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Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Storie di disastri, molti dei quali impuniti, di cui avrei potuto non raccontare. Come è accaduto per il processo Eternit, anche nei diciassette casi che vi propongo sinteticamente di seguito, una legislazione penale ambientale degna di un Paese civile avrebbe evitato sfregi agli ecosistemi e attentati alla salute pubblica. Sono storie che parlano di inquinatori ed ecomafiosi, ma anche di giustizia negata, tra prescrizioni e impossibilità di promuovere capi di imputazione in campo ambientale. Una beffa che si è aggiunta al danno provocando ferite che sarà difficile e costosissimo rimarginare.

L’Italia non può più attendere: il Paese sente l’urgenza non solo di leggi più restrittive nel codice penale, ma anche della certezza della pena, in modo che non si debba più assistere all’accettazione di impunità così scandalose. Si riuscirà mai a consentire a politici seri di sanare una gravissima anomalia della legislazione nazionale che permette ancora che si verifichino episodi come quello dell’Eternit? In Italia ci sono processi lunghi e tempi di prescrizione troppo brevi (questo potrebbe essere uno degli effetti del vergognoso accordo Stato-Mafia), con pene davvero esigue in materia ambientale. Gran parte dei reati ambientali sono spesso di mera natura contravvenzionale, mentre quelli di natura penale procedono a rilento e a singhiozzo.

Spesso le forze dell’ordine incontrano insormontabili difficoltà nelle indagini e non perché i cittadini ambientalisti non denunciano, ma perché tra corruzione, procure intasate e leggi ambigue graelle denunce è destinata ad affogare nel fango del disinteresse generale. Italia, un Paese con un patrimonio di inestimabile valore abbandonato a sé e non protetto da criminali e bracconieri. Nonostante ciò, grazie a reparti speciali, ogni anno vengono accertati oltre trentamila reati contro l’ambiente, quasi quattro ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua.

Crimini che fruttano alla malavita organizzata circa sedici miliardi e settecento milioni l’anno. Poi, però, molti processi vanno in prescrizione o vengono archiviati. La prescrizione “falcidia” soprattutto i processi in campo ambientale, perché i più complessi e difficili da fare e dimostrare come nel caso del disastro ambientale. A differenza di altri reati, qui tra perizie e contro perizie i termini processuali si allungano mostruosamente. Diversi processi ci mostrano che gli unici a essere condannati in via definitiva sono coloro che patteggiano usufruendo del rito abbreviato, chi sceglie il rito ordinario è quasi certo di farla franca.

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Lombardia

Raffineria Tamoil di Cremona. La vicenda inizia nel 2001, quando la Tamoil si “autodenuncia” come sito inquinato per avvalersi della normativa che consente la non punibilità per gli inquinamenti precedenti. La procura cremonese decide comunque di aprire una inchiesta contro la società, poiché non avrebbe adottato idonei interventi per bloccare lo sversamento al suolo di sostanze inquinanti. Nel 2007 inizia il processo per disastro ambientale colposo, avvelenamento di acque, omessa bonifica, gestione illegale di rifiuti. Procedimento nel quale Legambiente si è costituita parte civile. Nel corso del giudizio abbreviato sarebbe stato accertato che lo sversamento di idrocarburi sarebbe continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria.

A luglio 2014 sono arrivate le condanne di primo grado per disastro colposo e omessa bonifica nei confronti di quattro dei cinque dirigenti Tamoil. Per la prima imputazione, se si arriva in Cassazione è scontato l’esito della prescrizione. Per la bonifica, invece, i tempi di prescrizione scattano già a ridosso dell’appello. Nel 2017, l’inquinamento è stato accertato ma, a distanza di cinque anni dalla chiusura di Tamoil a Cremona, divenuta un deposito, la bonifica dei terreni non è stata fatta. La dismissione dell’impianto, che doveva essere conclusa entro il 31 dicembre del 2017, non è neppure stata avviata. Per fortuna, il 15 febbraio 2018, la Corte di Cassazione ha ritenuto non fondata la questione di legittimità della norma sul raddoppio del periodo di prescrizione che avrebbe estinto, di fatto, il reato di disastro colposo per il quale il manager Enrico Gilberti era stato condannato in appello, scongiurando la prescrizione del reato.

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il disastro del fiume Lambro.

Disastro fiume Lambro. Il processo contro la Lombarda Petroli a Villasanta, nella provincia di Monza Brianza, riguarda lo sversamento direttamente nel fiume Lambro di più di duemila e cinquecento metri cubi di petrolio e gasolio nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010. Il giorno dopo la Procura di Monza ha aperto un fascicolo contro ignoti, per l’ipotesi di reato di “disastro ambientale” e “inquinamento delle acque”.

Le indagini hanno seguito anche la pista degli appalti, dato che sui terreni dell’ex raffineria dovrebbe sorgere un nuovo complesso urbanistico della società Addamiano Engineering, di Nova Milanese, detto “Ecocity”. Il 14 aprile 2010 l’inviato di Striscia la notizia Max Laudadio rivela che la redazione di Striscia ha ricevuto una lettera anonima in cui viene spiegato il motivo del disastro del Lambro. Secondo l’autore della lettera, la raffineria di Villasanta non era in disuso, ma era un deposito clandestino dove alcune persone scaricavano nelle cisterne petrolio “rubato”. Sempre secondo l’autore, il responsabile del disastro era stata una persona “estromessa” del circuito.

Max Laudadio, nel successivo servizio datato 19 aprile, ha raccolto alcune testimonianze di persone che affermano che alla “Lombarda Petroli” di notte c’era un via vai di autocisterne, misteriosamente scomparse dopo il disastro. Per questo servizio, Striscia la Notizia è stata querelata dalla “Lombarda Petroli”. Nel giugno del 2013 l’accusa ha chiesto la condanna a cinque anni di carcere per disastro ecologico doloso e falso in atto pubblico nei confronti dei due titolari della ex raffineria e tre anni di reclusione per il direttore dello stabilimento della Lombarda Petroli.

Il 22 ottobre 2014 è arrivata la condanna in primo grado per il solo custode in concorso con ignoti per disastro ambientale colposo. In appello viene condannato anche il titolare della Lombarda Petroli. A luglio del 2017, le pene sono confermate in Cassazione. Per il titolare titolare della Lombarda Giuseppe Tagliabue la pena di un anno e otto mesi per disastro colposo e altri nove mesi per reati fiscali e per il custode degli impianti, Giorgio Crespi un anno e sei mesi e pena sospesa.

Inchiesta Dirty energy della Riso Scotti. Nell’ottobre del 2010 la procura chiude l’inchiesta sulla presunta gestione illegale dell’impianto a biomassa gestito dalla Riso Scotti Energia. Qui sarebbero stati usati illegalmente rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in diverse regioni. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi, si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato. Per il filone che riguarda il traffico di rifiuti, dopo il passaggio delle competenze alla Dda di Milano i tempi del processo si sono ulteriormente rallentati, anche a causa di difetti di notifica. A giugno del 2011 scattavano le manette per Dario Scotti, il suo commercialista e per altri due funzionari del Gestore delle’energia nazionale.

Però, nel 2014, quattro anni dopo, era ancora in corso il dibattimento in primo grado, quindi era forte il rischio prescrizione. Sono state in tutto dodici le persone indagate, sette, incluso il presidente dell’azienda Giorgio Radice, quelle finite agli arresti domiciliari, sessanta le perquisizioni effettuate e quarantasei i mezzi sequestrati. L’indagine, coordinata dalla Procura di Pavia aveva preso il via nel 2007 da una segnalazione della Procura di Grosseto. Quello che è stato appurato è che nessuno dei carichi che arrivavano da impianti di trattamento dei rifiuti di Puglia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana (circa quarantamila tonnellate) è mai stato respinto anche se non conforme alle norme. Anzi, l’accusa era che i certificati di analisi fossero stati falsificati grazie a laboratori compiacenti, e che alla Riso Scotti Energy alla lolla (cioè la parte del riso che racchiude i chicchi) venivano mischiati anche questi rifiuti e le scorie di combustione.

Bonifica Santa Giulia. Nell’ottobre del 2009 la guardia di finanza esegue cinque ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia (area ex Montedison e Redaelli), nella periferia est di Milano. Nel maggio del 2013 vengono rinviati a giudizio l’immobiliarista Luigi Zunino, l’ex dirigente dell’Ufficio bonifiche del Comune di Milano, l’allora responsabile dell’Ufficio milanese dell’Arpa e altre sette persone. La contestazione più grave, però, quella di aver avvelenato le falde acquifere decade per decisione del gup di Milano. I dieci imputati, infatti, sono rinviati a giudizio per tre capi di imputazione: l’attività di gestione rifiuti non autorizzata con particolare riferimento a raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti, la creazione di una discarica non autorizzata, l’attività non consentita di miscelazione di rifiuti.

Tutti reati ambientali contravvenzionali, che sarebbero stati commessi in un periodo che va dal 2004 al 2010. Nel 2015, la relazione dei “saggi” dell’Ispra e dell’Istituto di Sanità inchioda la società Milano Santa Giulia spa alle sue responsabilità. L’area Nord-ex Montedison è pesantemente inquinata. E il “piano scavi” del 2004 – attraverso il quale alcuni terreni dovevano essere “conferiti in idoneo impianto fuori dal sito” – fu attuato in modo “non conforme”. Chi vorrà costruire in questi ettari di terra alla periferia Sud-Est della metropoli dovrà bonificare. Gli 80 milioni di euro già accantonati dovranno probabilmente essere spesi fino all’ultimo centesimo e chissà se basteranno. In ogni caso, solo nel 2018 si inizia a parlare di tornare a costruire e bonificare l’area.

Veneto

Porto Marghera. Nel 1996 il sostituto procuratore Felice Casson, a seguito dell’esposto presentato da Gabriele Bortolozzi, avvia delle indagini che lo portano a chiedere il rinvio a giudizio di ventotto dirigenti ed ex-dirigenti della Montedison e della Enichem. L’accusa è di strage, omicidio e lesioni colpose multiple (per la morte da tumore di centocinquantasette operai addetti alla lavorazione del Cvm e Pvc e per centotré casi di malattie analoghe contratte da altrettanti dipendenti) e di disastro colposo per inquinamento ambientale. Secondo Casson i dirigenti pur consapevoli dei rischi sanitari ai quali andavano incontro i propri lavoratori non adottarono nessuna delle cautele necessarie. Nonostante ciò, nel 2001 arriva l’assoluzione per tutti i ventotto imputati: per le morti e le malattie verificatesi prima del 1973, in quanto il fatto non costituisce reato, per quelle successive al 1973, per non aver commesso il fatto.

Nel maggio 2004, inizia il processo di appello e il 15 dicembre 2004 viene emessa la sentenza di secondo grado, che condanna cinque ex dirigenti Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico nel 1999. I cinque condannati usufruiscono, invece, della prescrizione per sette omicidi colposi precedenti, sempre causati da angiosarcoma, dodici casi di lesioni colpose per altre neoplasie, epatopatie e sindromi di Raynaud, scarichi inquinanti nella laguna, omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980. Gli stessi ex dirigenti sono assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall’accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973. In ogni caso, ai condannati è riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Nel 2006, la Cassazione conferma la sentenza di appello.

Inchiesta Mercante di rifiuti. A giugno del 2004 i forestali intercettano un traffico illecito di rifiuti pericolosi, provenienti da centinaia di ditte di varie regioni, mescolati a cemento per formare un conglomerato cementizio da utilizzare per la realizzazione di sottofondi stradali in opere pubbliche. È finito, ad esempio, nei cantieri per la costruzione del cavalcavia di via Camerini a Padova, a Pernumia, a Mira a Battaglia Terme, a Due Carrare e a Monselice. I risultati di laboratorio avrebbero poi dato ragione agli inquirenti: in quel conglomerato c’erano più monnezza che cemento. Sette le persone arrestate e ventotto quelle denunciate. Se le condanne con rito abbreviato per chi ha patteggiato sono nel frattempo diventate definitive, per il rito ordinario è intanto intervenuta la prescrizione, anche per il reato di associazione a delinquere.

Liguria

Caso Pitelli. L’inchiesta sulla gestione della discarica di Pitelli, sulla collina di La Spezia, inizia nel 1996 a cura del procuratore di Asti Luciano Tarditi e si conclude con una trentina di arresti. Nel 2003 inizia il processo per disastro ambientale con undici rinvii a giudizio. Nel 2011, a quindici anni dal primo sequestro, dopo che la prescrizione aveva falcidiato la gran parte dei reati ambientali contestati il collegio giudicante del tribunale di La Spezia dichiara l’assoluzione degli undici imputati.

Toscana

Discarica del Vallone a Campo nell’Elba. L’8 febbraio 2012, il tribunale di Livorno ha assolto tredici persone in un processo per presunte irregolarità legate all’affidamento e alla gestione della discarica del Vallone, a Campo nell’Elba. Nel caso di un ulteriore imputato è stato invece dichiarato il non doversi procedere per prescrizione. Secondo le accuse, ci sarebbe stato uno scambio di doni per avere in cambio l’affidamento dell’appalto per la raccolta di rifiuti di ferro e legno. A giudizio erano finiti anche consiglieri e assessori, accusati di falso e abuso d’ufficio. Nel dispositivo della sentenza il collegio giudicante aveva riqualificato il reato ascritto a carico dell’imprenditore da concussione a corruzione, ma ha dichiarato non doversi procedere per via della prescrizione.

Lazio

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il termovalorizzatore di Colleferro.

Termovalorizzatore di Colleferro. Nel mese di marzo del 2009 i carabinieri sequestrano il termovalorizzatore eseguendo tredici ordini di custodia cautelare. Gli inquirenti sono convinti che nell’impianto ci finisse, anziché Cdr come previsto dalla legge, ogni tipo di rifiuto. Tra i reati contestati, associazione per delinquere, attività organizzata per traffico illecito di rifiuti, falsità ideologica e truffa. Il percorso giudiziario si è rivelato tortuoso sin dall’inizio, anche a causa di una infinita serie di rinvii tecnici, e si aspetta ancora la sentenza di primo grado. Di questo passo la prescrizione è scontata.

Valle del Sacco. Sin dagli anni Cinquanta, la zona della Valle del Sacco ha avuto uno sviluppo industriale forsennato, con scarichi nel fiume Sacco di tonnellate di rifiuti industriali e reflui civili. L’11 marzo 2005 l’Asl di Colleferro sequestra partite di latte prodotto da un’azienda di Gavignano, perché conterrebbe il beta esaclorocicloesano che è un prodotto di sintesi del Lindano, un fitofarmaco bandito nel 2001 perché cancerogeno. Nel marzo 2009 i carabinieri notificano cinque informazioni di garanzia a persone che a vario titolo avrebbero responsabilità nella vicenda. L’accusa è quella di disastro ambientale e omessa comunicazione dell’inquinamento. Il dibattimento si è aperto a novembre di quest’anno e la prossima udienza è prevista a gennaio. Elevato, ad oggi, il rischio di prescrizione.

Operazione “agricoltura biologica”. Il 5 luglio 2004 la procura di Rieti arresta sette persone e ne denuncia 25 per un traffico e smaltimento di rifiuti speciali, provenienti prevalentemente da Toscana, Campania e Lazio. Fulcro del traffico era, secondo gli investigatori, l’impianto della Masan srl di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Nel processo di primo grado il giudice monocratico del tribunale di Poggio Mirteto ha inflitto tredici condanne. Ma nell’ottobre 2012 la terza sezione della Corte di Appello di Roma le ha dichiarate prescritte.

Campania

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

La mappa indica le principali zone in cui vengono bruciati anche rifiuti speciali.

Cassiopea. Avviata nel 1999 dai carabinieri, può essere considerata “la madre” di tutte le inchieste nel settore del traffico illecito dei rifiuti speciali: per estensione delle aree e numero dei soggetti coinvolti, specializzazione delle strategie organizzative dei traffici, durata delle indagini. L’indagine ha portato a galla un traffico di rifiuti speciali che dal Centro-nord (Toscana, Piemonte, Veneto) venivano trasportati e illecitamente smaltiti in alcune regioni del Sud (Campania, Calabria) e in Sardegna.

Con il coinvolgimento di almeno quarantuno aziende tra centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto. Circa il novanta per cento dei rifiuti sarebbe stato smaltito illegalmente e abbandonato in cave, aree agricole o industriali, laghetti nei Comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Carinaro, Santa Maria La Fossa, Castel Volturno, Villa Literno. La fase istruttoria dell’inchiesta si è conclusa con la richiesta da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere di novantasette rinvii a giudizio per imprenditori, faccendieri e mediatori.

Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale e all’avvelenamento delle acque, realizzazione e gestione di discariche abusive. Nel 2003 è stata avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, tra difetti di notifica e rimpallo di competenze (con annessi ricorsi) tra la procura ordinaria e quella antimafia. Nel mese di settembre 2011 il Gup ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati ambientali contestati.

Puglia

Petrolchimico di Brindisi. Contestualmente all’avvio dell’inchiesta per i danni ambientali e sanitari prodotti dal petrolchimico di Porto Marghera, partiva anche l’inchiesta nei confronti di quello di Brindisi. Dal 1996 al 2008 i periti della procura si muovono tra studi di coorte, consulenze epidemiologiche, accertamenti medico-legali. Tre gli anni di camera di consiglio, per un numero imprecisato di udienze. Sessantotto i dirigenti di industria Enichem e vertici dello stabilimento di Brindisi indagati per strage, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, lesioni gravi e danni ambientali. Mai saliti sul banco degli imputati.

A differenza di quanto chiesto dalla pubblica accusa di Venezia, qui il pm chiede l’archiviazione per una difficoltà a risalire a responsabilità penali oggettive, sulla base di diatribe e contraddizioni scientifiche e un quadro probatorio troppo vasto e complesso. Seppure il danno cagionato dal petrolchimico brindisino è sotto gli occhi di tutti manca una fattispecie delittuosa chiara per una accusa sostenibile nel processo. Per questo tutto finisce archiviato. Almeno fino a luglio del 2014, quando la Procura di Brindisi apre un altro fascicolo a seguito della presentazione di alcuni esposti di associazioni ambientaliste. Sotto i riflettori, ancora una volta, il petrolchimico del gruppo Eni e i veleni sepolti nella discarica di Micorosa, realizzata oltre trent’anni fa.

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Calabria

Vibo Valentia, discarica San Calogero, processo Poison. Il 20 luglio del 2011 scatta l’operazione che porta a un arresto e alla denuncia di 14 persone. A vario titolo accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico e all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, disastro ambientale con conseguente pericolo per l’incolumità pubblica, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, gestione non autorizzata dei rifiuti, evasione fiscale. Al centro dell’attenzione degli inquirenti lo smaltimento di oltre centotrentacinquemila tonnellate di rifiuti pericolosi composti da fanghi di derivazione industriale che sarebbero stati scaricati illegalmente accanto a coltivazioni di agrumi. Il processo ha visto la prima udienza fissata a ottobre 2014. La prescrizione è inevitabile.

Inchiesta Artemide. A seguito dell’interramento di circa trentamila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Pertusola di Crotone in alcuni siti della Sibaritide, nel 1999 è iniziato il processo presso il Tribunale di Castrovillari nei confronti di 11 persone. Conclusosi nel marzo del 2008 senza colpevoli. Il Tribunale ha infatti assolto i tre principali imputati “perché il fatto non sussiste”, dichiarando il “non doversi procedere” nei confronti di altri otto indagati “per il reato di cui all’articolo 434, comma I del codice penale (disastro ambientale)” perché estinto per intervenuta prescrizione.

Crotone Pertusola sud. Il 25 settembre 2008 la procura della Repubblica di Crotone ha aperto un’inchiesta denominata Black Mountains, che ha portato al sequestro preventivo di 18 aree ubicate nei comuni di Crotone, Cutro e Isola Capo Rizzuto. Qui dal 1999 ad oggi sarebbero state realizzate vaste discariche non autorizzate di rifiuti pericolosi (circa trecentocinquantamila tonnellate) provenienti dalla lavorazione delle ferriti di zinco presso lo stabilimento dell’ex Pertusola Sud. Rifiuti che sarebbero stati utilizzati come materiale edile per la costruzione di scuole, palazzine popolari, centri commerciali, strade, le banchine del porto e la questura.

Per tali ragioni la Procura ha chiesto il processo per quarantacinque soggetti per disastro ambientale e l’avvelenamento delle acque. Nell’ottobre del 2012 il gup ha prosciolto tutti gli indagati, perché “il fatto non sussiste” per quanto concerne le ipotesi di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, mentre per lo smaltimento illecito di rifiuti in discarica abusiva il reato si è estinto per intervenuta prescrizione. Contro la decisione del gup si è appellata la Procura. Nel giugno del 2013 la Cassazione ha dato ragione al gup, confermando il proscioglimento per i quarantacinque imputati. Respinto anche il ricorso della Procura che chiedeva di rinnovare la perizia sulle scorie.

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Sicilia

Inchiesta Mar Rosso. Il 10 settembre del 2001 il mare di Priolo diventò rosso a causa delle tonnellate di mercurio che ci finirono dentro. I finanzieri si accorsero subito che parte dei reflui prodotti dalle aziende del polo petrolchimico finivano direttamente nel bacino antistante. Le analisi provarono la contaminazione delle acque con una presenza di mercurio ventimila volte superiore al limite di legge. La procura di Siracusa mise sotto indagine trenta soggetti, arrestandone diciotto, tra cui diciassette dirigenti del petrolchimico e il responsabile della Provincia di Siracusa.

Durante il processo, la stima fatta dai consulenti della procura sulla quantità di mercurio smaltito in mare dal 1959 al 1980 era oltre 500 tonnellate. Una quantità talmente elevata che, secondo i tecnici, renderebbe addirittura irrilevante la quantità di mercurio scaricata nell’ultimo decennio, tanto che non è possibile contestare il reato di avvelenamento delle acque. E, per spiegare meglio il ragionamento, il pubblico ministero usa una metafora macabra: “Le condotte ascrivibili ai dipendenti Enichem nel decennio 1990-2000 sono paragonabili, sul piano della rilevanza penale, alla condotta di un soggetto che spara dolosamente su un uomo morto”.

Il vero omicidio, ovvero l’inizio dell’inquinamento, risale agli anni Sessanta-Ottanta e per questi anni non ci sono più responsabili, in quanto tutti i reati sono prescritti. Il pubblico ministero chiede quindi di archiviare l’inchiesta. Lo stesso vale per l’accusa di lesioni colpose ai danni delle famiglie residenti nella provincia di Siracusa.

Storie di Legalità, Lealtà, Libertà

Una riflessione a cuore aperto su Lealtà, Legalità e Libertà. Sono le 6 del mattino. Non mi sono appena svegliato, ancora non riesco a prendere sonno. Sto disteso sul mio letto, con il computer portatile appoggiato contro le mie gambe piegate. L’anno nuovo è iniziato da un po’. La parte operaia e operosa di Torino si è già svegliata da un pezzo. Le ruote ferrate dei tram sui binari del quartiere #Vanchiglia – bagnati dall’umidità del Po, che scorre nel suo letto a poche centinaia di metri di distanza – scorrono veloci.

Fredde ed antiche carcasse di un vecchio secolo passato, attraversano come frecce illuminate da un capolinea all’altro la città. Gli spifferi entrano da tutte le parti, l’ambiente è freddo, è gelido. Colorato solo da qualche scarabocchio e riscaldato da dediche amorose sparse un po’ ovunque. Sulle pareti, sui finestrini, perfino sui sedili. Su quei sedili in formica molte generazioni hanno trascorso frammenti delle proprie vite. E quasi tutti verso la fine del loro tragitto nella mente, hanno visto spuntare, arrancando tra gli ultimi baluardi del sonno, i propri sogni.

La mia anima si sta distaccando dal mio corpo. L’uno è disteso su questo letto e l’altra ciondola alle curve di un vecchio tram. In questo distaccamento delle forme mi ascolto. Traccio delle linee, disegno uno schema e ricordo. In questi ricordi mi fermo a pensare, a ricordare, a riflettere. Mi elogio e mi critico. Sorrido e mi intristisco, mi intristisco e sorrido. Un’altalena di sentimenti percorre quella mia anima che va, che sorride e già sogna la Libertà vedendo l’alba che illumina le boschive colline di Superga.

Mi ritrovo a pensare ai sogni e ai traguardi dell’anno trascorso. Molte le emozioni. Tante mete raggiunte, sogni forse perduti, forse solo rimandati. Tante soddisfazioni personali e professionali, ma quanti sacrifici… Tanti. Troppi? No, quando investi su te stesso non è mai troppo. Chissà perché il mio cervello ha deciso ora di tracciare un bilancio di un altro anno passato. Il 2016 è stato un anno intenso, ad oggi mi appare uno dei più intensi della mia vita, ancora giovane.

Lo ammetto, ho appena tenuto premuto il tasto “canc” del computer per eliminare l’insieme di lettere che componevano periodi di vittorie e sconfitte. Non parliamone, non decantiamole, né dimentichiamole, solo alziamo le spalle e stringiamo le braccia al nostro addome. Il nuovo anno si è affacciato in sordina nella mia vita, senza l’affettuoso augurio di una delle persone che più amavo e amo al mondo, mio nonno.

Scavando nei miei ricordi, sentivo ugualmente le sue parole. E mentre le sue parole arrivavano alla mia mente, lo immaginavo dall’altro capo della cornetta. Quegli occhi verdi, che dolcemente ti osservano e quelle mani grandi e pesanti, ma fragili. Le dita sofferenti per la sua malattia. La pelle ruvida e le unghie spesse, il palmo semichiuso. Immaginavo quelle mani posarsi su di me, sulle mie spalle, come so che avrebbe fatto se fossi stato lì accanto a lui.

Le parole un po’ urlate, scandivano un semplice augurio a vivere il futuro all’insegna della Lealtà e della Legalità. Lealtà e Legalità, due termini che ultimamente mi sembrano carichi di significato, ma privi di forza. Denaturalizzati dal trascorrere dei giorni, sviscerati nel profondo dai mille casi di illegalità e di falsa Lealtà. Povere di significato se non associate da un terzo vocabolo, anche esso con l’iniziale L. Lealtà e Legalità non possono coesistere se non c’è Libertà. Prima di sfociare dalle nostre bocche, questa parola, Libertà, pulsa nei nostri cuori e si gonfia nei nostri polmoni. Erutta da secoli dai nostri corpi, contro la derisione dei potenti e dei criminali verso i popoli.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Oggi questo nostro mondo avrebbe bisogno di fermarsi per ascoltare il grido di uno dei tanti bambini che piangono le ingiustizie del mondo e che gridano in modo spaventato una parola di cui non comprendono la vera forza. Una parola che spesso ubriaca le menti, ci costringe ad azioni che non vorremmo o che semplicemente vorremmo compiere. Sentirsi liberi è bello, quanti di noi non riescono a sentirsi liberi in questi infausti giorni?

Mi unisco a quella schiera di persone che sono consapevoli ed hanno una propria coscienza. Persone che sanno che la vita senza Libertà, Lealtà e Legalità, non è vita. I nostri bronchi avvizziscono, i cuori non pulsano e le nostre bocche si chiudono. Serrate le labbra, come chini sono i nostri capi che percorrono i giorni delle proprie esistenze alla ricerca della felicità, che spesso equivale alla ricerca della Libertà. Grazie nonno.

Grazie per avermi ricordato queste due parole di cui si sente sempre meno parlare. E grazie per avermi cresciuto con questi principi. Torno a pensare a quel che può essere vivere nella Libertà, nella Legalità e Lealtà. Significa alzare la testa, riempire i polmoni, aprire la bocca, ma soprattutto significa Vivere.

I crimini ecologici in Italia

Chi di voi non ha mai sentito parlare di ecomafie di ecomostri o di crimini ecologici in Italia? E di ecomafie e modificazioni sociali? Le ecomafie, che giustamente si pronunciano al plurale, sono un unico mostro dai mille tentacoli. Non un mostro di cui aver paura, ma da combattere. Un po’ come avviene con la pedofilia di alcuni prelati della romana Chiesa. Il nome, in ogni caso, è azzeccato. Rende immediatamente l’idea. Una parola composta da “eco” e “mafie”. Tradotto, in parole semplici: esistono mafiosi, che si arricchiscono distruggendo e inquinando irrimediabilmente quanto di buona la natura ci offre: terra, aria e acqua. E il risultato, visto che poi la natura ti restituisce tutto con gli interessi, nella stragrande maggioranza dei casi li pagano i poveri abitanti dei luoghi inquinati per anni con ogni tipo di sostanze. Ho cercato di rendere l’idea in maniera semplice e comprensibile per tutti. Ma a voler essere precisi, ecomafia è un neologismo coniato molti anni fa da Legambiente.

Indica quei settori della criminalità organizzata che hanno scelto il traffico e lo smaltimento illecito dei rifiuti, l’abusivismo edilizio, le attività di escavazione, i traffici clandestini di opere d’arte rubate e di animali esotici. I confini del concetto ecomafia sono molto estesi e gli interessi delle mafie nazionali – ‘ndrangheta, camorra, sacra corona unita e mafia siciliana – in questo campo sono enormi. Si pensi solo alle “navi dei veleni” o “navi a perdere“, una delle più grandi vergogne d’Italia, che vede coinvolti uomini dello Stato, rappresentanti corrotti delle istituzioni, uomini dei servizi segreti deviati. Dal 1994, esiste l’Osservatorio ambiente e legalità di Legambiente. Questo organismo svolge attività di ricerca, analisi e denuncia del fenomeno in collaborazione con carabinieri, corpo forestale dello Stato e delle Regioni a statuto speciale, capitanerie di porto, guardia di finanza, polizia e direzione investigativa antimafia, l’istituto di ricerche Cresme (abusi edilizi) e magistrati impegnati nella lotta alla criminalità ambientale.

Il fenomeno delle ecomafie viene affrontato in modo sistematico dal 1997 nel “Rapporto Ecomafia”. Si tratta di un’opera collettiva, coordinata dall’Osservatorio ambiente e legalità e realizzata con la capillare collaborazione di tutte le forze dell’ordine. Per fare un esempio che aiuta a comprendere meglio studi e indagini. Il “Rapporto Ecomafia 2017” finalmente annuncia, a due anni dall’entrata in vigore della legge sugli ecoreati, che “nel complesso diminuiscono gli illeciti ambientali e il fatturato delle attività criminali contro l’ambiente”. E poi dà i numeri, evidenziando che i reati ambientali accertati delle forze dell’ordine e dalla capitaneria di porto sono passati da 27 mila 745 del 2015 ai 25 mila 889 del 2016.

Una flessione del 7%. Però, continuiamo a parlare di una media di 71 reati ambientali al giorno, 3 ogni ora. In compenso, il fenomeno della corruzione continua a dilagare in tutta la Penisola, l’abusivismo edilizio cresce con 17 mila nuovi immobili nel solo 2016 e aumenta il fenomeno dello smaltimento illegale dei rifiuti. È noto che esiste un’Italia fondata sul cosiddetto “mattone selvaggio”. L’Italia dell’abusivismo edilizio, una piaga che secondo il Cresme, tra costruzioni nuove e ampliamenti significativi, produce in media oltre 20 mila case abusive ogni anno. Costano la metà di una costruzione in regola, ma significano materiali scadenti acquistati in nero, manodopera impreparata pagata in nero, niente spese in tema di sicurezza di cantieri, niente tasse. Questo fenomeno, che prende piede dagli anni Cinquanta del secolo scorso e decolla negli anni Sessanta, devasta i luoghi più belli del Paese.

Spesso, sulle spiagge del sud Italia si notano come un pugno in un occhio scheletri incompiuti di costruzioni, villette senza né arte né parte e alberghi che hanno scippato interi pezzi di spiaggia. Tutto costruito rigorosamente in mezzo ai letti dei fiumi o in aree a rischio idrogeologico. E poi c’è l’archeomafia. Cosa? Scavi clandestini e razzie nei siti archeologici, furti, traffico illegale di opere d’arte. Questo è il core business delle organizzazioni criminali che operano nel settore dei beni culturali. Un settore molto redditizio. Il primo anello della catena sono i cosiddetti tombaroli, quelli che saccheggiano i siti, rubando vasi, anfore, statuine, monete e frammenti preziosi. Ci sono poi i committenti e i ricettatori che si occupano di piazzare i pezzi sul mercato clandestino. Infine, ci sono i compratori. La filiera spesso si conclude nelle teche di importanti musei internazionali, spesso i pezzi sono stati “ripuliti” da false documentazioni che ne attestano la legittima provenienza. Lo stesso percorso vale per dipinti e opere d’arte trafugati in ville private.

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Crimini ecologici in Italia e filiera alimentare

La filiera agroalimentare è quella in cui si riscontra il maggior numero di infrazioni a opera della criminalità ambientale. Dalle attività illecite compiute in agricoltura, si pensi alle truffe per ottenere finanziamenti pubblici a sostegno di alcune colture piuttosto che alla piaga sociale del caporalato che sfrutta la manodopera in nero, al trasporto della merce, fino alla vendita dei prodotti sui banchi dei supermercati e al business legato alla ristorazione. Le mafie, insomma, controllano questo settore dal campo al piatto. E il business è davvero appetitoso. Sono migliaia i produttori che subiscono il controllo delle cosche, attraverso minacce, soprusi ed estorsioni, soprattutto nelle regioni meridionali. Quello rurale, poi, è un mondo in cui vige ancora molto forte l’omertà rispetto a questo tipo di illegalità. Le famiglie criminali hanno le mani sui mercati ortofrutticoli più importanti del Paese.

La zoomafia trae profitto dal controllo di attività illegali che hanno al centro gli animali. È un fenomeno che si estende dal nord al sud del nostro Paese e che vede la collaborazione della criminalità organizzata italiana con quella straniera. Il fatturato delle cosche specializzate in questo settore è stimato in un minimo di 3 miliardi di euro. Un giro di denaro enorme che riguarda i traffici di cani e gatti con finti pedigree o di animali esotici, il bracconaggio e il contrabbando di fauna selvatica, le scommesse illegali sulle corse clandestine dei cavalli (un terzo dell’intero fatturato) e i combattimenti fra cani. Ma vanno inseriti anche il racket del pesce, la macellazione clandestina, i furti di bestiame e le sofisticazioni alimentari.

Lo smaltimento illecito dei rifiuti è una piaga che affligge tutto il Paese.

Le cause naturali che possono scatenare un incendio boschivo sono estremamente rare. La presenza di una gran quantità di combustibile, la vegetazione, e di comburente, l’aria, non basta da sola a provocare il fuoco. Quello che manca, in un bosco, è il calore necessario per una reazione chimica a catena. I roghi, quando non dipendono da irresponsabilità o distrazione, sono quasi tutti dolosi, ossia appiccati con l’intenzione di radere al suolo la vegetazione. In parte si spiegano con la tradizione agropastorale che considera il fuoco un mezzo per procurarsi nuovo pascolo o, nel caso dei contadini, per rigenerare la fertilità del terreno.

Nel resto dei casi, l’incendio doloso si lega quasi sempre a interessi speculativi legati all’edilizia, ma non solo: in alcune regioni il numero di incendi crea o conferma assunzioni di operai forestali precari. Non raramente è capitato che ad accendere un rogo siano stati proprio coloro che erano pagati per spegnerlo. Lo smaltimento illegale di rifiuti industriali è il più pericoloso campo d’attività delle ecomafie. È uno tra i business illegali più redditizio. Anziché essere trattati e gestiti secondo le norme, che ne assicurano lo smaltimento in regime di sicurezza ambientale e sanitaria, i rifiuti speciali vengono nascosti e così avvelenano l’aria, contaminano le falde acquifere, inquinano i fiumi e le coltivazioni agricole, minacciano la salute dei cittadini, contaminando con metalli pesanti, diossine e altre sostanze cancerogene i prodotti alimentari.

Le “navi dei veleni” rientrano in questo tipo di attività. In questo racket, insieme alle mafie, agiscono i manager delle aziende, faccendieri, amministratori locali e tecnici senza scrupoli che insieme costituiscono una vera e propria associazione criminale, una “Rifiuti Spa”, che conta su corruzione, frode ed evasione fiscale. I reati in questo campo possono avvenire in ogni fase del ciclo: produzione, trasporto e smaltimento. L’azienda può dichiarare il falso su quantità o tipologia di rifiuti da smaltire, la classica truffa del “cd giro bolla” che falsifica la classificazione del rifiuto nei documenti d’accompagnamento, per dirottare il carico o farlo sparire, oppure affidare l’operazione a imprese che lavorano sottocosto sapendo che utilizzeranno metodi illeciti. Se la Puglia si conferma base logistica dei traffici di rifiuti transfrontalieri con Egitto, Libia e Iran, l’Abruzzo è tra le regioni più colpite dall’illegalità nel ciclo dei rifiuti, con un trend in costante e preoccupante crescita. Neppure la Basilicata scherza in quanto ad inquinamento ambientale causato dallo scarico di rifiuti tossici nel terreno e probabilmente nelle falde acquifere. Uno dei problemi più importanti della Lombardia, invece, è il traffico di fanghi.

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Dalla Calabria al Piemonte senza pietà

Così, come nell’area compresa tra Napoli e Caserta c’è la Terra dei Fuochi. In Calabria, a Paola e a Gioia Tauro, si muore di tumore molto più che in altre zone d’Italia. Ma tanto importa a pochi. Restando in Calabria, ma evitando di parlare di inquinamento marino, che approfondiamo a parte, Crotone è una vera e propria bomba ecologica. E anche lì si muore di cancro. Ma anche in questo caso importa a pochi. Anzi, importa alla ‘ndrangheta che non se ne parli. Che tutto cada ne dimenticatoio e venga divorato dal silenzio dell’omertà e soprattutto dalla prescrizione del reato.

Quante volte in questi anni si è sentita la frase: “Il reato è estinto per intervenuta prescrizione”? Un “verdetto” che si ripete e che accomuna ormai molti dei più importanti processi penali italiani su reati e disastri ambientali come quello riguardante il caso Eternit, la discarica di Pitelli al centro di un traffico di rifiuti, il petrolchimico di Porto Marghera, la discarica del Vallone all’Isola d’Elba. E ancora, il processo Artemide sui rifiuti interrati nella piana di Sibari, nella martoriata Calabria, o il processo Cassiopea.

Quest’ultimo definito come una delle più grandi inchieste mai fatte in Italia nell’ambito della gestione illecita dei rifiuti. Anni di indagini, inchieste e di battaglie in tribunale che sono terminate, dopo un periodo di tempo determinato, per intervenuta prescrizione con la conseguente estinzione del reato. Accanto alla questione della prescrizione, occorre ricordare che fino al 2015 molti processi si concludevano con l’assoluzione perché “il fatto non sussiste come reato”. Accadeva per delitti di inquinamento o di specifico disastro ambientale perché non ancora inseriti nel codice penale.