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Come le biciclette hanno cambiato la storia dell’umanità

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

Se la storia non si ripete del tutto, di sicuro si ripropone in modo molto simile. Mentre assistiamo a un’impennata nella richiesta di biciclette e a Paesi che si preparano a spendere miliardi per ridisegnare le città con una rinnovata attenzione a pedoni e ciclisti, vale la pena di ricordare in che modo l’avvento della bicicletta alla fine del XIX secolo ha trasformato la società in tutto il mondo.

Era una tecnologia altamente innovativa, facilmente paragonabile a quella dei moderni smartphone. Nei ruggenti anni intorno al 1890, la bicicletta era l’oggetto irrinunciabile per eccellenza: un veloce, affidabile ed elegante mezzo di trasporto in grado di portarti ovunque, in qualunque momento e gratuitamente.

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

La società si trasformò. Le donne furono particolarmente entusiaste, abbandonarono le ingombranti gonne in stile vittoriano a favore dei pantaloni e di abiti più “razionali” e si riversarono nelle strade. “Penso che l’andare in bicicletta abbia avuto il ruolo più significativo per l’emancipazione femminile di qualsiasi altra cosa al mondo”, affermò Susan B. Anthony in un’intervista al New York Sunday World nel 1896. “Ogni volta che vedo una donna che si muove su due ruote mi fermo a guardarla e mi rallegro… l’immagine di un’autentica e sfrenata femminilità”.

Nel 1898 il ciclismo era diventato un’attività così popolare negli Stati Uniti che il New York Journal of Commerce affermava le perdite commerciali a ristoranti e cinema per oltre 100 milioni di dollari all’anno. La produzione di biciclette divenne uno dei settori più grandi e innovativi di tutta l’America. Un terzo di tutte le richieste di brevetti riguardavano le biciclette, un numero così alto che l’ufficio brevetti statunitense dovette costruire un nuovo edificio per poterle gestire tutte.

L’invenzione della bicicletta è generalmente attribuita a un inglese di nome John Kemp Starley. Suo zio, James Starley, aveva sviluppato il biciclo intorno al 1870. Immaginando che la richiesta di biciclette sarebbe aumentata se non fossero state così spaventose e pericolose da guidare, nel 1885 il trentenne inventore iniziò a sperimentare nella sua officina di Coventry partendo da una bicicletta azionata a catena dotata di due ruote molto più piccole. Dopo aver testato diversi prototipi, arrivò alla bicicletta di sicurezza Rover, un veicolo da 20 kg che assomigliava più o meno a quella che oggi chiamiamo bicicletta.

Quando venne presentata per la prima volta a una mostra di biciclette nel 1886, l’invenzione di Starley venne guardata con curiosità. Ma due anni dopo, quando la bicicletta di sicurezza fu abbinata allo pneumatico appena inventato, che non solo ne ammortizzava l’andatura, ma la rendeva anche più veloce del 30%, il risultato fu pura magia.

I produttori di biciclette di tutto il mondo si precipitavano a presentare le loro nuove versioni, e centinaia di nuove aziende nacquero per soddisfare le richieste. Nel 1895, in occasione della fiera Stanley Bicycle Show di Londra, circa 200 produttori misero in mostra 3.000 modelli.

Uno dei maggiori produttori era la Columbia Bicycles, il cui stabilimento di Hartford, in Connecticut, era in grado di produrre una bicicletta al minuto grazie alla catena di montaggio automatizzata, una tecnologia pionieristica che un giorno sarebbe diventata il tratto distintivo dell’industria automobilistica. Azienda all’avanguardia in un settore in piena crescita, la Columbia offriva ai suoi dipendenti anche un parcheggio per biciclette, spogliatoi privati, pasti agevolati presso la mensa aziendale e una biblioteca.

L’inarrestabile richiesta di biciclette favorì la nascita di altri settori, come quello dei cuscinetti a sfera, del filo per i raggi, dei tubi in acciaio, della produzione di utensili di precisione, che continuarono a plasmare il mondo manifatturiero anche quando la bicicletta venne relegata al reparto giocattoli. L’effetto domino si allargò anche al mondo della pubblicità. Agli artisti veniva chiesto di creare poster meravigliosi, aprendo un mercato redditizio alle tecniche litografiche appena inventate, che permettevano di stampare con colori ricchi e vivaci. Le strategie di marketing, come l’obsolescenza programmata e la presentazione di nuovi modelli ogni anno, hanno avuto inizio con il commercio delle biciclette intorno agli anni ’90 del 1800.

Patrimonio genetico e politico

Con una bicicletta tutto sembrava possibile e le persone comuni iniziarono a partire per viaggi straordinari. Nell’estate del 1890, ad esempio, un giovane luogotenente dell’esercito russo pedalò da San Pietroburgo a Londra, percorrendo circa 112 km al giorno. Nel settembre del 1894, la 24enne Annie Londonderry partì da Chicago con un cambio di abiti e un revolver con il calcio in madreperla, diventando la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta. Poco meno di un anno dopo fece ritorno a Chicago vincendo un premio da 10.000 dollari.

In Australia, tosatori di pecore nomadi macinavano centinaia di chilometri nell’entroterra desertico alla ricerca di lavoro. Partivano per questi viaggi come se fossero semplici pedalate nel parco, osservava il giornalista corrispondente C.E.W. Bean nel suo libro On The Wool Track. “Chiedeva la strada, accendeva la pipa, montava sulla bicicletta e partiva. Se fosse cresciuto in città, come molti tosatori, molto probabilmente sarebbe partito con indosso un cappotto nero e una bombetta… proprio come per andare a bere il tè a casa delle zie”.

E nell’America occidentale, durante l’estate del 1897, il 25° Reggimento dell’Esercito americano, un’unità afroamericana conosciuta con il nome di Buffalo Soldiers (Soldati bisonte, NdT), completò l’eccezionale percorso di oltre 3.000 km da Fort Missoula in Montana, fino a St. Louis nel Missouri, per dimostrare l’utilità delle biciclette per i militari. Trasportando l’attrezzatura completa e le carabine e viaggiando lungo sentieri impervi e fangosi, i Buffalo Soldiers percorrevano circa 80 km al giorno, due volte più velocemente di un’unità di cavalleria e a un terzo del costo.

L’avvento della bicicletta influì praticamente su ogni aspetto della vita, l’arte, la musica, la letteratura, la moda e persino il patrimonio genetico. I registri parrocchiali in Inghilterra mostrano un notevole aumento dei matrimoni tra villaggi diversi durante il periodo d’oro delle biciclette dell’ultimo decennio del 900. I giovani resi improvvisamente liberi girovagavano per la campagna a piacere, socializzavano lungo le strade, si incontravano in villaggi lontani e, come facevano notare i severi sostenitori dei principi morali, spesso lasciavano indietro i loro vecchi chaperon.

Nel 1892 il cantautore inglese Henry Dacre ottenne un notevole successo su entrambe le sponde dell’Atlantico con la canzone Daisy Bell e il suo famoso ritornello “a bicycle built for two” (una bicicletta per due, NdT). Lo scrittore H.G. Wells, appassionato ciclista e acuto osservatore della società, scrisse diversi romanzi dedicati al ciclismo, opere leggere incentrate sulle possibilità di questo nuovo e meraviglioso mezzo di trasporto, che offriva romanticismo, libertà e l’opportunità di abbattere le barriere sociali.

Wells non era l’unico visionario che capì come la bicicletta sarebbe riuscita a modellare il futuro. “L’effetto [delle biciclette] sullo sviluppo delle città sarà senza alcun dubbio rivoluzionario”, affermò nel 1892 uno scrittore in una rivista americana di sociologia. In un articolo intitolato “Influenze economiche e sociali della bicicletta” l’autore prevedeva città più pulite, più verdi, più tranquille, con abitanti più felici, più sani e più aperti al mondo esterno. Grazie alla bicicletta, scriveva, i giovani “vedono una fetta più ampia di mondo e allargano i loro orizzonti. Mentre altrimenti potrebbero solo raramente spingersi oltre le distanze percorribili a piedi da casa, in bicicletta invece si spostano costantemente da una cittadina all’altra, imparando a conoscere tutte le contee e, durante le vacanze, esplorando non di rado diversi stati. Queste esperienze aiutano a sviluppare un carattere più energico, autonomo e indipendente…”.

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Il peso politico di milioni di ciclisti e di una delle industrie più grandi del Paese ha portato a rapidi miglioramenti nelle vie di città e nelle strade di campagna, mentre i ciclisti spianavano letteralmente la strada per l’era dell’automobile, all’epoca ancora imprevedibile. Nel 1895 Brooklyn inaugurò uno dei primi percorsi del Paese dedicati alle biciclette, da Prospect Park a Coney Island. Il primo giorno fu utilizzato da circa 10.000 ciclisti. Due anni dopo, la città di New York adottò il primo codice della strada del Paese in risposta al numero sempre crescente di “bolidi”, ciclisti che sfrecciavano a tutta velocità. Il capo della polizia, Teddy Roosevelt, introdusse la figura del poliziotto in bicicletta, in grado di fermare i velocisti, perché il “ronzino del popolo” era ancora l’oggetto più veloce sulla strada.

Ma tutto questo non sarebbe durato a lungo. Prima della fine del decennio, gli appassionati di meccanica su entrambe le sponde dell’Atlantico si resero conto che le ruote a raggi, la trasmissione a catena e i cuscinetti a sfera potevano essere combinati con i motori per realizzare veicoli ancora più veloci, sebbene non silenziosi come le biciclette e non così economici da utilizzare, ma divertenti da guidare e redditizi da produrre. A Dayton, in Ohio, due meccanici di biciclette, i fratelli Wilbur e Orville Wright, stavano esplorando l’idea di una macchina volante “più pesante dell’aria”, fissando le ali alle biciclette per testare le possibilità aerodinamiche e finanziando la loro ricerca con i profitti del loro negozio di bici.

Tornando alla cittadina di Coventry, nell’Inghilterra settentrionale, James Kemp Starley, la cui bicicletta di sicurezza Rover è stata all’origine di tutto negli anni ’80 del 1800, morì improvvisamente nel 1901 all’età di 46 anni. Ma nel frattempo la sua azienda stava passando dall’umile bicicletta alla produzione di motociclette e successivamente di automobili. Era la strada del futuro: nella lontana America, un altro ex meccanico di biciclette di nome Henry Ford stava diventando piuttosto bravo.

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Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

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Woodstock: barba, capelli, droga e sesso in libertà

Il nome vero dell’evento era Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, entrato nell’immaginario collettivo con il più semplice nome di Festival di Woodstock. Una manifestazione che si svolse a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie. Lo slogan ufficiale era 3 Days of Peace & Rock Music, 3 giorni di pace e musica rock. Furono presenti circa un milione di spettatori.

Dici Woodstock e pensi subito al festival rock per antonomasia. Ricorre quest’anno il cinquantenario della manifestazione che dal 15 al 18 agosto 1969 richiamò oltre 400.000 mila giovani nella campagna circostante la piccola cittadina di Bethel, nello Stato di New York. Tutti insieme per vivere tre giorni all’insegna della pace, dell’amore libero e, ovviamente, della musica. Dalla sera alla mattina le esibizioni si susseguirono praticamente senza sosta e sul palco salì gran parte degli artisti simbolo di quel periodo.

Santana, Crosby, Stills & Nash, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Country Joe McDonald, Richie Havens e Sly & The Family Stone, per citarne solo alcuni. Tanti generi diversi, dal folk, al rock classico passando per il soul, il blues e la world music. Ma per molti c’era un elemento unificante: la barba. Erano infatti gli anni dei capelloni e delle barbe lunghe, più o meno incolte, simbolo della voglia di ribellarsi alle convenzioni e alle regole della società dei propri genitori.

Il nome vero dell’evento era Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, entrato nell’immaginario collettivo con il più semplice nome di Festival di Woodstock. Una manifestazione che si svolse a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie. Lo slogan ufficiale era 3 Days of Peace & Rock Music, 3 giorni di pace e musica rock. Furono presenti circa un milione di spettatori.

Ma che c’entra Woodstock, se l’evento si svolse a Bethel? Il nome ha origine dalla vicina città di Woodstock, nella contea di Ulster, conosciuta per le sue attività artistiche e fu l’ultima grande manifestazione del movimento che da allora si diffuse peraltro sempre più fuori dagli USA, dove era nato, pur senza la coesione e l’originalità che avevano permesso negli anni Sessanta eventi come il Monterey Pop festival, la Summer of Love a San Francisco e lo stesso Festival di Woodstock.

Woodstock era stato ideato come un festival di provincia, ma accolse inaspettatamente più di un milione di persone e trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora, che si alternarono sul palco. L’esibizione terminò un giorno dopo il previsto, il tutto condito da quantità enormi di Cannabis e LSD, tra cui il celebre “Orange Sunshine”. Il festival ebbe una grande carica simbolica la cui notorietà continua ancora oggi e fu un grande evento della storia del rock e del costume.

Un festival omonimo è stato riproposto ogni dieci anni dopo l’originale e, nel 1994, per celebrare i venticinque anni da allora; ogni volta vengono ospitati nuovi artisti, assenti nelle edizioni precedenti, insieme a musicisti già esibitisi su quel palco: così questi eventi, ciclicamente, danno un’idea della trasformazione della società (in particolare negli Stati Uniti) dalla prima ispirazione hippie alle edizioni più recenti, che hanno visto anche episodi di violenza e una sfumatura commerciale ben lontani dall’atmosfera allegra e utopistica dei “figli dei fiori”.

Come e perché nasce il Festival di Woodstock

I promotori del festival di Woodstock furono Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. Roberts e Rosenman avevano pubblicato un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal, presentandosi come “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.

Lang e Kornfeld li contattarono, e con loro progettarono uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock, nella contea di Ulster dello stato di New York, un luogo dall’atmosfera ritirata e tranquilla. Presto, però, immaginarono di realizzare al suo posto un più ambizioso festival musicale e artistico. Roberts era incerto se abbandonare l’iniziativa, consolidando le perdite che vi aveva subito; infine la sua decisione fu di restare nel gruppo e finanziare il Festival.

Woodstock era per loro un’iniziativa commerciale, che chiamarono appunto “Woodstock Ventures”, una possibilità di guadagni. Divenne una manifestazione ad ingresso libero quando gli organizzatori si accorsero di stare attirando centinaia di migliaia di persone in più del previsto: circa 186.000 biglietti erano stati acquistati in prevendita.

Solo alla fine la scelta del luogo cadde su Bethel

Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un’area di 1,2 chilometri quadrati nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto. Alle autorità locali era stato assicurato che non si sarebbero radunate più di 50.000 persone, ma gli abitanti si opposero subito all’iniziativa. All’inizio di luglio fu varata una nuova legge locale, per cui sarebbe occorso un permesso speciale per ogni assemblea di più di 5.000 persone. Infine, il 15 luglio il concerto fu definitivamente vietato con la motivazione che i servizi sanitari previsti non sarebbero stati a norma.

La nuova (e definitiva) location fu Bethel, della contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 chilometri a sud-ovest di Woodstock. Elliot Tiber, il proprietario del motel “El Monaco” sul White Lake a Bethel, si offrì di ospitare il festival in una sua tenuta di 15 acri. Aveva già ottenuto un permesso dalla città per il “White Lake Music and Arts Festival”, che sarebbe stato un concerto di musica da camera.

Quando si accorse che la sua proprietà era troppo piccola per Woodstock, Tiber presentò gli organizzatori a un allevatore, Max Yasgur, che accettò di affittare loro 600 acri (2,4 chilometri quadrati) per 75.000 dollari. La notizia del concerto che si preparava fu annunciata da una radio locale già prima che i promotori e Yasgur lasciassero il ristorante dove si erano accordati, fatta trapelare da alcuni lavoratori del locale. Altri 25.000 dollari furono pagati come affitto a proprietari confinanti per ingrandire il sito del festival.

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La Zanzara: una storia tutta italiana di libertà violate

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Un sondaggio che mi sarebbe piaciuto fare, per testare e tastare la cultura media italiana, consisteva in una domanda secca su una storia italiana di libertà violate. Nominando “La Zanzara” a cosa pensi? Al di là dell’apparente banalità, il quesito non l’ho mai proposto perché avrei ricevuto una “quintalata” di risposte gettate a “muzzo”, o a caso che dir si voglia.

Una maggioranza assoluta di insettofili, tanti radioascoltatori che avrebbero indicato la celebre trasmissione radiofonica di Giuseppe Cruciani su Radio24 e una piccola forbice di medio acculturati che mi avrebbe posto la seguente domanda: parliamo della zanzara o de “La Zanzara” e soprattutto a quale periodo storico si fa riferimento?

Domanda giusta e risposta corretta già implicitamente data. Non sono prevenuto, diciamocelo pure: quella de “La Zanzara” è una storia di libertà violata. Semplicemente cosciente del fatto che in Italia sono avvenuti tanti scandali che, nel bene e nel male, hanno scritto la nostra storia, cambiato le nostre idee, allargato o ristretto i nostri orizzonti. Sì, anche la tua.

E sono testimone del fatto che, nel trentennio 1980-2010 (non che poi sia andata meglio…), per comodità di una classe politica avida e avara di principi morali e di rispetto verso i cittadini è stata promossa la cancellazione della nostra memoria storica. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Destinato a servire qualcuno. A non avere nulla a parte la mera sopravvivenza. Forse.

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Conosciamo la giovane redazione de La Zanzara

La rivista, che nella sua storia ebbe giovani redattori, divenuti poi firme importanti nel giornalismo italiano, è nota per uno scandalo scoppiato nel 1966, quando la pubblicazione di un articolo sulla sessualità degli studenti portò alla denuncia e al processo di tre suoi redattori. Una storia che si ripete nel tempo, una storia di libertà di opinione e libertà di informazione violate e aggredite. Ma anche una storia di emancipazione culturale che poteva solo essere negata da potentati e bigotti e che nella realtà poteva essere rallentata e non fermata.

Cosa succede il 22 febbraio del 1966? “La Zanzara” si comporta da giornale, nel vero senso della parola. Informa attualizzando. La rivista, organo ufficiale dell’associazione studentesca pariniana, pubblica un’inchiesta dal titolo “Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”. Firmavano il “pezzo” Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano.

Nell’inchiesta emersero le opinioni moderne di alcune studentesse del Liceo Parini in merito alla loro educazione sessuale e al proprio ruolo all’interno della società. “Molti rapporti sono esperienze utili”, diceva una delle intervenute. “Entrambi i sessi hanno diritto ai rapporti prematrimoniali”, diceva un’altra. E poi ancora: “Il divorzio deve esistere anche solo per il rispetto che si deve alla libertà dell’uomo”. Apriti cielo.

Cronaca di una libertà violata da leggi fasciste

Siamo in Italia e lo eravamo ancor di più nel Secondo Dopoguerra. Come pensare che almeno un gruppo che professa di credere in Gesù Cristo e in tutti i Santi del Paradiso non dicesse la sua? Come pensare che il bigottismo nostrano si sarebbe detto indifferente dinanzi l’“affronto” di un gruppo di studenti che sapeva fare del buon giornalismo? Gli scandali della pedofilia che hanno colpito la Chiesa nel Terzo Millennio, all’epoca erano lontani. Non lontani dalle carni dei ragazzini, ma lontani dai mass media. Quindi, l’associazione cattolica Gioventù Studentesca gridò. Protestò per “l’offesa recata alla sensibilità e al costume morale comune”. L’argomenti “educazione sessuale” veniva considerato osceno e le intervistate erano minorenni. Tutte.

Il 16 marzo 1966, un mese dopo la pubblicazione, i tre redattori vengono accompagnati in Questura e denunciati. Il magistrato Pasquale Carcasio obbliga i tre studenti, seguendo una legge del 1934, a spogliarsi. Bisogna “verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche”. Claudia Beltramo fa resistenza e in seguito rende noto quanto accaduto. I ragazzi vengono rinviati a giudizio. Il caso de “La Zanzara” rimbalza sulle cronache nazionali, dividendo il Paese. Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano costituiscono il “partito della colpevolezza”, mentre la sinistra e i cattolici progressisti intervengono in difesa degli studenti. Al processo partecipano più di 400 giornalisti, molti dei quali provenienti dall’estero.

Il 23 marzo 1966, qualche giorno prima del processo, un folto gruppo di intellettuali, molti avvocati e giornalisti e migliaia di studenti protesta contro il comportamento del giudice che aveva rinviato a giudizio Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano e anche il preside della scuola. Erano in migliaia in piazza. Tutti che gridavano e inneggiavano alla libertà. Tutti a protestare contro questo attentato alla libertà di informazione. Tutti a chiedere che venissero lasciati in pace gli autori dell’inchiesta. Non era giusto processare o peggio condannare chi ha informato di un cambiamento in atto. Tra l’altro, gli imputati erano difesi da alcuni tra i più noti avvocati d’Italia: Giacomo Delitala, Giandomenico Pisapia e Alberto Dall’Ora.

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La sentenza assolve gli studenti-redattori

Il 2 aprile 1966 la sentenza assolse i tre studenti dall’accusa di stampa oscena e corruzione di minorenni. La storia de “La Zanzara”, dei tre studenti giornalisti, del processo e dell’assoluzione, viene vista dagli storici italiani, ma anche dai semplici “fessi”, come un’anticipazione, anzi l’anticipazione, di quel cambiamento di costumi che avrebbe coinvolto da lì poco l’Italia e come sintomo indicatore del malessere giovanile, che in quel particolare momento storico era molto alto e che sarebbe sfociato nella Contestazione del Sessantotto.
Nel maggio 2008, in onore del quarantennale del Sessantotto, Marco De Poli e altri suoi ex compagni di classe contattarono la redazione del giornalino del Parini “Zabaione” per concordare l’uscita di un nuovo numero del giornale.

La nuova uscita de “La Zanzara” doveva riprendere l’inchiesta che destò scalpore e che portò ingiustamente a processo negli anni Sessanta tre studenti innocenti. E così è stato. L’edizione del 2008 del giornale fondato nel 1945 nel liceo milanese non era, però, incentrata sulla sessualità tra ragazze del Liceo Parini, ma sul tema dell’omosessualità. Il numero speciale de La Zanzara, che ovviamente conteneva anche l’articolo del 1966, uscì come inserto del Corriere della Sera di Milano il 28 maggio 2008 e come inserto dell’edizione nazionale dello stesso Corriere della Sera il 6 giugno. Il titolo di quel glorioso giornale è stato ripreso dal giornalista-conduttore radiofonico e televisivo Giuseppe Cruciani. Sua la nota trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24.

Il sognatore scelto dal sogno: Lazlo Strange ne è sicuro

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un’esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell’oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo?

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

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“Il sognatore”, primo capitolo della nuova duologia di Laini Taylor, già autrice dell’acclamata trilogia “La chimera di Praga”, non fa che confermarne il grande talento narrativo. In un mondo fantastico e allo stesso tempo perfettamente credibile, abitato da personaggi indimenticabili, il lettore è chiamato a seguire il sogno di Lazlo Strange, perdendosi con lui tra realtà e magia, amore e violenza, terrore e meraviglia. “Scritto meravigliosamente, con una lingua che è al tempo stesso oscura, rigogliosa e seducente. I lettori saranno impazienti di leggere il secondo”, ha recensito Publishers Weekly – Starred Review. Questo libro di cinquecentoventisei pagine va assaporato. Quindi meglio darsi una mossa…

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Il best seller Disperata e Felice: dedicato alle mamme

Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero.

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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Aste al centesimo: ecco le nuove frontiere della dipendenza

Quello delle aste al centesimo online, come il poker online, i casinò sul web e via dicendo, è divenuto ormai un pericoloso fenomeno che interessa centinaia di migliaia di persone in Europa, in crescita costante nei Paesi poveri in cui, spesso, la ricchezza è un sogno irrealizzabile. Potenzialmente, questo problema tocca qualche milione di persone in tutto il mondo. Non è un’esagerazione fantastica. Si tratta di una triste realtà, al limite del borderline, che conferma come la dipendenza sia sempre più destinata a diventare uno dei mali più diffusi nel prossimo futuro.

Esistono nuove frontiere della dipendenza. Internet serve anche a monitorare le nuove frontiere in cui è possibile scaricare la fame da gioco d’azzardo. Tutto legale, per carità. Le aste al centesimo sono uno dei tanti nuovi modi con cui persone malate, dipendenti dal gioco d’azzardo e dal brivido delle puntate, possono rovinare le loro vite e quelle di chi gli sta vicino. Mica pensavate che c’erano solo le famigerate sale slot, i centri scommesse e le bische clandestine, dove si può spendere di tutto scommettendo su tutto.

Peccato non si possa scommettere su quei novantotto miliardi di evasione poi condonati dallo Stato alle varie Atlantis, Sisal, Lottomatica…Se è legale? Formalmente e tecnicamente rispetta le attuali leggi in materia di gioco d’azzardo. In fondo, basta che si dica chiaramente che il gioco d’azzardo causa dipendenza. E forse sarebbe anche il caso di aggiungere che la dipendenza psicologica dal gioco d’azzardo può rovinare la vita di una persona. Come il fumo. Non dimentichiamo che molte normative statutarie nate o riviste negli ultimi decenni non vanno a braccetto né con il buon senso né con la morale.

Quello delle aste al centesimo online, come il poker online, i casinò sul web e via dicendo, è divenuto ormai un pericoloso fenomeno che interessa centinaia di migliaia di persone in Europa, in crescita costante nei Paesi poveri in cui, spesso, la ricchezza è un sogno irrealizzabile.

Potenzialmente, questo problema tocca qualche milione di persone in tutto il mondo. Non è un’esagerazione fantastica. Si tratta di una triste realtà, al limite del borderline, che conferma come la dipendenza sia sempre più destinata a diventare uno dei mali più diffusi nel prossimo futuro.

Il gestore fa soldi a palate, anche più di centomila euro al giorno, qualcuno fa l’affare, in ogni caso meno affare di ciò che pensa, e qualcun altro, tutti gli altri, ci rimettono l’osso del collo. Ti interessa sapere davvero come funziona? Te lo racconto dopo averli testati personalmente. Si chiamano MadBid, piuttosto che Prezzi pazzi, oppure Swoggi, Bidoo (che sono i più frequentati, affidabili e conosciuti) e hanno alle spalle società serie.

Chi vince riceve l’oggetto o gli oggetti aggiudicati nei tempi stabiliti e senza costi aggiuntivi. Si paga il bene e la spedizione. E a questa cifra si somma il valore delle puntate, che sono il vero business che si cela dietro le aste al centesimo. Per uno che vince un premio che ne sono trenta-quaranta, ma anche cento, che perdono tutto.

Cosa perdono tutti gli altri? I soldi. Come? Puntando. Semplicemente puntando. Le puntate sono a pagamento: 4, 5, 6, 8, 10, 12 e più crediti a click. I crediti si acquistano con carta di credito. Il costo, ovviamente, varia da asta ad asta. Dipende da cosa c’è in vendita. Ogni click fa aumentare i prezzi dell’oggetto di un solo centesimo e questo garantisce un prezzo finale basso per l’aggiudicatario.

Dicevo che i crediti si acquistano direttamente sul sito, pagando con carta di credito o con conto PayPal. In genere poco meno di 500 crediti costano circa 50 euro. Con questi bonus, se non si vuole restare a secco già nel giro di 30 minuti, bisognerà cercare di comprare altri crediti, che quasi continuamente verranno proposti all’asta e saranno aggiudicabili a prezzi stracciati rispetto al valore dichiarato: 40-50 euro per 2 mila crediti, al posto di 500 euro.

Punta e ripunta, per questi 2 mila crediti avrete già speso almeno 100 euro e perso almeno 200 dei punti acquistati in precedenza. Una vera e propria esca. E voi la preda. Quando avrete all’attivo almeno 2 mila crediti potrete sperare di partecipare a qualche piccola asta, non affollata, meglio se notturna, perché in realtà se non avete un minimo di 6 mila o 7 mila crediti a disposizione, l’ideale sarebbe partire da 10 mila, non potete permettervi il lusso di sfidare la sorte.

Una serie di aste chiuse. Si osservi i prezzi irrisori a cui vengono battuti gli oggetti. Non potete puntare ad un iPad, ad un i Mac, ad una Canon… Si punta a ritmi velocissimi. A volte non si ha neppure il tempo di leggere il nome di un giocatore che ha puntato che si sovrappongono 4-5 rilanci in un secondo. A questo punto, siccome si è in gioco, si gioca. Almeno, questo è il meccanismo che scatta nel giocatore. E si spende. Pardon, si punta.

Alcune aste danno fino 5 secondi per rilanciare, altre fino a 45 secondi (in questo ultimo caso l’asta può arrivare a durare anche dodici ore). Nessuno immagina che si sta competendo con veri professionisti, venditori con alle spalle grandi budget e possibili o probabili alleanze. Nei corridoi della Polizia Postale si mormora che anche le mafie sono interessate ad alcuni di questi siti. Quantomeno per farci shopping a buon mercato, riciclando soldi sporchi.

Vi verrà il sospetto di avere a che fare con abili venditori quando noterete, circa un paio di ore dopo la chiusura dell’asta in cui avete perso per l’ennesima volta, che gli oggetti per cui vi siete svenati verranno messi in vendita su Ebay o su Amazon con tempi di consegna più lunghi del solito o con modalità particolari, tipo “prenota e paga ora, ti mandiamo una mail appena il prodotto sarà disponibile”.

Sul fatto che Madbid e la maggior parte dei siti di aste on-line siano seri non si discute, sul fatto che su quei siti si facciano affari appare estremamente surreale, a meno che non si giochi in società con la dea bendata. In realtà, chi sta guadagnando (tanto) da questo tipo di business è solo il gestore.

Facciamo un esempio intuitivo a tutti. Mediamente, un iPhone 6 viene aggiudicato tra i 150 e i 250 euro. Considerando che ciò si traduce in qualcosa che oscilla tra le 15 mila e le 25 mila puntate da parte dei partecipanti all’asta, e considerando che ciascuna puntata costa al puntatore da 5 a 10 centesimi, ciò significa che un oggetto di un valore medio di 700 euro viene alla fine a fruttare al gestore d’asta dai 7 mila e 500 ai 25 mila euro.

Sicuramente chi si aggiudica il prodotto a 250 euro può aver fatto l’affare (anche se deve considerare le sue puntate nel costo finale d’acquisto), ma il vero affare lo fa il gestore d’asta. Con 10 prodotti analoghi venduti ogni giorno, il gestore porta a casa tra i 75 mila e i 250 mila euro ogni 24 ore in maniera legale e, purtroppo, accettata e tollerata un po’ ovunque: un po’ di meno negli Stati Uniti d’America, dove molte associazioni vorrebbero che venisse vietato.

E poi c’è l’aspetto più inquietante di tutta la vicenda, che riguarda la politica di marketing, portata avanti da queste società. Partiamo dal fatto che molti siti di aste al centesimo, per regolamento, rendono a modo loro una piccola percentuale di ciò che si è perso. Parte dei risparmi volati via, diventano credito spendibile per acquistare oggetti a prezzi da negozio. Questa piccola cifra, circa 10 euro ogni 100 spesi, è a tempo determinato. O la si investe entro pochi giorni, acquistando qualcosa sul sito internet in questione e magari aggiungendo ancora molti soldi per raggiungere la differenza, o la si perde per sempre. Un altro specchietto per le allodole.

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Non si è neppure liberi di decidere di gettare alle ortiche quella miseriaccia, che subito si viene bombardati da mail che ti invitano ad acquistare ancora crediti con l’offerta del 3×1. Esatto, paghi uno e ti danno il triplo di crediti. Provate a mettervi nei panni di chi, da persona dipendente, si vede fare questa offerta. Pensa: “Non può andare sempre male. I miei familiari si arrabbieranno per tutto quello che ho perso, però magari vinco e ripiano i debiti o mi resta qualcosa. Ma dai proviamo, cosa che vuoi che sia. Anzi, me lo sento, questa sarà la volta buona”.

Si perde di nuovo e, poco dopo, si riceverà un altro messaggio: “Affrettati, c’è un’offerta eccezionale valida solo per te e solo per oggi”. Un circolo vizioso senza apparente fine. Quasi ti senti in colpa di non aver più soldi. Ti viene voglia di indebitarti pur di non diniegare. Ma non lo fai. E allora arrivano gli sms. Una persecuzione che non può non far cedere chi del gioco è schiavo. Una persecuzione con un unico fine: lasciarti in mutande. O forse, toglierti anche quelle.

Crisi da marke(t)ting e storie di volontà: Eugenia Biamonde

Ero convinto e resto della mia idea sul fatto che il web e i siti internet non uccideranno i giornali cartacei, molti dei quali si stanno suicidando a colpi di scelte sbagliate. Altresì, ero convinto e lo sono ancor di più che internet non rappresenti lo strumento idoneo con cui provare a salvare le aziende editoriali dalla crisi dovuta al mancato rinnovamento e causata da quei (molti) direttori e amministratori che hanno trasformato le redazioni giornalistiche in veri e propri marchettifici a cielo aperto.

Crisi da marke(t)ting e storie di volontà, come quella di Eugenia Biamonde, sembrano due concetti che non possono stare insieme. Infatti. Cominciamo dall’inizio. Internet è in grado di risollevare le aziende editoriali, dalla crisi che le sta decimando giorno dopo giorno, una dietro l’altra? La “carta” che futuro ha? Ma soprattutto, ha un futuro? È davvero l’informazione online, fruibile gratuitamente, l’assassino seriale dei giornali cartacei? Se n’è parlato durante un convegno-dibattito (che per me era un corso di aggiornamento professionale) presso il Centro Congressi dell’Unione Industriale di Torino.

Il relatore era Gianni Riotta, un professionista della comunicazione che non ha bisogno di presentazioni, visto che da oltre trent’anni “cade” sempre in piedi. Ma Eugenia Biamonde, secondo me, ha fatto meglio di lui. Eviterò di dettagliarvi le due ore e venti minuti di brillante monologo e i successivi quaranta minuti di domande, a volte, anche intelligenti e pertinenti. Voglio semplicemente condividere una (mia) riflessione. Parto dall’inizio. Non è nei corsi di aggiornamento professionale la chiave di Volta per superare le continue crisi che periodicamente si attraversano e cambiano il mondo.

Ero convinto e resto della mia idea sul fatto che il web e i siti internet non uccideranno i giornali cartacei, molti dei quali si stanno suicidando a colpi di scelte sbagliate. Altresì, ero convinto e lo sono ancor di più che internet non rappresenti lo strumento idoneo con cui provare a salvare le aziende editoriali dalla crisi dovuta al mancato rinnovamento e causata da quei (molti) direttori e amministratori che hanno trasformato le redazioni giornalistiche in veri e propri marchettifici a cielo aperto.

Il tutto pur di trattenere pochi (quindi sempre più importanti) inserzionisti pubblicitari. Marke(t)ting sovrano. Non si punta più sull’edicola, ci si lamenta spesso di essa e degli edicolanti, si arriva a definirli lobbisti, come se la maggior parte degli editori non lo fosse, ma non si fa nulla per portare la gente in edicola, non si fa nulla per ricreare un motivo d’appuntamento mattutino, o settimanale, o anche mensile. Da anni, quasi tutte le case editrici ricorrono agli ammortizzatori sociali come contratti di solidarietà o cassa integrazione, oppure direttamente ai licenziamenti.

Risultato: organici redazionali ridotti all’osso, procedure completamente sfasate, qualità andata a farsi benedire… E vi stupisce la moria di giornali degli ultimi anni? I siti internet, i forum, i blog, i social network sono realtà gratuite fondamentali, che bisogna saper sfruttare e in cui bisogna essere presenti, tenendo conto del fatto che l’informazione online è una cosa, quella cartacea è completamente un’altra cosa. La maggior parte dei “like” sulla vostra pagina Facebook, probabilmente, non vi comprerà. A meno che…

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A meno che non ci si accorga che la vera battaglia i giornali iniziano a combatterla in edicola, puntando tutto sulla qualità, sulle inchieste libere, scottanti. Fatte da professionisti che le sanno fare. Bisogna coinvolgere le persone, bisogna stringere le mani ai lettori, bisogna darsi un volto, possibilmente non ambiguo.

Bisogna tornare a fare i cani da guardia, riconquistando con i fatti la fiducia del lettorato che c’è e che intelligentemente ha deciso di non farsi contaminare. Bisogna raccontare la gente e i loro problemi, le loro storie. Penso che le nuove generazioni, quelle cresciute nel ventennio che ha preso avvio nel 1994, con l’ascesa al potere di Silvio Berlusconi e della sua “cricca” di amici imprenditori, abbia perso i confini della cultura addentrandosi nella selva dell’ignoranza e della pigrizia mentale.

Quando qualcuno mi chiede un esempio di azienda che vive senza i social network, tra le tante che mi vengono in mente cito sempre l’esempio di Eugenia Biamonde. Ha vent’anni quando, nel lontano 1962, decide di lasciare la “sua” Cosenza e raggiungere il padre a New York con il marito e una bambina di tre anni.

Sono gli anni in cui la città è in mano alla mafia italo-americana e dove non è bello crescere i figli. Per questo, dieci anni dopo, nel 1972, decide di fare ritorno a casa, in Calabria. Trascorrono trent’anni. Nessuna sorpresa. Un giorno, siamo nel 2004, uno dei figli decide di non seguire la carriera forense e di aprire un’attività negli Stati Uniti d’America, la sua vita cambia di nuovo rotta. Eugenia parte. Doveva essere solo una visita, ma la Pizzeria 28 diventa un vero e proprio marchio di fabbrica della qualità italiana: Miami, Houston e Londra, con il business on-line che procede spedito in parallelo.

Quando il locale è appena aperto e clienti all’orizzonte non se ne vedono, però, Eugenia Biamonde decide di “prenderlo in mano” per lasciare al figlio la gestione legale e amministrativa dell’attività. La cucina è nelle sue mani, ottime mani. La pizza nasce dalla ricetta del nonno di Eugenia, una tradizione di famiglia. Ma clienti nulla.

Non si perde d’animo e, puntualmente, ogni domenica porta davanti alla chiesa dei quadratini di pizza che distribuisce alle persone che escono dalla messa. Offre anche assaggi di torte fatte da lei. Così facendo, sempre più persone iniziano a interessarsi al locale e ad andare a mangiare da lei. Passano dieci anni da quel 2004 ed Eugenia è sempre lì, nel suo negozio al West Village, il figlio organizza le nuove aperture e le pizzerie a New York diventano cinque.

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Next generation: i ”nostri” ragazzi col cervello in scatola

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Cosa intendo per next generation in scatola? Entri in un bus o in un tram o nella metropolitana e, a parte i poveri e quasi decontaminati vecchietti ultra settantenni, nessuno ti guarda. Non solo non si accorgono di te, ma neppure che il mezzo su cui stanno viaggiando si è fermato. Dai cinquanta ai trent’anni sono tutti intenti a sorridere al loro luminoso smartphone. Spesso gli fanno anche le faccine. Altro che tecnologia. Quando devono mettere a fuoco un barcode o peggio un codice QR sembra debbano spararti con un vecchio ma ben funzionante kalashnikov. Altro che Mortal Kombatt…

Dai 30 anni in giù poi, neppure una ginocchiata nei “santissimi” riuscirebbe a distrarli. Il sesso? Quello ormai lo fanno per lo più su Facebook, su Netlog, su Skype, su WhatsApp e via discorrendo. Insomma, via chat e foto. Fanno sesso con la veccia Federica, la mano amica, e immaginano di accoppiarsi con quella bella ragazzina che c’è dall’altra parte della cam.

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Fateci caso, la stragrande maggioranza delle persone che ci capita sotto gli occhi non capisce molto, soprattutto non molto rapidamente, e frequentemente non sembra avere opinioni, opinioni proprie intendo. Spesso, sembra faticare a fare la somma di più parole per mettere insieme una frase. Quella stessa gente che su internet ha sempre un’opinione chiara e definita, che scrive ovunque, che sembra in grado di distribuire saggezza per tutti…

Mi chiedo da diversi anni, e questo mi conferma che sto diventando tollerante e non intollerante, come sia possibile che su qualunque accadimento, Ebola, Strage di Bologna, Guerra di Gaza, Ice Bucket Challenge, crisi economica, scandalo del Mose e chi più ne ha più ne metta, ognuno di questi sappia la Santa Verità?

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Sono sempre loro, e solo loro sono i depositari del vero assoluto, del bello che più bello non si può, del giusto che più giusto è solo un’ingiustizia. Questi ebetini ipnotizzati dal telefonino, quel telefonino a cui ogni tanto sorridono pure, pontificano su qualsiasi cosa: sperpero d’acqua, biodiversità, ambiente, economia, calcio… Da dietro uno schermo sembrano sapere tutto. Qualcosa ha successo? E’ una cagata pazzesca. Magari fasulla.

Poi un giorno, li vedi e le vedi piangere come bambini a cui hanno rubato il ciuccio facendogli pure una pernacchia. Hanno perso tutta la saccenza di cui si erano vestiti (non era saggezza?), sono spogli delle loro finte e inutili sicurezza che urlavano a colpi di lettere maiuscole e punti esclamativi. Scoprono di essere normali. Di essere di carne e ossa. Di essere vulnerabili, molto più di quanto potessero immaginare. Hanno scoperto come va il mondo…

Tanta saggezza e furbizia dispensata ai quattro venti e non si erano accorti che il nostro mondo è pieno di padri e madri che fanno finta di non vedere che il figlio cammina come un’alce dopo una notte di droga, di mogli e mariti che tradiscono e di vicini di casa non sempre tifano per la squadra del cuore, a volte ammazzano anche i figli. Non si accorgono che, a volte, queste cose capitano anche a loro e non solo agli altri. Svegliatevi. Uscite fuori da quelle scatolette diaboliche…

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