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Intervista al gigolò: la mia vita da escort tra chiese e lusso

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

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Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

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Donato Bilancia: l’assassino che terrorizzava la Liguria

Donato Bilancia è un assassino seriale che uccide donne, conoscenti e prostitute, a colpi di pistola. Soprannominato “Walter”, Donato Bilancia nasce a Potenza il 10 luglio del 1951 e uccide, nel giro di circa sei mesi. Si trasferisce con la famiglia prima ad Asti, poi a Capaccio in provincia di Salerno e nel 1956 a Genova. Sin da piccolo ha un rapporto difficile con madre, padre e fratello. Inizia ben presto a rubare.

A quindici anni i primi guai con la giustizia, continuati nel 1974 con un arresto in flagranza di reato per furto e nel 1976 per rapina. Ma Donato Bilancia riuscirà ad evadere dal carcere. Alla professione di ladro si unisce anche il vizio del gioco d’azzardo. Nel 1987 il suicidio del fratello Michele che, con in braccio il figlio piccolo di 4 anni, Davide, si getta sotto un treno presso la stazione di Genova Pegli, lo segna definitivamente, amplificando dei disturbi mentali presenti da tempo. Nel 1990 Donato Bilancia è vittima di un incidente stradale e, come diciotto anni prima, nel 1972, rimane in coma per alcuni giorni.

Inizialmente, Donato Bilancia uccide per motivi economici, il gioco d’azzardo l’ha ridotto in bancarotta, poi ci prende gusto. Si sposta usando le linee ferroviarie. Il 16 ottobre 1997 Bilancia uccide Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con del nastro adesivo. Il 24 ottobre, anche in questo caso per motivi di vendetta legati al gioco, ammazza nella loro casa Maurizio Parenti e la moglie Carla Scotto, sottraendo tredici milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni oggetti di valore, di cui poi si libera.

Il 27 ottobre, Donato Bilancia uccide Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, introducendosi nella loro casa a scopo di rapina. Il 13 novembre, nella cittadina di confine di Ventimiglia, fredda Luciano Marro, un cambiavalute, a cui sottrae quarantacinque milioni di lire. Il 25 gennaio 1998 colpisce un metronotte, al solo scopo di rivalsa contro le forze dell’ordine. Si tratta dell’omicidio di Giangiorgio Canu, che avviene a Genova. Il 20 marzo successivo rapina e uccide un altro cambiavalute, nuovamente a Ventimiglia: si tratta di Enzo Gorni. Il cognato della vittima lo vede allontanarsi con una Mercedes nera. E poi ci sono le prostitute. Il 9 marzo a Varazze spara a Stela Truya. Il 18 marzo a Pietra Ligure fredda con un colpo in testa Ljudmyla Zubskova.

Il 24 marzo a Novi Ligure si apparta in una villa con la transessuale Lorena, che intuisce le sue intenzioni assassine e fugge. Il 29 marzo a Cogoleto assassina Tessy Adobo. Questo omicidio rappresenta la svolta delle indagini, in quanto lo si ricollega a quello di Stela Truya e, in seguito, agli altri omicidi delle prostitute, essendosi riconosciuta l’unicità dell’arma utilizzata. Il 12 aprile sull’Intercity La Spezia-Venezia fa valere le sue doti di scassinatore: apre il bagno del vagone e spara ad Elisabetta Zoppetti, uccidendola.

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Donato Bilancia alla prova del DNA che lo incastra

Il 14 aprile torna ad uccidere una prostituta, Kristina Valla. Il 18 aprile colpisce di nuovo su un treno, sulla tratta Genova-Ventimiglia, assassinando Maria Angela Rubino e masturbandosi sul suo cadavere. Il caso del “mostro della Liguria” sale al clamore delle cronache: l’assassino, da un ambiente limitato e relativamente isolato come quello della prostituzione, passa a colpire con assoluta casualità sui treni.

Il 21 aprile, ad Arma di Taggia si compie l’ultimo dei delitti di Bilancia, che rapina ed uccise il benzinaio Giuseppe Mileto. La svolta del caso avviene quando giunge ai carabinieri la notizia che, da un abitante del posto, non viene resa una Mercedes nera data in prova. I carabinieri vanno a verificare di chi si tratta, scoprendo una corrispondenza quasi perfetta tra Bilancia e l’identikit creato in base alla descrizione data da Lorena, la transessuale sfuggita alla morte. A quel punto vengono confrontate le tracce dei pneumatici sulle scene di alcuni degli omicidi con quelle della Mercedes, che si rivelano compatibili.

La prova definitiva consiste nel prelievo del dna del Bilancia da alcuni mozziconi di sigaretta e da una tazzina di caffè, confrontato con quello dell’omicida, rinvenuto sul corpo di Maria Angela Rubino. Non ci sono dubbi. È lui. Lo arrestano il 6 maggio 1998, appena uscito da casa sua in via Leonardo Montaldo a Marassi, i carabinieri. Dopo pochi giorni, rende confessione spontanea di tutti gli omicidi, attribuendosi anche il primo, quello di Giorgio Centenaro, appunto archiviato come morte naturale.

Bilancia viene condannato a tredici ergastoli per i diciassette omicidi e a sedici anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro, con sentenza del 12 aprile 2000 del tribunale di Genova, confermata in corte d’appello e in corte di cassazione. Sconta inizialmente la sua pena al carcere di Marassi, poi al carcere di Chiavari, infine nel carcere Due Palazzi di Padova.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Gli interessi e le atrocità della mafia nigeriana in Italia

“Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”. Poche righe chiarissime: si parla di mafia nigeriana. Non pronunciate in un convegno da un criminologo, ma inserite in una informativa riservata del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma. Dopo pochi anni, quello della mafia nigeriana diventa un preoccupante caso nazionale. Una storia di cronaca. Anzi, una delle tante storie di cronaca.

Gli adepti di queste congreghe che si rifanno alla mafia nigeriana sono violenti, spietati e sanguinari e cercano di importare in Italia le metodologie tribali nigeriane, puntando a controllare il mercato della droga e della prostituzione, soprattutto eroina e cocaina, a colpi di machete, pugnalate e torture di vario genere. Dunque, ancora una volta l’Italia si scopre salotto buono delle mafie. Non più solo la ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra campana e la sacra corona unita pugliese, ma adesso anche la mafia nigeriana, che si somma alle varie altre mafie straniere che negli anni hanno fatto affari d’oro in Italia, come quella russa, quella rumena e quella albanese. Un vero fallimento dello Stato. Anzi, il vero fallimento dello Stato.

Dove comanda la mafia, la democrazia, la Costituzione e tutte le leggi hanno fatto un passo indietro, per impotenza, per imperizia e perché all’interno dell’apparato statale dilaga la corruzione. La mafia nigeriana, detta anche mafia di Langtan, dall’omonima cittadina della Nigeria, è ormai una delle più potenti organizzazioni criminali internazionali che si è sviluppata in Nigeria e si è auto esportata in mezza nel bacino del mediteraneo. Nasce agli inizi degli anni Ottanta, in seguito alla crisi del petrolio, risorsa chiave del Paese, che portò i gruppi dirigenti a cercare l’appoggio della criminalità locale per mantenere i loro privilegi.

Così protetta, la criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

Il modello strutturale della mafia nigeriana è formato da gruppi autonomi sciolti e, allo stesso tempo, dipendenti da un vertice unico. Si tratta di un sistema in cui cellule criminali più strutturate si accompagnano a cellule contingenti che, diversamente dalle precedenti, nascono in corrispondenza di un singolo affare criminale e si sciolgono al termine di quest’ultimo. I gruppi criminali sono di genere maschile, soprattutto per le attività di narcotraffico e truffe telematiche, femminile per quanto riguarda in particolare lo sfruttamento della prostituzione con la figura delle madame, tipicamente ex vittime di tratta che gestiscono il sistema di sfruttamento e vi sono anche gruppi misti.

La mafia nigeriana frusta e tortura i suoi prigionieri

Uno dei riti di iniziazione più frequenti è il sottoporsi a frustate da parte del boss dell’organizzazione. In Nigeria operano più che altro confraternite e bande criminali sotto il controllo di un capo. Le prime, formate principalmente da studenti, si dedicano a intimidire i professori con minacce pesanti per avere buoni risultati a scuola. Le seconde sono dedite al traffico di droga, armi e alla prostituzione delle nigeriane. A partire dagli anni Ottanta la mafia nigeriana si è espansa in molti Paesi tra cui l’Italia dove opera per lo più nelle zone meridionali, Campania e Sicilia. L’organizzazione dei Black Axe è nata negli anni Settanta a Benin City in Nigeria. Elementi di questa organizzazione criminale sono già stati rilevati a Brescia e Torino.

Il 15 gennaio 2007 con l’operazione Viola vengono arrestati sessantasei presunti appartenenti alla mafia nigeriana, di cui 23 già in ottobre 2007, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di esseri umani e narcotraffico in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Il 18 febbraio 2010 vengono arrestati cinque nigeriani nell’operazione Piovra Nera: gestivano un traffico di cocaina a Genova. Nel 2009 a Brescia viene decapitata l’organizzazione capeggiata da Frank Edomwonyi con l’arresto di 12 persone.

A Torino nel 2010 vengono condannati per associazione mafiosa alcuni affiliati ai Black Axe e Eiye che si erano fatti una guerra che aveva macchiato di sangue e gettato nel terrore diverse periferie della città della Mole già nel 2003. Voci non confermate ufficialmente ma non smentite sostengono che l’Aisi, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, dal 2012 controlli il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, che gestirebbe i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. La roccaforte dell’organizzazione è Castelvolturno.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un’organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa. In particolare, viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l’egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Infatti, nel regno che fu di Riina e Provenzano per la prima volta viene contesta l’aggravante mafiosa a un’organizzazione straniera. Il gruppo controllava spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali.

Qualche mese prima dell’omicidio di Di Giacomo, gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova gang. È il 27 gennaio 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto. Affettati come in macelleria.

L’organizzazione si muove tra spaccio e prostituzione

Una vera e propria associazione criminale di stampo mafioso, con tanto di capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento spietati e violenti, protetta dalla più terribile forma d’immunità: l’omertà. Dopo un secolo e mezzo di storia criminale siciliana legata a Cosa nostra, si scopre che una nuova mafia ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e arrivando a comandare tra i vicoli del centro storico. Nuovi boss che vengono da lontano e non parlano il siciliano. Nuove organizzazioni consolidate nel continente africano che si riuniscono sotto il nome di Black Axe, Ascia Nera, nata appunto negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa, li chiamano culti, e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra arrivano anche in Italia. Guarda caso, i nuovi capi nigeriani iniziano a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra, ma con ancor meno scrupoli.

Le indagini si indirizzano su altri tre cittadini della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. I loro nomi sono Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Picchiati perché molestato mia donna” ha ammesso Johnbull, il capo dei tre, sperando che la scusa utilizzata anche in altre città per giustificare le risse tra nigeriani, possa servire a distrarre l’attenzione degli investigatori dai suoi reali interessi. I sostituti procuratori Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono e scoprono che Johnbull è il capo del trio e, probabilmente, è uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è proprio tra quei vicoli che indisturbato gestiva lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che volevano provare a vendere la roba senza sottomettersi alla sua banda.

Il giornalista Mario Portanova, de Il Fatto Quotidiano, spiega che: “La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. Se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche”.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati. Molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti. E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano”, ha raccontato Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più affermati e autorevoli quotidiani della Nigeria.

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I criminali arrivano in Italia sui barconi alla conquista del nord

Non chiederti come c’è arrivata fin qui la mafia nigeriana. Poco alla volta e sui barconi. Si rifocillavano nei centri di prima accoglienza e poi sparivano, andando ad ingrossare le fila della mafia nigeriana, che intento si ramificava rapidamente lungo la Penisola. Sempre più organizzata e pericolosa. Sempre più potente. In tutte le città. A Ferrara, a Novara, a Padova, a Biella, a Brescia, a Rimini… Un primo pentito nigeriano ha parlato agli investigatori di Novara. Uno degli aggrediti ha rivelato: “Aye mi aveva chiesto di aderire alla società occulta mafiosa che dà protezione ai membri che opprimono e sfruttano i connazionali. Io non ho accettato. Allora mi ha accompagnato nel cortile e lì, mentre uno mi teneva fermo, un altro mi ha spaccato una bottiglia in testa”.

Il meccanismo del racket della prostituzione è semplice. Contatti di Torino mi hanno spiegato che le ragazze, anche minorenni, firmano un contratto a casa loro impegnandosi a versare cinquantamila euro in cambio di un lavoro onesto quando saranno a destinazione. La ragazza viene affidata ad un accompagnatore che l’aiuta a superare indenne il Togo, il Ghana e la Costa d’Avorio, per raggiungere la Libia. Da lì sarà imbarcata sui gommoni e prelevata in mare insieme ai compagni da una Ong o da una nave di Frontex. In Sicilia, una donna dell’organizzazione, una maman, la istruirà tra riti vudù e altre perversioni su come comportarsi per saldare il debito di cinquantamila euro. Chi non rispetta i patti causa la condanna a morte dei parenti in terra di origine e viene brutalmente picchiata.

A Torino, la mafia nigeriana è sempre più potente a Torino. Bisognerebbe domandarsi come sia riuscita a penetrare nel territorio torinese gestendo diversi tipi di traffici illeciti nonostante la presenza di forze dell’ordine e della ndrangheta. “Chi segue questi culti nigeriani a Torino controllava una fetta di territorio. In molti casi erano piccole zone, pezzi o intere vie cittadine in cui riuscivano a esercitare un controllo totale su alcune attività come spaccio e prostituzione. In altre zone si dedicavano ad estorcere denaro a commercianti della loro stessa nazionalità”, ha detto Marco Martino, dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Torino.

Attento conoscitore di Torino e di determinate dinamiche, Martino ha anche evidenziato come “Il controllo del territorio in certe aree del nord Italia non è appannaggio della mafia italiana, che per forza di cose lascia alcune zone scoperte, questo è chiaro. Ecco perché in quei luoghi si registra una maggiore penetrazione dei sodalizi criminali stranieri. Ci sono tante zone in cui, fortunatamente, non c’è il controllo della criminalità organizzata. Al contrario, dove la mafia italiana è forte, per le mafie straniere è davvero molto difficile espandersi. A Torino, per fare un esempio, i rumeni della gang della Brigada, i cinesi, così come la mafia russa, difficilmente riescono a radicalizzare sul territorio”.

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