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Giancarlo Giudice: l’assassino seriale delle prostitute di Torino

Camionista torinese, Giancarlo Giudice uccide in tre anni, tra il 1983 e il 1986, nove prostitute di età compresa tra i 37 e i 64 anni, che identificava con la matrigna. Condannato a trent’anni di reclusione più tre di manicomio criminale, esce di prigione nel 2008, dopo aver scontato ventidue anni di carcere.

Gli omicidi seriali di Giancarlo Giudice, il cosiddetto “Mostro di Torino”, iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Francesca Pecoraro, il cui cadavere non viene identificato fino al momento dell’arresto del suo assassino, cioè il 29 giugno 1986. Il cadavere viene ritrovato carbonizzato nel bagagliaio di una Bianchina rubata alle Basse di Stura, periferia est di Torino. Irriconoscibile.

Passano due settimane e sulla superstrada per Chivasso viene trovato il corpo di Annunziata Pafundo, di quarantotto anni. Fino a giugno del 1986 Giudice colpisce nell’area di Torino nove volte, uccidendo altrettante prostitute. Quella che sembra essere la terza vittima si salva. Lucia Geraci, con la pistola sulla tempia, supplica Giudice di lasciarla in vita per i suoi tre figli.

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

A marzo del 1986, Giudice uccide Maria Corda, una sua amica di quarantaquattro anni, ritrovata nel canale Depretis vicino a Caluso. Giudice aveva con questa donna un rapporto di amicizia da molti anni. Il 30 marzo muore Maria Galfrè, anche lei di quarantaquattro anni, uccisa con un colpo di pistola calibro 22. Dopo averle sparato, l’assassino trasporta il cadavere in una baracca vicino alla Stura e poi appicca il fuoco.

A inizio aprile tocca alla sessantasettenne Laura Belmonte, anche lei ritrovata in un canale con i polsi legati con un cavo elettrico ad un gancio da rimorchio. Il mese dopo, il 22 maggio è la volta di Clelia Mollo, strangolata e abbandonata nel suo appartamento di via XX settembre a Torino, dopo essere stata stordita dall’assassino con cocaina e marijuana. Il 28 giugno, Giudice uccide Maria Rosa Paoli, trentasette anni, affiliata ai “nuclei armati proletari”, con un colpo da distanza ravvicinata. Il corpo lo getta nella vegetazione della collina torinese.

È questo il giorno in cui viene fermato inaspettatamente. Sorpreso dalla polizia stradale in una piazzola della Torino-Piacenza in atti osceni solitari, non può nascondere il sangue della Paoli, morta da poche ore. Le forze di polizia, in realtà, collegano ad un unico autore solo sei dei nove omicidi, attribuendo gli altri tre a regolamenti di conti negli ambienti della prostituzione o della tossicodipendenza.

Quando ormai a Torino si è ampiamente diffusa la psicosi del “serial killer delle prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco a Santhià la polizia ferma Giancarlo Giudice, che all’epoca ha trentasette anni, fa il camionista ed è già schedato come pregiudicato. Sulla sua auto vengono trovate due pistole, munizioni e un asciugamano intriso di sangue.

L’arresto di Giancarlo Giudice e l’ultimo omicidio

Lo stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, è completamente imbevuto di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice ha ucciso la sua ultima vittima. Dopo un mese di carcere, l’omicida confessa tutti i suoi delitti, facendo appunto salire il numero delle vittime a lui attribuite da sei a nove e permettendo il riconoscimento dell’identità del cadavere di Francesca Pecoraro. Giudicato capace di intendere e di volere, Giancarlo Giudice nel marzo 1989 viene condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a trent’anni di reclusione più tre di casa di cura.

Uno dei motivi che rallenta le indagini e fa supporre solo dopo parecchio tempo che i delitti sono collegati, è che l’assassino uccide in modi differenti e si comporta in vario modo con i corpi. Sei sono le donne che strangola, una quella sgozzata e due vengono freddate con colpi d’arma da fuoco.

Due cadaveri li dà alle fiamme, quattro li abbandona e gli altri li butta in acqua. Un comportamento poco usuale se si esamina la metodologia classica degli assassini seriali. Giancarlo Giudice cresce in collegio e perde la madre a tredici anni. Viene informato solo a funerali celebrati e tenta il suicidio senza esitazione.

Il padre è un alcolista ed è totalmente assente. Un anno dopo essere diventato vedovo, lascia il figlio a Torino e si trasferisce in Calabria con la nuova moglie. Ed è proprio quest’ultima la donna che Giudice odia. È questo il motivo che lo spinge ad uccidere. Dice di sentire voci. Soprattutto, ammette finalmente, odiava quelle donne trasandate perché gli ricordavano la sua matrigna: sua madre era infatti morta quando era ancora piccolo, lui l’aveva assistita per un cuore malfunzionante.

E quando era morta il trauma lo aveva portato a tentare il suicidio a soli 13 anni. Con la matrigna la famiglia si era trasferita in Calabria e a lui era toccato il collegio. Un’infanzia devastante, con un padre alcolista. Uccidendo le prostitute in là con gli anni si sentiva meglio perché pensava di ammazzare lei, la matrigna arrivata al posto di mamma.

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Il ragazzo inizia a fare uso di cocaina ed lsd e cambia continuamente occupazione. Una virata avviene quando inizia a fare il camionista. Guida giorno e notte senza fermarsi. I colleghi lo definiscono “un mulo del volante”, e ignorano la sua dipendenza dalle droghe.

Nella sua residenza di via Cravero regna il caos e il disordine. Si cammina su un tappeto di riviste pornografiche. In quella stessa casa conserva armi e piccole refurtive, oltre ad una collezione dei suoi scatti con le passeggiatrici che sono la sua unica vera compagnia. Giudice non ha amici e non ha familiari.

Erano gli anni Ottanta, gli anni in cui tutto era lecito. Gli anni in cui il crimine passava spesso inosservato. Era una vita piena: c’era chi sguazzava nell’agio degli anni d’oro, chi tirava a campare arrangiandosi con quel che poteva. Ma erano anche gli anni in cui il boom delle droghe cominciava a mietere vittime.

Tutto aveva il suo posto negli anni Ottanta. Ma nessuno, né negli anni Ottanta né in qualsiasi altra epoca, meriterebbe che il suo posto sia a terra, mangiato dai i vermi, qualsiasi scelta di vita abbia mai attuato. Giancarlo Giudice è tornato in libertà e vive un regime di protezione che ne garantisce la privacy.

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