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Dolori mestruali pre e post ciclo: ecco cosa e come fare

Questo è dedicato alle donne, in particolare alle tante donne che seguono il blog: dolori mestruali pre e post ciclo. A differenza dei maschi, loro hanno un appuntamento mensile a cui rinuncerebbero volentieri, ma dal quale non è possibile scappare. Per loro, ogni mese coincide con un nuovo ciclo e l’inizio di questo nuovo ciclo coincide con il primo giorno delle mestruazioni, che consiste nell’eliminazione della cellula uovo non fecondata, insieme al flusso del sangue e alle secrezioni mucose provenienti dallo sfaldamento e dall’espulsione del tessuto che riveste l’interno della cavità uterina (si chiama endometrio).

In assenza di flusso mestruale si parla di amenorrea, che può essere sintomo di una malattia o di cattive abitudini di vita. Nei casi in cui si manifesta un’assenza prolungata del ciclo mestruale, quindi, è opportuno rivolgersi al ginecologo che, solo dopo avere identificato la causa che ne ha determinato la comparsa, si potrà procedere al trattamento più idoneo. Tra i disturbi legati al ciclo mestruale, si ricordano la sindrome premestruale e la dismenorrea. La prima è un complesso di disturbi, tra cui dolori, malessere, instabilità emotiva, irritabilità e depressione – che precedono di alcuni giorni l’arrivo della mestruazione e che migliorano o scompaiono con il suo inizio.

La dismenorrea, invece, è il ciclo mestruale doloroso e può essere primaria o secondaria a seconda della causa che l’ha provocata. Infine è da ricordare l’endometriosi, una malattia caratterizzata dalla presenza di endometrio al di fuori dell’utero, in sedi anomale, per esempio le ovaie e le tube. La malattia può essere asintomatica o presentarsi con sintomi quali: dolore prima e durante la mestruazione, dolore pelvico cronico, dolore durante e dopo i rapporti sessuali, flusso mestruale alterato o particolarmente abbondante.

Approfondiamo l’argomento, che dici? Ne vale la pena? Anche sì. Seguimi. A partire dalla pubertà e fino alla menopausa, la donna in condizioni normali produce una cellula uovo matura ogni mese. Contemporaneamente, il suo corpo subisce una serie di cambiamenti in preparazione ad un’eventuale gravidanza. Se in quel mese la donna non rimane incinta, il suo apparato riproduttivo ritorna al punto di partenza e il ciclo inizia da capo. Ciascuna fase all’interno di questo schema ripetitivo è determinata dall’attività degli ormoni secreti dall’ipotalamo, dall’ipofisi e dalle ovaie.

Ogni mese, l’inizio del ciclo coincide con il primo giorno della mestruazione, che consiste nell’eliminazione della cellula uovo non fecondata insieme al flusso ematico e alle secrezioni mucose provenienti dallo sfaldamento e dall’espulsione dell’endometrio in assenza di fecondazione. Come ultimo giorno del ciclo si considera il giorno precedente l’inizio della mestruazione successiva. Nella maggior parte delle donne, la mestruazione ha una durata variabile dai due ai sette giorni, mentre la durata media del ciclo mestruale è di circa ventotto giorni.

Ciclo mestruale: la prima volta tra 10 e 14 anni

Nella maggior parte delle donne la prima mestruazione si verifica nell’età compresa tra i dieci e i quattordici anni. Quando la prima mestruazione compare prima dei nove anni si parla di pubertà precoce, mentre quando compare tra i sedici e i diciotto anni si parla di ritardo puberale o menarca ritardato. La mancata comparsa della mestruazione oltre i diciotto anni di età viene definita amenorrea primaria. Cos’è l’amenorrea? Sui dizionari scientifici, il termine amenorrea definisce l’assenza di flusso mestruale, che può essere anche di natura fisiologica: sono quattro, infatti, i differenti periodi della vita di una donna che sono “naturalmente” caratterizzati dall’assenza fisiologica di flusso (la pre-pubertà, la gravidanza, l’allattamento e la post-menopausa).

La cessazione del ciclo mestruale, al di fuori delle fasi appena elencate, può essere sia sintomo di una possibile condizione patologica sia conseguenza di cattive abitudini di vita. Quindi, l’amenorrea può essere di due tipi: primaria quando interessa una ragazza che raggiunti i diciotto anni non ha ancora avuto la sua prima mestruazione (menarca) e secondaria quando si verifica l’assenza di mestruazioni (per un periodo di almeno tre mesi) in una donna che ha avuto un periodo di cicli spontanei regolari.

La causa più frequente di amenorrea primaria è la pubertà ritardata che può avere un’origine ormonale o genetica; in alcuni casi, inoltre, tale condizione può essere la conseguenza della presenza di malformazioni congenite degli organi genitali. L’amenorrea secondaria, che interessa un numero maggiore di donne, può essere riconducibile a molteplici cause che includono: malattie endocrine (per esempio, alterazioni dell’ipofisi o della tiroide), alcuni tumori, malattie genetiche o dell’apparato riproduttivo, malnutrizione o disturbi del comportamento alimentare, traumi, interventi chirurgici, malattie psichiatriche, assunzione di alcuni farmaci (per esempio tranquillanti e antidepressivi), stress emotivo, un intenso esercizio fisico.

In alcuni casi diagnosticare la causa che ha determinato la condizione di amenorrea può essere difficoltoso e richiedere del tempo. Il medico, infatti, dopo avere ricostruito l’anamnesi individuale e familiare della paziente, ed eseguito l’esame obiettivo, può ritenere necessario procedere con ulteriori approfondimenti attraverso esami del sangue, radiografie, ecografie e indagini genetiche. Identificata con certezza la causa dell’amenorrea sarà possibile affrontare il problema, scegliendo la modalità più idonea per la specifica paziente – tramite la somministrazione di un trattamento farmacologico, attraverso un intervento chirurgico, oppure guidando la donna verso uno stile di vita più salutare.

C’è poi anche la sindrome premestruale, o disforia, con cui fino ad ora non abbiamo fatto i conti. È un complesso di disturbi che precedono di alcuni giorni l’arrivo della mestruazione e che migliorano o scompaiono con il suo inizio. Mentre alcune donne, prima del ciclo mestruale, non presentano alcun disturbo rilevante, per molte di loro questo appuntamento mensile rappresenta un vero problema, caratterizzato da: dolori, malessere, instabilità emotiva, irritabilità, depressione. A questi sintomi si aggiungono le difficoltà nelle relazioni interpersonali, per esempio un atteggiamento aggressivo con i propri familiari, litigi continui con il partner, essere impossibilitati a recarsi sul posto di lavoro, a causa delle accentuate variazioni del tono dell’umore.

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Dolore e sindrome premestruale arriva in età fertile

La sindrome premestruale colpisce molte donne in età fertile, interessando soprattutto le fasce culturali medio-alte, probabilmente perché più attente al proprio benessere. Generalmente, la sindrome è più accentuata nei dieci giorni che precedono il ciclo mestruale, tende a peggiorare con il passare dei giorni, per scomparire gradualmente nel momento in cui arriva la mestruazione. Può durare dai dieci ai quattordici giorni, vale a dire, per chi ha cicli molto regolari di 28 giorni, dal sedicesimo giorno fino all’arrivo del ciclo mestruale: un periodo molto lungo, durante il quale la donna può manifestare anche un grande appetito.

Molti sono i sintomi che si manifestano subito dopo l’ovulazione e variano da donna a donna: comparsa di foruncoli, irritabilità, vampate di calore, variazioni del tono dell’umore, sensazione di gonfiore, crisi di pianto immotivate, difficoltà di concentrazione, ritenzione idrica con conseguente aumento di peso, depressione, mal di testa, dolore al seno, dolori pelvici, aggressività, ansia, stanchezza, modificazioni dell’appetito, perdita della libido. Le cause all’origine dei sintomi premestruali non sono del tutto note: una parte della responsabilità nella comparsa dei disturbi è probabilmente da imputare ad una variazione dell’equilibrio ormonale, ma sembra ipotizzabile che la sindrome premestruale sia il risultato dell’azione di fattori diversi.

Prima del ciclo si verifica un meccanismo per cui si manifesta una maggiore tolleranza all’introduzione degli zuccheri, un processo che fa aumentare la voglia di dolci: da qui possono nascere dei sensi di colpa da parte della donna. E ancora, la mancanza della vitamina B6, che produce di serotonina, incaricata al controllo del sonno, allo stato dell’umore, al comportamento sessuale e alla fame, che spesso si riscontra nella donna prima della mestruazione, pare spieghi la comparsa di un disturbo come la depressione.

Non esistono test di laboratorio che permettano di diagnosticare la sindrome premestruale; la formulazione della diagnosi si basa, infatti, sulla scadenza mensile della comparsa dei sintomi. Sicuramente fa bene ridurre il consumo di alcol, caffeina e tabacco, nonché diminuire il consumo di sale per limitare la ritenzione di acqua. Il trattamento della sindrome premestruale presenta delle difficoltà. Con la somministrazione della pillola anticoncezionale, per esempio, la sindrome diventa più tollerabile. I migliori metodi restano quelli naturali a base di lo stretching, yoga o attività fisica. Anche i sali di magnesio, utilizzati durante i giorni critici della sindrome, ne attenuano la sintomatologia, grazie al loro intervento su alcune reazioni enzimatiche a livello cerebrale.

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Melatonina: fa bene e si può assumere, ma con moderazione

Più che una notizia è una conferma: la melatonina si può assumere, ma con moderazione. Ognuno di noi, quotidianamente, produce melatonina. Solo che con il passare del tempo se ne produce sempre meno. Ed ecco il ruolo chiave dell’integrazione di melatonina nell’organismo. Dormire bene, riposare meglio e non saccheggiare le risorse di questo prezioso “ormone-che-non-è-un-ormone”.

Questa sostanza è secreta principalmente dall’epifisi, ghiandola pineale, e si rivela essenziale al nostro organismo. In alcuni Stati e a dosaggi farmacologici di almeno tre grammi a dose viene utilizzata con successo per combattere alcuni tipi di tumori. Al pari della chemioterapia. O in abbinamento. Ma come al solito, andiamo per gradi.

Comincio col dirti che te ne parlo perché, a mio modesto parere, le sue potenzialità sono in assoluto sottovalutate e ancora, ahimè, poco conosciute. Altro equivoco di comodo che va chiarito è che non si tratta di un vero e proprio ormone, perché continua ad essere presente nel nostro organismo anche in assenza della ghiandola pineale, per esempio in seguito a un’asportazione chirurgica.

La melatonina viene prodotta all’interno della scatola cranica in base all’alternanza luce-buio e la sua secrezione influenza il ritmo sonno-veglia e di conseguenza una sua carenza può portare all’insonnia. Non è un ipnotico vero e proprio come i classici sonniferi ma solo una sostanza ipno-favorente.

Tutti i medici la considerano ormai da anni una sostanza naturale e, quindi, sicura tanto da poterla dare anche ai bambini per aiutarli a dormire. Integratore e farmaco, se il dosaggio supera i due milligrammi, utilizzato sempre più spesso per risolvere i problemi d’insonnia, che colpiscono oltre nove milioni di italiani e che sono in aumento anche nell’età pediatrica.

Farmacologicamente si chiama “N-acetil-5-metossitriptammina” e agisce sull’ipotalamo regolando, appunto, il ciclo sonno-veglia. Oltre che negli esseri umani, è prodotta anche da animali, piante (ma si chiama fitomelatonina) e microorganismi.

Al buio viene rilasciata e crea una sorta di rilassamento e favorisce lo scivolamento verso il sonno. La melatonina è coinvolta nel meccanismo che consente ad alcuni anfibi e rettili di cambiare il colore della propria pelle e la sua storia ci racconta che fu scoperta in relazione a questo suo ruolo biologico.

Già nel 1917, due ricercatori, McCord e Allen, notano che l’estratto delle ghiandole pineali delle mucche schiariva la pelle delle rane. La sostanza fu isolata nel 1958 dall’urina di topo, da un professore di dermatologia, Aaron Lerner, dell’Università Yale, in ricerche spinte dall’aspettativa che la sostanza presente nella ghiandola pineale potesse essere utile nel trattamento di affezioni della pelle.

Verso la metà degli anni Settanta del secolo scorso, viene dimostrato che la produzione di melatonina da parte della ghiandola pineale umana segue un ritmo circadiano. Nel caso tu non lo sapessi, in cronobiologia e in cronopsicologia, il ritmo circadiano è un ritmo caratterizzato da un periodo di circa ventiquattro ore.

Il termine “circadiano”, coniato da Franz Halberg, viene dal latino “circa diem” e significa appunto “intorno al giorno”. La scoperta delle proprietà antiossidanti della melatonina è del 1993. Il primo brevetto per il suo impiego a basse dosi nel trattamento dell’insonnia fu accordato a Richard Wurtman del Mit nel 1995.

La melatonina regola il ciclo sonno-veglia

In quello stesso periodo la melatonina inizia ad apparire sulla stampa, soprattutto su quella a diffusione non settoriale, come possibile trattamento per varie malattie. Ad esempio, viene usata principalmente per combattere il jet lag, nelle persone costrette a turni di notte e per stabilire il ciclo sonno-veglia nei soggetti non vedenti. Ma non solo.

La melatonina, inoltre, viene usata per curare: insonnia in genere, sindrome della fase del sonno ritardata (Dsps), insonnia connessa alla sindrome da deficit di attenzione e iperattività (Adhd), insonnia causata dai betabloccanti, problemi del sonno nei bambini affetti da disturbi dello sviluppo come autismo, paralisi cerebrale, ritardo mentale.

Inoltre, è usata per chi soffre del disturbo comportamentale del sonno in fase Rem, ovvero persone che durante la fase più profonda del sonno quando in genere siamo come paralizzati si muovono come se mettessero in scena il sogno”. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Current opinion in pulmonary medicine” ha dimostrato che alcuni trattamenti per l’insonnia, tra cui la melatonina, possono migliorare considerevolmente la qualità di vita oltre che il sonno dei pazienti affetti da broncopneumopatia cronica ostruttiva.

È anche prescritta come aiuto per il sonno nelle persone che smettono di assumere le benzodiazepine, usate come sonniferi o come ansiolitici, e per diminuire i sintomi dell’astinenza quando si smette di fumare.

Viene usata anche per numerose altre condizioni indipendenti dal ritmo sonno veglia, tra cui i tumori, ma in questi casi si va al di là degli utilizzi con riscontri concreti in letteratura scientifica. La melatonina viene sintetizzata in assenza di luce dalla ghiandola pineale poco dopo la comparsa dell’oscurità, le sue concentrazioni nel sangue aumentano rapidamente e raggiungono il massimo tra le due e le quattro di notte per poi ridursi gradualmente all’approssimarsi del mattino.

L’esposizione alla luce, soprattutto alla lunghezza d’onda blu tra 460 e 480 nm, inibisce la produzione della melatonina in misura dose-dipendente. È pertanto utilizzata per il trattamento a breve termine dell’insonnia al di sopra dei cinquantacinque anni d’età.

Nei neonati i livelli di melatonina si regolarizzano verso il terzo mese, con i picchi di concentrazione compresi tra la mezzanotte e le otto del mattino. Interessante notare come con l’adolescenza il rilascio notturno tenda a ritardare, causando difficoltà di addormentamento alla sera e risvegli ritardati alla mattina.

La produzione andrà poi a diminuire con l’età, probabilmente una delle ragioni alla base dell’aumento di frequenza dell’insonnia nel paziente anziano. Si sa con certezza che l’ormone gioca un ruolo di rilievo anche nella gestione del sistema immunitario. L’effetto antinfiammatorio è quello meglio documentato.

La sostanza viene spesso introdotta in integratori formulati per donne con ovaio policistico o con problemi di fertilità, in quanto esiste uno studio che sembra dimostrare un possibile effetto di abbassamento dell’Fsh. Parliamo anche dei dosaggi.

Nel caso di formulazioni a rilascio immediato è possibile rilevare l’aumento e il picco delle concentrazioni nel sangue in circa un’ora. Sono tuttavia disponibili sul mercato anche formulazioni a rilascio prolungato in grado di permettere un assorbimento distribuito sul circa dieci ore, in grado così di mimare l’andamento fisiologico di secrezione dell’ormone.

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Eccesso di melatonina e potenziali effetti collaterali

Parliamo di effetti collaterali. Si è portati a pensare, erroneamente, che gli effetti collaterali della melatonina siano nulli. Ma non è assolutamente vero. Innanzitutto, va detto che derivano da un uso inappropriato della sostanza: negli anni, vari culturisti professionisti e svariate riviste d’informazione sportiva hanno affermato la possibilità, con il sostegno di alcuni studi scientifici, che dosi giornaliere comprese fra mezzo e tre milligrammi, assunte circa trenta minuti prima dell’allenamento, aumentino i livelli di ormone della crescita, senza dare effetti collaterali, che di solito vengono riconosciuti in irritabilità e sonnolenza.

La melatonina diminuisce la sintesi di testosterone e quindi la libido. Più precisamente, inibisce la secrezione dell’ormone luteinizzante, che stimola nel maschio l’attività endocrina delle cellule interstiziali del testicolo con produzione di testosterone e di sperma, e nella femmina l’ovulazione e la conversione del follicolo ovarico in corpo luteo.

Dunque, ci possono essere degli effetti collaterali tra cui mal di testa, vertigini e sonnolenza durante il giorno, che potrebbero rappresentare un rischio per chi svolge dei lavori che richiedono un’attenzione costante come i conducenti dei mezzi pubblici o i medici.

La melatonina potrebbe anche interferire con la pressione sanguigna, il diabete e aumentare il rischio di coagulazione del sangue, quindi non dovrebbe essere utilizzata da persone che già assumono altri farmaci che influenzano questa funzione o da persone con questo tipo di disturbi.

Può causare tachicardia e sarebbe meglio non usarla in chi soffre di disturbi dell’umore perché in alcuni soggetti potrebbe favorire uno stato depressivo mentre in altri ansia o irrequietezza. Tra gli effetti collaterali un po’ meno frequenti della melatonina ci sono i disturbi del movimento, l’ipertensione, la riduzione della salivazione, la debolezza, infiammazioni della pelle.

A volte si possono verificare anche reazioni allergiche o pseudo tali, un aumento del desiderio sessuale, variazioni dell’umore, svenimenti, valori del sangue alterati e crampi notturni. Secondo molti medici, dovrebbero evitare integratori di melatonina coloro che soffrono di insufficienza epatica, le donne in gravidanza o allattamento e coloro che sono affetti da allergie croniche o malattie immunitarie.

Assunta per periodi prolungati, la melatonina può avere un effetto depressivo nei soggetti predisposti, può inibire l’ovulazione proprio a causa della soppressione del rilascio di Gnrh. Con una circolare del Ministero della Salute, titolata “Rivalutazione degli apporti ammessi di melatonina negli integratori alimentari”, è stato ridotto l’apporto massimo giornaliero consentito per la melatonina negli integratori alimentari, portandolo da cinque a un milligrammo.

La domanda finale, potrebbe essere: quale melatonina? La melatonina si trova anche in alcuni alimenti come orzo, olive e noci, ma viene “prescritta” come integratore reperibile in farmacia o in erboristeria sotto forma di compresse, sciroppi, tisane o, ultimo arrivato, spray.

Si può acquistare in farmacia ed è disponibile in due versioni: quella da un milligrammo (prodotto da banco) e quella da due (farmaco da prescrivere). Sempre meglio prediligere quella pura, cioè non associata ad altri principi come vitamine o estratti vegetali. La melatonina è stata usata, in Italia, per curare il cancro ed era alla base del “metodo Di Bella” (di seguito puoi leggere la relazione originale), seguito poi dal “metodo Pantellini”.

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Guida al bullismo: cosa fare e come evitarlo per vivere meglio

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

A partire dagli anni 2000 diventa fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Esiste un legame tra bullismo e mobbing? Quale?

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

PROMEMORIA > Gli studiosi americani non escludono che un bullo possa evolvere in un futuro spree killer o serial killer. Questo vale anche per le donne. In particolare sulle donne serial killer ho scritto un libro. Scopri di più: Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Bullismo: si può tentare di evitarlo? Come?

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Violenza diretta e violenza indiretta: le differenze

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione: una risposta inadeguata

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Prima l’isolamento e poi le violenze fisiche e morali

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

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Hikikomori: il malessere interiore che arriva dal Giappone

引きこもり o 引き籠もり per voi può non significare nulla e ben lo comprendo. Lo ammetto anche a me hanno dovuto tradurlo. Ma perché sono arrivato a farmi tradurre questa parola? Avevo mangiato pesante a cena? No. Si pronuncia hikikomori ed è il nome di una rovinosa tendenza sociale che porta a “murarsi vivi” in casa e miete adepti e vittime. Nasce in Giappone e si estende a tutto il mondo. Hikikomori significa “isolarsi”, “restare in disparte”.

Così, in giapponese viene indicato chi ha scelto di ritirarsi dalla vita sociale, spesso cercando livelli estremi di isolamento e confinamento. Scelte causate da fattori personali e sociali di varia natura. Tra questi la particolarità del contesto familiare, caratterizzato dalla mancanza di una figura paterna e da un’eccessiva protettività materna, oltre che dalla grande pressione che la società giapponese e più in generale capitalistica esercita sin dall’adolescenza verso autorealizzazione e successo personale.

Hikikomori si riferisce al fenomeno sociale e a coloro che appartengono a questo gruppo sociale, che di sociale non ha nulla. L’hikikomori non è un eremita dagli occhi a mandorla, ma è un malato di mente. Si tratta di una volontaria esclusione sociale, una forma di ribellione della gioventù giapponese alla cultura tradizionale e all’intero apparato sociale da parte di adolescenti che vivono reclusi nella loro casa o nella loro stanza senza alcun contatto con l’esterno, né con i familiari né con gli amici.

Ecco perché non sono eremiti. Non vanno via, lontano. Si murano vivi in casa. Il termine hikikomori trova ufficialità anche nelle linee guida del governo che cerca di arginare e contrastare il crescente fenomeno di chi si rifiuta di lasciare la propria abitazione e si isolano per lunghi periodi, andando in contro a depressione e comportamenti ossessivo-compulsivi, automisofobia (paura di essere sporchi) e manie persecutorie.

Lo stile di vita di questi ragazzi è caratterizzato da un ritmo sonno-veglia invertito, con le ore notturne spesso dedicate a componenti tipiche della cultura popolare giapponese, come la passione per il mondo manga (la figura dello hikikomori è spesso utilizzata negli anime e nei manga, e per certi versi può essere vista come uno stereotipo dei cartoni animati giapponesi) e, soprattutto, la sostituzione dei rapporti sociali diretti con quelli mediati via internet.

Come ci si ammala e come si diventa un hikikomori

La persona rifiuta i rapporti personali fisici, mentre con la mediazione della chat e dei videogiochi online può addirittura passare la maggior parte del suo tempo intrattenendo relazioni sociali di vario tipo. Però, va precisato che solo il dieci per cento degli hikikomori va in internet, mentre il resto impiega il tempo leggendo libri, girovagando all’interno della propria stanza o semplicemente oziando, incapace di cercare lavoro o frequentare la scuola.

La mancanza di contatto sociale e la prolungata solitudine hanno effetti profondi, come la perdita delle competenze sociali, i riferimenti comportamentali e le abilità comunicative necessarie per interagire con il mondo esterno. Gli hikikomori lasciano di rado la loro stanza. Lì dentro si lavano anche, chiedono che il cibo venga lasciato dinanzi alla porta e consumano i pasti all’interno della propria camera. Alcuni reclusi meno soggetti all’agorafobia sono in grado di uscire di casa una volta al giorno o una volta alla settimana per recarsi in appositi luoghi in cui trovare colazioni da asporto e pasti precotti e preconfezionati.

Il ritiro dalla società è gradualmente. I ragazzi non riescono a immaginarsi adulti o hanno l’impressione di crescere. Sono infelici, perdono le amicizie, la sicurezza e la fiducia in loro stessi, con un aumento dell’aggressività e della violenza verso i genitori, che supera il cinquanta per cento dei casi. Sovente, non è possibile attribuire l’insorgenza di hikikomori a un trauma specifico: semplicemente, alcuni giovani perdono l’energia che ci si aspetta abbiano i ragazzi appartenenti alla loro fascia d’età.

Spesso gli hikikomori incominciano rifiutandosi di andare a scuola. La diffusione del fenomeno in Giappone ha avuto luogo dalla metà degli anni Ottanta del secolo scorso e si ritiene che sono coinvolti circa un milione di giapponesi, corrispondente a circa l’uno per cento della popolazione. In genere, gli hikikomori sono maschi primogeniti di ceto sociale medio-alto e di età compresa tra diciannove e trent’anni.

Il fenomeno non è circoscritto al Giappone. Hikikomori è diffuso, in percentuale minore, anche nel mondo occidentale e nel resto dell’Asia. Ad esempio, a Parigi, tra il 2011 e il 2012, sono stati individuati trenta casi di persone di età compresa tra i sedici i trent’anni, tra i quali risultano particolarmente colpiti i soggetti che hanno scarsa vita sociale o coloro che non hanno completato o hanno avuto difficoltà a completare gli studi.

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Una malattia psicologica che dal Giappone arriva in Europa

Per questo motivo, a partire 2010, ricercatori francesi collaborano insieme a esperti giapponesi per individuare le cause del fenomeno e chiarire se esso sia prerogativa solamente del Giappone o se sia presente anche in società culturalmente differenti. In Italia si stima che un individuo ogni duecentocinquanta sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale, con una cinquantina di casi dichiarati e presi in carico.

Altre stime parlano invece di un individuo su duecento. Nel 2013, secondo la Società Italiana di Psichiatria, circa tre milioni di italiani tra i quindici e i quarant’anni soffriva di questa patologia. Bisogna fare attenzione a non confondere questo fenomeno con la cultura nerd e geek, o con una semplice dipendenza da internet.

“Si tratta di un brutto male che affligge tutte le economie sviluppate – chiarisce Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia, associazione nazionale di informazione e supporto –. Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila. C’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di escludersi”. Un esercito di reclusi che chiede aiuto. Un esercito che è destinato ad aumentare con l’aumentare della povertà e il diminuire delle opportunità lavorative e, di conseguenza, sociali. Anche il bullismo può indurre all’hikikomori.

In America Latina si tratta di un fenomeno nuovo, con più di cinquanta casi accertati in Argentina, dove è stato individuato il caso di un uomo che per vent’anni si era rifiutato di abbandonare la propria abitazione, nella città di Viedma. In Asia il fenomeno è diffuso soprattutto in Bangladesh, India, Iran, Taiwan, Thailandia, Cina e Corea del Sud. Secondo uno studio del 2012 nella sola Hong Kong il numero di reclusi sociali ammontava a oltre diciottomila, il triplo rispetto a una precedente stima del 2005. Durante la stessa indagine sono stati presi in carico e studiati più di centonovanta soggetti, dei quali alcuni in isolamento totale da almeno sei anni. In Corea si parla di oltre trecentomila persone.

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Lo hikikomori potrebbe essere una resistenza alla pressione all’autorealizzazione e al successo personale presente nei ragazzi giapponesi già nella scuola media, dove è essenziale che siano eccellenti negli studi e nella professione. A causa della natura fortemente omologante della cultura giapponese, se un ragazzo non segue un preciso percorso verso un’università d’élite o un’azienda di prestigio, molti genitori, e di conseguenza i loro figli, vivono questo come un grave fallimento. Il sistema educativo giapponese, influenzato dai valori tradizionali confuciani, riveste perciò un ruolo importante nella produttività del Paese e nelle possibilità di affermazione nel mondo del lavoro dei giovani.

Il percorso di vita degli adolescenti giapponesi deve essere preciso e lineare e non esistono altri modi per soddisfare le aspettative pre-imposte dalla società e, soprattutto, non soddisfarle significa fallire totalmente. L’eccessiva pressione competitiva nel sistema scolastico per ambire ai migliori posti di lavoro, rimasta immutata all’interno di una società che, però, dopo la crisi degli anni novanta, ha perso la maggior parte della sua forza economica, viene ritenuto uno sforzo inutile da molti adolescenti giapponesi. Però, in una società che continua ad avere da decenni sempre la stessa massima: “Il chiodo che sporge va preso a martellate”. Questa mentalità, porta i genitori a chiedere aiuto in ritardo. A volte, un po’ troppo tardi.

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Quella rivoluzione chiamata dieta della longevità

Esiste la dieta della longevità? Dallo scienziato che ha rivoluzionato la ricerca su staminali e invecchiamento, la dieta mima-digiuno per vivere sani fino a centodieci anni. In questo libro Valter Longo condensa tutte le sue scoperte scientifiche e ci spiega come ridurre il grasso addominale, rigenerare e ringiovanire il nostro corpo abbattendo in modo significativo il rischio di cancro, malattie cardiovascolari, diabete e malattie neuro-degenerative come l’Alzheimer, istruendoci infine sugli effetti benefici di una periodica dieta di restrizione calorica.

La dieta di Valter Longo cura con il cibo, rivoluzionando il rapporto con esso. Semplice da adottare ogni giorno per chi già apprezza la tradizione mediterranea, la dieta del professore Longo si affianca a una pratica antica e comune in tutte le culture e dimenticata dalla nostra società dell’abbondanza: la dieta mima il digiuno, in modo “mirato” e calibrato sulle esigenze della vita di oggi. Va, però, detta una cosa molto importante.

Longo è molto prudente e, leggendo il solo libro, non è possibile cogliere appieno le vere potenzialità delle sue scoperte e della dieta in particolare. Bisognerebbe leggere tutta la letteratura scientifica prodotta nella sua carriera per capire la serietà dei suoi studi. Tuttavia è un ottimo testo divulgativo. Una guida indispensabile per impostare un regime alimentare che riduca drasticamente i fattori di rischio per le malattie cronico-degenerative quali diabete, cancro, sclerosi multipla eccetera.

Il libro tratta fondamentalmente di due tipi di diete: la “dieta della longevità” e la “dieta mima digiuno”. La dieta della longevità è un regime alimentare cronico, da seguire anche per tutta la vita. Consiste principalmente in una dieta vegana, priva di cibi ad alto indice glicemico, con l’aggiunta del pesce. La dieta mima digiuno, invece, è un regime alimentare periodico e clinicamente testato. Esso consiste in una drastica riduzione dell’apporto calorico per cinque giorni, da ripetere da due a dodici volte l’anno, a seconda della condizione fisica dei pazienti.

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Ovviamente Longo vuole che chi intraprenda questa strada sia seguito da un medico o da un biologo nutrizionista esperto in questo campo. Segnalo che ciò che distingue la dieta mima digiuno dalle altre diete non sono solamente i risultati straordinari ottenuti negli studi clinici e negli studi di laboratorio, ma la solidità di tutti i dati scientifici su cui essa si fonda: dall’epidemiologia allo studio sui centenari. Dunque, una dieta che può essere seguita senza diventare necessariamente fanatici.

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