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Il cioccolato contro il colesterolo: vero o falso?

Questo piacevole alimento non possiede alcuna controindicazione per chi gode di buona salute. E’ ideale per chi soffre di pressione bassa grazie alla presenza di potassio. Utile per i soggetti anemici grazie alla buona percentuale di ferro. E’ addirittura consigliato a coloro che svolgono un’intensa attività fisica. Il cioccolato può essere mangiato normalmente dai bambini, in quanto è un alimento che non provoca problemi di digestione o appesantimento e può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. Non prima dei 2-3 anni e sempre senza esagerare.

Se cercate una scusa per poter mangiare cioccolato senza troppi sensi di colpa, ebbene, sappiate che questo alimento gustoso è in grado di tenere sotto controllo il colesterolo cattivo e aumentare quello buono. Nello specifico, alcuni studi hanno dimostrato che il cioccolato fondente contiene alcuni composti, come i polifenoli e la teobromina, che possono abbassare i livelli di colesterolo LDL (quello cattivo) nel corpo e aumentare i livelli di colesterolo HDL (quello considerato buono).

Nello specifico, uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition suggerisce che il consumo di cioccolato potrebbe aiutare a ridurre i livelli di colesterolo a bassa densità di lipoproteine ​​(LDL), ovvero quello cattivo. I ricercatori hanno cercato di capire se le barrette di cioccolato contenenti steroli vegetali (PS) e cacao flavanoli (CF) avessero qualche effetto sui livelli di colesterolo. Gli autori hanno concluso: “Il consumo regolare di barrette di cioccolato contenenti PS e CF, come parte di una dieta a basso contenuto di grassi, può supportare la salute cardiovascolare abbassando il colesterolo e migliorando la pressione sanguigna”.

Non solo colesterolo, il cioccolato fondente è un toccasana anche contro la pressione alta, altro fattore di rischio per molte malattie cardiovascolari. Merito del contenuto di magnesio, minerale di cui il cioccolato fondente ne è particolarmente ricco e presente anche in altri alimenti come avocado e banane. I ricercatori dell’Università dell’Hertfordshire, nel Regno Unito, hanno monitorato 25 persone con ipertensione e 21 persone con la pressione nella norma. I partecipanti allo studio hanno tenuto dei diari alimentari in cui segnare la quantità di magnesio assunta quotidianamente. Dai risultati dello studio è emerso che coloro che soffrivano di pressione alta assumevano livelli molto più bassi di magnesio rispetto alla popolazione sana.

E pensare che, negli anni Settanta, nonostante i suoi numerosi fan, il cioccolato subì un crollo di popolarità perché ritenuto responsabile di diverse patologie: l’aumento di peso e quello del colesterolo; l’insorgere della carie; i danni alla pelle. Ne scaturì l’erronea convinzione che “il cibo degli dei” fosse un alimento peccaminoso e pericoloso! Oggi, per fortuna, tutti questi luoghi comuni sono stati smentiti scientificamente dai nutrizionisti, i quali, al contrario, consigliano di inserire questo alimento nella dieta quotidiana, con l’unica raccomandazione: non abusarne.

Questo piacevole alimento non possiede alcuna controindicazione per chi gode di buona salute. E’ ideale per chi soffre di pressione bassa grazie alla presenza di potassio. Utile per i soggetti anemici grazie alla buona percentuale di ferro. E’ addirittura consigliato a coloro che svolgono un’intensa attività fisica. Il cioccolato può essere mangiato normalmente dai bambini, in quanto è un alimento che non provoca problemi di digestione o appesantimento e può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. Non prima dei 2-3 anni e sempre senza esagerare.

In ogni caso è sempre preferibile scegliere cioccolato di buona qualità. Devono purtroppo rinunciare i soggetti obesi che devono, in ogni caso, rinunciare a tutti i cibi troppo energetici; deve essere consumato con qualche precauzione dai soggetti diabetici. Chi ha problemi di fegato, di digestione, di calcoli ai reni, di ulcera o colite dovrebbe eliminarlo dalla dieta. Da escludere in presenza di allergie ed intolleranze alimentari.

Il suo elevato contenuto calorico è dovuto alla presenza di grassi e zuccheri, presenti però in tanti altri alimenti. Una tavoletta da 100 grammi di fondente extra apporta 542 calorie (565 per quello al latte), mentre una porzione da 80 grammi di spaghetti al pomodoro e basilico fornisce circa 422 calorie e una fetta media di crostata con marmellata circa 550. Quindi anche quando si segue una dieta dimagrante ci si può permettere un quadratino di cioccolato fondente, perché equivale solo a 22 calorie.

L’azione congiunta di burro di cacao, zucchero e latte abbia, oltre che il potere di scatenare sensazioni uniche e magari qualche effetto afrodisiaco, molte sostanze potenzialmente protettive. Tra queste, antiossidanti che contribuiscono a evitare l’ossidazione del colesterolo, processo che può portare al blocco delle arterie e alla riduzione del flusso sanguigno, e polifenoli noti come catechine, componenti principali del tè rilevati sia nel cioccolato fondente sia nel cioccolato al latte (quasi il 20% del totale assumibile tramite alimentazione), utili per prevenire malattie cardiovascolari, potenziare il sistema immunitario, nonché ridurre il rischio di alcuni tipi di tumore.

Inoltre, la polvere di cacao ha mostrato una notevole efficacia inibitoria contro la carie. Lo ribadiscono i ricercatori di un famoso istituto di Boston, il Massachusetts Institute of Tecnologhy, i quali hanno dimostrato come i tannini presenti nel cacao aiutino a prevenire la carie, probabilmente riducendo la crescita della placca.

Il massimo consumo di cioccolato avviene fra Natale e Pasqua. Nessuno si è mai chiesto perché? All’inizio dell’inverno il corpo richiede una dose maggiore di magnesio rispetto il resto dell’anno, e il cioccolato ne fornisce, piacevolmente, una buona scorta.

Inoltre, un quadratino di cioccolato aiuta a curare la tosse. Il merito di questo potere sembra essere della teobromina, sostanza contenuta nel cacao. Solitamente la tosse persistente, spesso conseguenza delle infezioni virali, viene calmata con la codeina, un medicinale derivato dall’oppio, i cui effetti collaterali (sonnolenza e stitichezza) ne impediscono la somministrazione in dosi massicce. Invece gli studiosi hanno rilevato che facendo assumere ai volontari la teobromina, la concentrazione di sostanza tossica necessaria a provocare in loro la tosse era circa il 30% più alta che con la codeina. Inoltre a differenza dei calmanti per la tosse tradizionali la teobromina non ha effetti collaterali dannosi sul sistema cardiovascolare e nervoso.

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Fa bene dentro, ma anche fuori. Sono sempre di più i centri estetici che utilizzano il cioccolato come cura di bellezza per la pelle. Infatti, i lipidi contenuti nel burro di cacao nutrono l’epidermide, donando morbidezza e luminosità. Infine, Il cacao contiene caffeina, ma in quantità dieci volte inferiore a quella del caffè, e teobromina un altro eccitante. Le due sostanze, presenti in piccole dosi, hanno effetto di blandi stimolatori che possono comunque aiutare in momenti di maggiore concentrazione. Una piccola dose di cioccolato può rappresentare la carica per riprendere un ritmo di studio o di lavoro.

Le sostanze contenute nel cioccolato (teobromina, serotonina, feniletilamina) lo rendono un agente tonico e antidepressivo, anti- stress, che permette di incrementare piacevoli attività, compreso fare l’amore. Il cioccolato agisce da catalizzatore facilitando la produzione di endorfine. Le endorfine sono sostanze peptidiche prodotte dall’ipofisi e che hanno la funzione di neurotrasmettitore: grazie ad un’azione narcotica simile a quella della morfina, diminuiscono la sensibilità al dolore e stimolano le sensazioni di euforia. Cento grammi di cioccolato contiene circa 1 mg. di feniletilamina, una sostanza dagli effetti simili all’LSD, che il cervello produce naturalmente in circostanze di desiderio e con molta probabilità anche durante l’eccitamento sessuale.

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Disturbo psicosomatico: un’insidia quotidiana pericolosa

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale.

Poche ore prima di un colloquio di lavoro o di un importante riunione, ecco scatenarsi un forte mal di testa. Cosa lo provoca? Si chiama disturbo psicosomatico. Emozioni e stati d’animo possono manifestarsi anche attraverso il nostro corpo? Sì. Quindi, cos’è questo disturbo psicosomatico? Come si manifesta?

Esiste una cura naturale e qual è la più efficace per questa insidia quotidiana? Cerchiamo di capirlo e di rispondere in maniera semplice e chiara a queste domande. Considerata la delicatezza dell’argomento, la spiegazione di cosa sono i disturbi psicosomatici la traccia la psicologa Pamela Franchi, dell’ambulatorio di psicologia di Humanitas Mater Domini.

Sul disturbo psicosomatico, senza giri di parole, la dottoressa Pamela Franchi sostiene che ‘i disturbi psicosomatici possono essere considerati come il tentativo di dar voce ad un disagio psicologico o, addirittura, una emozione dolorosa. Come? Molto spesso, le nostre emozioni, gli stati di ansia o pensieri ricorrenti che disturbano la nostra serenità, si traducono in un vero e proprio sintomo corporeo”.

“Secondo una dinamica che mira a salvaguardare la nostra integrità psicofisica, un’emozione non esprimibile tramite le parole, rimane fuori dalla nostra consapevolezza per consentire al soggetto di mantenere uno stato di benessere, tuttavia può generare un malessere-sintomo fisico’. I disturbi psicosomatici non sono generati dalla nostra fantasia, ma sono disturbi corporei reali, compromettono la quotidianità e creano limitazioni non solo di tipo fisico, ma anche relazionale.

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale.

E ancora, può interessare l’apparato urogenitale con enuresi, dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, quello tegumentario con acne, psoriasi, orticaria, dermatite psicosomatica, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute e delle mucose, quello muscoloscheletrico con cefalea tensiva o mal di testa, cefalea nucale, torcicollo, crampi muscolari, stanchezza cronica, fibromialgia, dolori al rachide, artrite.

Disturbo psicosomatico: quali sono i sintomi corporei

Quadri psicologici quali la depressione e quasi tutti i disturbi d’ansia, inoltre, sono accompagnati anche da sintomi corporei. La dottoressa Pamela Franchi spiega che: ‘È importante sapere che quasi tutti i disturbi che ci affliggono nella quotidianità, presentano quasi sempre anche una componente psichica. Di norma, la persona viene indirizzata inizialmente verso accertamenti e trattamenti di tipo medico, mentre un approccio integrato fra la discipline medica e psicologica rappresenta di certo un buon percorso di cura che può risultare di grande aiuto per il paziente’.

Dunque, sentimenti ed emozioni sia positive sia negative influenzano le reazioni del nostro corpo ovvero del soma: un’emozione positiva può spronare a fare meglio, mentre una negativa può indurre verso uno stato d’animo che porta a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e infine, riflettersi negativamente anche sullo stato di salute.

Il disturbo psicosomatico si caratterizza per la presenza di sintomi fisici come possono essere il mal di testa, il mal di stomaco, persino il mal di schiena. A volte la sintomatologia non trova riscontro in una condizione medica definita e quindi, il disturbo origina con buona probabilità, da un conflitto interno e dunque di tipo psicologico.

La comparsa di un disturbo psicosomatico è legata a un evento particolarmente stressante che non fa altro che attivare il sistema nervoso autonomo che mette in atto una risposta simile a quella che potrebbe attivare in un momento di difficoltà e paura, ecco quindi, che ci si può ritrovare a fare i conti con la tachicardia o l’iperventilazione.

In seguito, ad alcuni studi clinici messi a punto negli anni Sessanta nell’Università di Washington è stato stilato il Social Readjustement Rating Scale, una raccolta di oltre quaranta eventi o situazioni che si è visto, solitamente, preludono allo sviluppo di disturbo psicosomatico: la morte del coniuge, la separazione, un lutto, le vacanze, il Natale, il cambiamento di residenza…

Gli item menzionati non sono motivo di disturbi psicosomatici per tutti, ma possono diventarlo in base a una serie di altri criteri più intimi della persona, come possono essere l’esposizione precedente ad altri eventi stressanti che hanno determinato una certa labilità emotiva che sfocia nella somatizzazione. Eventi positivi che, però, seguono eventi meno positivi fanno saltare le nostre capacità adattogene.

Perché somatizziamo quotidianamente gli eventi

La somatizzazione degli eventi non è processo comune a tutti gli individui. A volte ci sono persone davvero provate dalla vita capaci di far fronte all’ennesimo assalto con l’adattamento e l’attuazione di meccanismi difensivi che gli permettono di superare il nuovo ostacolo senza la somatizzazione, ma magari attraverso l’umorismo o la sublimazione ovvero la ricerca della forza d’animo nelle proprie passioni come possono esserlo la musica, il ballo, la recitazione, la pittura o la scrittura. 

L’individuazione della presenza di un disturbo somatico è tutt’altro che semplice e anche la diagnosi è un percorso in salita. Immunizzarsi allo stress non è possibile, ma ci sono elementi che possono contribuire alla nostra resilienza ovvero alla capacità di adattarci e proteggerci.

Lo stress è uno degli elementi più importanti nella genesi del disturbo psicosomatico. L’agire quotidiano richiede al nostro organismo di sapersi adattare a continui e improvvisi mutamenti della realtà che ci circonda. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, assicurando piccoli momenti di piacevolezza o prefigurandosi come occasioni favorevoli alla crescita personale.

Talvolta, tuttavia, le sollecitazioni ambientali possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni, eccessiva emotività e condizione di stress. Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane, condizioni presenti della vita quotidiana, o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti.

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Disturbo psicosomatico da emozioni

“Contrariamente a quanto suggerito dal senso comune, che identifica semplicemente le emozioni come un vissuto soggettivo di piacevole o spiacevole, le emozioni presentano una consistenza anche biologica. Le emozioni nascono, infatti, all’interno del nostro sistema nervoso centrale e determinano importanti mutamenti a livello periferico e nei principali sistemi del nostro organismo. Un esempio lo abbiamo quando proviamo ansia o paura”.

“In questi casi possiamo avvertire diversi cambiamenti quali, per esempio: aumento del battito cardiaco, nausea, aumento della sudorazione, tremori, mal di testa, dolore al petto, nodo allo stomaco e respirazione accelerata“, spiegano all’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale.

“Le emozioni sono il ponte che collega la nostra mente a tali reazioni fisiche e sono un esempio dello stretto legame che intercorre tra mente e corpo. In virtù di questo legame una malattia organica può portare con sé alterazioni a livello psichico o di funzionamento cognitivo e, viceversa, un disturbo o una sofferenza di tipo psicologico può portare ad alterazioni del normale funzionamento dell’organismo”.

“Per queste ragioni si è ormai diffuso un modello di malattia che viene definito bio-psico-sociale. Questo modello suggerisce che per curare la malattia e promuovere la salute non si può prescindere da un’attenta considerazione del dominio biologico, psicologico e sociale. Le emozioni, quindi, hanno in tutto ciò un ruolo molto importante in quanto strumenti che ci permettono di rispondere alle richieste adattive poste dal nostro ambiente“, è la tesi della scuola di specializzazione e formazione professionale.

Se soffrite di un disturbo psicosomatico sopra elencati, chiedere aiuto ad uno psicologo può essere una buona idea, ma non in prima battuta. Certamente imparare a gestire stress ed emozioni può aiutarvi a trovare un po’ di sollievo. Anche la passiflora e la valeriana possono essere di grande aiuto. Tuttavia occorre prima stabilire quanto delle manifestazioni del disturbo siano imputabili all’intervento di fattori psicologici e sociali.

Quindi, se soffri di queste malattie è ad un medico specialista che devi affidarti prima di tutto. Solo a posteriori, se quest’ultimo riscontrerà che i sintomi e la loro comparsa sono verosimilmente influenzati da una particolare vulnerabilità allo stress, da una particolare suscettibilità o reattività emozionale, o da uno stile di vita non salutare, converrà rivolgersi ad uno psicologo. Le cure naturali psicoterapeutiche e psicofarmacologiche possono essere d’aiuto, ma solo se supportate da un’adeguata terapia.

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Maledetto mal di schiena: vero incubo per milioni di persone

Spesso il mal di schiena è un campanello d’allarme che può segnalare una malattia anche seria: soprattutto quando il dolore sopraggiunge senza motivo e si accompagna a perdita di peso e malessere generale. Fortunatamente la maggior parte delle persone che ne sono colpite guarisce entro due-quattro settimane. Soltanto in una piccola percentuale di casi i sintomi diventano cronici. In alcuni casi, poi, si presenta all’improvviso e con intensità tanto forte da costringere all’immobilità: è il colpo della strega, una violenta contrazione muscolare che blocca la zona lombare della schiena causando fitte dolorosissime.

Maledetto mal di schiena, vero incubo per milioni. Quando nasce il dolore? Come prevenirlo? Come individuare i campanelli di allarme? Quali sono i migliori esercizi per rinforzare la schiena? In questo post vedrò di rispondere a queste e ad altre domande che l’ottanta per cento degli italiani, cioè tutti colore che ne ha sofferto almeno una volta nella vita, si sono posti. Ti stai chiedendo se è possibile che l’ottanta di circa sessantaquattro milioni di persone soffrono di mal di schiena almeno una volta nella vita.

Sì, proprio così. Il mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi. Pensa che è la seconda causa di assenza per il lavoro. Malattia spesso trascurata, ma in continuo aumento, perché il fumo, lo stress, la vita sedentaria e le posizioni scorrette in ufficio si ripercuotono immancabilmente sulla salute della colonna vertebrale incidendo profondamente sulla qualità della vita di chi ne è colpito. La maggior parte delle persone impara a conviverci, non ritenendolo il sintomo di una malattia, ma la conseguenza di uno stile di vita o dell’inevitabile processo di invecchiamento.

Spesso il mal di schiena è un campanello d’allarme che può segnalare una malattia anche seria: soprattutto quando il dolore sopraggiunge senza motivo e si accompagna a perdita di peso e malessere generale. Fortunatamente la maggior parte delle persone che ne sono colpite guarisce entro due-quattro settimane. Soltanto in una piccola percentuale di casi i sintomi diventano cronici. In alcuni casi, poi, si presenta all’improvviso e con intensità tanto forte da costringere all’immobilità: è il colpo della strega, una violenta contrazione muscolare che blocca la zona lombare della schiena causando fitte dolorosissime.

Si scatena dopo uno sforzo o un movimento improvviso. All’origine c’è uno stato cronico di affaticamento dei legamenti o di un nervo, dovuto a diversi fattori, per esempio un’ernia del disco o un trauma precedente. Pesanti sforzi fisici e una postura scorretta. Ma anche alimentazione ricca di eccessi e povera di fibre, intolleranze e problemi intestinali Ne esistono varie forme e a seconda dei casi sono disponibili terapie diverse. Esistono tante terapie naturali davvero molto efficaci e certamente meno intossicanti di quelle sintetiche che sopprimono il dolore ma non rislvono il problema.

La colonna vertebrale non è “in forma”, ecco perché abbiamo il mal di schiena. Quasi sempre dipende da una difficoltà di funzionamento di un muscolo, di un legamento, o del disco. Anche una piccola lesione può causare forte dolore alla schiena. La colonna vertebrale, però, è una delle strutture più forti del corpo umano, che deve assolvere a numerosi ed importanti compiti: dalla stabilità (sostiene il tronco, gli arti superiori e il capo), alla mobilità (consente tutti gli spostamenti del tronco e della testa) al contenimento (protegge il midollo spinale).

Il mal di schiena acuto e la correlazione con il cervello

Una struttura molto complessa controllata dal cervello, che gestisce il corretto equilibrio delle forze che si scaricano sulla schiena. La perdita di questo equilibrio causa la comparsa del dolore, che segnala che la schiena è “fuori forma”. Da quando l’uomo ha perso la posizione a quattro zampe, la parte bassa della colonna ha dovuto subire una serie di adattamenti: questo probabilmente ha comportato la comparsa del mal di schiena. Il fatto di avere poi oggi obbligato la parte bassa della schiena ad adattarsi alla posizione seduta ha ulteriormente aumentato i problemi. Per questo tutti soffrono, prima o poi, di mal di schiena: è “colpa” del nostro stile di vita (in quanto uomini), nonché dello stile di vita di ciascuno di noi singolarmente.

Le cause del mal di schiena sono numerose. Quelle “gravi”, viva Dio, sono rarissime e rappresentano meno di uno caso su trecento, ed è sufficiente una visita medica per individuarle. È importante sapere che tutti, prima o poi, soffrono di mal di schiena. Nove pazienti su dieci, però, recuperano entro un mese dall’insorgenza del dolore, indipendentemente dall’avere o meno effettuato un trattamento: quindi non sempre è necessario correre dallo specialista alle prime avvisaglie del mal di schiena.

Anche se il dolore alla schiena è legato a cause quasi sempre banali, però, la ricaduta è frequente. È proprio questo che rende fondamentale la prevenzione. La ricaduta in ogni caso non è segno di qualcosa di grave, ma solo del ripresentarsi di un problema cui siamo predisposti. Il trattamento con farmaci, le terapie fisiche o manuali non sempre sono risolutivi, pur rappresentando spesso un valido aiuto, soprattutto in caso di dolore acuto.

Ma quanti tipi di di mal di schiena ci sono? Per mal di schiena si intende un dolore più o meno intenso e continuo, localizzato nella regione lombare, lombalgia, o anche in corrispondenza dell’osso sacro, lombosacralgia. Se è coinvolto il nervo sciatico, un nervo molto lungo che origina in corrispondenza delle prime vertebrali lombari e termina nel piede, il dolore interesserà anche i glutei e gli arti inferiori, lombosciatalgia. In questa sede si parlerà della lombalgia, della cervicalgia, del colpo della strega e dell’ernia del disco.

La lombalgia è il mal di schiena più frequente insieme alla cervicalgia e può presentarsi sia nella forma acuta che in quella cronica. Nella forma acuta il dolore si presenta durante un movimento di estensione del tronco, per esempio mentre si solleva un peso da terra (vedi più avanti il colpo della strega). Nella forma cronica, invece, il dolore si presenta a livello della zona lombare della colonna e si prolunga senza interruzione da almeno sei mesi: colpisce il cinque per cento di chi è affetto da lombalgia, ossia il quattro per cento dell’intera popolazione, due milioni di persone circa in Italia.

In quali casi si parla di dolori cronici

A differenza della forma acuta, nella forma cronica il dolore è di vecchia data. Di solito la persona che ne soffre è in grado di indicare le posizioni del corpo che intensificano o diminuiscono il dolore. Una caratteristica tipica di chi è affetto da lombalgia cronica è quella di “essere storti”, ossia guardandosi allo specchio il paziente può riferire di “pendere” da un lato: il motivo è dato da una reazione naturale di difesa della muscolatura della schiena che tende a proteggere la parte dolente contraendosi intorno, nel tentativo di tenere fermo il tratto della colonna colpito impedendogli così ulteriori sollecitazioni.

Ma andiamo avanti. In possono affermare di non avere mai sofferto di cervicalgia, o “cervicale”? Questo dolore può presentarsi in modo acuto oppure lento e acuirsi con il tempo, forma cronica. Nel primo caso la persona lamenta un dolore improvviso e violento in una ristretta zona della nuca, torcicollo, che impedisce in genere la rotazione del corpo o verso destra o verso sinistra accompagnato a volte da forte nausea oppure, più raro, da vertigine, ronzio auricolare, agitazione e lieve confusione mentale.

Quando è ad insorgenza lenta, invece, il dolore riferito è sordo e localizzato in un tratto cervicale della colonna e provoca dolore, per esempio, guardare in alto o indietro, come nelle manovre di retromarcia in auto. Talvolta ogni movimento del collo fa male ed il dolore può scomparire e ricomparire a brevi intervalli senza un riferimento preciso, oppure essere silente per molto tempo per poi riacutizzarsi improvvisamente. Una variazione del dolore cervicale è la nevralgia cervico-brachiale, che presenta un interessamento delle radici nervose e provoca dolore alla nuca e al braccio, fino ad arrivare anche alla mano.

Il dolore può essere: a destra, a sinistra o bilaterale, intenso o lieve, persistente o presente solo durante alcuni movimenti, aggravato nella posizione supina e attenuato in altre. Per esempio, mettendo le mani dietro la nuca. Anche se le cause della cervicalgia possono essere diverse, le principali possono essere individuate nella sedentarietà e nella postura che si tiene nelle ore di lavoro, in particolare chi lavora con il computer. Per prevenire la comparsa di cervicalgie, quindi, è indispensabile controllare i fattori di rischio, cioè correggere la postura scorretta.

Poi, c’è il colpo della strega. Non è raro che dopo uno sforzo particolarmente intenso si resti completamente bloccati con la schiena. Il colpo della strega è un dolore lancinante che arriva all’improvviso alla parte bassa della schiena, una lombalgia, che solitamente colpisce le persone tra i trenta ed i quaranta anni. Sebbene la causa principale sia lo sforzo intenso, talvolta può anche arrivare dopo un colpo di freddo. In realtà, nella parte inferiore della spina dorsale fuoriescono i nervi spinali, che controllano muscoli ed organi addominali e gli atri inferiori. Quando, per un movimento brusco o uno sforzo improvviso e mal controllato, i nervi spinali si comprimono, danno quella particolare sensazione di dolore.

Quella contrazione muscolare che causa dolore forte

A questa sensazione i muscoli rispondono con una contrazione che vanifica qualsiasi altro tentativo di movimento e si resta bloccati. Solitamente, il colpo della strega dura all’incirca tre giorni. Se dura di più di tre mesi, o se si ripete con grande frequenza, è meglio ricorrere allo specialista perché potrebbe esserci qualche altro problema che provoca una sensibilità maggiore dei nervi spinali ed una maggiore facilità alla contrazione dei muscoli. Purtroppo, non ci sono cure che facciano guarire “subito” dal colpo della strega.

Piuttosto, il trattamento si basa su cure lenitive del dolore ed antinfiammatori per sbloccare i muscoli. È importante, in questi casi, evitare di stare a letto, perché la stasi potrebbe peggiorare la situazione. È bene muoversi senza fare sforzi che coinvolgano i muscoli della schiena. Può anche essere utile fare dei massaggi per cercare di riprendere lentamente l’elasticità muscolare di prima. La prevenzione è l’arma migliore quindi meglio evitare alcuni movimenti “rischiosi”, per esempio meglio non caricare le buste della spesa soltanto su un braccio, ma bilanciare il peso su tutti e due i lati del corpo. E ancora, non sollevare pesi da terra incurvandosi: i pesi vanno alzati flettendo le ginocchia e non piegando la schiena.

E ora parliamo delle cause. Numerose sono le cause del mal di schiena e possono derivare dalla struttura ossea o da quella muscolare, anche se spesso disequilibri con dolori muscolari possono a lungo andare creare complicazioni ossee e a problemi ossei possono conseguire problemi muscolari. Tra le cause ossee è da ricordare l’artrosi, ossia una degenerazione delle articolazioni caratterizzata da usura, contratture muscolari intorno ai tratti interessati conseguenti al dolore, blocco dei movimenti. I tratti della colonna più colpiti sono quelli cervicale e lombare e tipico è il dolore acuto alla mattina quando ci si mette in movimento (che poi recede con l’attività per ripresentarsi alla sera).

Altra causa è l’ernia al disco. Per cause non ancora chiarite, infatti, può accadere che i legamenti subiscano dei cedimenti tali per cui non riescono a svolgere al meglio la loro funzione di contenimento permettendo così ai dischi di scivolare fuori dal loro posto (ernia) talvolta anche sotto l’impulso di sollecitazioni di solito considerate lievi (per esempio, alzarsi da una poltrona o sollevare una valigia). In genere l’ernia discale è più frequente a livello lombare (ultime vertebre), mentre è rara a livello dorsale e cervicale. Inoltre rappresenta la causa più comune di lombosciatalgia e di nevralgia cervico-brachiale (vedi tipi di mal di schiena).

Quando si presenta il mal di schiena, oltre alle cause ossee principali, come artrosi ed ernia al disco, occorre considerare la struttura muscolare per individuare le cause del dolore. Il mal di schiena, infatti, nella maggioranza dei casi, è provocato dall’abitudine ad assumere le posture, cioè le posizioni del corpo, scorrette che sono colpevoli di queste disarmonie. Ecco allora il dolore, vero e proprio segnale di allarme che la schiena svolge con fatica il proprio lavoro. Stiratrici, operatori al computer, centralinisti, dentisti, commesse, camionisti, commessi viaggiatori, sono tutti lavoratori “a rischio” di mal di schiena di tipo muscolare.

Il mal di schiena diventa un problema sul posto di lavoro

Senza necessariamente cambiar lavoro, si può prevenire e curare questo disturbo a volte invalidante. Ci sono tuttavia altre situazioni che predispongono al mal di schiena. Come la scoliosi, un problema di tipo osseo soprattutto quando i gradi della scoliosi sono al di sopra dei venti. Sotto tale valore, scoliosi lievi, la colonna può, nonostante la sua deviazione, restare elastica a scapito però della parte muscolare della schiena che, per assicurare la robustezza del dorso, “compensa” le lievi curve scoliotiche e, dunque, subisce un carico di lavoro che a lungo andare si può trasformare in mal di schiena. I tipi di traumi a cui faccio riferimento sono: cadute a terra mentre si fa sport o si lavora, oppure i colpi di frusta causati da incidenti automobilistici.

Dopo simili traumi accade che la muscolatura vertebrale si irrigidisca per “proteggere” il tratto di colonna interessato. Se questo è stato particolarmente violento e non è stato curato adeguatamente, le contratture muscolari permangono per lungo tempo e la conseguenza può essere il mal di schiena. Però, se diamo ascolto al nostro corpo, scopriamo che ci sono alcune situazioni che mettono in guardia su alcuni movimenti “errati” che si stanno compiendo rappresentando quindi dei veri e propri campanelli d’allarme.

Facciamo alcuni esempi: alzandosi dalla sedia o dal divano, entrando o uscendo dall’auto si prova dolore alla parte lombare della schiena. Facendo retromarcia in automobile si avverte una fitta dolorosa al collo, e il dolore si irradia (anche come “scossa”) lungo un braccio. Mentre si guarda in alto (alzando la testa per prendere qualcosa), si prova dolore alla nuca complicato da vertigini e sensazioni di nausea. Si ha spesso mal di testa con la sensazione di peso sul collo e sulle spalle. Durante starnuti e colpi di tosse si avverte una fitta dolorosa tra le scapole o alla parte lombare della colonna vertebrale.

E ancora: è presente un dolore dorsale, anche lieve, che impedisce la respirazione profonda. Portando alcuni pesi o raccogliendo qualcosa da terra si avverte “fatica” nella zona lombare oppure si sente dolore che regredisce in breve tempo. Al mattino lavandosi i denti o il viso si avverte rigidità della schiena nel tornare nella posizione eretta. E così via dicendo.

La migliore arma per il mal di schiena è la prevenzione, quindi è bene prestare attenzione agli atteggiamenti quotidiani, imparando cosa fare e cosa non fare: è lì che si combatte il dolore alla schiena che deriva dalle cattive abitudini di vita. Specifici esercizi fisici per rinforzare la muscolatura addominale e paravertebrale e una postura corretta sono fondamentali per prevenire dolori e danni della colonna vertebrale. Un’opera di informazione e educazione va quindi iniziata precocemente, fin dalla scuola.

Ecco alcuni consigli e rimedi per contrastare il dolore

Ho chiacchierato dell’argomento con alcuni amici medici. E mi hanno dato degli ottimi consigli per una buona prevenzione. E io li condivido con te. Ad esempio, quando si sta seduti: portare bene indietro il bacino appoggiandosi allo schienale, per scaricare su di esso parte delle forze che arrivano sulla colonna. Mantenere la lordosi lombare, ossia quella curva della parte bassa della schiena che si ha quando si è in piedi e che si perde quasi automaticamente quando ci si mette seduti. Per leggere o scrivere inclinare il busto avanti a livello delle anche, poggiando i gomiti sul piano di lavoro.

Quando si sta in piedi, non rimanere fermi nella stessa posizione per lungo tempo. Se possibile, appoggiare il bacino o la schiena ad un ripiano o ad un muro. Allargare la base di appoggio distanziando i piedi, posare un piede su un appoggio, cambiando spesso il piede di sostegno. E se si deve svolgere qualche compito particolare (per esempio stirare o disegnare), mantenere alla giusta altezza il piano di lavoro

Quando si sollevano pesi, i piegare le gambe, portare bene indietro il bacino, mantenere la schiena diritta ed il peso il più vicino possibile. Per pesi leggeri si può sollevare un arto teso indietro con un movimento a bilanciere tra la gamba ed il tronco, appoggiando un arto superiore ad un piano. Invece, quando si dorme, in tutte le posizioni si può trovare quella meno dolorosa intervenendo con uno o più cuscini posizionati sotto le gambe, sotto la pancia, sotto la schiena o sotto la testa. La cosa importante è usare un materasso adatto ed evitare di restare a letto troppo a lungo.

Infine, quando si guida, ricorda di mantenere una distanza dai pedali che consenta di appoggiare il bacino allo schienale con anche e ginocchia leggermente flesse; il sedile deve essere sufficientemente eretto da consentire di tenere le braccia piegate e le mani appoggiate comodamente sulla parte superiore del volante, alle “ore 10 e 10”. Sistemare accuratamente il sedile. Prova un eventuale sostegno lombare, che molte auto possiedono di serie. Evita di guidare a lungo senza pause.

Quando arriva il mal di schiena l’obiettivo principale è alleviare il dolore per consentire alla colonna vertebrale di riprendere a muoversi armoniosamente. Gioveranno in tal senso alcuni accorgimenti. Primo tra tutti il riposo a letto, che non deve essere però protratto per troppo tempo, massimo uno-due giorni, per evitare che i muscoli della colonna perdano il loro tono; è consigliabile sdraiarsi con la schiena a contatto con un materasso piuttosto duro, tenendo le cosce piegate verso l’addome e le gambe sollevate con dei cuscini.

Il ghiaccio è un sicuro alleato contro tutti i dolori

È bene poi applicare subito la borsa del ghiaccio all’insorgere dell’attacco, sulla zona dove il dolore è più forte, venti minuti per almeno tre-quattro volte al giorno: trascorse le prime ore, sono invece preferibili un cauto massaggio e l’applicazione di una fonte di calore, rimedi antichi ma che possono essere efficaci per ridurre la contrattura dei muscoli paravetrebrali e favorire un benefico afflusso di sangue nel punto della lesione.

Qualora il medico lo ritenesse necessario, per alleviare il dolore si può seguire il trattamento farmacologico, a base di antidolorifici o antinfiammatori. Tutti questi farmaci devono essere prescritti con cautela in quanto gli antidolorifici non agiscono tutti nello stesso modo e viceversa non tutte le persone reagiscono a loro adeguatamente. Alcuni farmaci, poi, possono provocare disturbi gastrici anche seri, soprattutto in chi già soffre di ulcera e negli anziani, il cui stomaco è particolarmente sensibile. La stessa regola vale per i rimedi naturali, che decisamente non cauano i danni provocati dai farmaci di sintesi.

In questi casi, quindi, si rende necessaria l’immediata consultazione del proprio medico che consiglierà la terapia più opportuna per proteggere lo stomaco. Un altro rimedio contro il mal di schiena prevede l’assunzione di farmaci miorilassanti, in grado di “sciogliere” la contrattura dei muscoli paravertebrali e di ridurre in tal modo il dolore e la difficoltà nei movimenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, pomate di arnica, o di aloe, la stessa assunzione di aloe vera o di derivati della canapa, ma non solo, sono rapidamente efficaci. La scomparsa del dolore non significa aver risolto per sempre il problema, soprattutto quando il mal di schiena è di origine cronica.

Oltre alla prevenzione del mal di schiena basata su una corretta informazione del cosa fare e non fare per evitare atteggiamenti “a rischio”, è bene ricordare che praticare una corretta attività fisica è fondamentale soprattutto per chi soffre spesso di mal di schiena. L’attività motoria, infatti, migliora la prestazione dei muscoli impegnati nei movimenti della colonna vertebrale rendendoli più elastici, più forti e più resistenti e quindi in grado di difendersi meglio da eventuali situazioni potenzialmente stressanti per le vertebre, nonché per i legamenti, i tendini, i dischi e i nervi.

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Dolore alla schiena e colonna vertebrale irritata

Comunque, una colonna vertebrale dolente è una colonna irritata e sicuramente non va sforzata con movimenti bruschi e intensi (per esempio sollevare pesi) o esercizi inadatti. Quando il dolore non è acuto e consente una discreta capacità di movimento è bene continuare a muoversi e a svolgere, per quanto è possibile, le proprie attività quotidiane. Il movimento, infatti, non soltanto non peggiora la situazione, ma stimola più velocemente i processi di recupero e soprattutto aiuta sia psicologicamente sia fisicamente a sopportare meglio il dolore.

Chi soffre di mal di schiena, spesso è restio a muoversi e ad assumere alcune posizioni specifiche, soprattutto per la paura di accentuare il dolore. Ciò è causa, a volte, di uno stato di dolore recidivante, che rende più difficoltoso il recupero fisico-motorio e la ripresa delle normali attività quotidiane e lavorative. Dunque, se il disagio non è eccessivo, tanto da limitare i movimenti, si può continuare a svolgere l’attività fisica magari prevedendo riposi più frequenti, ma soprattutto occorre evitare tutte quelle posizioni e tutti quegli esercizi che provocano fastidio o dolore.

È necessario aumentare, almeno durante il periodo critico, la realizzazione di esercizi finalizzati alla decontrazione e al rilassamento della muscolatura interessata e alla decompressione delle strutture articolari coinvolte, attraverso posizioni ed esercizi specifici. È importante ricordare che la pratica di un’attività fisica è un valido aiuto nel conservare e migliorare lo stato di salute della colonna vertebrale e dell’organismo in generale, ma soltanto quando è ben calibrata nell’intensità e nei tempi di recupero ed è praticata con regolarità e continuità nel tempo.

Indicare una o più attività fisiche che possano andar bene per tutti indistintamente è impresa assai difficile, non soltanto per una questione di gusti, predisposizione e capacità personali, ma anche e soprattutto perché bisogna valutare lo stato di salute e di efficienza fisica di ciascuno. Nello scegliere un’attività fisica che presenti diversi aspetti positivi e utili per una terapia di mantenimento e/o miglioramento della salute della colonna vertebrale, lo specialista dovrà distinguere, prima di tutto, tra soggetti sani e soggetti affetti da dolori e disturbi della colonna. Per i primi, infatti, la pratica di un’attività fisica avrà un valore preventivo, mentre per i secondi avrà un valore rieducativo e di mantenimento.

Se si è in buona salute non si avranno particolari problemi nell’intraprendere un’attività fisica piuttosto che un’altra, l’importante è praticarla regolarmente e organizzarla correttamente dosando l’esercizio fisico nell’intensità, nella durata e nella frequenza. Se invece il dolore alla schiena è cronico, la scelta dell’attività fisica è subordinata al tipo di problema, alla sua gravità e alla possibilità e capacità di recupero personale. L’orientamento generale è quello di far praticare sempre e comunque con continuità un’attività fisica che piaccia, che possa essere svolta senza particolari difficoltà e che non provochi fastidi e/o dolori. Tali fattori, infatti, sono fondamentali nel garantire una pratica motoria costante e regolare nel tempo.

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L’intestino è il secondo cervello: attenzione ai disturbi intestinali

Quali sintomi caratterizzano i disturbi intestinali? Dolori addominali crampiformi e diarrea profusa. Inoltre possono associarsi febbre, nausea e vomito, disidratazione, astenia, debolezza, senso di malessere generale. Seconda domanda importante: quali cause possono scatenare questi processi infiammatori? Essendo una malattia diarroica acuta può essere provocata da intossicazioni alimentari conseguenti all’ingestione di cibi contaminati da batteri, virus, protozoi e tossine batteriche, dall’ingestione di cibi o bevande molto fredde, da processi infettivi.

Con l’arrivo della primavera o dell’autunno e, di conseguenza, dei primi caldi o dei primi freddi è indubbio che compaiano con più frequenza disturbi a carico del nostro apparato digerente e che si debbano affrontare enteriti, gastroenteriti o enterocoliti. Di cosa stiamo parlando? Del tuo intestino e dei tuoi disturbi intestinali.

E se non lo sai te lo dico io, il tuo intestino è il tuo secondo cervello. Visto che si sporca, bisogna mantenerlo pulito. Quindi, cominciamo col dire che l’enterite è quale processo infiammatorio che interessa la mucosa dell’intestino tenue, nella gastroenterite l’infiammazione coinvolge anche lo stomaco mentre nelle enterocoliti colpisce oltre all’intestino tenue anche il colon.

Quali sintomi caratterizzano questa problematica? Dolori addominali crampiformi e diarrea profusa. Inoltre possono associarsi febbre, nausea e vomito, disidratazione, astenia, debolezza, senso di malessere generale. Seconda domanda importante: quali cause possono scatenare questi processi infiammatori?

Essendo una malattia diarroica acuta può essere provocata da intossicazioni alimentari conseguenti all’ingestione di cibi contaminati da batteri, virus, protozoi e tossine batteriche, dall’ingestione di cibi o bevande molto fredde, da processi infettivi.

Possono in taluni casi avere un’origine allergica ed in questo caso la sintomatologia si scatena a causa di una reazione immunitaria anomala del soggetto sensibilizzato conseguente all’introduzione nell’organismo di particolari sostanze che sempre più spesso sono mal tollerate.

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Latte, uova, cioccolato, cereali, fragole, pesce e crostacei, arachidi sono alcuni degli alimenti che con più frequenza si rendono responsabili di reazioni di tipo allergico. Nelle forme più lievi, la sintomatologia si attenua gradualmente per risolversi del tutto nel giro di tre giorni.

È sufficiente per almeno ventiquattro ore sospendere l’alimentazione ed adottare una dieta esclusivamente idrica, con riposo a letto ed eventuale reidratazione. Poi ci sono anche semplici rimedi naturali. Quali? La zeolite oppure Enterosgel. Per i casi più seri che tendono a protrarsi per più giorni è opportuno consultare un medico perché potrebbe, ad esempio, essere necessaria la somministrazione di una terapia antibiotica.

Però, seguendo alcuni consigli pratici ed alcune regole di comportamento possiamo ridurre notevolmente il rischio di insorgenza di disturbi intestinali e magari salvare la buona riuscita di una vacanza tanto attesa. Con l’arrivo del caldo aumentano notevolmente i rischi di contaminazione degli alimenti da parte di microrganismi patogeni per cui è consigliabile porre la massima attenzione all’acquisto, alla conservazione ed al trattamento dei cibi.

Quindi, controllare sempre la data di scadenza prima di consumare un alimento, programmare la spesa immediatamente prima di far ritorno a casa per evitare di lasciare gli alimenti deperibili troppo a lungo fuori dal frigorifero, cuocere la quantità di cibo che si prevede di consumare al momento, evitare agli alimenti lunghe permanenze a temperatura ambiente, non consumare pesci e frutti di mare crudi o poco cotti, evitare dolci con panne e creme.

Con il caldo anche i processi digestivi sono meno efficienti e quindi si raccomanda il consumo di cibi leggeri: diminuire l’apporto di grassi e carni, dare la preferenza al pesce per l’alta digeribilità ed il minor apporto calorico, consumare grandi quantità di frutta e verdura per rimpiazzare le vitamine ed i sali minerali che vengono eliminati con il sudore, bere sempre molta acqua (non fredda per il rischio di congestioni) allo scopo di reintegrare i liquidi che si perdono a causa del caldo.

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Con la naturopatia combatti i malanni della stagione invernale

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Trascorrere l’inverno senza neanche un raffreddore è un’impresa davvero ardua, perché difficile è combattere i malanni della stagione invernale, ma non con la naturopatia. O meglio, così si pensa. Tuttavia una dieta sana può rafforzare il sistema immunitario e mettere il nostro corpo nelle condizioni migliori per lottare contro il raffreddore e l’influenza, come cominciano ad indicare anche alcune ricerche scientifiche.

Attualmente l’unico trattamento specifico che il nostro medico ci può offrire per influenza e raffreddore è quello mirato a ridurre i sintomi quali mal di gola, naso gocciolante e intasato, tosse, starnuti e insonnia. Dunque, come combattere i malanni invernali?

Non si danno quasi mai consigli relativi alla dieta, semplicemente perché non esistono sufficienti prove scientifiche del fatto che quello che mangiamo abbia molto effetto sulla malattia, una volta che il virus ci ha fatto ammalare. Un’eccezione a questa evidenza riguarda l’aumento di assunzione della vitamina C.

Anche se si tratta di ricerche solo preliminari, i risultati dimostrerebbero qualche beneficio nei pazienti a cui vengono somministrate, non appena compaiono i sintomi influenzali, alte dosi di vitamina C e di magnesio. E’ stato osservato che in alcune persone l’assunzione di 500-1000 mg di vitamina C al giorno contribuisce a diminuire l’entità e la durata di un raffreddore. Quindi, la vitamina C aiuta a combattere i malanni.

I ricercatori ipotizzano che questi effetti siano dovuti al fatto che la vitamina C nel sangue aumenterebbe i livelli di interferone, proteggendo in questo modo le cellule dagli attacchi dei virus. L’assunzione di vitamina C può essere facilmente aumentata attraverso il consumo di cibi e bevande come agrumi, interi o spremuti, kiwi, patate dolci, peperoni, ribes nero, vegetali a foglia verde scura.

Bisogna inoltre considerare, per combattere i malanni invernali, gli integratori di vitamina C. Altri studi indicano che prevenire è meglio che curare. Gli scienziati hanno verificato che persone anziane trattate per un lungo periodo con integratori multivitaminici (contenenti, tra l’altro, 20 mg di zinco, 100 microgrammi di selenio, 15 mg di vitamina E e 6 mg di betacarotene) contraevano un minor numero di infezioni respiratorie.

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Anche gli estratti di echinacea (il fiordaliso viola), in gocce o in forma di caramelle, sono apprezzati per le proprietà antivirali. Altre piante aromatiche e spezie che alleviano i sintomi del raffreddore sono le cipolle (avrebbero attività decongestionante), il peperoncino (stimola la sudorazione), il basilico (sembra allevi il mal di testa), il garofano e lo zenzero (avrebbero un’azione espettorante).

Malanni: gli effetti negativi dello stress

Accanto agli effetti benefici di certi cibi esistono anche gli effetti negativi dello stress che potrebbe impoverire il nostro organismo proprio di alcune delle vitamine e dei minerali di cui abbiamo visto l’importanza nella lotta contro i raffreddori e l’influenza.

Pertanto una vita sregolata e stressante ci esporrebbe maggiormente al rischio di ammalarci. In conclusione, per combattere i malanni invernali è molto importante associare fra di loro una giusta alimentazione, ricca di frutta e verdura, l’assunzione di una quantità adeguata di liquidi e una combinazione equilibrata di attività fisica e riposo per poter affrontare al meglio i malanni della stagione invernale (e non solo di questa).

Il riso geneticamente modificato è ricco di ferro e vitamina A. I ricercatori sono riusciti a creare varietà di riso modificato geneticamente con un alto contenuto di vitamina A e ferro. Una volta che avranno ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo, queste varietà saranno liberamente a disposizione dei coltivatori, anche a livello locale.

In particolare, nei Paesi sottosviluppati, dove il riso è spesso l’alimento base, la deficienza di ferro e vitamina A è una della cause degli alti livelli di mortalità e infermità tra le donne e i bambini. Livelli maggiori di questi micronutrienti nel riso possono contribuire a diminuire la quantità di malattie collegate a queste carenze e anche a combattere i malanni.

Questa ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro guidato dal professore Ingo Potrykus, dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo, in collaborazione con un gruppo guidato dal dottor Peter Beyer, della University of Freiburgi Breisgau in Germania.

Queste qualità positive saranno introdotte a livello locale in molte altre varietà di riso presso l’Istituto Internazionale per la Ricerca sul Riso nelle Filippine, e saranno in questo modo liberamente disponibili per i coltivatori del luogo. I chicchi di riso tradizionale contengono una sostanza (l’acido fitico) che può ostacolare l’assorbimento del ferro da parte del nostro sistema digerente. Oltre a ciò un precursore essenziale per la vitamina A, il betacarotene, è contenuto solo dalla parte verde della pianta del riso ed è assente dal chicco.

Questo è il motivo per cui sono così diffuse l’anemia e la carenza di vitamina A nei paesi in cui il riso è l’alimento principale. I bambini piccoli, che si nutrono prevalentemente di riso, sono i più predisposti alle malattie collegate a queste carenze. L’anemia causata da mancanza di ferro è considerata la sindrome da carenza più diffusa nel mondo. Secondo le stime dell’Unicef, 3,7 miliardi di persone hanno carenze di ferro. Nei paesi sottosviluppati, il 40-50 per cento dei bambini sotto i cinque anni e più del 50 per cento delle donne incinte hanno carenze di ferro. La carenza di vitamina A colpisce invece più di 100 milioni di bambini in età prescolare nonché milioni di donne in gravidanza.

Stagione invernale: pieno di vitamina A

La vitamina A è essenziale per il funzionamento del sistema immunitario ed è responsabile della protezione delle membrane cellulari. La carenza di vitamina A aumenta i rischi di infezioni, la cecità notturna, e, nei casi più gravi, provoca cecità totale. Ogni anno, più di un milione di bambini muore a causa della carenza di vitamina A.

Fino ad oggi, si potevano curare solo parzialmente gli effetti di questa carenza tramite l’assunzione di alimenti arricchiti con vitamine e minerali. Presso l’Eth di Zurigo è stato modificato un gene del riso e ne sono stati introdotti altri due nel patrimonio genetico della pianta, provenienti dai fagioli verdi e da uno specifico microrganismo. Il risultato è stato il raddoppio del contenuto di ferro. Dunque, anche la vitamina A aiuta a combattere i malanni.

Inoltre, l’acido fitico può essere rimosso completamente dal chicco di riso con la cottura, migliorando quindi l’assorbimento intestinale del ferro. Ciò non sarebbe possibile con il riso tradizionale. Grazie all’introduzione di altri due geni, il precursore della vitamina A (il beta-carotene) non è eliminato durante la lavorazione del riso.

Alcune varietà modificate geneticamente contengono abbastanza provitamina A per soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina A con 300g di riso bollito. Deficienza di ferro: la carenza alimentare più comune. Il ferro è un nutriente essenziale. Nella nostra dieta le carni rosse ne sono la fonte principale ed è presente anche nel pesce grasso, nella carne scura di pollo e tacchino, nelle noci, nei semi, nella frutta secca, negli ortaggi verdi nei cereali arricchiti della prima colazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che 600-700 milioni di persone al mondo hanno carenze di ferro, rendendo questo il più diffuso problema nutrizionale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Mentre in alcuni di questi paesi, le perdite di sangue (per esempio causate da infezioni di Anchilostoma) possono essere la causa principale di questa carenza, in Europa occidentale la mancanza di ferro è di solito il risultato di una dieta quotidiana con uno scarso apporto di questo minerale.

Gli effetti di un insufficiente apporto di ferro sono di vasta portata. Il ferro è essenziale per il corretto funzionamento dell’emoglobina (il pigmento rosso del sangue), responsabile del trasporto di ossigeno a tutte le cellule dell’organismo.

I primi sintomi della carenza di ferro sono stanchezza e spossatezza. Le donne e le adolescenti che mangiano poca carne, pollo e pesce o che diventano completamente vegetariane rischiano maggiormente di esaurire le riserve di ferro e subire gli effetti di questa deficienza.

Mentre si stima che circa l’8% delle donne occidentali sia carente di ferro, il dottor Mike Nelson, nutrizionista del King’s College presso la London University, è convinto che il 10-20 per cento delle adolescenti siano affette da questa deficienza. Sebbene queste ragazze sembrino in buona salute, un basso livello di ferro influisce in modo molto negativo su alcune azioni quotidiane come la capacità di concentrarsi e, di conseguenza, il rendimento scolastico.

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La carenza di ferro nei malanni di stagione

‘In base a test da noi effettuati – dice il dottor Nelson – risulta che la differenza di quoziente d’intelligenza tra le ragazze inglesi che assumono sufficienti quantità di ferro e quelle anemiche si manifesta in un punto di distacco negli esami scolastici. Le ragazze a dieta e quelle che stanno diventando vegetariane sono particolarmente a rischio. I neo-vegetariani devono stare attenti in particolare durante il primo anno, perché spesso eliminano la carne dalla dieta senza sapere con quali tipi di alimenti possono introdurre ferro. Le donne e le ragazze a dieta o vegetariane dovrebbero prendere in considerazione il fatto di dover assumere alimenti arricchiti di ferro o degli integratori’.

E’ ormai accertato che le carenze di ferro riducono la funzionalità del cervello, peggiorando la memoria e la capacità di apprendimento. Potrebbe dunque essere molto importante aumentare l’apporto di ferro per tutte le persone, i più giovani come gli adulti, che rischiano di non introdurne abbastanza tramite la dieta.

Non è solo il cervello a soffrire per le carenze di ferro, anche le donne incinte e gli anziani dovrebbero stare attenti. Se durante la gravidanza le riserve sono basse, la richiesta supplementare di ferro dovuta alla rapida crescita del bambino durante gli ultimi sei mesi di gestazione, potrebbe determinare uno stato di carenza potenzialmente in grado di rallentare la crescita cerebrale del bambino.

Lo stato di carenza nelle persone anziane può essere determinato sia da diete povere sia da una ridotta capacità di assorbimento di ferro da parte del canale digerente. Qualunque sia l’età o il sesso la carenza di ferro, nel lungo periodo, determina un abbassamento della soglia del dolore, interferisce nel meccanismo che controlla la temperatura corporea, fa aumentare la caduta dei capelli e diminuisce l’efficienza del sistema immunitario, rendendo più vulnerabili alle infezioni.

E’ dunque evidente che sono molti i motivi per cui bisogna avere un occhio di riguardo sulla quantità di ferro assunta quotidianamente. Sentirsi costantemente stanchi ed essere pallidi potrebbero essere sintomi di una dieta povera di ferro e di uno stato di carenza.

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Orticaria e pomfi: cosa sono e cosa fare per curarsi

Nella stragrande maggiorana dei casi, è data da allergie o intolleranze ad alimenti come crostacei, alcuni pesci, fragole, noci, uova, latte, pomodori, cioccolato, nocciole, additivi e coloranti contenuti nei cibi e molto altro. In linea di massima i cibi cotti inducono meno l’insorgenza dell’orticaria rispetto a quelli crudi. Oltre ai cibi, possono causare orticaria i farmaci come determinati antibiotici, alcuni antinfiammatori e antidolorifici, il contatto con alcuni tessuti, l’inalazione di polveri e pollini, ma anche fattori psicologici come tensione emotiva e stress, stimoli fisici come il caldo, il freddo, il sole, l’affaticamento fisico, l’associazione con infezioni batteriche, virali, micotiche e parassitarie o la correlazione con alcune patologie preesistenti di natura ad esempio endocrina e autoimmunitaria.

Parliamo di una reazione tanto diffusa: orticaria e pomfi. L’orticaria è un’eruzione cutanea, localizzata o generalizzata, caratterizzata dalla comparsa di pomfi – rilievi della pelle che possono presentarsi con un’ampia variabilità di forme, rotondeggianti, ovali o irregolari, di dimensioni che vanno dal puntiforme ad alcuni centimetri di diametro, di colore bianco, rosa o rosso – e dalla presenza di prurito solitamente molto intenso. I pomfi, in genere, scompaiono rapidamente e senza lasciare traccia. Sono più o meno pruriginosi.

Hai capito bene. Le chiazze gonfie, che compaiono soprattutto in estate e sono piuttosto diffuse e frequenti tra i bambini, non hanno bisogno di un trattamento specifico, perché il più delle volte l’eruzione si risolve spontaneamente e in pochi giorni. Esiste una vasta letteratura scientifica che collega un’allergia a farmaci o ad alimenti all’orticaria, ma non è sempre così. Considera che l’orticaria è molto frequente e nella maggior parte dei casi si risolve rapidamente e senza alcun tipo di conseguenza. Sono numerosi i fattori che possono provocarla.

Come accennavo poco prima, nella stragrande maggiorana dei casi, è data da allergie o intolleranze ad alimenti come crostacei, alcuni pesci, fragole, noci, uova, latte, pomodori, cioccolato, nocciole, additivi e coloranti contenuti nei cibi e molto altro. In linea di massima i cibi cotti inducono meno l’insorgenza dell’orticaria rispetto a quelli crudi.

Oltre ai cibi, possono causare orticaria i farmaci come determinati antibiotici, alcuni antinfiammatori e antidolorifici, il contatto con alcuni tessuti, l’inalazione di polveri e pollini, ma anche fattori psicologici come tensione emotiva e stress, stimoli fisici come il caldo, il freddo, il sole, l’affaticamento fisico, l’associazione con infezioni batteriche, virali, micotiche e parassitarie o la correlazione con alcune patologie preesistenti di natura ad esempio endocrina e autoimmunitaria.

È una vera e propria patologia cutanea: infatti si manifesta con un evidente sfogo caratterizzato da pomfi rosati o rossi a livello epidermico molto pruriginosi. Vere e proprie lesioni della pelle che possono rimanere circoscritte in una determinata zona o diffondersi su tutto il corpo e che si sviluppano tipicamente a livello soltanto superficiale. Può capitare, però, che le macchie vadano associate a reazioni edematose degli strati più profondi della cute e del sottocute: angioedema.

Come comportarsi in caso di orticaria

Per individuare la causa scatenante dell’orticaria con certezza scientifica è necessario sottoporre la persona colpita dal sintomo (perché, sia chiaro, l’orticaria non è una malattia, bensì solo un sintomo) dalla manifestazione cutanea ad accurati esami di laboratorio e strumentali. Può accadere che non si riesca comunque a risalire alla vera eziologia del disturbo ed in questo caso l’orticaria viene definita “idiopatica”. Sì, in medicina c’è sempre un nome per tutto…

Bisogna sempre distinguere tra orticaria acuta e cronica. Nell’orticaria acuta gli episodi durano meno di sei settimane e la causa va ricercata in un’infezione di tipo virale o batterico, contratta anche un paio di settimane prima della comparsa degli sfoghi. L’eruzione cutanea, insomma, si verifica rapidamente, diventa più grave dopo otto-dodici ore e poi si risolve spontaneamente entro un giorno al massimo due.

Di orticaria cronica, invece, si parla quando l’eruzione persiste per un tempo superiore e dipende raramente da una causa allergica. Può capitare anche che i test allergologici evidenzino degli anticorpi prodotti dallo stesso organismo contro i suoi componenti: si tratta in questi casi di una patologia di tipo autoimmunitario, che potrebbe nascondere la presenza di altre malattie di origine autoimmune, come la celiachia.

Quante tipologie di orticaria sono state classificate? Almeno cinque. C’è l’orticaria dermografica che provoca molto prurito e il grattarsi provoca l’ulteriore comparsa di pomfi: inizia improvvisamente ed è una forma di orticaria cronica. C’è l’orticaria colinergica, dovuta a un’eccessiva sudorazione, all’applicazione di medicazioni occlusive, a bagni caldi, a febbre o anche a un momento di ansia o di concentrazione.

Esiste l’orticaria-angioedema da freddo, provocata dalla reazione della pelle a una ridotta temperatura ambientale. L’orticaria da contatto, la “risposta” al contatto di una determinata sostanza con la pelle e può essere di origine allergica o non allergica, come la reazione urticante ad alcune piante o animali o farmaci, e l’orticaria vasculitica, associata all’infiammazione dei vasi sanguigni.

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La cosa importante è eliminare l’agente scatenante

Ma quali sono i rimedi più consigliati per trattare l’orticaria? Naturalmente quando si riesce ad identificare la causa di questa reazione dermatologica, la terapia si basa essenzialmente sull’eliminazione dell’agente scatenante. Quando, invece, ci si trova di fronte ad un’orticaria idiopatica e non è possibile ricorrere ad un trattamento mirato (perché sostanzialmente si brancola nel buio) il paziente deve essere curato con una terapia che risulti efficace nell’alleviare il prurito intenso e fastidioso.

Nella maggioranza dei casi, l’orticaria regredisce spontaneamente, senza bisogno di cure con farmaci. Ci sono casi, tuttavia, in cui la dermatosi può essere più violenta e generare invalidanti attacchi di prurito. Si consiglia di non grattarsi mai, perché sfregando viene favorita la sintesi di istamina, responsabile dei pomfi. Può capitare, inoltre, che in alcuni casi il medico suggerisca una terapia antistaminica o addirittura con cortisonici.

Ci sono tuttavia rimedi naturali efficaci che consentono di alleggerire di molto i sintomi di un’orticaria, soprattutto quando questa è in forma lieve. Tra questi: annoveriamo i bagni di acqua calda o fredda, con bicarbonato di sodio e farina di avena (se non si dispone della farina, va bene anche solo il bicarbonato di sodio), l’aloe vera (il cui gel allevia l’infiammazione e attenua il senso di prurito), gli oli essenziali di lavanda, di camomilla, di sandalo o di melissa, e la vitamina C (un lavaggio con acido ascorbico e bicarbonato di sodio ha un effetto antistaminico, ma anche la normale assunzione ha quasi lo stesso effetto).

In questi casi, si rivelano ottime anche la calendula e il biancospino, grazie alla quercitina, oltre alle radici di liquirizia, zenzero e curcumina. Invece, quando è lo stress la causa dell’orticaria, potresti prendere in considerazione anche l’idea di regalarti momenti di relax con dello yoga o percorsi di respirazione e meditazione. L’alimentazione resta uno degli aspetti più importanti nel caso di orticaria, per cui è bene individuare quanto prima l’alimento al quale si è intolleranti se non allergici, così da poter varia opportunamente la propria dieta.

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Cos’è davvero la malattia reumatica e come curarla

La causa della malattia reumatica è una anormale risposta del sistema immunitario di soggetti geneticamente predisposti ad un’infezione del faringe o delle tonsille provocata dallo streptococco Sbega. La stragrande maggioranza dei bambini va incontro a infezioni di questo tipo, ma non sviluppa mai la malattia reumatica. Il primo vero traguardo nel campo dello studio alla malattia reumatica è stata l’individuazione, grazie ad una diagnostica avanzata. La diagnosi si basa sulla presenza di alcuni sintomi e segni associati ad alterazioni degli esami del sangue e sulla dimostrazione di una infezione streptococcica.

In particolare chi ne soffre sa di cosa si tratta, ma spesso ci sono degli aspetti ignorati o poco conosciuti di una delle malattie più invalidanti del terzo millennio. La malattia reumatica è una malattia infiammatoria acuta che può cronicizzare, che può interessare più organi e apparati, in particolare le articolazioni, il cuore, il sistema nervoso centrale e la pelle. Di solito si manifesta in soggetti fortemente predisposti come conseguenza di infezioni da streptococco beta-emolitico di gruppo A. Può insorgere a qualsiasi età, sebbene si riscontri con maggiore frequenza fra i cinque e i quindici anni. Sono rarissimi i casi al di sotto dei tre anni. Scopriamo cosa è davvero la malattia reumautica.

Il sintomo più comune della malattia reumatica è la febbre, spesso molto alta, che si abbina a malessere generale, pallore e stanchezza. Si possono avere artralgie, artriti migranti da un’articolazione all’altra. In circa la metà dei pazienti è presente un interessamento del cuore che si può manifestare solo con un’alterazione dell’elettrocardiogramma o con un danno delle valvole cardiache, come la valvola mitrale. A distanza di mesi dall’infezione streptococcica possono comparire movimenti incontrollati degli arti e della testa, difficoltà nell’esprimersi, mangiare e scrivere, eritema marginato e noduli sottocutanei.

La causa della malattia reumatica è una anormale risposta del sistema immunitario di soggetti geneticamente predisposti ad un’infezione del faringe o delle tonsille provocata dallo streptococco Sbega. La stragrande maggioranza dei bambini va incontro a infezioni di questo tipo, ma non sviluppa mai la malattia reumatica. Il primo vero traguardo nel campo dello studio alla malattia reumatica è stata l’individuazione, grazie ad una diagnostica avanzata. La diagnosi si basa sulla presenza di alcuni sintomi e segni associati ad alterazioni degli esami del sangue e sulla dimostrazione di una infezione streptococcica.

Secondo il dottor Giuseppe Paolazzi, responsabile della Reumatologia Ospedale Santa Chiara Trento, “le malattie reumatiche o reumatismi sono delle condizioni morbose che causano disturbi a carico dell’apparato locomotore ed in generale dei tessuti di sostegno dell’organismo. Sono malattie tra loro molto varie, con gravità differente alcune delle quali possono colpire non solo le articolazioni, le ossa, i tendini, ma anche altri tessuti ed organi avendo così un’espressione sistemica. Possono cioè interessare organi come cuore, polmone, rene, muscolo, intestino, occhio, pelle”.

“L’idea popolare di “reumatismo” come di forma cronica, legata all’età, della quale tutti devono soffrire ma in realtà benigna, non trova riscontro se non per alcuni reumatismi “minori”, localizzati, più spesso di natura meccanico-degenerativa – avverte Paolazzi –. Deve essere subito chiarito che molti reumatismi sono malattie importanti, che portano, oltre che dolore, disabilità, perdita di autonomia funzionale, perdita della capacità di guadagno, perdità piu’ o meno importante della qualità di vita, anche rischio accorciamento della vita stessa stessa sia per la gravità di malattia in sé, sia per gli effetti collaterali dei farmaci, sia per il coinvolgimento di strutture vitali dell’organismo”.

Scopriamo cos’è la malattia reumatica e i sintomi

“A grandi linee i reumatismi vengono divisi in infiammatori, degenerativi, metabolici ed extraarticolari. I reumatismi infiammatori sono sicuramente i più gravi. Sono legati a meccanismi autoimmunitari, cioè sono causati dalla infiammazione che le cellule del nostro sistema di difesa, in particolare alcune cellule del sangue chiamate linfociti, portano a livello delle articolazioni e di altri tessuti. Queste cellule invadono i tessuti interessati, in particolare, la membrana sinoviale che riveste le articolazioni, causando la produzione di molecole infiammatorie, chiamate citochine, che a loro volta causano l’infiammazione nota come artrite, che a sua volta può portare a danni anche irreversibili della articolazione e dell’osso”, sostiene il reumatologo.

“Se queste cellule invadono altri tessuti dell’organismo il danno sarà sempre legato all’infiammazione: potremo avere quindi miositi se infiammato il muscolo, pleuriti se infiammata la pleura, pericarditi se infiammato il pericardio, nefrite se infiammato il rene e così via. I principali reumatismi infiammatori sono l’artrite reumatoide, l’artiite psoriasica, la spondilite anchilosante, le connettiviti e le vasculiti. La causa di questi reumatismi non è nota. In un soggetto predisposto geneticamente, dei fattori scatenanti con infezioni, stress, vaccini o altro, possono scatenare dei processi autoimmuni infiammatori che possono causare singole malattie autoimmuni. Anche gli ormoni sessuali, in particolare gli estrogeni, possono avere un ruolo favorente, giustificando così il perché della netta predominanza di questi reumatismi nel sesso femminile”.

Per fortuna, la malattia reumatica si è rarefatta nel corso degli ultimi decenni, divenendo una malattia che in Italia colpisce ogni anno quattro persone su centomila. Per coloro che hanno una malattia reumatica, insieme al trattamento farmacologico, hanno una molta importanza le terapie occupazionali e riabilitative, il supporto psicologico e l’utilizzo di ausili per la vita di tutti i giorni che hanno il fine di “salvaguardare” la maggiore autonomia possibile del malato reumatico. Questi interventi si sono rivelati molto efficaci nel modificare l’approccio del paziente alla propria malattia, favorendo un decorso della malattia decisamente migliore.

Tanto è stato fatto dai primi anni del 1900 ad oggi, ma molto resta da fare. C’è gente che soffre, c’è gente che si sente curata a metà. A queste persone bisogna offrire la possibilità di essere autonome. Infatti, e aggiungerei purtroppo, man mano che gli anni passano, la funzionalità delle articolazioni peggiora. Con differenze a seconda del caso, le malattie reumatiche sono causa di inabilità temporanea o pensionabile – considera che quasi il quaranta per cento dei malati ha la pensione di invalidità – e permanente. Fino al settanta per cento delle persone affette da artrite reumatoide è inabile al lavoro dopo dieci anni dall’esordio della malattia reumatica.

Trattandosi spesso di persone in età lavorativa e con potenzialità produttiva in espansione, le malattie reumatiche finiscono per avere un notevole impatto sociale. I malati reumatici possono lavorare regolarmente, purché le condizioni siano stabilite e concordate con il datore di lavoro e i colleghi. È possibile che una persona affetta da artrite possa aver bisogno di attrezzi speciali per svolgere delle attività manuali, di maniglioni di appoggio o sedie speciali, ambienti facilmente raggiungibili senza scale ripide e altro.

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L’aspetto genetico è importante nell’artrite reumatoide

Le mansioni e l’orario di lavoro, poi, devono permettere al paziente di convivere con la rigidità mattutina causata dalla malattia. L’ideale sarebbe un contratto part-time, in modo da potersi muovere frequentemente per limitare la rigidità e potersi sedere qualche minuto ogni ora, qualora si svolga attività in piedi. Una soluzione ideale, insieme al part-time, potrebbe essere quella del telelavoro che permetterebbe una notevole flessibilità degli orari e un risparmio notevole sul trasporto. Anche i semplici gesti della vita quotidiana, come farsi la doccia o versarsi da bere, diventano difficili. E così si complicano anche le relazioni sociali.

Sull’aspetto genetico della malattia, Paolazzi è molto chiaro: “La genetica influenza sia la nascita che l’espressione più o meno grave di queste malattie. Può essere colpita ogni età. Peraltro ciascuna malattia ha un periodo di massima incidenza che spesso coincide con il periodo fertile e comunque giovane-adulto delle persona. Non sono quindi forme legate alla vecchiaia o al freddo o a fattori ambientali particolari come spesso si pensa. Non sono forme ereditarie. C’è peraltro una famigliarità che significa una maggiore predisposizione famigliare ad essere ammalati, non necessariamente della stessa malattia. Ciò significa che possiamo avere componenti di una famiglia che hanno l’ artrite reumatoide, altri il les o il diabete o altre malattie autoimmuni”.

Il principale reumatismo degenerativo è l’artrosi. Tra i reumatismi dismetabolici il più frequente è la gotta, causata dal deposito di cristalli di acido urico nelle articolazioni con conseguente infiammazione. A volte il dolore è insopportabile e impedisce le normali attività. Cosa fare dunque per migliorare la qualità di vita di una persona affetta da artrite reumatoide? Prima di tutto, una società civile dovrebbe garantire quei mezzi che permettono di superare gli ostacoli che si presentano quotidianamente, quindi una gestualità corretta che consenta di imparare ad usare bene le proprie articolazioni, l’utilizzo di ausili cosiddetti “splint”, o di tutori che aiutano a mantenere una posizione corretta del polso. Ma anche l’adattamento dell’ambiente circostante e l’insegnamento di semplici esercizi di mobilizzazione della cinesiterapia, al fine di aiutare muscoli e tendini a lavorare al meglio.

La terapia, ad oggi, ha tre obiettivi. Purtroppo, tra questi non c’è ancora la regressione del fenomeno. Si cerca di curare i sintomi acuti con una terapia antinfiammatoria. Si può arrivare all’utilizzo del cortisone se fosse coinvolto il cuore o il sistema nervoso centrale. Si cura l’infezione streptococcica con terapia antibiotica. Infine, si prevengono eventuali nuove infezioni da streptococco. La profilassi può durare fino a cinque anni, ma in caso di danni cardiaci, si raccomanda di proseguire la profilassi per dieci anni o fino all’età di quaranta anni. Chi ha subito la sostituzione della valvola mitrale, deve proseguire la profilassi più a lungo.

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Salute: siamo circondati da troppi veleni e tossine

Guardatevi intorno. Come conseguenza di una scelta di onestà intellettuale fatta molti anni fa, mi sono tagliato fuori da un sistema di informazione che le notizie le produce con lo stampino. Fateci caso. In base ai periodi dell’anno si parla quasi sempre delle stesse cose: terra dei fuochi, navi dei veleni, rifiuti tossici, tumori a Taranto e veleni sull’Ilva, amianto nostrano e indiano, città inquinate (a turno se la passano Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari…), falde acquifere contaminate e molto altro.

Siamo circondati da troppi veleni. Però, spesso per paura, preferiamo non pensare a tutti i veleni che ci circondano e che, sicuramente, hanno fatto sì che il cancro diventasse il male del secolo. Più serial killer dell’aids. Non abbiate timore di scoprire cosa vi circonda. Aprite gli occhi.

Guardatevi intorno. Come conseguenza di una scelta di onestà intellettuale fatta molti anni fa, mi sono tagliato fuori da un sistema di informazione che le notizie le produce con lo stampino. Fateci caso. In base ai periodi dell’anno si parla quasi sempre delle stesse cose: terra dei fuochi, navi dei veleni, rifiuti tossici, tumori a Taranto e veleni sull’Ilva, amianto nostrano e indiano, città inquinate (a turno se la passano Torino, Milano, Genova, Roma, Napoli, Bari…), falde acquifere contaminate e molto altro.

Sempre più spesso ci vengo sbattuti in faccia casi all’apparenza irrisolvibili, più grandi di noi. Perché? Probabilmente per farci vivere nella rassegnazione e nell’ignoranza. Per spingerci a domandarci “devo preoccuparmi di ciò che mangio, se anche l’aria che respiro è avvelenata?”.

Il resto, poi, lo fanno le pubblicità, soprattutto televisive. Sì, che devi preoccuparti di quello che mangi. E non solo perché aveva ragione Aristotele nel sostenere che ognuno è il risultato di ciò che mangia. Ma soprattutto, perché la fonte di inquinamento più tossico per noi arriva proprio dal #cibo, poi dall’aria e poi ancora da “compagni” quali smartphone, computer, wifi e molto altro ancora. Adesso, non è che bisogna fuggire in una grotta ad alta quota. Ma sicuramente conoscere uno o più nemici, ci può essere d’aiuto per limitare i danni.

Circondati da veleni in tavola

Pesce. Può contenere metalli pesanti (mercurio) e metalli radioattivi (cesio). Inoltre, è soggetto a trattamenti di conservazione a volte molto tossici.

Carne. Può contenere antibiotici, antiparassitari, anabolizzanti (vietati in EU) che sono tossine di tipo esogeno. Il suo metabolismo produce ammoniaca, putrescina, cadaverina e altre sostanze azotate all’interno del corpo. Anche nella carne ci possono essere micotossine derivanti dalla alimentazione degli animali. Lo Zearalenone è una muffa da fungo che influenza negativamente l’attività ormonale.

Frutta e verdura. Possono contenere residui di sostanze chimiche usate in agricoltura. Il residuo più comune e noto è dato dai nitrati che generano nitriti, che non possono essere eliminati ma si trovano nelle fibre dei prodotti. Questi generano nitrosammine che causano mutazione genetica. Altri residui chimici – antiparassitari, anticrittogamici, erbicidi e diserbanti che derivano dalla coltivazione, conservanti e ormoni derivanti dal ciclo di raccolta e conservazione – possono diventare sinergici tra di loro e con altri inquinanti aumentando stress ossidativo e tossine. Molti prodotti per il trattamento dei vegetali sono sistemici, cioè entrano nelle radici, fusto e foglie e quindi difficili da eliminare completamente.

Latte e formaggi. Tasto dolente. La pastorizzazione altera la struttura delle proteine del latte e può renderle immunogene. Molte persone hanno un deficit di lattasi – l’enzima che serve per metabolizzare il lattosio – e quindi lo zucchero del latte. Per queste persone diventa una tossina. Possono contenere micotossine.

Pasta. Se essiccata troppo in fretta altera la struttura delle proteine del grano rendendole immunogene. Per il resto vedi cereali.

Pane. Se cotto a temperatura troppo elevata può produrre acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Pizza. Gli impasti di farine se cotti in forni refrattari ad elevate temperature possono produrre Acrilamide, tossina esogena cancerogena. Per il resto vedi cereali.

Cereali. Possono contenere micotossine prodotti da muffe – aflatossine, cioè tossine dell’Aspergillus Flavus – e altre tossine determinate da processi di cottura o dalla modificazione genetica dei semi (il grano Creso usato in Italia è una modificazione genetica del grano Cappelli e contiene più glutine).

Legumi. Possono contenere micotossine. Contengono (soprattutto fagioli rossi) più di altri alimenti delle lectine che possono comportarsi come inibitori di enzimi e causare danni al metabolismo (agglutinazione dei globuli rossi), specialmente se non cotti adeguatamente. Se secchi si consiglia di lasciarli in ammollo non meno di 48 ore.

Frutta secca. I semi oleosi – arachidi in testa – possono contenere micotossine, funghi e muffe.

Dolci. La quantità di zuccheri semplici (da intendersi non solo lo zucchero bianco o falsamente imbrunito, ma anche pasta, pane, pizza, dolci preparati con farine bianche e patate) aumenta il carico glicemico e di conseguenza il rischio di malattie metaboliche e cronico-degenerative. Da dipendenza.

Acqua. Può contenere metalli pesanti, pesticidi da agricoltura (da falde inquinate), nitrati e ormoni.

Alcolici. In elevate quantità aumenta pericolosamente il carico glicemico. Hanno una forte tossicità epatica e pancreatica e contribuiscono a generare molto ione ammonio che è tossico soprattutto a livello cerebrale. Danno dipendenza. Aumentano la probabilità di patologie cardiovascolari, tumorali e gastroenteriche. Possono portare gravi problemi testicolari e nelle donne in gravidanza gravi danni al feto.

Caffè, the nero… Possono contenere cadmio e nichel insieme ad altri residui chimici derivanti dalla coltivazione. La caffeina può dare dipendenza ed in eccesso essere tossica per il sistema nervoso.

Caffè decaffeinato. Può contenere acetato di metile, diclorometano e cadmio.

Farmaci. Hanno una tossicità (necessaria per il loro buon funzionamento) documentata anche dagli effetti collaterali. Possono causare molte patologie (nuocere gravemente alla salute).
Pentole e posate. Possono rilasciare metalli come nichel e alluminio, ma più spesso rilasciare residui di detersivi.

Imballaggi. In metallo possono essere fonti di alluminio e altri metalli pesanti. Quando sono in carta e cartoni rilasciano collanti e coloranti. Le materie plastiche rilasciano monomeri. La ceramica può rilasciare residui di verniciatura.

Tossica anche l’aria che si respira

In strada. Sulla strada possiamo respirare le polveri sottili Pm10 sino alle Pm2,5 (da 10 a 2,5 micron) generalmente frutto di combustioni chimiche, quali metalli, solfati, nitrati, ceneri, fibre di amianto, polveri di cemento e carbone. A queste si aggiungono le nano polveri in grado di penetrare direttamente la cellula. Vale la legge che più sono sottili più fanno male. In campagna non si sfugge a questi inquinanti molto sensibili ai venti, ma a questi si aggiungono i prodotti chimici volatili dell’agricoltura che possono avere sinergie tossiche. Sono in aumento gli studi scientifici che mettono in relazione i valori di inquinamento dell’aria e l’insorgere e l’aggravarsi di alcune patologie.

Al lavoro. Sono senza fine gli esempi di intossicazioni professionali sui luoghi di lavoro commesse con le specifiche dei prodotti e delle strutture o impianti. Negli uffici si è soggetti a respirare le sostanze volatili disperse dai materiali di arredo, computer e stampanti.

A casa. La casa può essere luogo di una sommatoria delle caratteristiche esterne dell’aria a quelle interne che individua anche nella presenza di acari (feci di acaro) e di residui volatili dei prodotti da pulizia, e dei prodotti di costruzione (edilizia e mobilio) fonti di vero e proprio inquinamento. A questo si aggiunge talvolta il Radon, un gas radioattivo che può risultare cancerogeno se inalato, in quanto emettitore di particelle alfa. La principale fonte di questo gas risulta essere il terreno (altre fonti possono essere in misura minore i materiali di costruzione, specialmente se di origine vulcanica come il tufo o i graniti e l’acqua), dal quale fuoriesce e si disperde nell’ambiente, accumulandosi in locali chiusi ove diventa pericoloso. Si stima che sia la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di sigaretta, ed alcuni studi evidenziano sinergie fra le due cause.

Troppi oggetti pericolosi intorno

Indumenti. I trattamenti dei prodotti tessili non garantiscono sempre il fissaggio dei coloranti che possono contenere metalli e composti amminici. Fate attenzione ai prodotti non made in Italy che arrivano da paesi che non seguono le nostre normative.

In ufficio. Sono senza fine gli esempi di intossicazioni professionali sui luoghi di lavoro commesse con le specifiche dei prodotti e delle strutture o impianti. Negli uffici si è soggetti a respirare le sostanze volatili disperse dai materiali di arredo, computer e stampanti. In particolare il toner delle stampanti laser, una polvere finissima che normalmente contiene particelle di carbone, ferro e resina. Inoltre il forno fusore delle stampanti laser emette COV (benzene), formaldeide e ozono durante la sua attività, sostante riconosciute come cancerogene e/o tossiche.

Gioielli. In alcuni casi fonte di nichel e altri metalli.

Tempo libero. La piscina è fonte di cloro. Alcuni hobbies ci portano a contatto con molte sostanze tossiche come colle, vernici… come nel caso del modellismo.

Cura del corpo. Attraverso molti prodotti per la cura del corpo entriamo in contatto con: fenossietanolo (phenoxyethanol) e il glicole dietilenico monoetiletere (ethoxydiglycol). I parabeni, sono una classe di composti organici utilizzati da oltre 50 anni come conservanti nell’industria cosmetica, farmaceutica, e alimentare per le loro proprietà battericide e funghicide. Sono presenti, anche sotto forma dei relativi sali in diverse formulazioni di cosmetici e farmaci sia per uso topico che parenterale. Alcuni parabeni trovano impiego come additivi alimentari. Alcuni ingredienti, contaminati da determinate sostanze, quali ad esempio il cancerogeno 1,4 dioxane, possono concorrere alla formazione di complessi nocivi. In discussione sono soprattutto gli ingredienti che appartengono alle categorie con suffisso Peg, Eth, Oxynol.

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Circondati da strumenti elettronici

Smartphone, computer… Il cellulare, il computer, i grandi impianti elettrici che creano forti campi magnetici possono creare interferenze con il funzionamento degli organi sino ad antagonizzare alcuni elementi (ad esempio il calcio e il magnesio). L’effetto più preoccupante di questo inquinamento potrebbe essere l’indebolimento dell’effetto barriera dei tessuti cellulari, dall’intestino alla barriera ematoencefalica. Senza dimenticare gli effetti nefasti prodotti dalla dipendenza tecnologica.

Troppo inquinamento visivo

Illuminazione. Forti bagliori continuati, luci ad intermittenza molto forti come in discoteca, l’utilizzo di schermi per giochi e computer possono nuocere alla salute e determinate patologie specifiche.

Immagini. L’eccessiva frequenza di immagini di ogni tipo, soprattutto se continuamente cariche di significati non elaborati, può portare a profondi disagi. I bambini sono i soggetti più esposti a questo bombardamento di immagini-stimolo. Le immagini inquinanti non provengono soltanto dalla televisione. Anche cinema, computer, cartellonistica stradale e certe riviste offrono troppi stimoli visivi che vanno ben oltre la normale capacità di sopportazione della mente umana, senza dare il tempo di adattarsi.

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Quella rivoluzione chiamata dieta della longevità

Esiste la dieta della longevità? Dallo scienziato che ha rivoluzionato la ricerca su staminali e invecchiamento, la dieta mima-digiuno per vivere sani fino a centodieci anni. In questo libro Valter Longo condensa tutte le sue scoperte scientifiche e ci spiega come ridurre il grasso addominale, rigenerare e ringiovanire il nostro corpo abbattendo in modo significativo il rischio di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer, istruendoci infine sugli effetti benefici di una periodica dieta di restrizione calorica.

La dieta di Valter Longo cura con il cibo, rivoluzionando il rapporto con esso. Semplice da adottare ogni giorno per chi già apprezza la tradizione mediterranea, la dieta del professore Longo si affianca a una pratica antica e comune in tutte le culture e dimenticata dalla nostra società dell’abbondanza: la dieta mima il digiuno, in modo “mirato” e calibrato sulle esigenze della vita di oggi. Va, però, detta una cosa molto importante.

Longo è molto prudente e, leggendo il solo libro, non è possibile cogliere appieno le vere potenzialità delle sue scoperte e della dieta in particolare. Bisognerebbe leggere tutta la letteratura scientifica prodotta nella sua carriera per capire la serietà dei suoi studi. Tuttavia è un ottimo testo divulgativo. Una guida indispensabile per impostare un regime alimentare che riduca drasticamente i fattori di rischio per le malattie cronico-degenerative quali diabete, cancro, sclerosi multipla eccetera.

Il libro tratta fondamentalmente di due tipi di diete: la “dieta della longevità” e la “dieta mima digiuno”. La dieta della longevità è un regime alimentare cronico, da seguire anche per tutta la vita. Consiste principalmente in una dieta vegana, priva di cibi ad alto indice glicemico, con l’aggiunta del pesce. La dieta mima digiuno, invece, è un regime alimentare periodico e clinicamente testato. Esso consiste in una drastica riduzione dell’apporto calorico per cinque giorni, da ripetere da due a dodici volte l’anno, a seconda della condizione fisica dei pazienti.

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Ovviamente Longo vuole che chi intraprenda questa strada sia seguito da un medico o da un biologo nutrizionista esperto in questo campo. Segnalo che ciò che distingue la dieta mima digiuno dalle altre diete non sono solamente i risultati straordinari ottenuti negli studi clinici e negli studi di laboratorio, ma la solidità di tutti i dati scientifici su cui essa si fonda: dall’epidemiologia allo studio sui centenari. Dunque, una dieta che può essere seguita senza diventare necessariamente fanatici.

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Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana

Nel 1987 l’americano NCI (istituto dei tumori) denunciava una relazione tra osteocarcinoma e fluoro nell’acqua potabile. Quantomeno inquietante. Gli effetti negativi del fluoro sulla salute dell’uomo sembrano essere decisamente troppi, eppure si continua ad usarlo in maniera smodata, visto che è quasi dappertutto… Contrariamente a quello che si credeva nell’antichità, il fluoro è efficace solo se applicato localmente e non quando assunto internamente. Un po’ come l’acqua ossigenata. Assorbito per bocca, il fluoro entra nel dente attraverso il sangue e altera la struttura del dente stesso.

Il fluoro è un veleno invisibile con azione lenta e quotidiana. Un nome gentile per un nemico silenzioso e spietato. Sono davvero tanti gli studi sugli effetti negativi di questa sostanza sulla salute umana. E nonostante ciò, molti pediatri e dentisti consigliano ancora in modo automatico e sistematico la fluoroprofilassi (compressine o gocce) per i bambini di pochi mesi. L’integrazione di fluoro non è solo inutile, ma può essere addirittura dannosa. Eppure se ne parla dalla prima metà del Novecento… Nel 1944, il Journal of American Dental Association scrisse che la fluorazione può causare osteoporosi, gozzo e malattie alla spina dorsale e nel 1990 un altro studio confermò la correlazione tra fratture ossee e fluoro.

Poco dopo, la Cornell University scoprì danni ai reni. Ma è cosa nota, le industrie del farmaco sono notoriamente molto abili nel manipolare, se non nell’influenzare, gli studi scientifici. Inoltre, non c’è migliore guadagno di quello che si ricava da farmaci prescritti in modo sistematico ad intere fasce della popolazione: vaccinazioni, terapie ormonali per la menopausa, eccetera, eccetera. E’ ovvio che non sono stati solo due studi a definire “pericoloso” il fluoro e il suo impiego sugli esseri umani. Uno studio del 1978 – effettuato dell’Universita’ di Yale – scopri che bastava 1ppm di fluoruro per diminuire la resistenza e l’elasticita’ delle ossa.

Nel 1987 l’americano NCI (istituto dei tumori) denunciava una relazione tra osteocarcinoma e fluoro nell’acqua potabile. Quantomeno inquietante. Gli effetti negativi del fluoro sulla salute dell’uomo sembrano essere decisamente troppi, eppure si continua ad usarlo in maniera smodata, visto che è quasi dappertutto… Contrariamente a quello che si credeva nell’antichità, il fluoro è efficace solo se applicato localmente e non quando assunto internamente. Un po’ come l’acqua ossigenata. Assorbito per bocca, il fluoro entra nel dente attraverso il sangue e altera la struttura del dente stesso.

Questo può causare fluorosi dentale. Invece, applicato localmente sul dente si lega allo smalto dei denti e li protegge dalle carie. Soprattutto nei bambini piccoli, i rischi dell’assunzione di fluoro superano di gran lunga i benefici. A voler pensare bene, sembra che le industrie del farmaco e quelle produttrici di dentifrici abbiano a lungo sottaciuto e sottovalutato gli effetti tossici dei prodotti a base di fluoro. Così come si tende a far passare in sordina che la fluorosi dentaria è in aumento soprattutto tra la popolazione che fa uso sistematico di integratori a base di fluoro.

Si presenta sotto forma di uno scolorimento intrinseco dello smalto dei denti: i denti appaiono screziati, macchiati, puntinati, decolorati e a volte anche bucherellati. Lo smalto saturato di fluoro è più vulnerabile all’attrito e all’erosione. I danni da fluoro non si manifestano solo a livello dei denti, ma anche delle ossa e di altri tessuti umani. Il fluoro ha effetti negativi anche sul sistema nervoso centrale e determina alterazioni comportamentali e deficit cognitivi.

Ecco perché non esiste un dosaggio sicuro di fluoro

In pratica, non esiste un dosaggio sicuro di fluoro e proprio per questo motivo la fluorizzazione delle forniture idriche, che è una prassi normale in America, si rivela invece non necessaria, iniqua, quasi criminale. Ma dietro ai suoi sostenitori si annidano potenti interessi del settore industriale e della professione medico-ondotoiatrica. Perché il fluoruro rappresenta un problema? Si accumula nelle ossa e le rende più fragili e soggette a fratture. Non è un caso se tutte le nazioni dell’Europa occidentale, dotate di un elevato senso della salute e del rispetto dei cittadini, ha respinto la fluorizzazione delle acqua potabili.

La fluorizzazione delle acque in tutto il mondo si realizza attraverso l’acquisto di sostanze contaminanti di natura chimica, molte provenienti dalla Cina ed etichettate come “fluoro”. E scaricate nelle acque delle popolazioni locali nelle città. Non dimentichiamo che la principale sostanza contenuta negli psicofarmaci è il fluoro, che per contro distrugge la flora batterica e gli enzimi. “Il dottor Barry Durrant-Peatfield sostiene che il fluoro è un veleno che distrugge gli enzimi. Il suo accumulo nella tiroide è causa di squilibri ormonali. E’ associato a malattie autoimmuni oltre all’osteoporosi, l’osteosarcoma e perfino un’aumento del cancro alla tiroide”, scriveva Charles Elliot Perkins in una lettera del 1954 alla Lee Foundation di Milwaukee-Wisconsin.

“I consumatori hanno il diritto di sapere cosa c’è nella loro acqua”, ha sempre sostenuto Mike Adams.“Hanno il diritto di sapere da dove viene davvero il fluoro chimico, perché se sapessero la verità su questa sostanza chimica industriale, non permetterebbero mai che venga consumato dai loro figli. Ti dicono solo che fa bene ai vostri denti, ma non dicono quanto danneggia il tuo cervello, le tue ossa, la tua salute e l’ambiente. Non vi dicono del cadmio, piombo e altri materiali mortali che contaminano il fluoro scaricato nella rete idrica”. In realtà, il fluoro è una combinazione di acido esafluorosilicico e sodio silicofluoride.

Due sostanze chimiche considerate altamente tossiche per l’epa. Sono effettivamente classificati come rifiuti pericolosi e quando imballato per il trasporto, devono essere etichettati come veleno e gestiti da lavoratori che indossano speciali indumenti di sicurezza. Allora, cosa sono realmente l’acido esafluorosilicico e il sodio silicofluoride? E da dove vengono? L’incredibile storia inizia nelle aziende minerarie di fosfati. Il fosfato è un minerale importante usato nei fertilizzanti. E’ estratto da naturali depositi rocciosi sparsi in tutto il mondo, e la roccia ricca di fosfato viene poi raffinata per la produzione di acido fosforico. Se questo nome suona familiare, è perché è uno degli ingredienti principali di bibite gassate.

L’acido fosforico è spesso paragonato all’acido delle batterie. Si tratta di un liquido altamente acido che si crede essere la ragione principale per cui bere bibite può causare calcoli renali e una perdita di densità minerale ossea. Il fosfato viene utilizzato anche per creare fertilizzanti. Il problema è che il fosfato è spesso contaminato con alti livelli di fluoruro (40 mila parti per milione, o fino a 4% del minerale grezzo). Per rimuovere il fluoro, all’acido solforico viene aggiunto un impasto umido di fosfato e di acqua. In questo modo il fluoruro vaporizza, creando composti gassosi altamente tossici come il fluoruro di idrogeno e tetrafluoruro di silicio.

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Con cloro, bromo e iodio è un metalloide che si combina

Nel 1977, gli studi epidemiologici condotti dal dottor Dean Burk, a capo della sezione citochimica del National Cancer Institute rivelava che l’esposizione al fluoro produce un aumento della crescita del tumore, anche quando presente a livelli minimi. Fluoro, cloro, bromo e iodio sono quattro metalloidi che si combinano facilmente con altri metalli e danno luogo a diversi sali, mentre combinandosi con l’idrogeno producono acidi forti, come l’acido fluoridrico, l’acido cloridrico e l’acido muriatico. Questi metalloidi vengono chiamati alogeni, per questa caratteristica di generare sali.

Ripetute dosi infinitesimali di fluoro, introdotte con acque fluorate, possono ridurre nel tempo ogni forza individuale, ogni velleità personale, ogni voglia di resistere alla dominazione. Sopravviene una specie di avvelenamento e di narcosi di una specifica area del cervello, rendendo così l’individuo obbediente e remissivo, rilassato e quasi-ipnotizzato, docile e sottomesso alla volontà di quelli che desiderano manovrarlo e governarlo.

Il modo migliore, dunque, per creare una maggioranza silenziosa filo-governativa. Non a caso, sia i tedeschi sia i russi, aggiungevano regolarmente 1 ppm (una parte per milione) di fluoruro di sodio all’acqua da bere dei prigionieri di guerra, per tenerli tranquilli e per renderli stupidi. Non si scopre nulla di nuovo, dicendo questo. Ma è importante sapere e ricordare. L’esercito americano e la Cia si stavano dando da fare da anni per lo sviluppo di sostanze stupefacenti ed incapacitanti, in grado di produrre un’apatia indotta sulla popolazione nemica e sottomessa, ma al limite anche in quella interna, spesso troppo vivace, troppo disobbediente e troppo contestatrice.

Nei composti testati per tali scopi, erano inclusi il noto allucinogeno Lsd e l’amnesiaco Bz, dieci volte più potente dell’Lsd, nonché un agente schizofrenico chiamato bulbocapina. Una droga che ricevette parecchia attenzione negli anni ’50-’60, sotto il criptonimo di mk-ultra, fu il suxamethionium chloride o anectine, un agente alogenato anti-colinergico, ossia anti-enzimatico. Nel libro Wall Street e l’ascesa di Hitler, Anthony Sutton sostiene con argomenti precisi e documentati che, senza l’aiuto dei banchieri americani e del gruppo Rockefeller, non ci sarebbe stato un dittatore di nome Adolf, e una guerra chiamata Seconda Guerra Mondiale.

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Gianfranco Valsè Pantellini e l’ascorbato di potassio

I componenti vanno sciolti in circa due dita d’acqua senza utilizzare il cucchiaino metallico, considerato il potenziale rischio di ossidazione dell’acido ascorbico. L’ascorbato di potassio è legato agli studi ed alle ricerche del biochimico fiorentico Gianfrancesco Valsé Pantellini, e la sua “storia” è iniziata nel 1947 quando un orafo, amico dello stesso dottor Pantellini, malato di cancro inoperabile allo stomaco ebbe dei risultati inaspettati ed assolutamente straordinari assumendo delle limonate in cui per errore inseriva del bicarbonato di potassio invece dell’usatissimo bicarbonato di sodio.

Oltre al suo “generico” utilizzo contro fastidiose malattie autoimmuni come l’artrosi, l’artrite, le infiammazioni muscolari croniche e altro, l’ascorbato di potassio è impiegato dalla medicina naturale per contrastare infiammazioni degenerative. Secondo la Fondazione Pantellini, può essere usato per contrastare il cancro. Siccome su questo delicatissimo argomento le teorie sono estremamente discordanti fra loro, è il caso di ricordare subito che non c’è il riconoscimento della comunità scientifica e che ci sono malati che hanno usato questo metodo per curarsi.

Quel che è certo è che prima che scoppiasse il caso Di Bella, il metodo del dottor Gianfranco Valsè Pantellini era la terapia contro il cancro più usata e più conosciuta in Italia, nel campo della medicina alternativa. L’ascorbato di potassio è un sale derivato dalla vitamina C, che risulta atossico e privo di effetti collaterali. Il composto si ottiene estemporaneamente in soluzione acquosa acido ascorbico – 150 milligrammi – e bicarbonato di potassio 300 milligrammi, di cui 117 di solo potassio – ed ha un pH che, nel giro di poco più di un minuto, tende alla neutralità.

I componenti vanno sciolti in circa due dita d’acqua senza utilizzare il cucchiaino metallico, considerato il potenziale rischio di ossidazione dell’acido ascorbico. L’ascorbato di potassio è legato agli studi ed alle ricerche del biochimico fiorentico Gianfrancesco Valsé Pantellini, e la sua “storia” è iniziata nel 1947 quando un orafo, amico dello stesso dottor Pantellini, malato di cancro inoperabile allo stomaco ebbe dei risultati inaspettati ed assolutamente straordinari assumendo delle limonate in cui per errore inseriva del bicarbonato di potassio invece dell’usatissimo bicarbonato di sodio.

Per circa 40 anni Pantellini ha studiato ed analizzato il problema, arrivando a fare due pubblicazioni specifiche nel 1970 e nel 1974. I processi ossidativi, legati alla presenza dei radicali liberi, sono coinvolti nella promozione e nello sviluppo del cancro. La causa principale del meccanismo di stress ossidativo sono i radicali liberi. cioè sostanze con elevata reattività chimica. Gli organismi viventi tendono a mantenere costante la concentrazione di questi agenti ossidanti per poter garantire i normali processi biologici. Ma cominciamo dall’inizio – visto che i potentati della medicina non hanno interesse a diffondere qualcosa che non è brevettabile – questa storia merita di essere conosciuta e tramandata. Per non dimenticare…

Gianfrancesco Valsè Pantellini è nato il 2 aprile 1917 a Rufina, un piccolo paese della Toscana, dove ha vissuto fino al 1929 con il padre Italo e la madre Margherita. I suoi studi furono interrotti dalla guerra, ma lui fu sempre attivo prestando servizio come ufficiale chimico nel Genio Guastatori.

Gianfranco Valsè Pantellini in viaggio tra Italia, Russia e Francia

Ebbe varie destinazioni tra cui Udine, Russia, Francia. Nel 1943 conobbe a Roma il famoso matematico Luigi Fantappiè. Finita la guerra riprese gli studi universitari a Firenze laureandosi nel 1947 in Chimica pura ad indirizzo biologico. Poi per un anno frequentò l’Istituto di Fisica Teorica di Napoli.

A Parigi conobbe il fisico Louis Kervran ed approfondì le sue ricerche sulla fusione a freddo nel corpo umano. Rientrato a Firenze passò ad Ancona al Centro Autonomo Tumori, dove fece le sue prime esperienze, collaborando per più di un anno con i professori Protti, Gusso e Neubauer dove seguì indagini di Ricerca enzimatica dei lieviti e dell’azione Piroerte dei medesimi nei confronti della cellula neoplastica.

Nel 1948, ritornato a Firenze, pur occupandosi di piccole industrie farmaceutiche, in privato, si dedicò alla ricerca sui tumori. Ha partecipato con comunicazioni personali ai congressi di Cancerologia di Firenze, Cremona, Baden Baden, New York, ecc. Ha fatto parte di un gruppo internazionale di ricerca sul cancro con metodiche non convenzionali; per questo è stato eletto Membro dell’Accademia delle Scienze di New York (la prestigiosa NYAS) e della società Internazionale di Criochirurgia.

Per l’aiuto prestato con opportuni schemi a base di ascorbato di potassio alle popolazioni dell’ex Unione Sovietica colpite direttamente dalle radiazioni in seguito all’incidente alla centrale nucleare di Cernobyl nel 1986, è stato insignito della Stella Rossa, onoreficenza dell’Accademia delle Scienze di Mosca. Eravamo infatti nel 1987-88 ed era il periodo in cui il Presidente dell’URSS era Gorbaciov.

C’è chi usa regolarmente l’ascorbato di potassio per le sue molteplici qualità contro le malattie autoimmuni, infiammazioni croniche e degenerative a carico del nostro organismo, registrando benefici e regolando i dosaggi a seconda delle proprie condizioni fisiche. Ma come usare l’ascorbato di potassio, anche quello con Ribosio, secondo il “metodo Pantellini”, quindi la famosa formula anti-tumorale? La risposta la dà direttamente la Fondazione Pantellini: “L’ascorbato di potassio risulta totalmente atossico e privo di effetti collaterali, anche i bambini ne possono usufruire specialmente per il programma di prevenzione. Una bambina che ha 5 anni e mezzo, per fare un esempio, dovrebbe prenderne una dose alla settimana: 300 milligrammi di bicarbonato di potassio e 150 di acido ascorbico”.

Anche per la gravidanza, in generale, si consiglia sempre una dose per settimana di ascorbato di potassio “semplice”, senza ribosio. L’ascorbato di potassio non è mai tossico né pericoloso ai dosaggi consigliati. Il potassio presente in una dose è pari a 117 milligrammi (poco più del 30% del bicarbonato, in peso) e corrisponde ad un quantitativo fisiologico. Se assunto secondo queste modalità non ci sono i presupposti di sovraccarico renale né di problemi cardiaci.

La commissione scientifica europea ha stabilito che, per il potassio, la dose giornaliera raccomandata per integrare il quantitativo perso giornalmente sia pari a 3 grammi che, come si vede, è ben lontana a quella presente in ciascuna bustina, che supera di poco il 5% dell’Rda. Quando si assume l’ascorbato di potassio non ci sono alimenti da evitare. L’ascorbato di potassio, sia nella formulazione “classica” che con ribosio non deve essere assunto nei giorni di eventuale trattamento chemioterapico. Durante la radioterapia le modalità devono essere definite in accordo con il medico della fondazione o con uno dei medici accreditati.

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Ascorbato di potassio con ribosio: cos’è e come si usa

Ho nominato l’ascorbato di potassio con ribosio. Il professor Guido Paoli, responsabile scientifico della Fondazione Pantellini, spiega: “Dall’esperienza e dai dati del dottor Pantellini prima e della Fondazione Pantellini poi, l’ascorbato di potassio con ribosio sembra interferire in modo importante con questo processo, proteggendo la cellula contro lo stress ossidativo e limitando il meccanismo di proliferazione incontrollata”.

L’azione del composto è legata alle caratteristiche del potassio, catione guida e regolatore metabolico a livello intracellulare, ed all’azione di “carrier” della vitamina C: svolge nel caso specifico una funzione simile a quella della pompa sodio-potassio come conseguenza della sua struttura eterociclica. L’immissione di potassio all’interno di una cellula cancerosa può indurre – per affinità chimica – la corrispondente fuoriuscita di sodio e quindi del glucosio dall’ambiente intracellulare.

In questo modo possiamo ottenere: una nuova modificazione del pH locale intracellulare e una rapida diminuzione delle riserve nutritive, riducendo la glicolisi e reintroducendo un blocco potenziale sulla mitosi; così sembra possibile inibire il processo di proliferazione incontrollata. Il ribosio svolge un ruolo importantissimo nel metabolismo cellulare ed è lo zucchero che è implicato più direttamente nella sintesi dei nucleotidi.

È il precursore fondamentale nella biosintesi dell’Rna e dell’adenosina e, nella forma deossiribosio, nella sintesi del Dna. Quando viene assunto oralmente, viene metabolizzato e non interferisce, almeno ai dosaggi che la Fondazione Pantellini consiglia, con la glicolisi. L’impiego del ribosio a bassa concentrazione rispetto alla quantità di acido ascorbico è legato alla sua potenziale attività catalitica per velocizzare il processo di assorbimento di potassio nel citoplasma cellulare. L’ascorbato di potassio può operare efficacemente anche a livello di prevenzione avendo l’obiettivo di mantenere costanti i livelli intracellulari di potassio. L’assunzione preventiva di ascorbato di potassio ha quindi l’obiettivo di “proteggere” la cellula dal rischio di degenerazione”.

Ecco il metodo Pantellini per prevenire i tumori

Come si prepara il rimedio “Pantellini”? Sono in tanti a domandarselo e a pensare che la ricetta sia chiusa nelle casseforti della Fondazione Pantellini. Non è così. la ricchezza di quella scoperta fatta per l’umanità è che la ricetta è pubblica. Pantellini, in vita, la condivise con tutti. Con succo di limone, sale di vitamina C e bicarbonato di potassio. Sono necessari due limoni freschi, 150 milligrammi di vitamina C e una punta di cucchiaio (300 milligrammi) di bicarbonato potassio. Il cucchiaino non deve essere di ferro.

Il bicarbonato di potassio è un integratore fatto di bicarbonato e di potassio. Il Ministero della Salute lo inserisce tra gli integratori alimentari. Si trova in farmacia e erboristeria al costo medio di 5 euro ogni 100 grammi. Il chilo è disponibile alle volte solo in farmacia a 20 euro con richiesta medica su foglio bianco. Spremere il limone, aggiungere due dita di acqua fredda e una punta di cucchiaio di bicarbonato di potassio. Mescolare bene per un minuto con un cucchiaino di plastica e bere.

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Salute ed epidemie: ebola, peste, colera e pandemie storiche

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre: la comparsa di un nuovo agente patogeno, la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie, la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. In passato, la maggiore parte delle pandemie furono zoonosi, ovvero originate dalla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento.

Ebola, peste, colera, Hiv, Sars, Mers, influenza suina, aviaria e tifo. Morti, milioni di morti e panico globale. In una sola parola: pandemie. Epidemie la cui diffusione interessa contemporaneamente diverse aree geografiche del mondo, con una mortalità elevata e un alto numero di casi gravi. Nella storia del mondo si sono verificate numerose pandemie. Fra le più recenti si ricordano l’influenza spagnola nel 1918, l’influenza asiatica nel 1957, l’influenza di Hong Kong nel 1968, l’Hiv. Il termine pandemia si applica solo a malattie o condizioni patologiche contagiose. Di conseguenza, molte delle patologie che colpiscono aree molto grandi o l’intero pianeta – come ad esempio il cancro – non sono da considerarsi pandemiche.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le condizioni affinché si possa verificare una vera e propria pandemia sono tre: la comparsa di un nuovo agente patogeno, la capacità di tale agente di colpire gli uomini, creando gravi patologie, la capacità di tale agente di diffondersi rapidamente per contagio. In passato, la maggiore parte delle pandemie furono zoonosi, ovvero originate dalla convivenza degli esseri umani con animali da allevamento.

Due esempi tipici sono l’influenza e la tubercolosi. Le pandemie più catastrofiche della storia sono molte. Moltissime sono anche le epidemie di cui restano testimonianze storiche ma delle quali è impossibile identificare l’eziologia. Un esempio particolarmente impressionante è quello della cosiddetta malattia del sudore che colpì l’Inghilterra nel XVI secolo. Più temibile della stessa peste bubbonica, questa malattia uccideva all’istante.

Le conseguenze della febbre tifoide

Compare durante la guerra del Peloponneso, nel 430 a.C. La febbre tifoide uccise un quarto delle truppe di Atene ed un quarto della popolazione, nel giro di quattro anni. Questa malattia fiaccò la resistenza di Atene, ma la grande virulenza della malattia ha impedito una ulteriore espansione, in quanto uccideva i suoi ospiti così velocemente da impedire la dispersione del bacillo. La causa esatta di questa epidemia non fu mai conosciuta. Nel gennaio 2006 alcuni ricercatori della Università di Atene hanno ritrovato, nei denti provenienti da una fossa comune sotto la città, presenza di tracce del batterio. La febbre tifoide o tifo addominale (o ileotifo) è una malattia infettiva sistemica, febbrile, a trasmissione oro-fecale provocata da un batterio del genere Salmonella, detto anche bacillo di Eberth o di Gaffky.

Le conseguenze della peste antonina

Fa la sua comparsa tra il 165 e il 180. Si tratta di un’epidemia presumibilmente di vaiolo, portata dalle truppe di ritorno dalle province del vicino Oriente, uccise 5 milioni di persone. Fra il 251 e il 266 si ebbe il picco di una seconda pandemia dello stesso virus. Pare che a Roma in quel periodo morissero cinquemila persone al giorno. Nota anche come peste di Galeno, da colui che la descrisse, è stata un’antica pandemia di vaiolo o morbillo, o meno probabilmente tifo, riportate in patria dalle truppe di ritorno dalle campagne militari contro i Parti. L’epidemia potrebbe avere anche causato la morte dell’imperatore romano Lucio Vero, morto nel 169 e co-reggente con Marco Aurelio il cui patronimico, Antoninus, diede il nome all’epidemia. Il focolaio scoppiò di nuovo nove anni dopo, secondo lo storico romano Cassio Dione, e causò fino a duemila morti al giorno a Roma, un quarto degli infettati. Il totale dei morti è stato stimato in 5 milioni di persone. La malattia uccise circa un terzo della popolazione in alcune zone, e decimò l’esercito romano.

Le conseguenze del morbo di Giustiniano

Fu la prima pandemia nota di peste bubbonica, scoppiata intorno al 541 dopo Cristo. Partendo dall’Egitto giunse fino a Costantinopoli. Secondo lo storico bizantino Procopio, morirono quasi la metà degli abitanti della città, a un ritmo di 10 mila vittime al giorno. La pandemia si estese nei territori circostanti uccidendo complessivamente un quarto degli abitanti delle regioni del Mar Mediterraneo orientale. L’epidemia di peste bubbonica fu causata dallo stesso batterio, Yersinia pestis che colpì l’Europa nel XIV secolo (la peste nera), con simili effetti sociali e culturali. Uno studio del 2014 ha dimostrato che si trattava, in effetti, dello stesso agente patogeno ma appartenente a un ceppo diverso e ora estinto. Potrebbe aver avuto origine dall’Etiopia o dall’Egitto e essersi diffusa verso nord fino alla capitale, considerati anche i notevoli flussi di generi alimentari, soprattutto grano, che provenivano dal nord Africa. Se effettivamente si fosse trattato di peste bubbonica, il contagio sarebbe dovuto ai parassiti che, veicolati dai ratti, si attaccavano anche agli uomini.

Le conseguenze della peste nera

A partire dal 1300, ottocento anni dopo la strage di Costantinopoli, la peste bubbonica fece il suo ritorno dall’Asia in Europa. Raggiunse l’Europa occidentale nel 1348 e fu causata dall’assedio tartaro alla colonia genovese di Caffa (l’odierna Feodosia) nel 1346 e successivamente portata in Sicilia dai mercanti italiani provenienti dalla Crimea e si diffuse in tutta Europa uccidendo 20 milioni di persone in sei anni (un terzo della popolazione totale del continente). La peste nera provocò un mutamento profondo nella società dell’Europa medievale. Come ha dimostrato David Herlihy, dopo il 1348 non fu più possibile mantenere i modelli culturali del XIII secolo. Le gravissime perdite in vite umane causarono una ristrutturazione della società che, a lungo termine, avrebbe avuto effetti positivi. Herlihy definisce la peste “l’ora degli uomini nuovi”: il crollo demografico rese possibile ad una percentuale significativa della popolazione la disponibilità di terreni agricoli e di posti di lavoro remunerativi. I terreni meno redditizi vennero abbandonati, il che, in alcune zone, comportò l’abbandono di interi villaggi. Le corporazioni ammisero nuovi membri, cui prima si negava l’iscrizione. I fitti agricoli crollarono, mentre le retribuzioni nelle città aumentarono sensibilmente. Per questo un gran numero di persone godette, dopo la peste, di un benessere che in precedenza era irraggiungibile.

Le conseguenze del colera

Tra il 1816 e il 1826, precedentemente confinata all’India, la malattia si diffuse dal Bengala fino alla Cina e al Mar Caspio. Tra il 1829-1851 Toccò l’Europa (Londra nel 1832), Canada, e Stati Uniti (costa del Pacifico). Tra il 1852 e il 1860 principalmente diffusa in Russia, fece più di un milione di morti. Tra il 1863 e il 1875 diffusa principalmente in Europa e Africa. Tra il 1899 e il 1923 ebbe poco effetto sull’Europa grazie anche ai progressi nella salute pubblica. La Russia ne fu di nuovo colpita duramente. Tra il 1960 e il 1966 l’epidemia chiamata El Tor colpì l’Indonesia, raggiunse il Bangladesh nel 1963, l’India nel 1964, e l’Unione Sovietica nel 1966. Il colera è una malattia infettiva del tratto intestinale, caratterizzata dalla presenza di diarrea profusa, spesso complicata con acidosi, ipokaliemia e vomito. È causata da un batterio Gram-negativo a forma di virgola, il Vibrio cholerae, identificato per la prima volta nel 1854 dall’anatomista italiano Filippo Pacini e studiato dettagliatamente nel 1884 dal medico tedesco Robert Koch. Il nome deriva dal greco choléra (cholé= bile) e indicava la malattia che scaricava con violenza gli umori del corpo e lo stato d’animo conseguente: la collera.

Le conseguenze dell’influenza spagnola

Iniziò nell’agosto del 1918 in tre diversi luoghi: Brest, in Francia, Boston, nel Massachusetts, e Freetown, in Sierra Leone. Si trattava di un ceppo di influenza particolarmente violenta e letale. La malattia si diffuse in tutto il mondo, uccidendo 25 milioni di persone (secondo alcuni di più) in 6 mesi (circa 17 milioni in India, cinquecentomila negli Stati Uniti e duecentomila nel Regno Unito). Sparì dopo diciotto mesi. Il ceppo esatto non fu mai determinato con precisione. All’influenza venne dato il nome di “spagnola” poiché la sua esistenza fu inizialmente riportata soltanto dai giornali spagnoli. La Spagna non era coinvolta nella Prima Guerra Mondiale e la sua stampa non era soggetta alla censura di guerra. Negli altri Paesi, il violento diffondersi dell’influenza venne tenuto nascosto dai mezzi d’informazione, che tendevano a parlarne come di un’epidemia circoscritta alla Spagna. In realtà, il virus fu portato in Europa dalle truppe statunitensi che, a partire dall’aprile 1917, confluirono in Francia per la Grande Guerra. Dalle biopsie di alcuni militari americani deceduti per l’influenza, i ricercatori hanno potuto ricavare dei frammenti del virus e studiarlo alla luce delle attuali conoscenze.

Le conseguenze dell’influenza asiatica

Rilevata per la prima volta in Cina nel febbraio del 1957, raggiunse gli Stati Uniti d’America nel giugno dello stesso anno, facendo circa 70 mila morti. L’influenza asiatica fu una pandemia influenzale di origine aviaria, che negli anni 1957-60 fece circa 2 milioni di morti. Fu causata dal virus H2N2 (influenza di tipo A), isolato per la prima volta in Cina nel 1954. Nello stesso anno fu preparato un vaccino che riuscì a contenere l’epidemia. Più tardi mutò nel virus H3N2, che causò una pandemia più leggera tra il 1968 e il 1969.

Le conseguenze dell’influenza di Hong Kong

Il ceppo H3N2, emerso a Hong Kong nel 1968, raggiunse nello stesso anno gli Stati Uniti e fece 34 mila vittime. Un virus H3N2 è ancora oggi in circolazione. Anche questa era un’influenza aviaria (o di tipo A), in particolare il primo caso conosciuto di epidemia dovuta al ceppo H3N2. Questa sigla che si riferisce alla configurazione delle glicoproteine virali di superficie, la emoagglutinina (H) e la neuraminidasi (N): in questo caso significa che delle 16 emoagglutinine conosciute, possiede la numero 3, mentre delle 9 neuraminidasi conosciute questo virus possiede la numero 2. Per la sua somiglianza con l’influenza asiatica del 1957 (causata dal ceppo H2N2, che differiva dall’influenza di Hong Kong solo per una diversa combinazione della emoagglutinina dovuta a mutazione genetica) e probabilmente dal conseguente accumulo di anticorpi affini nella popolazione infetta, l’influenza di Hong Kong causò molte meno vittime di molte pandemie. Le stime sulle perdite umane variano: tra i 750 mila e i 2 milioni di persone morirono in tutto il mondo (34.000 persone negli Stati Uniti) in quei due anni (1968-1969) di attività. Fu perciò la meno letale delle pandemie del XX secolo.

Le conseguenze dell’Hiv-Aids

Dal 1981 si propagò in maniera esponenziale in tutti i Paesi del mondo, uccidendo circa 3 milioni di persone (stime UnAids). Dal 1996 un terapia farmacologica blocca il decorso della sindrome immunodepressiva (per lo meno in quei paesi in cui i malati possono accedere ai farmaci), ma non elimina il virus dai corpi degli individui. Sebbene la malattia sia oggi cronicizzabile e raramente letale – nel mondo sviluppato – ne continua il contagio, legato a fattori comportamentali. La di questa epidemia viene solitamente fatta iniziare nel 1981 quando fu riconosciuta l’esistenza di una nuova malattia in alcuni pazienti negli Stati Uniti. In realtà l’infezione esisteva già da molti anni, ma era stata sempre scambiata per altro. Diffusasi in maniera esponenziale in tutto il mondo, a differenza di tutte le altre epidemie fino ad allora conosciute fu a lungo mortale in percentuali vicine al 100% dei casi diagnosticati (pur nella variabilità dei tempi di sviluppo dei sintomi). Inoltre, il legame presto dimostrato con la sfera sessuale e con l’uso di sostanze stupefacenti (eroina), legò indissolubilmente il contagio, nell’opinione generale, a comportamenti stigmatizzabili, in quanto “trasgressivi”: la sieropositività è ancora oggi vissuta come una condizione potenzialmente discriminatoria, che talvolta ha anche richiesto specifici interventi legislativi.

Le conseguenze della Sars

Non una vera e propria pandemia anche se il virus, proveniente dalla Cina, si diffuse a Hong Kong e di lì fino a Taipei, Singapore, Toronto e molte altre nazioni. Sars è l’acronimo di Severe Acute Respiratory Syndrome, Sindrome Acuta Respiratoria Grave, una forma atipica di polmonite apparsa per la prima volta nel novembre 2002 nella provincia del Guangdong (Canton) in Cina. La malattia, identificata per la prima volta dal medico italiano Carlo Urbani, è mortale in circa il 15% dei casi in cui ha completato il suo corso, con il tasso di mortalità attuale di circa il 7% degli individui che hanno contratto l’infezione.

Questa malattia è causata da un coronavirus, così chiamato per la sua forma a corona. I dati sulla mortalità variano da paese a paese: si va dal 7% riportato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità fino al 15% di altre fonti. I canadesi diedero per primi l’allarme riguardo alla Sars mossi dalla notizia di vendite di farmaci antivirali e di casi di febbre in Cina. La notizia è stata rilevata dal web da Global Public Health Intelligence Network, un software simile ai motori di ricerca programmato per percorrere la rete alla ricerca di possibili malattie infettive e casistiche patogene. Il crawler analizza migliaia di siti in sette lingue e i risultati filtrati vengono trasmessi a esperti dell’Oms, delle agenzie alimentari e dei centri di monitoraggio sanitario, per le analisi definitive.

Le conseguenze dell’influenza AH1N1

La pandemia del virus H1N1 era denominata originariamente influenza suina perché trasmessa da questo animale all’uomo. Il suo focolaio iniziale ha avuto origine in Messico, estendendosi poi in soli 2 mesi a quasi 80 Paesi. In Europa, al 31 agosto 2009 i casi accertati sono 46 mila e 16 e le morti accertate sono 104. Nel resto del mondo i casi di morte accertati sono 2 mila 910 finora. Nel mese di agosto 2010 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato chiusa la fase pandemica. Attualmente il virus H1N1 si comporta similmente ad altri virus stagionali. Appartiene alla famiglia Orthomyxoviridae.

Ne esistono numerose varianti che causano forme influenzali pandemiche negli animali, come la influenza aviaria e la febbre suina. Come per l’influenza stagionale, la trasmissione da persona a persona si può verificare per via aerea attraverso le gocce di saliva trasportate starnuti o colpi di tosse di persone infette, per mezzo del contatto con materiali o superfici infette. I sintomi dell’influenza sono febbre improvvisa, di norma superiore a 38 °C, e manifestazioni respiratorie (tosse, mal di gola, raffreddore) associati ad almeno uno dei seguenti sintomi: mialgia ed artralgia, letargia e mancanza di appetito. Alcune persone colpite dal virus hanno anche riferito di mal di gola, nausea, vomito, diarrea (in particolare nei bambini) e mal di pancia.

Le conseguenze del tifo

Chiamato anche febbre da accampamento o febbre navale perché tendeva a diffondersi con maggiore rapidità in situazioni di guerra o in ambienti come navi e prigioni, il tifo è un altro agente patogeno che creò ricorrenti pandemie nella storia umana. Emerso già ai tempi delle Crociate, colpì per la prima volta l’Europa nel 1489, in Spagna. Durante i combattimenti fra spagnoli e musulmani a Granada, i primi persero 3 mila uomini in battaglia e 20 mila per l’epidemia. Sempre per via del tifo, nel 1528 i francesi persero 18 mila uomini in Italia. Altre 30 mila persone caddero nel 1542 durante i combattimenti nei Balcani.

La grande armée di Napoleone fu decimata dal tifo in Russia nel 1811. Il tifo fu anche la causa di morte per moltissimi reclusi dei campi di concentramento nazisti durante la Seconda guerra mondiale. Il tifo esantematico è conosciuto anche con i nomi di tifo epidemico, tifo petecchiale, dermotifo, tifo dei pidocchi e tifo europeo; non è da confondere con la febbre tifoide (o tifo addominale), provocata dalla Salmonella enterica. Si tratta di una malattia infettiva presente in luoghi con gravi deficienze sanitarie ed è responsabile di epidemie laddove alle scarse condizioni igieniche si assommano guerre, disastri naturali o carestie.

Il germe responsabile è la Rickettsia prowazekii, trasmesso dal pidocchio Pediculus humanus corporis. Non esiste trasmissibilità animale per cui la malattia è contagiosa solo da uomo a uomo. Una volta che il pidocchio ha succhiato il sangue di un individuo infetto, il microrganismo passa dallo stomaco alle feci dell’insetto, se questi le deposita su di un individuo sano la Rickettsia prowazekii è in grado di contagiare attraverso lesioni o micro-lesioni della cute che inoculano nella pelle le feci dell’insetto e il germe dell’infezione. I sintomi sono mal di testa, febbre alta, brividi ed eruzioni cutanee (le petecchie).

Le conseguenze del vaiolo

L’incontro fra gli esploratori europei e le popolazioni indigene di altre zone del mondo spesso fu causa di epidemie e pandemie violentissime. La popolazione dei Guanci delle isole Canarie fu completamente sterminata da un’epidemia nel XVI secolo. Il vaiolo uccise metà della popolazione di Hispaniola nel 1518, e seminò il terrore in Messico intorno al 1520, uccidendo 150 mila persone (incluso l’imperatore) solo a Tenochtitlán. Lo stesso morbo colpì violentemente il Perù nel decennio successivo. Il morbillo fece altri due milioni di vittime tra i nativi messicani nel XVII secolo.

Ancora fra il 1848 e il 1849, circa un terzo della popolazione nativa delle Hawaiians morì di morbillo, pertosse e influenza. Questa malattia infettiva è causata da due varianti del virus Variola, la Variola maior e la Variola minor. La malattia è anche conosciuta con i termini latini variola o variola vera, mentre il termine inglese smallpox venne coniato nel Regno Unito nel XV secolo per distinguerla dalla sifilide, denominata great pox. Il virus del vaiolo si localizza a livello della piccola circolazione della cute, del cavo orale e della faringe. A livello cutaneo si manifesta con un’eruzione maculo-papulare e, successivamente, con vescicole sollevate piene di liquido.

La Variola maior è causa di manifestazioni cliniche più rilevanti ed è caratterizzata da una mortalità del 30-35%. Le complicanze a lungo termine includono cicatrici caratteristiche, soprattutto al volto, nel 65–85% di coloro che riescono a sopravvivere. Possono inoltre manifestarsi, seppure con una minore prevalenza stimabile nel 2-5% dei casi, cecità, come conseguenza di ulcere corneali e successivi esiti cicatriziali, e deformità degli arti, a causa di episodi di artrite e osteomielite. La variola minor causa una forma di malattia più lieve, nota anche come alastrim, che può condurre al decesso nell’1% dei casi.

Le conseguenze dell’ebola

Si conoscono cinque specie appartenenti al genere dell’ebola virus e quattro di queste sono responsabili della malattia da virus Ebola (in inglese ebola virus disease) che colpisce gli umani con una febbre emorragica con un tasso di letalità molto alto. Le cinque specie di virus riconosciute dall’International Committee on Taxonomy of Viruses prendono il nome dalle regioni dove sono stati individuate per la prima volta.

Le specie sono: Bundibugyo ebolavirus, Reston ebolavirus, Sudan ebolavirus, Taï Forest ebolavirus (originariamente Côte d’Ivoire ebolavirus) e Zaire ebolavirus. Lo Zaire ebolavirus è la specie di riferimento per il genere Ebolavirus ed è costituita da un solo ceppo noto, semplicemente chiamato ebola virus, il quale è caratterizzato dal più alto tasso di letalità degli Ebolavirus ed è anche responsabile per il maggior numero di epidemie di Ebola attribuibili al genere, comprese l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Zaire del 1976 e l’epidemia di febbre emorragica di Ebola in Africa Occidentale del 2014, che è quella che ha causato finora il maggior numero di vittime. Gli Ebolavirus sono stati descritti per la prima volta dopo l’epidemia di febbre emorragica scoppiata nel sud del Sudan nel giugno 1976 e nello Zaire nell’agosto 1976.

Le conseguenze della tubercolosi

Chiamata anche tisi o poriformalicosi, in sigla Tbc, la tubercolosi è una malattia infettiva causata da vari ceppi di micobatteri, in particolare dal Mycobacterium tuberculosis, chiamato anche Bacillo di Koch. La tubercolosi attacca solitamente i polmoni, ma può colpire anche altre parti del corpo. Si trasmette per via aerea attraverso goccioline di saliva emesse con la tosse. La maggior parte delle infezioni che colpiscono gli esseri umani risultano essere asintomatiche, cioè si ha un’infezione latente. Circa una su dieci infezioni latenti alla fine progredisce in malattia attiva, che, se non trattata, uccide più del 50% delle persone infette.

I sintomi classici sono una tosse cronica con espettorato striato di sangue, febbre di rado elevata, sudorazione notturna e perdita di peso. L’infezione di altri organi provoca una vasta gamma di sintomi. La diagnosi si basa sull’esame radiologico (comunemente una radiografia del torace), un test cutaneo alla tubercolina, esami del sangue e l’esame microscopico e coltura microbiologica dei fluidi corporei. Il trattamento è difficile e richiede l’assunzione di antibiotici multipli per lungo tempo. La resistenza agli antibiotici è un problema crescente nell’affrontare la malattia. Si ritiene che un terzo della popolazione mondiale sia stata infettata con M.tuberculosis, e nuove infezioni avvengono ad un ritmo di circa una al secondo. Nel 2007 vi erano circa 13,7 milioni di casi cronici attivi e nel 2010 8,8 milioni di nuovi casi e 1,45 milioni di decessi, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo.

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Le pandemie del futuro

Esistono diverse malattie delle quali si è temuto che potessero dare origine a nuove, catastrofiche pandemie. Alcuni esempi sono la febbre lassa, la febbre della Rift Valley, il virus di Marburg, il virus Ebola, i coronavirus mutanti e vari tipi di febbre emorragica. La maggior parte di questi morbi sembrano essere però troppo virulenti e rapidi a uccidere per potersi diffondere su vasta scala. Il virus dell’Hiv può essere considerato pandemico, sebbene la sua diffusione – per ora inarrestabile nel sudest africano – sia teoricamente controllabile con misure preventive di applicazione piuttosto semplice, e la sua importanza in Europa e nel resto del mondo occidentale sia al momento piuttosto ridotta.

Nel 2003 si è temuta una pandemia di Sars. Dopo l’attacco alle Torri Gemelle, le istituzioni e i media hanno più volte fatto riferimento alla minaccia di azioni terroristiche con uso di armi biologiche, e dunque alla possibilità che una pandemia possa essere iniziata scientemente da un gruppo etnico o politico ai danni di un altro, liberando nell’ambiente agenti patogeni selezionati o modificati per ottenere gli effetti più devastanti.

Sembra che si possa anche osservare una certa regolarità nelle pandemie di influenza, con intervalli compresi tra i  20 e i 40 anni. A partire dal febbraio 2004 si sono cominciate a rilevare casi di influenza aviaria in Vietnam. Si teme che l’influenza aviaria possa combinarsi con ceppi di influenza umana, dando vita a una pandemia potenzialmente molto pericolosa. Nel 2009 c’è stata una pandemia influenzale del virus H1N1, ovvero l’influenza suina, che si è rivelata meno pericolosa del previsto. Nel 2010 non si sviluppò nessun tipo di pandemia. La più recente epidemia in ordine di tempo è l’ebola.

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