Articoli

Menzogne, egoismo e vigliaccheria spiegati da una barzelletta

Mi sono spesso chiesto come si scriva un editoriale contro corrente. Prima di urto, cos’è contro corrente? Perché sennò si rischia di essere contro corrente per partito preso… Un fenomeno sociale che affonda le sue radici nella notte dei tempi, è senza dubbio quello delle menzogne. E in particolare delle menzogne raccontate dietro compenso, o per compiacere ad un capo. Tutti sono tentati di mentire, ma il problema vero non è la tentazione, bensì non fermarsi in tempo…

Non è importante perché si mente. Si mente e basta. Poi ci si giustifica tra mille pippe mentali più o meno plausibile per gli sciocchi e le sciocche e verosimili per gli schemi e le sceme. Sì perché l’altro problema è chi sceglie di credere alla menzogna. Si dice che si mente perchè si ama, per non far del male, per proteggere, per non far soffrire. Sì dice, addirittura, che non si mente. La più grande menzogna. La realtà è una sola: si mente per egoismo e vigliaccheria. Sì mente per guadagnare qualcosa o per non perderla. Ed ecco che torniamo al punto di partenza: il compenso dietro la menzogna.

C’è una barzelletta che ben descrive la psicologia delle bugie. Una barzelletta divertente, che assume contorni tragicomici se traslata alla realtà. Seguitemi: un plurimilionario, stanco della vita di tutti i giorni, parte per un viaggio e porta una valigia con ottocento mila euro in contanti, deciso a regalare quei soldi alla prima persona che gli farà vedere qualcosa di nuovo e incredibile.

Un giorno, mentre è in Africa a pescare lungo la riva di un fiume, gli si presenta davanti una scena assurda: una canoa in cui dodici uomini con la pelle bianca remano a tutta forza, e dietro un neretto che fa lo sci d’acqua. Il milionario, stupito, corre in riva, urla, gesticola e fa segno alla canoa di fermarsi. Questa accosta, e scende il capo dei rematori, colui che dava il ritmo.

Il milionario dice: “Guardi, nella mia vita ho visto cose di ogni genere, ma vedere dodici bianchi che remano per far fare lo sci d’acqua ad un nero è una cosa incredibile. Venga con me, come ricompensa per avermi fatto assistere a questa scena le regalo la valigia con ottocento mila euro che ho in tenda”. Il rematore chiede di attendere un attimo, torna dagli altri che lo attendono in barca e dice loro: “Oh, il primo coglione che salta fuori a dire che stiamo dando la caccia ai coccodrilli con l’esca viva, gli faccio un culo così”.

Strage di Capaci, Giovanni Falcone e le macerie dell’antimafia

Il 23 maggio del 1992, poco prima delle 18, sull’autostrada che collega l’aeroporto di Punta Raisi a Palermo, esplode una carica di tritolo. L’asfalto viene sventrato, e in quell’inferno di lamiere che è la Strage di Capaci muoiono il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani. Nonostante le sentenze abbiano condannato più di venti mafiosi, per la Strage di Capaci del 23 maggio 1992 restano ancora molte ombre. Buchi neri, dettagli mai chiariti, piste mai battute. E poi fantasmi che compaiono e scompaiono sullo sfondo del cratere aperto dall’esplosivo sull’autostrata tra Palermo e Capaci. Già, l’esplosivo: che tipo di esplosivo? E perché Riina non fa uccidere il giudice a Roma, dove girava spesso senza scorta? E ancora: c’era davvero una donna sul luogo della strage?

“La verità che è stata accertata nella Strage di Capaci, mi sento di dirlo con cognizione di causa, è ancora una verità parziale”, ha dichiarato di recente il pm Nino Di Matteo ad Andrea Purgatori. In che senso una verità parziale? Cosa c’è che non si sa ancora del botto di Capaci? “La lettura analitica delle sentenze che sono state emesse ci porta a ritenere che è stato possibile – ma mi sento di dire altamente probabile – che insieme agli uomini di Cosa nostra abbiano partecipato alla strage, nel momento del mandato stragista, organizzazione ed esecuzione, anche altri uomini estranei alla mafia”, ha spiegato sempre il sostituto procuratore della Dna.

Il riferimento è alle motivazioni del cosiddetto processo Capaci bis. È l’ultimo procedimento sulla strage del 23 maggio 1992, nato dopo la confessione di Gaspare Spatuzza che ha riscritto la fase esecutiva della strage. “Nel presente procedimento viene a formarsi un quadro, sia pure non ancora compiutamente delineato, che conferisce maggiore forza alla tesi secondo cui ambienti esterni a Cosa nostra si possano essere trovati, in un determinato periodo storico, in una situazione di convergenza di interessi con l’organizzazione mafiosa, condividendone i progetti e incoraggiandone le azioni”, hanno scritto i giudici della corte d’assise di Caltanissetta. Più di millecinquecento pagine di sentenza in cui i magistrati elencano anche i temi “suscettibili di ulteriori approfondimenti”. I famosi pezzi mancanti della strage di Capaci.

L’uccisione di Falcone venne decisa nel corso di alcune riunioni delle “Commissioni” regionale e provinciale di Cosa Nostra, avvenute tra il settembre-dicembre 1991, e presiedute dal boss Salvatore Riina, nelle quali vennero individuati anche altri obiettivi da colpire. Nello stesso periodo, avvenne anche un’altra riunione nei pressi di Castelvetrano (a cui parteciparono Salvatore Riina, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Mariano Agate, Salvatore Biondino e i fratelli Filippo e Giuseppe Graviano), in cui vennero organizzati gli attentati contro il giudice Falcone, l’allora ministro Claudio Martelli e il presentatore televisivo Maurizio Costanzo.

In seguito alla sentenza della Cassazione che confermava gli ergastoli del Maxiprocesso (30 gennaio 1992), la “Commissione provinciale” di Cosa Nostra decise di dare inizio agli attentati: per queste ragioni, nel febbraio 1992 venne inviato a Roma un gruppo di fuoco, composto da mafiosi di Brancaccio e della provincia di Trapani (Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Vincenzo Sinacori, Lorenzo Tinnirello, Cristofaro Cannella, Francesco Geraci), che avrebbero dovuto uccidere Falcone, Martelli o in alternativa Costanzo, facendo uso di armi da fuoco. Qualche tempo dopo però Riina li richiamò in Sicilia perché voleva che l’attentato a Falcone fosse eseguito sull’isola adoperando l’esplosivo. Fu scelto Giovanni Brusca come coordinatore dei dettagli delle operazioni.

Le prove di Brusca prima della Strage di Capaci

Una volta stabilito di utilizzare dell’esplosivo, a Brusca vennero suggerite due opzioni: inserire dell’esplosivo in alcuni cassonetti della spazzatura posti vicino all’abitazione di Falcone, o in un sottopassaggio pedonale che attraversava l’autostrada A29. Entrambe le proposte furono scartate, in quanto per la prima si rischiava di avere troppe vittime innocenti, mentre per la seconda Pietro Rampulla, esperto in esplosivi, suggerì di trovare un luogo stretto dove posizionare le cariche, in modo da ottenere una maggiore deflagrazione. Dopo alcune ricerche, venne trovato un cunicolo di scolo dell’acqua piovana, che attraversava l’autostrada da un lato all’altro.

Nell’aprile del 1992 Brusca effettuò una prova dell’esplosivo in Contrada Rebuttone, nei pressi di Altofonte: dopo aver scavato nel terreno, collocò un cunicolo delle stesse dimensioni di quello presente sotto l’autostrada e riempì la buca con del cemento; all’interno del cunicolo inserì dell’esplosivo, e vi collocò un detonatore elettrico fornito da Giuseppe Agrigento (che fornì anche dell’esplosivo). Vennero utilizzate la stessa trasmittente e la stessa ricevente che furono poi impiegate nell’attentato a Capaci, procurate da Pietro Rampulla: si trattava di un radiocomando per aeromodellismo. L’esplosione che venne generata, nonostante la carica fosse in quantità di gran lunga inferiore a quella utilizzata nell’attentato, fu abbastanza potente.

Tra aprile e maggio, Salvatore Biondino, Raffaele Ganci e Salvatore Cancemi (rispettivamente capi dei “mandamenti” di San Lorenzo, della Noce e di Porta Nuova) compirono alcuni sopralluoghi presso l’autostrada A29, nella zona di Capaci, per individuare un luogo adatto per la realizzazione dell’attentato e per gli appostamenti. Nello stesso periodo avvennero riunioni organizzative nei pressi di Altofonte (a cui parteciparono Giovanni Brusca, Antonino Gioè, Gioacchino La Barbera, Pietro Rampulla, Santino Di Matteo, Leoluca Bagarella), in cui avvenne il travaso in 13 bidoncini di 200 kg di esplosivo da cava procurati da Giuseppe Agrigento (mafioso di San Cipirello).

I bidoncini vennero poi portati nella villetta di Antonino Troìa (sottocapo della Famiglia di Capaci), dove avvenne un’altra riunione (a cui parteciparono anche Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi, Giovan Battista Ferrante, Giovanni Battaglia, Salvatore Biondino e Salvatore Biondo), nel corso della quale avvenne il travaso dell’altra parte di esplosivo (tritolo e T4) procurata da Biondino e da Giuseppe Graviano (capo della Famiglia di Brancaccio).

Negli stessi giorni Brusca, La Barbera, Di Matteo, Ferrante, Troia, Biondino e Rampulla provarono varie volte il funzionamento dei congegni elettrici che erano stati procurati da Rampulla stesso e dovevano servire per l’esplosione[6][8]. Effettuarono varie prove di velocità, e collocarono sul tratto autostradale antecedente il punto dell’esplosione un frigorifero di colore rosso, che al passaggio del corteo serviva a segnalare il momento in cui azionare il radiocomando, per compensare il ritardo di millisecondi che l’impulso avrebbe impiegato per attivare il detonatore.

Un'immagine del dopo esplosione della bomba
Ecco cosa resta delle auto del giudice e della scorta dopo l’esplosione della bomba

L’okay a Brusca e quel muro di fuoco e asfalto

Tagliarono inoltre i rami degli alberi che impedivano la visuale dell’autostrada. La sera dell’8 maggio Brusca, La Barbera, Gioè, Troia e Rampulla provvidero a sistemare con uno skateboard i tredici bidoncini (caricati in tutto con circa 400 kg di miscela esplosiva) nel cunicolo di drenaggio sotto l’autostrada, nel tratto dello svincolo di Capaci, mentre nelle vicinanze Bagarella, Biondo, Biondino e Battaglia svolgevano le funzioni di sentinelle.

Nella metà di maggio Raffaele Ganci, i figli Domenico e Calogero e il nipote Antonino Galliano si occuparono di controllare i movimenti delle tre Fiat Croma blindate che sostavano sotto casa di Falcone a Palermo per capire quando il giudice sarebbe tornato da Roma. Nessuna verità definitiva fu invece acquisita “in sede processuale sull’identità della fonte che aveva comunicato alla mafia la partenza di Falcone da Roma e l’arrivo a Palermo per l’ora stabilita”.

Il 23 maggio Domenico Ganci avvertì telefonicamente prima Ferrante e poi La Barbera che le Fiat Croma erano partite ed avevano imboccato l’autostrada in direzione dell’aeroporto di Punta Raisi per andare a prendere Falcone. Ferrante e Biondo (che erano appostati in auto nei pressi dell’aeroporto) videro uscire il corteo delle blindate dall’aeroporto e avvertirono a loro volta La Barbera che il giudice Falcone era effettivamente arrivato. La Barbera allora si spostò con la sua auto in una strada parallela alla corsia dell’autostrada A29 e seguì il corteo blindato, restando in contatto telefonico per 3-4 minuti con Gioè, che era appostato con Brusca su una collinetta sopra Capaci, dalla quale si vedeva bene il tratto autostradale interessato.

PROMEMORIA > Ti è piaciuto questo articolo? Leggi altre recensioni o storie

Alla vista del corteo delle blindate, Gioè diede l’ok a Brusca, che però ebbe un attimo di esitazione, avendo notato le auto di scorta rallentare a vista d’occhio. Infine, Brusca attivò il radiocomando che causò l’esplosione. La prima blindata del corteo, la Croma marrone, venne investita in pieno dall’esplosione e sbalzata dal manto stradale in un giardino di olivi ad alcune decine di metri di distanza, uccidendo sul colpo gli agenti Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. La seconda auto, la Croma bianca guidata da Falcone, si schiantò contro il muro di asfalto e detriti improvvisamente innalzatisi per via dello scoppio, proiettando violentemente il giudice e la moglie, che non indossavano le cinture di sicurezza, contro il parabrezza.

Gli agenti Paolo Capuzza, Gaspare Cervello e Angelo Corbo, che viaggiavano nella terza auto (la Croma azzurra) erano feriti ma vivi: dopo qualche momento di shock, riuscirono ad aprire le portiere dell’auto ed una volta usciti si schierarono a protezione della Croma bianca, temendo che i sicari sarebbero giunti sul posto per dare il “colpo di grazia”. A giungere sul luogo furono invece vari abitanti delle zone limitrofe, intenzionati a prestare i primi soccorsi. Venne subito estratto dall’auto Giuseppe Costanza, l’autista giudiziario della Croma bianca, che si trovava sul sedile posteriore vivo in stato di incoscienza; anche il giudice Falcone e la moglie Francesca Morvillo erano ancora vivi e coscienti, ma versavano in gravi condizioni: grazie all’aiuto degli abitanti, si riuscì a tirare fuori la moglie del giudice dal finestrino.

Per liberare Falcone dalle lamiere accartociate bisognò invece attendere l’arrivo dei Vigili del Fuoco. Il giudice Giovanni Falcone e la moglie Francesca Morvillo morirono in ospedale nella serata dello stesso giorno, per le gravi emorragie interne riportate. La strage di Capaci fu festeggiata dai mafiosi nel carcere dell’Ucciardone. Secondo le testimonianze dei collaboratori di giustizia, l’attentato di Capaci fu eseguito per danneggiare il senatore Giulio Andreotti: infatti la strage avvenne nei giorni in cui il Parlamento era riunito in seduta comune per l’elezione del presidente della Repubblica e Andreotti era considerato uno dei candidati più accreditati per la carica, ma l’attentato orientò la scelta dei parlamentari verso Oscar Luigi Scalfaro, che venne eletto il 25 maggio, ovvero due giorni dopo la strage.

Consigliati da Amazon

Detesto i repressi perché sono il male sociale assoluto

Qual è la categoria di persone, se di categoria si può parlare, che detesti? Io i repressi. Sì, detesto i repressi, e ora ti spiego perché sono il male sociale assoluto da combattere. Poco importa se parliamo di omosessuali, eterosessuali, asessuali, invidiosi sociali cronici, ladri di felicità, bianchi, neri, gialli e chi più ne ha più ne metta.

Nel mio peregrinare lavorativo, iniziato a 17 anni con la vendita di calendari e agendine (lavoro mollato per la disperazione: il più pulito voleva fatture 1 a 30 quando le aziende scaricavano il 100% dell’investimento pubblicitario), alle redazioni di quotidiani locali (entrato come beccamorto, soprannome affibbiato a chi faceva gavetta in cronaca e andava a recuperarsi le foto del defunto a casa, con la bara aperta e intorno familiari, amici, squali e parassiti infazzolettati), fino alle riviste patinate nazionali, ho incontrato diversi capi, pochi manager, due talebani, un estortore, tre leader (che scappando da capi incapaci mi lasciarono nella mischia), opportunisti, e mica volevi che non mi fosse capitato un capo o pseudo-tale represso?

Già conosco la tua domanda. Scommetti? Guarda: e col ben di Dio che hai trovato in quasi trenta anni di lavoro, tra cui l’estortore, che poi era anche millantatore e amante dell’esercizio abusivo della professione, ti vai a preoccupare dei repressi? Esatto, Watson.

E ti dico perché. Mentre la disonestà è solo uno dei mali sociali, il represso ha in sé tutti i mali sociali, li colleziona e li fa evolvere. Passa le ore sognando come fare male alle persone, tutte ed indistintamente. È cattivo, ma non è solo cattivo. È avido. È egoista. È narcisista. È millantatore. È ladro. Spesso anche fesso perché alla fine si lascia derubare dall’amante e dalla moglie (o marito) che, con una mano a testa zufolano nei suoi desideri più reconditi, mentre con le altre due gli portano via tutto.

I repressi sono spietatamente morbosi, terribilmente invidiosi, razzisti, ignoranti, hanno alle spalle il marchio indelebile di qualche fallimento pilotato (magari tramite amicizie con rotariani o massoni deviati) o qualche condanna per bancarotta fraudolenta per avere distrutto con gestioni allegre aziende floride rovinando la vita di familiari, dipendenti e amici. Sono violenti e bugiardi. Bugiardi perché abitudinariamente mentono anche a se stessi e violenti perché a furia di mentire e reprimere tutte le verità nella più sporca menzogna esplodono nella violenza più cieca e psicologicamente perversa.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Essendo i repressi anche bulli, bulle o pseudotali e sentendosi sempre e in ogni caso, entità divine, si sfogano con i più deboli, con i cosiddetti inferiori, che nella maggior parte dei casi sono ignari dipendenti e colleghi, raramente mogli, mariti o amanti. Con loro cercano la complicità per poter moltiplicare a dismisura tutte le più deprecabili cattiverie che derivano da un complesso odio sociale, sempre ben nutrito e ben alimentato.

Repressione dopo repressione. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Truffa dopo truffa. Mentre tu preghi che gli venga un infarto o un ictus. E invece no, spesso il buon Dio chiama a sé anime giovani e innocenti e i repressi sono sempre lì, condannati perché delinquenti, ma liberi di continuare a nuocere e a rubare.

Spesso, in un’Italia corrotta, neppure le sentenze li fermano. Sono ignoranti e arroganti, furbi (ecco perché fessi), cinici, truffatori, così tanto attaccati al denaro da essere capaci di derubare (in alcuni casi il verbo si sostituisce in rapinare) anche chi al mondo li ha messi e li ha, ahinoi, cresciuti.

Questi vermi (in senso morale) si riproducono, seppure ‘senza palle’ è cercano di rendere i figli stupidi come loro. Glielo leggi nel sorriso. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nel represso, che è proprio l’aspetto più rilevante a livello umano e sociale. Non solo reprime, ma cerca di reprimere. Esatto. I repressi reprimono anche gli altri, specialmente se arrivano a comandare un gruppo o un Paese.

Infatti, l’effetto diretto è la repressione, cioè l’oppressione o la persecuzione di un individuo o di un gruppo di individui per ragioni politiche, etiche o religiose, di libero pensiero, di costume, sessuali, di opinione, di solito per impedire loro di partecipare attivamente o passivamente alla vita politica della società in cui vivono.

La repressione politica può essere caratterizzata da discriminazioni, abusi da parte degli organi di polizia, ad esempio arresti ingiustificati o interrogatori brutali, e da azioni violente, come l’omicidio o la ‘sparizione forzata’ di attivisti politici e dissidenti. Studiare psicologia generale ti insegna che un’attitudine tipicamente umana è quella di calamitare a sé i propri simili. Sempre grazie a Dio (quel buon Dio che ce li lascia sempre tra le uova) non si ritrovano proprio tutti insieme.

Ma se due repressi sono socialmente pericolosi, al pari di un’associazione a delinquere, prova ad immaginare ad immaginare se i repressi da dover tollerare fossero tre. No, anzi, non immaginarlo. Dimentica di aver letto tutto quello che hai letto fino ad ora in questo inutile delirio. E pensa solo che la buonanima di mio padre, avvocato, cinicamente diceva, mentre rideva amaro: ‘a malerba nun mora mai’. Lo sapeva bene lui che combatteva quotidianamente le ingiustizie in prima linea, al fianco dei lavoratori, in Calabria…