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Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

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I reperti dei delitti del serial killer si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

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La tragedia di Rigopiano e Italia al muro del pianto

Chiamatela “valanga di Rigopiano”, per me resta una tragedia che si poteva evitare. Avvenuta il 18 gennaio 2017 presso l’omonima località, situata nel comune di Farindola, in Abruzzo. La slavina, distaccatasi da una cresta sovrastante, ha investito l’albergo “Rigopiano-Gran Sasso Resort” e provocato ventinove vittime. La tragedia più grave causata da una valanga in Italia dal 1916 e in Europa dal 1999. Un triste primato che abbiamo per il triste vizio di costruire in zone a rischio. Tanto le disgrazie capitano sempre agli altri…

A gennaio 2017, l’Italia viene stata interessata da un’ondata di freddo che provoca copiose nevicate, in particolare sull’Appennino centrale, dove gli accumuli raggiungono anche il metro e mezzo, isolando numerosi centri abitati a causa dell’inagibilità della rete stradale e dell’interruzione nella fornitura di energia elettrica. Il giorno 17 e 18 il bollettino del servizio nazionale di previsione neve e valanghe emesso da Meteomont indica per l’area della Maiella e del Gran Sasso un grado di “pericolo 4” su una scala da 1 a 5, con questa condizione di manto nevoso “Strati di neve fresca asciutta a debole coesione su strati debolmente consolidati.

Il manto nevoso è debolmente consolidato e per lo più instabile su tutti i pendii ripidi” per il giorno 18. Quella stessa mattina, tre scosse sismiche con magnitudo maggiore di 5, attribuite a repliche del terremoto di Amatrice, interessano il centro Italia. Nel frattempo la forte nevicata blocca l’unica via di comunicazione che collega l’albergo col fondovalle e, nonostante i solleciti e gli appelli che fanno leva sui due fattori ambientali, non viene trovata alcuna turbina spazzaneve per liberare la strada e permettere l’evacuazione della struttura.

Nel pomeriggio, avviene un nuovo movimento tellurico. Successivamente si verificano una serie di scosse sismiche consequenziali, di minore intensità rispetto alle altre, che creano una valanga di neve e detriti di grandi proporzioni che si distacca dalle pendici sovrastanti il massiccio orientale del Gran Sasso, tra il Vado di Siella e il Monte Siella, incanalandosi nella Grava di Valle Bruciata (che significa appunto “frana”, “brecciaio”), un canalone coperto da un faggeto, sino a raggiungere l’albergo Rigopiano, che pare essere sorto su un pianoro di detriti venuti giù a valle con altre valanghe e che costituiva l’ampliamento di un ex rifugio di montagna precedentemente gestito dal Cai.

La valanga travolge inesorabilmente la struttura alberghiera, sfondandone le pareti e spostandola di circa dieci metri verso valle rispetto alla posizione originaria. Dopo la tragedia, il primo allarme con l’indicazione dell’avvenuta valanga viene dato alle ore 17.40: si tratta di una telefonata, fatta col cellulare di Giampiero Parete al proprio datore di lavoro, Quintino Marcella: “È caduto, è caduto l’albergo!”. Scatta l’allarme, dopo una certa incredulità iniziale da parte dei responsabili dei soccorsi in zona. Incredulità, che causa un ritardo alla colonna dei soccorsi, per quella che si rivelerà una difficile marcia di avvicinamento alla zona del disastro.

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Momenti drammatici nell’Hotel Rigopiano

Al momento dell’impatto, si trovavano nell’area dell’hotel quaranta persone, ventotto ospiti, di cui quattro bambini e dodici membri del personale, da ore bloccate nel rifugio a causa dell’abbondante nevicata. L’allarme viene lanciato, a mezzo dei loro telefoni cellulari, da Fabio Salzetta, operaio manutentore dell’albergo, e Giampiero Parete, ospite, che si trovavano entrambi immediatamente fuori dalla struttura, il primo nel locale caldaia e il secondo presso la propria automobile, rimasti solo marginalmente coinvolti dalla slavina.

Come detto, la macchina dei soccorsi si attiva solo dopo le 19.30, in quanto le prime telefonate non vengono considerate attendibili dalla prefettura di Pescara. Essendo interrotte le vie di comunicazione ed ostacolata l’avanzata della turbina spazzaneve dalla presenza di tronchi e detriti mescolati a neve sulla strada, vista la nevicata incessante e nell’impossibilità di utilizzare elicotteri per il maltempo, i soccorritori della guardia di finanza e del corpo nazionale soccorso alpino e speleologico decidono di staccarsi dalla colonna dei mezzi di soccorso che proseguiva con la turbina spazzaneve, avanzando con gli sci e dirigendosi alla volta dell’hotel.

Dopo più di due ore di avvicinamento, il gruppo riesce a raggiungere la struttura alberghiera verso le quattro del mattino, soccorrendo i due superstiti che nel frattempo hanno trovato rifugio in un’autovettura. Iniziano quindi le ricerche, che portano al ritrovamento della prima salma. Solo verso mezzogiorno la colonna motorizzata dei mezzi dei soccorsi riesce a raggiungere l’albergo.

Il 20 gennaio attorno alle 12, dopo oltre trenta ore vengono trovati sei sopravvissuti nel locale cucine, salvati da un solaio e localizzati anche grazie alle indicazioni di uno dei superstiti, il manutentore, che ha voluto ritornare sul luogo per aiutare la ricerca dei sopravvissuti. In tutto vengono recuperate vive nove persone intrappolate nell’edificio, cinque adulti e quattro bambini. Gli ultimi superstiti vengono estratti cinquantotto ore dopo la caduta della valanga.

Terminate il 26 gennaio le operazioni di ricerca, delle quaranta persone che si trovavano nel rifugio il bilancio finale risulta di ventinove vittime e undici superstiti. I risultati delle autopsie hanno mostrato che quasi tutte le vittime morirono per traumi a seguito dell’impatto della valanga e asfissia e non per ipotermia. Una delle vittime, in base all’analisi dei messaggi contenuti nel telefono cellulare, sarebbe tuttavia sopravvissuta per oltre quaranta ore dopo la valanga. I superstiti si trovavano fuori dall’albergo, le rimanenti estratte vive si trovavano tutte al piano terra dell’edificio, nella sala da biliardo e nell’area del camino del bar.

La procura di Pescara, ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per accertare eventuali responsabilità circa l’idoneità della struttura portante dell’albergo, il luogo della costruzione dell’edificio rispetto al rischio valanghe e il presunto ritardo dei soccorsi a partire dalle comunicazioni della tragedia. L’albergo, a seguito della ristrutturazione del 2007 con l’introduzione di un centro benessere, era stato al centro di una inchiesta per presunto reato di occupazione abusiva di suolo pubblico, ma gli indagati erano poi stati tutti assolti nel 2016 perché “il fatto non sussiste”.

Nel 1999 uno studio evidenziava che l’albergo sorgeva effettivamente in una zona a rischio, senza tuttavia che ciò abbia influito sui lavori di ristrutturazione e forse l’edificio stesso era stato costruito sui detriti di una precedente valanga del 1936. L’osservazione di alcune fotografie scattate negli anni 1945 e del 1954 con altre scattate negli anni 1975 e 1985 sembrano indicare, secondo alcuni osservatori, un rimboschimento di un’area precedentemente denudata del versante sinistro del canalone, confermando, secondo un geologo l’ipotesi una valanga avvenuta nel 1936 che avrebbe distrutto la copertura boschiva.

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La maledizione della famiglia Rampi: da Alfredino a Riccardo

Sono rimasti mamma e papà, da soli. I loro principali motivi di vita, i figli, se ne sono andati. Chi prima chi dopo. Apprendere della morte di Riccardo Rampi, il fratello più piccolo di Alfredino, ha riaperto una ferita che pensavo essere ormai cicatrizzata. Ha risvegliato un grande dispiacere che avevo vissuto in modo affannosamente doloroso quando ero un bimbo e la mia massima aspirazione era diventare una Giovane Marmotta di “disneyana memoria” (non so in quanti ricordano che a Paperopoli c’era un’organizzazione immaginaria di scout che si chiamavano appunto Giovani Marmotte).

Riccardo è morto a 36 anni, mentre festeggiava l’addio al celibato di un amico. Un infarto. Inutili i tentativi di rianimarlo. Come inutili furono i tentativi di salvare Alfredino, morto a 6 anni, quando Riccardo ne aveva solamente 2, dopo giorni di agonia trascorsi all’interno di un profondo pozzo artesiano a Vermicino, nei pressi di Frascati, in cui era caduto. Eravamo nel 1981, era il mese di giugno. All’epoca ero un “enfante terrible”. Ero in vacanza al mare con i miei genitori, a Fregene, in provincia di Roma.

Ci si portava la radio in spiaggia anche se la musica era indecente e i notiziari molto ma molto rari. Quel giorno, il 10 giugno, Alfredino cadde in un pozzo artesiano, in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, e dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, morì ad una profondità di 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sui media italiani, in special modo grazie alla copertura televisiva che la Rai garantì nelle ultime 18 ore di evoluzione del caso. La famiglia Rampi – papà Ferdinando, mamma Francesca, nonna Veja e i figli Alfredo e Riccardo – stavano trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa.

Alfredo uscì a fare una passeggiata con il padre e alcuni suoi amici. Sulla strada del ritorno, quando erano circa le 19.20, Alfredo chiese al papà di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa, poco prima delle 20, scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz’ora, i genitori cominciarono a cercarlo nelle vicinanze di casa. Non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell’ordine. Giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal via-vai. Tutti parteciparono alle ricerche, che vennero portate avanti anche con l’ausilio di unità cinofile.

La nonna Veja ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo profondo circa 80 metri, recentemente scavato in un terreno adiacente, ove si stava edificando una nuova abitazione. Il pozzo, però, fu trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi. Difficile sospettare che qualcuno potesse essere caduto dentro. Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, pretese di ispezionare ugualmente il pozzo artesiano in questione.

Trovato Alfredino Rampi: si sentono i lamenti

Fece rimuovere la copertura, infilò la testa nell’imboccatura e sentì i flebili lamenti di Alfredo (successivamente si scoprì poi che il proprietario del terreno aveva messo la lamiera sulla fessura verso le 21 di quel giorno, non immaginando che potesse esserci qualcuno dentro). Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono intorno al pozzo. Come prima cosa venne calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che Alfredo era bloccato a 36 metri di profondità: la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza del pozzo.

Tutt’Italia era sintonizzata su RadioRai per gli aggiornamenti, che erano diventati frequenti, o incollati alla Tv, sempre sulla Rai, per capire se tutta quella genete era riuscita a salvare il povero Alfredino. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito difficili. L’imboccatura era larga appena 28 centimetri e aveva una profondità di 80 metri, con pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Era impossibile calare dentro una persona. Si pensò di calare nell’imboccatura una tavoletta legata ad alcune corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparsi per tirarlo su. Fu un grave errore: la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, molto sopra Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla.

Verso l’1 di notte, alcuni tecnici della Rai piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino, che rispondeva lucidamente. Si pensò di scavare un tunnel parallelo al pozzo, per poi aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri che consentisse di arrivare poco sopra il punto in cui si supponeva fosse il bambino. Occorreva una trivella, che fu reperita grazie alla disponibilità di un giornalista del TG2, Pierluigi Pini, che ne possedeva una.

Aveva visto l’appello in su una emittente televisiva laziale. Prima dell’alba dell’11 giugno arrivano sul luogo dell’incidente un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono di calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, Tullio Bernabei, fu il primo a scendere nel pozzo. Tentò di rimuovere la tavoletta che era rimastra incastrata, ma i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo ad un paio di metri di distanza. Dopo si calò un secondo speleologo, ma anch’egli non riuscì a prenderla. Nel frattempo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino, i Vigili del fuoco avevano iniziato a pompare ossigeno nel pozzo.

Era un calvario seguire la cronaca di questa terribile vicenda d’inizio estate. Ma ormai tutti incrociavano le dita per Alfredino e tutti pregavano che si salvasse. Il comandante dei vigili del fuoco di Roma ordinò di sospendere i tentativi degli speleologi di calarsi nel pozzo artesiano e concentrare gli sforzi nella trivellazione del “pozzo parallelo”. Una geologa, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione. E propose di proseguire anche con gli altri tentativi nel pozzo in cui si trovava Alfredino. Alle ore 8.30, la trivella cominciò a scavare.

Prima il terreno si rivelò friabile (2 metri in due ore), poi, come previsto dalla dottoressa Bortolani, la trivella incontrò uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. Contemporaneamente, Alfredino iniziava a lamentare forti rumori, alternava momenti di veglia a colpi di sonno e iniziava a disidratarsi. Chiedeva continuamente acqua. Fu fatta arrivare una trivella più grossa e potente. Da questo momento in poi tutti i telegiornali Rai, prima il TG1 e poi anche il TG2 e il TG3, inizieranno la diretta, con la speranza di riprendere il salvataggio. Il problea è che lì, intorno ad Alfredino, regnava la più totale approssimazione. Attorno al pozzo si era raccolta una folla stimata in oltre 10mila persone, arrivarono anche i venditori ambulanti di cibo e bevande. La zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all’imboccatura della cavità. Un colossale assembramento che rallentò notevolmente la macchina dei soccorsi.

Al lavoro la seconda trivella: famiglia Rampi disperata

Entrò in azione la seconda trivella (la prima aveva scavato un pozzo di 20 metri di profondità, contro i 25 pronosticati all’inizio) e 50 centimetri di diametro. Questa macchina era stata montata a tempo di record – 3 ore contro le 12 previste dal manuale – sottolinearono la cospicuità del problema rappresentato dal sottosuolo duro e compatto, prevedendo non meno di 12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta. Dopo 2 ore e mezza il pozzo aveva raggiunto una profondità di 21 metri. La trivella andava avanti con difficoltà. Il primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che tra l’altro era affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre. Verso le 20 entrò in funzione una terza trivella, più piccola e agile.

Nel frattempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero, per tentare di dissetare Alfredino. Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella trivellazione. Dopo 1 ora e mezza fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario, Isidoro Mirabella, che, a causa di ostacoli, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, ma poté parlargli. Alle 7.30 del 12 giugno la trivella era scesa soltanto a 25 metri di profondità, ma grazie ad un terreno più morbido, poco dopo le 10, lo scavo parallelo era arrivato ad una profondità di 30 metri. Un ingegnere dei vigili del fuoco rivede al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bimbo: 32 metri e mezzo invece di 36. Sul luogo dell’incidente giunse anche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

La nuova valutazione fatta condusse alla decisione di accelerare i lavori e di iniziare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra Alfredino. Arrivò sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, ma si bloccò poco dopo l’accensione. I vigili del fuoco iniziarono a scavare a mano. Nel frattempo Alfredino aveva smesso di rispondere, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando. Parlarono di 48 espirazioni al minuto. Alle 19 il cunicolo orizzontale fu completato e finalmente il pozzo di Alfredino fu posto in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Fu terribile prendere atto del fatto che Alfredino non era più nelle vicinanze del foro appena aperto.

Anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso, a 60 metri. Restava una sola possibilità: la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Ci provò uno speleologo, Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale. Ma l’apertura di comunicazione era troppo stretta e il giovane speleologo dovette desistere. Un coraggioso volontario sardo, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, autista-facchino presso la tipografia romana “Quintini”, si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al al povero Alfredino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì.

L’Italia era col fiato sospeso. Tutti stavamo vivendo quel dramma insieme alla famiglia di Alfredino e a tutti quegli uomini che disperatamente stavano tentando di salvarlo. Il volontario tentò di prendere il bambino per le braccia, ma gli scivolò. Alfredino andò ancora più giù. Per di più, nell’effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. Dovette tornare in superficie senza Alfredino. Verso le 5 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso.

Anch’egli raggiunse Alfredino e provò ad imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato, e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece tirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più pericoloso anche per il soccorritore (erano legate alla stessa sua corda di sicurezza). Quando Caruso tornò in superficie annunciò la probabile morte di Alfredino. Pochi minuti dopo, nell’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno, Giancarlo Santalmassi disse le parole che nessuno avrebbe mai voluto sentire: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa sia servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi”.

La signora Rampi dal Presidente della Repubblica

Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre di Alfredino, la signora Franca, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita della Protezione Civile, all’epoca ancora solo sulla carta. Il corpo senza vita di quel bimbo quasi mio coetaneo fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino. Da notare che i ventuno minatori furono allertati quando ormai ogni speranza era sfumata e si trattava soltanto di recuperare la salma per darle sepoltura.

Raggiunsero Vermicino il 4 luglio e, dopo aver piazzato le loro attrezzature, si calarono nel tunnel parallelo profondo 70 metri con un diametro di 90 centimetri scavato dai vigili del fuoco a 16 metri dal pozzo artesiano nel quale era caduto Alfredino. Il loro compito era quello di realizzare una galleria per raggiungere il punto esatto dove giaceva il corpo del bambino. Fu un intervento complesso e pericoloso. I minatori lavorarono in tre turni continui per sei giorni, fino alla mezzanotte del 10 luglio. Composero la squadra: Italico Neri, Floriano Matteini, Leonello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e Torello Martinozzi.

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Esaminando le fotografie del corpo congelato di Alfredino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva. Durante l’interrogatorio di Angelo Licheri, il volontario disse che era stato lui a metterla ad Alfredino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu contestata dai vigili del fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva essere stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico, che riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio di Alfredino.

L’impressione, anche per quel che riguardava le indagini, era che la Procura brancolasse nel buio. Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all’imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal piccolo Alfredo nelle ore di agonia. Il bambino non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato: “sfondate la porta ed entrate nella stanza buia”. Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l’ipotesi che Alfredino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato – dopo essere stato addormentato – utilizzando l’imbracatura trovata sul suo corpo.

Le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. Successivamente, si arrivò addirittura ad ipotizzare che la lunga agonia di Alfredino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico, come ad esempio la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2.

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