Articoli

Noi tossici di Stazione Termini

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammeto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

La canapa: ma piantatela tutti

La canapa? Ma piantatela tutti! Non vi sto invitando a fumarla e neppure a coltivarla. Che ciascuno faccia pure come gli pare. Dico solo che l’economia mondiale e l’ambiente non possono più fare a meno delle materie prime alternative. Osteggiata dalle lobby proibizioniste, la canapa è indispensabile come coltura alternativa a quelle tradizionali destinate all’alimentazione, che rappresentano un mercato ormai saturo. Siccome mi piace studiare, conoscere, sapere, ho fatto un “viaggio” nel mondo di una pianta affascinante e dai mille usi.

Un viaggio in quel Paese chiamato Italia, che fino allo stop imposto dal Decreto Cossiga, era uno dei maggiori produttori di canapa e, quindi, di fibra e di materiali utili per produrre energia (che i cittadini pagano a caro prezzo) pannelli assorbenti, corde, tende, vele… Ma cos’è la canapa? E’ una pianta a fiore che, insieme al luppolo, completa la famiglia delle cannabinacee. E’ originaria dell’Asia centrale e sacra per la gente hindu e fin dai tempi più antichi, nelle sue tante varietà, era coltivata in tutto il mondo. Fino al diffondersi delle lobby proibizioniste, quelle aggregazioni di poteri occulti legati al petrolio, al mercato dei farmaci e ai produttori di materiali edili.

Di questa pianta si usa praticamente tutto. E’ un po’ come il maiale, non si butta via nulla. Il fusto della canapa, tanto per cominciare, costituisce materia prima per la produzione di una carta resistente e duratura, di fibre tessili, di fibre plastiche e di concimi naturali. In medicina, umana e veterinaria, le foglie e i fiori di questa resistentissima pianta possono essere utilizzati come antinfiammatori e antidolorifici. Con la canapa, inoltre, si producono ottimi cosmetici, come creme e saponi. Ma non solo. In teoria si potrebbero anche costruire automobili di canapa. Basti pensare che la Ford nel 1923 aveva realizzato il Modello T, un prototipo composto per il 60% di derivati dalla canapa e della soia.

Pensate che l’elenco degli impieghi della canapa si sia esaurito? Errore. Grave errore. Anche molte case sono realizzate in gran parte con derivati dalla cannabis: vernici, colle, mattoni, rivestimenti… Non ultimi per importanza, i semi sono ricchissimi di acidi linoleici, vitamine e amminoacidi essenziali e possono essere usati per la spremitura di un olio ottimo da usare a tavola, ma valido anche come combustibile. Tutte queste cose, una volta, erano note a tutti, ma poi, con l’avvento del proibizionismo, si è diffusa una controcultura che denuncia un uso di cannabis quasi esclusivamente ricreativo.

In questi anni di grandi preoccupazioni per l’ambiente tutti devono sapere che per l’inquinamento, l’effetto serra e la distruzione delle foreste esistono anche delle vere soluzioni e non solo dei palliativi. La canapa sta a dimostrarlo. Giorno dopo giorno. Settimana dopo settimana. Anno dopo anno. Anche chi ha scelto di investire sulla canapa lo sa bene. Molti altri fanno finta di non saperlo. La maggior parte non lo sa davvero. Te lo ripeto: con questa pianta si potrebbero salvare ogni anno centinaia di milioni di alberi, produrre ogni tipo di tessuti, fabbricare carburanti, materie plastiche e vernici non inquinanti.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Olio e semi di canapa ricchi di proteine

Con i semi della canapa e con l’olio che da essi si ricava si potrebbe colmare la carenza di proteine dei Paesi in via di sviluppo. Salvare l’ambiente, produrre la carta in modo non inquinante e senza sacrificare gli alberi, sostituire i prodotti chimici del petrolio (migliorare i conti con l’estero e creare nuovi posti di lavoro). La fibra della canapa è molto resistente e durevole e può essere resa fine quanto si vuole. Può convenientemente sostituire le fibre sintetiche ed il cotone, la cui coltivazione è molto inquinante. Il legno, molto ricco di cellulosa, è un sottoprodotto a costo zero una volta estratta la fibra. La canapa ne produce quattro volte di più rispetto ad una uguale superficie di bosco. È possibile quindi fabbricare senza inquinare una carta che dura centinaia di anni.

La pianta della canapa si può coltivare in pianura, al mare, in collina e perfino in montagna fino ai mille e cinquecento metri di altezza sul livello del mare. Praticamente la si potrebbe coltivare un po’ dappertutto.  “Per poter germinare la pianta di canapa deve trovare un terreno umido. Proprio per questo, nel Centro Sud si semina da metà febbraio a metà marzo, mentre al Nord da metà marzo ai primi di aprile. La pianta della canapa non teme neppure le gelate tardive. Quelle che nel 99% dei casi fanno strage di molte piante. Per seminare, si impiegano normali seminatrici da grano con distanza compresa tra i quindici e i venti centimetri tra le file e disco adattato per la canapa”, mi spiega Felice Giraudo, presidente del coordinamento nazionale Assocanapa.

Piantagione canapa sativa

Una piantagione di canapa sativa in Piemonte.

Per colture da fibra tecnica si seminano cinquanta chili per ettaro (in caso di destinazione tessile le densità sono maggiori), per le colture da seme bastano venticinque chilogrammi per ettaro. Attenzione, però: la canapa ama i terreni umidi, ma morirebbe subito se si verificasse un ristagno di acqua.

“Se seminata con una buona tecnica, la canapa non richiede diserbo. Nei terreni ricchi di azoto, la concimazione si rivela inutile, anche se il terreno è povero di fosforo. La pianta resiste alla carenza di acqua più di tutte le altre colture industriali. Nel 2003, nella stessa località, il mais non irrigato è morto, mentre la canapa non irrigata ha prodotto il -30%”, mi spiega ancora il numero uno di Assocanapa.

Le varietà più adatte alla produzione sono quelle italiane. Le varietà selezionate per i climi più freddi, se piantate in Italia, vanno in prefioritura e di conseguenza bloccano la crescita della pianta. “La canapa da fibra tecnica si raccoglie a fine agosto. Si taglia con la falciatrice, si lascia in campo per circa quaranta giorni, per una prima macerazione, e poi si rotoimballa. Oppure si lascia in campo fino a metà novembre e si rotoimballa direttamente. Solo che così facendo si perde parte del canapulo. La raccolta della canapa da seme avviene tra settembre e ottobre. Si raccoglie con una mietitrebbia modificata. La canapa da fibra tessile si raccoglie a luglio, prima che avvenga la fioritura. Si taglia con un apposito macchinario e si rotoimballa con una pressa da lino”.

Rese produttive alte con la canapa

La canapa dà rese produttive elevate nei terreni delle pianure alluvionali. Con le varietà italiane, la resa media in sostanza secca sfiora i 130 quintali per ettaro (esistono record di 210 quintali per ettaro). “La canapa migliora i terreni – argomenta Giraudo –. Dopo la sua coltivazione sono stati riscontrati consistenti incrementi delle produzioni di cereali e ottime performance delle colture orticole”, riferisce il “numero uno” di Assocanapa. A cosa sono dovuti questi miglioramenti che non sono frutto di studi scientifici, bensì di sperimentazioni individuali?

“Il miglioramento è attribuito a diversi fattori. La canapa raggiunge con la radice profondità notevoli dove preleva i nutrienti che in seguito, spogliandosi delle foglie, in parte restituisce allo strato superficiale. Un altro fattore è legato alla presenza, nella canapa, di sostanze con proprietà battericide e insetticide. Senza dimenticare che durante la fase vegetativa, queste piante trattengono notevoli quantità di azoto prelevato dal terreno”. Ma si può coltivare?

“La canapa in Italia si può coltivare, a condizione che venga coltivata una varietà a basso tenore di thc, inferiore allo 0,2%. La si trova senza alcun problema nel Registro europeo delle sementi. Deve essere seguita la procedura stabilita dalla circolare numero 1 dell’8 maggio 2002 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali. Le piante di canapa sono autodiserbanti e lasciano il campo ripulito dalle erbacce infestanti. Non esistono motivi validi per cui bisognerebbe vietarne la coltivazione. È una pianta come le altre”. Forse migliore. Di seguito, come spesso faccio, ho raccolto una serie di prodotti di ottima qualità. Sono tutti ad uso alimentare o ricreativo e totalmente legali.

Consigliati da Amazon

Mangiare semi di canapa: i benefici

Mangiare semi di canapa fa bene. Sono tanto piccoli, quanto potenti. I semi di canapa sono uno dei frutti oleiferi più preziosi dal punto di vista nutrizionale e di conseguenza anche da quello medico, se è vero, come è vero, che noi siamo quello che mangiamo. A trasformare in dato di fatto quest’affermazione è lo spettro degli acidi grassi presenti nell’olio di canapa: il 90% è costituito da acidi grassi insaturi, di questi circa l’80% sono pufa, acidi grassi polinsaturi, l’11% sono monoinsaturi e il 9% sono saturi.

Hai capito bene, c’è una totale assenza di acidi grassi transaturi. L’olio, e di conseguenza i semi da cui si ricava l’olio e su cui concentriamo la nostra attenzione in questo post, è ricco di efa, acidi grassi essenziali, tra cui gli omega 6 (acido linoleico e il raro acido gamma linolenico) e gli omega 3 (acido alfa linolenico e acido stearidonico) nella giusta proporzione per favorire il ricambio cellulare e dei lipidi, e contribuire al mantenimento del sistema ormonale.

Gli efa non possono essere sintetizzati dal nostro corpo, quindi devono essere apportarti necessariamente attraverso la nutrizione. Raramente gli omega 3 sono presenti in così grandi proporzioni negli altri oli vegetali. Va precisato che l’olio è da utilizzare a crudo nel condimento delle pietanze (mai da esporre al calore perché può incendiarsi), come alternativa all’olio di oliva.

Dai semi di canapa si ottiene un’ottima farina.

Poiché la carenza di acidi grassi essenziali alla lunga può causare disfunzioni neurologiche e visive, ipertensione, sbilanciamento ormonale, difficoltà di rimarginare ferite e di crescita cellulare, artrite e sindrome premestruale, l’assunzione di semi di canapa è vivamente consigliata per il suo effetto fortemente protettivo da tutte queste patologie. Infine, avendo anche un ottimo tenore in carboidrati, costituisce un eccellente integratore energetico.

Buona risulta la percentuale di fibra e di sali minerali, in particolare il ferro e il fosforo, ma anche potassio, magnesio e calcio. Dal punto di vista vitaminico, i semi di canapa sono ricchi di vitamina A, E, PP, C e vitamine del gruppo B, eccetto la B12. La ricchezza di vitamina E si rivela importante per l’azione antiossidante e preventiva sulle malattie degenerative.

L’impiego nell’alimentazione quotidiana di questi semi è indicato sia come nutrimento essenziale per ridurre i livelli di colesterolo ldl, per rafforzare il sistema immunitario e coadiuvare le terapie in diverse patologie (artrite reumatoide, asma, psoriasi, eczema atopico, lupus, PMS, depressione, altre malattie autoimmuni) sia per prevenire malattie cardiovascolari.

PROMEMORIA > Potresti leggere altri approfondimenti nelle categorie salute e rimedi naturali

È totalmente privo di colesterolo “cattivo”. Nei semi di canapa, oltre ad una buona percentuale di olio, che abbiamo visto essere di circa il 30%, si ritrovano ottime quantità di proteine con buon valore biologico (20%), fibre insolubili (20-30%) e carboidrati (10-15%). Dai semi di canapa si ricava l’olio di semi di canapa, che contiene una percentuale infinitesimale di thc, meno di una parte su un milione (il thc, com’è noto è il principio responsabile dell’effetto psicoattivo della marijuana). Il che significa che per avere un effetto tossico da questo alimento, cioè un effetto analogo a quello che si ottiene fumando uno spinello, occorrerebbe berne circa dieci litri al giorno… Impossibile.

Per godere a pieno del valore nutrizionale dell’olio di canapa e prevenire i fenomeni di ossidazione e irrancidimento, è molto importante scegliere prodotti estratti per spremitura a freddo e conservati in bottiglie di vetro scure, ben chiuse e conservate al riparo da fonti di luce e calore. Dopo l’apertura, l’olio di semi di canapa andrebbe riposto e conservato in frigorifero. Tra le altre cose, i semi di canapa hanno un gradevole sapore di nocciola e sono rivestiti da un guscio ben digeribile che conserva gli oli e le vitamine.

Possono essere usati crudi o tostati, da soli o con altri semi come condimento per insaporire insalate, verdure, macedonie e muesli, primi piatti, nella decorazione dei dessert, nella preparazione del pane, dei grissini o di altre pietanze. Frullati da soli o con altri semi, si ottiene un composto pastoso dal sapore delicato, tipo burro da spalmare o utilizzare come condimento. La farina ottenuta dalla macinazione dei semi viene utilizzata nella preparazione del latte di semi di canapa, ma anche del tofu di canapa, una variante del tofu classico, a base di fagioli di soia gialla, oltre che di seitan ai semi di canapa.

Consigliati da Amazon