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Morire sul lavoro: perché Andrea Masi non sarà l’ultimo

Morire sul lavoro. Morire sul tuo primo posto di lavoro al tuo primo giorno di lavoro. Maledizione. Accade ancora. Questa volta si chiama Andrea Masi, aveva 18 anni, tutta la vita davanti e piena di sogni, ma invece è deceduto proprio nella notte fra martedì e mercoledì a causa di un incidente sul lavoro nel parcheggio del centro commerciale Portello, nella moderna Milano, la capitale economica di un’Italia a due velocità.

Secondo le prime ricostruzioni fatte dagli investigatori sul posto della tragedia, Andrea Masi, giovane operaio, che era residente a Tradate in provincia di Varese e che era stato regolarmente assunto dalla “NetWisp”, era seduto sul parapetto di una piattaforma elevatrice per lavorare a un quadro elettrico fissato al soffitto.

Andrea Masi doveva installate installare o riparare, questo non è stato chiarito adeguatamente dagli inquirenti, la fibra ottica. Un suo collega che stava manovrando il muletto pare non essersi accorto in alcun modo che Andrea Masi era proprio dietro di lui impegnato ad armeggiare con fili e cavi.

Andrea Masi era in posizione elevata, ma di spalle rispetto all’architrave di una delle porte di ingresso al posteggio sotterraneo. Quando si dice essere nel posto sbagliato al momento sbagliato. Contro quel maledetto architrave masi ha sbattuto in modo violentissimo la testa e ha perso immediatamente i sensi, cadendo a terra. Tutti i tentativi di rianimarlo, anche quelli dei medici del 118, sono stati inutili.

Donatella D’Alelio, che ben conosceva Andrea Masi, visto che era stata la sua insegnante alle scuole superiori, ha detto che: ‘Andrea che era entrato in classe bambino e che ne era uscito uomo con le spalle disegnate e il sorriso luminoso. Andrea col capo chino sugli esercizi, Andrea che aiutava tutti, Andrea che quando aveva preso 9 in verifica non ci credeva, Andrea che all’intervallo mi chiedeva se volevo il caffè, Andrea che quando mi si ruppe l’orologio di mio padre, quello che mettevo nei momenti difficili, quando avevo bisogno di conforto mi disse dia qua, prof che glielo aggiusto io, Andrea che rideva coi compagni, Andrea che io volevo continuasse a studiare e lui no prof, io voglio lavorare, Andrea che quel lavoro l’aveva trovato, Andrea che quel lavoro ce l’ha portato via. Andrea, Andrea Masi, il mio alunno che ce l’aveva fatta’.

Andrea masi aveva tutto il futuro avanti a sé
Andrea masi aveva tutto il futuro avanti a sé

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I morti sul lavoro prima di Andrea Masi: dati e cifre 2018

Maledizione, lo ripeto. Andrea Masi ce l’aveva fatta. E invece, Andrea Masi è finito in un lungo elenco di morti sul lavoro che ancora oggi continua a rappresentare una vergogna per l’Italia. Sono certo che Andrea Masi lavorasse in condizioni perfette, ma so che la giustizia qualche cavillo lo trova sempre, ma è terribile pensare che si possa morire mentre stai praticando un attività che, invece, deve permetterti di vivere. A volte di sopravvivere. Invece, si continua a morire per lavoro. Nei primi sei mesi dell’anno erano state 469 le denunce di infortunio sul lavoro con esito mortale presentate all’Inail, quattro in meno rispetto alle 473 dello stesso periodo del 2017 (-0,8%).

‘I dati rilevati al 30 giugno – sottolinea l’istituto – hanno evidenziato, a livello nazionale, una diminuzione dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 337 a 331, mentre quelli occorsi in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro, sono aumentati di due unità (da 136 a 138)’. Ma quale diminuzione? Unità? Quattro? Parliamo di vite umane. Di gente che muore, ovviamente non è il caso di Andrea, perché sfruttata illegalmente. Succede ancora anche questo. E snocciolando ancora cifre l’Inail rivela: ‘Ad essere più colpiti sono i lavortori over 50. Una morte su due coinvolge questa fascia di età, con un incremento rispetto al 2017 di 31 casi (da 203 a 234). La diminuzione complessiva ha interessato solo le denunce dei lavoratori italiani (da 406 a 391), mentre quelle dei lavoratori stranieri sono aumentate di 11 unità (da 67 a 78)’.

Purtroppo, al 2 novembre 2018, ‘sono 612 i morti sui luoghi di lavoro. Con i morti sulle strade e in itinere sono già morti oltre 1200 lavoratori’, a rivelarlo è l’Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro, che monitora in tempo reale tutti i morti per infortunio sul lavoro, anche i non assicurati all’Inail. L’osservatorio denuncia anche: ‘Sono ben 81 i morti schiacciati dal trattore dalla nascita a giugno del nuovo governo, e 132 dall’inizio dell’anno. Aspettiamo un intervento mirato dal Ministro Centinaio. Ricordiamo ancora una volta che ce ne sono almeno altrettanti di lavoratori che muoiono sulle strade e in itinere nelle province. Non sono conteggiati, oltre che i morti in itinere nelle province e regioni, i morti sulle autostrade: con queste morti arriviamo già a superare i 1100 morti per infortuni complessivi’. A queste anime si unisce Andrea Masi.

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica

Migranti e clandestini tra media e opinione pubblica è un concetto che vale la pena approfondire. Il dibattito, politico sulla crisi migratoria è sempre più acceso. Negli ultimi anni, la crescita esponenziale del numero di migranti ha suscitato disorientamento e pulsioni xenofobe, successivamente cavalcate da molti partiti e movimenti anti-immigrazione con conseguente implementazione di politiche di accoglienza sempre più restrittive. Quello che abbiamo di fronte ai nostri occhi è un vero e proprio “scontro di civiltà”, alimentato dalla preoccupazione per la provenienza, nel nostro caso extra-europea, dei migranti. In questo contesto, un ruolo rilevante è giocato dai media.

Uno studio condotto nel dicembre 2016 da alcuni studenti e tutor del master in giornalismo Giorgio Bocca di Torino per l’Ethical Journalism Network, conferma la centralità del tema immigrazione nel flusso informativo italiano i cui toni sono più utili ad incrementare e sostenere il dibattito politico che non a facilitare la comprensione del fenomeno. Lo studio indica come la chiave di lettura “ideologica” tralasci, se non contraddica, i dati ufficiali in materia. Per ridurre gli impatti negativi di questo trend e fare chiarezza, sarebbe utile ripensare il linguaggio utilizzato e offrire un’informazione che sia il più possibile coerente e imparziale.

Innanzitutto, andrebbe fatta maggiore chiarezza su cosa si intende per crisi migratoria e quando questa ha avuto inizio. Sebbene ancora non esista una definizione formale del fenomeno, per convenzione si parla di crisi migratoria in riferimento a un flusso complesso e di larga scala di migranti e rifugiati risultato di guerre, calamità naturali o rivoluzioni, che determinano uno stato di vulnerabilità per gli individui e le comunità affettive. Come ricorda la foto che ho pubblicato in apertura di questo articolo, che mostra i profughi della Volra sulla bancina del porto di Bari nel 1919, anche milioni di italiani sono emigrati altrove. E per la verità continuano a farlo. Una volta scappavano per non morire, di fame e di guerra. Oggi per arricchirsi altrove. All’epoca, non eravamo per nulla pochi…

Pertanto, una crisi migratoria può essere improvvisa o progressiva nel suo sviluppo. Può avere cause naturali o umane. E può verificarsi all’interno o al di fuori dei confini dello Stato. Il fenomeno crisi migratoria non è nuovo nella storia dell’umanità, costituendone un dato pressoché costante. Per rinfrescare le nostre memorie, a partire dal Sedicesimo secolo la stessa Europa, con uno sguardo all’Italia, è stata il punto di partenza di grandi flussi migratori verso l’allora Nuovo Mondo, non solo al fine di fuggire da regimi repressivi, ma anche di garantirsi migliori condizioni di vita e lavoro.

Questi flussi sono andati esaurendosi durante le due guerre mondiali, sia per le perdite demografiche dovute ai conflitti sia per le politiche restrittive dei paesi di destinazione in opposizione all’arrivo di nuovi migranti. Tra il 1876 e il 1915, circa sette milioni e mezzo di italiani siano emigrati nelle Americhe, inizialmente in Argentina e in Brasile e in seguito negli Stati Uniti. In quest’ultimo Paese, tra il 1896 e il 1905 entrarono in media cento e trentamila italiani all’anno, che divennero trecentomila nel 1905 e trecento e settantaseimila nel 1913. Per non considerare poi i flussi migratori interni alla stessa Europa.

Viaggi in condizioni disperate per tutti i clandestini

Anche allora come sta accadendo oggi nel Mediterraneo, i viaggi dei migranti si svolsero in condizioni disperate causando moltissime perdite umane. Negli ultimi decenni del Ventesimo secolo le direttrici dei flussi migratori si sono invertite. Da terra di origine, l’Europa è diventata terra di destinazione per quei migranti provenienti principalmente da Africa subsahariana, Nord Africa e Medio Oriente. Questo flusso è cresciuto esponenzialmente, con più di cinque milioni negli anni Ottanta, quasi dieci milioni negli anni Novanta e diciannove milioni nel primo decennio del Ventunesimo secolo.

L’attuale crisi europea dei migranti ha avuto inizio intorno al 2013 e le espressioni “crisi europea dei migranti” e “crisi europea dei rifugiati” sono diventate di uso comune a partire dal mese di aprile del 2015, quando affondarono nel Mediterraneo cinque imbarcazioni che trasportavano quasi due mila migranti, con un numero di morti stimato a più di mille e duecento persone. Secondo gli ultimi dati dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, da gennaio a settembre 2018 sarebbero circa 79.108 gli arrivi in Europa. Di questi, 32.336 sono arrivati in Spagna, 20.301 in Italia, 21.326 in Grecia e 145 a Cipro.

Stando sempre a questi dati, le nazionalità dei migranti sarebbero per lo più siriana, irachena, guineana, tunisina, maliana, eritrea, marocchina, afghana e altre della regione subsahariana. È tuttavia necessario precisare che non sono soltanto i paesi europei e l’Europa nel suo complesso a doversi confrontare con le sfide poste dall’immigrazione di massa. Come mostrano i dati forniti dal Migration Policy Institute, il numero complessivo di migranti internazionali (ossia di coloro che vivono in un paese diverso da quello di origine) è triplicato tra il 1960 e il 2013, con una brusca impennata a partire dagli anni Ottanta, grosso modo all’inizio di quella definita come global era.

In cifre assolute, i due Paesi, che nel corso del cinquantennio hanno accolto complessivamente il maggior numero di migranti sono gli Stati Uniti d’America e, a partire dagli anni Novanta, la Federazione Russa. L’elemento distintivo della crisi migratoria europea rispetto all’immigrazione globale risiede nell’incremento del numero di coloro che possono essere considerati a pieno titolo rifugiati, parlando perciò di crisi di rifugiati.

Una domanda cui rispondere è: ma cosa si intende per rifugiato? Come spiega l’articolo 1 comma A della Convenzione di Ginevra del 1951 relativa allo status dei rifugiati, il rifugiato è colui “che temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”.

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Un migrante non è un clandestino, ma non tutti lo capiscono

Ma è anche colui che “non avendo cittadinanza e trovandosi fuori del Paese in cui aveva residenza abituale a seguito di tali avvenimenti, non può o non vuole tornarvi per il timore di cui sopra”. Con il termine rifugiato ci si riferisce pertanto ad una precisa definizione legale e a specifiche misure di protezione stabilite dal diritto internazionale. Le condizioni di vita di un rifugiato nel Paese di origine sono talmente intollerabili da spingerlo a trovare rifugio e protezione al di fuori dei confini nazionali. Fatte queste premesse, il rifiuto della domanda di asilo potrebbe avere conseguenze mortali per un rifugiato.

Il termine rifugiato si distingue da quello di migrante da un punto di vista legale e confonderli può generare fraintendimenti nel dibattito sull’asilo e la migrazione. Tuttavia, a livello internazionale non esiste una definizione giuridica uniforme per il termine “migrante”. Alcuni attori politici, organizzazioni internazionali e media interpretano ed utilizzano questa parola con un’accezione generica intendendo sia migranti che rifugiati. Come spiega l’Unhcr, il termine ‘migrazione’ implica spesso un processo volontario, come, per esempio, quello di chi attraversa una frontiera in cerca di migliori opportunità economiche.

Questo non è il caso dei rifugiati, che non hanno la possibilità di tornare nelle proprie case in condizioni di sicurezza e che, di conseguenza, hanno diritto a specifiche misure di protezione, secondo le vigenti norme del diritto internazionale. Accanto a questi due termini molto diversi tra di loro, nel dibattito italiano sull’immigrazione si fa sempre più frequentemente uso di un terzo termine: clandestino. Come rilevato dall’Associazione Carta di Roma, nei primi otto mesi del 2018 la parola clandestino è comparsa cento e ventinove volte sulle prime pagine dei giornali italiani, con un incremento del 32% rispetto al 2016 (dove nello stesso periodo, compariva in 98 titoli sulle prime pagine).

Letteralmente clandestino significa fatto di nascosto e si riferisce ad un’azione compiuta senza l’approvazione o contro il divieto delle autorità. Nell’ambito del fenomeno migratorio, clandestino indica lo straniero entrato nel paese senza regolare visto e che secondo la normativa vigente in Italia è soggetto a respingimento. In un articolo pubblicato il 3 settembre 2018, l’Associazione Carta di Roma condanna apertamente l’uso del termine clandestino nel discorso mediatico in riferimento a rifugiati e migranti sostenendo che contiene un giudizio negativo aprioristico, suggerisce l’idea che il migrante agisca come un malfattore.

Il termine è giuridicamente sbagliato per definire coloro che tentano di raggiungere l’Europa e non hanno avuto la possibilità di richiedere la protezione internazionale, o chi ha fatto tale richiesta e attende la risposta (migranti-richiedenti asilo). Allo stesso tempo, l’Associazione Carta di Roma lo considera un termine giuridicamente sbagliato anche per definire chi si è visto rifiutare la richiesta di asilo e ogni altra forma di protezione (gli irregolari). Un’informazione imparziale e fedele ai fatti è urgentemente necessaria per scongiurare lo sviluppo di focolai di odio e violenza nelle nostre società. Il fenomeno migratorio è da se sufficientemente complesso e descriverlo utilizzando un linguaggio istigatore di odio e discriminante non aiuterà di sicuro a trovarvi una soluzione.

Sogni e richiami di storie di Legalità, Lealtà, Libertà

Una riflessione a cuore aperto su Lealtà, Legalità e Libertà. Sono le 6 del mattino. Non mi sono appena svegliato, ancora non riesco a prendere sonno. Sto disteso sul mio letto, con il computer portatile appoggiato contro le mie gambe piegate. L’anno nuovo è iniziato da un po’. La parte operaia e operosa di Torino si è già svegliata da un pezzo. Le ruote ferrate dei tram sui binari del quartiere Vanchiglia – bagnati dall’umidità del Po, che scorre nel suo letto a poche centinaia di metri di distanza – scorrono veloci.

Fredde ed antiche carcasse di un vecchio secolo passato, attraversano come frecce illuminate da un capolinea all’altro la città. Gli spifferi entrano da tutte le parti, l’ambiente è freddo, è gelido. Colorato solo da qualche scarabocchio e riscaldato da dediche amorose sparse un po’ ovunque. Sulle pareti, sui finestrini, perfino sui sedili. Su quei sedili in formica molte generazioni hanno trascorso frammenti delle proprie vite. E quasi tutti verso la fine del loro tragitto nella mente, hanno visto spuntare, arrancando tra gli ultimi baluardi del sonno, i propri sogni.

La mia anima si sta distaccando dal mio corpo. L’uno è disteso su questo letto e l’altra ciondola alle curve di un vecchio tram. In questo distaccamento delle forme mi ascolto. Traccio delle linee, disegno uno schema e ricordo. In questi ricordi mi fermo a pensare, a ricordare, a riflettere. Mi elogio e mi critico. Sorrido e mi intristisco, mi intristisco e sorrido. Un’altalena di sentimenti percorre quella mia anima che va, che sorride e già sogna la Libertà vedendo l’alba che illumina le boschive colline di Superga.

Mi ritrovo a pensare ai sogni e ai traguardi dell’anno trascorso. Molte le emozioni. Tante mete raggiunte, sogni forse perduti, forse solo rimandati. Tante soddisfazioni personali e professionali, ma quanti sacrifici… Tanti. Troppi? No, quando investi su te stesso non è mai troppo. Chissà perché il mio cervello ha deciso ora di tracciare un bilancio di un altro anno passato. Il 2016 è stato un anno intenso, ad oggi mi appare uno dei più intensi della mia vita, ancora giovane.

Lo ammetto, ho appena tenuto premuto il tasto “canc” del computer per eliminare l’insieme di lettere che componevano periodi di vittorie e sconfitte. Non parliamone, non decantiamole, né dimentichiamole, solo alziamo le spalle e stringiamo le braccia al nostro addome. Il nuovo anno si è affacciato in sordina nella mia vita, senza l’affettuoso augurio di una delle persone che più amavo e amo al mondo, mio nonno.

Scavando nei miei ricordi, sentivo ugualmente le sue parole. E mentre le sue parole arrivavano alla mia mente, lo immaginavo dall’altro capo della cornetta. Quegli occhi verdi, che dolcemente ti osservano e quelle mani grandi e pesanti, ma fragili. Le dita sofferenti per la sua malattia. La pelle ruvida e le unghie spesse, il palmo semichiuso. Immaginavo quelle mani posarsi su di me, sulle mie spalle, come so che avrebbe fatto se fossi stato lì accanto a lui.

Le parole un po’ urlate, scandivano un semplice augurio a vivere il futuro all’insegna della Lealtà e della Legalità. Lealtà e Legalità, due termini che ultimamente mi sembrano carichi di significato, ma privi di forza. Denaturalizzati dal trascorrere dei giorni, sviscerati nel profondo dai mille casi di illegalità e di falsa Lealtà. Povere di significato se non associate da un terzo vocabolo, anche esso con l’iniziale L. Lealtà e Legalità non possono coesistere se non c’è Libertà. Prima di sfociare dalle nostre bocche, questa parola, Libertà, pulsa nei nostri cuori e si gonfia nei nostri polmoni. Erutta da secoli dai nostri corpi, contro la derisione dei potenti e dei criminali verso i popoli.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Oggi questo nostro mondo avrebbe bisogno di fermarsi per ascoltare il grido di uno dei tanti bambini che piangono le ingiustizie del mondo e che gridano in modo spaventato una parola di cui non comprendono la vera forza. Una parola che spesso ubriaca le menti, ci costringe ad azioni che non vorremmo o che semplicemente vorremmo compiere. Sentirsi liberi è bello, quanti di noi non riescono a sentirsi liberi in questi infausti giorni?

Mi unisco a quella schiera di persone che sono consapevoli ed hanno una propria coscienza. Persone che sanno che la vita senza Libertà, Lealtà e Legalità, non è vita. I nostri bronchi avvizziscono, i cuori non pulsano e le nostre bocche si chiudono. Serrate le labbra, come chini sono i nostri capi che percorrono i giorni delle proprie esistenze alla ricerca della felicità, che spesso equivale alla ricerca della Libertà. Grazie nonno.

Grazie per avermi ricordato queste due parole di cui si sente sempre meno parlare. E grazie per avermi cresciuto con questi principi. Torno a pensare a quel che può essere vivere nella Libertà, nella Legalità e Lealtà. Significa alzare la testa, riempire i polmoni, aprire la bocca, ma soprattutto significa Vivere.