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Storie di sfruttamento dell’immigrazione

Sembra consolidarsi sempre più la tratta e lo sfruttamento dei minori, a scopo sessuale ma anche di accattonaggio, in attività illegali o nel lavoro. Uno sfruttamento che coinvolge migliaia di minori, per lo più stranieri, e che sempre più avviene al chiuso: si stima per esempio che lo sfruttamento sessuale indoor, all’interno cioè di appartamenti, sia tre volte quello su strada, il che rende le giovani vittime irraggiungibili da parte degli operatori sociali e di chi voglia aiutarle ad uscire da una vita da incubo. Storie di sfruttamento dell’immigrazione.

Ma anche la strada spesso non garantisce più la visibilità dello sfruttamento, perché sono sempre più sofisticate le strategie di assoggettamento messe in atto dagli sfruttatori che hanno scoperto la forza del controllo tra “pari”, avvalendosi dei minori stessi per esercitare il controllo sui loro coetanei: minori così due volte vittime, costretti a “passare dall’altra parte”, quella del controllo, per sopravvivere. Ad accomunare molti dei minori vittime o a rischio di tratta e sfruttamento, è un retroterra di marginalità sociale e povertà: è il caso delle ragazze nigeriane e dei minori rumeni, anche Rom, coinvolti in accattonaggio o prostituzione.

Forte e rilevante può essere anche il ruolo delle famiglie che spingono i figli a lasciare il paese d’origine e a venire in Italia alla ricerca di lavoro, come nel caso dei minori egiziani, tra i più a rischio di finire in circuiti di sfruttamento lavorativo o di attività illegali. La tratta al fine di sfruttamento sessuale dei minori, sia femmine che maschi, si conferma un fenomeno stabile, addirittura in crescita secondo alcuni operatori e sempre più nascosto e all’interno di luoghi chiusi, come appartamenti, anche se resiste lo sfruttamento e la prostituzione in strada.

Sfruttamento sessuale di minori maschi

La prostituzione maschile appare un fenomeno in consolidamento, anche se a periodi caratterizzati da una notevole presenza di minori su strada, si alternano periodi in cui la loro presenza sembra svanire. Ad essere coinvolti in sfruttamento sessuale, particolarmente nelle grandi città italiane come Roma e Napoli, sono adolescenti Rom, di età fra i quindici e diciotto anni. Risultano essere di recente arrivo e con un vissuto legato alla strada.

Alcuni di essi lavorano come lavavetri di giorno ai semafori per poi prostituirsi durante la notte, in luoghi della città conosciuti per la prostituzione maschile, o nei pressi di sale cinematografiche con programmazione pornografica, saune e centri massaggi per soli uomini.  Accanto ai minori Rom sono coinvolti nella prostituzione anche minori maghrebini e rumeni. I primi in genere finiscono nel “mercato del sesso” per arrotondare lo stipendio guadagnato di giorno ai semafori. Per i secondi invece la prostituzione è la principale fonte di guadagno.

Un operatore di Save the Children, riservatamente, racconta: “I minorenni maschi coinvolti in attività sessuale, esercitano anch’essi in luoghi distinti dagli altri contesti prostituivi, si muovono per lo più in gruppo e sottostanno a dei leader che sono anche quelli che procurano loro clienti particolari disposti a pagare cifre consistenti, per poter godere di prestazioni di lungo periodo. Tale pratica registrata solo su Roma e Napoli, è nota come “affitto”: nel periodo specificato il minore vive infatti con il cliente”.

E poi aggiunge: “Questi minori, vengono intercettati dalle Unità di strada, ma ancora più spesso dalle forze di Polizia che li fermano in concomitanza di piccoli reati connessi alla prostituzione, borseggio e piccole rapine. Inoltre, in alcuni casi sono essi stessi degli “sfruttatori in erba” delle giovanissime connazionali, che cedono ad altri sfruttatori o alle quali chiedono delle percentuali per la protezione necessaria all’esercizio su strada”.

Tratta e sfruttamento nell’accattonaggio

Sono tanti i ragazzi del nord Africa che si danno alla prostituzione.

Sono principalmente di etnia Rom e provengono dai paesi della ex-Jugoslavia e dalla Romania, i minori coinvolti nell’accattonaggio. In diminuzione rispetto agli anni passati il coinvolgimento di minori provenienti dal Marocco, dal Bangladesh e dall’Africa Subsahariana. Nelle regioni dell’Italia meridionale mendicano anche ragazzi italiani. Per quanto riguarda il genere, le femmine sono più numerose dei maschi perché la tradizionale divisione dei ruoli nei gruppi Rom, ancora seguita da molti, vuole che i ragazzi, dopo i 14 anni, si dedichino alla raccolta del rame.

Alcune delle adolescenti Rom sono madri e mendicano con i neonati in braccio. Alcuni minori, una minima parte, oltre alle attività di accattonaggio, possono essere vittime di sfruttamento sessuale, o coinvolti in piccoli furti e borseggi. Sebbene l’accattonaggio sembri più comune tra bambini e minori che sono arrivati in Italia con le famiglie, è attestato anche il coinvolgimento di minori stranieri non accompagnati. Non è raro poi il caso di minori sfruttati dai propri familiari o da conoscenti in varie zone d’Italia. Non siamo in presenza necessariamente di tratta, ma di sfruttamento caratterizzato da sofferenze fisiche e psicologiche, isolamento e scarsa frequenza scolastica a causa delle lunghe ore trascorse sulla strada, dove i minori sono anche più esposti ad abusi e alla delinquenza.

Le regioni dell’Italia centrale e settentrionale, grandi città come Roma, Milano e Napoli, ma anche città satelliti, come Latina e Caserta, o centri più piccoli come Palermo, Chieti, Pescara sono le aree e i luoghi dove è più documentato il fenomeno dell’accattonaggio minorile: con ragazzini che chiedono l’elemosina o suonano uno strumento musicale in cambio di qualche spiccio sui mezzi pubblici, in prossimità delle stazioni, o con bambini o adolescenti fuori dai centri commerciali e ai semafori dove chiedono qualche euro per lavare i vetri o vendono rose. Un fenomeno tuttavia in decrescita, secondo alcuni esperti consultati durante una ricerca svolta, soprattutto negli ultimi anni nei centri metropolitani. Per esempio, si è di molto ridotto il numero di ragazzi marocchini coinvolti in attività di accattonaggio nelle città del nord, numerosi fino a qualche anno fa.

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Storia di Wala, 17 anni, egiziana

Wala ha appena diciassette anni, ha sul volto l’ingenuità di una bambina, ma dentro è già donna, quasi mamma. È incinta di dieci settimane quando decide di sporgere denuncia contro i propri sfruttatori. È arrivata in Italia dalla Romania, dopo essere stata venduta dalla sua famiglia. Per trecento euro i genitori l’hanno consegnata ad un gruppo di connazionali che prima l’hanno fatta prostituire in una città del nord Europa e poi l’hanno rivenduta ad una banda che l’ha trasferita in Abruzzo.

Il lavoro in strada era durissimo, la violenza una certezza quotidiana, i suoi guadagni andavano tutti agli sfruttatori. Wala una notte ha deciso di scappare. Non sapeva a chi chiedere aiuto ma era determinata a riprendersi la sua libertà. Dopo una notte di fuga finalmente si è fermata per riposare sulla spiaggia di una nota località abruzzese. Era stanca, confusa e riportava evidenti segni di violenza quando un passante si è fermato e le ha chiesto se aveva bisogno di aiuto. Con lui che è arrivata in questura e la polizia l’ha inviata presso l’associazione On the Road. Wala è ospitata e protetta in una casa di accoglienza.

Storia di Alaba, 16 anni, nigeriana

Alaba è di Lagos e quando può va a far visita al fratello che vive a Benin City a “Passaga House”, la casa dei poveri. È lì che conosce la sua futura sfruttatrice. La donna propone ad Alaba di andare in Europa per lavorare ma non specifica il tipo di lavoro. La parola prostituzione viene pronunciata soltanto durante il rito voodoo al quale Alaba viene sottoposta. Davanti a quello che la sfruttatrice chiama “lo stregone”, Alaba deve giurare che pagherà trentacinquemila euro per le spese del suo viaggio e permanenza in Europa. Lo stregone, nel corso del rito, dice che per pagare quella cifra, Alaba dovrà prostituirsi e minaccia ritorsioni sulla sua famiglia nel caso in cui parli con qualcuno della sua situazione. Il viaggio è un’esperienza durissima e interminabile: la ragazza impiega quattro mesi per arrivare da Benin City al Marocco dove resterà bloccata per un anno in attesa di essere imbarcata per l’Italia.

In Marocco subisce ripetute violenze. Le viene fornito un cellulare e il recapito telefonico della persona da contattare all’arrivo in Italia. Si imbarca con alcune decine di migranti e viaggia per una notte intera. Fa molto freddo, alcuni compagni di viaggio muoiono e vengono gettati in mare. All’arrivo in Italia arrivano i soccorsi ma anche la “madame”, la connazionale che la costringerà a prostituirsi. Alaba lavora per circa tre mesi sulle strade di Verona, terrorizzata dalle urla della sfruttatrice e dalle possibili conseguenze del rito voodoo. Poi, con l’incoraggiamento di un’amica, decide di fuggire. Riesce a contattare il fratello il quale le fornisce il numero di telefono di una conoscente che vive a Macerata e che la ospiterà finché Alaba non troverà accoglienza in una comunità per minori.

Storia di Mahipati, 16 anni, indiano

Ragazzi nordafricani si offrono (o offrono) nei pressi di un mercato a Roma.

Mahipati è un ragazzino che fa il lavavetri al semaforo. Ha sedici anni, ne dimostra dodici. Ha a malapena i baffi. È originario del Bangladesh. Viveva a Palermo, per strada, mentre al semaforo offriva agli automobilisti di lavare il parabrezza. Mahipati ha raccontato di essere fuggito dalla comunità per minori in cui era stato portato dalle forze dell’ordine, perché non si trovava bene.

Ha detto che gli era stata data la possibilità di lavorare presso l’autofficina di un amico del responsabile della comunità, ma guadagnava pochissimo per molte ore di lavoro: lavorava anche dieci ore al giorno e veniva pagato saltuariamente poche decine di euro. Aveva la sensazione che non tutto lo stipendio arrivasse a lui. Mahipati non vuole più tornare in comunità.

Preferisce stare con i suoi connazionali e tenere per sé i guadagni di una dura giornata di lavoro. Gli operatori lo hanno informato dei rischi dello sfruttamento e delle opportunità di protezione che possono essere a lui garantite nel tentativo di convincerlo a rientrare in una nuova comunità alloggio per minori che garantisca standard adeguati di accoglienza. Ma lui, testardamente, rifiuta. Dice che preferisce persino prostituirsi. E infatti, inizia a vivere di espedienti.

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Storia di Hakim, 16 anni, egiziano

Hakim è un ragazzo egiziano, di Alessandria, ha sedici anni, ma l’infanzia gli è stata strappata. Con la promessa di un brillante futuro alcune persone hanno proposto ai suoi genitori di mandarlo in Italia. È sbarcato sulle coste siciliane di notte e, subito dopo, è stato portato e rinchiuso in un casolare insieme ad altri connazionali. Ha dovuto telefonare a casa e chiedere ai genitori altri soldi per il viaggio. Hakim ed altri ragazzi, in piccoli gruppi, sono stati portati in tre grandi città: Roma, Milano e Torino. Arrivato a Milano Hakim è stato costretto a vivere in un piccolo appartamento con altri connazionali.

Dormivano in sette in una stanza. Lavorava di notte al mercato ortofrutticolo guadagnando tra i venti e gli ottanta centesimi a bancale, a secondo che il suo datore di lavoro fosse un connazionale o un italiano. Per entrare nel mercato era costretto a scavalcare i cancelli, rischiando di farsi male. Durante il giorno restava chiuso in casa. Un giorno è riuscito a scappare di casa e per strada ha incontrato un operatore, un volontario. La fortuna vuole che il ragazzo sia egiziano come lui. Hakim si sfoga, gli racconta tutto, piangendo. Ora Hakim vive in una comunità per minori, ha un permesso di soggiorno e studia per prendere il diploma.

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Storie di disastri, molti dei quali impuniti, di cui avrei potuto non raccontare. Come è accaduto per il processo Eternit, anche nei diciassette casi che vi propongo sinteticamente di seguito, una legislazione penale ambientale degna di un Paese civile avrebbe evitato sfregi agli ecosistemi e attentati alla salute pubblica. Sono storie che parlano di inquinatori ed ecomafiosi, ma anche di giustizia negata, tra prescrizioni e impossibilità di promuovere capi di imputazione in campo ambientale. Una beffa che si è aggiunta al danno provocando ferite che sarà difficile e costosissimo rimarginare.

L’Italia non può più attendere: il Paese sente l’urgenza non solo di leggi più restrittive nel codice penale, ma anche della certezza della pena, in modo che non si debba più assistere all’accettazione di impunità così scandalose. Si riuscirà mai a consentire a politici seri di sanare una gravissima anomalia della legislazione nazionale che permette ancora che si verifichino episodi come quello dell’Eternit? In Italia ci sono processi lunghi e tempi di prescrizione troppo brevi (questo potrebbe essere uno degli effetti del vergognoso accordo Stato-Mafia), con pene davvero esigue in materia ambientale. Gran parte dei reati ambientali sono spesso di mera natura contravvenzionale, mentre quelli di natura penale procedono a rilento e a singhiozzo.

Spesso le forze dell’ordine incontrano insormontabili difficoltà nelle indagini e non perché i cittadini ambientalisti non denunciano, ma perché tra corruzione, procure intasate e leggi ambigue graelle denunce è destinata ad affogare nel fango del disinteresse generale. Italia, un Paese con un patrimonio di inestimabile valore abbandonato a sé e non protetto da criminali e bracconieri. Nonostante ciò, grazie a reparti speciali, ogni anno vengono accertati oltre trentamila reati contro l’ambiente, quasi quattro ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua.

Crimini che fruttano alla malavita organizzata circa sedici miliardi e settecento milioni l’anno. Poi, però, molti processi vanno in prescrizione o vengono archiviati. La prescrizione “falcidia” soprattutto i processi in campo ambientale, perché i più complessi e difficili da fare e dimostrare come nel caso del disastro ambientale. A differenza di altri reati, qui tra perizie e contro perizie i termini processuali si allungano mostruosamente. Diversi processi ci mostrano che gli unici a essere condannati in via definitiva sono coloro che patteggiano usufruendo del rito abbreviato, chi sceglie il rito ordinario è quasi certo di farla franca.

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Lombardia

Raffineria Tamoil di Cremona. La vicenda inizia nel 2001, quando la Tamoil si “autodenuncia” come sito inquinato per avvalersi della normativa che consente la non punibilità per gli inquinamenti precedenti. La procura cremonese decide comunque di aprire una inchiesta contro la società, poiché non avrebbe adottato idonei interventi per bloccare lo sversamento al suolo di sostanze inquinanti. Nel 2007 inizia il processo per disastro ambientale colposo, avvelenamento di acque, omessa bonifica, gestione illegale di rifiuti. Procedimento nel quale Legambiente si è costituita parte civile. Nel corso del giudizio abbreviato sarebbe stato accertato che lo sversamento di idrocarburi sarebbe continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria.

A luglio 2014 sono arrivate le condanne di primo grado per disastro colposo e omessa bonifica nei confronti di quattro dei cinque dirigenti Tamoil. Per la prima imputazione, se si arriva in Cassazione è scontato l’esito della prescrizione. Per la bonifica, invece, i tempi di prescrizione scattano già a ridosso dell’appello. Nel 2017, l’inquinamento è stato accertato ma, a distanza di cinque anni dalla chiusura di Tamoil a Cremona, divenuta un deposito, la bonifica dei terreni non è stata fatta. La dismissione dell’impianto, che doveva essere conclusa entro il 31 dicembre del 2017, non è neppure stata avviata. Per fortuna, il 15 febbraio 2018, la Corte di Cassazione ha ritenuto non fondata la questione di legittimità della norma sul raddoppio del periodo di prescrizione che avrebbe estinto, di fatto, il reato di disastro colposo per il quale il manager Enrico Gilberti era stato condannato in appello, scongiurando la prescrizione del reato.

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il disastro del fiume Lambro.

Disastro fiume Lambro. Il processo contro la Lombarda Petroli a Villasanta, nella provincia di Monza Brianza, riguarda lo sversamento direttamente nel fiume Lambro di più di duemila e cinquecento metri cubi di petrolio e gasolio nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010. Il giorno dopo la Procura di Monza ha aperto un fascicolo contro ignoti, per l’ipotesi di reato di “disastro ambientale” e “inquinamento delle acque”.

Le indagini hanno seguito anche la pista degli appalti, dato che sui terreni dell’ex raffineria dovrebbe sorgere un nuovo complesso urbanistico della società Addamiano Engineering, di Nova Milanese, detto “Ecocity”. Il 14 aprile 2010 l’inviato di Striscia la notizia Max Laudadio rivela che la redazione di Striscia ha ricevuto una lettera anonima in cui viene spiegato il motivo del disastro del Lambro. Secondo l’autore della lettera, la raffineria di Villasanta non era in disuso, ma era un deposito clandestino dove alcune persone scaricavano nelle cisterne petrolio “rubato”. Sempre secondo l’autore, il responsabile del disastro era stata una persona “estromessa” del circuito.

Max Laudadio, nel successivo servizio datato 19 aprile, ha raccolto alcune testimonianze di persone che affermano che alla “Lombarda Petroli” di notte c’era un via vai di autocisterne, misteriosamente scomparse dopo il disastro. Per questo servizio, Striscia la Notizia è stata querelata dalla “Lombarda Petroli”. Nel giugno del 2013 l’accusa ha chiesto la condanna a cinque anni di carcere per disastro ecologico doloso e falso in atto pubblico nei confronti dei due titolari della ex raffineria e tre anni di reclusione per il direttore dello stabilimento della Lombarda Petroli.

Il 22 ottobre 2014 è arrivata la condanna in primo grado per il solo custode in concorso con ignoti per disastro ambientale colposo. In appello viene condannato anche il titolare della Lombarda Petroli. A luglio del 2017, le pene sono confermate in Cassazione. Per il titolare titolare della Lombarda Giuseppe Tagliabue la pena di un anno e otto mesi per disastro colposo e altri nove mesi per reati fiscali e per il custode degli impianti, Giorgio Crespi un anno e sei mesi e pena sospesa.

Inchiesta Dirty energy della Riso Scotti. Nell’ottobre del 2010 la procura chiude l’inchiesta sulla presunta gestione illegale dell’impianto a biomassa gestito dalla Riso Scotti Energia. Qui sarebbero stati usati illegalmente rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in diverse regioni. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi, si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato. Per il filone che riguarda il traffico di rifiuti, dopo il passaggio delle competenze alla Dda di Milano i tempi del processo si sono ulteriormente rallentati, anche a causa di difetti di notifica. A giugno del 2011 scattavano le manette per Dario Scotti, il suo commercialista e per altri due funzionari del Gestore delle’energia nazionale.

Però, nel 2014, quattro anni dopo, era ancora in corso il dibattimento in primo grado, quindi era forte il rischio prescrizione. Sono state in tutto dodici le persone indagate, sette, incluso il presidente dell’azienda Giorgio Radice, quelle finite agli arresti domiciliari, sessanta le perquisizioni effettuate e quarantasei i mezzi sequestrati. L’indagine, coordinata dalla Procura di Pavia aveva preso il via nel 2007 da una segnalazione della Procura di Grosseto. Quello che è stato appurato è che nessuno dei carichi che arrivavano da impianti di trattamento dei rifiuti di Puglia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana (circa quarantamila tonnellate) è mai stato respinto anche se non conforme alle norme. Anzi, l’accusa era che i certificati di analisi fossero stati falsificati grazie a laboratori compiacenti, e che alla Riso Scotti Energy alla lolla (cioè la parte del riso che racchiude i chicchi) venivano mischiati anche questi rifiuti e le scorie di combustione.

Bonifica Santa Giulia. Nell’ottobre del 2009 la guardia di finanza esegue cinque ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia (area ex Montedison e Redaelli), nella periferia est di Milano. Nel maggio del 2013 vengono rinviati a giudizio l’immobiliarista Luigi Zunino, l’ex dirigente dell’Ufficio bonifiche del Comune di Milano, l’allora responsabile dell’Ufficio milanese dell’Arpa e altre sette persone. La contestazione più grave, però, quella di aver avvelenato le falde acquifere decade per decisione del gup di Milano. I dieci imputati, infatti, sono rinviati a giudizio per tre capi di imputazione: l’attività di gestione rifiuti non autorizzata con particolare riferimento a raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti, la creazione di una discarica non autorizzata, l’attività non consentita di miscelazione di rifiuti.

Tutti reati ambientali contravvenzionali, che sarebbero stati commessi in un periodo che va dal 2004 al 2010. Nel 2015, la relazione dei “saggi” dell’Ispra e dell’Istituto di Sanità inchioda la società Milano Santa Giulia spa alle sue responsabilità. L’area Nord-ex Montedison è pesantemente inquinata. E il “piano scavi” del 2004 – attraverso il quale alcuni terreni dovevano essere “conferiti in idoneo impianto fuori dal sito” – fu attuato in modo “non conforme”. Chi vorrà costruire in questi ettari di terra alla periferia Sud-Est della metropoli dovrà bonificare. Gli 80 milioni di euro già accantonati dovranno probabilmente essere spesi fino all’ultimo centesimo e chissà se basteranno. In ogni caso, solo nel 2018 si inizia a parlare di tornare a costruire e bonificare l’area.

Veneto

Porto Marghera. Nel 1996 il sostituto procuratore Felice Casson, a seguito dell’esposto presentato da Gabriele Bortolozzi, avvia delle indagini che lo portano a chiedere il rinvio a giudizio di ventotto dirigenti ed ex-dirigenti della Montedison e della Enichem. L’accusa è di strage, omicidio e lesioni colpose multiple (per la morte da tumore di centocinquantasette operai addetti alla lavorazione del Cvm e Pvc e per centotré casi di malattie analoghe contratte da altrettanti dipendenti) e di disastro colposo per inquinamento ambientale. Secondo Casson i dirigenti pur consapevoli dei rischi sanitari ai quali andavano incontro i propri lavoratori non adottarono nessuna delle cautele necessarie. Nonostante ciò, nel 2001 arriva l’assoluzione per tutti i ventotto imputati: per le morti e le malattie verificatesi prima del 1973, in quanto il fatto non costituisce reato, per quelle successive al 1973, per non aver commesso il fatto.

Nel maggio 2004, inizia il processo di appello e il 15 dicembre 2004 viene emessa la sentenza di secondo grado, che condanna cinque ex dirigenti Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico nel 1999. I cinque condannati usufruiscono, invece, della prescrizione per sette omicidi colposi precedenti, sempre causati da angiosarcoma, dodici casi di lesioni colpose per altre neoplasie, epatopatie e sindromi di Raynaud, scarichi inquinanti nella laguna, omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980. Gli stessi ex dirigenti sono assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall’accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973. In ogni caso, ai condannati è riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Nel 2006, la Cassazione conferma la sentenza di appello.

Inchiesta Mercante di rifiuti. A giugno del 2004 i forestali intercettano un traffico illecito di rifiuti pericolosi, provenienti da centinaia di ditte di varie regioni, mescolati a cemento per formare un conglomerato cementizio da utilizzare per la realizzazione di sottofondi stradali in opere pubbliche. È finito, ad esempio, nei cantieri per la costruzione del cavalcavia di via Camerini a Padova, a Pernumia, a Mira a Battaglia Terme, a Due Carrare e a Monselice. I risultati di laboratorio avrebbero poi dato ragione agli inquirenti: in quel conglomerato c’erano più monnezza che cemento. Sette le persone arrestate e ventotto quelle denunciate. Se le condanne con rito abbreviato per chi ha patteggiato sono nel frattempo diventate definitive, per il rito ordinario è intanto intervenuta la prescrizione, anche per il reato di associazione a delinquere.

Liguria

Caso Pitelli. L’inchiesta sulla gestione della discarica di Pitelli, sulla collina di La Spezia, inizia nel 1996 a cura del procuratore di Asti Luciano Tarditi e si conclude con una trentina di arresti. Nel 2003 inizia il processo per disastro ambientale con undici rinvii a giudizio. Nel 2011, a quindici anni dal primo sequestro, dopo che la prescrizione aveva falcidiato la gran parte dei reati ambientali contestati il collegio giudicante del tribunale di La Spezia dichiara l’assoluzione degli undici imputati.

Toscana

Discarica del Vallone a Campo nell’Elba. L’8 febbraio 2012, il tribunale di Livorno ha assolto tredici persone in un processo per presunte irregolarità legate all’affidamento e alla gestione della discarica del Vallone, a Campo nell’Elba. Nel caso di un ulteriore imputato è stato invece dichiarato il non doversi procedere per prescrizione. Secondo le accuse, ci sarebbe stato uno scambio di doni per avere in cambio l’affidamento dell’appalto per la raccolta di rifiuti di ferro e legno. A giudizio erano finiti anche consiglieri e assessori, accusati di falso e abuso d’ufficio. Nel dispositivo della sentenza il collegio giudicante aveva riqualificato il reato ascritto a carico dell’imprenditore da concussione a corruzione, ma ha dichiarato non doversi procedere per via della prescrizione.

Lazio

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il termovalorizzatore di Colleferro.

Termovalorizzatore di Colleferro. Nel mese di marzo del 2009 i carabinieri sequestrano il termovalorizzatore eseguendo tredici ordini di custodia cautelare. Gli inquirenti sono convinti che nell’impianto ci finisse, anziché Cdr come previsto dalla legge, ogni tipo di rifiuto. Tra i reati contestati, associazione per delinquere, attività organizzata per traffico illecito di rifiuti, falsità ideologica e truffa. Il percorso giudiziario si è rivelato tortuoso sin dall’inizio, anche a causa di una infinita serie di rinvii tecnici, e si aspetta ancora la sentenza di primo grado. Di questo passo la prescrizione è scontata.

Valle del Sacco. Sin dagli anni Cinquanta, la zona della Valle del Sacco ha avuto uno sviluppo industriale forsennato, con scarichi nel fiume Sacco di tonnellate di rifiuti industriali e reflui civili. L’11 marzo 2005 l’Asl di Colleferro sequestra partite di latte prodotto da un’azienda di Gavignano, perché conterrebbe il beta esaclorocicloesano che è un prodotto di sintesi del Lindano, un fitofarmaco bandito nel 2001 perché cancerogeno. Nel marzo 2009 i carabinieri notificano cinque informazioni di garanzia a persone che a vario titolo avrebbero responsabilità nella vicenda. L’accusa è quella di disastro ambientale e omessa comunicazione dell’inquinamento. Il dibattimento si è aperto a novembre di quest’anno e la prossima udienza è prevista a gennaio. Elevato, ad oggi, il rischio di prescrizione.

Operazione “agricoltura biologica”. Il 5 luglio 2004 la procura di Rieti arresta sette persone e ne denuncia 25 per un traffico e smaltimento di rifiuti speciali, provenienti prevalentemente da Toscana, Campania e Lazio. Fulcro del traffico era, secondo gli investigatori, l’impianto della Masan srl di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Nel processo di primo grado il giudice monocratico del tribunale di Poggio Mirteto ha inflitto tredici condanne. Ma nell’ottobre 2012 la terza sezione della Corte di Appello di Roma le ha dichiarate prescritte.

Campania

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

La mappa indica le principali zone in cui vengono bruciati anche rifiuti speciali.

Cassiopea. Avviata nel 1999 dai carabinieri, può essere considerata “la madre” di tutte le inchieste nel settore del traffico illecito dei rifiuti speciali: per estensione delle aree e numero dei soggetti coinvolti, specializzazione delle strategie organizzative dei traffici, durata delle indagini. L’indagine ha portato a galla un traffico di rifiuti speciali che dal Centro-nord (Toscana, Piemonte, Veneto) venivano trasportati e illecitamente smaltiti in alcune regioni del Sud (Campania, Calabria) e in Sardegna.

Con il coinvolgimento di almeno quarantuno aziende tra centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto. Circa il novanta per cento dei rifiuti sarebbe stato smaltito illegalmente e abbandonato in cave, aree agricole o industriali, laghetti nei Comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Carinaro, Santa Maria La Fossa, Castel Volturno, Villa Literno. La fase istruttoria dell’inchiesta si è conclusa con la richiesta da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere di novantasette rinvii a giudizio per imprenditori, faccendieri e mediatori.

Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale e all’avvelenamento delle acque, realizzazione e gestione di discariche abusive. Nel 2003 è stata avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, tra difetti di notifica e rimpallo di competenze (con annessi ricorsi) tra la procura ordinaria e quella antimafia. Nel mese di settembre 2011 il Gup ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati ambientali contestati.

Puglia

Petrolchimico di Brindisi. Contestualmente all’avvio dell’inchiesta per i danni ambientali e sanitari prodotti dal petrolchimico di Porto Marghera, partiva anche l’inchiesta nei confronti di quello di Brindisi. Dal 1996 al 2008 i periti della procura si muovono tra studi di coorte, consulenze epidemiologiche, accertamenti medico-legali. Tre gli anni di camera di consiglio, per un numero imprecisato di udienze. Sessantotto i dirigenti di industria Enichem e vertici dello stabilimento di Brindisi indagati per strage, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, lesioni gravi e danni ambientali. Mai saliti sul banco degli imputati.

A differenza di quanto chiesto dalla pubblica accusa di Venezia, qui il pm chiede l’archiviazione per una difficoltà a risalire a responsabilità penali oggettive, sulla base di diatribe e contraddizioni scientifiche e un quadro probatorio troppo vasto e complesso. Seppure il danno cagionato dal petrolchimico brindisino è sotto gli occhi di tutti manca una fattispecie delittuosa chiara per una accusa sostenibile nel processo. Per questo tutto finisce archiviato. Almeno fino a luglio del 2014, quando la Procura di Brindisi apre un altro fascicolo a seguito della presentazione di alcuni esposti di associazioni ambientaliste. Sotto i riflettori, ancora una volta, il petrolchimico del gruppo Eni e i veleni sepolti nella discarica di Micorosa, realizzata oltre trent’anni fa.

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Calabria

Vibo Valentia, discarica San Calogero, processo Poison. Il 20 luglio del 2011 scatta l’operazione che porta a un arresto e alla denuncia di 14 persone. A vario titolo accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico e all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, disastro ambientale con conseguente pericolo per l’incolumità pubblica, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, gestione non autorizzata dei rifiuti, evasione fiscale. Al centro dell’attenzione degli inquirenti lo smaltimento di oltre centotrentacinquemila tonnellate di rifiuti pericolosi composti da fanghi di derivazione industriale che sarebbero stati scaricati illegalmente accanto a coltivazioni di agrumi. Il processo ha visto la prima udienza fissata a ottobre 2014. La prescrizione è inevitabile.

Inchiesta Artemide. A seguito dell’interramento di circa trentamila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Pertusola di Crotone in alcuni siti della Sibaritide, nel 1999 è iniziato il processo presso il Tribunale di Castrovillari nei confronti di 11 persone. Conclusosi nel marzo del 2008 senza colpevoli. Il Tribunale ha infatti assolto i tre principali imputati “perché il fatto non sussiste”, dichiarando il “non doversi procedere” nei confronti di altri otto indagati “per il reato di cui all’articolo 434, comma I del codice penale (disastro ambientale)” perché estinto per intervenuta prescrizione.

Crotone Pertusola sud. Il 25 settembre 2008 la procura della Repubblica di Crotone ha aperto un’inchiesta denominata Black Mountains, che ha portato al sequestro preventivo di 18 aree ubicate nei comuni di Crotone, Cutro e Isola Capo Rizzuto. Qui dal 1999 ad oggi sarebbero state realizzate vaste discariche non autorizzate di rifiuti pericolosi (circa trecentocinquantamila tonnellate) provenienti dalla lavorazione delle ferriti di zinco presso lo stabilimento dell’ex Pertusola Sud. Rifiuti che sarebbero stati utilizzati come materiale edile per la costruzione di scuole, palazzine popolari, centri commerciali, strade, le banchine del porto e la questura.

Per tali ragioni la Procura ha chiesto il processo per quarantacinque soggetti per disastro ambientale e l’avvelenamento delle acque. Nell’ottobre del 2012 il gup ha prosciolto tutti gli indagati, perché “il fatto non sussiste” per quanto concerne le ipotesi di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, mentre per lo smaltimento illecito di rifiuti in discarica abusiva il reato si è estinto per intervenuta prescrizione. Contro la decisione del gup si è appellata la Procura. Nel giugno del 2013 la Cassazione ha dato ragione al gup, confermando il proscioglimento per i quarantacinque imputati. Respinto anche il ricorso della Procura che chiedeva di rinnovare la perizia sulle scorie.

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Sicilia

Inchiesta Mar Rosso. Il 10 settembre del 2001 il mare di Priolo diventò rosso a causa delle tonnellate di mercurio che ci finirono dentro. I finanzieri si accorsero subito che parte dei reflui prodotti dalle aziende del polo petrolchimico finivano direttamente nel bacino antistante. Le analisi provarono la contaminazione delle acque con una presenza di mercurio ventimila volte superiore al limite di legge. La procura di Siracusa mise sotto indagine trenta soggetti, arrestandone diciotto, tra cui diciassette dirigenti del petrolchimico e il responsabile della Provincia di Siracusa.

Durante il processo, la stima fatta dai consulenti della procura sulla quantità di mercurio smaltito in mare dal 1959 al 1980 era oltre 500 tonnellate. Una quantità talmente elevata che, secondo i tecnici, renderebbe addirittura irrilevante la quantità di mercurio scaricata nell’ultimo decennio, tanto che non è possibile contestare il reato di avvelenamento delle acque. E, per spiegare meglio il ragionamento, il pubblico ministero usa una metafora macabra: “Le condotte ascrivibili ai dipendenti Enichem nel decennio 1990-2000 sono paragonabili, sul piano della rilevanza penale, alla condotta di un soggetto che spara dolosamente su un uomo morto”.

Il vero omicidio, ovvero l’inizio dell’inquinamento, risale agli anni Sessanta-Ottanta e per questi anni non ci sono più responsabili, in quanto tutti i reati sono prescritti. Il pubblico ministero chiede quindi di archiviare l’inchiesta. Lo stesso vale per l’accusa di lesioni colpose ai danni delle famiglie residenti nella provincia di Siracusa.

Biagio Conte, il San Francesco di Palermo

Biagio Conte non è come gli altri. Fratel Biagio è la parte buona di ciascuno di noi. La tentazione di vivere in un altro modo. Che certe volte uno pensa, basta mollo tutto e ricomincio daccapo. Ecco, Biagio è questo. Punto. Un medioevale folle di Dio, ma laico. Non è un prete e non celebra messe. Non si riempie la bocca di parole. Dà la vita per gli altri. Ha lasciato la famiglia, rinunciando ad un futuro da imprenditore, per seguire il suo istinto sacro. Da eremita ha vissuto fra le montagne siciliane, ha viaggiato a piedi fino ad Assisi. Poi è tornato a Palermo, nella sua Palermo, ed ha diviso la strada coi barboni.

Le sue città della gioia, attualmente, sono tre: la Cittadella del povero, la Missione speranza e carità (che è la prima a nascere) e l’Accoglienza femminile. Ogni giorno seicento persone hanno un tetto e tre volte al giorno un pasto caldo. Un racconto religioso che costringe a guardare l’altra faccia delle nostre città. Una rivoluzione. Intensa come la verità. Dolce come la carità. Musulmani, indù, cristiani, perseguitati dalle dittature, dalle guerre. Uomini soli. Tutti insieme, pronti a ripartire. Ed è bello sapere che c’è un posto così.

Biagio nasce nella splendida Palermo il 16 settembre del 1963 ed è la più bella immagine che definisce il missionario laico. Al posto di divertirsi con le ricchezze di famiglia ha sempre pensato agli altri, dando vita, come detto, alla Missione di speranza e carità, per cercare di rispondere alle drammatiche situazioni di povertà ed emarginazione della sua città natale. Figlio di imprenditori edili, a tre anni viene portato in Svizzera in un collegio di suore. Ritorna a Palermo a nove anni ed entra nel collegio di San Martino delle Scale per quattro anni.

A sedici anni abbandona la scuola media e inizia precocemente a lavorare nell’impresa edile della sua famiglia, ma a causa di una profonda crisi spirituale decide di allontanarsi dalla famiglia nel 1983, andando a vivere a Firenze. Nel maggio 1990 decide di vivere come eremita, ritirandosi nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio interamente a piedi verso la città di Assisi. Il viaggio è stato reso noto alle cronache per gli appelli della famiglia d’origine alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, dove Biagio ha risposto in diretta informando del suo cammino verso Assisi, dove arriva il 7 giugno 1991.

Torna quindi a Palermo per salutare i familiari, con l’intenzione di trasferirsi in Africa come missionario, ma lo stato di miseria in cui ritrova la sua città lo porta a cambiare idea. In un primo momento è attivo nel portare conforto ai senzatetto della Stazione di Palermo Centrale, per i quali si batte attraverso diverse proteste ed un digiuno, grazie al quale ottiene l’utilizzo di alcuni locali in via Archirafi, all’interno dei quali fonda nel 1993 la “Missione di Speranza e Carità”, che oggi accoglie più di 200 persone.

Il pensiero di Biagio Conte, un fratello di Palermo

Le sue parole dovrebbero fare riflettere tante persone, dovrebbero fare vergognare quelle persone che abusano di altre in tutti i campi e anche quelle che fingono di non vedere, senza neppure mettere la testa sotto la sabbia. “Fino a 25 anni non mi rendevo conto, distratto dalle cose del mondo, di tutto il materialismo e il consumismo di questa società. Pur avendo tutto, mi lamentavo ed ero sempre insoddisfatto. Schiavo del materialismo non mi accorgevo dei peccati e degli errori che commettevo. Però, guardando la mia città e quello che mi stava attorno, cominciavo ad accorgermi d i tanti volti pieni di sofferenza: persone che dormivano per terra alla stazione, sulle panchine, mi accorgevo di tanti bambini dei quartieri degradati di Palermo con i volti tristi, giocare in mezzo all’immondizia“.

“Quei volti sofferenti continuavano a ritornarmi nella mente e nel cuore, mi sentivo ferire; mi sentivo in colpa, ma non riuscivo a trovare nessuna risposta, nessuna soluzione per quei volti sofferenti che chiedevano aiuto. Fu allora che sentii di lasciare, in silenzio, mio padre, mia madre, il lavoro e la ditta, per donare totalmente la mia vita ai poveri. A questa scelta sono arrivato attraverso un duro cammino. In un primo momento decisi di andare a vivere da solo, sulle montagne all’interno della Sicilia. Ho voluto vivere in silenzio staccato da tutto e da tutti, soprattutto dalle cose materiali. In quei luoghi, in mezzo alla natura ho trovato quello che non riuscivo a trovare in città”.

“All’inizio ho vissuto da eremita, dopo un pastore mi ha aiutato. Ero felice, lì avevo la possibilità di lavorare, di meditare e di vivere in silenzio. Dopo un periodo vissuto così, ho lasciato quei luoghi per affrontare un viaggio fino ad Assisi, dove aveva vissuto San Francesco, perché sentivo nel mio cuore di condividere il suo pensiero. Ho attraversato diverse regioni, vivendo di totale carità. L’unico mio compagno in questo viaggio è stato un cagnolino che avevo salvato e ho chiamato Libertà. Come unico sostegno avevo un bastone. In testa portavo un cappellino ricavato da una manica di maglione che mi ha riscaldato tanto”.

Ritornato a Palermo è subentrato in me un momento di indecisione. Volevo andare in Africa a fare il missionario, dedicare la mia vita ai poveri. Invece, ho sentito qualcosa che mi bloccava. Così me ne sono andato sotto i portici della stazione con uno zaino pieno di latte e the caldo, per aiutare e stare vicino a quelli che la società ha dimenticato: li chiamano barboni, alcolisti, giovani sbandati, stranieri, prostitute, ma che io sento nel mio cuore di chiamare fratelli e sorelle”. Oggi è adorato, stimato, rispettato, ma soprattutto ascoltato. Nel 2015 partecipa alla parata del Palermo Pride, l’annuale manifestazione cittadina in favore del diritti lgbt per portare ai partecipanti un messaggio di pace e fratellanza.

La sua “Missione” è un luogo di sostegno in cui è possibile dormire, mangiare e contribuire concretamente, offrendo la propria disponibilità lavorativa al servizio della comunità; ogni comunità è dotata di cucina e mensa autonome dove vengono distribuiti tre pasti al giorno, è attivo inoltre un forno che garantisce il pane per il fabbisogno delle tre comunità. È dotata, inoltre, di ambulatori medici con medici volontari che garantiscono le prestazioni mediche di base (convenzione Asp con ricettario medico) e assistenza farmaceutica. I bisognosi che vengono accolti sono liberi di professare qualunque fede e di pregare secondo i dettami della propria religione.

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Palermo e la missione della fratellanza alla San Francesco

La “Missione”, inoltre, fornisce assistenza a tante famiglie indigenti di Palermo con beni di prima necessità e latte pediatrico per i neonati. Contemporaneamente, è attivo un servizio di missione notturna: si tratta di un camper che ogni sera con a bordo cinque volontari della Missione, gira per la città per incontrare le persone emarginate (tossicodipendenti, senzatetto, prostitute) e fornire loro una bevanda calda e assistenza. È previsto un ampliamento dell’attività missionaria a Giacalone, rivolta all’assistenza di donne e bambini maltrattati. Nel dicembre 1998 viene aperta presso l’ex convento di Santa Caterina l’accoglienza femminile, destinata a circa centoventi tra donne singole e mamme con bambini.

Nel 2002, a seguito dell’emergenza profughi, viene aperta la terza comunità della Missione “La cittadella del povero e della speranza” presso l’ex caserma dell’Aeronautica di via Decollati che accoglie circa settecento extracomunitari, di passaggio e non, da Palermo. Nel 2018, dopo la morte di alcuni senzatetto nelle strade di Palermo, in segno di protesta contro la povertà decide di dormire in strada, sotto i portici del Palazzo delle Poste centrali, iniziando uno sciopero della fame durato dieci giorni; in seguito la Regione ha finanziato l’ampliamento della missione di via Decollati.

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Un sorriso solare e pieno di amore quello di Biagio Conte.

Il 16 gennaio 2014 è stato reso noto che Biagio Conte, da anni costretto su una sedia a rotelle a causa di vertebre schiacciate a seguito delle spossanti fatiche cui si è sottoposto nella Missione, già dalla scorsa estate aveva ripreso a camminare dopo un’immersione nelle acque di Lourdes. La Curia di Palermo ha ufficialmente dichiarato che ritiene si tratti di miracolo. I suoi collaboratori lo ricordano inchiodato per anni sulla sedia a rotelle a causa di un forte dolore alla schiena.

Poi dopo un pellegrinaggio dalla Madonna di Lourdes, Conte, è ritornato a camminare. E a Palermo si grida al miracolo. Di certo c’è che adesso Fra’ Biagio, molto conosciuto in città per le sue battaglie in difesa degli indigenti, può proseguire la sua missione senza difficoltà. La vicenda viene ricostruita anche dal sito dell’Arcidiocesi di Palermo, con un’intervista a Conte che è stato in Cattedrale in occasione della celebrazione interculturale “Epifania dei popoli”, presieduta dal cardinale Paolo Romeo per il trentesimo anniversario di consacrazione episcopale.

Nelle tre strutture gestite dal missionario sono ospitati novecento tra immigrati, poveri, senza casa ed ex tossicodipendenti. “Per me è stata una grazia inaspettata – racconta – che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria. Io ho sempre avuto a cuore la Vergine, ma non mi ero mai recato nel santuario di Lourdes, un viaggio che è stato possibile grazie all’Unitalsi che mi ha invitato insieme ai malati”.

Conte, inizialmente non voleva andare in Francia anche per motivi di salute ed arrivato a Lourdes non voleva nemmeno fare il bagno nella vasca. “Non pretendevo nulla ed anzi ho dato la precedenza agli altri malati – ha detto il missionario laico – poi mi sono deciso e subito dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro che mi ha permesso di tornare non a camminare, ma a correre verso le tante persone che me lo chiedono. Dopo il bagno in piscina non ho sentito più il bisogno della sedia a rotelle e del bastone che però non lascio perché mi ricorda il viaggio fatto da Palermo ad Assisi, infatti da allora lo porto sempre con me e adesso mi fa riassaporare i momenti in cui correvo da una parte all’altra della città”.

Tra il 2014 e il 2015 è stato prodotto un film intitolato “Biagio”, dal regista palermitano Pasquale Scimeca. La visione del film, uscito nel febbraio 2015, è stata dedicata in particolare agli studenti delle scuole affinché potessero conoscere meglio il personaggio di Biagio Conte, un uomo che lotta per i deboli e che dall’1 marzo 2018 ha raddoppiato la capacità di ospitalità per i senza fissa dimora nella Missione Speranza e carità. La Regione Sicilia, infatti, ha finanziato con quasi centosessantamila euro l’esecuzione di alcune opere che consentiranno alla struttura di utilizzare altri duemila metri quadrati di capannoni già esistenti da adibire a nuovi posti letto.