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100 domande (con o senza trappola) che una donna può fare al primo incontro

Come si suol dire, parliamoci da uomo ad uomo. L’hai conosciuta da poco, ha accettato di uscire con te, di lei non sai nulla, ma stai comunque pensando ad una pizza (per semplificare le cose), sperando che non sia intollerante al lievito, e poi un film al cinema.

Occhio, che stai pensando a tutto, ma proprio a tutto, tranne che ad un aspetto fondamentale. In auto, in pizzeria (tranne che alla cassa), sul tragitto che vi porterà al cinema e poi sulla strada che va a casa, lei ti farà domande. Tante, ben dosate, ma ritmiche.

Ma quali domande ti farà? Considera che una donna intelligente e mediamente abile potrebbe arrivare a scoprire la tua vita in quattro ore circa trascorse con te. Una donna discreta ma curiosa potrebbe farti anche più di 100 domande (con o senza trappola) al primo incontro.

Le 100 domande più frequenti al primo incontro

  1. Quali sono i tuoi obiettivi nella vita?
  2. Sei rimasto amico con le tue ex?
  3. Hai mai avuto amicizie esclusivamente per secondi fini?
  4. A cosa stai pensando in questo momento?
  5. Chi è il tuo scrittore/cantante/attore preferito?
  6. Come e perché la tua ultima relazione è finita?
  7. Hai mai tradito qualcuno? Chi e quando?
  8. Chi è la persona più importante nella tua vita?
  9. Qual è il tuo ricordo più prezioso?
  10. Qual è la cosa che ti piace di più di me?
  11. Qual è la cosa che odi di più in me?
  12. Avevi un amico immaginario da piccolo?
  13. Credi nell’amore?
  14. Sei religioso?
  15. Cosa cerchi nell’ipotetica donna della tua vita?
  16. Qual è il tuo film preferito di sempre?
  17. Commedia romantica vs horror: quale film vedresti più volentieri insieme a me?
  18. Qual è il posto che vorresti visitare più di tutti al mondo?
  19. Descrivi la tua figuraccia più imbarazzante di sempre.
  20. Qual è la tua fantasia più strana?
  21. Saresti uscito lo stesso con me se io avessi avuto 5 anni più di te?
  22. Qual è l’ingrediente più importante in una relazione secondo te?
  23. Sei romantico? O solo un rubacuori?
  24. Cosa ti infastidisce di più in assoluto?
  25. Sei geloso e possessivo di carattere?
  26. Hai mai fatto uso di droghe?
  27. Qual è stata la tua prima impressione su di me?
  28. Come reagiresti se ti dicessi che ho intenzione di passare un periodo di astinenza?
  29. Pensi che sposarsi significhi guadagnare di più per la famiglia oppure passare più tempo di qualità con i suoi membri?
  30. Quale profumo ti ricorda me?
  31. Hai mai fatto esperimenti particolari con la tua sessualità?
  32. Ti sei mai svegliato una mattina pentendoti di quel che hai fatto durante la notte?
  33. Vuoi figli? Quanti?
  34. Qual è la parte del mio corpo che ami di più?
  35. Hai mai avuto un sogno ricorrente?
  36. Dove ti vedi fra cinque anni?
  37. Hai mai picchiato una donna? Lo faresti?
  38. Hai mai sentito il bisogno di imparare a gestire la tua rabbia?
  39. Quanto è importante la competizione per te?
  40. Vorresti essere il mio cavaliere se io fossi una damigella in pericolo?
  41. Sei superstizioso? Su cosa?
  42. Come descriveresti la vita perfetta?
  43. Se io fossi molto in confidenza con un tuo amico, ti sentiresti insicuro?
  44. Se il genio della lampada potesse regalarti una nuova abilità, cosa vorresti essere capace di fare?
  45. Immagina di essere un attore famoso. In quale film vorresti recitare?
  46. Chi ami di più, tua madre o tuo padre?
  47. Se potessi avere un superpotere, quale sarebbe?
  48. Cosa preferisci? Soldi, potere o fama?
  49. Cosa ami di più del tuo migliore amico?
  50. Mamma o papà: a chi vorresti assomigliare di più?
  51. Hai dei soprannomi/nickname? C’è una storia dietro?
  52. Qual è stato il tuo peggior appuntamento?
  53. Descrivimi in una sola frase.
  54. Se potessi scegliere fra me e una donna più bella, chi sceglieresti e in base a cosa?
  55. Secondo te, le misure contano?
  56. Cosa ne pensi del sesso ogni giorno?
  57. Una cosa che odi di te?
  58. Qual è la tua opinione sul matrimonio?
  59. Credi nei fenomeni paranormali?
  60. Se fossi su un’isola deserta e potessi portare con te solo una persona, chi porteresti? Perché?
  61. Pensi che sia una bella cosa che una donna chieda la mano a un uomo?
  62. A chi sei più vicino? A tua madre o a tuo padre? Perché?
  63. Se il genio di prima ti proponesse di esprimere i classici tre desideri, cosa chiederesti?
  64. Sei dipendente da qualcosa?
  65. Credi nei fantasmi?
  66. Hai paura dei fantasmi?
  67. Se avessi la possibilità di cambiare qualcosa di te, cosa cambieresti?
  68. Qual è il lavoro dei tuoi sogni?
  69. Qual è la cosa più avventurosa che hai fatto nella vita?
  70. Qual è la cosa più costosa che ti sei comprato?
  71. Qual è la cosa più costosa che hai comprato per qualcun altro?
  72. Se vincessi la lotteria che faresti con tutti quei soldi?
  73. Se la tua casa andasse a fuoco e tu potessi portar via solo una cosa, cosa sarebbe?
  74. Chi è il tuo modello di comportamento?
  75. Ti piacciono i bambini?
  76. Hai mai detto “ti amo” senza pensarlo veramente?
  77. Hai mai guidato ubriaco?
  78. Qual è stata la festa più pazza a cui hai preso parte?
  79. Ti piacciono i miei amici?
  80. Credi nei progetti per salvare il pianeta?
  81. Hai mai sognato di vincere il Nobel? Se sì, per cosa?
  82. Qual è la prima parola che ti viene in mente se ti chiedo di descrivermi?
  83. Qual è la prima parola che ti viene in mente se ti chiedo di descriverti?
  84. Quale animale vorresti essere?
  85. Qual è il tuo cartone animato preferito?
  86. Quanto è speciale per te il ricordo del tuo primo amore?
  87. Ti piace ubriacarti?
  88. Quando cominci a bere?
  89. Hai mai rubato qualcosa?
  90. Qual è la cosa più pazza che hai osato fare nella tua vita?
  91. Quanti anni avevi quando hai iniziato a uscire con le ragazze?
  92. Ti piacerebbe avere un cane? Che nome gli daresti? Oppure preferiresti un altro animale domestico?
  93. Se una gran figa venisse da te mentre ci sono io, tu come reagiresti?
  94. Chi è stato il mito della tua infanzia?
  95. Quando hai avuto la tua prima cotta?
  96. Qual è la cosa più carina che hai fatto per un tuo amico?
  97. Quanti soldi speri di poter avere un giorno?
  98. Che macchina vorresti avere?
  99. Quanto spesso dici bugie?
  100. Chi è la tua star preferita?

Posta del Cuore: quando gli adulti non sono capaci di un sorriso

Non ho mai pensato al mio blog come alla Posta del Cuore, però tra decine di e-mail che stavo leggendo, questa richiesta di aiuto mi è sembrata bellissima. Non solo e non tanto per la sua dolcezza e purezza, perché quando ero ragazzo leggevo Cioè (e se sono sopravvissuto a quella posta del cuore…), ma perché la domanda me l’ha posta un diversamente giovane di circa 30 anni, bloccato dalla timidezza di essere in vacanza in famiglia.

L’età di Mattia e la scusa della timidezza, dietro la quale si cela probabilmente un problema simbiotico con uno o con entrambi i genitori, portano sotto gli occhi un fenomeno in realtà noto: quello degli adulti che non sono capaci di un sorriso, che non sono in grado di esprimere un’emozione, figurarsi un sentimento… E non è questione di essere o non essere impacciati.

Quello che scrivo è una mia personale idea, che ho maturato dopo essermi scritto più messaggi con Mattia e dopo avergli, ovviamente, chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, la mia risposta (il consiglio che ho pensato di dargli) e alcune mie considerazioni in base ad altre cose che ci siamo scritti.

Come dico nel titolo, quando gli adulti non sono capaci di un sorriso vuol dire che siamo davanti ad un problema generato da problemi familiari e da problemi creati da una società che cambia molto velocemente soprattutto grazie all’utilizzo, a volte smodato, della tecnologia. Una società che ha ritmi che molti non hanno e che oggi, spesso, si trovano più indietro. Più soli. Più in difficoltà.

Da Mattia S.

Ciao Marco, seguo il tuo blog con interesse. Visto che ti occupi di tendenze e di sociale e che sembri mostrare una certa sensibilità, avrei bisogno di aiuto per un problema di cuore. Puoi risolveremo? In pratica, ho preso una cotta pazzesca per la cameriera dell’hotel dove ero in vacanza al mare, a parte qualche battuta e piccole cose, non siamo mai entrati in confidenza. Poi abbiamo iniziato a seguirci su Instagram… Io ho una voglia disperata di scriverle, di avere un contatto con lei, di vedere com’è, cosa fa, come sta. Non so davvero cosa scriverle per non cadere nel banale o imbarazzarla, voglio incuriosirla e spingerla ad avere voglia di cercarmi. Cosa si fa in questi casi?

Ciao Mattia,
non ti nascondo che mi sono trovato in difficoltà a risponderti, per il semplice fatto che non conoscendo nessuno dei due ed essendo una domanda parecchio soggettiva, non sapevo come regolarmi.
Perciò ho deciso di optare per la sincerità e la schiettezza. Insomma, è inutile girarci intorno. Ti dico cosa farei io, senza stare a contartela su cosa avrei invece fatto in vacanza.
Ho un unico consiglio: rischia!
Cavolo, devi mandarle un messaggio, neppure fosse una proposta di matrimonio.
Capisco che è al primo approccio vorresti colpirla, fare subito centro, ma non la conosci, non sai cosa le piace, non sai cosa pensa. Al contrario, la devi conoscere.
Non riporre la tua fiducia nel conquistarla con un messaggio. Non con il primo. Certo, magari hai ragione a non volerti limitare ad un “Hey”, ma che ne dici di un “Ti sei già dimenticata di me? Perché io non ci sono riuscito”?
Conosci il suo profilo Instagram, dai un’occhiata, guarda cosa pubblica e prova a capire cosa le piace e se magari piace anche a te, così da poter attaccare bottone.

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate?

Chissà come ci si sente ad essere talmente belle o belli da attirare lo sguardo dei passanti, il sabato mattina, con i capelli spettinati e senza né trucco né occhiali da sole. Chissà come ci si sente ad essere pieni di amici, di quelli veri però, quelli ai quale dici “sto male” e che si presentano a casa tua al massimo un quarto d’ora dopo.

Chissà come ci si sente ad essere sempre la prima o il primo scelto, mai messi in disparte, mai inutili. Chissà come ci si sente ad avere fiducia in sé stessi. Chissà come ci si sente ad essere amati, ma amati sul serio, di quegli amori che vengono scritti sui muri o tra le pagine di un libro. Quegli amori che ti mettono a soqquadro lo stomaco, e che non ti fanno battere solo il cuore, ma tutta la gabbia toracica. Già, chissà…

Menzogne, egoismo e vigliaccheria spiegati da una barzelletta

Mi sono spesso chiesto come si scriva un editoriale contro corrente. Prima di urto, cos’è contro corrente? Perché sennò si rischia di essere contro corrente per partito preso… Un fenomeno sociale che affonda le sue radici nella notte dei tempi, è senza dubbio quello della menzogna. E in particolare delle menzogne raccontate dietro compenso, o per compiacere ad un capo. Tutti sono tentati di mentire, ma il problema vero non è la tentazione, bensì non fermarsi in tempo…

Non è importante perché si mente. Si mente e basta. Poi ci si giustifica tra mille pippe mentali più o meno plausibile per gli sciocchi e le sciocche e verosimili per gli schemi e le sceme. Sì perché l’altro problema è chi sceglie di credere alla menzogna. Si dice che si mente perchè si ama, per non far del male, per proteggere, per non far soffrire. Sì dice, addirittura, che non si mente. La più grande menzogna. La realtà è una sola: si mente per egoismo e vigliaccheria. Sì mente per guadagnare qualcosa o per non perderla. Ed ecco che torniamo al punto di partenza: il compenso dietro la menzogna.

C’è una barzelletta che ben descrive la psicologia delle bugie. Una barzelletta divertente, che assume contorni tragicomici se traslata alla realtà. Seguitemi: un plurimilionario, stanco della vita di tutti i giorni, parte per un viaggio e porta una valigia con ottocento mila euro in contanti, deciso a regalare quei soldi alla prima persona che gli farà vedere qualcosa di nuovo e incredibile.

Un giorno, mentre è in Africa a pescare lungo la riva di un fiume, gli si presenta davanti una scena assurda: una canoa in cui dodici uomini con la pelle bianca remano a tutta forza, e dietro un neretto che fa lo sci d’acqua. Il milionario, stupito, corre in riva, urla, gesticola e fa segno alla canoa di fermarsi. Questa accosta, e scende il capo dei rematori, colui che dava il ritmo.

Il milionario dice: “Guardi, nella mia vita ho visto cose di ogni genere, ma vedere dodici bianchi che remano per far fare lo sci d’acqua ad un nero è una cosa incredibile. Venga con me, come ricompensa per avermi fatto assistere a questa scena le regalo la valigia con ottocento mila euro che ho in tenda”. Il rematore chiede di attendere un attimo, torna dagli altri che lo attendono in barca e dice loro: “Oh, il primo coglione che salta fuori a dire che stiamo dando la caccia ai coccodrilli con l’esca viva, gli faccio un culo così”.

Strage di Capaci, Giovanni Falcone e le macerie dell’antimafia

Il 23 maggio del 1992, poco prima delle 18, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, esplode una carica di tritolo. L’asfalto viene sventrato, e in quell’inferno di lamiere che è la Strage di Capaci muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Nonostante le sentenze abbiano condannato più di venti mafiosi, per la Strage di Capaci del 23 maggio 1992 restano ancora molte ombre. Buchi neri, dettagli mai chiariti, piste mai battute. E poi fantasmi che compaiono e scompaiono sullo sfondo del cratere aperto dall’esplosivo sull’autostrata tra Palermo e Capaci. Già, l’esplosivo: che tipo di esplosivo? E perché Riina non fa uccidere il giudice a Roma, dove girava spesso senza scorta? E ancora: c’era davvero una donna sul luogo della strage?

“La verità che è stata accertata nella Strage di Capaci, mi sento di dirlo con cognizione di causa, è ancora una verità parziale”, ha dichiarato di recente il pm Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori. In che senso una verità parziale? Cosa c’è che non si sa ancora del botto di Capaci? “La lettura analitica delle sentenze che sono state emesse ci porta a ritenere che è stato possibile – ma mi sento di dire altamente probabile – che insieme agli uomini di Cosa nostra abbiano partecipato alla strage, nel momento del mandato stragista, organizzazione ed esecuzione, anche altri uomini estranei alla mafia”, ha spiegato sempre il sostituto procuratore della Dna.

Il riferimento è alle motivazioni del cosiddetto processo Capaci bis. È l’ultimo procedimento sulla strage del 23 maggio 1992, nato dopo la confessione di Gaspare Spatuzza che ha riscritto la fase esecutiva della strage. “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”, hanno scritto i giudici della corte d’assise di Caltanissetta. Più di millecinquecento pagine di sentenza in cui i magistrati elencano anche i temi “suscettibili di ulteriori approfondimenti”. I famosi pezzi mancanti della strage di Capaci.

L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione provinciale” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di armi da fuoco. Qualche tempo dopo però Riina li richiamò in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito sull’isola adoperando l’esplosivo. Fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

Le prove di Brusca prima della Strage di Capaci

Una volta stabilito di utilizzare dell’esplosivo, a Brusca vennero suggerite due opzioni: inserire dell’esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura posti vicino all’abitazione di Falcone, o in un sottopassaggio pedonale che attraversava l’autostrada A29. Entrambe le proposte furono scartate, in quanto per la prima si rischiava di avere troppe vittime innocenti, mentre per la seconda Pietro Rampulla, esperto in esplosivi, suggerì di trovare un luogo stretto dove posizionare le cariche, in modo da ottenere una maggiore deflagrazione. Dopo alcune ricerche, venne trovato un cunicolo di scolo dell’acqua piovana, che attraversava l’autostrada da un lato all’altro.

Nell’aprile del 1992 Brusca effettuò una prova dell’esplosivo in Contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte: dopo aver scavato nel terreno, collocò un cunicolo delle stesse dimensioni di quello presente sotto l’autostrada e riempì la buca con del cemento; all’interno del cunicolo inserì dell’esplosivo, e vi collocò un detonatore elettrico fornito da Giuseppe Agrigento (che fornì anche dell’esplosivo). Vennero utilizzate la stessa trasmittente e la stessa ricevente che furono poi impiegate nell’attentato a Capaci, procurate da Pietro Rampulla: si trattava di un radiocomando per aeromodellismo. L’esplosione che venne generata, nonostante la carica fosse in quantità di gran lunga inferiore a quella utilizzata nell’attentato, fu abbastanza potente.

Tra aprile e maggio, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei “mandamenti” di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni sopralluoghi presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. Nello stesso periodo avvennero riunioni organizzative nei pressi di Altofonte (a cui parteciparono Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella), in cui avvenne il travaso in 13 bidoncini di 200 kg di esplosivo da cava procurati da Giuseppe Agrigento (mafioso di San Cipirello).

I bidoncini vennero poi portati nella villetta di Antonino Troìa (sottocapo della Famiglia di Capaci), dove avvenne un’altra riunione (a cui parteciparono anche Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino e Salvatore Biondo), nel corso della quale avvenne il travaso dell’altra parte di esplosivo (tritolo e T4) procurata da Biondino e da Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio).

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troia, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l’esplosione[6][8]. Effettuarono varie prove di velocità, e collocarono sul tratto autostradale antecedente il punto dell’esplosione un frigorifero di colore rosso, che al passaggio del corteo serviva a segnalare il momento in cui azionare il radiocomando, per compensare il ritardo di millisecondi che l’impulso avrebbe impiegato per attivare il detonatore.

Un'immagine del dopo esplosione della bomba
Ecco cosa resta delle auto del giudice e della scorta dopo l’esplosione della bomba

L’okay a Brusca e quel muro di fuoco e asfalto

Tagliarono inoltre i rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada. La sera dell’8 maggio Brusca, La Barbera, Gioè, Troia e Rampulla provvidero a sistemare con uno skateboard i tredici bidoncini (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.

Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano si occuparono di controllare i movimenti delle tre Fiat Croma blindate che sostavano sotto casa di Falcone a Palermo per capire quando il giudice sarebbe tornato da Roma. Nessuna verità definitiva fu invece acquisita “in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita”.

Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera che le Fiat Croma erano partite ed avevano imboccato l’autostrada in direzione dell’aeroporto di Punta Raisi per andare a prendere Falcone. Ferrante e Biondo (che erano appostati in auto nei pressi dell’aeroporto) videro uscire il corteo delle blindate dall’aeroporto e avvertirono a loro volta La Barbera che il giudice Falcone era effettivamente arrivato. La Barbera allora si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29 e seguì il corteo blindato, restando in contatto telefonico per 3-4 minuti con Gioè, che era appostato con Brusca su una collinetta sopra Capaci, dalla quale si vedeva bene il tratto autostradale interessato.

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Alla vista del corteo delle blindate, Gioè diede l’ok a Brusca, che però ebbe un attimo di esitazione, avendo notato le auto di scorta rallentare a vista d’occhio. Infine, Brusca attivò il radiocomando che causò l’esplosione. La prima blindata del corteo, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi ad alcune decine di metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, proiettando violentemente il giudice e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.

Gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella terza auto (la Croma azzurra) erano feriti ma vivi: dopo qualche momento di shock, riuscirono ad aprire le portiere dell’auto ed una volta usciti si schierarono a protezione della Croma bianca, temendo che i sicari sarebbero giunti sul posto per dare il “colpo di grazia”. A giungere sul luogo furono invece vari abitanti delle zone limitrofe, intenzionati a prestare i primi soccorsi. Venne subito estratto dall’auto Giuseppe Costanza, l’autista giudiziario della Croma bianca, che si trovava sul sedile posteriore vivo in stato di incoscienza; anche il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo erano ancora vivi e coscienti, ma versavano in gravi condizioni: grazie all’aiuto degli abitanti, si riuscì a tirare fuori la moglie del giudice dal finestrino.

Per liberare Falcone dalle lamiere accartociate bisognò invece attendere l’arrivo dei Vigili del Fuoco. Il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morirono in ospedale nella serata dello stesso giorno, per le gravi emorragie interne riportate. La strage di Capaci fu festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l’attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica e Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica, ma l’attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio, ovvero due giorni dopo la strage.

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Detesto i repressi perché sono il male sociale assoluto

Qual è la categoria di persone, se di categoria si può parlare, che detesti? Io i repressi. Sì, detesto i repressi, e ora ti spiego perché sono il male sociale assoluto da combattere. Poco importa se parliamo di omosessuali, eterosessuali, asessuali, invidiosi sociali cronici, ladri di felicità, bianchi, neri, gialli e chi più ne ha più ne metta.

Nel mio peregrinare lavorativo, iniziato a 17 anni con la vendita di calendari e agendine (lavoro mollato per la disperazione: il più pulito voleva fatture 1 a 30 quando le aziende scaricavano il 100% dell’investimento pubblicitario), alle redazioni di quotidiani locali (entrato come beccamorto, soprannome affibbiato a chi faceva gavetta in cronaca e andava a recuperarsi le foto del defunto a casa, con la bara aperta e intorno familiari, amici, squali e parassiti infazzolettati), fino alle riviste patinate nazionali, ho incontrato diversi capi, pochi manager, due talebani, un estortore, tre leader (che scappando da capi incapaci mi lasciarono nella mischia), opportunisti, e mica volevi che non mi fosse capitato un capo o pseudo-tale represso?

Già conosco la tua domanda. Scommetti? Guarda: e col ben di Dio che hai trovato in quasi trenta anni di lavoro, tra cui l’estortore, che poi era anche millantatore e amante dell’esercizio abusivo della professione, ti vai a preoccupare dei repressi? Esatto, Watson.

E ti dico perché. Mentre la disonestà è solo uno dei mali sociali, il represso ha in sé tutti i mali sociali, li colleziona e li fa evolvere. Passa le ore sognando come fare male alle persone, tutte ed indistintamente. È cattivo, ma non è solo cattivo. È avido. È egoista. È narcisista. È millantatore. È ladro. Spesso anche fesso perché alla fine si lascia derubare dall’amante e dalla moglie (o marito) che, con una mano a testa zufolano nei suoi desideri più reconditi, mentre con le altre due gli portano via tutto.

I repressi sono spietatamente morbosi, terribilmente invidiosi, razzisti, ignoranti, hanno alle spalle il marchio indelebile di qualche fallimento pilotato (magari tramite amicizie con rotariani o massoni deviati) o qualche condanna per bancarotta fraudolenta per avere distrutto con gestioni allegre aziende floride rovinando la vita di familiari, dipendenti e amici. Sono violenti e bugiardi. Bugiardi perché abitudinariamente mentono anche a se stessi e violenti perché a furia di mentire e reprimere tutte le verità nella più sporca menzogna esplodono nella violenza più cieca e psicologicamente perversa.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Essendo i repressi anche bulli, bulle o pseudotali e sentendosi sempre e in ogni caso, entità divine, si sfogano con i più deboli, con i cosiddetti inferiori, che nella maggior parte dei casi sono ignari dipendenti e colleghi, raramente mogli, mariti o amanti. Con loro cercano la complicità per poter moltiplicare a dismisura tutte le più deprecabili cattiverie che derivano da un complesso odio sociale, sempre ben nutrito e ben alimentato.

Repressione dopo repressione. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Truffa dopo truffa. Mentre tu preghi che gli venga un infarto o un ictus. E invece no, spesso il buon Dio chiama a sé anime giovani e innocenti e i repressi sono sempre lì, condannati perché delinquenti, ma liberi di continuare a nuocere e a rubare.

Spesso, in un’Italia corrotta, neppure le sentenze li fermano. Sono ignoranti e arroganti, furbi (ecco perché fessi), cinici, truffatori, così tanto attaccati al denaro da essere capaci di derubare (in alcuni casi il verbo si sostituisce in rapinare) anche chi al mondo li ha messi e li ha, ahinoi, cresciuti.

Questi vermi (in senso morale) si riproducono, seppure ‘senza palle’ è cercano di rendere i figli stupidi come loro. Glielo leggi nel sorriso. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nel represso, che è proprio l’aspetto più rilevante a livello umano e sociale. Non solo reprime, ma cerca di reprimere. Esatto. I repressi reprimono anche gli altri, specialmente se arrivano a comandare un gruppo o un Paese.

Infatti, l’effetto diretto è la repressione, cioè l’oppressione o la persecuzione di un individuo o di un gruppo di individui per ragioni politiche, etiche o religiose, di libero pensiero, di costume, sessuali, di opinione, di solito per impedire loro di partecipare attivamente o passivamente alla vita politica della società in cui vivono.

La repressione politica può essere caratterizzata da discriminazioni, abusi da parte degli organi di polizia, ad esempio arresti ingiustificati o interrogatori brutali, e da azioni violente, come l’omicidio o la ‘sparizione forzata’ di attivisti politici e dissidenti. Studiare psicologia generale ti insegna che un’attitudine tipicamente umana è quella di calamitare a sé i propri simili. Sempre grazie a Dio (quel buon Dio che ce li lascia sempre tra le uova) non si ritrovano proprio tutti insieme.

Ma se due repressi sono socialmente pericolosi, al pari di un’associazione a delinquere, prova ad immaginare ad immaginare se i repressi da dover tollerare fossero tre. No, anzi, non immaginarlo. Dimentica di aver letto tutto quello che hai letto fino ad ora in questo inutile delirio. E pensa solo che la buonanima di mio padre, avvocato, cinicamente diceva, mentre rideva amaro: ‘a malerba nun mora mai’. Lo sapeva bene lui che combatteva quotidianamente le ingiustizie in prima linea, al fianco dei lavoratori, in Calabria…

Morire sul lavoro: perché Andrea Masi non sarà l’ultimo

Morire sul lavoro. Morire sul tuo primo posto di lavoro al tuo primo giorno di lavoro. Maledizione. Accade ancora. Questa volta si chiama Andrea Masi, aveva 18 anni, tutta la vita davanti e piena di sogni, ma invece è deceduto proprio nella notte fra martedì e mercoledì a causa di un incidente sul lavoro nel parcheggio del centro commerciale Portello, nella moderna Milano, la capitale economica di un’Italia a due velocità.

Secondo le prime ricostruzioni fatte dagli investigatori sul posto della tragedia, Andrea Masi, giovane operaio, che era residente a Tradate in provincia di Varese e che era stato regolarmente assunto dalla “NetWisp”, era seduto sul parapetto di una piattaforma elevatrice per lavorare a un quadro elettrico fissato al soffitto.

Andrea Masi doveva installate installare o riparare, questo non è stato chiarito adeguatamente dagli inquirenti, la fibra ottica. Un suo collega che stava manovrando il muletto pare non essersi accorto in alcun modo che Andrea Masi era proprio dietro di lui impegnato ad armeggiare con fili e cavi.

Andrea Masi era in posizione elevata, ma di spalle rispetto all’architrave di una delle porte di ingresso al posteggio sotterraneo. Quando si dice essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Contro quel maledetto architrave masi ha sbattuto in modo violentissimo la testa e ha perso immediatamente i sensi, cadendo a terra. Tutti i tentativi di rianimarlo, anche quelli dei medici del 118, sono stati inutili.

Donatella D’Alelio, che ben conosceva Andrea Masi, visto che era stata la sua insegnante alle scuole superiori, ha detto che: ‘Andrea che era entrato in classe bambino e che ne era uscito uomo con le spalle disegnate e il sorriso luminoso. Andrea col capo chino sugli esercizi, Andrea che aiutava tutti, Andrea che quando aveva preso 9 in verifica non ci credeva, Andrea che all’intervallo mi chiedeva se volevo il caffè, Andrea che quando mi si ruppe l’orologio di mio padre, quello che mettevo nei momenti difficili, quando avevo bisogno di conforto mi disse dia qua, prof che glielo aggiusto io, Andrea che rideva coi compagni, Andrea che io volevo continuasse a studiare e lui no prof, io voglio lavorare, Andrea che quel lavoro l’aveva trovato, Andrea che quel lavoro ce l’ha portato via. Andrea, Andrea Masi, il mio alunno che ce l’aveva fatta’.

Andrea masi aveva tutto il futuro avanti a sé
Andrea masi aveva tutto il futuro avanti a sé

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I morti sul lavoro prima di Andrea Masi: dati e cifre 2018

Maledizione, lo ripeto. Andrea Masi ce l’aveva fatta. E invece, Andrea Masi è finito in un lungo elenco di morti sul lavoro che ancora oggi continua a rappresentare una vergogna per l’Italia. Sono certo che Andrea Masi lavorasse in condizioni perfette, ma so che la giustizia qualche cavillo lo trova sempre, ma è terribile pensare che si possa morire mentre stai praticando un attività che, invece, deve permetterti di vivere. A volte di sopravvivere. Invece, si continua a morire per lavoro. Nei primi sei mesi dell’anno erano state 469 le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail, quattro in meno rispetto alle 473 dello stesso periodo del 2017 (-0,8%).

‘I dati rilevati al 30 giugno – sottolinea l’istituto – hanno evidenziato, a livello nazionale, una diminuzione dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 337 a 331, mentre quelli occorsi in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, sono aumentati di due unità (da 136 a 138)’. Ma quale diminuzione? Unità? Quattro? Parliamo di vite umane. Di gente che muore, ovviamente non è il caso di Andrea, perché sfruttata illegalmente. Succede ancora anche questo. E snocciolando ancora cifre l’Inail rivela: ‘Ad essere più colpiti sono i lavortori over 50. Una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234). La diminuzione complessiva ha interessato solo le denunce dei lavoratori italiani (da 406 a 391), mentre quelle dei lavoratori stranieri sono aumentate di 11 unità (da 67 a 78)’.

Purtroppo, al 2 novembre 2018, ‘sono 612 i morti sui luoghi di lavoro. Con i morti sulle strade e in itinere sono già morti oltre 1200 lavoratori’, a rivelarlo è l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro, che monitora in tempo reale tutti i morti per infortunio sul lavoro, anche i non assicurati all’Inail. L’osservatorio denuncia anche: ‘Sono ben 81 i morti schiacciati dal trattore dalla nascita a giugno del nuovo governo, e 132 dall’inizio dell’anno. Aspettiamo un intervento mirato dal Ministro Centinaio. Ricordiamo ancora una volta che ce ne sono almeno altrettanti di lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere nelle province. Non sono conteggiati, oltre che i morti in itinere nelle province e regioni, i morti sulle autostrade: con queste morti arriviamo già a superare i 1100 morti per infortuni complessivi’. A queste anime si unisce Andrea Masi.

Lettera al sacerdote-padre Del Neso e al vescovo di Ischia

Si chiama don Gianfranco Del Neso, ha 45 anni, ed è sacerdote dal 27 giugno 2014. La bella notizia è che sta per diventare padre, quella su cui bisognerebbe riflettere e discutere è che, appunto, si tratta di un prete. Cioè, in teoria è un uomo che ha fatto un giuramento assoluto.

Il problema di fondo è che Gianfranco Del Neso – non più don visto che il vescovo di Ischia, Pietro Lagnese, l’ha prontamente sospeso dall’incarico e dalle funzioni – altro non è che un uomo. Un uomo con le stesse debolezze e le stesse insicurezze di tutti gli altri uomini. Debolezze e insicurezze che anni di teologia e studi ecclesiastici non possono togliere. Si nasce uomini e non si muore prelati. Quello del sacerdozio è una scelta ed è anche un titolo, uno status. Spesso inutile.

Nell’ipocrita società in cui viviamo, ormai assuefatti alla teoria del controllo sociale, vengono stabilite regole rigide che, puntualmente, non vengono rispettate. Si fa ma non si dice. E se ti beccano, tu nega. L’ipocrisia non è nelle regole, ma è insita in un genere umano che si sente condizionato dalla società che lo circonda e che sin da bambino lo indirizza.

Sentendoci controllati, l’innato spirito di contraddizione di ciascuno aumenta a dismisura, lievita, la voglia di evadere da determinate regole. Non da tutte. È noto che ci sono regole che è possibile rispettare e regole che è impossibile applicare se non per brevi periodo. Ti stai chiedendo dove voglio arrivare? E allora te lo dico subito: ma tu puoi chiedere ad un uomo di non amare? Ma tu sei certo o certa che un prete sposato e con famiglia non sia in grado di aiutare le persone bisognose?

Tutti possono aiutare qualcuno. La cattiveria è soggettiva, come il bullismo. Per me, che non sono nessuno e che non conto nulla, Gianfranco Del Neso è un eroe. Ha peccato secondo un criterio (stabilito da chi?) ecclesiastico, ma in realtà ha fatto solo quello che fanno tutte le brave persone: si è costruito un amore, ha intrecciato una relazione con una donna consenziente, l’ha amata e posseduta.

Ora da quell’amore nascerà un bellissimo frutto: un bambino, o una bambina. Lui non l’ha rinnegata. È stato onesto, ben consigliato dalle sue debolezze che nel frattempo sono diventate il suo umano punto di forza: ha avvisato il vescovo, Pietro Lagnese. ‘Tra qualche tempo diventerò papà’. Questo ai miei occhi lo trasforma da un eroe a un super eroe.

Il vescovo di Ischia lo ha sospeso dalla parrocchia di Maria SS Madre della Chiesa di Lacco Ameno, dove Gianfranco Del Neso era e resta molto ben voluto. Dopo averlo sospeso, lagnese ha dato la notizia con una nota: ‘Il Vescovo fortemente addolorato per l’accaduto, ha riconosciuto l’onestà di don Gianfranco nell’aver condiviso con lui la fatica nel rimanere fedele all’impegno del celibato. Il sacerdote intende assumersi tutte le responsabilità connesse alla sua nuova situazione di vita che prevede l’arrivo di un figlio’. In questa nota leggo tutta l’ipocrisia che risiede in una gran parte dei sacerdoti e dei praticanti cattolici. Caro vescovo, perché sei addolorato se lui è felice così?

Tu sei davvero riuscito ad essere fedele all’esercizio sacerdotale? Ci voglio credere. Ma non trovi un controsenso trascorrere quasi tutte le tue giornate a raccomandare a tutti i fedeli di amarsi (umanamente, fraternamente e cristianamente), accoppiarsi (nel senso di creare famiglie) e procreare e poi vietarlo ad un tuo uomo, indipendentemente da come questi si possa chiamare?

Caro vescovo di Ischia, sei certo che amare Dio in modo esclusivo voglia significare non poter amare anche qualcun altro? Credi davvero alla storiella di Adamo, Eva, del serpente e del peccato originale così come ci viene tramandata? Ma soprattutto, nel Terzo millennio pensi davvero che siamo tutti rimbambiti al punto da volerci credere? No, ci sono tanti ipocriti che continuano a dirti che ci credono. E tu li allevi, portando avanti senza discuterle le regole ecclesiastiche.

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Tutti con Gianfranco Del Neso e con la sua scelta?

Anche questa volta ha reagito meglio il mondo reale, quello che spesso ci stupisce negativamente e che ha reso molte persone incapaci di indignarsi. E quindi anche incapaci di gioire. Sul diario Facebook dell’ormai ex prelato, sono piovute tante attestazioni di stima, messaggi di auguri, consigli…

C’è chi gli suggerisce di amare, chi gli scrive bravo, chi lo esorta ad andare avanti, a proseguire nella strada che ha scelto, cioè di diventare padre e marito (non necessariamente da intendersi nel senso più religioso del termine). ‘Ho appena letto la notizia, ti stimo tanto! Sarai un ottimo papà!’, scrive Francesco. ‘Ti ho conosciuto prima che diventassi sacerdote, mi raccontavi dei tuoi sacrifici per diventarlo e soprattutto mi raccontavi di quanto è bella la vita e l’amore per il nostro Signore. Sei una persona meravigliosa e la tua anima lo è ancora di più. Auguri di vero cuore’, scrive Luciano. E così via.

Caro vescovo Pietro Lagnese, sai a me cosa addolora? Addolora che a causa dell’ipocrisia ecclesiastica la chiesa decida di rinunciare ad un uomo come Gianfranco Del Neso. Regole formali, ma non sostanziali. Se il mondo cambia col tuo esempio, andremo a rotoli. Il messaggio che è passato è che, se non si fosse autodenunciato sarebbe potuto rimanere all’incarico sacerdotale. A me addolora che continuate a tenere con voi maniaci e pedofili, allontanando chi ha fatto la cosa più naturale del mondo: procreare. Ma se fosse davvero peccato fare certe cose, secondo te, perché nasciamo come siamo? O peccatori, come dite voi…

Cristina ha scritto: ‘Speriamo che questo papa tanto buono quanto comprensivo prenda la decisione di far sposare i sacerdoti… Non è giusto che questo sacerdote abbia dovuto fate una scelta durissima… Meglio lui che i maledetti pedofili che si insidiano nelle chiese e che la chiesa conosce e a cui spesso fa da complice’. Federica ha aggiunto: ‘Auguro ogni bene a te e alla tua futura famiglia e che tu possa essere il primo di una lunga catena di sacerdoti non più costretti a rimanere nell’ombra per la vergogna. Sarai senz’altro un ottimo padre. Lunga vita e tanta serenità!’.

Caro vescovo, questi messaggi sono per te, non per fare like. Tu sai di non poter cambiare le regole, ma avevi la fortuna di poter scegliere di non rimuoverlo. Avresti creato un precedente unico nel suo genere e avresti costretto i grandi politici del Vaticano ad affrontare questo argomento pubblicamente.

Sarebbe finita comunque nello stesso modo in cui è finita, per via di un copione già scritto, ma avresti offerto la possibilità di un confronto pubblico sull’argomento e soprattutto avresti preso le distanze da discutibili regole preistoriche che in fondo in fondo (forse) non piacciono tanto neppure a te. Ecco, avresti potuto dimostrare a tutti che non sei ipocrita, che sei intelligente e in grado di mettere in discussione determinate regole, che nell’essere umano l’onestà va sempre premiata e non punita. Invece, abbiamo sprecato un’altra occasione buona. L’ennesima, per la verità.

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per tutti i clandestini

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

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Un migrante non è un clandestino, ma non tutti lo capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.

Il caporalato, lo sfruttamento e il ministro Martina

Nei giorni che precedono e in quelli che seguono il ferragosto, i politici vanno in crisi di astinenza. Soffrono l’assenza dei giornalisti parlamentari che, essendo andati in ferie, non gli permettono di apparire sul grande schermo o sulle pagine dei principali quotidiani. Succede a destra e a sinistra. Solo che nel Pd acronimo di – Prodi Domani, Perdi Denari, Prendi Dammi, Protesta Domanda, Per Dindirindina e chi più ne ha più e metta – hanno proprio le convulsioni.

Il segretario Pd, Maurizio Martina, ha attaccato il governo Penta-Leghista sul caporalato, dicendo: “Il governo faccia qualcosa“. Cioè, ti rendi conto? Da decenni raccolgo storie sullo sfruttamento dell’immigrazione, mi batto per la difesa dei diritti umani e, un bel giorno, devo sentire un uomo che è stato ministro dell’Agricoltura per quattro anni che solecita interventi ai partiti che li hanno seppelliti alle ultime elezioni. È quantomeno ridicolo, perché sembra di sentire parlare Matteo Renzi!

Lo ammetto, quando ho sentito questa frase ho pensato: “Secondo me dovresti andare più spesso in chiesa a pregare, oppure potresti fare le maglie di lana ai ferri. Magari scopri che hai talento”. E l’ho pensato per lui, l’ex-ministro Martina, e per tutti i suoi attuali seguaci. Non ce l’ho col Pd. Fino alla scalata anti-democratica di Renzi li ho anche votati… Che resti pure in piedi il Partito Democratico, ma che almeno si riempia di gente capace. Basta mandare al vertice i “pifferai magici”.

Solitamente non mi spreco per politici che non sanno fare il proprio mestiere e che brancolano nel buio della disperazione e dell’ignoranza. Però, reputo l’accaduto un grave scaribarile e, quindi, reputo doveroso spiegarti due cosine su una riformulazione di reato operata proprio da Maurizio Martina negli anni in cui guidava il dicastero dell’agricoltura.

Siccome c’è gente che ha la memoria corta e che sta sempre dalla parte di chi ha avuto una possibilità ed ha fallito (perché, ricorda, le elezioni servono a mandare a casa chi ti ha governato male…) voglio chiarire un concetto una volta per tutte. Che se non sia mai che tramandiamo notizie fuorvianti ai nostri figli e ai nostri nipoti. Già gli abbiamo rovinato il futuro… Lo so, sarò criticato, perché esistono tanti “paladini della verità” (alias rosiconi), che quotidianamente sognano di smentire chiunque, ma finiscono quasi sempre per dire una marea di castronerie (stronzate?).

Veniamo a noi. Comincio dall’inizio perché è il caso di partire dalla base, dall’a-b-c. Sotto la guida dell’allora ministro Maurizio Martina, sulla Gazzetta Ufficiale numero 257 del 3 novembre 2016, viene pubblicata (ed entra in vigore) la legge numero 199: “Disposizioni in materia di contrasto ai fenomeni del lavoro nero, dello sfruttamento del lavoro in agricoltura e di riallineamento retributivo nel settore agricolo”.

Tanto per cominciare Maurizio Martina non ha inventato nulla, tantomeno ha rivoluzionato qualcosa. Ha solo riformulato il reato di caporalato, lasciando la pena minima ad un anno di reclusione e la massima a sei, però si applica solo per gravi recidive che non avvengono perché i “caporali” cambiano spesso, essendo questi ruoli affidati a clan di tipo familiare.

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Tra l’altro, l’arresto è previsto solo ed esclusivamente in flagranza di reato. Non ci credi? E’ proprio così. Ah… già, è prevista una multa da cinquecento a mille euro per ciascun lavoratore reclutato. Quindi, se delinquo guadagno circa quaranta-cinquanta mila euro al mese e pago una multa che, se va male, è di mille euro per ogni persona costretta in schiavitù, perché di questo si tratta.

Sai che – quasi quasi – conviene fare i caporali anche grazie a Martina e a chi, avendo tempo da perdere, lo sostiene? Non sto scherzando. Nella riformulazione del reato che già esisteva, il “caro” ex-ministro ha previsto: “L’applicazione di un’attenuante in caso di collaborazione con le autorità”. Cioè, uno si macchia di un reato becero come quello della tratta di esseri umani e se poi chiede scusa e racconta due menate si vede dimezzare la pena? E per chi lavorava Martina? Per Renzi che ha inserito il licenziamento facile senza giusta causa? Purtroppo sì.

Per questo motivo aver sentito Martina dire a Luigi Di Maio e a Matteo Salvini: Il governo faccia qualcosa mi è venuta l’orticaria. Peccato che a noi giornalisti liberi non sia concesso fare domande a personaggi come Maurizio Martina e Matteo Renzi, che gli ha ceduto la poltrona. Io ne avrei una seria da fargli. E cioè: mi spieghi cortesemente cosa hai fatto per quattro anni?

Se vuoi rispondermi fallo, ne sarò lieto, ma è un argomento delicato. Quindi, dissenti pure, è lecito. Però, prendi prima il mio messaggio e cerca bene su Wikipedia se trovi qualcosa di simile a quello che ho scritto. Se non è così, mi raccomando, articola bene le tue motivazioni e fai in modo da stimolare anche in me una discussione costruttiva e non basata su colpi bassi che potrebbero ritorcersi contro chi li tira.