in prodotti da banco. Una regola finale che vieta tale uso è stata emessa il 17 agosto 1999 ed è entrata in vigore il 16 settembre.

La norma si applica a tutti i prodotti di argento colloidale o di argento senza prescrizione dichiarati efficaci nella prevenzione o nel trattamento di qualsiasi malattia. I prodotti in argento possono ancora essere venduti come integratori alimentari, a condizione che non vengano presentate indicazioni sulla salute. Nel corso del 2000, la Fda ha emesso avvisi a più di 20 società i cui siti web stavano facendo affermazioni terapeutiche illegali per i prodotti d’argento colloidale.

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L’argento è un metallo e si deposita negli organi

Nel 2002, l’Australian Therapeutic Goods Administration ha modificato le sue regole in modo che i prodotti per il trattamento delle acque contenenti sostanze come l’argento colloidale per le quali sono state fatte indicazioni terapeutiche debbano soddisfare i requisiti dei farmaci inclusi nel Registro australiano dei prodotti terapeutici. Ciò significa che tali prodotti non possono più essere legalmente commercializzati senza la prova che sono sicuri ed efficaci per lo scopo previsto.

L’emendamento si basava sulle seguenti conclusioni: ci sono poche prove a supporto delle indicazioni terapeutiche fatte per i prodotti d’argento colloidale, il rischio per i consumatori di tossicità da argento supera il valore di provare un trattamento non comprovato e può verificarsi la resistenza batterica all’argento, dovrebbero essere fatti sforzi per frenare la disponibilità illegale di prodotti d’argento colloidale, che è un problema significativo di salute pubblica.

Esistono ancora molti annunci in internet per le parti di un generatore che produce argento colloidale in casa. Le persone che producono argento colloidale casalingo non potranno in nessun modo valutare la purezza o la forza del prodotto. E ci sono molti rimedi che sono molto più sicuri e più efficaci dell’argento colloidale.

Nonostante queste preoccupazioni sulla sicurezza e l’efficacia, le persone acquistano ancora argento colloidale come integratore alimentare e lo usano per una vasta gamma di disturbi, tra cui infezioni, cancro, diabete, artrite e molti altri, ma non ci sono prove scientifiche a supporto di questi usi.

L’unica certezza è che è pericoloso. L’argento colloidale può uccidere certi germi legandosi e distruggendo le proteine. Ma è inefficace per problemi oculari dei neonati e con tutte le patologie elencate in precedenza. L’argento, come ogni metallo, viene depositato in organi come la pelle, il fegato, la milza, i reni, i muscoli e il cervello.

Questo può portare a una pelle bluastra irreversibile che appare per la prima volta nelle gengive. Può anche stimolare la produzione di melanina nella pelle, e le aree esposte al sole diventeranno sempre più scolorate. Può attraversare la placenta. L’aumento dei livelli di argento nelle donne in gravidanza è stato collegato allo sviluppo anormale dell’orecchio, del viso e del collo nei loro bambini.

Per chi sceglie di assumerlo, nonostante tutto, si sconsigliano una serie di abbinamenti di cui vado a parlare. Tra questi ci sono gli antibiotici che interagiscono con l’argento. L’assunzione di argento colloidale insieme agli antibiotici potrebbe ridurre l’efficacia di alcuni antibiotici. Anche le penicilline interagiscono con l’argento colloidale.

La penicillamina è usata, ad esempio, per la malattia di Wilson e l’artrite reumatoide. L’argento colloidale può ridurre la quantità di penicillamina assorbita dal corpo e diminuire l’efficacia del farmaco. A questo punto, qualcuno si starà domandando: esiste una dose appropriata di argento colloidale? Dipende da diversi fattori come l’età dell’utente, la salute e molte altre condizioni. Troppi sé e troppi ma che confermano che ci sono troppe poche informazioni.

Balsamo di Gerusalemme: una vera panacea per l’intestino

Dalla Torino dei misteri che aleggia tra leggende ed esoterismo, viene fuori la storia di un rimedio universale, la cui ricetta è da secoli tenuta segreta nelle stanze della Regia Farmacia di Torino, quella di via XX Settembre. Mi riferisco al quasi sacro Balsamo di Gerusalemme, definito da tutti coloro che lo usano una vera e propria panacea per tutti i mali. La ricetta ha un’origine molto antica, che affonda le sue radici nella leggenda. La storia narra di un chierico al seguito di una crociata in Terrasanta, che si imbatte nella formula di un già antico e collaudato rimedio in grado di curare tutti i mali.

Siamo nel 1719, nella farmacia dei francescani gerosolimitani nel centro storico Gerusalemme. Lì, il monaco Antonio Menzani da Cuna idea un balsamo che farà parlare di lui per secoli. Questa ricetta torna in Europa con il chierico sopravvissuto alla crociata, per la precisione in Francia e inizia ad usare la ricetta, che approda velocemente anche alla corte dei Savoia, a Torino. Nel 1824, il farmacista Schiapparelli ricava dalla formula un elisir dall’aroma speciale, molto apprezzato dagli intellettuali della Torino risorgimentale che iniziano a sorseggiarlo spesso nelle sale ottocentesche della Regia Farmacia. Ancora preparato seguendo l’antica e segreta ricetta, il balsamo di Gerusalemme offre un’esperienza che attraversa i secoli e oggi si propone come uno dei tesori torinesi. Un tesoro per la salute.

Negli ultimi anni, la storia delle scienze e, in particolare, quella della medicina hanno suscitato una crescente attenzione. La nostra attenzione si concentra, in questo caso, sull’attività svolta dall’infermeria dei francescani di Gerusalemme. L’attività fitoterapica e farmaceutica dei francescani gerosolimitani è famosa per diverse soluzioni, ma soprattutto per il cosiddetto balsamo di Gerusalemme. Questo medicamento composto principalmente da boswellia sacra, un genere di pianta impiegata nella produzione di incenso, mirra, aloe e lentisco, lavorati secondo una precisa preparazione, venne ideato da padre Antonio Menzani da Cuna, vissuto tra il 1650 e il 1729, e rimase per circa due secoli un rimedio contro varie malattie, tanto in Medio Oriente quanto in Europa.

Alla pratica medica e farmacologica si affiancava, ovviamente, una raccolta libraria che forniva gli strumenti per l’esercizio delle cure e l’assistenza ai malati. Una raccolta che restava vicino agli strumenti del mestiere: ne sono testimoni un volume del 1833, gravemente danneggiato da esalazioni acide che, con ogni probabilità, si sono sviluppate nel laboratorio farmaceutico dei frati e alcune note scritte a mano, apposte su altri volumi. Altro esempio interessante, a dimostrazione del fatto che questi libri erano oggetti d’uso quotidiano, è un esemplare del 1645: tra le sue pagine si sono conservate alcune foglie essiccate di diverse piante, che corrispondono a quelle descritte dall’autore del trattato.

Di quella biblioteca medica resta traccia nella raccolta di argomento farmaceutico e medicinale conservata presso la Biblioteca Generale della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. Tornando al balsamo di Gerusalemme e alla sua storia, non si può non partire dal 10 marzo 1824, quando Giovan Battista Schiapparelli, acquista da Giovanni Brero, la Farmacia collegiata di Piazza San Giovanni, a Torino, che nel tempo diventerà la Regia Farmacia XX Settembre, posta quasi di fronte al Duomo. Un simbolo per Torino. La nuova Farmacia Schiapparelli, grazie a preparazioni galeniche particolari, diventa il punto di partenza per molti produttori di farmaci.

Poi, arriva il balsamo di Gerusalemme e la farmacia diventa famosa, diventa un appuntamento irrinunciabile per molti cittadini e piemontesi (perché vengono anche da lontano per acquistarlo) che vogliono solo il balsamo di Gerusalemme, venduto come un tonico digestivo dalla natura misteriosa e naturalmente dalla composizione segreta. Il suo profumo è floreale ed è famoso (sono molte le ordinazioni che si ricevono anche dall’estero) per curare ogni tipo di malattia. La farmacia, che risale al 1500, conserva ancora gli arredi dell’epoca, in noce e ricco di quadri in cui sono raffigurati gli stemmi di casa Savoia.

Balsamo della Regia Farmacia: la ricetta a Gerusalemme

Alla fine dell’Ottocento la Regia Farmacia Schiapparelli, aveva progressivamente allargato la sua produzione, che ad esempio comprendeva la preparazione del ”Gengivario della Regina Clotilde”, oltre alla vendita di prodotti importati, uno fra tutti l’olio di merluzzo norvegese. Nei decenni seguenti la vocazione galenica della farmacia di via XX settembre è proseguita, tanto che ancora oggi è tra le poche realtà torinesi a preparare farmaci naturali in un moderno e grande laboratorio. Perché ho parlato di esoterismo all’inizio del post? Perché questa e altre preparazioni arrivavano in Occidente per via delle crociate. Gli “elisir” orientali, venivano importati, come nuova concezione di realtà curativa.

A metà tra il liquore e l’idea di un farmaco miracoloso, il balsamo di Gerusalemme potrebbe essere una variante dell’aliksir, che in arabo significa addirittura Pietra Filosofale, mentre in piemontese indica bevande curative ricavate da un paziente lavoro tra alambicchi e distillatori. Riguardo al balsamo va detto che esistono ancora due manoscritti riguardo la sua misteriosa preparazione. Sono datati diversamente, ma con la stessa calligrafia. Li ha scritti Pietro Andreis di Savigliano, centro del cuneese, che faceva il liquorista-pasticcere e conservava un quaderno del 1881, arrivato indenne ad oggi.

Le ricette fornite, appunto modificate nel tempo, sono due e hanno poche differenze come ingredienti. Nella prima ricetta c’è la triacha, la valeriana, l’angelica, il rabarbaro, la noce moscata e l’immancabile aloe succotrina (che è l’aloe vera), ginepro pesto, la buccia di quattro limoni e di quattro aranci, venti chinotti e un po’ di acqua di rose. Nella seconda ricetta viene aggiunta la mirra, il rabarbaro, la china, la radice di angelica e l’agarico bianco. Entrambe le preparazioni vanno lasciate in infusione per quindici giorni nell’alcol etilico e poi devono essere filtrate.

È nel 2005 che i ricercatori israeliani dell’Università di Gerusalemme, lavorando sulla chimica delle piante medicinali, decidono di scoprire che cosa si nasconda nei registri della farmacia del convento di San Salvatore, una delle più belle del mondo cristiano e tra le più antiche della città. E in un grimorio trovano una formula a base di quattro ingredienti – mirra, incenso (boswellia), aloe (aloe vera) e lentisco (pistacchio) – che attira la loro attenzione. Si tratta proprio del medicamento chiamato balsamo di Gerusalemme, ampiamente noto e utilizzato da più di due secoli, impiegato come una panacea contro varie malattie tanto in Medio Oriente quanto in Europa e dalla fama inalterata sino alla fine del 1900.

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Incuriositi, i ricercatori decidono di replicare la formula secondo la ricetta e studiarla con i moderni metodi di indagine scientifica. Scoprono e confermano le proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e antiossidante. Tutti i test dimostrano infatti un effetto positivo del balsamo Gerusalemme, e i risultati scientifici vengono pubblicati dalla rivista Journal of Ethnopharmacology. Il balsamo di Gerusalemme può essere utile ed efficace in tanti problemi, anche cronici: della pelle, in caso di ustioni superficiali, punture d’insetto, micosi interdigitali o labiali, infiammazioni delle gengive, labbra secche, ma anche come coadiuvante per dolori muscolari e articolari.

La mirra sin dai tempi antichi è usata per le sue proprietà conservanti, antinfiammatorie e antisettiche. Incenso è il nome genericamente attribuito alle oleoresine, la più importante delle quali è la boswellia sacra. Le proprietà terapeutiche dell’incenso sono molte: è un antinfiammatorio naturale, è espettorante e balsamico, possiede ottime proprietà antimicrobiche e agisce sulle vie respiratorie, possiede proprietà astringenti e antiemorragiche, vanta un’azione benefica nei confronti dell’epidermide, agendo come antisettico ed è particolarmente utile per contrastare l’invecchiamento.

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Giovanni Brusca: il profilo del serial killer di Cosa Nostra

È fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina, Giovanni Brusca. In accordo con Bernardo Provenzano prende il comando dei corleonesi, dopo l’arresto di Riina e Leoluca Bagarella. Lo arrestano il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere Cannatello, in via Papillon, al civico 34, dove un fiancheggiatore gli mette a disposizione un villino. Al momento della cattura guarda proprio il film sulla strage di Capaci.

Noto anche come lo Scannacristiani o Verru, cioè Porco, Giovanni Brusca è un assassino della mafia che all’arresto confessa un gran numero di omicidi e di avere partecipato all’uccisione di Giuseppe Di Matteo, il figlio tredicenne di un collaboratore di giustizia che viene rapito, strangolato e sciolto nell’acido nitrico l’11 gennaio 1996. Inoltre, confessò di aver partecipato ai delitti del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, dei tre agenti della scorta e del giudice Rocco Chinnici e di aver commissionato quasi centocinquanta omicidi, molti per futili motivi. Il suo modus operandi, violento, brutale, spietato, lo pone sullo stesso piano di un qualunque assassino seriale.

Giovanni Brusca nasce a San Giuseppe Jato il 20 febbraio del 1957. È uno dei più importanti membri di “cosa nostra” e successivo collaboratore di giustizia, condannato per oltre un centinaio di omicidi. Ricopre un ruolo fondamentale nella strage di Capaci: è l’uomo che spinge il tasto del radiocomando a distanza che fa esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l’autostrada. Figlio del famoso boss Bernardo, nato nel 1929 e morto nel 2000, Giovanni Brusca entra nella cosca del padre fin da giovanissimo per diventarne ben presto il reggente.

È fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina, Giovanni Brusca. In accordo con Bernardo Provenzano prende il comando dei corleonesi, dopo l’arresto di Riina e Leoluca Bagarella. Lo arrestano il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere Cannatello, in via Papillon, al civico 34, dove un fiancheggiatore gli mette a disposizione un villino. Al momento della cattura guarda proprio il film sulla strage di Capaci.

Inizialmente condannato all’ergastolo, dopo il suo pentimento la pena gli viene ridotta a diciannove anni e undici mesi di reclusione. È artefice, oltre che della strage di Capaci e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, anche della strage di via d’Amelio. Giovanni Brusca era detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio del 1996, ma nel 2004 grazie ad una decisione del tribunale di sorveglianza di Roma gli vengono concessi dei permessi premio per buona condotta, che gli consentono di poter uscire dal carcere ogni quarantacinque giorni e di poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta.

Sempre nello stesso anno, Giovanni Brusca perde il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell’uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari. Nel 2010 riceve, in carcere, un’accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di quell’anno, i carabinieri del gruppo di Monreale, per ordine della procura della repubblica di Palermo effettuano una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, continuerebbe a gestire dal carcere.

L’8 agosto 2015 i giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo accolgono la richiesta della procura distrettuale disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito, ma a lui finanziariamente riconducibili. In realtà, Brusca si smaschera da solo con una lettera inviata ad un imprenditore in cui ammette di aver “omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici”. Precedentemente, durante una perquisizione, la polizia trova cento e novantamila euro a casa della moglie.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Hu Wanlin, il cinese che uccide col solfato di sodio

Tre vittime conosciute sono Wang Baoran, un ingegnere che muore di cancro ai reni, Liu Famin, il sindaco della città di Luohe in Henan, e He Suyun, un’insegnante in pensione. Hu Wanlin, che fino ad allora era rimane insospettato, viene arrestato il 18 gennaio del 1999, all’età di cinquant’anni a Shangqiu con l’accusa di praticare medicina senza la licenza obbligatoria. Successivamente, lo connettono a più di centonovanta omicidi e lo trovano colpevole di centoquarantasei di questi.

Hu Wanlin nasce a Mianyang, nella provincia di Sichuan, nel 1949. Spietato e prolifico assassino seriale cinese, da bambino frequenta la scuola, ma completa solo l’educazione primaria. Le informazioni sulla sua vita si perdono qui. Riprendono quando, da adulto, viene arrestato per omicidio, truffa, rapimento e traffico umano. Mentre è in carcere, nel 1993, apre uno studio medico, in cui lavora.

Rilasciato nel 1997, Hu Wanlin continua a praticare medicina illegalmente a nord della provincia di Shanxi e Shaanxi. In questo periodo lavora in due ospedali e avvelena diversi pazienti. Nel febbraio del 1998 le autorità locali lo allontanano. Si trasferisce a Henan nel giugno dello stesso anno. Hu Wanlin riceve i pazienti che si facevano fare alcuni trattamenti psicofarmacologici da lui.

Gli dà da assumere preparati a base di erbe che contengono una quantità enorme di solfato di sodio, una sostanza pericolosissima se inalata nelle alte dosi che lui prepara. Tutti quelli che assumono il preparato muoiono. Hu Wanlin sostiene di essere un dottore onnipotente, un esperto praticante dell’arte millenaria del Qigong, cosa che gli conferisce poteri curativi, con cui può diagnosticare e rimuovere il cancro, l’epatite e la pressione alta ai pazienti. In realtà li truffa. In breve tempo diventa molto conosciuto grazie ai suoi “miracoli medici”, facendo al contempo anche molte vittime.

Tre vittime conosciute sono Wang Baoran, un ingegnere che muore di cancro ai reni, Liu Famin, il sindaco della città di Luohe in Henan, e He Suyun, un’insegnante in pensione. Hu Wanlin, che fino ad allora era rimane insospettato, viene arrestato il 18 gennaio del 1999, all’età di cinquant’anni a Shangqiu con l’accusa di praticare medicina senza la licenza obbligatoria. Successivamente, lo connettono a più di centonovanta omicidi e lo trovano colpevole di centoquarantasei di questi.

Venti pazienti vengono uccisi nell’area dello Shaanxi e altri trenta nel Weida Hospital a Shangqiu da Hu Wanlin. L’1 ottobre del 2000, a processo concluso, Wanlin viene condannato a scontare quindici anni di carcere e a pagare una multa di centocinquantamila yuan. Tuttora è fortemente sospettato di altri omicidi. L’aspetto più curioso che riguarda questo assassino seriale è che non viene condannato a morte, nonostante in Cina, in quel periodo, le esecuzioni capitali siano frequenti anche per reati minori. Wanlin uccide da poco meno d centocinquanta persone a quasi duecento. Torna in libertà nel 2015.

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Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per tutti i clandestini

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

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Un migrante non è un clandestino, ma non tutti lo capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.

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L’agenda rossa di Paolo Borsellino: un libro lacrime e sangue

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti”. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci, quella di Via D’Amelio e l’agenda rossa

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Italia: il beato regno di ecomafie e disastri (eternamente) impuniti

Spesso le forze dell’ordine incontrano insormontabili difficoltà nelle indagini e non perché i cittadini ambientalisti non denunciano, ma perché tra corruzione, procure intasate e leggi ambigue gran parte delle denunce contro le ecomafie è destinata ad affogare nel fango del disinteresse generale. Italia, un Paese con un patrimonio di inestimabile valore abbandonato a sé e non protetto da criminali e bracconieri. Nonostante ciò, grazie a reparti speciali, ogni anno vengono accertati oltre trentamila reati contro l’ambiente, quasi quattro ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua.

Storie di disastri nel Paese delle ecomafie, molti dei quali impuniti, di cui avrei potuto non raccontare. Come è accaduto per il processo Eternit, anche nei diciassette casi che vi propongo sinteticamente di seguito, una legislazione penale ambientale degna di un Paese civile avrebbe evitato sfregi agli ecosistemi e attentati alla salute pubblica. Sono storie che parlano di inquinatori ed ecomafiosi, ma anche di giustizia negata, tra prescrizioni e impossibilità di promuovere capi di imputazione in campo ambientale. Una beffa che si è aggiunta al danno provocando ferite che sarà difficile e costosissimo rimarginare.

L’Italia non può più attendere: il Paese sente l’urgenza non solo di leggi più restrittive nel codice penale contro le ecomafie, ma anche della certezza della pena, in modo che non si debba più assistere all’accettazione di impunità così scandalose. Si riuscirà mai a consentire a politici seri di sanare una gravissima anomalia della legislazione nazionale che permette ancora che si verifichino episodi come quello dell’Eternit? In Italia ci sono processi lunghi e tempi di prescrizione troppo brevi (questo potrebbe essere uno degli effetti del vergognoso accordo Stato-Mafia), con pene davvero esigue in materia ambientale. Gran parte dei reati ambientali sono spesso di mera natura contravvenzionale, mentre quelli di natura penale procedono a rilento e a singhiozzo.

Spesso le forze dell’ordine incontrano insormontabili difficoltà nelle indagini e non perché i cittadini ambientalisti non denunciano, ma perché tra corruzione, procure intasate e leggi ambigue gran parte delle denunce contro le ecomafie è destinata ad affogare nel fango del disinteresse generale. Italia, un Paese con un patrimonio di inestimabile valore abbandonato a sé e non protetto da criminali e bracconieri. Nonostante ciò, grazie a reparti speciali, ogni anno vengono accertati oltre trentamila reati contro l’ambiente, quasi quattro ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua.

Crimini che fruttano alla malavita organizzata circa sedici miliardi e settecento milioni l’anno. Poi, però, molti processi alle ecomafie vanno in prescrizione o vengono archiviati. La prescrizione “falcidia” soprattutto i processi in campo ambientale, perché i più complessi e difficili da fare e dimostrare come nel caso del disastro ambientale. A differenza di altri reati, qui tra perizie e contro perizie i termini processuali si allungano mostruosamente. Diversi processi ci mostrano che gli unici a essere condannati in via definitiva sono coloro che patteggiano usufruendo del rito abbreviato, chi sceglie il rito ordinario è quasi certo di farla franca.

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Lombardia

• Raffineria Tamoil di Cremona. La vicenda inizia nel 2001, quando la Tamoil si “autodenuncia” come sito inquinato per avvalersi della normativa che consente la non punibilità per gli inquinamenti precedenti. La procura cremonese decide comunque di aprire una inchiesta contro la società, poiché non avrebbe adottato idonei interventi per bloccare lo sversamento al suolo di sostanze inquinanti. Nel 2007 inizia il processo per disastro ambientale colposo, avvelenamento di acque, omessa bonifica, gestione illegale di rifiuti. Procedimento nel quale Legambiente si è costituita parte civile. Nel corso del giudizio abbreviato sarebbe stato accertato che lo sversamento di idrocarburi sarebbe continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria.

A luglio 2014 sono arrivate le condanne di primo grado per disastro colposo e omessa bonifica nei confronti di quattro dei cinque dirigenti Tamoil. Per la prima imputazione, se si arriva in Cassazione è scontato l’esito della prescrizione. Per la bonifica, invece, i tempi di prescrizione scattano già a ridosso dell’appello. Nel 2017, l’inquinamento è stato accertato ma, a distanza di cinque anni dalla chiusura di Tamoil a Cremona, divenuta un deposito, la bonifica dei terreni non è stata fatta. La dismissione dell’impianto, che doveva essere conclusa entro il 31 dicembre del 2017, non è neppure stata avviata. Per fortuna, il 15 febbraio 2018, la Corte di Cassazione ha ritenuto non fondata la questione di legittimità della norma sul raddoppio del periodo di prescrizione che avrebbe estinto, di fatto, il reato di disastro colposo per il quale il manager Enrico Gilberti era stato condannato in appello, scongiurando la prescrizione del reato.

• Disastro fiume Lambro. Il processo contro la Lombarda Petroli a Villasanta, nella provincia di Monza Brianza, riguarda lo sversamento direttamente nel fiume Lambro di più di duemila e cinquecento metri cubi di petrolio e gasolio nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010. Il giorno dopo la Procura di Monza ha aperto un fascicolo contro ignoti, per l’ipotesi di reato di “disastro ambientale” e “inquinamento delle acque”.

Le indagini hanno seguito anche la pista degli appalti, dato che sui terreni dell’ex raffineria dovrebbe sorgere un nuovo complesso urbanistico della società Addamiano Engineering, di Nova Milanese, detto “Ecocity”. Il 14 aprile 2010 l’inviato di Striscia la notizia Max Laudadio rivela che la redazione di Striscia ha ricevuto una lettera anonima in cui viene spiegato il motivo del disastro del Lambro. Secondo l’autore della lettera, la raffineria di Villasanta non era in disuso, ma era un deposito clandestino dove alcune persone scaricavano nelle cisterne petrolio “rubato”. Sempre secondo l’autore, il responsabile del disastro era stata una persona “estromessa” del circuito.

Max Laudadio, nel successivo servizio datato 19 aprile, ha raccolto alcune testimonianze di persone che affermano che alla “Lombarda Petroli” di notte c’era un via vai di autocisterne, misteriosamente scomparse dopo il disastro. Per questo servizio, Striscia la Notizia è stata querelata dalla “Lombarda Petroli”. Nel giugno del 2013 l’accusa ha chiesto la condanna a cinque anni di carcere per disastro ecologico doloso e falso in atto pubblico nei confronti dei due titolari della ex raffineria e tre anni di reclusione per il direttore dello stabilimento della Lombarda Petroli.

Il 22 ottobre 2014 è arrivata la condanna in primo grado per il solo custode in concorso con ignoti per disastro ambientale colposo. In appello viene condannato anche il titolare della Lombarda Petroli. A luglio del 2017, le pene sono confermate in Cassazione. Per il titolare titolare della Lombarda Giuseppe Tagliabue la pena di un anno e otto mesi per disastro colposo e altri nove mesi per reati fiscali e per il custode degli impianti, Giorgio Crespi un anno e sei mesi e pena sospesa.

• Inchiesta Dirty energy della Riso Scotti. Nell’ottobre del 2010 la procura chiude l’inchiesta sulla presunta gestione illegale dell’impianto a biomassa gestito dalla Riso Scotti Energia. Qui sarebbero stati usati illegalmente rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in diverse regioni. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi, si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato. Per il filone che riguarda il traffico di rifiuti, dopo il passaggio delle competenze alla Dda di Milano i tempi del processo si sono ulteriormente rallentati, anche a causa di difetti di notifica. A giugno del 2011 scattavano le manette per Dario Scotti, il suo commercialista e per altri due funzionari del Gestore delle’energia nazionale.

Però, nel 2014, quattro anni dopo, era ancora in corso il dibattimento in primo grado, quindi era forte il rischio prescrizione. Sono state in tutto dodici le persone indagate, sette, incluso il presidente dell’azienda Giorgio Radice, quelle finite agli arresti domiciliari, sessanta le perquisizioni effettuate e quarantasei i mezzi sequestrati. L’indagine, coordinata dalla Procura di Pavia aveva preso il via nel 2007 da una segnalazione della Procura di Grosseto. Quello che è stato appurato è che nessuno dei carichi che arrivavano da impianti di trattamento dei rifiuti di Puglia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana (circa quarantamila tonnellate) è mai stato respinto anche se non conforme alle norme. Anzi, l’accusa era che i certificati di analisi fossero stati falsificati grazie a laboratori compiacenti, e che alla Riso Scotti Energy alla lolla (cioè la parte del riso che racchiude i chicchi) venivano mischiati anche questi rifiuti e le scorie di combustione.

• Bonifica Santa Giulia. Nell’ottobre del 2009 la guardia di finanza esegue cinque ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia (area ex Montedison e Redaelli), nella periferia est di Milano. Nel maggio del 2013 vengono rinviati a giudizio l’immobiliarista Luigi Zunino, l’ex dirigente dell’Ufficio bonifiche del Comune di Milano, l’allora responsabile dell’Ufficio milanese dell’Arpa e altre sette persone. La contestazione più grave, però, quella di aver avvelenato le falde acquifere decade per decisione del gup di Milano. I dieci imputati, infatti, sono rinviati a giudizio per tre capi di imputazione: l’attività di gestione rifiuti non autorizzata con particolare riferimento a raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti, la creazione di una discarica non autorizzata, l’attività non consentita di miscelazione di rifiuti.

Tutti reati ambientali contravvenzionali, che sarebbero stati commessi in un periodo che va dal 2004 al 2010. Nel 2015, la relazione dei “saggi” dell’Ispra e dell’Istituto di Sanità inchioda la società Milano Santa Giulia spa alle sue responsabilità. L’area Nord-ex Montedison è pesantemente inquinata. E il “piano scavi” del 2004 – attraverso il quale alcuni terreni dovevano essere “conferiti in idoneo impianto fuori dal sito” – fu attuato in modo “non conforme”. Chi vorrà costruire in questi ettari di terra alla periferia Sud-Est della metropoli dovrà bonificare. Gli 80 milioni di euro già accantonati dovranno probabilmente essere spesi fino all’ultimo centesimo e chissà se basteranno. In ogni caso, solo nel 2018 si inizia a parlare di tornare a costruire e bonificare l’area.

Veneto

• Porto Marghera. Nel 1996 il sostituto procuratore Felice Casson, a seguito dell’esposto presentato da Gabriele Bortolozzi, avvia delle indagini che lo portano a chiedere il rinvio a giudizio di ventotto dirigenti ed ex-dirigenti della Montedison e della Enichem. L’accusa è di strage, omicidio e lesioni colpose multiple (per la morte da tumore di centocinquantasette operai addetti alla lavorazione del Cvm e Pvc e per centotré casi di malattie analoghe contratte da altrettanti dipendenti) e di disastro colposo per inquinamento ambientale. Secondo Casson i dirigenti pur consapevoli dei rischi sanitari ai quali andavano incontro i propri lavoratori non adottarono nessuna delle cautele necessarie. Nonostante ciò, nel 2001 arriva l’assoluzione per tutti i ventotto imputati: per le morti e le malattie verificatesi prima del 1973, in quanto il fatto non costituisce reato, per quelle successive al 1973, per non aver commesso il fatto.

Nel maggio 2004, inizia il processo di appello e il 15 dicembre 2004 viene emessa la sentenza di secondo grado, che condanna cinque ex dirigenti Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico nel 1999. I cinque condannati usufruiscono, invece, della prescrizione per sette omicidi colposi precedenti, sempre causati da angiosarcoma, dodici casi di lesioni colpose per altre neoplasie, epatopatie e sindromi di Raynaud, scarichi inquinanti nella laguna, omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980. Gli stessi ex dirigenti sono assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall’accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973. In ogni caso, ai condannati è riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Nel 2006, la Cassazione conferma la sentenza di appello.

• Inchiesta Mercante di rifiuti. A giugno del 2004 i forestali intercettano un traffico illecito di rifiuti pericolosi, provenienti da centinaia di ditte di varie regioni, mescolati a cemento per formare un conglomerato cementizio da utilizzare per la realizzazione di sottofondi stradali in opere pubbliche. È finito, ad esempio, nei cantieri per la costruzione del cavalcavia di via Camerini a Padova, a Pernumia, a Mira a Battaglia Terme, a Due Carrare e a Monselice. I risultati di laboratorio avrebbero poi dato ragione agli inquirenti: in quel conglomerato c’erano più monnezza che cemento. Sette le persone arrestate e ventotto quelle denunciate. Se le condanne con rito abbreviato per chi ha patteggiato sono nel frattempo diventate definitive, per il rito ordinario è intanto intervenuta la prescrizione, anche per il reato di associazione a delinquere.

Liguria

• Caso Pitelli. L’inchiesta sulla gestione della discarica di Pitelli, sulla collina di La Spezia, inizia nel 1996 a cura del procuratore di Asti Luciano Tarditi e si conclude con una trentina di arresti. Nel 2003 inizia il processo per disastro ambientale con undici rinvii a giudizio. Nel 2011, a quindici anni dal primo sequestro, dopo che la prescrizione aveva falcidiato la gran parte dei reati ambientali contestati il collegio giudicante del tribunale di La Spezia dichiara l’assoluzione degli undici imputati.

Toscana

• Discarica del Vallone a Campo nell’Elba. L’8 febbraio 2012, il tribunale di Livorno ha assolto tredici persone in un processo per presunte irregolarità legate all’affidamento e alla gestione della discarica del Vallone, a Campo nell’Elba. Nel caso di un ulteriore imputato è stato invece dichiarato il non doversi procedere per prescrizione. Secondo le accuse, ci sarebbe stato uno scambio di doni per avere in cambio l’affidamento dell’appalto per la raccolta di rifiuti di ferro e legno. A giudizio erano finiti anche consiglieri e assessori, accusati di falso e abuso d’ufficio. Nel dispositivo della sentenza il collegio giudicante aveva riqualificato il reato ascritto a carico dell’imprenditore da concussione a corruzione, ma ha dichiarato non doversi procedere per via della prescrizione.

Lazio

• Termovalorizzatore di Colleferro. Nel mese di marzo del 2009 i carabinieri sequestrano il termovalorizzatore eseguendo tredici ordini di custodia cautelare. Gli inquirenti sono convinti che nell’impianto ci finisse, anziché Cdr come previsto dalla legge, ogni tipo di rifiuto. Tra i reati contestati, associazione per delinquere, attività organizzata per traffico illecito di rifiuti, falsità ideologica e truffa. Il percorso giudiziario si è rivelato tortuoso sin dall’inizio, anche a causa di una infinita serie di rinvii tecnici, e si aspetta ancora la sentenza di primo grado. Di questo passo la prescrizione è scontata.

• Valle del Sacco. Sin dagli anni Cinquanta, la zona della Valle del Sacco ha avuto uno sviluppo industriale forsennato, con scarichi nel fiume Sacco di tonnellate di rifiuti industriali e reflui civili. L’11 marzo 2005 l’Asl di Colleferro sequestra partite di latte prodotto da un’azienda di Gavignano, perché conterrebbe il beta esaclorocicloesano che è un prodotto di sintesi del Lindano, un fitofarmaco bandito nel 2001 perché cancerogeno. Nel marzo 2009 i carabinieri notificano cinque informazioni di garanzia a persone che a vario titolo avrebbero responsabilità nella vicenda. L’accusa è quella di disastro ambientale e omessa comunicazione dell’inquinamento. Il dibattimento si è aperto a novembre di quest’anno e la prossima udienza è prevista a gennaio. Elevato, ad oggi, il rischio di prescrizione.

• Operazione “agricoltura biologica”. Il 5 luglio 2004 la procura di Rieti arresta sette persone e ne denuncia 25 per un traffico e smaltimento di rifiuti speciali, provenienti prevalentemente da Toscana, Campania e Lazio. Fulcro del traffico era, secondo gli investigatori, l’impianto della Masan srl di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Nel processo di primo grado il giudice monocratico del tribunale di Poggio Mirteto ha inflitto tredici condanne. Ma nell’ottobre 2012 la terza sezione della Corte di Appello di Roma le ha dichiarate prescritte.

Campania

• Cassiopea. Avviata nel 1999 dai carabinieri, può essere considerata “la madre” di tutte le inchieste nel settore del traffico illecito dei rifiuti speciali: per estensione delle aree e numero dei soggetti coinvolti, specializzazione delle strategie organizzative dei traffici, durata delle indagini. L’indagine ha portato a galla un traffico di rifiuti speciali che dal Centro-nord (Toscana, Piemonte, Veneto) venivano trasportati e illecitamente smaltiti in alcune regioni del Sud (Campania, Calabria) e in Sardegna.

Con il coinvolgimento di almeno quarantuno aziende tra centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto. Circa il novanta per cento dei rifiuti sarebbe stato smaltito illegalmente e abbandonato in cave, aree agricole o industriali, laghetti nei Comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Carinaro, Santa Maria La Fossa, Castel Volturno, Villa Literno. La fase istruttoria dell’inchiesta si è conclusa con la richiesta da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere di novantasette rinvii a giudizio per imprenditori, faccendieri e mediatori.

Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale e all’avvelenamento delle acque, realizzazione e gestione di discariche abusive. Nel 2003 è stata avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, tra difetti di notifica e rimpallo di competenze (con annessi ricorsi) tra la procura ordinaria e quella antimafia. Nel mese di settembre 2011 il Gup ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati ambientali contestati.

Puglia

• Petrolchimico di Brindisi. Contestualmente all’avvio dell’inchiesta per i danni ambientali e sanitari prodotti dal petrolchimico di Porto Marghera, partiva anche l’inchiesta nei confronti di quello di Brindisi. Dal 1996 al 2008 i periti della procura si muovono tra studi di coorte, consulenze epidemiologiche, accertamenti medico-legali. Tre gli anni di camera di consiglio, per un numero imprecisato di udienze. Sessantotto i dirigenti di industria Enichem e vertici dello stabilimento di Brindisi indagati per strage, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, lesioni gravi e danni ambientali. Mai saliti sul banco degli imputati.

A differenza di quanto chiesto dalla pubblica accusa di Venezia, qui il pm chiede l’archiviazione per una difficoltà a risalire a responsabilità penali oggettive, sulla base di diatribe e contraddizioni scientifiche e un quadro probatorio troppo vasto e complesso. Seppure il danno cagionato dal petrolchimico brindisino è sotto gli occhi di tutti manca una fattispecie delittuosa chiara per una accusa sostenibile nel processo. Per questo tutto finisce archiviato. Almeno fino a luglio del 2014, quando la Procura di Brindisi apre un altro fascicolo a seguito della presentazione di alcuni esposti di associazioni ambientaliste. Sotto i riflettori, ancora una volta, il petrolchimico del gruppo Eni e i veleni sepolti nella discarica di Micorosa, realizzata oltre trent’anni fa.

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Calabria

• Vibo Valentia, discarica San Calogero, processo Poison. Il 20 luglio del 2011 scatta l’operazione che porta a un arresto e alla denuncia di 14 persone. A vario titolo accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico e all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, disastro ambientale con conseguente pericolo per l’incolumità pubblica, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, gestione non autorizzata dei rifiuti, evasione fiscale. Al centro dell’attenzione degli inquirenti lo smaltimento di oltre centotrentacinquemila tonnellate di rifiuti pericolosi composti da fanghi di derivazione industriale che sarebbero stati scaricati illegalmente accanto a coltivazioni di agrumi. Il processo ha visto la prima udienza fissata a ottobre 2014. La prescrizione è inevitabile.

• Inchiesta Artemide. A seguito dell’interramento di circa trentamila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Pertusola di Crotone in alcuni siti della Sibaritide, nel 1999 è iniziato il processo presso il Tribunale di Castrovillari nei confronti di 11 persone. Conclusosi nel marzo del 2008 senza colpevoli. Il Tribunale ha infatti assolto i tre principali imputati “perché il fatto non sussiste”, dichiarando il “non doversi procedere” nei confronti di altri otto indagati “per il reato di cui all’articolo 434, comma I del codice penale (disastro ambientale)” perché estinto per intervenuta prescrizione.

• Crotone Pertusola sud. Il 25 settembre 2008 la procura della Repubblica di Crotone ha aperto un’inchiesta denominata Black Mountains, che ha portato al sequestro preventivo di 18 aree ubicate nei comuni di Crotone, Cutro e Isola Capo Rizzuto. Qui dal 1999 ad oggi sarebbero state realizzate vaste discariche non autorizzate di rifiuti pericolosi (circa trecentocinquantamila tonnellate) provenienti dalla lavorazione delle ferriti di zinco presso lo stabilimento dell’ex Pertusola Sud. Rifiuti che sarebbero stati utilizzati come materiale edile per la costruzione di scuole, palazzine popolari, centri commerciali, strade, le banchine del porto e la questura.

Per tali ragioni la Procura ha chiesto il processo per quarantacinque soggetti per disastro ambientale e l’avvelenamento delle acque. Nell’ottobre del 2012 il gup ha prosciolto tutti gli indagati, perché “il fatto non sussiste” per quanto concerne le ipotesi di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, mentre per lo smaltimento illecito di rifiuti in discarica abusiva il reato si è estinto per intervenuta prescrizione. Contro la decisione del gup si è appellata la Procura. Nel giugno del 2013 la Cassazione ha dato ragione al gup, confermando il proscioglimento per i quarantacinque imputati. Respinto anche il ricorso della Procura che chiedeva di rinnovare la perizia sulle scorie.

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Sicilia

• Inchiesta Mar Rosso. Il 10 settembre del 2001 il mare di Priolo diventò rosso a causa delle tonnellate di mercurio che ci finirono dentro. I finanzieri si accorsero subito che parte dei reflui prodotti dalle aziende del polo petrolchimico finivano direttamente nel bacino antistante. Le analisi provarono la contaminazione delle acque con una presenza di mercurio ventimila volte superiore al limite di legge. La procura di Siracusa mise sotto indagine trenta soggetti, arrestandone diciotto, tra cui diciassette dirigenti del petrolchimico e il responsabile della Provincia di Siracusa.

Durante il processo, la stima fatta dai consulenti della procura sulla quantità di mercurio smaltito in mare dal 1959 al 1980 era oltre 500 tonnellate. Una quantità talmente elevata che, secondo i tecnici, renderebbe addirittura irrilevante la quantità di mercurio scaricata nell’ultimo decennio, tanto che non è possibile contestare il reato di avvelenamento delle acque. E, per spiegare meglio il ragionamento, il pubblico ministero usa una metafora macabra: “Le condotte ascrivibili ai dipendenti Enichem nel decennio 1990-2000 sono paragonabili, sul piano della rilevanza penale, alla condotta di un soggetto che spara dolosamente su un uomo morto”.

Il vero omicidio, ovvero l’inizio dell’inquinamento, risale agli anni Sessanta-Ottanta e per questi anni non ci sono più responsabili, in quanto tutti i reati sono prescritti. Il pubblico ministero chiede quindi di archiviare l’inchiesta. Lo stesso vale per l’accusa di lesioni colpose ai danni delle famiglie residenti nella provincia di Siracusa.

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Hikikomori: il malessere interiore che arriva dal Giappone

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

引きこもり o 引き籠もり per voi può non significare nulla e ben lo comprendo. Lo ammetto anche a me hanno dovuto tradurlo. Ma perché sono arrivato a farmi tradurre questa parola? Avevo mangiato pesante a cena? No. Si pronuncia hikikomori ed è il nome di una rovinosa tendenza sociale che porta a “murarsi vivi” in casa e miete adepti e vittime. Nasce in Giappone e si estende a tutto il mondo. Hikikomori significa “isolarsi”, “restare in disparte”.

Così, in giapponese viene indicato chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Scelte causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, oltre che dalla grande pressione che la società giapponese e più in generale capitalistica esercita sin dall’adolescenza verso autorealizzazione e successo personale.

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

Ecco perché non sono eremiti. Non vanno via, lontano. Si murano vivi in casa. Il termine hikikomori trova ufficialità anche nelle linee guida del governo che cerca di arginare e contrastare il crescente fenomeno di chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione e si isolano per lunghi periodi, andando in contro a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie persecutorie.

Lo stile di vita di questi ragazzi è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia invertito, con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga (la figura dello hikikomori è spesso utilizzata negli anime e nei manga, e per certi versi può essere vista come uno stereotipo dei cartoni animati giapponesi) e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet.

Come ci si ammala e come si diventa un hikikomori

La persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della chat e dei videogiochi online può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo. Però, va precisato che solo il dieci per cento degli hikikomori va in internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.

La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi, come la perdita delle competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno. Gli hikikomori lasciano di rado la loro stanza. Lì dentro si lavano anche, chiedono che il cibo venga lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria camera. Alcuni reclusi meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in appositi luoghi in cui trovare colazioni da asporto e pasti precotti e preconfezionati.

Il ritiro dalla società è gradualmente. I ragazzi non riescono a immaginarsi adulti o hanno l’impressione di crescere. Sono infelici, perdono le amicizie, la sicurezza e la fiducia in loro stessi, con un aumento dell’aggressività e della violenza verso i genitori, che supera il cinquanta per cento dei casi. Sovente, non è possibile attribuire l’insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani perdono l’energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d’età.

Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola. La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso e si ritiene che sono coinvolti circa un milione di giapponesi, corrispondente a circa l’uno per cento della popolazione. In genere, gli hikikomori sono maschi primogeniti di ceto sociale medio-alto e di età compresa tra diciannove e trent’anni.

Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Hikikomori è diffuso, in percentuale minore, anche nel mondo occidentale e nel resto dell’Asia. Ad esempio, a Parigi, tra il 2011 e il 2012, sono stati individuati trenta casi di persone di età compresa tra i sedici i trent’anni, tra i quali risultano particolarmente colpiti i soggetti che hanno scarsa vita sociale o coloro che non hanno completato o hanno avuto difficoltà a completare gli studi.

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Una malattia psicologica che dal Giappone arriva in Europa

Per questo motivo, a partire 2010, ricercatori francesi collaborano insieme a esperti giapponesi per individuare le cause del fenomeno e chiarire se esso sia prerogativa solamente del Giappone o se sia presente anche in società culturalmente differenti. In Italia si stima che un individuo ogni duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico.

Altre stime parlano invece di un individuo su duecento. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa tre milioni di italiani tra i quindici e i quarant’anni soffriva di questa patologia. Bisogna fare attenzione a non confondere questo fenomeno con la cultura nerd e geek, o con una semplice dipendenza da internet.

“Si tratta di un brutto male che affligge tutte le economie sviluppate – chiarisce Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, associazione nazionale di informazione e supporto –. Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila. C’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di escludersi”. Un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un esercito che è destinato ad aumentare con l’aumentare della povertà e il diminuire delle opportunità lavorative e, di conseguenza, sociali. Anche il bullismo può indurre all’hikikomori.

In America Latina si tratta di un fenomeno nuovo, con più di cinquanta casi accertati in Argentina, dove è stato individuato il caso di un uomo che per vent’anni si era rifiutato di abbandonare la propria abitazione, nella città di Viedma. In Asia il fenomeno è diffuso soprattutto in Bangladesh, India, Iran, Taiwan, Thailandia, Cina e Corea del Sud. Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali ammontava a oltre diciottomila, il triplo rispetto a una precedente stima del 2005. Durante la stessa indagine sono stati presi in carico e studiati più di centonovanta soggetti, dei quali alcuni in isolamento totale da almeno sei anni. In Corea si parla di oltre trecentomila persone.

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Lo hikikomori potrebbe essere una resistenza alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale presente nei ragazzi giapponesi già nella scuola media, dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. Il sistema educativo giapponese, influenzato dai valori tradizionali confuciani, riveste perciò un ruolo importante nella produttività del Paese e nelle possibilità di affermazione nel mondo del lavoro dei giovani.

Il percorso di vita degli adolescenti giapponesi deve essere preciso e lineare e non esistono altri modi per soddisfare le aspettative pre-imposte dalla società e, soprattutto, non soddisfarle significa fallire totalmente. L’eccessiva pressione competitiva nel sistema scolastico per ambire ai migliori posti di lavoro, rimasta immutata all’interno di una società che, però, dopo la crisi degli anni novanta, ha perso la maggior parte della sua forza economica, viene ritenuto uno sforzo inutile da molti adolescenti giapponesi. Però, in una società che continua ad avere da decenni sempre la stessa massima: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. Questa mentalità, porta i genitori a chiedere aiuto in ritardo. A volte, un po’ troppo tardi.

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”Pronto? Scusa, ma sto facenn a Tac al Cardarelli”

Davanti alla vicenda, non si sa se ridere o piangere. Non si potrebbe fare, ma siamo in Italia. Sì, non a Napoli. In Italia. Perché Napoli non è diversa da Torino o da Milano. I medici del Cardarelli di Napoli, nosocomio partenopeo tra i più importanti d’Italia, riprendono la signora facendole notare che il regolamento vieta espressamente ai pazienti di portare lo smartphone e altri oggetti metallici con sé quando effettuano degli esami, e l’immagine scattata dai tecnici parla chiaro.

Arriva in pronto soccorso con un forte mal di testa, viene mandata a fare una Tac d’urgenza, nonostante il regolamento lo vieti espressamente introduce il telefono nell’apparecchiatura e risponde anche ad una telefonata: “Pronto? Sto facendo la Tac al Cardarelli”. Una bufala? Per nulla. Una storia al limite del paradosso e del tragicomico. Ignoranza? Dipendenza?

Specchio del tempo. Succede all’Ospedale Cardarelli di Napoli, dove i medici mandano la signora di cui non vengono rese note le generalità (altrimenti bisognerebbe assegnarle un oscar!) in neuroradiologia per effettuare la Tac d’urgenza. I tecnici addetti la sistemano davanti all’apparecchiatura per l’esame e, proprio mentre stanno per scattare la foto, vedono la sagoma del teschio della donna con un cellulare all’orecchio. La foto viene scattata e l’immagine mostra chiaramente la scena. Paradossale? No, pazzesca.

Davanti alla vicenda, non si sa se ridere o piangere. Non si potrebbe fare, ma siamo in Italia. Sì, non a Napoli. In Italia. Perché Napoli non è diversa da Torino o da Milano. I medici del Cardarelli di Napoli, nosocomio partenopeo tra i più importanti d’Italia, riprendono la signora facendole notare che il regolamento vieta espressamente ai pazienti di portare lo smartphone e altri oggetti metallici con sé quando effettuano degli esami, e l’immagine scattata dai tecnici parla chiaro.

Non era mai successo prima d’ora. Infatti, la foto finisce in internet e diventa virale. L’esame, senza smartphone, poi, è stato effettuato regolarmente e per fortuna non sono state riscontrate patologie. Ma quello che è successo, per dirla con le parole del primario, il professor Mario Muto, “è paradossale. Eppure è accaduto davvero. La signora stava parlando al telefono durante la Tac”.

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La donna, poi, si è scusata: “L’avevo portato con me per sbaglio”. La realtà è evidente e sotto gli occhi di tutti. Direi che è innegabile: allo smartphone non si rinuncia mai, neanche se ci si sottopone ad una Tac. Secondo me è questo quello a cui deve aver pensato la signora che oggi, in preda a fortissimi dolori da emicrania, si è sottoposta con urgenza alla Tac neuroradiologica nell’ospedale di Napoli ed è riuscita a non dimenticare di portare con sé il telefonino, l’unico oggetto che nessuno di noi vuol vedere quando ha il mal di testa.

La donna, eludendo le norme che impongono di non tenere oggetti metallici durante l’esame, non ha rinunciato a usare lo smartphone. Dimenticanza o dipendenza da cellulare? Ormai è sempre più difficile fare a meno dello smartphone. Lo utilizziamo in ogni fase della nostra vita. Quando c’è da attendere per il passaggio dell’autobus, prima di andare a dormire ed è la prima cosa che guardiamo la mattina.

Ecco tutti i peggiori serial killer nel mondo fino al 1800

Una prima puntata, questa, che abbraccia un arco temporale che va dall’anno 150 avanti Cristo alla fine del 1800 dopo Cristo (in alcuni casi si spinge fino agli inizi del 1900). Tante donne, spesso in gruppo: annoiate dalla routine, incattivite dalla vita, impazienti di ereditare importanti fortune. Tantissimi uomini, maniaci, pervertiti, pedofili, condottieri, sacerdoti, barbieri e sconosciuti… Curiosando un po’ qua e un po’ la, scopri che le prime serial killer della storia erano donne, delle avvelenatrici vissute nel 331 avanti Cristo.

Serial killer, o assassini seriali che dir si voglia, chi sono i peggiori nell’antichità? La domanda guida è una, secca: quanti ce ne sono stati e chi erano i più importanti criminali seriali della storia mondiale? Ne ho rintraccianti tanti, troppi, al punto che, dopo averli filtrati, ho dovuto dividerli in due diverse puntate.

Una prima puntata, questa, che abbraccia un arco temporale che va dall’anno 150 avanti Cristo alla fine del 1800 dopo Cristo (in alcuni casi si spinge fino agli inizi del 1900). Tante donne, spesso in gruppo: annoiate dalla routine, incattivite dalla vita, impazienti di ereditare importanti fortune. Tantissimi uomini, maniaci, pervertiti, pedofili, condottieri, sacerdoti, barbieri e sconosciuti… Curiosando un po’ qua e un po’ la, scopri che le prime serial killer della storia erano donne, delle avvelenatrici vissute nel 331 avanti Cristo.

Dopo di loro arriva la cattiveria e l’ingratitudine di Liu Pengli, figlio di un principe cinese e cugino di un imperatore, fino allo spietato cinismo di Jane Toppan, l’infermiera che uccideva i pazienti usandoli come cavie. Senza dimenticare, ovviamente, i più famosi Peter Stubbe, Jack lo Squartatore, Sweeney Todd, Brendan Burke e William Hare, Gesche Gottfried, John e Lavinia Fisher, Amelia Elisabeth Dyer, Robert Clay Allison, Henry Howard Holmes, Anna-Rozalia Liszty, Il Sarto di Chalons, Callisto Grandi, Vincenzo Verzeni o Vampiro della Bergamasca e tanti tanti altri.

Liu Pengli

Risulta il secondo serial killer della storia – ci cono testimonianze che lo collocano a livello temporale tra gli anni 184 e 105 avanti Cristo – appartenente alla dinastia reale cinese degli Han, che contò addirittura alcuni imperatori. Era il terzo figlio del principe Xiao di Liang, nipote dell’imperatore Wen Han e e cugino dell’imperatore Jing Han.

Prima di lui vennero solo un gruppo di donne avvelenatrici esistite nel 331 avanti Cristo, di cui però si hanno pochissime informazioni. Il suo caso è stato raccontato dallo storico Sima Quian. Liu Pengli divenne re della città di Jidong durante il regno dei Jing. Era il 144 avanti Cristo. Gli altri suoi quattro fratelli presero le altre parti del regno.

Ventinove anni dopo l’instaurazione del suo governo, insieme ad un modesto esercito di giovani schiavi ha organizzato una moltitudine di saccheggi ai danni delle famiglie del suo regno e sequestrato loro tutto ciò che possedevano per puro divertimento. Derubò e uccise più di cento suoi sudditi prima di essere denunciato all’imperatore. Inizialmente fu condannato a morte, ma in seguito l’imperatore revocò la condanna. Dopo averlo reso povero, lo esiliò. Le informazioni si perdono a partire da quel momento.

Hasan ibn Sabbah

Era il leader della Setta degli Assassini, fanatici che compivano omicidi a sfondo politico-religioso. Era una setta sciita ismailita. Il gruppo di assassini si formò nel 1090 in Iran. A diciassette anni incontrò per la prima volta un missionario ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la verità suprema, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a trantacinque anni, verso il 1071.

La setta si formò intorno al 109o in Iran, dopo che era stato qualche anno ad al Cairo, in Egitto. Per problemi politici dovette tornare in Persia nel 1080. Lì passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso. Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malikshāh, Niẓām al-Mulk. Nel 1090, a più di 50 anni, fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamut, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio.

Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici. La prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe. Estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria. Nel 1125 Sabbah morì, ma la setta rimase attiva. Si diffuse in Siria ed entrò a contatto con i crociati, nel periodo della Terza Crociata. In questo momento, la loro figura e il termine “assassino” si diffondono in Europa. Le loro informazioni si perdono nel 1300 circa.

Gilles de Rais

Era un nobile condottiero francese che, nel 1400, rapiva, stuprava, uccideva e necrofilizzava bambini per stupide superstizioni religiose. Dopo una carriera militare di tutto rispetto, che lo portò addirittura fino al titolo di maresciallo di Francia, venne accusato di praticare l’alchimia e la stregoneria, oltre che di aver torturato, stuprato ed ucciso bambini e adolescenti. Di bambini e adoloscenti ne uccise oltre un centinaio, centoquaranta per la precisione, a Tiffauges.

Gilles, per via dei beni ereditati e delle ricchezze della moglie, era uno degli uomini più ricchi del suo tempo, ma per una serie di vicissitudini, ad un certo punto della sua vita, si era ritrovato senza nulla. Aveva perso anche il castello in cui abitava. Senza soldi e senza beni. Per cercare di ritrovare la perduta fortuna, Gilles cominciò a interessarsi all’occultismo, motivo per cui affidò al suo cappellano, Eustache Blanchet, il compito di procacciargli alchimisti ed evocatori di demoni. Fu proprio Blanchet a recarsi in Toscana e ad incontrare a Firenze Francesco Prelati, un giovane monaco spretato aretino dedito all’occultismo, che assoldò e portò con sé in Francia nel 1439.

Prelati, impegnato nel tentativo di ottenere la pietra filosofale, convinse de Rais di avere al proprio servizio un demone personale, di nome “Barron“. Non essendo ovviamente in grado di soddisfare i desideri del suo mecenate, che ogni giorno era più bisognoso di denaro, Prelati richiese a nome del demone il sacrificio di un cadavere di bambino. Da lì, prese il via una vera strage. Arrestato, confessò in modo dettagliato i crimini e fu condannato a morte tramite impiccagione insieme ai suoi complici. E’ in assoluto l’assassino francese più prolifico finora conosciuto della storia.

Zu Shenatir

Era un ricco e potente mercante di Aden, quello che è l’attuale Yemen. E’ vissuto nel 1400, ma su di lui le informazioni sono pochissime. Non si conosce neppure il numero preciso delle sue vittime. Shenatir attirava bambini in casa sua con le promesse di cibo, ma li violentava e li uccideva. Spesso, dopo aver sodomizzato le sue vittime, le gettava fuori da una finestra dei piani superiori della sua grande casa. Fu accoltellato all’ano da una delle sue potenziali vittime, pare si trattasse di un giovane di nome Zerash.

Margaret Davy

Si tratta di una serva, una cuoca inglese, che tra il 1530 circa e il 1542, quindi in un arco temporale di dodici anni, avvelenò una serie di sguatteri e le rispettive famiglie. Anche sul caso Davy ci sono poche informazioni. Gli omicidi venivano commessi apparentemente senza motivo. Dopo essere stata arrestata e trovata colpevole dei delitti, fu bollita viva il il 28 marzo 1542. La legge che autorizzava la bollitura a morte fu abolita nel 1547, dopo la morte di Enrico VIII.

PROMEMORIA > La storia di Margaret Davy la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Peter Stubbe

Era un assassino licantropo tedesco che soffriva di seri problemi mentali: si credeva un lupo mannaro. Assaliva donne e bambini. Dopo averli uccisi a coltellate o a morsi, se li mangiava. Due donne erano incinta. Uccise anche un suo figlio, mangiando il cervello. Uccideva le sue vittime tagliando o mordendo loro la gola, dopodiché ne portava il cadavere in un posto isolata per poterne bere il sangue e, con l’ausilio di un coltello, estrarre le viscere. In particolare, ammazzò uno dei suoi figli spaccandogli la testa con un’ascia, per poterne estrarre il cervello.

Di notte si aggirava nelle stalle sventrando e mangiando sul posto alcuni capi di bestiame. Fu arrestato nell’ottobre 1559 a seguito di un tentato omicidio, quando un passante lo vide e lo interruppe urlando. Era conosciuto come una persona normale. Fu torturato e giustiziato insieme alla sua famiglia. Nella sua deposizione, ottenuta mediante la tortura, raccontò di aver ricevuto dal diavolo una cintura magica, con la quale poteva trasformarsi in lupo ogni volta che la indossava.

Condannato a morte dal Tribunale di Bedburg il 28 ottobre 1589, la sentenza fu eseguita il 31 ottobre: venne sottoposto al supplizio della ruota, poi gli furono asportate varie parti del corpo con una tenaglia incandescente, con un’ascia gli furono amputati mani e piedi e infine fu decapitato. La testa venne infilzata su un palo come monito, mentre i suoi resti vennero bruciati sul rogo. Anche la compagna di Stubbe, Katherine Tropin, e la figlia Beel furono riconosciute complici del killer, venendo così condannate al rogo e bruciate lo stesso giorno dell’esecuzione di Stubbe.

Il Sarto di Chalons

Questo è un altro caso di licantropia. Si sa solo che si trattava di un assassino francese giustiziato nel 1598 per avere ucciso e cannibalizzato alcuni bambini che attirava nel suo negozio o che rapiva direttamente nel bosco. Fu arrestato a seguito di una perquisizione effettuata nel suo appartamento. Gli agenti rinvennero in una cassa delle ossa e dei brandelli di carne umana. Fu condannato all’impiccagione.

Jacques Roulet

Vagabondo e assassino francese, ad Angers uccise e cannibalizzò alcuni ragazzi. Arrestato anche lui nel 1598, come il sarto di Chalons, confessò molti omicidi, ma fu processato per uno solo. Fu condannato a morte, pena poi commutata in due anni di reclusione in un manicomio. Sarebbe dovuto essere istruito alla religione, ma da questo momento le informazioni su di lui si perdono.

Erzsébet Bathory

Nata nella seconda metà del 1500 in una famiglia nobile in Ungheria, la Contessa Dracula, o Contessa Sanguinaria, rapì, torturò con vari metodi e uccise un numero alto di giovani contadine e si fece il bagno nel loro sangue. Fu una leggendaria serial killer ungherese, considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria. Lei e quattro suoi collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne.

Le vittime oscillerebbero tra le cento accertate e altre trecento di cui era fortemente sospettata all’epoca. Secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero seicentocinquanta, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita. Per passare il tempo, quando il marito era lontano da casa, Erzsébet cominciò a far visite alla contessa Karla, una sua zia, e a partecipare alle orge da lei organizzate.

Conobbe nello stesso periodo Dorothea Szentes, un’esperta di magia nera che incoraggiò le sue tendenze sadiche. Dorothea conosciuta come Dorkò e il suo servo Thorko insegnarono a Erzsébet la stregoneria. La Báthory provava piacere nel torturare e umiliare. La Báthory pensava che il bagno fatto nel sangue delle vergini mantenesse viva la sua bellezza. Solitamente, feriva le vittime con armi da taglio. Oppure, ne bruciava la carne o le mutilava mentre erano ancora vive. Beveva il sangue, dopo averle dilaniate con un paio di cesoie.

In altre occasioni le spogliava e le lasciava morire assiderate in mezzo al freddo o le ricopriva di miele e le faceva sbranare vive dagli insetti. Anche il marito era un uomo tendenzialmente violento. La Báthory aveva appreso nozioni di magia nera. Arrestata dopo centinaia di rapimenti e uccisioni, fu murata viva nel suo castello, dove si lasciò morire nell’agosto 1614. I suoi complici, la balia Ilona Joo e il nano deforme Ficzko, vennero giustiziati. Le vittime accertate si aggirano tra le cento e le trecento.

PROMEMORIA > La storia di Erzsébet Bathory la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Anna-Rozalia Liszty

Si tratta di una nobile ungherese, una contessa per l’esattezza, nata nel 1583. Dal 1610, poco dopo il suo matrimonio combinato, iniziò a manifestare un comportamento violento ed ebbe molti attacchi isterici, oltre che epilettici, seguiti da periodi di depressione. Venne arrestata nel 1637 per l’omicidio di otto o nove cameriere e di una nobile. Le cameriere le bastonò a morte. Riuscì a fuggire e si nascose in Polonia, sotto l’appoggio del re. Le sue informazioni si perdono dal 27 marzo 1638.

PROMEMORIA > La storia di Anna-Rozalia Liszty la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Hieronima Spara

Era una veggente e avvelenatrice romana che compì gli omicidi attorno al 1660 insieme ad un gruppo di dodici donne: diede loro del veleno a base di arsenico per uccidere i loro mariti e continuò a commettere altri delitti. Il bodycount è sconosciuto, ma se si tiene conto che le dodici complici avrebbero avvelenato i rispettivi mariti, i morti accertati sarebbero almeno dodici. Questo a rigor di logica e in assenza di prove che dimostrino altri omicidi. Quando fu arrestata, dopo essere stata sottoposta a tortura, fu impiccata insieme alle altre dodici donne.

PROMEMORIA > La storia di Hieronima Spara la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Catherine Deshayes Monvoisin

Nota come la “voisin” (la megera), era una donna parigina che tra la prima e la seconda metà del 1600 convinse alcune donne sposate ad uccidere i mariti, i padri e i conoscenti. Doveva liberarle di queste persone ritenute scomode e autoritarie, vendeva loro delle pozioni magiche a base di arsenico e altre sostanze velenose. Alle donne afflitte da problemi d’amore prescriveva e organizzava dei riti satanici, dove si svolgevano sacrifici di bambini e riti sessuali. Commise anche degli aborti. Scoperta per caso, fu coinvolta nel processo dei veleni che vide protagonisti importanti personaggi della corte di Luigi XIV. Venne arrestata, trovata colpevole dei delitti e condannata a morte. Fu bruciata viva a 40 anni, nel 1680 in una piazza di Parigi.

PROMEMORIA > La storia di Catherine Deshayes Monvoisin la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Luìsa de Jesus

Spietata e cinica assassina seriale portoghese nata nei pressi di Lisbona nel 1750, nel suo modus operandi decideva di prendere in adozione un bambino abbandonato dai genitori per ricevere una dote di 600 reis e dei vestiti. Per intascarsi i soldi avvelenava il bambino. Ripeté il procedimento trentatre volte, usando sia il suo vero nome sia un nome falso. Arrestata, confessò ventotto omicidii e venne condannata a morte. Fu giustiziata nel 1772, a 22 anni: fu portata per le strade di Lisbona, insultata, strangolata con una garrota e bruciata in pubblico. Luìsa de Jesus è stata l’ultima donna ad essere stata giustiziata in Portogallo.

PROMEMORIA > La storia di Luisa de Jesus la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Lewis Hutchinson

Era un serial killer scozzese, tra i più prolifici. Nato nel 1733, attorno al 1760 è emigrato in Giamaica e si è stabilizzato nella zona di Edinburgh Castle. Attirava le vittime, che in genere erano o pellegrini o ospiti, nel suo castello. Poi le uccideva a fucilate. I resti li smembrava. Se ne liberava gettandoli in uno stagno. Commetteva i delitti per piacere. Vista l’abitudine di assassinare i suoi ospiti e di sparare a tutti coloro che passavano nei pressi del castello, Hutchinson si guadagnò il soprannome di “dottore pazzo”.

Fu arrestato perché sparò John Callendar, un soldato inglese che stava provando ad arrestarlo. La polizia, dopo un controllo in casa sua, trovò un numero enorme di vestiti e circa quarantatré orologi appartenenti alle vittime. Fu processato e condannato a morte per l’omicidio del militare britannico. Venne impiccato il 16 marzo 1773. Le rovine della sua abitazione sono ancora in piedi.

Tipu Sultan

Il suo nome vero era Fateh Ali Tipu, ma era più conosciuto come Tigre del Mysore, Tippu Sultan o Tippoo Sahib. Era il sultano della città indiana di Mysare. Nacque nel 1751 e morì nel 1799. Ali Tipu fu anche un intellettuale, un soldato e un poeta, parlando fluentemente kannada, industani, persiano, arabo, inglese e francese. Nonostante la maggior parte della popolazione fosse induista egli era un devoto musulmano e acconsentì, su richiesta francese, alla costruzione della prima chiesa cristiana a Mysore.

In virtù dell’alleanza con i francesi e dell’ostilità verso gli inglesi sia Fateh che il padre Hyder Ali non esitarono ad utilizzare il loro esercito, addestrato dagli stessi francesi, contro l’Impero Maratha, Malabar, Coorg, Sira e Bednur. Durante l’infanzia di Tipu, suo padre raggiunse una grande posizione di potere a Mysore ed alla morte di quest’ultimo nel 1782, Tipu gli succedette a capo di un grande regno che andava dal fiume Krishna River sino al mare d’Arabia ed all’Oceano Pacifico.

Rimase un implacabile nemico della Compagnia britannica delle Indie orientali, rinnovando anche antichi conflitti mai sopiti col vicino regno di Travancore nel 1789. Riteneva di essere il servitore scelto di Maometto e di avere la missione di sterminare gli infedeli. Rapiva e sodomizzava ogni europeo che incontrava. Commise anche un numero impreciso di infanticidi: alcuni bambini venivano bruciati su un fuoco lento, altri li stuprava sotto effetto di droghe, o li buttava dalla finestra o li castrava.

Dar’ja Nikolaevna Saltykova

Morta nel 1801, commise tutti gli omicidi nel 1700. Nota anche come l’Orchessa, era una ricca proprietaria terriera russa appartenente all’importante famiglia dei Saltykov di Mosca. Ma è principalmente ricordata per essere stata una delle serial killer più spietate di sesso femminile. Uccideva le persone che lavoravano per lei. Fu arrestata con l’accusa di ben centotrentotto omicidi e fu trovata colpevole di trentotto di questi e condannata a morte. Poi la pena fu commutata al carcere. Morì murata viva in una stanza.

PROMEMORIA > La storia di Dar’ja Nikolaevna Saltykova la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Margareth Waters

Era una serial killer inglese vissuta nel 1800. Uccise almeno diciannove bambini. Usava lo stesso modus operandi della Dyer: per intascarsi i soldi del mantenimento, prendeva bambini in adozione e li uccideva drogandoli con il laudano e facendoli morire di fame e sete. Pare che assistesse con piacere alla loro agonia.

PROMEMORIA > La storia di Margareth Waters la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Sweeney Todd

Nella vita di tutti i giorni era uno sconosciuto Barbiere inglese. Detto il Barbiere Demonio nacque a Londra il 16 ottobre 1756 e morì nella capitale del Regno Unito il 25 gennaio 1802. E’ stato uno dei più bizzarri e brutali assassini seriali che l’Inghilterra abbia mai avuto, con i suoi centosessanta omicidi. Di lui non sono mai pervenuti ritratti, ma si parla di un un giovane con i capelli rossi, sopracciglia folte, occhi scuri, viso chiaro, carattere burrascoso e lo sguardo di un diavolo.

La maggior parte degli storici ritiene che Todd sia frutto di una leggenda popolare e che non sia mai esistito. Il suo caso è stato escluso dalla maggior parte delle enciclopedie di assassini seriali, eccetto dalla Newton e dalla Haining che, studiando il caso, avrebbero trovato elementi per dimostrare che Todd sia realmente esistito. Sgozzava i suoi clienti e ne occultava i corpi insieme ad una complice, Margery Lovett. Arrestato dopo la scoperta di alcuni cadaveri, fu processato e trovato colpevole di ben centosessanta omicidi. Margery Lovett si avvelenò in cella. Todd fu impiccato nel 1802.

Maximilian Wyndham

Ufficiale dei Dragoni inglesi, dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo si trasferì in Germania. Attorno al 1816, sterminò almeno dieci famiglie in pochi mesi. Il motivo di questa serie di efferati delitti erano da collegare ad un motivo pretestuoso che lo stesso Wyndham avrebbe sostenuto: cioé che queste famiglie avevano incolpato o offeso la moglie e la sorella di un qualcosa che non è ben chiaro. Finì gli omicidi e lasciò una confessione scritta e si suicidò.

Mark Jeffries

Killer australiano che, all’inizio del 1800, cannibalizzò almeno quattro uomini in Tasmania. Iniziò a uccidere dopo che evase dalla prigione di Macquarie Harbour: solo sei persone nella storia riuscirono a fuggire da questo carcere. Tra le vittime si conta un neonato di cinque mesi: lo prese per le gambe e gli sbatté la testa su un albero per farlo smettere di piangere. Successivamente accorse il padre, a cui sparò. Fu arrestato nel 1825 a Launceston e condannato a morte. Fu impiccato il 4 maggio 1826 nella prigione di Hobart.

Brendan Burke e William Hare

Anche noti come Assassini di West Port, erano una coppia di assassini scozzesi che ospitavano le vittime nel loro albergo di Edimburgo, le uccidevano, le scarnificavano e ne vendevano gli scheletri alle università. L’Università di Edimburgo era molto rinomata per le scienze mediche. Agli inizi del 1800 la scienza medica cominciò a fiorire, ma allo stesso tempo gli unici cadaveri che potevano essere usati – ovvero quelli delle esecuzioni dei criminali – cominciavano a scarseggiare a causa di una forte riduzione del tasso di esecuzione, portato dall’abrogazione del bloody code. Erano disponibili solo due o tre corpi all’anno, ma gli studenti erano molti.

Questa situazione attirò i criminali che volevano ottenere denaro in ogni modo. I furti dei cadaveri suscitò particolare sdegno e paura nella popolazione. Il passo tra il rubare cadaveri e l’omicidio fu breve. Le uccisioni vennero attribuite agli immigrati irlandesi Brendan Dynes Burke e William Hare, che vendettero i cadaveri delle loro diciassette vittime. Uno dei loro clienti fu il dottor Robert Knox, un docente privato di anatomia i cui studenti arrivavano dall’Edinburgh Medical College.

Tra i loro complici troviamo la compagna di Burke, Helen M’Dougal, e la moglie di Hare, Margaret Laird. Dal loro particolare modo di uccidere le vittime deriva il termine burking, che significa soffocare e comprimere volutamente il petto di una vittima. Arrestati, Burke fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1829, mentre Hare riuscì a salvarsi in quella occasione, ma anni dopo venne ucciso da un barbone.

Gesche Gottfried

Killer tedesca che, tra l’1 ottobre 1813 e il 24 luglio 1827, avvelenò con l’arsenico quindici persone tra Brema e Hannover. Tra le vittime si contano i genitori, i suoi figli, due mariti e un fidanzato. Più di quindici persone. Si prendeva cura delle vittime poco prima che morissero: questo le creava simpatie da parte della popolazione, addirittura la soprannominava Angelo di Bremen. I genitori li uccise per ostilità, gli altri delitti erano apparentemente motivati da fattori economici.

La prima vittima fu il marito, John Milton. Pensò che potesse dissipare tutta l’eredità ricevuta dal padre, che era il loro unico sostentamento, e lo fece fuori. Venne arrestata dopo che il padrone di casa, insospettito, aveva dato ad un medico una fetta di prosciutto che la killer teneva in casa: sopra di esso c’erano dei granuli molto piccoli, composti da arsenico. Oltre diciannove dei suoi amici si salvarono dall’avvelenamento. Fu arrestata la sera del 6 marzo 1828. Che era il giorno del suo compleanno. Processata, venne condannata a morte. Fu decapitata con una spada la mattina del 21 aprile 1831. Dove si trovava il patibolo e dove rotolò la testa decapitata si trova un insieme di pietre, detto Spuckstein, in cui i turisti ancora oggi sputano sopra per il disgusto.

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Thug Behram

E’ stato il killer indiano più prolifico. Strangolò almeno centoventicinque vittime con un lembo del suo mantello in onore della sua dea, Kali. Era il capo dei Thug, una setta esoterica indiana che compiva sacrifici rituali. Appartenente al culto indiano Thuggee, è stato a lungo definito il serial killer più prolifico. Secondo numerose fonti, egli avrebbe ucciso novecentotrentuno vittime attraverso lo strangolamento con il suo vestito cerimoniale, il rumal, tra il 1790 e il 1830.

L’attribuzione di molte uccisioni a questo killer sono però dovute alla confusione o ad errori delle autorità e dei giornalisti dell’epoca. L’originale manoscritto della confessione di Behram scritto da James Paton conclude che l’uomo ha ucciso tra i venticinque e i cinquanta uomini. È probabile però che Thug non avesse confessato tutti i crimini commessi. Infatti in un manoscritto trovato più di recente Behram confessa l’uccisione per strangolamento di 125 persone e la partecipazione visiva all’uccisione di altre centocinquanta. Un numero enorme se si pensa che tra la prima e l’ultima vittima c’è un arco di tempo di quarant’anni. Arrestato, confessò le centoventicinque uccisioni. Venne processato e impiccato nel 1840.

Marie Delphine LaLaurie

Torturava i suoi schiavi e infine li uccideva. Nata a New Orleans, LaLaurie si è sposata tre volte nel corso della sua vita. Ha occupato un’alta posizione nei circoli sociali della città fino al 10 aprile 1834, quando per spegnere un incendio scoppiato nella sua residenza a Royal Street furono scoperti nella casa degli schiavi con evidenti segni di tortura e anche dei cadaveri. La dimora della LaLaurie venne saccheggiata da una folla di cittadini indignati. Si pensa che lei fuggì a Parigi, dove si crede che sia morta.

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Sophie Charlotte Elisabeth Ursinus

Questa assassina seriale tedesca, tra il 1797 e il 1801, commise tre omicidi. Nacque come Sophie Weingarten il 5 maggio 1760 a Glatz, oggi Kłodzku, nella Bassa Slesia. A 19 anni sposò un consigliere della Corte Suprema, Theodor Ursinus. Vissero a Stendal e poi a Berlino. Nel 1797 avvelenò con l’arsenico l’amante, un ufficiale olandese di nome Rogay. Inizialmente la morte venne attribuita alla tubercolosi. Theodor morì avvelenato l’11 settembre 1800, il giorno dopo il suo compleanno.

Il 24 gennaio 1801 morì, a Charlottesburg, la zia di Sophie, Christiane Witte, dopo una breve malattia: l’aveva avvelenata con l’arsenico e combinazione ereditò molti beni, soldi e gioielli. Alla fine del febbraio 1803 si ammalò un servo di Sophie, Benjamin Klein: lei gli aveva dato una zuppa avvelenata qualche tempo dopo avere litigato con lui. Klein si insospettì quando lei gli diede delle prugne: le fece esaminare da un chimico, che scoprì tracce di veleno. Arrestata, i corpi del marito e della zia vennero riesumati e analizzati: i medici scoprirono che erano stati uccisi. Processata, il 12 settembre 1803 fu condannata al carcere a vita, ma uscì dopo trent’anni. Morì a Glatz il 4 aprile 1836.

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John Lynch

Era un criminale australiano che, tra il 1835 e il 1841, uccise almeno nove uomini nella zona di Berrima, nel Nuovo Galles del Sud. Commetteva furti e litigava con le persone, che poi uccideva spaccandogli la testa con un’ascia. In un caso sterminò un’intera famiglia. Era stato imprigionato per il primo omicidio con dei complici, ma era stato liberato e i suoi complici erano stati impiccati. Fu nuovamente arrestato nel 1935, dopo che lasciò alcuni indizi su una scena del crimine. Disse che aveva ascoltato Dio. Quale Dio non si capì mai. Fu impiccato il 22 aprile 1842.

Hèléne Jegado

Era una badante francese che avvelenava le persone per cui lavorava. Arrestata, fu trovata colpevole di ventitré omicidi, poi elevati a trentasei dagli studiosi, e condannata a morte e uccisa il 26 febbraio del 1852. Nata nel 1803, si crede abbia ucciso trentasei persone con l’arsenico, sicuramente nel corso di un periodo lungo 18 anni, ma con una pausa. Infatti, dopo un periodo iniziale di attività criminale compreso tra il 1833 e il 1841, sembra essersi fermata per quasi dieci anni, per poi organizzare un “gran finale” nel 1851.

Proveniva da una piccola fattoria di Plouhinec, nel Morbihan, nei pressi di Lorient in Bretagna. Aveva perso la madre all’età di sette anni e fu mandata a lavorare con due zie che erano serve nella canonica di Bubry. Il primo avvelenamento si verificò nel 1833, quando Hèléne fu assunta da un altro sacerdote, don François Le Drogo, nel villaggio di Guern. In tre mesi, dal 28 giugno al 3 di ottobre, sette membri della famiglia morirono improvvisamente, compreso il sacerdote stesso, la sua anziana madre e il padre, e sua sorella in visita, Anne Jégado. L’apparente dolore e il comportamento pio e casto erano così convincenti che per questi omicidi non si era sospettato di lei.

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John e Lavinia Fisher

Questa famosa coppia di assassini seriali statunitensi avvelenò, tra il 1810 e il 1820, i clienti del loro hotel, che si trovava a Charleston, nella Carolina del Sud. Si chiamava Six Mile Wayfarer House e si trovava, non a caso, a sei miglia dalla città. Solitamente gli offrivano bevande avvelenate, poi il marito John si occupava di entrare nella stanza della vittima e si accertava che fosse morta accoltellandola. Altre volte, Lavinia tirava una leva che faceva sprofondare il letto in un pozzo pieno di aculei.

Un giorno, Lavinia invitò in hotel John Peeples. Gli offrì del tè, che lui finse di bere perché detestava, e gli fece tante strane domande per capire se avesse soldi con sé. Peeples si allarmò. Per paura di essere derubato, si spostò a dormire su una sedia vicino alla porta. Il rumore di un letto che, nella notte, collassava all’improvviso lo spaventò. Riuscì a fuggire dalla finestra e chiamò la polizia, che arrestò i due. Dopo l’arresto, lo sceriffo di Charleston perquisì a fondo la Six Mile Wayfarer House scoprendo un gran numero di passaggi segreti tra le stanze e una soffitta alla quale era possibile accedere unicamente tramite una porta nascosta.

In quel locale lo sceriffo dichiarò di avere rinvenuto oggetti riferibili a centinaia di viaggiatori che i Fisher avrebbero ucciso. Nel seminterrato e nel terreno circostante la casa furono rinvenuti resti umani. In carcere, i due misero in atto anche un tentativo di fuga. John riuscì ad evadere, ma Lavinia rimase intrappolata nella cella. John decise di non fuggire e fu catturato di nuovo. Processati, il 4 febbraio 1820 i due vennero condannati a morte. Lavinia fu impiccata la mattina del 18 febbraio 1820, all’età di circa 26 anni. Lavinia Fisher è la prima serial killer di cui si ha notizia in America ed è la prima donna morta per impiccagione negli States.

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Joseph Phillippe

Non esistono molte informazioni su questo serial killer francese, noto in quel periodo come il Terrore di Parigi. Nei cinque anni a cavallo tra il 1861 e il 1866, squartò otto prostitute ed un bambino. Le squartò come capre. Per fortuna arrestato prima che commettesse altri omicidi, fu condannato a morte e poi ghigliottinato nel luglio del 1866.

Thomas Piper

Era un sacrestano di Boston che, tra il 1873 e il 23 maggio 1875, commise quattro omicidi. Nel 1873, durante un tentato stupro, uccise una cameriera di nome Bridget Landregan a bastonate sul cranio. Venne indagato, ma mai incriminato. Nel dicembre 1873 stuprò e uccise a bastonate una giovane donna di nome Sullivan e, attorno al luglio 1874, uccise sempre allo stesso modo una prostituta, Mary Tynam. Il 23 maggio fu la volta, ma con una mazza da cricket, di una bambina di 5 anni, Mabel Young. L’aveva attirata nel campanile con il pretesto di farle vedere i piccioni. Arrestato, venne soprannominato il Mostro del Campanile. Si proclamò innocente ma, dopo poco tempo, confessò i crimini. Processato, fu condannato a morte e giustiziato il 26 maggio 1876.

Eusebius Pieydagnelle

Questo è un caso tutto italiano. Eusebius era un macellaio italiano con gravi problemi psichiatrici. Era ossessionato dal sangue, dal colore della carne macellata e del suo odore. Infatti, la scelta di fare il macellaio non fu per nulla casuale. Attorno al 1870 uccise sei persone e ne bevve il sangue. Preso dal rimorso, si consegnò alla polizia e confessò i delitti. Al processo, che iniziò nel 1871 e lo vide imputato di quattro omicidi, chiese la pena di morte. Non è stato specificato cosa gli successe dopo. Probabilmente fu giustiziato. Il suo caso venne descritto da Richard von Krafft-Ebing nel suo libro Psychopathia Sexualis del 1886 insieme a quello di Vincenzo Verzeni, uno stupratore, assassino seriale, mutilatore, emofago e cannibale italiano che uccise due donne attorno allo stesso periodo.

Jack lo squartatore

Noto anche come Jack the Ripper, è stato un famoso serial killer inglese che sgozzò, mutilò e sventrò cinque prostitute a Londra tra l’agosto e il settembre 1888. In alcuni casi, inviò lettere di sfida alla polizia. Non è mai stato identificato ma, durante le indagini, la polizia trovò alcuni sospettati. Agì a Londra, nel degradato quartiere di Whitechapel e nei distretti adiacenti, nell’autunno del 1888. Il nome Jack the Ripper è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l’assassino.

Durante la sua attività criminale sono state attribuite a Jack lo squartatore cinque vittime, ma secondo alcuni studiosi il numero di persone che lo squartatore avrebbe ucciso arriverebbe a sedici, esclusivamente prostitute che assassinava sgozzandole. Durante il periodo in cui sono avvenuti i delitti, la polizia e i giornali hanno ricevuto molte migliaia di lettere riguardanti il caso.

Alcune erano di persone ben intenzionate che fornivano informazioni per la cattura del killer. La maggioranza, però, sono state considerate inutili e di conseguenza ignorate. Le più interessanti erano forse quelle centinaia scritte da persone che si dichiaravano gli assassini. La maggior parte di queste sono state considerate non attendibili. Molti esperti ritengono che nessuna di esse fosse autentica. Il dottor Thomas Bond, su incarico degli investigatori di Scotland Yard, cercò di profilare la personalità di Jack lo squartatore. Nelle sue note menzionò la natura sessuale degli omicidi, senza tuttavia violenza sessuale, associata a elementi collerici e di apparente misoginia.

La profilazione evidenziava come gli omicidi fossero stati commessi da un solo individuo maschio fisicamente prestante, audace e imperturbabile al tempo stesso. Lo sconosciuto sarebbe apparso innocuo, forse un uomo di mezza età e ben vestito, probabilmente con un mantello, probabilmente per nascondere i sanguinosi effetti dei suoi attacchi. Egli ipotizzò anche che il soggetto soffrisse di una condizione chiamata “satiriasi”, ipersessualità, promiscuità.

Robert Clay Allison

Pistolero statunitense, tra il 1870 e il 1877 commise almeno quindici omicidi in Texas e nel Nuovo Messico. Era una delle personalità più famose del vecchio West. Sparava alle vittime mentre era ubriaco. Nato il 2 settembre 1840 nel Tennessee, fu il quarto dei nove figli di Jeremiah Scotland Allison e della moglie Mariah Brown. Il padre era un ministro presbiteriano che allevava mucche e pecore per sfamare la famiglia. Si dice che Clay Allison sia stato irrequieto fin dalla nascita. Infatti, da giovane divenne famoso per gli sbalzi d’umore e il temperamento scostante.

Era noto per avere scatti d’ira frequenti. Quando si arruolò nell’esercito gli vennero diagnosticati dei problemi mentali. Il 15 ottobre 1861 si arruolò nel Confederate States Army nella batteria di artiglieria. Ma appunto, tre mesi dopo fu congedato per una vecchia ferita alla testa. “Incapace di svolgere i doveri di un soldato a causa di un colpo ricevuto molti anni fa. L’eccitamento emotivo o fisico ne causa un carattere misto, in parte epilettico e in parte maniacale”, scrivevano sul congedo. Fece parte del Ku Klux Klan, un’organizzazione razzista.

Nell’ottobre del 1870 un uomo di nome Charles Kennedy era detenuto nella prigione locale ad Elizabethtown, accusato di essere impazzito ed avere ucciso numerosi stranieri e la propria figlia. Una folla guidata da Clay Allison irruppe nella prigione, prese Kennedy dalla sua cella e lo impiccò. Si dice che Allison abbia tagliato la testa dell’uomo e l’abbia portato in un sacco per quarantasette chilometri a Cimarron, dove la espose su un palo davanti al Saint James Inn. Nonostante Charles Kennedy sia morto per mano di Clay, la sua testa non poté essere portata al Lambert’s saloon dato che fu fondato in seguito.

Allison fu coinvolto in numerosi scontri in questo periodo, spesso in combattimenti corpo a corpo con i coltelli. Si credeva veloce con la pistola, ma cambiò idea quando fu battuto in una competizione amichevole da Mason Bowman. Bowman ed Allison divennero amici, e si dice che Mace Bowman abbia aiutato Allison a migliorare le proprie capacità. In un altro episodio di violenza, tirò i denti ad un dentista. Clay nel 1877, a Dodge City, fece amicizia con un poliziotto, Wyatt Earp, ma i due si rispettarono reciprocamente. Clay morì in Texas l’1 luglio 1887, a 47 anni. Cadde da un vagone e finì sotto le ruote.

Matti Haapoja

Killer finlandese, tra il 6 dicembre 1867 e l’8 ottobre 1890, commise più di tre delitti e sei tentati omicidi accoltellando le vittime. Tutti uomini. Ad una sparò alla gamba e in faccia. La sua carriera criminale iniziò con il furto di cavalli. La prima vittima fu un suo compagno di bevute, che finì accoltellato. Il killer venne condannato a scontare dodici anni di carcere a Turku. Evase quattro volte per continuare la sua attività criminale con delle rapine.

Il 12 agosto 1876 avrebbe derubato e ucciso con un’arma da fuoco una donna che lo nascondeva in casa dopo avere litigato con lei. Nuovamente arrestato, ebbe il carcere a vita. Chiese successivamente di essere esiliato in Siberia. La proposta fu accettata, quindi nel 1880 venne mandato a Omsk. Nel 1886 avrebbe ucciso un’altra vittima. Nel settembre 1890 tornò in Finlandia. Lì l’8 ottobre derubò e strangolò una prostituta, Maria Jemina Salo, la seconda vittima accertata. Fu catturato a Porvoo alcuni giorni dopo.

Al processo ebbe un atteggiamento arrogante. Ebbe di nuovo il carcere a vita. Il 10 ottobre 1894 provò ad evadere: nel tentativo uccise a coltellate una guardia, Juho Rosted, e ne ferì altre due. Dopo che il tentativo fallì si accoltellò, ma sopravvisse. Quindi, decise di impiccarsi in cella l’8 gennaio 1894. Il corpo venne tenuto per lungo tempo nel museo del crimine di Vantaa. Nel 1995 è stato seppellito a Ylistaro. E’ fortemente sospettato di almeno venticinque delitti, di cui tre certi.

Frances Lydia Alice Knorr

Conosciuta anche come Minnie Thwaites, è stata una killer londinese. Nel 1893, uccise alcuni neonati a Melbourne, in Australia. Nel 1887, a diciannove anni, la famiglia la mandò in Australia dopo che ebbe molte relazioni promiscue con dei ragazzi. Raggiunse Sydney. Lì, il 2 novembre 1889 sposò un criminale tedesco, Rudolph Knorr. Dopo che le nacque una figlia, Gladys, Rudolph venne arrestato con l’accusa di frode e trascorse diciotto mesi in carcere.

Uscito, iniziò a lavorare come baby sitter con Frances. Per intascarsi dei soldi facili decise di prendere in affidamento dei bambini per poi strangolarli con un nastro. Così, le famiglie dei bambini, rimaste ignare delle loro morti, continuavano a pagarle i soldi dell’affidamento. Arrestata nel 1893 a seguito della segnalazione di alcune madri, venne processata, trovata colpevole di tre omicidii e condannata a morte tramite impiccagione. Fu giustiziata il 15 gennaio 1894.

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Amelia Elisabeth Dyer

Badante inglese, adottava bambini in cambio di denaro. Una volta a casa li lasciava deperire o li soffocava con un nastro di stoffa. Venne soprannominata Jill the Ripper poiché il suo caso era cronologicamente vicino a quello di Jack lo squartatore. Inoltre, a causa dei suoi crimini, venne sospettata di essere la stessa persona, tuttavia si trattava di un’ipotesi molto remota. La Dyer contattava le famiglie che volevano lasciarle il figlio per contrattare lo scambio.

Lei in cambio chiedeva una cifra di denaro e dei vestiti adatti per il bambino. Loro accettavano la proposta e glielo consegnavano. Faceva tutto ciò per intascarsi quella cifra e lasciava morire di fame il bambino, che ormai non le serviva più. La Dyer eluse per molto tempo le forze dell’ordine. Inoltre in quel periodo molte badanti, quando si trovavano in casi di difficoltà economica mentre crescevano il bambino, lo uccidevano. I metodi più usati erano quelli di lasciarlo deperire di fame, non allattarlo e intossicarlo in modo costante con forti dosi di alcol e oppio.

Amelia Dyer fu arrestata nel 1879, quando un medico che certificava l’operato della Dyer scoprì che, sotto le sue cure, erano morti molti bambini. Non fu condannata per il reato di omicidio plurimo ma per quello di “negligenza”. Passò sei mesi ai lavori forzati, che la provarono psicologicamente. Da questo momento in poi sviluppò tendenze alla depressione e al suicidio e iniziò a consumare sempre di più alcolici e sostanze oppiacee. Al rilascio tentò di riprendere la carriera da infermiera e continuò a uccidere con lo stesso metodo. La Dyer tornò nuovamente ad eludere le forze dell’ordine e a tenere lontana l’attenzione dei genitori.

Per fare ciò teneva un basso profilo, si trasferiva molto spesso da una città all’altra e usava molti pseudonimi, tra cui quello di Signora Thomas. Dopo che un corpo fu ripescato dal Tamigi, la polizia la tenne d’occhio e la arrestò, attribuendole fino a quattrocento omicidi commessi in vent’anni, ma le vittime accertate sono di fatto sei. Processata, fu trovata colpevole di un solo omicidio e impiccata nel 1896. Sarebbe la killer inglese più prolifica insieme della storia insieme al medico Harold Shipman.

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Henry Howard Holmes

Killer statunitense vissuto nel 1800, attirava le vittime nella sua abitazione a Englewood per intrappolarle nelle camere in affitto, gasarle, scioglierle nell’acido e venderne gli scheletri. Nacque il 16 maggio 1861 a New Hampshire in una famiglia abbastanza agiata. Contrariamente a tanti altri serial killer ebbe un’infanzia più o meno normale: non subì nessun abuso degno di essere ricordato. Al contrario da piccolo gli piaceva torturare con sadici esperimenti animali randagi. Sognava sempre di essere un dottore: questo sarà il suo futuro lavoro.

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna.

Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo. Dopo averle avvelenato il marito con la scusa di aiutarlo, Holmes fece una proposta all’anziana signora: lei gli avrebbe ceduto la farmacia e lui l’avrebbe gestita; lui in cambio le avrebbe dato un reddito mensile. La donna accettò.

Qualche tempo dopo avergli chiesto il debito, che puntualmente non le arrivava mai, sparì anche lei: è stata la terza vittima di Holmes. Un giorno fuggì dalla casa, che gli venne bruciata dai creditori, e riuscì ad eludere la polizia, solo per un certo periodo. In casa sua furono trovati almeno un centinaio di scheletri. Arrestato dopo il periodo di latitanza, confessò inizialmente ventisette omicidi, poi nella sua biografia confermò di avere ucciso centotrentatré persone. La polizia gli attribuì più di duecento vittime. Fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1895 per soli nove omicidii e giustiziato nel marzo 1896; la sua abitazione fu poi rasa al suolo da un altro incendio.

Joseph Vacher

Era un assassino francese che mostrava segni di squilibrio già da piccolo. Da giovane si arruolò nell’esercito e, nel 1890, provò a suicidarsi tagliandosi la gola. Da quel momento divenne ossessionato dal sangue. Dopo un fallimento in amore si sparò in testa. Sopravvisse ma perse l’uso di un occhio. Tra il 1894 e il 1897 vagabondò per la Francia, squartando e necrofilizzando le sue vittime, in gran parte giovani donne. Sei anni dopo gli avvenimenti che afflissero la Londra Vittoriana nel 1888, con le gesta di Jack lo Squartatore, la Francia si apprestava ad avere un suo emule, ma con un esito finale diverso: lo squartatore francese avrebbe avuto un nome.

Il primo omicidio avviene il 20 maggio del 1894, a Vienne. Eugènie Delhomme aspetta sul ciglio della strada il suo fidanzato. Quel giorno il ragazzo ritarda, per cui la giovane decide di andargli incontro. La strada è deserta, lei incrocia Vacher e il suo destino risulta già scritto. L’uomo la raggiunge e la strozza, poi finisce il suo orrendo lavoro trascinandola dietro un cespuglio, violentandola e squartandola fino a farle fuoriuscire le budella. Arrestato a seguito di un tentato omicidio, la polizia gli attribuì tra i quattordici e le ventisei vittime. Venne ghigliottinato il 31 dicembre 1898 per undici omicidi.

Belle Sorenson Gunness

Era una donna norvegese di origine ma statunitense di adozione che, con degli annunci romantici, attirava uomini ricchi in casa sua per derubarli e ucciderli con un’ascia. Uccise anche alcune figlie usando del veleno. Brynhild nacque nella regione del Trondelag nella Norvegia centrale da una famiglia povera. Il padre, Paul Pedersen Storset, lavorava come tagliapietre e possedeva una piccola fattoria che bastava a malapena a sfamare la famiglia. La madre, Berit Olsdatter, era una casalinga.

La giovane Brynhild, la più piccola dei suoi otto fratelli, si manteneva come tante altre ragazze della sua età e della sua condizione sociale portando le pecore al pascolo. Circa due anni dopo essersi stabilita in America, Belle conobbe Mads Sorensen, un sorvegliante notturno, con il quale ben presto si sposò. Nel 1890 si trasferirono in un sobborgo di Chicago, ad Austin. Belle adottò in quel periodo una bambina di otto mesi, Jenny Olsen, il cui padre alla morte della moglie non si era sentito di crescere da solo.

Quando però questi si risposò e volle riprendersi la figlia con sé, nacque una battaglia legale per la custodia di Jenny, dalla quale uscì vincitrice la Gunness. Gli omicidi partirono dal 1896 e si conclusero nel 1908. Le sue tracce si persero quando la sua fattoria andò a fuoco. Lì furono trovati i cadaveri. Sembra che la Gunness avesse innescato l’incendio per fuggire con il bottino e coprire le tracce. Il suo corpo non fu mai trovato. La polizia provò a cercarlo nella casa incendiata e ne recuperò uno, che non era il suo.

Callisto Grandi

Assassino seriale italiano che, nella seconda metà del 1800, uccise quattro bambini. Nacque a Incisa Valdarno, nel 1849. Veniva spesso preso in giro da loro e da tutto il paese per le sue deformazioni fisiche: bassa statura, calvizie, testa enorme, un piede con sei dita per cui lo chiamavano Ventundito. Orfano e zitello, l’uomo era inoltre molto povero e di scarsa intelligenza.

Grandi uccise infatti quattro bambini, nel periodo che va dal 1873 al 1875, rei di averlo preso in giro. Esausto, l’uomo andò a lamentarsi con il sacerdote e il maestro del paese, dicendo che i bambini lo importunavano, lo schernivano, andavano nel suo negozio per rubare gli attrezzi e a volte gli dipingevano il viso. Per vendicarsi li attirò nella sua bottega di carradore, li colpì con una pala e ne seppellì i cadaveri in buche poco profonde. Arrestato mentre cercava di uccidere il quinto, confessò gli omicidi e fu condannato ai lavori forzati. Morì nel 1911.

Maria Swanenburg

Avvelenatrice olandese, tra il 1880 e il 1883, con l’arsenico causo la morte di parenti, gente anziana e malati. Il tutto per intascarsi le loro eredità o le loro assicurazioni sulla vita. Nata il 9 settembre 1839 a Leida, nei Paesi Bassi, era figlia di un operaio, Clemens Swanenburg, e di una casalinga, Johanna Dingjan. Crebbe nella periferia del povero quartiere di Leida, dove si occupò dei malati: li lavava, svolgeva i compiti di casa al loro posto e si offriva di fargli la spesa. Quando aveva dodici anni Maria si trasferì con i genitori e i fratelli perché la famiglia, a causa di alcuni affitti arretrati, era stata sfrattata.

Da giovane ebbe due figlie, che morirono in tenera età. Il 13 maggio 1868, all’età di circa 30 anni, si sposò con un fabbro che lavorava presso una fucina, un certo Johannes van der Linden. Da lui ebbe cinque figli e due figlie. Il loro matrimonio durò fino al 29 gennaio 1886. Continuò a prendersi cura di anziani e malati. A seguito delle sue gentilezze si prese poi il soprannome di Goeie Mie (Buona Mie). Gli omicidi partirono nel 1880 e si conclusero nel 1883. Tutte le vittime erano suoi conoscenti, quasi tutti anziani e malati, che avvelenava con l’arsenico.

Le prime due vittime furono i suoi genitori. Poi passò alla sorellastra Cornelia van der Linden, che morì il 30 maggio 1881. Anche la cugina Willem il 15 luglio 1881 fece la stessa fine. L’1 novembre dello stesso anno uccise un’altra vittima identificata, un certo Arend. Quando diventò più avida, iniziò a sterminare intere famiglie, compresi i bambini. Pare abbia anche ucciso due dei suoi figli più piccoli. Il marito, una delle persone più vicine a lei, fu risparmiato. Almeno cinquanta persone che provò ad avvelenare sopravvissero. Molte altre morirono. Quarantacinque sopravvissuti ebbero problemi alla salute di varie proporzioni dopo l’ingestione del veleno. Arrestata nel dicembre 1883, a seguito di alcuni tentati omicidi, fu condannata al carcere a vita per almeno 27 omicidi. Morì l’11 aprile 1915.

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John e Sarah Makin

Questa coppia di serial killer australiani, dal 1890 al 1892, compì alcuni omicidi nel New South Wales. Sarah Jane Makin, originaria di Sutcliffe, era nata il 20 dicembre 1845. Si sposò per la prima volta nel 1865, ma poi si risposò con John Makin (nato il 14 febbraio 1845) nel 1871. I due ebbero cinque figli e cinque figlie. Lavoravano come badanti per figli illegittimi. Nel 1892 sparirono dopo essersi presi cura di un bambino scomparso, Horace Murray, nato quello stesso anno. La coppia, dopo averlo ucciso, era scappata a Macdonaldtown.

L’11 ottobre 1892 un lavoratore, James Hanoney, trovò in uno scarico intasato nel sotterraneo di una casa abitata in precedenza dai Makin, che intanto si erano nuovamente spostati a Chippendale, i cadaveri di quattro bambini. I Makin vennero arrestati insieme a 4 figli. Nei cortili di undici case che avevano occupato a partire dal 1890 vennero alla luce altri corpi, per un totale di tredici. I due furono condannati a morte e i loro appelli non furono accettati. John fu impiccato il 15 agosto 1893 nel carcere di Darlinghurst Goal. La pena di Sarah fu commutata in carcere a vita e lavori forzati. Uscì sulla parola nel 1911. Morì a Marrickville il 13 settembre 1918.

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Vincenzo Verzeni

Nato a Bottanuco l’11 aprile 1849, era soprannominato il Vampiro della Bergamasca e lo Strangolatore di donne. Fu condannato per l’omicidio di due donne e l’aggressione di altre sei tra il 1867 e il 1872. Il suo caso fu studiato da Cesare Lombroso. La sua era una famiglia di contadini e la sua infanzia è segnata dalle condizioni economiche disagiate della famiglia: il padre è alcolizzato e violento, mentre la madre soffre di epilessia. Verzeni manifesta i primi segni di aggressività all’età di diciotto anni. Nel 1867 aggredisce nel sonno la cugina Marianna e tenta di morderle il collo, ma fugge spaventata dalle sue grida. Non risultano denunce in seguito all’aggressione.

Nel 1869, un’altra contadina, Barbara Bravi, viene aggredita da uno sconosciuto che fugge appena la donna oppone resistenza. La Bravi non è in grado di identificare l’aggressore ma, ciò nonostante, anni dopo, in seguito all’arresto di Verzeni per due omicidi, non escluderà che potesse trattarsi di lui. Nello stesso anno, Verzeni aggredisce Margherita Esposito: nella colluttazione l’uomo viene ferito al volto e successivamente identificato dalla polizia. Anche in questo caso non risultano provvedimenti penali in seguito all’aggressione. Il primo omicidio risale all’8 dicembre 1870 quando la quattordicenne Giovanna Motta, che si stava recando nel vicino comune di Suisio per visitare alcuni parenti, scompare nel nulla.

Il suo cadavere viene ritrovato quattro giorni più tardi, mutilato: il collo mostra segni di morsi, le interiora e gli organi genitali sono stati asportati e la carne di un polpaccio è stata strappata. Alcuni spilloni trovati accanto al cadavere fanno pensare che Verzeni abbia praticato del piquerismo durante o dopo le sevizie. Vincenzo Verzeni è arrestato solo nel 1873. Gli infermieri del manicomio criminale di Milano dichiarano di averlo trovato morto il 13 aprile 1874, impiccato nella sua cella. Ma non tutte le fonti storiche concordano.

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Jane Toppan

L’ultima importante assassina seriale della storia nato nel 1800 era un’infermiera statunitense che, tra il 1885 e il 1901, avvelenò con morfina, atropina e stricnina più di trentuno persone. Appartiene alla sfera degli Angeli della Morte. Nacque con il nome di Honora Kelley nel 1857, a Boston. Rimase in giovane età orfana di madre. Il padre, un alcolizzato, era anche pazzo e passò la giovinezza in un orfanotrofio. Nel novembre 1864, meno di due anni dopo, Honora diventò la serva della signora Ann Toppan a Lowell. Sebbene non fosse mai stata adottata ufficialmente dai Toppan, prese il cognome della famiglia per cui lavorava. In questo periodo ebbe inizio la sua carriera di infermiera nel Massachussets.

Nel 1885 la Toppan cominciò ad esercitarsi a diventare un’infermiera nel Cambridge Hospital. Si divertiva a usare i pazienti come cavie umane per esperimenti con la morfina e l’atropina: gli alterava le dosi prescritte per vedere i loro effetti sul sistema nervoso. In particolare le piaceva l’atropina a causa dei sintomi animati a cui è associata. Altre volte compilava false cartelle cliniche e spendeva molto tempo da sola con i pazienti. Con delle altre medicine gli faceva perdere conoscenza per poi andarci a letto.

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Non è chiaro se abbia svolto attività sessuali con loro. Commise anche diversi omicidi. Somministrava alle vittime una mistura di droghe per poi abbracciarle nel letto mentre morivano. Compiva questo gesto per soddisfazione, non per motivi economici. Fu arrestata il 26 ottobre 1901. Confessò di avere commesso i delitti per puro piacere. Inoltre, provava molto risentimento per non essersi potuta costruire una famiglia. Nel 1902 fu confinata in un manicomio in considerazione della sua comprovata insanità mentale. Morì a Taunton il 17 agosto del 1938.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Principali diete e stili di vita salutistici della storia

Quello che è certo è che la salute di ciascuno di noi può dipendere in gran parte da un’alimentazione corretta e bilanciata. L’obiettivo da raggiungere è quello di individuare il collegamento fra cibi e patologie, scoprendo in che modo gli alimenti possano prevenirle o favorirle. Intanto, come regola generale, bisogna dire no al cibo spazzatura: gli alimenti ricchi di grassi saturi e di zuccheri raffinati ad alto indice glicemico accrescono il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche, nonché la comparsa di alcuni tipi di tumori.

Un’alimentazione varia ed equilibrata è alla base di una vita in salute. Diete inadeguate, infatti, oltre a incidere sul benessere psico-fisico, rappresentano uno dei principali fattori di rischio per l’insorgenza di numerose malattie croniche. Innegabile il fatto che l’alimentazione faccia parte delle tendenze sociali, sia di quella parte di società definita “salutista” sia di chi alla dieta non pensa proprio.

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, circa un terzo delle malattie cardiovascolari e dei tumori potrebbero essere evitati grazie a una equilibrata e sana alimentazione. L’organismo umano ha bisogno di tutti i tipi di nutrienti per funzionare correttamente. Alcuni sono essenziali a sopperire il bisogno di energia, altri ad alimentare il continuo ricambio di cellule e altri elementi del corpo, altri a rendere possibili i processi fisiologici, altri ancora hanno funzioni protettive.

Diete, cibi e salute

Quello che è certo è che la salute di ciascuno di noi può dipendere in gran parte da un’alimentazione corretta e bilanciata. L’obiettivo da raggiungere è quello di individuare il collegamento fra cibi e patologie, scoprendo in che modo gli alimenti possano prevenirle o favorirle. Intanto, come regola generale, bisogna dire no al cibo spazzatura: gli alimenti ricchi di grassi saturi e di zuccheri raffinati ad alto indice glicemico accrescono il rischio di malattie cardiovascolari e metaboliche, nonché la comparsa di alcuni tipi di tumori.

E poi, ma non ultima raccomandazione per importanza, si consigliano cotture semplici, per mantenere le proprietà degli alimenti. Altrimenti, cosa mangiamo? Le cotture a temperature molto elevate, come quelle alla griglia e le fritture, possono rilasciare sostanze cancerogene. Le verdure sono da preferire crude o cotte al vapore.

Storia delle diete

La prima formula di uno specifico regime di vita, seguito per cura o per igiene, avendo attenzione a certe regole e alla qualità dei cibi assunti, la suggerì nel 668 avanti Cristo il duecentometrista Charmis di Sparta. Dopo una vittoria alla ventottesima edizione delle Olimpiadi, l’atleta dichiarò di essersi nutrito durante gli allenamenti unicamente di formaggio, noci e fichi secchi.

Oltre un secolo dopo, nel 532 avanti Cristo, Pitagora propose il vitto pitagorico raccomandato per avere il fisico efficiente. Platone nemico di ogni eccesso diceva che le diete non servivano a prolungare la vita all’infinito, ma a essere felici e in possesso del giusto equilibrio psicofisico, che non dipendeva da una dieta ossessiva, bensì dal risultato di un circolo virtuoso.

Ippocrate e le cure

Un concetto di dieta più preciso lo introdusse Ippocrate nel Quinto secolo avanti Cristo, con l’opera “Sul regime di vita”. Secondo lui si doveva considerare la medicina parte della dietetica perché dare a ciascuno il cibo che serviva. Dopo la caduta dell’Impero Romano si ritrovano tracce della dieta nell’undicesimo secolo, quando dal mondo arabo arrivò in Europa la prima tabella dietologica di pronta consultazione.

Il trattato Taqwim al-sihha, tradotto in latino “Tacuinum Sanitatis”: era un regime medico in forma tabellare che identificava i cibi, le bevande, gli ambienti e le attività, tra cui respirazione, esercizio e di riposo, necessari per una vita sana. a tenere in equilibrio corpo e anima era il primo e indispensabile presupposto di ogni cura.

Cos’è l’immunonutrizione

Quello dell’immunonutrizione è un campo di studi recente, che negli ultimi anni si sta diffondendo anche in Italia. Si tratta di una scienza che ha l’obiettivo di fornire indicazioni alimentari per curarsi con il cibo in modo attivo e preventivo, sostenendo e potenziando il sistema immunitario. Si sa che il cibo ha un impatto decisivo sulle difese dell’organismo.

Tutti gli alimenti che assumiamo causano una reazione immunitaria e ormai sono molte le ricerche in questo senso. Dal punto di vista tecnico, questa scienza indica i principi nutritivi per favorire la diminuzione dello stato infiammatorio, favorendo l’azione del sistema immunitario. L’immunonutrizione può essere applicata in diverse condizioni cliniche, in forme acute o croniche, per via orale, per mezzo di un sondino naso-gastrico o per via endovenosa.

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Gli immunonutrienti

L’immunonutrizione utilizza, in particolare, determinate molecole per curarsi con il cibo: l-arginina, amminoacido essenziale contenuto nelle carne, nella frutta secca e nei legumi; l-glutammina, amminoacido condizionatamente essenziale, presente nel siero del latte e nelle proteine dei cereali; taurina, amminoacido condizionatamente essenziale, contenuto nelle uova, nella carne, nel pesce e nel latte; acidi grassi omega 3, che in natura si trovano nei semi di lino e in alcuni pesci, come il salmone; nucleotidi, potenti stimolanti del sistema immunitario presenti nei lieviti; tocoferoli-vitamina E, potenti antiossidanti presenti nei semi e negli oli; inulina e frutto-oligosaccaridi, fibra alimentare idrosolubile, contenuti nelle verdure, nei tuberi e nelle radici.

La macrobiotica

Se quello dell’immuno nutrizione è un campo di studio nuovo, quello della macrobiotica ha radici decisamente più profonde. Infatti, la macrobiotica è una pratica alimentare che si vuole basata sull’equilibrio tra le forze antagoniste e complementari che, secondo le antiche teorie filosofiche cinesi, governerebbero l’universo.

Da tale interpretazione deriva uno specifico stile di vita, volto, secondo i suoi sostenitori, ad una maggiore “armonia con il cosmo”. Particolare rilievo assumono in tal senso le diete alimentari conseguenti, che hanno acquisito una certa popolarità anche per i loro presunti effetti benefici.

Diete e questioni di filosofia

George Ohsawa, che è lo pseudonimo di Nyoiti Sakurazawa, descrive la macrobiotica come “la pratica di una concezione dialettica dell’universo, antica di cinquemila anni e che mostra la via della felicità attraverso la salute”, rifacendosi agli antichi Maestri cinesi Lao-Tsu, Song-Tsu e Confucio, ma anche a quelli indiani Buddha, Mahavira e Nagarjuna ed altri, fra i quali Gesù Cristo.

La chiave per il raggiungimento della salute fisica, mentale e spirituale è la ricerca, nel proprio stile di vita, dell’equilibrio, secondo i princìpi dello Yin e dello Yang (definiti, dallo stesso Ohsawa, “gli occhiali magici”). Queste forze antagoniste e complementari costituiscono il Principio Unico. La salute e quindi la malattia sono conseguenze della condotta dell’individuo, che rispetta, o vìola, l’ordine dell’universo.

Diete e salute

Uno studio del 2006, “Adjuvant diet to improve hormonal and metabolic factors affecting breast cancer prognosis” evidenzia che la dieta macrobiotica, per la composizione ricca di fibra dietetica e povera di grassi saturi potrebbe incidere sullo squilibrio metabolico e endocrinologo indotto dalla alimentazione occidentale, riducendo questo fattore di rischio per lo sviluppo di tumori.

Ipotizza che la dieta macrobiotica, sulla base di prove indirette e per la sua similarità con le raccomandazioni dietetiche normalmente già consigliate per la prevenzione di patologie croniche, potrebbe implicare un ridotto rischio di prevalenza di cancro. La ricerca conclude che il ruolo della dieta macrobiotica nella prevenzione del cancro e la sopravvivenza a tale patologia non è stato studiato in modo adeguato per giustificare scientificamente la raccomandazione che la macrobiotica possa essere utilizzata nella cura del cancro.

Cosa si mangia

In generale, sono alimenti macrobiotici i cereali completi non raffinati (come riso integrale, grano saraceno, miglio, orzo, mais, segale, avena, segale), alcune verdure, come carote, rape, cavoli, cipolle, radici e le alghe. Le verdure dovrebbero costituire un quarto dell’alimentazione, ma si devono evitare asparagi, finocchi, spinaci, melanzane, pomodori, patate e zucchine. Tra le bevande, sono consigliati tè cinese o giapponese, infusi di cicoria e di radici.

Particolare attenzione è dedicata al metodo di cottura: è preferita quella a vapore, soprattutto per le verdure. a dieta macrobiotica non permette di mangiare carne (ad eccezione di selvaggina, volatili, pesci e molluschi), salumi, uova, latticini, burro e margarina. E ancora, sono vietati: cibi in scatola o congelati, farina e riso raffinati, cibi con additivi; dolcificanti come miele, zucchero e saccarina. Niente cioccolata, caffè, aceto, frutta e succhi tropicali, bibite con soda e bevande alcoliche. Non vanno mai usate spezie e sale comune, ma solo sale marino allo stato naturale.

Dieta mediterranea

Altra dieta di lunga tradizione, in cui non ci si nega quasi nulla, è quella mediterranea. Questa dieta riduce in maniera sostanziale il rischio di infarto e di ictus e i suoi benefici sono confermati da molti studi, tra cui quelli condotti dall’Irccs Neuromed di Pozzilli, in provincia di Isernia, su un campione di 25 mila persone residenti in Molise e reclutate grazie al Progetto Moli-sani.

Il problema è che in Italia, la povertà esclude le fasce di popolazione a basso reddito dalla possibilità di usufruire di un’alimentazione corretta e bilanciata, con tutte le conseguenze a lungo termine che si possono immaginare. La dieta mediterranea fa bene, quindi, solo a chi può permettersela. È ispirata ai modelli alimentari diffusi in alcuni paesi del bacino mediterraneo, come l’Italia, la Spagna, la Grecia e il Marocco, negli anni Cinquanta del Ventesimo secolo.

Caratteristiche principali

Ma quali sono le principali caratteristiche della dieta mediterranea? Sono: abbondanti alimenti di origine vegetale, come frutta, verdura, ortaggi, pane e cereali soprattutto integrali, patate, fagioli e altri legumi, noci, semi, freschi, al naturale, di stagione, di origine locale. E poi, frutta fresca come dessert giornaliero, dolci contenenti zuccheri raffinati o miele poche volte la settimana, olio di oliva come principale fonte di grassi, latticini dando la precedenza a formaggi e yogurt consumati giornalmente in modesta quantità.

Ma anche pesce e pollame consumato in quantità moderata, da zero a quattro uova la settimana, carni rosse in modesta quantità, vino consumato in quantità modesta e generalmente durante il pasto. Questa dieta ha un contenuto basso in grassi saturi (inferiore al 7-8%), ed un contenuto totale di grassi da meno del 25% a meno del 35% a seconda delle zone. Inoltre originariamente era associata a regolare attività fisica lavorativa, ad esempio nei campi o in casa.

Essere vegetariani

Le diete vegetariane sono dei modelli dietetici basati totalmente o in larga prevalenza su alimenti provenienti dal regno vegetale. Gli alimenti provenienti dal regno animale sono assenti o marginali e, in questo secondo caso, non comprendono mai la carne, che viene esclusa in ogni caso. Sebbene ispirate da principi diversi le diete vegetariane hanno tutte in comune il non violare l’integrità fisica e il non causare la morte degli animali.

Tra le diete vegetariane sono compresi diversi modelli alimentari, quelli principalmente studiati si differenziano per il grado di esclusione dei cibi animali e sono la dieta latto-ovo-vegetariana, la dieta latto-vegetariana e la dieta vegana o vegetaliana. Coloro che seguono questo tipo di diete sono classificati comunemente come vegetariani, anche se all’interno di tale gruppo gli individui sono distinti in base al tipo specifico di dieta seguita, latto-ovo-vegetariani, latto-vegetariani e vegetaliani o vegani.

Frutta, verdura e…

Le diete vegetariane sono basate su cereali, legumi, verdura e frutta (sia fresca che secca) e, in misura ridotta, comprendono latte, latticini e uova per coloro che ne fanno uso. Molti prodotti comunemente usati in una dieta vegetariana sono normalmente diffusi in tutto il mondo, mentre altri prodotti, non indispensabili ai fini dell’equilibrio della dieta ma comunque solitamente usati nella preparazione dei pasti vegetariani, sono normalmente assenti in una classica dieta occidentale e appartengono ad altre tradizioni quali quelle dei paesi asiatici, mediorientali, centro e sud americani o dell’area mediterranea. Prodotti a base vegetale quali ad esempio hamburger, yogurt o latti vegetali possono essere usati in sostituzione dei corrispettivi prodotti con carne, latte e uova.

Il veganesimo

Le diete vegane sono dei modelli dietetici basati su alimenti provenienti esclusivamente dal regno vegetale. Questa tipologia di diete escludono dall’alimentazione la carne di qualsiasi animale e tutti i prodotti di origine animale e quindi rientrano, come casi particolari, nelle diete vegetariane.

Oltre alla dieta vegana classica, basata su cereali, legumi, verdura e frutta e tipicamente adottata come pratica alimentare nel veganismo etico, si possono considerare diete vegane anche altre diete che, sebbene differiscano sostanzialmente da una dieta vegana classica sia nei principi alimentari sia nel tipo di alimenti consumati, non comprendono il consumo di alcun ingrediente di origine animale, quali quelle praticate, ad esempio, nel crudismo vegano, nel fruttarismo o nell’ehretismo.

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Diete dei centenari

Le diete di cui abbiamo parlato sono solo alcune tra principali, certamente le più note oggi in Italia. In tante parti del mondo mangiano bene e si curano con il cibo, ma non danno un nome alla loro dieta. Ad esempio, gli abitanti di Okinawa sono i più longevi del mondo: i centenari sono in media cinquantaquattro ogni centomila persone, il triplo rispetto a Stati Uniti e Italia.

La loro dieta giornaliera è fatta di zuppa di miso, tofu e alghe marine, verdure raccolte nell’orto di casa, patata dolce. Le principali fonti di proteine sono legumi, soia, tofu e miso. Il consumo di pesce è limitato a una o due volte a settimana e la carne viene mangiata raramente durante l’anno. Gli abitanti di Okinawa passano molto tempo all’aria aperta, camminando e lavorando nei campi.

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8 marzo: non solo donne, Hachiko e la festa della fedeltà

Parlo di Hachiko e del suo padrone. Hachiko è una cane di razza akita, nato a Odate il 10 novembre 1923 e morto a Shibuya l’8 marzo 1935. Diviene famoso per la sua enorme fedeltà nei confronti del padrone, il professor Hidesaburo Ueno. Ueno muore improvvisamente, mentre fa lezione in università. Non tornerà mai più, ma il cane si reca ogni giorno, per quasi dieci anni, ad attenderlo invano alla stazione in cui il suo “papà umano” prende il treno per recarsi al lavoro. La vicenda ha un enorme riscontro nell’opinione pubblica dell’epoca e ben presto Hachiko diviene, in Giappone, un emblema di affetto e lealtà.

L’8 marzo si festeggia Hachiko e la fedeltà canina. È vero, quasi tutto il mondo l’8 marzo festeggia le donne per ricordare le conquiste sociali, politiche ed economiche, ma anche le discriminazioni e le violenze cui sono ancora oggetto in molte parti del mondo, Italia compresa.

Risponde al vero anche il fato che la Giornata Internazionale delle Donne sia una ricorrenza antica, oramai una felice tradizione, tenuta per la prima volta negli Stati Uniti d’America nel 1909 e poi arrivata in molti Paesi europei nel 1911.

In Italia solo nel 1922. Siamo sempre indietro in tema di donne. Non voglio sembrare a tutti i costi anticonformista o ricercatore di notizie dimenticate dalla maggior parte delle persone. Quasi sono femminista, ma proprio non riesco a dimenticare un’altra storia legata alla data dell’8 marzo, una storia giapponese altrettanto importante che ha un unico protagonista, un sentimento nobile, un sentimento che gli uomini faticano a provare: la fedeltà di un cane.

Parlo di Hachiko e del suo padrone. Hachiko è una cane di razza akita, nato a Odate il 10 novembre 1923 e morto a Shibuya l’8 marzo 1935. Diviene famoso per la sua enorme fedeltà nei confronti del padrone, il professor Hidesaburo Ueno.

Ueno muore improvvisamente, mentre fa lezione in università. Non tornerà mai più, ma il cane si reca ogni giorno, per quasi dieci anni, ad attenderlo invano alla stazione in cui il suo “papà umano” prende il treno per recarsi al lavoro. La vicenda ha un enorme riscontro nell’opinione pubblica dell’epoca e ben presto Hachiko diviene, in Giappone, un emblema di affetto e lealtà.

L’Akita di nome Hachiko era nato in una fattoria

Nel 1934, all’animale viene dedicata una statua e, negli anni, la sua storia diventa il soggetto di film e addirittura di alcuni libri. Conosciuto anche come “Chuken Hachiko” (letteralmente “Cane fedele Hachiko), il suo vero nome era solo Hachi, che in giapponese significa “8”, numero considerato bene-augurante. Vi racconto questa storia perché sin da piccolo mi commuove e perché col passare degli anni mi fa apprezzare la cultura giapponese.

Ma cominciamo dall’inizio. Hachiko nasce in una fattoria di Odate, nella Prefettura di Akita. È un esemplare maschio di Akita Inu bianco. A due mesi, viene adottato da Hidesaburo Ueno, professore presso il dipartimento agricolo dell’Università Imperiale di Tokyo, che lo porta con sé nella sua abitazione a Shibuya. Il professor Ueno, pendolare per esigenze di lavoro, ogni mattina si dirige alla stazione di Shibuya per andare al lavoro prendendo il treno. Il suo fedele cane lo accompagna sempre e ritorna alla stazione ad aspettarlo, quando il professore rientra dalla giornata lavorativa.

Il 21 maggio 1925 Ueno muore improvvisamente, stroncato da un ictus mentre è all’università, durante una lezione. Hachiko, come ogni giorno, si presenta alla stazione alle 17, orario in cui solitamente il suo padrone fa ritorno dal lavoro, ma del professor Ueno non si vede neppure l’ombra. Il cane attende invano il suo arrivo. E purtroppo, non sarà l’unico giorno.

Non si arrende. È un cane. Testardo. Torna alla stazione il giorno seguente e fa così anche nei giorni successivi. Col passare delle settimane, il capostazione di Shibuya e le persone che prendono quotidianamente il treno iniziano ad accorgersi del cane e cercano di accudirlo offrendogli cibo e riparo. Dopo qualche mese, tutto il popolo giapponese viene a conoscenza della storia di Hachiko, grazie soprattutto al l’interessamento dei media.

Molte persone cominciano ad andare a Shibuya solo per vederlo e poterlo accarezzare, mentre attende invano il padrone. Nonostante il passare degli anni e il progressivo invecchiamento, il cane continua comunque a recarsi alla stazione nel momento in cui il suo defunto padrone sarebbe dovuto arrivare. Nell’aprile 1934, viene realizzata, per opera dello scultore Teru Ando, una statua in bronzo con le sue sembianze, posta nella stazione di Shibuya. Un’altra statua simile viene eretta a Odate, la sua città natale. Si racconta che il cane sia addirittura presente all’inaugurazione.

Il cane attende il padrone, ma muore per filariosi

L’8 marzo 1935 Hachiko muore di filariosi. Ha undici anni e attende ininterrottamente per ben dieci anni il ritorno del suo padrone. Tutti i giorni. Ritrovato in una strada di Shibuya, la sua morte impietosisce la comunità nipponica.

La notizia viene inserita in tutte le prime pagine dei giornali giapponesi e venne dichiarato un giorno di lutto nazionale per ricordare il suo reiterato gesto di fedeltà nei confronti del padrone.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, necessitando di quantità ingenti di metalli per costruire le armi, il governo giapponese ordina di fondere anche la statua di Hachiko. Nel 1948, tre anni dopo la fine del conflitto, Takeshi Ando, figlio di Teru, riceve la commissione di scolpire una nuova statua raffigurante il cane, da collocare sempre nello stesso posto di quella precedente.

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Nonostante il corpo di Hachiko sia stato preservato tramite tassidermia ed esposto al Museo Nazionale di Natura e Scienza, situato a nord-ovest della stazione, alcune sue ossa vengono sepolte nel cimitero di Aoyama, accanto alla tomba del professor Ueno.

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L’8 marzo di ogni anno, anniversario della morte del fedele cane, in Giappone, viene organizzata una bellissima cerimonia per ricordare Hachiko, alla quale partecipano vari amanti dei cani che portano il loro omaggio alla sua lealtà e alla sua devozione. Negli anni, il cane in questione diviene il soggetto di “Hachiko Monogatari”, un film giapponese del 1987 diretto da Seijiro Koyama, che narra la storia del cane dalla nascita fino alla morte. Viene girato anche un remake americano, “Hachiko – Il tuo migliore amico”, diretto dal regista svedese Lasse Hallström e interpretato da Richard Gere e Joan Allen.

Col senno di poi e la piena coscienza del Paese in cui sono nato e vivo, pensando oggi ad Hachiko e all’8 marzo, inevitabilmente mi domando: ma se non siamo riusciti ancora a riconoscere un reale diritto di parità nei confronti delle donne, di cui festeggiamo l’8 marzo, se non siamo in grado di punire e contrastare seriamente l’abbandono degli animali domestici, quando riusciremo a garantire il rispetto dei diritti degli animali? Credo mai.

Aste al centesimo: ecco le nuove frontiere della dipendenza

Quello delle aste al centesimo online, come il poker online, i casinò sul web e via dicendo, è divenuto ormai un pericoloso fenomeno che interessa centinaia di migliaia di persone in Europa, in crescita costante nei Paesi poveri in cui, spesso, la ricchezza è un sogno irrealizzabile. Potenzialmente, questo problema tocca qualche milione di persone in tutto il mondo. Non è un’esagerazione fantastica. Si tratta di una triste realtà, al limite del borderline, che conferma come la dipendenza sia sempre più destinata a diventare uno dei mali più diffusi nel prossimo futuro.

Esistono nuove frontiere della dipendenza. Internet serve anche a monitorare le nuove frontiere in cui è possibile scaricare la fame da gioco d’azzardo. Tutto legale, per carità. Le aste al centesimo sono uno dei tanti nuovi modi con cui persone malate, dipendenti dal gioco d’azzardo e dal brivido delle puntate, possono rovinare le loro vite e quelle di chi gli sta vicino. Mica pensavate che c’erano solo le famigerate sale slot, i centri scommesse e le bische clandestine, dove si può spendere di tutto scommettendo su tutto.

Peccato non si possa scommettere su quei novantotto miliardi di evasione poi condonati dallo Stato alle varie Atlantis, Sisal, Lottomatica…Se è legale? Formalmente e tecnicamente rispetta le attuali leggi in materia di gioco d’azzardo. In fondo, basta che si dica chiaramente che il gioco d’azzardo causa dipendenza. E forse sarebbe anche il caso di aggiungere che la dipendenza psicologica dal gioco d’azzardo può rovinare la vita di una persona. Come il fumo. Non dimentichiamo che molte normative statutarie nate o riviste negli ultimi decenni non vanno a braccetto né con il buon senso né con la morale.

Quello delle aste al centesimo online, come il poker online, i casinò sul web e via dicendo, è divenuto ormai un pericoloso fenomeno che interessa centinaia di migliaia di persone in Europa, in crescita costante nei Paesi poveri in cui, spesso, la ricchezza è un sogno irrealizzabile.

Potenzialmente, questo problema tocca qualche milione di persone in tutto il mondo. Non è un’esagerazione fantastica. Si tratta di una triste realtà, al limite del borderline, che conferma come la dipendenza sia sempre più destinata a diventare uno dei mali più diffusi nel prossimo futuro.

Il gestore fa soldi a palate, anche più di centomila euro al giorno, qualcuno fa l’affare, in ogni caso meno affare di ciò che pensa, e qualcun altro, tutti gli altri, ci rimettono l’osso del collo. Ti interessa sapere davvero come funziona? Te lo racconto dopo averli testati personalmente. Si chiamano MadBid, piuttosto che Prezzi pazzi, oppure Swoggi, Bidoo (che sono i più frequentati, affidabili e conosciuti) e hanno alle spalle società serie.

Chi vince riceve l’oggetto o gli oggetti aggiudicati nei tempi stabiliti e senza costi aggiuntivi. Si paga il bene e la spedizione. E a questa cifra si somma il valore delle puntate, che sono il vero business che si cela dietro le aste al centesimo. Per uno che vince un premio che ne sono trenta-quaranta, ma anche cento, che perdono tutto.

Cosa perdono tutti gli altri? I soldi. Come? Puntando. Semplicemente puntando. Le puntate sono a pagamento: 4, 5, 6, 8, 10, 12 e più crediti a click. I crediti si acquistano con carta di credito. Il costo, ovviamente, varia da asta ad asta. Dipende da cosa c’è in vendita. Ogni click fa aumentare i prezzi dell’oggetto di un solo centesimo e questo garantisce un prezzo finale basso per l’aggiudicatario.

Dicevo che i crediti si acquistano direttamente sul sito, pagando con carta di credito o con conto PayPal. In genere poco meno di 500 crediti costano circa 50 euro. Con questi bonus, se non si vuole restare a secco già nel giro di 30 minuti, bisognerà cercare di comprare altri crediti, che quasi continuamente verranno proposti all’asta e saranno aggiudicabili a prezzi stracciati rispetto al valore dichiarato: 40-50 euro per 2 mila crediti, al posto di 500 euro.

Punta e ripunta, per questi 2 mila crediti avrete già speso almeno 100 euro e perso almeno 200 dei punti acquistati in precedenza. Una vera e propria esca. E voi la preda. Quando avrete all’attivo almeno 2 mila crediti potrete sperare di partecipare a qualche piccola asta, non affollata, meglio se notturna, perché in realtà se non avete un minimo di 6 mila o 7 mila crediti a disposizione, l’ideale sarebbe partire da 10 mila, non potete permettervi il lusso di sfidare la sorte.

Una serie di aste chiuse. Si osservi i prezzi irrisori a cui vengono battuti gli oggetti. Non potete puntare ad un iPad, ad un i Mac, ad una Canon… Si punta a ritmi velocissimi. A volte non si ha neppure il tempo di leggere il nome di un giocatore che ha puntato che si sovrappongono 4-5 rilanci in un secondo. A questo punto, siccome si è in gioco, si gioca. Almeno, questo è il meccanismo che scatta nel giocatore. E si spende. Pardon, si punta.

Alcune aste danno fino 5 secondi per rilanciare, altre fino a 45 secondi (in questo ultimo caso l’asta può arrivare a durare anche dodici ore). Nessuno immagina che si sta competendo con veri professionisti, venditori con alle spalle grandi budget e possibili o probabili alleanze. Nei corridoi della Polizia Postale si mormora che anche le mafie sono interessate ad alcuni di questi siti. Quantomeno per farci shopping a buon mercato, riciclando soldi sporchi.

Vi verrà il sospetto di avere a che fare con abili venditori quando noterete, circa un paio di ore dopo la chiusura dell’asta in cui avete perso per l’ennesima volta, che gli oggetti per cui vi siete svenati verranno messi in vendita su Ebay o su Amazon con tempi di consegna più lunghi del solito o con modalità particolari, tipo “prenota e paga ora, ti mandiamo una mail appena il prodotto sarà disponibile”.

Sul fatto che Madbid e la maggior parte dei siti di aste on-line siano seri non si discute, sul fatto che su quei siti si facciano affari appare estremamente surreale, a meno che non si giochi in società con la dea bendata. In realtà, chi sta guadagnando (tanto) da questo tipo di business è solo il gestore.

Facciamo un esempio intuitivo a tutti. Mediamente, un iPhone 6 viene aggiudicato tra i 150 e i 250 euro. Considerando che ciò si traduce in qualcosa che oscilla tra le 15 mila e le 25 mila puntate da parte dei partecipanti all’asta, e considerando che ciascuna puntata costa al puntatore da 5 a 10 centesimi, ciò significa che un oggetto di un valore medio di 700 euro viene alla fine a fruttare al gestore d’asta dai 7 mila e 500 ai 25 mila euro.

Sicuramente chi si aggiudica il prodotto a 250 euro può aver fatto l’affare (anche se deve considerare le sue puntate nel costo finale d’acquisto), ma il vero affare lo fa il gestore d’asta. Con 10 prodotti analoghi venduti ogni giorno, il gestore porta a casa tra i 75 mila e i 250 mila euro ogni 24 ore in maniera legale e, purtroppo, accettata e tollerata un po’ ovunque: un po’ di meno negli Stati Uniti d’America, dove molte associazioni vorrebbero che venisse vietato.

E poi c’è l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda, che riguarda la politica di marketing, portata avanti da queste società. Partiamo dal fatto che molti siti di aste al centesimo, per regolamento, rendono a modo loro una piccola percentuale di ciò che si è perso. Parte dei risparmi volati via, diventano credito spendibile per acquistare oggetti a prezzi da negozio. Questa piccola cifra, circa 10 euro ogni 100 spesi, è a tempo determinato. O la si investe entro pochi giorni, acquistando qualcosa sul sito internet in questione e magari aggiungendo ancora molti soldi per raggiungere la differenza, o la si perde per sempre. Un altro specchietto per le allodole.

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Non si è neppure liberi di decidere di gettare alle ortiche quella miseriaccia, che subito si viene bombardati da mail che ti invitano ad acquistare ancora crediti con l’offerta del 3×1. Esatto, paghi uno e ti danno il triplo di crediti. Provate a mettervi nei panni di chi, da persona dipendente, si vede fare questa offerta. Pensa: “Non può andare sempre male. I miei familiari si arrabbieranno per tutto quello che ho perso, però magari vinco e ripiano i debiti o mi resta qualcosa. Ma dai proviamo, cosa che vuoi che sia. Anzi, me lo sento, questa sarà la volta buona”.

Si perde di nuovo e, poco dopo, si riceverà un altro messaggio: “Affrettati, c’è un’offerta eccezionale valida solo per te e solo per oggi”. Un circolo vizioso senza apparente fine. Quasi ti senti in colpa di non aver più soldi. Ti viene voglia di indebitarti pur di non diniegare. Ma non lo fai. E allora arrivano gli sms. Una persecuzione che non può non far cedere chi del gioco è schiavo. Una persecuzione con un unico fine: lasciarti in mutande. O forse, toglierti anche quelle.

Storie di ordinario sfruttamento nel mondo del lavoro

Storie di ordinario sfruttamento nel mondo del lavoro. Quando ho visto questa foto, mi è subito venuto in mente che mi capitava e mi capita sovente di leggere sui mezzi d’informazione o di sentir parlare titolari e amministratori di aziende, quelli che i napoletani non a caso definiscono “i managgér”, che lamentano di non trovare quasi mai le risorse giuste da inserire nella propria squadra e di essere costretti a continui cambi di personale.

Questo non è adatto a quel tipo di lavoro, a quello manca la grinta, l’altro non si impegna a sufficienza, quell’altro ancora non ha bisogno di lavorare, un altro non è determinato. Poi, per curiosità, domando le reali possibilità di guadagno offerte ad un profilo da poco inserito oppure da inserire e… Indovinate un po’? Si materializzano tutte le storie al limite del disumano raccontate da amici e conoscenti. Appunto, storie di ordinario sfruttamento.

Quando va bene, vengono proposti compensi al limite della sopravvivenza, minacce, ricatti, e turni da dodici o tredici ore al giorno con un’ora di pausa pranzo (che se poi la salti è meglio), preferibilmente con contratto part-time, senza reali e oggettive prospettive di crescita economica. Con la scusa della crisi, la tendenza è il risparmio che rasenta l’accattonaggio. Si cerca di comprare professionalità a basso costo, con la presunzione di dire successivamente che le persone non hanno voglia di lavorare o che non mettono passione in ciò che fanno.

“Dovrebbero ringraziarmi e invece…”, “io li ho creati…”, “mordono la mano che li nutre” e mille altri deliri di onnipotenza e onniscienza. Da qui, prima con la scusa dei co.co.co, poi dei “cocode”, poi con quella degli stagisti e ora con il JobsAct (alias una “scopa nel culo”), gli interminabili turnover, continui annunci per la ricerca di personale e quant’altro. Potrei capire l’inserimento di un profilo junior, tenendo conto che quando il dipendente maturerà professionalmente, cercherà la crescita economica, com’è giusto che sia. Certo, ci sono anche persone che puntano alla carriera e che sono disposte ad essere sottopagate.

Levatemi tutto (anche lo stipendio) ma non il mio titolo, magari in inglese, sul biglietto da visita in carta patinata lucida e stampato in quadricromia… Però, c’è un esercito di professionisti, seri, preparati, capaci, orientati al risultato, che sono in grado di contribuire e non poco alla crescita di un business, a riorganizzarlo, alla formazione di un gruppo e molto altro. Bisognerebbe essere consapevoli dell’importante contributo che possono offrire ed evitare di guardarli come un costo.

Ci sono due soggetti: i sottopagati e gli scalatori

Perché il punto è proprio questo: risparmiare sulle risorse umane è un errore. Oggi, il dipendente perfetto deve avere 18 anni d’età, 36 anni di esperienza lavorativa alle spalle e costare non più di 15 euro al giorno. E chissenefrega se la storia ci insegna che è una strategia sbagliata: i fallimenti si contano ogni giorno. Un vero professionista non “svenderà” mai la propria professionalità e se ciò dovesse accadere, certo che non farà il vostro interesse, ma il proprio.

E quelli che sono disposti a lavorare sottopagati? Stanno male, si fanno venire il fegato marcio, ma non si lamentano, per evitare di sentirsi dire dai colleghi (magari sottoposti ad ammortizzatore sociale) che sono dei vermi. Sono quelli che vengono inseriti nelle redazioni dei giornali a poco più di 10 euro a pagina, una al giorno “sette-giorni-su-sette” e le foto e i video li fai tu. Già i video.

C’è anche il sito internet, che però diventa volontariato. “…Visto che ci sei, fai anche un video per il sito internet…”. Gli “scalatori sociali” sono quelli che vivono con mamma e papà, ai quali raccontano di essere diventati manager product o menate varie, e vanno a fare i porta a porta truffando la povere gente e sognando di fottere anche i loro capi.

Anche loro poveri, se si considera che le provvigioni, quando vengono riconosciute, sono bassissime e il compenso fisso promesso dopo le prime sei ore di assunzione è diventato una chimera. A proposito dei porta a porta. Ricordate le recenti truffe dei finti dipendenti dell’Enel? Quei ragazzotti carini e ben vestiti che pur di entrare in possesso del codice clienti scritto sulla bolletta avrebbero venduto l’anima? Il codice clienti è quel banale numero che consente di poter sottoscrivere nuovi contratti per la fornitura dell’energia elettrica all’insaputa dell’utente. Una truffa bella e buona.

Fino a qualche tempo fa il sistema era semplice: si spacciavano per incaricati Enel e proponevano un nuovo contratto. Per farlo chiedevano una vecchia bolletta per dimostrare, conti alla mano, la convenienza della propria proposta. Fin qui niente di strano. Fra l’altro nella maggior parte dei casi questi venditori non si mostravano particolarmente insistenti. Il perché è presto detto: a loro bastava vedere la bolletta. Da lì, utilizzando il codice cliente (in teoria noto al solo utente), potevano sottoscrivere un nuovo contratto (all’insaputa del consumatore) sul quale il venditore riscuoteva la provvigione. Il sistema per un po’ ha funzionato, e c’è chi prova ancora a utilizzarlo.

Ma il passaparola tra utenti fregati con quel sistema aveva cominciato a diffondersi, e il contatto diretto tra venditore e consumatore presentava rischi crescenti: non sono mancate denunce. La fantasia dei truffatori non conosce limiti, ed ecco che per un trucco scoperto se ne inventa un altro. Non più visite porta a porta per chiedere la bolletta. Del resto la stessa Enel avvisa sulle sue lettere di non inviare incaricati o di fare transazioni al domicilio dell’utente. Allora basta una telefonata. Chiamano a casa della famiglia presa di mira e, spacciando la possibilità di fantasmagorici sconti, chiedono la lettura di una bolletta qualsiasi, facendosi dare anche qui il “numerino magico”, ossia il codice utente. Se si trattasse davvero di una chiamata di Enel, dovrebbe essere già in possesso di chi telefona. O no?

Sfruttamento porta a porta ne vuoi? No grazie

Sempre più specchio di una realtà che dovrebbe incutere paura, Facebook, attraverso una delle sue pagine, ti fa imbattere nella testimonianza di una ragazza: “Vorrei esporre in maniera anonima la mia esperienza. Chiedo l’anonimato perché ho intenzione di provare a procedere legalmente per più di un torto che ritengo di aver subito, ma non ho ancora parlato con nessun avvocato, né denunciato l’accaduto. Era da tempo che cercavo lavoro finché mio padre un giorno mi diede un numero di telefono. Un’azienda che cercava personale”.

“Decido di telefonare, ma durante l’arco della telefonata non mi dissero esattamente di cosa si trattava. Fissato il colloquio vado nell’ufficio e parlo con il titolare, dicendo che cercava sia una segretaria sia gente esterna, non spiegando bene l’utilizzo che ne avrebbe fatto all’esterno. Parla di un fisso di 800 euro per il primo mese, e di oltre 1000 euro successivamente. Mica male di questi tempi. Gli lascio il curriculum e dopo qualche giorno mi chiama e mi dice di andare il lunedì per la giornata di prova”.

“Arriva il giorno fatidico, mi presento puntuale e dopo pochi minuti io ed altre due selezioni andiamo in macchina con il trainer, quando in realtà il titolare aveva detto che sarei rimasta in ufficio. Dopo che il trainer offre la colazione, parcheggia la macchina e ci fa vedere il lavoro. Un porta a porta. Giuro, dire che ero delusa era poco. Alla fine della giornata torno in ufficio, faccio il test e lo passo e vengo presa”.

“Dopo quasi una settimana firmo la lettera d’assunzione, o meglio la lettera d’incarico per il porta a porta. Mi hanno licenziata dopo 29 giorni: sono stati furbi a licenziarmi il giorno prima che facessi il mese, così non mi hanno dato il fisso. Tutti i giorni sveglia alle 6 del mattino, per essere in ufficio alle 8. Addirittura una volta sono arrivata con 10 minuti di ritardo e non mi hanno aperto la porta dell’ufficio”.

“Io sono uscita e me ne sono andata in giro, in zona. Dopo un po’ mi ha chiama il trainer e io gli ho chiesto: “Ma cos’è, volete licenziarmi?”. E lui mi dice di no. Con l’agenzia per fortuna non ho più niente a che fare, ovviamente ho preso una miseria, 100 euro a marzo e 37 euro ad aprile. Mai e poi mai più un lavoro così. Anzi, non è nemmeno un lavoro, è puro e proprio sfruttamento”.

Il problema è che questo tipo di sfruttamento è autorizzato da leggi che tutelano solo l’imprenditore e permettono questo far west. Dicono che l’imprenditore si espone al richio d’impresa. Non è vero. Ormai con la semplicità con cui si accede alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà o al fallimento (spesso pure concordato), il rischio d’impresa è una barzelletta. Tanto è tutto a carico della comunità. Sì, quella fatta da gente strozzata dalle tasse, sfrattata dalle case quando rimane sul lastrico… Quello della ragazza che ha raccontato del porta a porta per 137 euro in un mese e 29 giorni non è un caso fortuito, se in men che non si dica ci si può imbattere in un’altra significativa testimonianza.

E poi ti imbatti in un gruppo famoso e di prestigio

“Vi racconto la mia esperienza con un gruppo famoso, “Gruppo P***e” nel quale mi sono imbattuto per caso in un centro commerciale. Erroneamente indotto a credere che lavorassero direttamente per un noto brand di telefonia e desideroso di lavorare, ho lasciato i miei dati e dopo qualche giorno sono stato contattato. Mi presento al colloquio dove vengo accolto dal direttore della filiale locale che fa un monologo su quanto questo lavoro sia flessibile, dinamico, motivante, improntato alla crescita personale e, soprattutto, meritocratico. E poi si guadagna bene. Addirittura puoi scegliere quanto guadagnare, a seconda dei contratti che farai. Comunque, non preoccuparti, c’è pur sempre un fisso di 400 euro. E me lo scrive su un foglio che ancora conservo, hai visto mai…”.

“Il giorno successivo firmo un mandato di collaborazione in bianco e comincio a lavorare. Dovevo stare nella galleria commerciale, fermare la gente e cercare di portarla alla postazione Flexi dove, il mio store manager, li avrebbe sapientemente convinti a sottoscrivere un contratto. I primi giorni, infatti, non conoscevo il prodotto e non potevo presentarlo da solo, poiché non mi era stata fatta nessuna formazione. Dopo avermi mandato in prova all’interno di un punto vendita Mediaworld, sono tornato sul flexi dove ogni tanto cambiavano lo store manager”.

“Nel frattempo, continuavano a fare colloqui ogni giorno e vedevo passare tanti ragazzi e ragazze che resistevano al massimo una settimana e poi, magicamente, sparivano per le più svariate motivazioni. Verso la fine del mese, lo store manager di turno mi dice che sono indietro e devo recuperare, altrimenti niente stipendio. Come? Esatto, niente fisso. Solo provvigioni sui contratti attivati, non sottoscritti, entro una data del mese successivo e il pagamento a 60 giorni. Sempre che si raggiunga la quota da loro stabilita…”.

“Poiché per andare a lavorare impiegavo oltre mezz’ora con la mia auto, rimettendoci benzina e tempo, il gioco sembrava non valesse la candela. Decido comunque di darmi un altro mese di tempo, durante il quale subisco persino una serie di aggressioni verbali da parte di uno store manager, che mi insulta toccando anche la mia sfera personale. Ingoio il rospo per quieto vivere. Nel mentre, trovo un lavoro vicino casa”.

“A fine mese vado via ma non lo dico a nessuno e continuo a lavorare come nulla fosse. Due giorni prima di andarmene – il preavviso, come da contratto – lo comunico al mio responsabile che, per tutta risposta, mi dice di restituire il cartellino e andarmene immediatamente, dandomi dell’ingrato irrispettoso nei confronti dell’azienda e delle persone che mi avevano accolto e aiutato come fossero benefattori”.

Qualche giorno da infiltrato, giusto per capire

Incuriosito da queste e altre mille storie simili, ho deciso di infiltrarmi “indirettamente” in una di queste aziende a struttura piramidale, parola che odiano visto che questa pratica è vietata dalla legge. L’ho fatto a Torino. Oltre a confermare le situazioni raccontate, due delle quali avete appena letto, reputo importante lasciarvi alcuni punti di riflessione. È fondamentale capire i retroscena di determinate situazioni lavorative, altrimenti si corre il rischio di avere un quadro parziale e non sufficientemente stupefacente.

Ci sono le “feste-premiazioni” che sono obbligatorie per tutti. Si tengono una volta al mese e si fanno balletti aziendali, si ascoltano discorsi motivazionali e il solito ritornello dei soldi a palate, quando il direttore ha detto che un ragazzo avrebbe guadagnato uno stipendio che un laureato neppure potrebbe sognare… Il tutto condito da una buona dose di alcool, generosamente offerto dalla cara azienda. Chi non si presenta alla festa è un ingrato e viene cacciato via in malo modo, senza se e senza ma.

Poi c’è il concetto di “meritocrazia”, ovvero un parolone di cui si riempiono la bocca questi cosiddetti leader senza conoscerne il significato. Un po’ come quando parlano di rispetto. I colleghi, all’inizio, ti aiutano ma, in fondo, è pur sempre una guerra a chi si accaparra un contratto. Una guerra tra poveri, comunque. Nella loro catena alimentare tutti i nuovi entrati e i non raccomandati sono un’insalata. Poi c’erano i colleghi “anziani” e poi ancora gli store manager che guadagnano percentuali sulle provvigioni dei sottoposti.

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Senza dimenticare i gruppi WhatsApp, sui quali ogni giorno si postano le foto dell’arrivo allo stand e si forniscono prove fotografiche dei contratti fatti con metodi quasi mai trasparenti. I toni usati dai direttori sono, per usare un eufemismo, minacciosi anche se solo dimentichi di rispondere a una qualsiasi domanda. Per lo più, quelle che forniscono una scelta sono: “Venite alla festa stasera, sì o sì? Se non venite stasera, state a casa anche domani”.

Appena uno viene cacciato, viene subito rimosso dal gruppo dove i soliti “motivatori” scrivono che chi non ha voglia di lavorare fa la stessa fine. Gli adepti delle sette sataniche hanno più personalità di questo branco di replicanti. L’accesso ai profilo personali, dai quali potreste controllare lo stato di lavorazione dei vostri contratti, spesso resta magicamente avvolto nel mistero per mesi. Se riuscite ad accedervi, significa che stanno per mandarvi via…

In ogni caso, quando riuscirete a controllare, scoprirete anomalie su molti contratti attivati e mai inseriti sotto il vostro codice. Volatilizzati. I compensi per un mese di lavoro variano dai 130 ai 160 euro. Quando riuscite a farvi pagare… Non sono violento per natura, ma voi dite che questa gente non andrebbe presa a sprangate nelle rotule? Sappiate che la legge, addirittura, li difende…

Salute: siamo circondati da troppi veleni e tossine

Guardatevi intorno. Come conseguenza di una scelta di onestà intellettuale fatta molti anni fa, mi sono tagliato fuori da un sistema di informazione che le notizie le produce con lo stampino. Fateci caso. In base ai periodi dell’anno si parla quasi sempre delle stesse cose: terra dei fuochi, navi dei veleni, rifiuti tossici, tumori a Taranto e veleni sull’Ilva, amianto nostrano e indiano, città inquinate (a turno se la passano Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari…), falde acquifere contaminate e molto altro.

Siamo circondati da troppi veleni. Però, spesso per paura, preferiamo non pensare a tutti i veleni che ci circondano e che, sicuramente, hanno fatto sì che il cancro diventasse il male del secolo. Più serial killer dell’aids. Non abbiate timore di scoprire cosa vi circonda. Aprite gli occhi.

Guardatevi intorno. Come conseguenza di una scelta di onestà intellettuale fatta molti anni fa, mi sono tagliato fuori da un sistema di informazione che le notizie le produce con lo stampino. Fateci caso. In base ai periodi dell’anno si parla quasi sempre delle stesse cose: terra dei fuochi, navi dei veleni, rifiuti tossici, tumori a Taranto e veleni sull’Ilva, amianto nostrano e indiano, città inquinate (a turno se la passano Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari…), falde acquifere contaminate e molto altro.

Sempre più spesso ci vengo sbattuti in faccia casi all’apparenza irrisolvibili, più grandi di noi. Perché? Probabilmente per farci vivere nella rassegnazione e nell’ignoranza. Per spingerci a domandarci “devo preoccuparmi di ciò che mangio, se anche l’aria che respiro è avvelenata?”.

Il resto, poi, lo fanno le pubblicità, soprattutto televisive. Sì, che devi preoccuparti di quello che mangi. E non solo perché aveva ragione Aristotele nel sostenere che ognuno è il risultato di ciò che mangia. Ma soprattutto, perché la fonte di inquinamento più tossico per noi arriva proprio dal #cibo, poi dall’aria e poi ancora da “compagni” quali smartphone, computer, wifi e molto altro ancora. Adesso, non è che bisogna fuggire in una grotta ad alta quota. Ma sicuramente conoscere uno o più nemici, ci può essere d’aiuto per limitare i danni.

Circondati da veleni in tavola

Pesce. Può contenere metalli pesanti (mercurio) e metalli radioattivi (cesio). Inoltre, è soggetto a trattamenti di conservazione a volte molto tossici.

Carne. Può contenere antibiotici, antiparassitari, anabolizzanti (vietati in EU) che sono tossine di tipo esogeno. Il suo metabolismo produce ammoniaca, putrescina, cadaverina e altre sostanze azotate all’interno del corpo. Anche nella carne ci possono essere micotossine derivanti dalla alimentazione degli animali. Lo Zearalenone è una muffa da fungo che influenza negativamente l’attività ormonale.

Frutta e verdura. Possono contenere residui di sostanze chimiche usate in agricoltura. Il residuo più comune e noto è dato dai nitrati che generano nitriti, che non possono essere eliminati ma si trovano nelle fibre dei prodotti. Questi generano nitrosammine che causano mutazione genetica. Altri residui chimici – antiparassitari, anticrittogamici, erbicidi e diserbanti che derivano dalla coltivazione, conservanti e ormoni derivanti dal ciclo di raccolta e conservazione – possono diventare sinergici tra di loro e con altri inquinanti aumentando stress ossidativo e tossine. Molti prodotti per il trattamento dei vegetali sono sistemici, cioè entrano nelle radici, fusto e foglie e quindi difficili da eliminare completamente.

Latte e formaggi. Tasto dolente. La pastorizzazione altera la struttura delle proteine del latte e può renderle immunogene. Molte persone hanno un deficit di lattasi – l’enzima che serve per metabolizzare il lattosio – e quindi lo zucchero del latte. Per queste persone diventa una tossina. Possono contenere micotossine.

Pasta. Se essiccata troppo in fretta altera la struttura delle proteine del grano rendendole immunogene. Per il resto vedi cereali.

Pane. Se cotto a temperatura troppo elevata può produrre acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Pizza. Gli impasti di farine se cotti in forni refrattari ad elevate temperature possono produrre Acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Cereali. Possono contenere micotossine prodotti da muffe – aflatossine, cioè tossine dell’Aspergillus Flavus – e altre tossine determinate da processi di cottura o dalla modificazione genetica dei semi (il grano Creso usato in Italia è una modificazione genetica del grano Cappelli e contiene più glutine).

Legumi. Possono contenere micotossine. Contengono (soprattutto fagioli rossi) più di altri alimenti delle lectine che possono comportarsi come inibitori di enzimi e causare danni al metabolismo (agglutinazione dei globuli rossi), specialmente se non cotti adeguatamente. Se secchi si consiglia di lasciarli in ammollo non meno di 48 ore.

Frutta secca. I semi oleosi – arachidi in testa – possono contenere micotossine, funghi e muffe.

Dolci. La quantità di zuccheri semplici (da intendersi non solo lo zucchero bianco o falsamente imbrunito, ma anche pasta,