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Balsamo di Gerusalemme: una vera panacea

Dalla Torino dei misteri che aleggia tra leggende ed esoterismo, viene fuori la storia di un rimedio universale, la cui ricetta è da secoli tenuta segreta nelle stanze della Regia Farmacia di Torino, quella di via XX Settembre. Mi riferisco al quasi sacro balsamo di Gerusalemme, definito da tutti coloro che lo usano una vera e propria panacea per tutti i mali. La ricetta ha un’origine molto antica, che affonda le sue radici nella leggenda. La storia narra di un chierico al seguito di una crociata in Terrasanta, che si imbatte nella formula di un già antico e collaudato rimedio in grado di curare tutti i mali.

Siamo nel 1719, nella farmacia dei francescani gerosolimitani nel centro storico Gerusalemme. Lì, il monaco Antonio Menzani da Cuna idea un balsamo che farà parlare di lui per secoli. Questa ricetta torna in Europa con il chierico sopravvissuto alla crociata, per la precisione in Francia e inizia ad usare la ricetta, che approda velocemente anche alla corte dei Savoia, a Torino. Nel 1824, il farmacista Schiapparelli ricava dalla formula un elisir dall’aroma speciale, molto apprezzato dagli intellettuali della Torino risorgimentale che iniziano a sorseggiarlo spesso nelle sale ottocentesche della Regia Farmacia. Ancora preparato seguendo l’antica e segreta ricetta, il balsamo di Gerusalemme offre un’esperienza che attraversa i secoli e oggi si propone come uno dei tesori torinesi. Un tesoro per la salute.

Negli ultimi anni, la storia delle scienze e, in particolare, quella della medicina hanno suscitato una crescente attenzione. La nostra attenzione si concentra, in questo caso, sull’attività svolta dall’infermeria dei francescani di Gerusalemme. L’attività fitoterapica e farmaceutica dei francescani gerosolimitani è famosa per diverse soluzioni, ma soprattutto per il cosiddetto balsamo di Gerusalemme. Questo medicamento composto principalmente da boswellia sacra, un genere di pianta impiegata nella produzione di incenso, mirra, aloe e lentisco, lavorati secondo una precisa preparazione, venne ideato da padre Antonio Menzani da Cuna, vissuto tra il 1650 e il 1729, e rimase per circa due secoli un rimedio contro varie malattie, tanto in Medio Oriente quanto in Europa.

Alla pratica medica e farmacologica si affiancava, ovviamente, una raccolta libraria che forniva gli strumenti per l’esercizio delle cure e l’assistenza ai malati. Una raccolta che restava vicino agli strumenti del mestiere: ne sono testimoni un volume del 1833, gravemente danneggiato da esalazioni acide che, con ogni probabilità, si sono sviluppate nel laboratorio farmaceutico dei frati e alcune note scritte a mano, apposte su altri volumi. Altro esempio interessante, a dimostrazione del fatto che questi libri erano oggetti d’uso quotidiano, è un esemplare del 1645: tra le sue pagine si sono conservate alcune foglie essiccate di diverse piante, che corrispondono a quelle descritte dall’autore del trattato.

Di quella biblioteca medica resta traccia nella raccolta di argomento farmaceutico e medicinale conservata presso la Biblioteca Generale della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. Tornando al balsamo di Gerusalemme e alla sua storia, non si può non partire dal 10 marzo 1824, quando Giovan Battista Schiapparelli, acquista da Giovanni Brero, la Farmacia collegiata di Piazza San Giovanni, a Torino, che nel tempo diventerà la Regia Farmacia XX Settembre, posta quasi di fronte al Duomo. Un simbolo per Torino. La nuova Farmacia Schiapparelli, grazie a preparazioni galeniche particolari, diventa il punto di partenza per molti produttori di farmaci.

Poi, arriva il balsamo di Gerusalemme e la farmacia diventa famosa, diventa un appuntamento irrinunciabile per molti cittadini e piemontesi (perché vengono anche da lontano per acquistarlo) che vogliono solo il balsamo di Gerusalemme, venduto come un tonico digestivo dalla natura misteriosa e naturalmente dalla composizione segreta. Il suo profumo è floreale ed è famoso (sono molte le ordinazioni che si ricevono anche dall’estero) per curare ogni tipo di malattia. La farmacia, che risale al 1500, conserva ancora gli arredi dell’epoca, in noce e ricco di quadri in cui sono raffigurati gli stemmi di casa Savoia.

Balsamo della Regia Farmacia: la ricetta a Gerusalemme

Alla fine dell’Ottocento la Regia Farmacia Schiapparelli, aveva progressivamente allargato la sua produzione, che ad esempio comprendeva la preparazione del ”Gengivario della Regina Clotilde”, oltre alla vendita di prodotti importati, uno fra tutti l’olio di merluzzo norvegese. Nei decenni seguenti la vocazione galenica della farmacia di via XX settembre è proseguita, tanto che ancora oggi è tra le poche realtà torinesi a preparare farmaci naturali in un moderno e grande laboratorio. Perché ho parlato di esoterismo all’inizio del post? Perché questa e altre preparazioni arrivavano in Occidente per via delle crociate. Gli “elisir” orientali, venivano importati, come nuova concezione di realtà curativa.

A metà tra il liquore e l’idea di un farmaco miracoloso, il balsamo di Gerusalemme potrebbe essere una variante dell’aliksir, che in arabo significa addirittura Pietra Filosofale, mentre in piemontese indica bevande curative ricavate da un paziente lavoro tra alambicchi e distillatori. Riguardo al balsamo va detto che esistono ancora due manoscritti riguardo la sua misteriosa preparazione. Sono datati diversamente, ma con la stessa calligrafia. Li ha scritti Pietro Andreis di Savigliano, centro del cuneese, che faceva il liquorista-pasticcere e conservava un quaderno del 1881, arrivato indenne ad oggi.

Le ricette fornite, appunto modificate nel tempo, sono due e hanno poche differenze come ingredienti. Nella prima ricetta c’è la triacha, la valeriana, l’angelica, il rabarbaro, la noce moscata e l’immancabile aloe succotrina (che è l’aloe vera), ginepro pesto, la buccia di quattro limoni e di quattro aranci, venti chinotti e un po’ di acqua di rose. Nella seconda ricetta viene aggiunta la mirra, il rabarbaro, la china, la radice di angelica e l’agarico bianco. Entrambe le preparazioni vanno lasciate in infusione per quindici giorni nell’alcol etilico e poi devono essere filtrate.

È nel 2005 che i ricercatori israeliani dell’Università di Gerusalemme, lavorando sulla chimica delle piante medicinali, decidono di scoprire che cosa si nasconda nei registri della farmacia del convento di San Salvatore, una delle più belle del mondo cristiano e tra le più antiche della città. E in un grimorio trovano una formula a base di quattro ingredienti – mirra, incenso (boswellia), aloe (aloe vera) e lentisco (pistacchio) – che attira la loro attenzione. Si tratta proprio del medicamento chiamato balsamo di Gerusalemme, ampiamente noto e utilizzato da più di due secoli, impiegato come una panacea contro varie malattie tanto in Medio Oriente quanto in Europa e dalla fama inalterata sino alla fine del 1900.

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Incuriositi, i ricercatori decidono di replicare la formula secondo la ricetta e studiarla con i moderni metodi di indagine scientifica. Scoprono e confermano le proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e antiossidante. Tutti i test dimostrano infatti un effetto positivo del balsamo Gerusalemme, e i risultati scientifici vengono pubblicati dalla rivista Journal of Ethnopharmacology. Il balsamo di Gerusalemme può essere utile ed efficace in tanti problemi, anche cronici: della pelle, in caso di ustioni superficiali, punture d’insetto, micosi interdigitali o labiali, infiammazioni delle gengive, labbra secche, ma anche come coadiuvante per dolori muscolari e articolari.

La mirra sin dai tempi antichi è usata per le sue proprietà conservanti, antinfiammatorie e antisettiche. Incenso è il nome genericamente attribuito alle oleoresine, la più importante delle quali è la boswellia sacra. Le proprietà terapeutiche dell’incenso sono molte: è un antinfiammatorio naturale, è espettorante e balsamico, possiede ottime proprietà antimicrobiche e agisce sulle vie respiratorie, possiede proprietà astringenti e antiemorragiche, vanta un’azione benefica nei confronti dell’epidermide, agendo come antisettico ed è particolarmente utile per contrastare l’invecchiamento.

Storie di sfruttamento dell’immigrazione

Sembra consolidarsi sempre più la tratta e lo sfruttamento dei minori, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro. Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri, e che sempre più avviene al chiuso: si stima per esempio che lo sfruttamento sessuale indoor, all’interno cioè di appartamenti, sia tre volte quello su strada, il che rende le giovani vittime irraggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo. Storie di sfruttamento dell’immigrazione.

Ma anche la strada spesso non garantisce più la visibilità dello sfruttamento, perché sono sempre più sofisticate le strategie di assoggettamento messe in atto dagli sfruttatori che hanno scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro coetanei: minori così due volte vittime, costretti a “passare dall’altra parte”, quella del controllo, per sopravvivere. Ad accomunare molti dei minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento, è un retroterra di marginalità sociale e povertà: è il caso delle ragazze nigeriane e dei minori rumeni, anche Rom, coinvolti in accattonaggio o prostituzione.

Forte e rilevante può essere anche il ruolo delle famiglie che spingono i figli a lasciare il paese d’origine e a venire in Italia alla ricerca di lavoro, come nel caso dei minori egiziani, tra i più a rischio di finire in circuiti di sfruttamento lavorativo o di attività illegali. La tratta al fine di sfruttamento sessuale dei minori, sia femmine che maschi, si conferma un fenomeno stabile, addirittura in crescita secondo alcuni operatori e sempre più nascosto e all’interno di luoghi chiusi, come appartamenti, anche se resiste lo sfruttamento e la prostituzione in strada.

Sfruttamento sessuale di minori maschi

La prostituzione maschile appare un fenomeno in consolidamento, anche se a periodi caratterizzati da una notevole presenza di minori su strada, si alternano periodi in cui la loro presenza sembra svanire. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i quindici e diciotto anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada.

Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.  Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno.

Un operatore di Save the Children, riservatamente, racconta: “I minorenni maschi coinvolti in attività sessuale, esercitano anch’essi in luoghi distinti dagli altri contesti prostituivi, si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Tale pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente”.

E poi aggiunge: “Questi minori, vengono intercettati dalle Unità di strada, ma ancora più spesso dalle forze di Polizia che li fermano in concomitanza di piccoli reati connessi alla prostituzione, borseggio e piccole rapine. Inoltre, in alcuni casi sono essi stessi degli “sfruttatori in erba” delle giovanissime connazionali, che cedono ad altri sfruttatori o alle quali chiedono delle percentuali per la protezione necessaria all’esercizio su strada”.

Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio

Sono tanti i ragazzi del nord Africa che si danno alla prostituzione.

Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex-Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. In diminuzione rispetto agli anni passati il coinvolgimento di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa Subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio. Alcuni minori, una minima parte, oltre alle attività di accattonaggio, possono essere vittime di sfruttamento sessuale, o coinvolti in piccoli furti e borseggi. Sebbene l’accattonaggio sembri più comune tra bambini e minori che sono arrivati in Italia con le famiglie, è attestato anche il coinvolgimento di minori stranieri non accompagnati. Non è raro poi il caso di minori sfruttati dai propri familiari o da conoscenti in varie zone d’Italia. Non siamo in presenza necessariamente di tratta, ma di sfruttamento caratterizzato da sofferenze fisiche e psicologiche, isolamento e scarsa frequenza scolastica a causa delle lunghe ore trascorse sulla strada, dove i minori sono anche più esposti ad abusi e alla delinquenza.

Le regioni dell’Italia centrale e settentrionale, grandi città come Roma, Milano e Napoli, ma anche città satelliti, come Latina e Caserta, o centri più piccoli come Palermo, Chieti, Pescara sono le aree e i luoghi dove è più documentato il fenomeno dell’accattonaggio minorile: con ragazzini che chiedono l’elemosina o suonano uno strumento musicale in cambio di qualche spiccio sui mezzi pubblici, in prossimità delle stazioni, o con bambini o adolescenti fuori dai centri commerciali e ai semafori dove chiedono qualche euro per lavare i vetri o vendono rose. Un fenomeno tuttavia in decrescita, secondo alcuni esperti consultati durante una ricerca svolta, soprattutto negli ultimi anni nei centri metropolitani. Per esempio, si è di molto ridotto il numero di ragazzi marocchini coinvolti in attività di accattonaggio nelle città del nord, numerosi fino a qualche anno fa.

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Storia di Wala, 17 anni, egiziana

Wala ha appena diciassette anni, ha sul volto l’ingenuità di una bambina, ma dentro è già donna, quasi mamma. È incinta di dieci settimane quando decide di sporgere denuncia contro i propri sfruttatori. È arrivata in Italia dalla Romania, dopo essere stata venduta dalla sua famiglia. Per trecento euro i genitori l’hanno consegnata ad un gruppo di connazionali che prima l’hanno fatta prostituire in una città del nord Europa e poi l’hanno rivenduta ad una banda che l’ha trasferita in Abruzzo.

Il lavoro in strada era durissimo, la violenza una certezza quotidiana, i suoi guadagni andavano tutti agli sfruttatori. Wala una notte ha deciso di scappare. Non sapeva a chi chiedere aiuto ma era determinata a riprendersi la sua libertà. Dopo una notte di fuga finalmente si è fermata per riposare sulla spiaggia di una nota località abruzzese. Era stanca, confusa e riportava evidenti segni di violenza quando un passante si è fermato e le ha chiesto se aveva bisogno di aiuto. Con lui che è arrivata in questura e la polizia l’ha inviata presso l’associazione On the Road. Wala è ospitata e protetta in una casa di accoglienza.

Storia di Alaba, 16 anni, nigeriana

Alaba è di Lagos e quando può va a far visita al fratello che vive a Benin City a “Passaga House”, la casa dei poveri. È lì che conosce la sua futura sfruttatrice. La donna propone ad Alaba di andare in Europa per lavorare ma non specifica il tipo di lavoro. La parola prostituzione viene pronunciata soltanto durante il rito voodoo al quale Alaba viene sottoposta. Davanti a quello che la sfruttatrice chiama “lo stregone”, Alaba deve giurare che pagherà trentacinquemila euro per le spese del suo viaggio e permanenza in Europa. Lo stregone, nel corso del rito, dice che per pagare quella cifra, Alaba dovrà prostituirsi e minaccia ritorsioni sulla sua famiglia nel caso in cui parli con qualcuno della sua situazione. Il viaggio è un’esperienza durissima e interminabile: la ragazza impiega quattro mesi per arrivare da Benin City al Marocco dove resterà bloccata per un anno in attesa di essere imbarcata per l’Italia.

In Marocco subisce ripetute violenze. Le viene fornito un cellulare e il recapito telefonico della persona da contattare all’arrivo in Italia. Si imbarca con alcune decine di migranti e viaggia per una notte intera. Fa molto freddo, alcuni compagni di viaggio muoiono e vengono gettati in mare. All’arrivo in Italia arrivano i soccorsi ma anche la “madame”, la connazionale che la costringerà a prostituirsi. Alaba lavora per circa tre mesi sulle strade di Verona, terrorizzata dalle urla della sfruttatrice e dalle possibili conseguenze del rito voodoo. Poi, con l’incoraggiamento di un’amica, decide di fuggire. Riesce a contattare il fratello il quale le fornisce il numero di telefono di una conoscente che vive a Macerata e che la ospiterà finché Alaba non troverà accoglienza in una comunità per minori.

Storia di Mahipati, 16 anni, indiano

Ragazzi nordafricani si offrono (o offrono) nei pressi di un mercato a Roma.

Mahipati è un ragazzino che fa il lavavetri al semaforo. Ha sedici anni, ne dimostra dodici. Ha a malapena i baffi. È originario del Bangladesh. Viveva a Palermo, per strada, mentre al semaforo offriva agli automobilisti di lavare il parabrezza. Mahipati ha raccontato di essere fuggito dalla comunità per minori in cui era stato portato dalle forze dell’ordine, perché non si trovava bene.

Ha detto che gli era stata data la possibilità di lavorare presso l’autofficina di un amico del responsabile della comunità, ma guadagnava pochissimo per molte ore di lavoro: lavorava anche dieci ore al giorno e veniva pagato saltuariamente poche decine di euro. Aveva la sensazione che non tutto lo stipendio arrivasse a lui. Mahipati non vuole più tornare in comunità.

Preferisce stare con i suoi connazionali e tenere per sé i guadagni di una dura giornata di lavoro. Gli operatori lo hanno informato dei rischi dello sfruttamento e delle opportunità di protezione che possono essere a lui garantite nel tentativo di convincerlo a rientrare in una nuova comunità alloggio per minori che garantisca standard adeguati di accoglienza. Ma lui, testardamente, rifiuta. Dice che preferisce persino prostituirsi. E infatti, inizia a vivere di espedienti.

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Storia di Hakim, 16 anni, egiziano

Hakim è un ragazzo egiziano, di Alessandria, ha sedici anni, ma l’infanzia gli è stata strappata. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. È sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Ha dovuto telefonare a casa e chiedere ai genitori altri soldi per il viaggio. Hakim ed altri ragazzi, in piccoli gruppi, sono stati portati in tre grandi città: Roma, Milano e Torino. Arrivato a Milano Hakim è stato costretto a vivere in un piccolo appartamento con altri connazionali.

Dormivano in sette in una stanza. Lavorava di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i venti e gli ottanta centesimi a bancale, a secondo che il suo datore di lavoro fosse un connazionale o un italiano. Per entrare nel mercato era costretto a scavalcare i cancelli, rischiando di farsi male. Durante il giorno restava chiuso in casa. Un giorno è riuscito a scappare di casa e per strada ha incontrato un operatore, un volontario. La fortuna vuole che il ragazzo sia egiziano come lui. Hakim si sfoga, gli racconta tutto, piangendo. Ora Hakim vive in una comunità per minori, ha un permesso di soggiorno e studia per prendere il diploma.

Zero Calcare e Macerie Prime sei mesi dopo

Dopo oltre centoventimila copie vendute con Macerie Prime, Zero Calcare torna con il capitolo conclusivo della sua storia più emblematica e contemporanea: “Macerie prime. Sei mesi dopo”. Nasce il figlio di Cinghiale. Gli amici si riavvicinano. Niente è più come prima. Il senso di precarietà sociale del suo cast sembra assoluto, i rapporti amicali si lacerano, le tenebre avanzano. Piccoli pezzi di ciascuno vengono perduti, rubati, cambiano gli equilibri. E l’armadillo è sempre latitante.

Se una soluzione esiste, in cosa consisterà? C’è poco da dire, degna conclusione della prima parte di Macerie Prime, storia che racconta perfettamente le ansie e le paure dei trentenni (ma anche quarantenni) di oggi. Il finale va a stemperare il clima claustrofobico che si può percepire lungo tutta la storia, dal primo a questo secondo libro, e va a ridare un minimo di speranza che l’essere umano non si sia completamente trasformato in una sottospecie di creatura piena di rabbia e rancore.

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