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Da cosa fuggono i senegalesi

Sono due mesi che lavoro a questo reportage e sono due mesi che leggo e sento considerazioni ormai all’ordine del giorno, anzi all’ordine del minuto, restando in silenzio. Mi sono imposto il silenzio su “tutti questi extra-comunitari che ci stanno invadendo”. “Che poi, questi sono più neri di quelli di prima, che a almeno a volte sembravano meridionali”. Perché spesso è questo che si sente nei bus, nei tram o in giro. Un continuo montare di razzismo. Un risorgere di vecchie ideologie ipocritamente nascoste dietro un comunque eccessivo e ingiustificato cinismo individuale. Dicevo, sono due mesi che evito di proferire opinione sulle questioni che riguardano l’Africa e le sue problematiche.

Conosco quei luoghi per aver vissuto direttamente un paio di edizioni della Dakar, conosco il Senegal e la sua capitale, il lac Rose, o lago Retba, che mi porterò sempre nel cuore, ma anche i villaggi di Niaga o Sangalkam, o i centri come Diorga o Cité Saba. Conosco la loro ricchezza culturale e umana, ma altrettanto ho visto con i miei occhi una povertà assurda già ai tempi in cui si diceva che tutto andava bene. Erano i tempi in cui il problema, dicevano, era la Sierra Leone. Non chi la sfruttava e la saccheggiava… Dopo due mesi e l’aiuto prezioso di Piero Mina, torinese che opera come volontario in quei posti attraverso la sua associazione, sono riuscito a rispondere a tutte le frasi che ho ascoltato senza proferire parola.

Non mi importa se qualcuno dissentirà, tantomeno se in tanti continueranno a pensarla a modo loro. Quello che mi importa, nel mio piccolo, è di essere riuscito a portare sul mio blog, in Italia e potenzialmente nel mondo, immagini che ritraggono l’attuale situazione in quei luoghi. Una testimonianza importante, visto che dai quei luoghi non arriva quasi più nessuna informazione neutra. Ritratti di rassegnata disperazione della gente, la paura della vita quotidiana, le fogne a cielo aperto, ciò che resta delle case di tantissime persone, le loro reali condizioni e aspettative di vita. Uscite voi per queste strade, fatevi venire voglia di fare una passeggiata, provate a camminarci di sera o di notte. Provate a pensare che, qui, in questa discarica del mondo dovete anche viverci.

Non è che i giovani senegalesi abbiano un’innata voglia di scappare dalla propria terra. Il problema più grande è che, quella terra, qualcuno l’ha trasformata in una pattumiera. Chi è stato? Gli abitanti dei mondi cosiddetti civilizzati, quella stessa tipologia “signori” che fino a qualche decennio fa inquinavano con sostanze tossiche le nostre montagne e i nostri mari con sversamenti, navi dei veleni e via discorrendo. Le loro spiagge sono ridotte a discariche, a cloache del mondo, e le città o quel che ne resta sono fatiscenti, puzzolenti, malate e misere. Crocevia di malattie. Se non ti ammazza la povertà, ci pensa qualche malattia.

Ma c’è anche di peggio. Il rapporto 2016-2017 di Amnesty International evidenzia come in Senegal ci siano forti limitazioni alle libertà personali, comprese quelle sessuali, e ai diritti civili, come la facoltà di espressione e associazione. La giustizia, secondo Amnesty, è applicata in modo sommario e contribuisce a un grave sovraffollamento delle carceri. Il tasso di natalità è di circa cinque figli per ogni donna e fa sì che la popolazione, negli ultimi quindici anni, sia aumentata di circa il cinquanta percento.

I senegalesi fuggono dal terrorismo

Se a questo si aggiunge che il Paese è uno snodo fondamentale per le partenze verso il deserto del Sahara, anticamera dei porti in Tunisia e in Libia, ben si comprende come, dopo anni trascorsi a vedere passare dal loro Paese gente che insegue il sogno della libertà e del benessere occidentale e non torna più, i più giovani si sono convinti in massa che val la pena rischiare la vita, affrontare il deserto e i suoi pericoli, pur di fuggire via. Via da lì.

Via da un posto che era meraviglioso, che per decine di anni ha ospitato l’arrivo di una delle competizioni motoristiche più famose del mondo, la Paris-Dakar, e che ha fatto sognare intere generazioni che sfogliavano le riviste a colori e ammiravano le foto dei cammelli e delle oasi “conquistate” da piloti e vetture da corsa. Si è detto che le auto inquinano. Certo, mai quanto quello che riesce a fare un uomo a piedi. O comunque senza auto. L’uomo è per definizione il peggior virus che c’è sulla faccia della terra (certo ci sono anche tanti bravi uomini, sempre troppo pochi) e le immagini esclusive che pubblico in questo reportage sono una prova inconfutabile di quanto l’Occidente abbia fatto male all’Africa. Quell’Occidente che oggi non vuole gli africani.

Da cosa fuggono i senegalesi

La situazione di degrado e miseria a Dakar e nelle vicinanze.

La reale situazione del Senegal è ben nota ai nostri politici, anche a Matteo Salvini, come era nota Matteo Renzi… Sanno tutto e come sempre fanno finta di non sapere. Solo a che a loro, ai politici, interessano solo le questioni politiche e terroristiche, oltre che economiche. Nei cassetti (per nulla segreti) del Senato della Repubblica Italiana esiste il “Dossier numero 19 della Diciassettesima Legislatura”. Non farti ingannare dal nome. Il titolo è: “La realtà dei paesi pilota del Sahel”. Il quinto capitolo si chiama “Senegal”. Cosa c’è scritto? “Gli attacchi terroristici nei paesi del Sahel hanno implicazioni anche per il paese dove ci sono comunque tensioni per i progressi molto lenti sul piano delle riforme, per la corruzione diffusa”.

Ma dopo trenta anni trenta anni di tensioni e violenze, spinte dai separatisti nella regione della Casamance cosa ti aspetti? Esattamente quello che ti mostro. Miseria e distruzione. Si legge nella relazione: “Proprio i recenti attacchi dell’organizzazione fondamentalista Aqim in Burkina Faso e Costa d’Avorio, che mostrano l’intenzione e la capacità del gruppo di agire al di fuori della base tradizionale nel nord del Mali, rappresentano una minaccia per tutti i governi della regione che appoggiano le operazioni francesi di lotta al terrorismo, Senegal compreso”. Avete letto bene? “Appoggiano le operazioni francesi”. Non è così. I francesi fanno i froci col culo degli altri, nello specifico con quello degli abitanti di una loro colonia. Il Senegal non appoggia nulla. Deve appoggiare. Ne va della sua già precaria sopravvivenza.

Il Senegal ospita una delle due principali basi militari francesi in Africa e, dopo gli attentati di marzo rivendicati da Aqim, ha preso la decisione di condividere con Burkina Faso, Mali e Costa d’Avorio azioni di intelligence per la lotta al terrorismo. Il Senegal ha anche preso parte alla forza militare di peace-keeping in Mali. Secondo l’Italia, “l’effetto collaterale e indesiderato di un’azione più incisiva di contrasto del terrorismo all’interno del Senegal, in termini di restringimento delle libertà individuali, politiche e di movimento delle persone, potrebbe essere quello di far crescere rabbia e tensioni sociali, mettendo a repentaglio dinamiche tradizionali di spostamento transfrontaliero di persone”. Difficilmente si può avere più rabbia e più tensione. Certo è che se lasciamo che il male generato da interessi politici, religiosi ed economici continui a devastare questi luoghi, non riusciremo ad evitare l’onda lunga della nostra inerzia.

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Il degrado ambientale distrugge il Paese

Un fattore chiave che determina l’emigrazione dal Senegal è il degrado ambientale e la mancanza di opportunità di lavoro e di futuro. Le migrazioni interne al Paese sono molto maggiori rispetto a quelle internazionali: in base a i dati del censimento del 2013, i migranti interni che si sono sposati dalle zone rurali a quelle urbane, in particolare, i grandi centri – Dakar su tutti, ma anche altre città che gravitano attorno a Dakar, come Thiès, Diourbel e Kaolack – erano quasi due milioni, mentre i senegalesi emigrati all’estero erano poco più di cento e cinquantacinque mila. Erano. Perché poi la situazione è degenerata e tutti hanno iniziato a scappare. Si salvi chi può. hai presente? Al di là dei numeri ti faccio una domanda: hai mai parlato un con ragazzo che viene dal Senegal? Hai mai avuto il coraggio di chiedergli cosa pensa e cosa sogna mentre guarda ciò che ha intorno a casa sua?

Io ci parlo e li ascolto. Anche spesso. A parte le storie che ho già avuto modo di raccontarti, l’ultimo con cui ho chiacchierato si chiama Abdelaye, di 26 anni. Queste le sue parole: “Ero l’assistente del capo villaggio, ma non guadagnavo nulla. Mi sono indebitato per sopravvivere e poi mi hanno denunciato. Capisci, ero ricercato dalla polizia. La mia unica salvezza era la traversata del Mediterraneo e sono partito a bordo di un autobus verso l’Europa. In Africa non abbiamo niente, lo Stato non mantiene le promesse. Ho parenti e amici in Francia. Stanno bene. Anche io ce la farò. Ho già rischiato di morire più volte, cosa mi fermerà? Non i crampi della fame”.

E intanto, sta in Italia, vive di elemosine e bidoni dell’immondizia e non perde la speranza, perché qui, in queste condizioni disumane, sta già meglio. Ha trovato la sua serenità. A proposito della speranza. I viaggi della speranza, in genere iniziano dalla stazione degli autobus di Tambacounda, città del Senegal a cento e ottanta chilometri dal confine con il Mali, in autobus gran turismo della Diallo Transport. Due giorni e mezzo di viaggio fino ad Agadez, tremila e settecentoventi chilometri attraversando il Sahel, una strada cosparsa di buche, terra rossa e immensi baobab a bordo pista. Un percorso fino a vent’anni fa reso celebre dai piloti della Paris-Dakar. Oggi, invece, trasformatosi nell’inizio della Western Route, come i migranti in viaggio verso l’Europa l’hanno ribattezzata. La più grande sconfitta per il Senegal.

Fotoreportage dal Senegal

 

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Crotone sogna di liberarsi dai veleni

Crotone sogna di liberarsi dai veleni e parte su Change.org la raccolta firme della disperazione. I cittadini di crotone, disperati al pari di quelli della Terra dei Fuochi, chiedono una bonifica urgente del loro territorio, noto come la Terra dei Veleni. Qui ci si ammala troppo. E si muore giovani, troppo giovani e troppo spesso. “In Calabria continuiamo a respirare veleni. Tutti i santi giorni, gli abitanti di Crotone sono costretti a convivere con sostanze cancerogene di diversa natura e origine, che sono state sotterrate, che si mescolano al suolo e alle tante falde acquifere presenti o che viaggiano libere nell’aria. La nostra Terra dei Veleni va bonificata ora”, tuona Vincenzo Voce, del Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni”, che ha avviato la raccolta firme per una petizione da indirizzare al ministro per l’Ambiente, Sergio Costa.

“Una bonifica seria per Crotone, Terra dei Veleni”, questo è il nome dell’iniziativa che in pochi giorni ha raccolto quasi cinquantamila sostenitori. “Signor ministro Costa, lei è conosciuto per essere stato in prima linea nella repressione di tutti i crimini ambientali della Terra dei Fuochi”, scrivono preoccupati i rappresentanti della comunità crotonese, che aggiungono: “Caro ministro, deve sapere che a sud della vicina Campania, regione per la quale si è battuto più volte, si trova un’altra terra, la Terra dei Veleni: Crotone. In settant’anni di vita industriale, rifiuti industriali di ogni genere sono stati interrati un po’ dovunque. Sono nel centro città e nelle campagne circostanti. Molte falde sono state contaminate da sostanze estremamente cancerogene come cadmio e Tce e da decenni sono incontrollate”. Ma c’è di peggio.

Il Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni” denuncia al Ministero per l’Ambiente che: “Un quartiere, un intero quartiere, poi adibito ad edilizia popolare è stato costruito su rifiuti industriali. Parliamo di Fondo Gesù. Altre pericolose scorie sono state tranquillamente interrate al di sotto di alloggi popolari e scuole”. Secondo il Comitato Cittadino in questione: “C’è stata la sfrontatezza di gettare rifiuti industriali anche nel Piazzale della Questura. E come era immaginabile, ad oggi nessuno ha pagato un solo centesimo. Tutto ciò nonostante siano stati celebrati importanti processi, siano stati identificati i diretti proprietari delle scorie e anche le ditte che le hanno smaltite. E non finisce qui, perché, ancora oggi non sono per niente rare le scoperte di residui industriali nei siti urbani o di forte interesse turistico, come può essere il Castello di Carlo V. Peccato che nessuno si preoccupi di verificare quanto queste scorie facciano male alla nostra salute”. I cittadini, questa volta, una risposta la vogliono.

Tante, troppe, le persone che si sono ammalate e che sono morte di tumore a causa della presenza di rifiuti tossici industriali che hanno ormai inquinato aria, mare e terra. Senza contare case, scuole e uffici fabbricati con cemento impastato con arsenico, piombo, zinco. A Crotone è emergenza ambientale. Se la Campania ha da affrontare il problema della Terra dei Fuochi, la Calabria, oltre a quello delle “navi dei veleni”, ha da risolvere il dramma di Crotone, da decenni anche “Terra dei Veleni”. Nel capoluogo calabrese tutto l’ambiente è ormai intossicato. I metalli pesanti sono entrati nella catena alimentare, nel latte, nei formaggi, nel pesce, nella carne.

L’elevato numero di decessi per tumore sembrerebbe confermarlo. Nella Città di Pitagora esiste una zona vastissima che dovrebbe essere stata bonificata nel 2001, come stabilito dalla “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo illegale di rifiuti”, ma che in realtà non è mai stata bonificata. Nell’area in questione ci sono rifiuti tossici industriali e siti di bonifica di interesse nazionale. In prossimità di terreni che sono altamente inquinati e contaminati da materiale tossico, sono state costruite case, scuole e campi di calcio, strade, questura, parcheggi, si coltivano ortaggi e vengono fatti pascolare animali. Legambiente ha lanciato l’allarme circa dieci anni fa: se questo materiale inquinante non viene rimosso, è destinato a trasformarsi in una vera e propria bomba, è destinato a distruggere mare, aria e, più in generale, l’ambiente.

“Da oltre un decennio c’è una multinazionale di proprietà dell’Eni, la Syndial, che porta avanti un processo di bonifica. Sino ad oggi, mi sento di dire che abbiamo perso tempo con degli “alberelli magici” che dovevano ripulire suoli fortemente contaminati da veleni pericolosissimi come cadmio, arsenico e piombo”. E poi c’è un paradosso. Un altro. Quale? “All’interno dell’area immediatamente adiacente a quella industriale, si sta procedendo alla bonifica di suoli che non sono assolutamente contaminati. Quelle sono bonifiche fatte con soldi pubblici. Dopo il fallimento del progetto di bonifica denominato Mattm, è partito un nuovo progetto che si chiama Pob Fase II. In pratica, cambiano le tecnologie impiegate per le bonifiche ambientali. Purtroppo, la realtà dei fatti è che molti veleni resteranno lì dove si trovano”, affermano ancora i cittadini di Crotone.

La petizione proposta dal Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni” contiene un’ulteriore importante puntualizzazione. “Una grande area del terreno su cui sorge l’ex stabilimento di Pertusola Sud, l’Area ex Impianti, è stata utilizzata per oltre cinquant’anni come ‘zona stoccaggio’ residui della lavorazione della blenda, quindi si parla di ferriti di zinco, che produce scorie pericolosissime. Bene, anzi male, quest’area non sarà nemmeno sfiorata dalla bonifica. Inevitabile essere pervasi dalla strana sensazione che si sta spingendo sull’acceleratore del processo burocratico per ottenere e ‘blindare’ al più presto, magari già per il mese di agosto, l’approvazione del progetto così com’è. Se così fosse, il tutto riceverebbe l’ok ministeriale senza che il ministro Costa abbia la possibilità di valutare con estrema attenzione tutta la documentazione. Allarmati da queste problematiche, ci siamo permessi di sollecitare un rapido intervento del Governo: chiediamo, almeno sul nostro territorio, bonifiche risolutive”.

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Certo è che impastare rifiuti tossici con il cemento e tirarci su scuole elementari, case e uffici pubblici non è semplicemente un reato, è da considerare un vero e proprio crimine contro l’umanità. Le evidenze emerse dall’operazione denominata “Black Mountain”, portata avanti dalla Procura della Repubblica di Crotone, hanno portato alla luce uno dei disastri ambientali più preoccupanti della storia italiana. Tra i più disastrosi del sud del Paese. Migliaia di bambini delle elementari per dieci anni sono andati a scuola su una montagna di veleni. Almeno 350mila tonnellate di materiali tossici sono state utilizzate per costruire un’intera città. Quindi, sarebbe auspicabile quantomeno un chiarimento da parte del Ministero competente. Evitiamo di fare come si sta facendo da decenni con le “Navi dei veleni“.

Navi dei veleni: la storia della Rigel

La motonave Rigel, che più della Jolly Rosso rappresenta un inquietante mistero radioattivo che giace nel mare, era ben conosciuta dal Sismi. Esatto, dai servizi segreti italiani. L’apparato militare governativo mostra di conoscere bene alcuni i protagonisti della storia di questa nave. Non a caso, in una nota del 7 ottobre 1987, quindi di poco successiva all’affondamento della “bomba radioattiva” nei fondali calabresi, nominano e definiscono “noto” un certo Gennaro Fuiano, che ritengono coinvolto nel naufragio, oltre che uno dei principali ideatori della spedizione (assolto in appello).

Perché il Sismi seguiva la preparazione della nave, inviando tre note riguardanti in qualche modo la Rigel, il 21 luglio, il 10 agosto e il 15 settembre 1987? Tutte precedenti l’affondamento o la scomparsa dell’imbarcazione, che è datata 21 settembre. Le informative del Sismi indicano con precisione tutti i movimenti della nave: “La motonave ha sostato nel porto di Marina di Carrara dal 21 agosto al 2 settembre 1987 imbarcando la merce indicata nell’allegato manifesto di carico. Dal 2 al 9 settembre ha sostato in rada per avaria”.

Tutte informative molto precise, prima e dopo il naufragio: “Nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1987 è stata affondata in prossimità di Capo Spartivento: Lat. 37° 58′ 7° N – Long. 16° 49′ 7° E”. Che coincidono con quelle registrate dai Lloyd’s di Londra. Il cargo battente bandiera maltese aveva una stazza di 3 mila 852 tonnellate e fu affondata 20 miglia a largo di Capo Spartivento. Almeno ufficialmente, visto che quando ci sono di mezzo i servizi segreti c’è poco da fidarsi… Era una carretta del mare molto voluminosa.

E’ colata a picco, con il suo carico definito “generico”, ma in realtà era (e resta, fino a prova contraria) una nave dei veleni, l’unica delle navi a perdere cercate dal capitano Natale De Grazia e, chissà, forse anche da Ilaria Alpi… Sembra quasi di vederla affondare, al largo di Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria, la motonave Rigel, partita dalla Toscana e con destinazione Cipro. Affonda in circostanze misteriose e inusuali: nessuno lancia, durante le 10 ore che passano prima che la nave coli a picco, un may day per chiedere soccorso.

L’equipaggio viene recuperato casualmente da una nave jugoslava, la Krpan, che sbarca tutti a Tunisi. Una volta sbarcato a Tunisi, il comandante della Rigel dà delle coordinate false, in modo da non far ritrovare la nave e scompare insieme a tutto l’equipaggio. La scomparsa dell’equipaggio, unita all’inosservanza delle norme per la sopravvivenza e alle strane dinamiche dell’affondamento, che vorrebbero come causa principale una falla apertasi misteriosamente, sono gli elementi che fanno scattare da subito la possibilità di un affondamento doloso della nave. Esatto, doloso.

La storia della Rigel si scopre per caso

Perché dell’affondamento della Rigel si viene a sapere per puro caso. L’armatore greco Papanicolau chiede ai Lloyd’s il risarcimento dei danni. La nave era assicurata e, dopo il naufragio, il proprietario vuole passare all’incasso. Scrive a Londra, senza prevedere che le assicurazioni, prima di pagare, avrebbero condotto le loro indagini, acquisendo elementi quantomeno singolari. E scoprendo che l’affondamento era una truffa. Che era stato provocato per mettere le mani su qualche miliardo della compagnia. La storia della Rigel è emblematica.

Sembra la copia conforme dell’intera storia del traffico dei veleni. C’è del marcio. Ce n’è davvero tanto. A tutti i livelli. E purtroppo, tanta gente si è portata troppi segreti nella tomba. Tra le carte dell’inchiesta della Procura della Repubblica di La Spezia, si nota subito che dell’affondamento della Rigel non c’è traccia nei registri delle Autorità marittime locali e nazionali. Niente. Non una parola. Da nessuna parte. Se non ci fosse stata la denuncia di Papanicolau, di questa nave non sarebbe rimasta neanche l’ombra.

Il processo per truffa stabilisce che c’è qualcosa che non va sul carico denunciato a bordo della motonave Rigel. Secondo i registri, nella stiva della “nave fantasma” c’erano “macchine riutilizzate” e “polvere di marmo”. La realtà è più tragica di qualunque pessimistica previsione. Quel carico non era stato mai controllato dalla dogana, i funzionari dell’ufficio si erano fatti corrompere per 900 mila lire a container. E quella notte si videro diversi individui sospetti sorvegliare la nave, girare nelle vicinanze… A proposito, il processo.

I Lloyd’s, a cui viene chiesto un risarcimento per la nave affondata, sospettano una truffa, e danno il via alle indagini, che portano alla condanna di diversi di imputati per affondamento doloso. Tutto ha inizio nel 1995. La sentenza viene confermata in appello dal Tribunale di Genova il 10 novembre 1999 e resa definitiva in Cassazione il 10 maggio 2001. È ufficiale, la Rigel è stata affondata. Alcuni dei soggetti coinvolti nell’inchiesta di La Spezia, pur ammettendo di non sapere cosa in realtà trasportasse la nave, ammisero che il carico non era quello dichiarato e che era stata commessa una truffa ai danni dell’assicurazione.

C’è di certo che almeno 60 container erano stati riempiti di blocchi di cemento, costruiti in tre mesi. Qualcuno potrebbe rilevare che i blocchi servissero per far affondare prima la nave. Sbagliato. La Rigel era piena di mille e settecento tonnellate di polvere di marmo, sufficiente a far inabissare qualsiasi nave. La spiegazione del magistrato Francesco Neri è scritta nell’indagine che stava svolgendo a Reggio Calabria: “Appare ipotizzabile che la presenza a bordo dei blocchi fosse utile alla cementificazione di rifiuti radioattivi”. Cementificazione dei rifiuti radioattivi. Una volta la ‘ndrangheta cementava le persone scomode, col passare del tempo deve aver capito che poteva rendere ancora più proficua l’attività col cemento.

La nave dei veleni era a Marina di Carrara

Non solo. Il processo per “affondamento doloso” fa venire alla luce un altro curioso retroscena. La Rigel era pronta a salpare dal 2 settembre. Ma ciò nonostante non si muoveva da Marina di Carrara perché Papanicolau aspettava i soldi pattuiti con i caricatori. Un miliardo e mezzo di lire, come stabilito tramite l’avvocato genovese Teresa Gatto. Questo è scritto nella sentenza che lo condanna per truffa: “Una parte doveva essere versata entro due giorni dalla partenza della Rigel da Marina di Massa e l’altra metà prima del naufragio”.

Si è accertato che ci furono dei ritardi nei pagamenti e che la Rigel dopo la partenza si fermò per qualche tempo a Palermo, poi gironzolò davanti a Capo Spartivento per almeno una settimana prima di essere affondata. Aspettava, insomma, il segnale dell’avvenuto incasso. E, infatti, i soldi arrivano estero su estero la sera del 18 settembre 1987. E la nave colò a picco il 21. Nel 1995, anno in cui viene emessa la prima sentenza per affondamento doloso, Nuccio Barillà e Enrico Fontana di Legambiente Calabria denunciano un traffico di rifiuti tossici dal nord Europa verso alcune zone dell’Aspromonte.

L’allora sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, apre un’inchiesta. Nello svolgimento dell’indagine sarà affiancato dal capitano di corvetta Natale De Grazia. Il capitano De Grazia accede al registro navale dei Lloyd’s e scopre che in tutto il mondo l’unica nave ad essere affondata il 21 settembre 1987 è la Rigel. Prima di partire per il suo ultimo viaggio De Grazia avrebbe telefonato all’allora sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Matera, Nicola Maria Pace, che conduceva indagini parallele sul traffico di rifiuti radioattivi: “Quando torno deve venire a Reggio Calabria. La porto nel punto preciso in cui è affondata la Rigel”. Non è mai più tornato.

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Lost the ship. La nave è persa. Scomparsa nel nulla. Fagocitata dagli abissi del mare. E soprattutto, mai più recuperata. Ad un certo punto dell’indagine spunta il nome di Giorgio Comerio. Ma perché un trafficante di rifiuti radioattivi avrebbe a che fare con un mercantile affondato a Capo Spartivento? Comerio nel 1993 fondò la Oceanic disposal management, la Odm, una società registrata alle Isole Vergini Britanniche, con sede a Lugano, ma con diramazioni a Mosca e in Africa. La società si occupa dello smaltimento delle scorie nucleari.

Comerio propone agli Stati di mezzo mondo la sua idea: inabissare le scorie in acque dai fondali profondi e soffici le scorie, inserendole all’interno di grossi e pesanti penetratori, che, arrivando a pesare fino a 200 chili, in mare acquisterebbero una velocità tale da permettere la penetrazione nei fondali. Ufficialmente nessuno Stato accettò. Ma secondo Legambiente “Comerio e i suoi soci avrebbero gestito, dietro il paravento dei “penetratori”, un traffico internazionale di rifiuti radioattivi caricati su diverse “carrette” dei mari fatte poi affondare, dolosamente, nel Mediterraneo”.

Comerio e la Oceanic disposal management sono stati al centro delle indagini del nucleo investigativo del corpo forestale dello Stato nel 1995 sull’affondamento delle “navi a perdere” nel Mediterraneo. I contatti della Odm arrivavano fino ai Paesi dell’Est Europa. Secondo una nota desecretata del Sismi, nel febbraio del 1995, i titolari dell’azienda sarebbero stati “in procinto di andare a Mosca per sottoscrivere un contratto con i russi, i quali sono molto interessati all’eliminazione clandestina delle scorie radioattive. Il nome di Comerio emerge anche in relazione all’affondameto di navi considerate coinvolte in traffico di materiale bellico e radioattivo (l’inchiesta è stata archiviata).

Nel giugno del 1995, una perquisizione nella villa dell’ingegnere porta al sequestro di progetti e fotografie e in un’agenda, il 21 settembre 1987, viene ritrovato un appunto: “Lost the ship”. I procedimenti penali relativi al presunto smaltimento illecito di rifiuti radioattivi sono stati archiviati. L’imprenditore di Busto Arsizio è stato ascoltato nel 2015 dalla Commissione rifiuti della Camera dei Deputati. Si è difeso attaccando investigatori, magistrati e giornalisti. Vantando un passato ecologista. Tra i Verdi.