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Crisi da marke(t)ting e storie di volontà: Eugenia Biamonde

Crisi da marke(t)ting e storie di volontà, come quella di Eugenia Biamonde, sembrano due concetti che non possono stare insieme. Infatti. Cominciamo dall’inizio. Internet è in grado di risollevare le aziende editoriali, dalla crisi che le sta decimando giorno dopo giorno, una dietro l’altra? La “carta” che futuro ha? Ma soprattutto, ha un futuro? È davvero l’informazione online, fruibile gratuitamente, l’assassino seriale dei giornali cartacei? Se n’è parlato durante un convegno-dibattito (che per me era un corso di aggiornamento professionale) presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino.

Il relatore era Gianni Riotta, un professionista della comunicazione che non ha bisogno di presentazioni, visto che da oltre trent’anni “cade” sempre in piedi. Ma Eugenia Biamonde, secondo me, ha fatto meglio di lui. Eviterò di dettagliarvi le due ore e venti minuti di brillante monologo e i successivi quaranta minuti di domande, a volte, anche intelligenti e pertinenti. Voglio semplicemente condividere una (mia) riflessione. Parto dall’inizio. Non è nei corsi di aggiornamento professionale la chiave di Volta per superare le continue crisi che periodicamente si attraversano e cambiano il mondo.

Ero convinto e resto della mia idea sul fatto che il web e i siti internet non uccideranno i giornali cartacei, molti dei quali si stanno suicidando a colpi di scelte sbagliate. Altresì, ero convinto e lo sono ancor di più che internet non rappresenti lo strumento idoneo con cui provare a salvare le aziende editoriali dalla crisi dovuta al mancato rinnovamento e causata da quei (molti) direttori e amministratori che hanno trasformato le redazioni giornalistiche in veri e propri marchettifici a cielo aperto.

Il tutto pur di trattenere pochi (quindi sempre più importanti) inserzionisti pubblicitari. Marke(t)ting sovrano. Non si punta più sull’edicola, ci si lamenta spesso di essa e degli edicolanti, si arriva a definirli lobbisti, come se la maggior parte degli editori non lo fosse, ma non si fa nulla per portare la gente in edicola, non si fa nulla per ricreare un motivo d’appuntamento mattutino, o settimanale, o anche mensile. Da anni, quasi tutte le case editrici ricorrono agli ammortizzatori sociali come contratti di solidarietà o cassa integrazione, oppure direttamente ai licenziamenti.

Risultato: organici redazionali ridotti all’osso, procedure completamente sfasate, qualità andata a farsi benedire… E vi stupisce la moria di giornali degli ultimi anni? I siti internet, i forum, i blog, i social network sono realtà gratuite fondamentali, che bisogna saper sfruttare e in cui bisogna essere presenti, tenendo conto del fatto che l’informazione online è una cosa, quella cartacea è completamente un’altra cosa. La maggior parte dei “like” sulla vostra pagina Facebook, probabilmente, non vi comprerà. A meno che…

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A meno che non ci si accorga che la vera battaglia i giornali iniziano a combatterla in edicola, puntando tutto sulla qualità, sulle inchieste libere, scottanti. Fatte da professionisti che le sanno fare. Bisogna coinvolgere le persone, bisogna stringere le mani ai lettori, bisogna darsi un volto, possibilmente non ambiguo.

Bisogna tornare a fare i cani da guardia, riconquistando con i fatti la fiducia del lettorato che c’è e che intelligentemente ha deciso di non farsi contaminare. Bisogna raccontare la gente e i loro problemi, le loro storie. Penso che le nuove generazioni, quelle cresciute nel ventennio che ha preso avvio nel 1994, con l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi e della sua “cricca” di amici imprenditori, abbia perso i confini della cultura addentrandosi nella selva dell’ignoranza e della pigrizia mentale.

Quando qualcuno mi chiede un esempio di azienda che vive senza i social network, tra le tante che mi vengono in mente cito sempre l’esempio di Eugenia Biamonde. Ha vent’anni quando, nel lontano 1962, decide di lasciare la “sua” Cosenza e raggiungere il padre a New York con il marito e una bambina di tre anni.

Sono gli anni in cui la città è in mano alla mafia italo-americana e dove non è bello crescere i figli. Per questo, dieci anni dopo, nel 1972, decide di fare ritorno a casa, in Calabria. Trascorrono trent’anni. Nessuna sorpresa. Un giorno, siamo nel 2004, uno dei figli decide di non seguire la carriera forense e di aprire un’attività negli Stati Uniti d’America, la sua vita cambia di nuovo rotta. Eugenia parte. Doveva essere solo una visita, ma la Pizzeria 28 diventa un vero e proprio marchio di fabbrica della qualità italiana: Miami, Houston e Londra, con il business on-line che procede spedito in parallelo.

Quando il locale è appena aperto e clienti all’orizzonte non se ne vedono, però, Eugenia Biamonde decide di “prenderlo in mano” per lasciare al figlio la gestione legale e amministrativa dell’attività. La cucina è nelle sue mani, ottime mani. La pizza nasce dalla ricetta del nonno di Eugenia, una tradizione di famiglia. Ma clienti nulla.

Non si perde d’animo e, puntualmente, ogni domenica porta davanti alla chiesa dei quadratini di pizza che distribuisce alle persone che escono dalla messa. Offre anche assaggi di torte fatte da lei. Così facendo, sempre più persone iniziano a interessarsi al locale e ad andare a mangiare da lei. Passano dieci anni da quel 2004 ed Eugenia è sempre lì, nel suo negozio al West Village, il figlio organizza le nuove aperture e le pizzerie a New York diventano cinque.