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L’agenda rossa di Paolo Borsellino

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti“. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci e quella di Via D’Amelio

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Biagio Conte, il San Francesco di Palermo

Biagio Conte non è come gli altri. Fratel Biagio è la parte buona di ciascuno di noi. La tentazione di vivere in un altro modo. Che certe volte uno pensa, basta mollo tutto e ricomincio daccapo. Ecco, Biagio è questo. Punto. Un medioevale folle di Dio, ma laico. Non è un prete e non celebra messe. Non si riempie la bocca di parole. Dà la vita per gli altri. Ha lasciato la famiglia, rinunciando ad un futuro da imprenditore, per seguire il suo istinto sacro. Da eremita ha vissuto fra le montagne siciliane, ha viaggiato a piedi fino ad Assisi. Poi è tornato a Palermo, nella sua Palermo, ed ha diviso la strada coi barboni.

Le sue città della gioia, attualmente, sono tre: la Cittadella del povero, la Missione speranza e carità (che è la prima a nascere) e l’Accoglienza femminile. Ogni giorno seicento persone hanno un tetto e tre volte al giorno un pasto caldo. Un racconto religioso che costringe a guardare l’altra faccia delle nostre città. Una rivoluzione. Intensa come la verità. Dolce come la carità. Musulmani, indù, cristiani, perseguitati dalle dittature, dalle guerre. Uomini soli. Tutti insieme, pronti a ripartire. Ed è bello sapere che c’è un posto così.

Biagio nasce nella splendida Palermo il 16 settembre del 1963 ed è la più bella immagine che definisce il missionario laico. Al posto di divertirsi con le ricchezze di famiglia ha sempre pensato agli altri, dando vita, come detto, alla Missione di speranza e carità, per cercare di rispondere alle drammatiche situazioni di povertà ed emarginazione della sua città natale. Figlio di imprenditori edili, a tre anni viene portato in Svizzera in un collegio di suore. Ritorna a Palermo a nove anni ed entra nel collegio di San Martino delle Scale per quattro anni.

A sedici anni abbandona la scuola media e inizia precocemente a lavorare nell’impresa edile della sua famiglia, ma a causa di una profonda crisi spirituale decide di allontanarsi dalla famiglia nel 1983, andando a vivere a Firenze. Nel maggio 1990 decide di vivere come eremita, ritirandosi nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio interamente a piedi verso la città di Assisi. Il viaggio è stato reso noto alle cronache per gli appelli della famiglia d’origine alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, dove Biagio ha risposto in diretta informando del suo cammino verso Assisi, dove arriva il 7 giugno 1991.

Torna quindi a Palermo per salutare i familiari, con l’intenzione di trasferirsi in Africa come missionario, ma lo stato di miseria in cui ritrova la sua città lo porta a cambiare idea. In un primo momento è attivo nel portare conforto ai senzatetto della Stazione di Palermo Centrale, per i quali si batte attraverso diverse proteste ed un digiuno, grazie al quale ottiene l’utilizzo di alcuni locali in via Archirafi, all’interno dei quali fonda nel 1993 la “Missione di Speranza e Carità”, che oggi accoglie più di 200 persone.

Il pensiero di Biagio Conte, un fratello di Palermo

Le sue parole dovrebbero fare riflettere tante persone, dovrebbero fare vergognare quelle persone che abusano di altre in tutti i campi e anche quelle che fingono di non vedere, senza neppure mettere la testa sotto la sabbia. “Fino a 25 anni non mi rendevo conto, distratto dalle cose del mondo, di tutto il materialismo e il consumismo di questa società. Pur avendo tutto, mi lamentavo ed ero sempre insoddisfatto. Schiavo del materialismo non mi accorgevo dei peccati e degli errori che commettevo. Però, guardando la mia città e quello che mi stava attorno, cominciavo ad accorgermi d i tanti volti pieni di sofferenza: persone che dormivano per terra alla stazione, sulle panchine, mi accorgevo di tanti bambini dei quartieri degradati di Palermo con i volti tristi, giocare in mezzo all’immondizia“.

“Quei volti sofferenti continuavano a ritornarmi nella mente e nel cuore, mi sentivo ferire; mi sentivo in colpa, ma non riuscivo a trovare nessuna risposta, nessuna soluzione per quei volti sofferenti che chiedevano aiuto. Fu allora che sentii di lasciare, in silenzio, mio padre, mia madre, il lavoro e la ditta, per donare totalmente la mia vita ai poveri. A questa scelta sono arrivato attraverso un duro cammino. In un primo momento decisi di andare a vivere da solo, sulle montagne all’interno della Sicilia. Ho voluto vivere in silenzio staccato da tutto e da tutti, soprattutto dalle cose materiali. In quei luoghi, in mezzo alla natura ho trovato quello che non riuscivo a trovare in città”.

“All’inizio ho vissuto da eremita, dopo un pastore mi ha aiutato. Ero felice, lì avevo la possibilità di lavorare, di meditare e di vivere in silenzio. Dopo un periodo vissuto così, ho lasciato quei luoghi per affrontare un viaggio fino ad Assisi, dove aveva vissuto San Francesco, perché sentivo nel mio cuore di condividere il suo pensiero. Ho attraversato diverse regioni, vivendo di totale carità. L’unico mio compagno in questo viaggio è stato un cagnolino che avevo salvato e ho chiamato Libertà. Come unico sostegno avevo un bastone. In testa portavo un cappellino ricavato da una manica di maglione che mi ha riscaldato tanto”.

Ritornato a Palermo è subentrato in me un momento di indecisione. Volevo andare in Africa a fare il missionario, dedicare la mia vita ai poveri. Invece, ho sentito qualcosa che mi bloccava. Così me ne sono andato sotto i portici della stazione con uno zaino pieno di latte e the caldo, per aiutare e stare vicino a quelli che la società ha dimenticato: li chiamano barboni, alcolisti, giovani sbandati, stranieri, prostitute, ma che io sento nel mio cuore di chiamare fratelli e sorelle”. Oggi è adorato, stimato, rispettato, ma soprattutto ascoltato. Nel 2015 partecipa alla parata del Palermo Pride, l’annuale manifestazione cittadina in favore del diritti lgbt per portare ai partecipanti un messaggio di pace e fratellanza.

La sua “Missione” è un luogo di sostegno in cui è possibile dormire, mangiare e contribuire concretamente, offrendo la propria disponibilità lavorativa al servizio della comunità; ogni comunità è dotata di cucina e mensa autonome dove vengono distribuiti tre pasti al giorno, è attivo inoltre un forno che garantisce il pane per il fabbisogno delle tre comunità. È dotata, inoltre, di ambulatori medici con medici volontari che garantiscono le prestazioni mediche di base (convenzione Asp con ricettario medico) e assistenza farmaceutica. I bisognosi che vengono accolti sono liberi di professare qualunque fede e di pregare secondo i dettami della propria religione.

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Palermo e la missione della fratellanza alla San Francesco

La “Missione”, inoltre, fornisce assistenza a tante famiglie indigenti di Palermo con beni di prima necessità e latte pediatrico per i neonati. Contemporaneamente, è attivo un servizio di missione notturna: si tratta di un camper che ogni sera con a bordo cinque volontari della Missione, gira per la città per incontrare le persone emarginate (tossicodipendenti, senzatetto, prostitute) e fornire loro una bevanda calda e assistenza. È previsto un ampliamento dell’attività missionaria a Giacalone, rivolta all’assistenza di donne e bambini maltrattati. Nel dicembre 1998 viene aperta presso l’ex convento di Santa Caterina l’accoglienza femminile, destinata a circa centoventi tra donne singole e mamme con bambini.

Nel 2002, a seguito dell’emergenza profughi, viene aperta la terza comunità della Missione “La cittadella del povero e della speranza” presso l’ex caserma dell’Aeronautica di via Decollati che accoglie circa settecento extracomunitari, di passaggio e non, da Palermo. Nel 2018, dopo la morte di alcuni senzatetto nelle strade di Palermo, in segno di protesta contro la povertà decide di dormire in strada, sotto i portici del Palazzo delle Poste centrali, iniziando uno sciopero della fame durato dieci giorni; in seguito la Regione ha finanziato l’ampliamento della missione di via Decollati.

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Un sorriso solare e pieno di amore quello di Biagio Conte.

Il 16 gennaio 2014 è stato reso noto che Biagio Conte, da anni costretto su una sedia a rotelle a causa di vertebre schiacciate a seguito delle spossanti fatiche cui si è sottoposto nella Missione, già dalla scorsa estate aveva ripreso a camminare dopo un’immersione nelle acque di Lourdes. La Curia di Palermo ha ufficialmente dichiarato che ritiene si tratti di miracolo. I suoi collaboratori lo ricordano inchiodato per anni sulla sedia a rotelle a causa di un forte dolore alla schiena.

Poi dopo un pellegrinaggio dalla Madonna di Lourdes, Conte, è ritornato a camminare. E a Palermo si grida al miracolo. Di certo c’è che adesso Fra’ Biagio, molto conosciuto in città per le sue battaglie in difesa degli indigenti, può proseguire la sua missione senza difficoltà. La vicenda viene ricostruita anche dal sito dell’Arcidiocesi di Palermo, con un’intervista a Conte che è stato in Cattedrale in occasione della celebrazione interculturale “Epifania dei popoli”, presieduta dal cardinale Paolo Romeo per il trentesimo anniversario di consacrazione episcopale.

Nelle tre strutture gestite dal missionario sono ospitati novecento tra immigrati, poveri, senza casa ed ex tossicodipendenti. “Per me è stata una grazia inaspettata – racconta – che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria. Io ho sempre avuto a cuore la Vergine, ma non mi ero mai recato nel santuario di Lourdes, un viaggio che è stato possibile grazie all’Unitalsi che mi ha invitato insieme ai malati”.

Conte, inizialmente non voleva andare in Francia anche per motivi di salute ed arrivato a Lourdes non voleva nemmeno fare il bagno nella vasca. “Non pretendevo nulla ed anzi ho dato la precedenza agli altri malati – ha detto il missionario laico – poi mi sono deciso e subito dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro che mi ha permesso di tornare non a camminare, ma a correre verso le tante persone che me lo chiedono. Dopo il bagno in piscina non ho sentito più il bisogno della sedia a rotelle e del bastone che però non lascio perché mi ricorda il viaggio fatto da Palermo ad Assisi, infatti da allora lo porto sempre con me e adesso mi fa riassaporare i momenti in cui correvo da una parte all’altra della città”.

Tra il 2014 e il 2015 è stato prodotto un film intitolato “Biagio”, dal regista palermitano Pasquale Scimeca. La visione del film, uscito nel febbraio 2015, è stata dedicata in particolare agli studenti delle scuole affinché potessero conoscere meglio il personaggio di Biagio Conte, un uomo che lotta per i deboli e che dall’1 marzo 2018 ha raddoppiato la capacità di ospitalità per i senza fissa dimora nella Missione Speranza e carità. La Regione Sicilia, infatti, ha finanziato con quasi centosessantamila euro l’esecuzione di alcune opere che consentiranno alla struttura di utilizzare altri duemila metri quadrati di capannoni già esistenti da adibire a nuovi posti letto.

Assedio di ignoranza e disperazione

Sinceramente e fuori da qualunque ipocrisia, non pensate anche voi che sia figlio di almeno venticinque anni di sterilizzazione culturale l’episodio non assolutamente isolato che ha visto decine e decine di cittadini, dopo le elezioni nazionali del 4 marzo 2018, telefonare e recarsi di persona presso i centri di assistenza fiscale del territorio per compilare i moduli per l’ottenimento del reddito di cittadinanza? Si tratta di un assedio di ignoranza e disperazione.

Una parte della “nostra” Italia è ridotta così. Alla fame, di soldi e di cultura. Altro che sul lastrico. Proprio in mutande. L’ignoranza è un cancro e questo stato di semi-analfabetismo dilagante porta ad un eccesso di creduloneria. Come quando le persone non sapevano né leggere e né scrivere e credevano nelle streghe, nella magia bianca e nera, al malocchio… Non ho alcuna voglia di fare “ricami” satirici o sarcastici sulla vicenda, perché mi rendo conto che è una notizia spiacevole, specchio di una situazione tristissima.

Inizialmente, la vicenda ha suscitato una certa ilarità. E mentre su Facebook e Twitter cominciavano a circolare falsi moduli per la richiesta del reddito di cittadinanza, battute e battutacce, in molti restavano delusi e recuperavano la memoria, ricordando che lo stesso Luigi Di Maio durante la sua partecipazione pre-elettorale alla trasmissione Rai, Porta a Porta, ha sottolineato che per il reddito di cittadinanza bisognerà aspettare qualche anno perché prima devono essere riformati gli uffici per l’impiego.

La disperazione ha spinto questa povera gente. Per questo ritengo che non ci sia nulla da ridere. Siamo di fronte a persone che della politica, di quella vera, avrebbero davvero bisogno. Sono persone che rischiano di perdere anche la casa e che devono sperare di riuscire a fare tutti e due i pasti della giornata. Non meritano di essere prese per i fondelli né dalle promesse elettorali né da chi ha la pancia piena e non ha voglia né di sentire né di vedere.

Dateci il reddito di base: un assedio di persone

Mi attengo ai fatti. I centralini dei caf di Giovinazzo, un centro turistico della provincia di Bari, vengono presi d’assalto da decine di cittadini che pretendono dai centri di assistenza fiscale un appuntamento per avviare le pratiche per l’ottenimento del reddito di cittadinanza. Dite che volevano portarsi avanti per non restare indietro nelle graduatorie quando e se le faranno? Lo hanno fatto per due motivi. Uno più grave dell’altro.

Il primo è l’estremo livello di povertà a cui alcuni nuclei familiari sono costretti da anni di politiche sociali praticamente inesistenti. Il secondo è causato, come detto prima, da un preoccupante livello di ignoranza toccato da una parte della nostra società, dei nostri concittadini. Queste persone vanno aiutate, non prese in giro. Si tratta di gente che credeva che, avendo vinto le elezioni il Movimento 5 Stelle, in automatico sarebbe stato introdotto il reddito di cittadinanza in Italia. Senza bisogno di presentare una legge e farla approvare alle due Camere.

La richiesta ha colto di sorpresa gli operatori dei patronati, che inizialmente ci hanno riso su, hanno ironizzato. Sembrava un caso isolato, paradossale. Ma quando le richieste hanno cominciato a moltiplicarsi e a farsi insistenti, quando alcune persone reagivano indignate alle risposte dei caf, tutto è diventato amara realtà. Giovane, disoccupato e con un non elevato livello culturale. Questo è l’identikit di chi ritiene che il reddito di dignità si tramutasse immediatamente in realtà all’indomani della tornata elettorale e che arrivasse a casa.

Giovani, semplici, ingenui, che fanno fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. E questo fattore ha spinto le persone ad affrettarsi a compilare moduli. La speranza di un riscatto sociale. “Lo abbiamo sentito per televisione”, ribattevano al telefono a chi cercava di spiegargli che prima bisogna fare il governo, poi la legge e poi, forse…

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Episodi di ignoranza e disperazione pure a Bari

In Puglia, questo non è l’unico caso isolato. Dopo Giovinazzo, infatti, è toccato a Bari. “Ha vinto il M5S, ora dateci i moduli per reddito di cittadinanza”. Questa la che numerosi cittadini hanno rivolto a Porta Futuro, lo sportello servizi per l’occupazione del Comune di Bari, all’indomani del boom elettorale che ha interessato il Movimento 5 Stelle in Puglia, dove i pentastellati hanno vinto tutti i collegi uninominali portando a casa quarantadue dei sessantadue parlamentari assegnati alla regione.

Il coordinamento della consulta dei caf fornisce un dato preoccupante, che è quello della crescente povertà. C’è stato un forte incremento delle richieste di Isee, l’indicatore della situazione economica, per ottenere il reddito di inclusione. A gennaio 2018, l’aumento è stato del trenta per cento.

Non solo Puglia. Gli episodi di massa di Giovinazzo, che hanno chiamato o che si sono recati al patronato locale per ottenere maggiori informazioni riguardo il reddito di cittadinanza, si sono ripetuti anche a Potenza, in Basilicata. Nel capoluogo lucano una ventina di cittadini si sono recati allo sportello dell’ufficio locale della Uil.

“Confermo. Anche da noi in Basilicata capita di ricevere richieste per il reddito di cittadinanza – spiega Antonio Deoregi, della segreteria regionale Uil –. Pur comprendendo la loro aspettativa, stiamo spiegando che questa misura non è attiva”. Nel frattempo, come misura precauzionale e per prevenire casi del genere, a Palermo è stato appeso un cartello (scritto in più lingue, tra cui l’arabo) con su scritto: “In questo Caf non si fanno pratiche per il reddito di cittadinanza”. In tutto ciò, un’altra cosa è certa: l’idea del leader del Movimento 5 Stelle ha suscitato la simpatia di molti. Al punto da causare un assedio di ignoranza e disperazione.