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Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

Dipendenza: come riconoscerla e soprattutto come curarla

Una dipendenza è causa dell’alterazione del comportamento. Dalla fase della comune abitudine si passa a quella esagerata e smisurata del piacere attraverso mezzi, sostanze, oppure comportamenti che sfociano in una condizione patologica cronica. E tenete bene in mente le ultime tre parole che avete letto. Più dipende, più il soggetto ammalato tende a perdere il controllo di un’abitudine. Quindi, si è dipendenti quando si fa un uso compulsivo di una sostanza a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative.

Ci si ammala quando si perde il controllo volontario del comportamento. Le tecnologie odierne delle neuroscienze stanno portando alla luce alcuni meccanismi cerebrali correlati alle dipendenze. Oltre ad anni di risultati sperimentali sui modelli animali, ora ci sono gli studi per visualizzazione in vivo delle funzioni del cervello umano, grazie alla pet e alla risonanza magnetica funzionale. Questi strumenti di indagine rilevano alterazioni funzionali e strutturali, per questo si parla di patologia cronica, del sistema nervoso centrale di persone dipendenti.

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Questo conduce alla condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo. Giusto, ma non sempre. Per fortuna, infatti, capita che molte persone affette da dipendenza superino questa malattia senza ricorrere a cure. Inoltre, va tenuto conto che l’azione stessa delle sostanze psicoattive e la loro capacità di indurre dipendenza sono modulate da numerosi fattori di tipo psicologico e sociale. E se la persona non ha una sola dipendenza? Si trova certamente in una situazione peggiore, che si chiama polidipendenza.

Ci sono due tipi diversi di dipendenze e hanno effetti differenti: c’è la dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e la dipendenza psichica, che modifica lo stato psichico e comportamentale. Quella fisica è una dipendenza prodotta essenzialmente da condizionamenti neurobiologici ed è superabile con relativa facilità. La dipendenza psichica richiede interventi terapeutici lenti e ad ampio raggio. Spesso vanno coinvolti anche i familiari della persona dipendente.

Brutta bestia il gioco d'azzardo, che ogni anno rovina migliaia di famiglie
Brutta bestia il gioco d’azzardo, che ogni anno rovina migliaia di famiglie

Esiste una forma grave che comporta sia la dipendenza fisica sia quella psichica compulsiva. Un esempio è dato dal bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende. Si cerca l’effetto e si vuole evitare l’astinenza. La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga o la sostanza in dosi sempre maggiori, a causa dell’assuefazione che porta ad un innalzamento della soglia di tolleranza.

In pratica, il processo dell’assuefazione è uno dei più semplici. Per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina e, in secondo luogo, a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante. Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente dal cibo, come nel caso della bulimia, della dipendenza da zuccheri, del disturbo da alimentazione incontrollata. Oppure si può essere dipendenti da sostanze stupefacenti, in cui rientra l’alcolismo, il caffeinismo e il tabagismo.

Esiste la dipendenza da sesso, come nel caso di dipendenza sessuale, pornografia, masturbazione compulsiva. Ed esistono le dipendenze da lavoro (work-a-holic), da gioco (gioco d’azzardo patologico), da shopping (shopping compulsivo), televisione, internet (internet dipendenza), videogame, lo sport. La dipendenza non si presenta solo con un eccesso di dopamina, ma anche con un loro deficit.

Ad esempio, ripetere sempre le stesse cose e la mania di ordine e pulizia si manifestano come una dipendenza. Sono sintomi di una carenza di serotonina. Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer, o attività quotidiane. Si chiama “dipendenza psicologica” e provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa. Una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

La tossicodipendenza è un fenomeno in aumento
La tossicodipendenza è un fenomeno in aumento

Quali sono le aree del cervello coinvolte nella dipendenza?

Uno studio del 2007 ha mostrato per la prima volta le aree del cervello coinvolte nel processo decisionale. I neuroni della corteccia orbitofrontale e della cingolata anteriore sono le aree del cervello attivate per prendere qualsiasi decisione, sia cruciali come la scelta del tipo di scuola o di lavoro, sia banali come mangiare o bere qualcosa.

Rispettivamente, l’attività neuronale viene modulata nella orbifrontale in proporzione alla gravità della decisione da assumere, serve cioè ad identificare l’alternativa migliore, e nella cingolata in base alla rispondenza alle aspettative di partenza, come seguire l’alternativa che si è valutata migliore.

La cingolata anteriore è oggetto degli stimoli più forti per il confronto fra “pay-off” atteso, probabilità di successo e costo in termini di tempo e sforzo richiesti. A riprova, chi presenta danni in queste aree tende a comportamenti autolesionistici, con la stessa dinamica delle dipendenze, vale a dire a scegliere l’alternativa peggiore (in modo consapevole e non) e meno soddisfacente per sé.

Pare che il problema sia dovuto al non adeguamento dell’attività neuronale in base all’importanza della decisione da assumere: impulsività su scelte cruciali e per contro tempi lunghi per decisioni del quotidiano. Oggi, per curare le dipendenze si predilige un approccio multidisciplinare, che prevede un intervento mirato in ambito biologico e psicologico.

In ambito biologico, lo scopo è il raggiungimento dell’astinenza, utilizzato soprattutto nelle dipendenze da sostanze come alcol e droghe. Possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche. In ambito psicologico, di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, invece ci si prefigge l’obiettivo di spingere il soggetto a superare l’ossessiva percezione del bisogno della sostanza o comportamento da cui è dipendente.

Esistono molte associazioni che utilizzano il programma di recupero del gruppo di “auto-aiuto” come terapia contro svariate forme di dipendenze. Quali? Alcolismo, tossicodipendenza da droghe “leggere” (hashish e marijuana) e “pesanti” (cocaina, eroina, metanfetamina e altre), bulimia e altri disturbi alimentari, relazionali (codipendenza e dipendenza affettiva), comportamentali (gioco d’azzardo compulsivo). E ancora: dipendenza dal lavoro, da shopping compulsivo, sessuale (masturbazione compulsiva, pornodipendenza o cyber-sex addiction), da tecnologiche (internet dipendenza).

Intervista al gigolò: la mia vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

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In genere, un escort più è bello e curato e più costa
In genere, un escort più è bello e curato e più costa

Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.