Articoli

Quando il bisessuale si innamora: esempio di rapporto a tre

Tutti i miei amici etero e omosessuali concordano su una cosa: i più fortunati sono i bisessuali. E’ gente che sa apprezzare sia la bella “gnocca” sia il giovane tenebroso. E poi concordano col dire che la mia proverbiale stanchezza è dovuta al fatto che vado sempre controcorrente. Non lo faccio apposta, ma anche sul fatto che i bisessuali sono i più fortunati “perché hanno una maggiore attività sessuale” purtroppo non posso trovarmi d’accordo. Nutro dei seri dubbi. Anzi, so che non è così.

Preciso, posso trovarmi d’accordo solo se la situazione che mi si prospetta è la seguente: bisessuale innamorato sia di una donna sia di un uomo e con entrambi che ricambiano e accettano la natura ibrida della persona che stanno amando. Certo, ci sono anche i bisessuali che scelgono la cosiddetta “monogamia”, ma non tutti lo fanno davvero fino in fondo. Alcuni, forse tanti, continuano a stare con “due piedi in due scarpe” perché ci si trovano naturalmente a proprio agio.

Anche chi è bisex s’innamora, come tutti, ha dei sentimenti, anche forti. E come tutti li esprime attraverso se stesso e si fa del male se deve nascondersi, se deve mentire anche alle persone a cui vorrebbe poter volere bene. Spesso soffrono, altrettanto gioiscono. Anche i bisessuali sono vita, bellezza, aria, sensualità. Pelle, carne, liquidi e fuoco. Sono certamente i più anarchici, combattenti, ribelli e resistenti.

La domanda che bisogna porre ad un bisessuale è la seguente: ti è mai capitato un periodo della tua vita in cui hai amato solo una persona? Io questa domanda gliel’ho posta e il mio amico mi ha risposto ciò che immaginavo già. “Non so come si faccia ad amare una persona soltanto. Io ne ho sempre amate molte e tutte assieme. Non so come si stia a contatto con un corpo se l’altro non mi è accanto contemporaneamente, quantomeno idealmente”.

“Non so cos’è il dolore se non quando sono costretto a rinunciare ad essere quella che sono. Soprattutto, non so cos’è la noia se ho uno dei miei amori vicino. Di me hanno detto che sono capriccioso, velenoso, urticante. Non gli credo. Non gli crederò mai. Se vedo la mia immagine riflessa allo specchio, vedo solo un corpo che invecchia attendendo di essere amato? Non mi interessa quale forma, che misura, che genere di amore. Quello che so è che non amo stare con un uomo, con una donna, ma con entrambi, spesso. Dicono sia malattia, perversione. Ma se lui mi ama e mi ama anche lei, perché io non dovrei amarli allo stesso modo?”.

PROMEMORIA > Potrebbero interessarti Vita da escort tra chiese e lusso e Don Marco Bisceglia e l’Arcigay

Una coppia si bacia in strada
Una coppia si bacia in strada

“Nella vita voglio continuare a sorprendermi, a stupirmi, a reagire, a lottare. Non voglio rinunciare a quel che voglio perché qualcuno, uno dei due, vuole “incastrarmi”, opprimermi, cambiarmi. Ho sempre pensato che se qualcuno non riesce a sentirsi a proprio agio nella mia vita, sono cazzi suoi. Non mi interessa. Non mi riguarda”.

“Quel che faccio nel mio letto, invece, sono affari miei e di chi quel letto vuole condividerlo con me. Vivo un rapporto a tre da un po’ di tempo. Non so come andrà a finire, non so se durerà. Non so come e se il mondo capirà mai. Il mondo che mi circonda in Italia. Un mondo bigotto, ipocrita, falso, perbenista”.

“Quello che è certo è che noi tre stiamo bene insieme. Sono io che amo entrambi. Loro si rispettano l’un l’altra. Per strada? Ci teniamo tranquillamente per mano, io, lei e lui. Questo è il presente, l’insieme di attimi in cui vivo. Perché dovrei temere il futuro? Qualcuno mi dice che domani mi pentirò e rimarrò solo. Rispondo sempre nello stesso modo: cosa posso farci se non mi adatto? E chi l’ha detto che sarò io a restare solo e non sarete invece voi, quelli che restate accanto per la vita ad un’unica persona? Com’è che la chiamate? Fedeltà…?”.

Ho anche un’amica bisessuale. A lei ho domandato provocatoriamente: sei bisex perché sei indecisa? E’ scoppiata a ridere. Poi mi ha confidato: “E me l’hanno detto in tanti, uomini e donne. Scegli: puoi essere etero o lesbica. Il fatto è che io non sono nessuna delle due cose. Io amo lei e lui allo stesso modo. Senza alcuna differenza. Mi piacciono, mi eccitano, e non ho modo di confidare questa storia se non incontrando tanti musi storti, facce perplesse e un’onda di moralismo da due euro“.

Perfino dagli ambienti che dovrebbero essermi più affini, più evoluti. E’ un gioco a incastro. O stai di là, o stai di qua. Non puoi restare dalle due parti. Sono le regole del branco. Se non aderisci a quest’altra norma non puoi entrare nelle loro grazie. Non mi sento superiore, non giudico nessuno. Semplicemente sono diversa. Io. Non seguo il loro esempio. Io. Obbedisco a quel che dice il mio corpo, la mia mente, il mio cuore. E’ la mia carne che guida, chiama carezze, baci, abbracci, orgasmi, lingue, vagine, peni. La mia pelle mi consegna al desiderio, non mi lascio incastrare. Resto una cagna sciolta”. Serve solo un po’ di rispetto. E’ tutta una questione di scelte.

Intervista al gigolò: la mia vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

In genere, un escort più è bello e curato e più costa
In genere, un escort più è bello e curato e più costa

Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

Woodstock: barba, capelli, droga e sesso in libertà

Dici Woodstock e pensi subito al festival rock per antonomasia. Ricorre quest’anno il cinquantenario della manifestazione che dal 15 al 18 agosto 1969 richiamò oltre 400.000 mila giovani nella campagna circostante la piccola cittadina di Bethel, nello Stato di New York. Tutti insieme per vivere tre giorni all’insegna della pace, dell’amore libero e, ovviamente, della musica. Dalla sera alla mattina le esibizioni si susseguirono praticamente senza sosta e sul palco salì gran parte degli artisti simbolo di quel periodo.

Santana, Crosby, Stills & Nash, Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Country Joe McDonald, Richie Havens e Sly & The Family Stone, per citarne solo alcuni. Tanti generi diversi, dal folk, al rock classico passando per il soul, il blues e la world music. Ma per molti c’era un elemento unificante: la barba. Erano infatti gli anni dei capelloni e delle barbe lunghe, più o meno incolte, simbolo della voglia di ribellarsi alle convenzioni e alle regole della società dei propri genitori.

Il nome vero dell’evento era Fiera della Musica e delle Arti di Woodstock, entrato nell’immaginario collettivo con il più semplice nome di Festival di Woodstock. Una manifestazione che si svolse a Bethel, una piccola città rurale nello stato di New York, dal 15 al 18 agosto del 1969, all’apice della diffusione della cultura hippie. Lo slogan ufficiale era 3 Days of Peace & Rock Music, 3 giorni di pace e musica rock. Furono presenti circa un milione di spettatori.

Ma che c’entra Woodstock, se l’evento si svolse a Bethel? Il nome ha origine dalla vicina città di Woodstock, nella contea di Ulster, conosciuta per le sue attività artistiche e fu l’ultima grande manifestazione del movimento che da allora si diffuse peraltro sempre più fuori dagli USA, dove era nato, pur senza la coesione e l’originalità che avevano permesso negli anni Sessanta eventi come il Monterey Pop festival, la Summer of Love a San Francisco e lo stesso Festival di Woodstock.

Woodstock era stato ideato come un festival di provincia, ma accolse inaspettatamente più di un milione di persone e trentadue musicisti e gruppi, fra i più noti di allora, che si alternarono sul palco. L’esibizione terminò un giorno dopo il previsto, il tutto condito da quantità enormi di Cannabis e LSD, tra cui il celebre “Orange Sunshine”. Il festival ebbe una grande carica simbolica la cui notorietà continua ancora oggi e fu un grande evento della storia del rock e del costume.

Un festival omonimo è stato riproposto ogni dieci anni dopo l’originale e, nel 1994, per celebrare i venticinque anni da allora; ogni volta vengono ospitati nuovi artisti, assenti nelle edizioni precedenti, insieme a musicisti già esibitisi su quel palco: così questi eventi, ciclicamente, danno un’idea della trasformazione della società (in particolare negli Stati Uniti) dalla prima ispirazione hippie alle edizioni più recenti, che hanno visto anche episodi di violenza e una sfumatura commerciale ben lontani dall’atmosfera allegra e utopistica dei “figli dei fiori”.

Come e perché nasce il Festival di Woodstock

I promotori del festival di Woodstock furono Michael Lang, John P. Roberts, Joel Rosenman e Artie Kornfeld. Roberts e Rosenman avevano pubblicato un annuncio sul New York Times e sul Wall Street Journal, presentandosi come “Challenge International, Ltd.”: Uomini giovani con capitale illimitato cercano interessanti opportunità, legali, di investimento e proposte d’affari.

Lang e Kornfeld li contattarono, e con loro progettarono uno studio di registrazione da mettere su nel villaggio di Woodstock, nella contea di Ulster dello stato di New York, un luogo dall’atmosfera ritirata e tranquilla. Presto, però, immaginarono di realizzare al suo posto un più ambizioso festival musicale e artistico. Roberts era incerto se abbandonare l’iniziativa, consolidando le perdite che vi aveva subito; infine la sua decisione fu di restare nel gruppo e finanziare il Festival.

Woodstock era per loro un’iniziativa commerciale, che chiamarono appunto “Woodstock Ventures”, una possibilità di guadagni. Divenne una manifestazione ad ingresso libero quando gli organizzatori si accorsero di stare attirando centinaia di migliaia di persone in più del previsto: circa 186.000 biglietti erano stati acquistati in prevendita.

Un'immagine di ciò che fu Woodstock
Un’immagine di ciò che fu Woodstock

Solo alla fine la scelta del luogo cadde su Bethel

Nella primavera del 1969 la Woodstock Ventures affittò per 10.000 dollari il Mills Industrial Park, un’area di 1,2 chilometri quadrati nella contea di Orange, dove avrebbe dovuto svolgersi il concerto. Alle autorità locali era stato assicurato che non si sarebbero radunate più di 50.000 persone, ma gli abitanti si opposero subito all’iniziativa. All’inizio di luglio fu varata una nuova legge locale, per cui sarebbe occorso un permesso speciale per ogni assemblea di più di 5.000 persone. Infine, il 15 luglio il concerto fu definitivamente vietato con la motivazione che i servizi sanitari previsti non sarebbero stati a norma.

La nuova (e definitiva) location fu Bethel, della contea di Sullivan, una cittadina rurale 69 chilometri a sud-ovest di Woodstock. Elliot Tiber, il proprietario del motel “El Monaco” sul White Lake a Bethel, si offrì di ospitare il festival in una sua tenuta di 15 acri. Aveva già ottenuto un permesso dalla città per il “White Lake Music and Arts Festival”, che sarebbe stato un concerto di musica da camera.

Quando si accorse che la sua proprietà era troppo piccola per Woodstock, Tiber presentò gli organizzatori a un allevatore, Max Yasgur, che accettò di affittare loro 600 acri (2,4 chilometri quadrati) per 75.000 dollari. La notizia del concerto che si preparava fu annunciata da una radio locale già prima che i promotori e Yasgur lasciassero il ristorante dove si erano accordati, fatta trapelare da alcuni lavoratori del locale. Altri 25.000 dollari furono pagati come affitto a proprietari confinanti per ingrandire il sito del festival.