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Don Marco Bisceglia e l’Arcigay

Merita più di una semplice riflessione la storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay, che sono legate da un filo indissolubile. In vita mia, preti davvero coerenti con se stessi ne ho conosciuti pochi. Sicuramente, sarà dovuto al fatto che sin dai tempi dell’università mi sono tenuto a debita distanza da quell’esercito di uomini che dice di rappresentare Dio in terra. La maggior parte di quelli davvero coerenti con le proprie idee non ho fatto in tempo a conoscerli.

Qualcuno è vissuto prima di me, vedi San Francesco d’Assisi, vedi Padre Pio e tanti altri, qualcun altro è andato via mentre ero un bambino, vedi Papa Giovanni Paolo II, e qualcun altro che mi piacerebbe conoscerlo, vedi Papa Francesco. Difficilmente parlo di religione. Essendo che rispetto le idee di tutti, soprattutto quelle che non condivido, voglio evitare di influenzare qualcuno con le mie idee. In fondo, la fede è una cosa molto personale. Un po’ come la sessualità.

Parlo poco di religione anche per via di tutti gli scandali pedofili, eterosessuali e anche omosessuali, in cui è rimasta coinvolta la chiesa negli ultimi vent’anni. E non parliamo di quelli precedenti solo perché ormai se n’è persa traccia. C’è poi un altro uomo di chiesa che non ho conosciuto e che è morto il 22 luglio del 2001. Marco Bisceglia era un sacerdote lucano, un uomo vero, un uomo che ha seguito la propria fede e quando la chiesa politica decise di emarginarlo, continuò a seguire la propria fede e da credente ritenne di battersi per dare voce agli omosessuali in Italia. Grazie a lui nacque l’associazione che da anni si batte per il riconoscimento dei diritti della comunità lgbt, Arcigay.

Il fondatore di Arcigay, Marco Bisceglia, fu il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche.

Fu il primo e l’unico attivista cattolico lucano a perorare in modo concreto la causa degli omosessuali presso una sorda Santa Sede. Marco Bisceglia era un uomo che credeva nelle sue idee e pur di non rinnegarle sarebbe stato disposto a tutto. Anche a morire per loro. Non ha mai fatto mistero di aver aderito sin da giovane alla teologia della liberazione. Scelta che gli era costata diversi scontri con le rigide gerarchie ecclesiastiche. Si era addirittura schierato a favore della legge sul divorzio, nonostante le “romane indicazioni” fossero palesemente contrarie.

Per questo suo carattere innatamente anticonformista non solo non era ben visto dalla Chiesa, ma neppure dalla Democrazia Cristiana. Non a caso le simpatie di Bisceglia erano rivolte al Partito Comunista Italiano. Quello vero. Il prelato potentino sapeva di essere nel mirino di un fucile pronto a sparare rancori religiosi e politici. Per questo era molto prudente in pubblico. Al di là della sua ideologia, diversa da quella cattolica, voleva comunque evitare la rottura con l’istituzione a cui aveva fatto voto di fede.

Ciò nonostante non rinunciava a unire in matrimonio coppie dello stesso sesso con rito privato. I problemi nacquero quando due giornalisti, Bartolomeo Baldi e Franco Jappelli, redattori del settimanale di destra “Il Borghese”, finsero di dichiararsi omosessuali e gli chiesero di sposarli. Bisceglia ingenuamente acconsentì. E il matrimonio divenne un dettagliato reportage. Due redattori del Borghese si fingono omosessuali e vengono benedetti dal “don Mazzi del Sud”.

“Il vostro rapporto è già un sacramento davanti a Dio”. Così il giornale presentò il servizio, che cominciava testualmente: “Ci siamo sposati a Lavello, provincia di Potenza. Sia pure in maniera informale. A “benedire” la nostra (ovviamente finta) relazione omosessuale, è stato don Marco Bisceglia, parroco di Lavello, le cui vicende di prete ultra progressista e filo marxista hanno raggiunto le pagine dei più noti settimanali di sinistra”. Anni dopo i due cronisti ammisero a Pier Giorgio Paterlini, nel suo libro “Matrimoni”: “L’importante era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e far sospendere a divinis il prete comunista”. E così fu.

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La Chiesa lo scomunicò a divinis. Padre Bisceglia querelò Baldi e Jappelli che, però, furono assolti. Diritto di cronaca. A questo punto, l’ormai ex parroco iniziò a collaborare con l’Arci. Poi, nel 1980, con l’aiuto di un obiettore di coscienza omosessuale che sognava la carriera politica, Nichi Vendola, e di altri pochi e fidati amici, tra cui Lillo Di Mauro, diede vita al primo circolo omosessuale. Lo fondò all’interno della sezione Arci di Palermo. La prima associazione gay di sinistra.

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Una sinistra già allora disattenta al grido di liberazione omosessuale. Il nome del circolo? ArciGay. Finalmente era nato il primo nucleo di quella che oggi è la più importante organizzazione per i diritti gay in Italia. Trascinatore di folle, don Marco nella capitale frequentò i radicali di Marco Pannella (che lo volle candidato alle legislative nel 1979, ma i 6 mila consensi non furono sufficienti per farlo eleggere) e tanto anche quei movimenti vicini alla sinistra radicale dediti a portare avanti le sue stesse battaglie per i diritti.

Siamo ormai a metà degli anni Ottanta, di lui si perdono le tracce, la voce più illuminata del movimento gay del tempo decide di abbandonare il terreno dell’impegno politico a causa di malattie e difficoltà varie. Gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono difficili. Molto difficili. Era malato di Aids. Si indeboliva sempre di più. E questo lo allontanò dal cosiddetto “mondo gay”. Si riavvicinò alla Chiesa. Dal 1996 alla morte, 22 luglio 2001, fu il vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto, nella Capitale. Fu sepolto nella sua città. Quella Lavello che aveva tanto amato, ma che solo in parte lo aveva ricambiato. Nato a luglio, ordinato sacerdote a luglio, morto a luglio. Anche questa sembra essere coerenza, ma è pura coincidenza.

Pedalando accanto alla crisi

Imbocco in un attimo corso Belgio, un lungo viale alberato senza né arte né parte, i negozi sono chiusi, a parte la gelateria Fiorio, il bar dall’altro lato della strada e la vicina edicola. È domenica, non c’è traffico, quasi nessun rumore, solo la macchina dell’Avis che col megafano invita la cittadinanza a donare il sangue. Come sempre li trovi in piazza Fontanesi. Ma io non glielo regalo più il mio sangue. Rifiuto categoricamente, ma la rispetto alla lettera, quella loro regola che non permette di accettare sangue da omosessuali. Una regola che non sta né in cielo né in terra. Se gli dichiari di essere in un modo non accettano il tuo sangue, se non glielo dichiari lo accettano.

Un’autocertificazione “Iso” sulla parola. Ma va… Dicono che gli omosessuali hanno una vita sessuale a rischio, perché attiva. Il problema è che in vita mia ho conosciuto troppi eterosessuali, soprattutto gli sportivi, che hanno una vita sessuale molto più attiva e a rischio di chi preferisce andare a letto con lo stesso sesso. Seguo gli insegnamenti familiari: non discutere con cretini, altrimenti chi ti vede potrebbe non capire la differenza. Affondo sui pedali della bici e mi lascio alle spalle piazza Fontanesi. In un attimo non ci penso più ai volontari dell’Avis, che sudano nell’attesa di un donatore che non si vede. Attraverso il ponte di lungo Dora Voghera, il fiume scorre nervoso e rumoroso come sempre. Me lo lascio alle spalle.

Mi sento disobbediente. Più del solito. Vorrei liberarmi di quasi tutto. Soprattutto da una crisi che non ho causato io e che comunque mi colpisce. Me, la mia famiglia, voi tutti, chi più, chi meno. Non si può neppure scappare, il mondo è in crisi. Dove non ci sono crisi economiche, ci sono guerre ecumeniche, o altri problemi. Lascio la pista ciclabile. Una disobbedienza concedetemela. Tanto, la crisi mi (ti) cammina sempre a fianco. Giù per via Nievo, costeggio il parco Crescenzio in direzione Cimitero Monumentale, che nell’ambiente degli omosessuali e dei bisessuali di Torino è noto come parco de “i lumini” (dove la notte, a proprio rischio e pericolo, si cerca compagnia).

Apro una parentesi: secondo me, geneticamente parlando, gli omosessuali vengono subito dopo le capre di montagna. Fateci caso, dove sono situati i luoghi in cui si incontrano i gay (solo gli uomini)? I parchi (in città) o i lungo i fiumi (tra periferia e provincia). Mica solo a Torino. A Roma s’incontravano perfino nel giardinetto del Comune, poi soppresso da un sindaco gay. A Mikonos? Su per la montagna o al porto (di notte). A Sitges in un bosco dopo la ferrovia, dove puntualmente si perdono. A Torre del Lago in una pineta. Alle Canarie fra le dune. A Torino al parco del Valentino (sul fiume Po), in piazza d’Armi (in mezzo alle caserme), all’interporto (in mezzo ai camionisti) e i lumini (di fianco ai morti). Avete ancora dubbi sul perché qualcuno dice che i gay sono diversi?

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Arrivo al cimitero, è davanti a me con i suoi cancelli aperti, giro a destra, e percorro via Varano, una delle strade più grigie, tristi e angoscianti della città. Altro che Falchera e Le Vallette. Da un lato costeggia l’enorme cimitero dei misteri, dove si dice che le anime dovrebbero riposare in santa pace, mentre è più che certo che i satanisti lo usassero per i loro riti durante i week-end, proprio mentre a poche centinaia di metri migliaia di persone si divertivano ad organizzare rave party. A proposito del cimitero dei misteri, c’è ancora chi, come Rita Pavone, si chiede che fine abbiano fatto le salme dei propri familiari…

Dall’altro lato di via Varano c’è il nulla, fatto salvo un campetto da calcio quasi sempre vuoto. Per il resto, terreni non utilizzati in attesa di una destinazione. Sicuramente ci costruiranno qualcosa, ma cosa non è dato saperlo. Non palazzi. La vista cimitero non riscuoterebbe successo, neppure nella città più esoterica del mondo. Pedalo. Fa caldo, ma alla mia destra già costeggio il polmone verde nel quale voglio addentrarmi. C’è odore di carne di maiale che cuoce e si affumica sul barbecue e insieme ad essa anche la carne del giovanotto probabilmente dell’est Europa che se ne prende cura sotto il sole. Biondo, giovanissimo, muscoloso, come i muratori, dalla cinta in su, sicuramente bello. S’impegna. Eccome se s’impegna. Deve grigliare per un po’ di gente. Comitiva mista e molto allegra, dai 20 ai 50 anni, un po’ come le ormai praticamente inesistenti comitive di calabresi 40 anni fa.

Torino, un caldo e molto soleggiato primo pomeriggio d’inizio estate, 39 gradi centigradi, parco Colletta, un meraviglioso corridoio alberato che corre lungo il Po (ex piana alluvionale) e che dopo averti fatto incontrare il fiume Dora incrocerà anche lo Stura. La mountainbike affonda le ruote nello sterrato. Sembra lanciarmi una sfida, visto che la scorsa estate è rimasta chiusa in cantina a causa di una brutta infiammazione alla cuffia dei rotatori della mia spalla sinistra (curata con una corretta alimentazione, pomata di arnica e ghiaccio, altro che le infiltrazioni di cortisone che voleva farmi l’ortopedico). La strada va, pianeggiante per chilometri. La Pianura Padana è  così.

Il Po è tranquillo. Maestoso. Infido. Inquinato. Silenzioso. Giovani, ragazzi e ragazze, la crisi li ha allontanati dalle piscine a pagamento, sì anche da quelle comunali che non sono ad accesso gratuito nonostante le tasse tolgano la pelle di dosso al ceto medio e strozzino i tanti poveri. La crisi li ha riportati qui. Al parco Colletta, un polmone verde che racconta milioni di storie. Anche storie d’amore. Nei prati verdi e non più invasi dalle pecore dei pastori di Pino Torinese e Valle Ceppi, incontri ancora giovani. C’è chi gioca a pallone, chi con il mitico freesbe, chi si fuma una canna. E non sono solo ragazzi dell’Est, o dell’America Latina. I cosiddetti nuovi torinesi (che poi di nuovo hanno davvero poco…). Sono tornati gli italiani. Tanti. Tantissimi.

Come succedeva al parco del Valentino sul finire degli anni Novanta. Solo che lì il fumo non fuoriusciva dai barbecue e soprattutto aveva un altro odore… Era un odore dalla tendenza sociale post-sessantottina. Comitive, famiglie, bambini, nonni, genitori, cani… Tutti nel verde, e ce n’è a volontà. Anche per quelle coppiette che vogliono ritagliarsi attimi di privacy. Tipo due cuori e una capanna, per intenderci. La crisi ha tolto tanto agli italiani, ma a molti ha fatto riscoprire che c’è posto per tutti e che a volte può diventare anche piacevole ritrovarsi “al verde” ma un po’ meno soli di prima.

Storie omofobe di cuori feriti

Ci sono storie di omofobia che nascono dalle delusioni. Si chiamano storie omofobe di cuori feriti, appunto. L’amore è la cosa più complicata del mondo. Difficile da gestire, faticoso, inebriante, bellissimo, passionale, rilassante. Ma è uno, e non è proprietà di nessuno, è di tutte e tutti quelli che hanno voglia di amarsi davvero, liberamente. Liberamente, è questa la “condicio sine qua non”. Perché altrimenti, se non si è davvero liberi, si passa dal cosiddetto “cimitero allegro” all’inferno. Biglietto di sola andata.

È stato così per Attilio, nome ovviamente di copertura, che dopo dopo avergli concesso l’anonimato ha accettato di rendere pubblica attraverso il mio blog la sua difficile esperienza, su cui dopo tanti anni pesano ancora le violenze familiari e gesti di bullismo che è stato costretto a subire in modo passivo quando era un bambino. E poi quando è diventato un ragazzino. Fino al giorno in cui è esploso. Ormai, però, era troppo tardi. Tanti danni erano stati fatti e senza un supporto psicologico adeguato potevano solo cronicizzarsi. Una vita problematica, sempre a caccia di un equilibrio precario fra mille eccessi. Una vita comune a molti.

“A 50 anni pago le conseguenze di tutti i problemi con cui mi sono scontrato, che non ho saputo affrontare, a cui non ho saputo reagire. Tutti problemi che non ho creato io, sia chiaro, ma che certamente ho cercato e cerco tutt’ora. Alla fine ognuno di noi è lo specchio delle esperienze vissute in precedenza”, mi racconta Attilio. Sono cresciuto in una famiglia omofoba e maschilista, con una struttura fortemente patriarcale. I miei genitori erano violenti, verbalmente e fisicamente. Entrambi“.

“Mio padre era un padre-padrone, mia madre una vittima resa isterica. In comune cosa avevano? Erano due perbenisti. Tutto era una vergogna. Potevi appena respirare e fare la pipì in bagno dopo esserti assicurato di aver chiuso la porta con una doppia girata di chiave. Guai a masticare a tavola con la bocca aperta. Neppure per scherzo. Una volta papà mi ha tirato un barattolo di maionese sulla fronte. Barattolo di vetro… Avere atteggiamenti effeminati era vietato, se non volevi sentirti tirare dietro un “sembri un ricchione di merda” già a 7 anni”.

“Credo di aver fatto capire molti dei miei primi amori ai miei genitori, che puntualmente mi vietavano quelle amicizie e le uscite con quelle persone in cui c’era sempre sempre qualcosa che non andava. Una volta erano troppo spigliati, un’altra volta sembravano furbi, un’altra volta ancora la famiglia non sembrava essere un granché e così via. Ma io ero un ormone in crescita e non potevo essere fermato, davanti a me c’era una vita che mi chiamava… Loro vietavano e io infrangevo le regole, i diktat”.

“Poi le prendevo sonoramente, quando venivo scoperto. Oltre alle botte c’erano anche le punizioni. Senza dimenticare le umiliazioni. Una volta mio padre mi invitò a seguirlo sul pianerottolo, dove aveva convocato tutti i miei amici di gioco, e mi costrinse a scrivere grande per venti pagine, quattro volte a riga, “sono un cretino”. Mentre lo scrivevo dovevo ripeterlo ad alta voce. I miei compagni dovevano sentire. Ricordo che nessuno di loro ha mai riso, neppure una volta. Avevo 8 anni”.

L’omofobia è la paura e l’avversione irrazionale nei confronti dell’omosessualità, della bisessualità e della transessualità. Una forma di razzismo. Una malattia.

“Dovevo uscire solo con mio cugino, ma quando hanno scoperto che ci toccavamo nelle parti intime pure quest’amicizia non andava più bene. E ovviamente, il “diavolo” ero io. Dal quel momento in poi, potei uscire con mio cugino solo in presenza di mia cugina, la sorella più piccola, che ovviamente non c’era mai… Volevo fuggire ma non potevo. Sognavo di poter avere i super poteri… Negli anni delle scuole medie, il fatto che io fossi gay, che poi ero bisessuale perché mi piacevano anche le ragazzine, era sostanzialmente di pubblico dominio.

“Quando i miei compagni erano in gruppo mi sfottevano. “Ricchioneeee”, e se la sghignazzavano. Mi deridevano, mi dicevano un po’ di tutto. “Suca”, “Se mi paghi te lo faccio toccare”. Poi, quelle stesse persone tolte dal branco, spesso nel tardo pomeriggio, mi cercavano. Passavano da casa mia. Avevano voglia di stare fermi (“però non mi toccare…”) e contemporaneamente fare qualcosa (“fai quello che vuoi, magari con la bocca”). Tra questi c’erano degli pseudo-machi che non tolleravano il rifiuto, si incazzavano, il giorno dopo ti seguivano fin dentro al portone, ti strattonavano, ti minacciavano, ti prendevano a schiaffi e ti costringevano a fare sesso”.

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Questa storia di violenze non è mai stata superata. “Alla fine col passare degli anni mi sono trasformato in quello che non volevo essere. Mi sono portato dietro troppi segreti, troppe violenze, troppe situazioni mai realmente accettate e perdonate, o quantomeno comprese fino in fondo. Come se in alcuni casi avessi avuto paura di guardarmi dentro. Ho iniziato a vivere la sessualità in modo aggressivo e problematico, le reazioni era spesso velenose, inconsciamente cercavo persone che mi trattassero male, che mi facessero rivivere situazioni umilianti, così che poi io potessi provare a ribellarmi, lottare soffrendo per fuggire. Fuggire anche da loro. Di nuovo. Per un periodo ho iniziato a fare marchette, sesso a pagamento”.

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“Mi pagavano e mi sentivo importante. Ho conosciuto anche qualche prelato segretamente gay: cercava sempre di trattare sul prezzo. Il mio carattere è permaloso e litigioso, al limite del violento. A volte vorrei rinascere, per avere la possibilità di rivivere. Altre volte mi accontenterei di poter premere un tasto per resettare tutto. Vorrei poter scrivere daccapo, almeno per gli anni che mi restano da vivere. Poi mi rendo conto che ormai è andata così, devo essere comunque orgoglioso perché poteva andarmi peggio e devo continuare a gestire con un po’ di buon senso e di intelligenza il mio carattere e le situazioni che si presentano”.