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Cervello del cane: capisce il significato delle parole

Un team di scienziati ha scoperto che il cervello del cane, come quello dell’uomo, elabora l’intonazione e il significato delle parole separatamente, anche se il cane usa l’emisfero cerebrale destro per farlo, mentre noi usiamo quello sinistro. Ma rimaneva un mistero da svelare: il cervello del cane segue lo stesso processo per elaborare i complimenti?

Chiunque abbia un cane sa che pronunciare la parola “Bravo!” in tono entusiastico e felice provoca un allegro scodinzolio del proprio amico a quattro zampe. Infatti, proprio come i bambini, i cani comunicano con un linguaggio non verbale per ottenere ciò che vogliono. Studiando il comportamento canino, i ricercatori hanno recentemente identificato 19 gesti di riferimento.

Con “gesto di riferimento” si intende un segnale che richiama l’attenzione del padrone su un oggetto o un’azione specifici. Ecco alcuni di questi segnali: Dammi da mangiare. Gioca con me. Fammi andare fuori. Fammi una grattatina! Ma in realtà, non è tanto il fatto che i cani comunichino che deve stupire, quanto il fatto che i cani capiscano anche i termini e ne possano imparare tanti (si stima tra i 70 e i 200). Questo ha suscitato la curiosità degli scienziati: cosa succede esattamente nel cervello del cane quando riceve una lode o un complimento? È qualcosa di simile al meccanismo gerarchico con il quale il nostro cervello elabora le stesse informazioni acustiche?

Quando una persona riceve un complimento, la regione uditiva subcorticale, più primitiva, reagisce dapprima all’intonazione, che è la portata emotiva del parlato. Poi, il cervello attiva la corteccia uditiva di più recente evoluzione per decodificare il significato delle parole che ha appreso.

Nel 2016 un team di scienziati ha scoperto che il cervello del cane, come quello dell’uomo, elabora l’intonazione e il significato delle parole separatamente, anche se il cane usa l’emisfero cerebrale destro per farlo, mentre noi usiamo quello sinistro. Ma rimaneva un mistero da svelare: il cervello del cane segue lo stesso processo per elaborare i complimenti?

“Si tratta di una domanda importante perché il cane è una specie che non ha la parola, tuttavia risponde correttamente ai nostri messaggi”, afferma Attila Andics, neuroscienziato presso la Eotvos Lorand University di Budapest, in Ungheria, e coautore sia dello studio del 2016 sia di uno studio più recente pubblicato sulla rivista Scientific Reports. Alcuni cani ad esempio sono in grado di riconoscere migliaia di nomi di oggetti diversi e di collegare il nome all’oggetto specifico.

Studiando le scansioni del cervello di alcuni cani, gli scienziati hanno scoperto che il cervello del cane, proprio come il nostro, elabora i suoni delle parole in modo gerarchico: analizzando prima la componente emozionale con la parte più antica del cervello, ovvero la regione subcorticale, e poi il significato delle parole con la parte più recente, la corteccia.

Questa scoperta approfondisce le nostre conoscenze sull’evoluzione del linguaggio umano, affermano gli autori. L’aspetto più sorprendente è che i cani e l’uomo hanno condiviso un antenato comune circa 100 milioni di anni fa, quindi è probabile che “il cervello di molti mammiferi risponda a suoni vocali in modo simile”, afferma Andics.

I cani sono ottimi ascoltatori

I ricercatori ungheresi hanno eseguito gli esperimenti per lo studio su 12 cani domestici (sei border collie, cinque golden retriever e un pastore tedesco) di proprietari che vivono vicino a Budapest. I ricercatori hanno addestrato i cani a entrare e rimanere immobili in un macchinario per risonanza magnetica funzionale (fMRI), dove gli venivano fatti ascoltare messaggi vocali di lode e apprezzamento pronunciati dall’addestratore, come “bravo” e “bene” insieme a parole sconosciute e neutre come “se” e “già”.

L’addestratrice parlava in ungherese, pronunciando le parole a volte con un’intonazione entusiastica, di lode, e altre volte con un tono neutrale. Le parole venivano volutamente ripetute, con diverse intonazioni, mentre il macchinario rilevava l’attività cerebrale dei cani in ascolto. Inizialmente le regioni uditive, sia nella parte subcorticale che corticale del cervello dei cani, mostravano una maggiore attività mentre questi ascoltavano le parole pronunciate.

Ma sentendo la stessa intonazione (di lode o neutrale) ripetuta più volte, indipendentemente dal fatto che la parola fosse conosciuta o meno, il livello di attività nella parte più antica del cervello diminuiva rapidamente. Questo rapido declino suggerisce che l’intonazione viene elaborata nella parte più antica del cervello del cane.

Allo stesso modo, ascoltando la ripetizione di parole conosciute, il livello di attività nella parte più recente del cervello mostrava una lenta diminuzione ma non quando venivano pronunciate parole sconosciute. Questo lento declino dell’attività in risposta all’ascolto di parole conosciute suggerisce che la parte più recente del cervello è coinvolta nell’elaborazione del significato delle parole.

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Lo studio “suggerisce che quello che diciamo e come lo diciamo sono entrambi aspetti importanti per il cane”, afferma via e-mail David Reby, etologo presso l’Università del Sussex, nel Regno Unito.

“È un fenomeno che possiamo dedurre dalla nostra interazione con il cane ma è in una certa misura sorprendente in quanto i cani non parlano e il loro sistema di comunicazione [abbaiare] non presenta una chiara separazione tra significato e intonazione”.

Studi precedenti mostrano che molti animali, dagli uccelli canterini ai delfini, usano la subcorteccia per elaborare messaggi emozionali e la corteccia per analizzare segnali più complessi appresi, pur non potendo parlare. Le zebre, per esempio, sono in grado di percepire le emozioni nei richiami di altre specie erbivore per sapere se ci sono predatori nelle vicinanze.

È probabile che il linguaggio umano si sia evoluto da tali segnali utilizzando gli stessi sistemi neurologici per sviluppare la parola, nota Terrence Deacon, neuroantropologo presso l’Università della California a Berkeley. E, in quanto animali domestici che si sono evoluti al fianco dell’uomo negli ultimi 10.000 anni, i cani fanno un uso speciale di questa antica capacità di elaborazione delle emozioni umane, aggiunge Andics. “Questo spiega in parte perché il rapporto dell’uomo con il cane sia così speciale” e come i cani riescano a volte a manipolarci con i loro sguardi espressivi.

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Storia e civiltà in America: la nascita dell’attivismo LGBTQ

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

Charles Silverstein era un laureando in psicologia quando partecipò a un workshop durante un congresso sulla terapia comportamentale nell’ottobre del 1972. L’argomento era la terapia dell’avversione, una forma di terapia di conversione pseudoscientifica in cui gli uomini gay venivano sottoposti a scariche elettriche e ad altri stimoli per “curare” la loro attrazione sessuale verso altri uomini.

Ma Silverstein non era lì per imparare. Era lì per far chiudere il workshop. Quando lo psicologo più importante salì sul palco, Silverstein corse davanti alla sala e si presentò come attivista gay. “Interromperemo la Sua presentazione”, disse all’oratore. “Le lasceremo 10 minuti per parlare e poi prenderemo la parola”. Mantenne la sua promessa scatenando il caos nella sala mentre manifestanti arrabbiati e partecipanti iniziavano a dibattere sulla questione.

L’oratore aveva appena subito quello che in inglese si chiama “zapping” o azione di disturbo. Questa forma di protesta, che combinava le incursioni con delle performance artistiche, fu utilizzata per la prima volta dagli attivisti per la liberazione dei gay all’inizio degli anni ‘70.

La tattica era apparentemente semplice: prevedeva un’azione improvvisa, rumorosa e rapida. Se interrompeva incontri d’affari o eventi, ancora meglio. Pensate per sollecitare la copertura da parte dei media e turbare lo status quo, le azioni di disturbo erano interventi plateali, esuberanti e impossibili da ignorare. Organizzate con un breve preavviso, queste azioni affrontavano il tema della discriminazione in modo diretto e ricordavano al pubblico l’esistenza del movimento LGBTQ e la possibilità di provare orgoglio per un’identità marginalizzata.

Nel caso di Silverstein fu efficace: un partecipante, in seguito, lo invitò a tenere una presentazione di fronte a psicologi influenti. L’attivismo di Silverstein contribuì alla successiva eliminazione dell’omosessualità dall’elenco dei disturbi medici.

“Era un periodo in cui lottavamo per la vita”, disse Silverstein, ricordando il suo intervento durante un’intervista di storia orale presso la Rutgers University nel 2019. Anche se l’epoca d’oro dei disturbatori ebbe vita breve, contribuì ad alimentare un’ondata in continua crescita a sostegno dell’uguaglianza delle persone LGBTQ. Quella maggiore visibilità aiutò gli attivisti anche a ingrossare le loro fila.

Azioni che hanno lasciato il segno

Per la maggior parte della loro storia, la discriminazione e le leggi antigay sono state la normalità negli Stati Uniti. L’omosessualità era classificata come malattia mentale e, prima del 1961, tutti gli Stati criminalizzavano la sodomia. Le leggi venivano usate per giustificare le retate nei presunti bar per gay e nei parchi pubblici e le persone LGBTQ rischiavano l’umiliazione pubblica, la perdita del lavoro e anche l’incriminazione a causa della loro omosessualità.

Alcuni gruppi di gay e lesbiche che nacquero attorno agli anni ’50 e ’60 misero in atto proteste pubbliche contro la discriminazione anti-LGBTQ. Ma anche se all’epoca vi furono alcuni scontri e confronti accesi, in genere le proteste erano perlopiù manifestazioni ordinate e pacifiche, come la “Annual Reminder”, un evento annuale in cui i manifestanti in giacca e cravatta formavano picchetti nell’Indipendence Hall di Philadelphia nel tentativo di mostrare gli uomini gay come normali membri attivi della società.

Poi arrivò quel 28 giugno del 1969, i cosiddetti moti di Stonewall. Gli scontri, che scoppiarono dopo un raid della polizia in un bar per gay di New York, galvanizzarono la comunità LGBTQ. La loro frustrazione per le retate e lo stigma sociale sfociarono nel Movimento di liberazione omosessuale. I gruppi si coalizzarono in tutto il Paese e uno di questi, la Gay Activists Alliance (GAA), inventò una forma di protesta semplice ed estremamente visibile, il cosiddetto zapping.

Le prime azioni di disturbo attribuite a Marty Robinson, membro della GAA che venne soprannominato “Mr. Zap”, erano dirette all’allora sindaco di New York, John Lindsay. Delusi dall’atteggiamento del sindaco, che aveva rifiutato di incontrarli ed evitato di commentare la liberazione dei gay, i partecipanti del gruppo decisero di agire. Dalla serata di apertura della Metropolitan Opera alla registrazione di un programma televisivo, il gruppo interrompeva inesorabilmente i suoi discorsi, lo derideva durante le interviste dal vivo e distribuiva volantini nei luoghi in cui doveva recarsi.

“Decidemmo che ogni volta che appariva in pubblico o potevamo raggiungerlo, gli avremmo reso la vita il più difficile possibile e gli avremmo ricordato il perché”, raccontava il membro della GAA Arthur Evans nel 2004. Lindsay alla fine incontrò il gruppo ma le azioni di disturbo continuarono fino a quando annunciò il suo sostegno a una legge che proibiva la discriminazione contro le persone LGBTQ a New York nel 1971.

A quel punto gli attivisti avevano capito quale potere potevano avere le loro azioni di disturbo. Nel 1971, ad esempio, la GAA e le Figlie di Bilitis, un’organizzazione lesbica, presero di mira Fidelifacts, un’azienda con sede a New York che effettuava controlli sui precedenti ed era accusata di indagare e prendere di mira i dipendenti LGBTQ.

Il presidente dell’azienda aveva affermato che la sua regola generale per identificare i gay era questa: “se assomiglia a un’anatra, cammina come un’anatra, fa gruppo solo con le anatre e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Gli attivisti, uno dei quali vestito di tutto punto come un’anatra, marciarono davanti all’edificio, facendo suonare paperelle di gomma e distribuendo volantini. Altri bloccarono le linee telefoniche dell’azienda per l’intera giornata, chiamando per dire: “Ora basta con le vostre azioni offensive!”.

La nascita dell'attivismo LGBTQ

Un’eredità elettrizzante

Anche se le proteste venivano spesso dipinte come stupide dai media, raggiunsero il loro obiettivo attirando l’attenzione sulla causa. Le incursioni più efficaci erano quelle che mettevano in imbarazzo personaggi pubblici a proposito di specifiche ingiustizie.

Una delle più memorabili si svolse durante una puntata del notiziario serale CBS Evening News nel dicembre del 1973. Di fronte a un pubblico di 60 milioni di spettatori in diretta, Mark Allan Segal, membro di un piccolo gruppo chiamato Gay Raiders insieme a un disturbatore più esperto, piombarono di fronte alle telecamere tenendo un cartello su cui era scritto “I gay protestano contro i pregiudizi della CBS”. La loro protesta riguardava la rappresentazione della comunità LGBTQ da parte delle reti principali e il modo in cui la loro copertura ignorava eventi come le parate del “gay pride” e le leggi sull’uguaglianza.

Funzionò: non solo la rete iniziò a occuparsi dei temi legati al mondo LGBTQ ma Cronkite diventò amico di Segal e iniziò a raccontare le lotte e i successi del movimento.

Un’altra azione di disturbo degna di nota si svolse nel 1977 quando l’attivista Tom Higgins colpì in faccia la cantante e sostenitrice della campagna antigay Anita Bryant con una torta al rabarbaro e fragole durante una conferenza stampa a Des Moines, in Iowa. Bryant rispose inginocchiandosi in preghiera e chiedendo a Dio di guarire Higgins dalla sua “perversione”; Higgins raccontò con soddisfazione a un corrispondente di Gay Community News che “Non esiste niente di più umiliante che ricevere una torta in faccia”.

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

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A quel punto, però, le incursioni erano sempre più rare mentre i leader del movimento, di fronte alle critiche dell’opinione pubblica e alle lotte interne sulle tattiche di protesta militante, iniziavano a fare pressione per i diritti LGBTQ su scala nazionale attraverso organizzazioni come la National Gay Task Force (che adesso è la National LGBTQ Task Force).

La loro eredità rimase viva, tuttavia, e la tattica riacquistò nuovo vigore alla fine degli anni ’80, quando i membri della AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) avviarono una serie di potenti manifestazioni di disturbo che prendevano spunto dalla tattica delle incursioni. Sit-in, die-in (manifestazioni in cui i partecipanti si fingevano morti, NdT) e una turbolenta protesta in cui oltre 4.500 persone fecero irruzione nella Cattedrale di San Patrizio durante una funzione religiosa cattolica erano tutte azioni che assomigliavano alle incursioni di disturbo che si erano svolte anni prima.

Il tempo e l’epidemia di HIV/AIDS assottigliarono le fila del primo movimento di liberazione omosessuale. Oggi l’orgoglio LGBTQ è diventato mainstream e l’omosessualità è stata depenalizzata negli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono ancora battaglie da combattere e l’attivismo LGBTQ persiste con un ampio arsenale di tecniche di protesta incluse le campagne sui social media. Questi successi possono essere attribuiti in parte alla tenacità e alle tattiche di quei primi attivisti. “Siamo sfacciati, arroganti, determinati, testardi, vinceremo!”, disse Robinson all’autore Kay Tobin nel 1972. “Non succede nulla, finché non lo fai accadere”.

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Quando il bisessuale si innamora: esempio di rapporto a tre

Anche chi è bisessuale s’innamora, come tutti, ha dei sentimenti, anche forti. E come tutti li esprime attraverso se stesso e si fa del male se deve nascondersi, se deve mentire anche alle persone a cui vorrebbe poter volere bene. Spesso soffrono, altrettanto gioiscono. Anche i bisessuali sono vita, bellezza, aria, sensualità. Pelle, carne, liquidi e fuoco. Sono certamente i più anarchici, combattenti, ribelli e resistenti.

Tutti i miei amici etero e omosessuali concordano su una cosa: i più fortunati sono i bisessuali. E’ gente che sa apprezzare sia la bella “gnocca” sia il giovane tenebroso. E poi concordano col dire che la mia proverbiale stanchezza è dovuta al fatto che vado sempre controcorrente. Non lo faccio apposta, ma anche sul fatto che i bisessuali sono i più fortunati “perché hanno una maggiore attività sessuale” purtroppo non posso trovarmi d’accordo. Nutro dei seri dubbi.

Preciso, posso trovarmi d’accordo solo se la situazione che mi si prospetta è la seguente: bisessuale innamorato sia di una donna sia di un uomo e con entrambi che ricambiano e accettano la natura ibrida della persona che stanno amando. Certo, ci sono anche i bisessuali che scelgono la cosiddetta “monogamia”, ma non tutti lo fanno davvero fino in fondo. Alcuni, forse tanti, continuano a stare con “due piedi in due scarpe” perché ci si trovano naturalmente a proprio agio.

Anche chi è bisex s’innamora, come tutti, ha dei sentimenti, anche forti. E come tutti li esprime attraverso se stesso e si fa del male se deve nascondersi, se deve mentire anche alle persone a cui vorrebbe poter volere bene. Spesso soffrono, altrettanto gioiscono. Anche i bisessuali sono vita, bellezza, aria, sensualità. Pelle, carne, liquidi e fuoco. Sono certamente i più anarchici, combattenti, ribelli e resistenti.

La domanda che bisogna porre ad un bisessuale è la seguente: ti è mai capitato un periodo della tua vita in cui hai amato solo una persona? Io questa domanda gliel’ho posta e il mio amico mi ha risposto ciò che immaginavo già. “Non so come si faccia ad amare una persona soltanto. Io ne ho sempre amate molte e tutte assieme. Non so come si stia a contatto con un corpo se l’altro non mi è accanto contemporaneamente, quantomeno idealmente”.

“Non so cos’è il dolore se non quando sono costretto a rinunciare ad essere quella che sono. Soprattutto, non so cos’è la noia se ho uno dei miei amori vicino. Di me hanno detto che sono capriccioso, velenoso, urticante. Non gli credo. Non gli crederò mai. Se vedo la mia immagine riflessa allo specchio, vedo solo un corpo che invecchia attendendo di essere amato? Non mi interessa quale forma, che misura, che genere di amore. Quello che so è che non amo stare con un uomo, con una donna, ma con entrambi, spesso. Dicono sia malattia, perversione. Ma se lui mi ama e mi ama anche lei, perché io non dovrei amarli allo stesso modo?”.

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“Nella vita voglio continuare a sorprendermi, a stupirmi, a reagire, a lottare. Non voglio rinunciare a quel che voglio perché qualcuno, uno dei due, vuole “incastrarmi”, opprimermi, cambiarmi. Ho sempre pensato che se qualcuno non riesce a sentirsi a proprio agio nella mia vita, sono cazzi suoi. Non mi interessa. Non mi riguarda”.

“Quel che faccio nel mio letto, invece, sono affari miei e di chi quel letto vuole condividerlo con me. Vivo un rapporto a tre da un po’ di tempo. Non so come andrà a finire, non so se durerà. Non so come e se il mondo capirà mai. Il mondo che mi circonda in Italia. Un mondo bigotto, ipocrita, falso, perbenista”.

“Quello che è certo è che noi tre stiamo bene insieme. Sono io che amo entrambi. Loro si rispettano l’un l’altra. Per strada? Ci teniamo tranquillamente per mano, io, lei e lui. Questo è il presente, l’insieme di attimi in cui vivo. Perché dovrei temere il futuro? Qualcuno mi dice che domani mi pentirò e rimarrò solo. Rispondo sempre nello stesso modo: cosa posso farci se non mi adatto? E chi l’ha detto che sarò io a restare solo e non sarete invece voi, quelli che restate accanto per la vita ad un’unica persona? Com’è che la chiamate? Fedeltà…?”.

Ho anche un’amica bisessuale. A lei ho domandato provocatoriamente: sei bisex perché sei indecisa? E’ scoppiata a ridere. Poi mi ha confidato: “E me l’hanno detto in tanti, uomini e donne. Scegli: puoi essere etero o lesbica. Il fatto è che io non sono nessuna delle due cose. Io amo lei e lui allo stesso modo. Senza alcuna differenza. Mi piacciono, mi eccitano, e non ho modo di confidare questa storia se non incontrando tanti musi storti, facce perplesse e un’onda di moralismo da due euro“.

Perfino dagli ambienti che dovrebbero essermi più affini, più evoluti. E’ un gioco a incastro. O stai di là, o stai di qua. Non puoi restare dalle due parti. Sono le regole del branco. Se non aderisci a quest’altra norma non puoi entrare nelle loro grazie. Non mi sento superiore, non giudico nessuno. Semplicemente sono diversa. Io. Non seguo il loro esempio. Io. Obbedisco a quel che dice il mio corpo, la mia mente, il mio cuore. E’ la mia carne che guida, chiama carezze, baci, abbracci, orgasmi, lingue, vagine, peni. La mia pelle mi consegna al desiderio, non mi lascio incastrare. Resto una cagna sciolta”. Serve solo un po’ di rispetto. E’ tutta una questione di scelte.

Noi tossici di Stazione Termini: il racconto di chi ne è uscito

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

Noi tossici di Stazione Termini: il titolo di questa intervista sembra cinico e spietato. Lo ammetto. Sembra forte, ma sono abituato a chiamare cose e situazioni ruvidamente con il loro nome. E poi, questa chiacchierata con un ex tossicodipendente, mentre la riascoltavo nel Frecciarossa che mi riportava a Torino, mi faceva venire in mente flashback rielaborati che il mio cervello deve aver preso da uno dei miei libri preferiti: “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”.

Anche quella una storia umana drammaticamente vera. A metà gennaio sono a Roma, devo incontrare un medico legale, ma l’appuntamento è al pomeriggio, verso le diciassette. Piove, l’umidità si sente fin dentro le ossa. Giro e rigiro nei negozi della Stazione Termini, oggi molto più sicura e tranquilla rispetto agli anni Settanta, Ottanta, Novanta e ai primi anni del Terzo millennio.

C’è un giovane uomo che ogni tre per due mi ritrovo davanti, o a destra, o ancora a sinistra. Non ho ancora ben capito se è destino o se mi segue per rubarmi qualcosa. Sono cresciuto per strada. Alcuni segnali sono inequivocabili. Eterni. Non puoi sbagliarti. Lo guardo diretto negli occhi e con un sorriso neppure troppo pacifico gli dico: vuoi offerto un caffè? Posso fare qualcosa per te? Ci conosciamo e non mi ricordo? Lui accenna un sorriso, uno sghignazzo, e mi dice che si trova lì perché cerca signori anziani o signore attempate a cui fare compagnia. “Devo pur guadagnare qualcosa mentre cerco un lavoro”, afferma.

La mia domanda non si fa attendere: come fai a cercare un lavoro se stai qui a fare marchette? “Sono uscito di casa stamattina alle sette e mezza e, come ogni giorno, ho cercato lavoro fino alle undici. Dopo non conviene cercare di fare colloqui, perché pensano che hai dormito fino a tardi. Come se non avessi voglia di lavorare”. La sua risposta mi spiazza. Nei suoi occhi leggo qualcosa, ma non riesco a capire bene cosa. Forse c’è troppa storia dietro quello sguardo. Rimpianti, rimorsi, tristezza, sfiducia, violenze…

Un po’ spiazzato, accetta il caffè, ma usciamo dalla stazione. Voglio riuscire a parlare con lui lontano da condizionamenti. Si chiama Alfredo “Lollo” De Luca, vive a Centocelle, un enorme quartiere popolare e multietnico che ebbe un grande sviluppo con la nascita dell’adiacente ed omonimo aeroporto, il primo aeroporto italiano, entrato ufficialmente in funzione il 15 aprile 1909. Ha trentotto anni e ne dimostra una trentina scarsa.

Prima di ritrovarsi nell’attuale situazione di “disoccupato-in-cerca-di-lavoro-ed-escort-per-caso” spreca gli anni più belli della sua vita dietro la droga. Non le canne, anche se da quelle inizia. Cocaina ed eroina. Non riesco a crederci, finché non mi fa vedere delle foto di quando si drogava, in cui a ventitré anni dimostra trent’anni in più. Gli dico che sono un giornalista e che voglio raccontare la sua storia, per me carica di emozioni da trasmettere ai lettori del mio blog. Mi dice: “Ma non mi fare foto”. È un “sì”. Nome e cognome? “Le generalità va bene, magari qualcuno si impietosisce e mi dà lavoro”, sghignazza ironicamente. Premo “on” sul registratore e…

Parliamo degli inizi. Amici? Canne? Problemi adolescenziali?

“Ho iniziato per farmi vedere. Proprio come tanti altri ragazzi. Ero un adolescente ribelle. Avevo circa tredici anni. Mi sembrava un ottimo modo per evadere e, al contempo, mi sentivo parte integrante del gruppo. Ero finalmente complice accettato e non spettatore. Un mio amico mi ha iniziato. Prima fumavo con lui, poi si è fidanzato e ha iniziato a vendermi hashish e marijuana. Io gli portavo clienti e lui mi trattava bene, mi dava dosi col “regalino”. La chiamava “l’aggiunta”. Un giorno mi chiede se voglio provare qualcosa di diverso. Parla della “coca”. Inizio a sniffare. Noto che la cocaina riesce a farmi sentire più sicuro e meno timido. Capisco che doveva diventare la soluzione definitiva al mio malessere interiore. La cura a tutte le mie insicurezze e sfiducie nei miei confronti. Grazie alla cocaina, uscivo la sera e mi divertivo, parlavo con le ragazze, mi lanciavo all’acchiappo (rimorchiavo, ndr), ballavo male e senza timidezze. In base al tipo di serata pippavo o fumavo”.

Nel frattempo sei cresciuto: da adolescente sei diventato giovane, “grandicello”…

“Peggio che andar di notte. A quell’età, lo spirito critico, il “grillo parlante” che è in ognuno di noi… La coscienza ha iniziato a farsi sentire. Si è aperta in me una profonda crisi. Ero combattuto. Eternamente combattuto. Mi sentivo e mi consideravo una merda umana, ma poi mi drogavo e tutto svaniva nel nulla. Non ci stavo dentro. Facevo marchette per una dose in piazza della Repubblica, vicino a Stazione Termini. Anni terribili. Eravamo in tanti ad andare a battere per comprare una dose. Vecchi omosessuali, transessuali, ricchi drogati che offrivano serate in cambio di sesso… Sul finire dei ventidue anni, logorato dalle paranoie che mi facevo da solo, decido di smettere. Parto. Scappo via dal problema. Viaggio molto tra Argentina, Brasile, Perù, Messico, e poi ancora Marocco, Tunisia, Algeria, Egitto. Vado perfino in India. Pensavo che sarebbe bastato scappare da Roma per allontanare il bisogno di drogarmi. Ma la cocaina e l’eroina sono dappertutto. Non basta cambiare giro di amicizie. Non si smette così. Dopo un po’ ci ricadi. Raggiungevo un nuovo Stato ed ero tranquillo per qualche giorno. Solo pochi giorni. Poi finivo sempre per farmi. Ripartivo o da una “pera” o da una sniffata”.

E a questo punto cosa hai deciso di fare? Sei riuscito a prendere in mano le redini della tua vita o no?

“Avevo ventotto anni. Mi rendevo conto che stavo prendendo in giro me stesso. Sono tornato in Italia. Non sono andato a casa a Roma. Mi sono stabilito a Bologna. Non ne combinavo una giusta: incidenti, furti, atti osceni in luogo pubblico, risse e altro. Mi hanno arrestato quattro volte. Poi, per fortuna, in Italia basta che sei un politico o un tossico non capace di intendere e di volere e al massimo ci passi due notti in cella. La mia ragazza era sempre preoccupata. E infatti, poi se n’è andata con un altro. Uno che non gli dava problemi e le assicurava un futuro economicamente roseo. Io ormai ero un avanzo. Anche mia madre era preoccupata. Ma lei non se n’è andata. Ha ripreso a dialogare con mio padre per salvarmi e, con lui, mi ha portato in una clinica psichiatrica. Ci sono rimasto per tre lunghissime e bruttissime settimane. Quando ero ricoverato mi hanno diagnosticato problemi tendenze borderline e di bipolarismo. Non avevo nessuno di questi due disturbi. Ero cocainomane ed eroinomane. Eroinomane di eroina a dieci mila lire per dose e cocainomane di “coca” da quarantamila lire a pezzo”.

Ma se anche gli specialisti capiscono fischi per fiaschi, come se ne esce da una situazione del genere?

“Non se ne esce. Non subito, almeno. Anche in ospedale ti drogano. Mi hanno dato altre droghe. Droghe legali, ovviamente. Mi hanno imbottito di antipsicotici come largactil, serenase e orap. Uno dei tanti gravi errori dello psichiatra è stato quello di dirmi che la mia tossicodipendenza non era dovuta a colpe correlabili direttamente a me stesso, bensì era colpa dei miei genitori e del loro rapporto ipocrita. Non so se vi rendete conto, un psichiatra che ti dice così ti crea una giustificazione mentale per tornare a fare ciò che vuoi senza alcun freno inibitorio. Lo psichiatra chiese a mia madre di “passarmi” duecentomila lire al mese se io avessi smesso di drogarmi. Io accettai e anche lei accettò. Quei soldi mi facevano comodo, potevo comprarci la droga, mentre i farmaci che mi dava lo psichiatra calmavano anche l’effetto della cocaina”.

Con l’incentivo economico sei riuscito a smettere?

“Uscivo ogni santa sera, bevevo, sniffavo come se non ci fosse un domani, tornavo a casa e con le medicine riuscivo anche a dormire. Ero cosciente del fatto che stavo mandando giù ogni volta un mix di medicine e droghe da rischiare la vita. Cosa pensi, che non lo sapevo? Per me, l’importante era negare. Negare sempre. Mentire. Non potevo perdere quelle duecentomila lire al mese. Tutta la mia vita era diventata una menzogna, ormai. Io stesso mi reputavo una bugia itinerante e quando ero fatto mi vantavo con i compagni tossici di quanto fossi bravo a non farmi pizzicare. Neppure la paura di morire riusciva a farmi smettere. Una volta, dopo aver assunto i farmaci, con in corpo un litro di alcool e due grammi di cocaina, ho sentito una forte fitta nel petto. Ne ero certo: se mi fossi addormentato sarei morto. Ho barcollato per due ore al giardino, mentre lottavo con tutte le mie forze per restare sveglio. Piangevo e pregavo. Pregavo Dio, Gesù Cristo e la Madonna. Giuravo che, se fossi sopravvissuto, avrei smesso. Passata l’ansia, mi sono addormentato. La sera dopo, punto e a capo. Ho pippato di nuovo”.

Insomma, è difficilissimo smettere di drogarsi…

“Sì è difficilissimo, al limite dell’impossibile. Il corpo di un tossicodipendente è pieno di tossine, che si depositano nei grassi. Anche se si smette, le tossine restano e bruciano le vitamine, creando sbalzi d’umore, cali improvvisi di entusiasmo, rabbia immotivata e voglia. Voglia di drogarsi a ripetizione. Inoltre, le droghe creano delle associazioni mentali. Mi spiego meglio: se ti buchi in un determinato ambiente, la tua mente registrerà in maniera distorta tutto ciò che hai intorno. Quindi, creerà un archivio con delle percezioni distorte. Questo significa che se ti trovi ad entrare in un ambiente simile a quello in cui ti sei drogato, la tua mente crea immediatamente un’associazione e ti fa tornare la voglia di sballo. Per me, Roma, i suoi locali, la musica, i disco bar, i parchi, sono tutti associati alla cocaina e all’eroina. Per avere un sollievo momentaneo bisogna andare in luoghi naturali, campagne, colline, laghi…”.

La cocaina ti faceva sentire forte, sicuro e amichevole. E l’eroina cosa ti faceva provare?

“Difficile spiegarlo. Moralmente mi faceva sentire più forte, sveglio, mi sentivo invincibile. Poi tutto è cambiato con l’assuefazione. Ero portato a dormire. Movimenti lenti e testa completamente vuota. A volte sbandavo. All’inizio credevo di poter controllare l’assunzione, anche perché la usavo solo nei week-end. Poi si prova anche il lunedì al lavoro e poi tutti i giorni. Ho capito che c’ero finito dentro quando non potevo più farne a meno. Non passava giorno che non la usassi. Altrimenti stavo male, brividi, stomaco sotto sopra, non riuscivo a fare niente. Fermo, completamente bloccato. Però, alla fine se ne può uscire. C’è bisogno di tantissima volontà. A volte anche senza entrare in una comunità di recupero. Sono andato al Sert, ma ero già disintossicato. Mi serviva una spinta, un supporto di per placare i dolori fisici col metadone. Ci sono tanti momenti bui. Troppi. Di alcuni poi ti vergogni, perché le cose che fai non le scordi. E in tutto ciò, non ho ancora parlato di tutti i rapporti personali persi…”.

Parliamone. Tu pensavi a drogarti avidamente e, per forza di cose, gli altri li allontanavi per farti allontanare. Un gioco perverso che si innesca nel cervello di una persona dipendente, giusto?

“Per fortuna quando ho chiesto aiuto, alcuni di loro mi hanno sostenuto. Senza quel supporto umano di amicizia sarebbe stata molto più dura. Ne sono uscito e ci sono ricaduto. E poi ne sono uscito di nuovo, per ritrovarmi dopo un anno di nuovo con la siringa tra le mani e un laccio di scarpa a fare da laccio emostatico. Per adesso ho vinto. Non voglio fumare neppure una canna, ma vengo considerato da molte persone uno scarto, un relitto, un dinosauro sopravvissuto all’era glaciale. Persone che, negli anni in cui mi facevo, hanno avuto più occasioni di vedermi in stati decisamente pietosi. Se potessi tornare indietro non rifarei nulla di ciò che ho fatto. Ho perso anni della mia vita. Decenni. Il più bel periodo che ognuno di noi può vivere, io l’ho trascorso inseguendo una puntura o una pippata. Occasioni e persone non torneranno più. Quando dico occasioni, parlo soprattutto di occasioni di lavoro. Oggi a trentotto anni non posso recuperare. Posso solo provare a metterci una toppa”.

Che cosa ti ha lasciato questa esperienza?

“Mi ha insegnato che è vero: “volere è potere”. Ma questo è possibile solo se si ha il sostegno di una persona che ti vuole bene, che vuole il tuo bene e che è capace di guidarti nella fase di ricostruzione del tuo presente e del tuo futuro. Una mamma, un padre, un fratello, una moglie o una fidanzata che ti ama, amici puliti e disinteressati. Quando sei tossicodipendente è facile mandare all’aria un rapporto solo perché il tuo compagno o la tua compagna ha problemi di qualsiasi genere. È più facile girarsi dall’altra parte e drogarsi, piuttosto che aiutare. Tutto il contrario di quello che, in realtà, è il più importante degli insegnamenti che ognuno di noi può ricevere nella vita: aiutare il prossimo. L’aiuto è sintomo di sanità mentale. Una persona che sta bene non ha problemi né ad aiutare e né a farsi aiutare. Un tossicodipendente è una persona che ha ricevuto aiuti sbagliati dalla comunità, o dagli psichiatri, piuttosto che dalla famiglia. Oltre a non riuscire a ricevere aiuto, un tossico fallisce anche nell’aiutare. Combina solo guai. Rovina rapporti e colleziona fallimenti su fallimenti. Un tossicodipendente ha paura della parola aiuto”.

Viviamo in una società che diventa sempre più spietata, egoista e indifferente. Questo potrebbe essere uno dei motivi che spinge sempre più giovani a sniffare o fumare cocaina e a fumare o iniettarsi eroina in vena…

“Sempre più ragazzi fanno uso si sostanze stupefacenti, anche pesanti. A quattordici o quindici anni già si bucano. Vorrei poter dire loro che ci sono modi molto più interessanti, utili e costruttivi di fare esperienze di vita. Vi prego: non buttate nel fosso anni, opportunità e salute. Viviamo in un mondo che è pieno anche di cose molto belle da vedere e da vivere. Posti e persone che possono riempire il cuore e la mente. Fate un passo indietro finché siete in tempo. Se vi chiederanno provocatoriamente se avete paura della droga “seria”, dovete rispondere che avete paura. Perché c’è da aver paura. Non bisogna essere curiosi di qualunque cosa. Non è giusto essere curiosi di tutto. Ci sono esperienza che non devono essere fatte. Ci sono domande che devono restare senza risposta. Certe esperienze vi segnano troppo, male e per sempre. Non è giusto nei vostri confronti. È un modo per uccidersi pian piano, per lasciarsi morire. Se potessi collegarmi alla mente di ogni ragazzo che ha la sfortuna di essere tossicodipendente, vorrei riuscire a trasmettere tutto il dolore che può costare prendere quella strada. Sono sicuro che smetterebbe subito”.

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Chissà. Tutto è possibile. In fondo, Christiane Felscherinow, alias “Christiane F.”, era solo una ragazzina quando divenne la tossicodipendente più famosa al mondo con “Noi ragazzi dello zoo di Berlino”. La sua discesa negli inferi avviene a soli tredici anni. Come Alfredo, anche lei precipita nel tunnel della dipendenza e della prostituzione. Lui per le strade di Roma centro e lei in quelle di Berlino ovest. Poi, nel 1981 mette tutto in un libro destinato a diventare un film cult nel 1981, ma che per finto perbenismo non trasmettono più in televisione. Alfredo ha avuto più fortuna. Aveva la famiglia dalla sua parte. Christiane no. La sua è la storia di una ragazza abbandonata dai genitori. Una ragazza con un padre alcolista che abusava di lei e della sorella e con una madre che faceva da spettatrice passiva. Corsi e ricorsi. Ciao, Alfredo, piacere di averti incontrato.

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Intervista al gigolò: ”La mia vita da escort tra chiese e lusso”

La vita dell’escort è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice.

In molti li chiamano “marchette”, termine solo ultimamente reso celebre dalla trasmissione televisiva del conduttore torinese Piero Chiambretti, ma in realtà carico di disprezzo e pregiudizi. I loro clienti, uomini o donne che siano, a volte arrivano anche a volergli bene e a stabilire con loro rapporti di affetto. In questo caso li definiscono “amichetti”. Ma se viene a mancare la “pecunia” l’affetto affonda e il rapporto s’interrompe immediatamente. L’illusione dell’amore s’infrange. Insomma, vita da escort. Ma com’è questa vita escort tra chiese e lusso?

La vita del gigolò è circondata da un alone di mistero, accentuato dalla riservatezza forzata a cui sono costretti, anche a causa di una mentalità ipocrita che nel Terzo Millennio spesso preferisce il compromesso (si fa, ma non si dice…). Senza dimenticare le più disparate e incomprensibili forme di gelosia che i clienti non nascondono in alcun modo. Anzi. In pochi pensano che sia una vita meravigliosa. Ma come sempre è un’esistenza che ha i suoi pro e i suoi contro. Indipendentemente che sia disponibile solo per gli uomini o solo per le donne (la maggior parte sono bisessuali), la vita del gigolò non è assolutamente la più semplice. E’ fatta di vacanze pagate e di regali, ma anche di violenze e ricatti. Rinunce. Menzogne. Umiliazioni. Solitudine. A volte, infezioni e malattie. Anche mortali.

Me lo racconta un escort per scelta, a 25 anni. Lo chiamiamo Luca, nome di fantasia su esplicita richiesta dell’intervistato. È originario di Matera, in Basilicata (terra che ha trovato in don Marco Bisceglia un rande attivista ed esponente del movimento omosessuale italiano), è molto intelligente e fa la spola, anzi “la vita” come lui stesso pasolinianamente preferisce dire, tra la sua città natale, Bari, Napoli, Milano e Torino. “Qualche volta pure a Verona, anche se lì molti signori benestanti preferiscono portarsi in casa e mantenere, loro dicono adottare, giovani ragazzi sconosciuti e per lo più di nazionalità bulgara, romena o russa. Lo fanno a loro rischio e pericolo, come spesso voi giornalisti ci riferite nelle pagine di cronaca”.

Lo contatto dopo una ricerca su un sito internet ad hoc, uno di quei portali che sembrano sconosciuti ai più, ma che di notte si riempiono di utenti dai nickname – o pseudonimi che dir si voglia – molto fantasiosi ed espliciti. Segue un lungo scambio di messaggi, a cui poi segue anche qualche conversazione in chat. Poi, quando torna a Torino, lo incontro ai piedi della Mole Antonelliana, in un piccolo bar che ancora oggi di giorno rifocilla i turisti in visita al Museo del Cinema e la sera ospita un ambiente misto ed eterogeneo. Di ogni età. Luca conosce il bar, visto che è frequentato dai “si-fa-ma-non-si-dice” della città sabauda.

“Sentirsi soli in un mondo abitato è davvero una sensazione spiacevole, a volte quasi deprimente – mi dice -. Ma questo ai clienti proprio non lo si può fare capire. Devi essere sempre sorridente. Sempre allegro. Sempre disponibile ad ascoltare i loro problemi, le loro fissazioni. Anche le più banali. Fisime, paure e gelosie che anche un bambino di pochi anni riuscirebbe a risolvere senza troppi mugugni. In caso contrario, il rischio è perdere una fonte di reddito per me indispensabile. Specialmente in questo periodo in cui anche chi la crisi neppure l’avverte grazie a pensioni da 10-12 mila euro al mese ti chiede lo sconto perché è in difficoltà”.

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Da quanto tempo fa questo lavoro?

“Da quando avevo 17 anni. Sono otto anni, quasi nove. Lo faccio per scelta. Nessuno mi ha mai imposto nulla. Matera è una città con troppi pregiudizi. Non che Potenza sia evoluta”.

Che tipo di pregiudizi?

“Non si può confidare a nessuno: “Sono gay”. Neppure al tuo migliore amico. Farebbe solo finta di capirti per pochi giorni. Figurarsi dire che si è bisex e che ci si sente bene nella propria condizione… In Basilicata si è così ipocriti che se si mente – “sono eterosessuale, ma lo faccio per soldi” – i clienti finiscono per crederci davvero”.

Dopo otto anni e chissà quanti letti cambiati, cosa ha imparato?

“Il primo anno lavoravo con due, tre clienti al giorno… Dopo quella gavetta mi sono reso conto che siamo tutti uguali a letto, abbiamo voglia di sentire mani là, il sesso lì, la lingua ovunque, la bocca e le gambe e tutto il resto… Quando c’è quella voglia lussuriosa di sentire l’altro prenderci in un certo modo, siamo davvero tutti uguali”.

Dopo Matera qual è stata la seconda città in cui si è prostituito?

“Cinque anni fa sono stato due mesi a Verona, ero un viso nuovo, un corpo nuovo, una voce nuova e pagavano molto di più della mia città, dove iniziavano invece a chiederti addirittura sconti. Poi sono stato in Lombardia a Milano e in Piemonte a Torino. Quando torno dalle mie parti mi sposto verso Bari e Napoli”.

Chi sono i suoi clienti?

“Quella tipologia di persone che neppure si rende conto di avere moglie e figli. La maggior parte dei mie clienti è ricca, spesso ricchissima, e con famiglia. Imprenditori, proprietari di alberghi, consulenti, uomini che fanno politica. Con la scusa dei viaggi di lavoro fuggivano via dalla famiglia e mi portavano a Padova, Torino, Roma, Genova, Trento, Treviso e Verona. Torino, Padova e Milano sono le città in cui si vive meglio e la tolleranza è tangibile”.

Provi a darci, se si può, la definizione della sua vita con un termine solo?

“Non basta un solo aggettivo. E’ troppo riduttivo. La mia, ma anche la vita di tutti quelli che hanno fatto una scelta identica alla mia, è un po’ come un libro erotico. Sessuale. Carnale. Passionale. Se guardassi i miei ricordi come spezzoni di un film, dall’esterno, vedrei scene che possono sembrare eccitanti. Ma tante volte non lo sono affatto. Magari perché non ci piace la persona che stiamo andando o che ci sta venendo a trovare. Per alcuni la vita dell’escort è carica di erotismo e di seduzione, ma non è quasi mai così. E’ piena di sesso, nell’accezione più fredda e letterale del termine”.

Come e perché ha iniziato?

“Volevo guadagnare bene e lavorare poco. Ma volevo anche cercare di capire se sarei riuscito a fare questo genere di lavoro. Ho iniziato, per poi continuare. Si guadagna bene, molto velocemente. Si guadagnano i soldi che occorrono per comprarsi un appartamento o aprire un proprio negozio. Si fa molto prima di un qualunque dipendente di una qualsiasi azienda. E poi io non pago le tasse. Sono ufficialmente un disoccupato… Un disoccupato da oltre 9mila euro al mese”.

Si è mai innamorato?

“Sì. E purtroppo ho abbassato la guardia. Ero iscritto all’università. Un giorno ho conosciuto un ragazzo e mi sono innamorato di lui. Abbiamo iniziato a fare gli escort insieme. Ma da quasi un anno ci siamo lasciati, Sicuramente per colpa della professione: troppi litigi, gelosie. Ora siamo amici e ci scambiamo i clienti e le clienti”.

Le sue tariffe?

“Si parte dai 100 euro per un’ora o poco più e si arriva a 150-200 euro a serata. Per tutta la notte mi pagano dai 500 ai 700 euro. Nel week-end dai 1000 ai 3 mila euro. Se vogliono qualcosa di particolare, come il fetish, o il sadomaso allora i prezzi salgono”.

Anche in una regione apparentemente “puritana” come la Basilicata pagano queste cifre?

“E certo che le pagano. Altrimenti me ne resterei a casa. Ci sono ragazzi e ragazzini che lo fanno per 20 o 30 euro. Se si fa sesso per cifre così basse vuol dire che lo si fa perché piace, ma si ha vergogna di ammetterlo soprattutto a se stessi”.

L’età media dei suoi clienti?

“Dai 18 anni agli 80. Lo ammetto, mi è successo anche con un ottantenne… Ce l’ho fatta a metà. Un po’ abbiamo parlato e mi ha pagato ugualmente”.

Come e dove trova le persone da portare a letto?

“Sono loro che, in genere, trovano me. Annunci su riviste specialistiche, saune, cinema porno. Ma ho anche un mio spazio personale sui siti per escort”.

Che idea si è fatto delle persone con cui ha rapporti?

“Alcuni li prendo per matti, con altri ho un ottimo rapporto di amicizia. Nel senso che posso anche uscire a bere, andare in discoteca o al cinema senza fare sesso. Ma sempre a spese loro”.

Uomini sposati, persone note…

“Molti uomini sposati e anche fidanzati. Sono quelli che danno meno problemi. Fanno, pagano e se ne vanno. Persone note anche: moda, politica, calcio e pure figure religiose”.

Anche religiosi?

“Sì, tre fino ad ora, tutti lucani. Con uno ho avuto una “relazione” molto bella. Si era innamorato di me, era generoso e affettuoso. Pagava con i soldi delle offerte”.

Tra i suoi clienti quanti sostengono di essere eterosessuali e quanti invece ammettono serenamente di essere gay?

“Troverei strano che uno dei miei clienti anche sposati dicesse di essere “etero”. Ormai si sono tutti accettati, chi più chi meno. E poi ora è scoppiata la moda dei bisex”.

Richieste particolari?

“C’è uno che ama fare il gatto, una sua modifica personale alla pratica che viene chiamata “dog training”. Si comportano come gatti o cani, mangiano nella ciotola, leccano, riportano le cose che lanci…”.

Brutte esperienze ne ha vissuto?

“In Basilicata e a Napoli ho dimenticato di farmi pagare prima. E poi, quando è finito il tutto, il tipo è scappato e non mi ha lasciato i soldi. A Verona e a Genova mi hanno minacciato, ma non sono mai stato picchiato. Qualche volta sono dovuto intervenire nei parchi di Torino e Milano per difendere qualche gay che correva il rischio di essere rapinato da ragazzi romeni, o albanesi, o nordafricani, ma anche italiani. Cose sgradevoli che non voglio mai raccontare”.

Almeno una ce la racconti…

“Un cliente si era preso di tutto. Un mix di droghe. Era collassato a terra. Ho provato a svegliarlo ma russava, non dava segni di riprendersi. Ho preso i soldi, l’ho messo a letto e gli ho lasciato un biglietto sul comodino: “Se devi addormentarti mentre sco…, non chiamarmi più”. Si è fatto vivo la mattina dopo, l’ho insultato per telefono. Si è scusato e alla fine tutto si è sistemato. Lo vedo ancora e lo frequento”.

Mai capitato di incontrare in giro per strada suoi clienti magari con moglie e figli al seguito? Come hanno reagito?

“Alcuni erano molto imbarazzati, altri tranquilli mi hanno salutato. Del resto sono molto maschile e insospettabile”.

Per quanto ha intenzione di continuare a fare questo lavoro?

“Voglio smettere presto, magari a 30 anni. Molti dicono che è un lavoro facile ma non è così. Non si vive molto. Sveglia, esci, palestra, spesa, poi cerchi i clienti e aspetti la telefonata. Se sei in giro, in discoteca o a bere qualcosa, ti chiamano e devi mollare tutto e tornare a casa. Diventi molto dipendente da questo mestiere. Poi il tempo passa, ti guardi indietro e ti accorgi che negli ultimi anni hai sprecato tempo e possibilità. L’unica consolazione è il guadagno, lo fai per i soldi, per questo ancora non ho smesso”.

Finché non smette ha intenzione di fare sempre la spola tra Matera e il resto d’Italia?

“A Matera ho la mia famiglia, mia madre, mio padre i mie fratelli e mia sorella. Nessuno di loro sa nulla, ma mi mancherebbero troppo. Qui si vive male. In genere chi va via da qui non torna mai più. Mai, tranne nelle festività”.

Si è mai rifiutato di fare qualcosa?

“Faccio sempre sesso protetto, anche se molti clienti chiedono di farlo senza, ma non accetto mai. Per il resto accetto tutto”.

Consiglierebbe a qualcuno di farlo?

“Se hanno necessità di soldi sì, ma ci vuole coraggio e non è semplice”.

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La Zanzara: una storia tutta italiana di libertà violate

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Un sondaggio che mi sarebbe piaciuto fare, per testare e tastare la cultura media italiana, consisteva in una domanda secca su una storia italiana di libertà violate. Nominando “La Zanzara” a cosa pensi? Al di là dell’apparente banalità, il quesito non l’ho mai proposto perché avrei ricevuto una “quintalata” di risposte gettate a “muzzo”, o a caso che dir si voglia.

Una maggioranza assoluta di insettofili, tanti radioascoltatori che avrebbero indicato la celebre trasmissione radiofonica di Giuseppe Cruciani su Radio24 e una piccola forbice di medio acculturati che mi avrebbe posto la seguente domanda: parliamo della zanzara o de “La Zanzara” e soprattutto a quale periodo storico si fa riferimento?

Domanda giusta e risposta corretta già implicitamente data. Non sono prevenuto, diciamocelo pure: quella de “La Zanzara” è una storia di libertà violata. Semplicemente cosciente del fatto che in Italia sono avvenuti tanti scandali che, nel bene e nel male, hanno scritto la nostra storia, cambiato le nostre idee, allargato o ristretto i nostri orizzonti. Sì, anche la tua.

E sono testimone del fatto che, nel trentennio 1980-2010 (non che poi sia andata meglio…), per comodità di una classe politica avida e avara di principi morali e di rispetto verso i cittadini è stata promossa la cancellazione della nostra memoria storica. Un popolo senza memoria è un popolo senza futuro. Destinato a servire qualcuno. A non avere nulla a parte la mera sopravvivenza. Forse.

Tra gli scandali italiani importanti da non dimenticare, quindi degni di doverosa nota, c’è la storia del giornale “La Zanzara”. Una brutta storia di libertà violata. “La Zanzara” era un giornale studentesco. Era il giornale del Liceo Parini di Milano. Fu fondato nel 1945 dagli studenti della scuola ed ebbe una vita tranquilla, fino a quando quegli studenti iniziarono a respirare il “vento di libertà” che avrebbe soffiato nel 1968.

Conosciamo la giovane redazione de La Zanzara

La rivista, che nella sua storia ebbe giovani redattori, divenuti poi firme importanti nel giornalismo italiano, è nota per uno scandalo scoppiato nel 1966, quando la pubblicazione di un articolo sulla sessualità degli studenti portò alla denuncia e al processo di tre suoi redattori. Una storia che si ripete nel tempo, una storia di libertà di opinione e libertà di informazione violate e aggredite. Ma anche una storia di emancipazione culturale che poteva solo essere negata da potentati e bigotti e che nella realtà poteva essere rallentata e non fermata.

Cosa succede il 22 febbraio del 1966? “La Zanzara” si comporta da giornale, nel vero senso della parola. Informa attualizzando. La rivista, organo ufficiale dell’associazione studentesca pariniana, pubblica un’inchiesta dal titolo “Un dibattito sulla posizione della donna nella nostra società, cercando di esaminare i problemi del matrimonio, del lavoro femminile e del sesso”. Firmavano il “pezzo” Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi e Marco Sassano.

Nell’inchiesta emersero le opinioni moderne di alcune studentesse del Liceo Parini in merito alla loro educazione sessuale e al proprio ruolo all’interno della società. “Molti rapporti sono esperienze utili”, diceva una delle intervenute. “Entrambi i sessi hanno diritto ai rapporti prematrimoniali”, diceva un’altra. E poi ancora: “Il divorzio deve esistere anche solo per il rispetto che si deve alla libertà dell’uomo”. Apriti cielo.

Cronaca di una libertà violata da leggi fasciste

Siamo in Italia e lo eravamo ancor di più nel Secondo Dopoguerra. Come pensare che almeno un gruppo che professa di credere in Gesù Cristo e in tutti i Santi del Paradiso non dicesse la sua? Come pensare che il bigottismo nostrano si sarebbe detto indifferente dinanzi l’“affronto” di un gruppo di studenti che sapeva fare del buon giornalismo? Gli scandali della pedofilia che hanno colpito la Chiesa nel Terzo Millennio, all’epoca erano lontani. Non lontani dalle carni dei ragazzini, ma lontani dai mass media. Quindi, l’associazione cattolica Gioventù Studentesca gridò. Protestò per “l’offesa recata alla sensibilità e al costume morale comune”. L’argomenti “educazione sessuale” veniva considerato osceno e le intervistate erano minorenni. Tutte.

Il 16 marzo 1966, un mese dopo la pubblicazione, i tre redattori vengono accompagnati in Questura e denunciati. Il magistrato Pasquale Carcasio obbliga i tre studenti, seguendo una legge del 1934, a spogliarsi. Bisogna “verificare la presenza di tare fisiche e psicologiche”. Claudia Beltramo fa resistenza e in seguito rende noto quanto accaduto. I ragazzi vengono rinviati a giudizio. Il caso de “La Zanzara” rimbalza sulle cronache nazionali, dividendo il Paese. Democrazia Cristiana e Movimento Sociale Italiano costituiscono il “partito della colpevolezza”, mentre la sinistra e i cattolici progressisti intervengono in difesa degli studenti. Al processo partecipano più di 400 giornalisti, molti dei quali provenienti dall’estero.

Il 23 marzo 1966, qualche giorno prima del processo, un folto gruppo di intellettuali, molti avvocati e giornalisti e migliaia di studenti protesta contro il comportamento del giudice che aveva rinviato a giudizio Marco De Poli, Claudia Beltramo Ceppi, Marco Sassano e anche il preside della scuola. Erano in migliaia in piazza. Tutti che gridavano e inneggiavano alla libertà. Tutti a protestare contro questo attentato alla libertà di informazione. Tutti a chiedere che venissero lasciati in pace gli autori dell’inchiesta. Non era giusto processare o peggio condannare chi ha informato di un cambiamento in atto. Tra l’altro, gli imputati erano difesi da alcuni tra i più noti avvocati d’Italia: Giacomo Delitala, Giandomenico Pisapia e Alberto Dall’Ora.

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La sentenza assolve gli studenti-redattori

Il 2 aprile 1966 la sentenza assolse i tre studenti dall’accusa di stampa oscena e corruzione di minorenni. La storia de “La Zanzara”, dei tre studenti giornalisti, del processo e dell’assoluzione, viene vista dagli storici italiani, ma anche dai semplici “fessi”, come un’anticipazione, anzi l’anticipazione, di quel cambiamento di costumi che avrebbe coinvolto da lì poco l’Italia e come sintomo indicatore del malessere giovanile, che in quel particolare momento storico era molto alto e che sarebbe sfociato nella Contestazione del Sessantotto.
Nel maggio 2008, in onore del quarantennale del Sessantotto, Marco De Poli e altri suoi ex compagni di classe contattarono la redazione del giornalino del Parini “Zabaione” per concordare l’uscita di un nuovo numero del giornale.

La nuova uscita de “La Zanzara” doveva riprendere l’inchiesta che destò scalpore e che portò ingiustamente a processo negli anni Sessanta tre studenti innocenti. E così è stato. L’edizione del 2008 del giornale fondato nel 1945 nel liceo milanese non era, però, incentrata sulla sessualità tra ragazze del Liceo Parini, ma sul tema dell’omosessualità. Il numero speciale de La Zanzara, che ovviamente conteneva anche l’articolo del 1966, uscì come inserto del Corriere della Sera di Milano il 28 maggio 2008 e come inserto dell’edizione nazionale dello stesso Corriere della Sera il 6 giugno. Il titolo di quel glorioso giornale è stato ripreso dal giornalista-conduttore radiofonico e televisivo Giuseppe Cruciani. Sua la nota trasmissione radiofonica La Zanzara su Radio24.

Come funziona l’apprendimento del cane e cosa c’è da sapere

Universalmente noto, il cane è un animale sociale che, al contrario di quanto molti asseriscono, non vive in un branco gerarchicamente organizzato. Studi sui cani randagi, in particolare quelli dell’équipe del dottor Bonanni, hanno dimostrato che il concetto di gerarchia lineare nel cane è alquanto inverosimile. Semmai esiste un comportamento di competenze condivise fra molti e non sempre.

Non possiamo esimerci dal parlare dell’intelligenza canina e dell’apprendimento del cane. Anche integratori come il ginseng, il ginkgo biloba, la canapa e il suo olio (o l’olio di lino) e altri frutti di Madre Natura, sono direttamente correlabili alla velocità di apprendimento e alla gestione dello stress da parte del cane. Questi ed altri integratori sono importanti al pari della buona alimentazione e soprattutto della buona qualità degli alimenti che somministriamo quotidianamente ai nostri animali.

L’apprendimento e alcuni integratori, argomento ampiamente trattato all’interno del libro, camminano di pari passo all’aumento delle capacità di imparare sempre nuovi ordini, sempre nuovi esercizi. Certo la razza ha il suo peso, ma non è il fattore principale. Nel senso che non c’è un cane intelligente e uno stupido per razza.

Universalmente noto, il cane è un animale sociale che, al contrario di quanto molti asseriscono, non vive in un branco gerarchicamente organizzato. Studi sui cani randagi, in particolare quelli dell’équipe del dottor Bonanni, hanno dimostrato che il concetto di gerarchia lineare nel cane è alquanto inverosimile. Semmai esiste un comportamento di competenze condivise fra molti e non sempre.

In realtà, vista la storia evolutiva del cane, si può parlare sia di partnership, quindi di una relazione con mutuo vantaggio fra le parti, sia di leadership, ossia relazione con vantaggio maggiore di una delle due parti, a seconda delle circostanze e di come si formano i gruppi sociali. Vediamo come funziona e quali sono i fattori di apprendimento del cane nella sua crescita.

Il cane non è più un lupo e quindi non lo si può definire esattamente come animale da branco, ma nella famiglia umana lui vede un “gruppo sociale” paragonabile al branco naturale. Alcune osservazioni sul lupo hanno riscontrato che i branchi sono soprattutto familiari: i due riproduttori sono alla guida dei propri figli, spesso di cucciolate di anni diversi. Altri studiosi hanno osservato il comportamento di branchi formatisi dall’unione di gruppi diversi, con modalità molto diverse rispetto a quelle dei branchi familiari.

Il ruolo della mamma nell’apprendimento del cane

Nel cane solitamente è la madre che si occupa in toto delle cure parentali, dopodiché la guida del “branco misto” passa all’uomo, con il quale il cane instaura un rapporto di collaborazione sociale perché il processo chiamato “impregnazione” (ovvero il fatto che l’uomo interagisca con il cucciolo di pochissimi giorni di vita) convince il cane che apparteniamo, se non proprio alla stessa specie, quantomeno allo stesso gruppo sociale. Secondo alcune scuole di pensiero al cane non va chiesta ubbidienza, concetto arcaico tipico di metodi addestrativi basati sulla coercizione. Semmai lo si invoglia a cooperare così come alle origini fu la relazione cane-umano.

Secondo altre, fermo restando l’impegno di evitare al cane qualunque sofferenza, l’obbedienza non è affatto un concetto superato: anzi, è l’unico concetto che il cane, come animale sociale e gerarchico, può far suo, sentendo il vero e proprio bisogno di una guida che lo accompagni nella sua crescita e nella sua acquisizione di un ruolo e di competenze specifiche all’interno del gruppo.

Entrambe concordano sul fatto che l’obiettivo è quello di costruire un rapporto di fiducia corretto e bilanciato. Accanto al concetto di “addestramento”, cioè “rendere destro il cane” ad un’attività sportiva o di utilità, assume grande importanza quello di “educazione” del cane, in cui viene coinvolta la psiche dell’animale per raggiungere una condizione di equilibrio (omeostasi psichica) che gli permetta di vivere in ambito antropico senza traumi o stress.

Stabilito questo, il cane è, fra gli animali domestici, il più facile e il più proficuo nell’apprendimento ed è capace di imparare ad eseguire un gran numero di esercizi. Alcune affermazioni da parte dello scienziato Stanley Coren lo confermano. Lo psicologo, che raccoglie da anni dati sui comportamenti dei cani, e che insegna psicologia all’università canadese della British Columbia, afferma che la loro intelligenza è profondamente più sviluppata di quanto le persone pensino.

Per intelligenza li paragona a bambini di 2-3 anni. Essi, infatti, come avviene per i cuccioli d’uomo, hanno basilari capacità aritmetiche (quelli particolarmente intelligenti sono capaci di contare fino a cinque) e sono in grado di apprendere oltre 165 parole (il numero varia sensibilmente, fino ad arrivare a 250 parole nei cani più intelligenti e a un migliaio di parole in casi eccezionali).

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Vari tipi di intelligenza secondo Stanley Coren

  • Intelligenza istintiva: ciò che un cane è addestrato a fare fin dalla nascita
  • Intelligenza adattativa: ciò che un cane impara a fare da solo, attraverso l’esperienza
  • Intelligenza funzionale (ubbidienza): ciò che l’animale può imparare attraverso l’insegnamento di comandi e ordini
  • Intelligenza spaziale: si riferisce alle capacità di un cane di ritrovare ad esempio la via di casa

La classificazione intellettiva e di apprendimento del cane fatta da è contestata da altri studiosi ed etologi. Gli antichi (e superati da decenni) metodi di addestramento del cane si fondavano principalmente sulla coercizione per rettificare i comportamenti errati (rinforzo negativo e punizione positiva), fino all’ottenimento del comportamento desiderato. Questo avveniva (e ancora avviene sui campi di alcuni addestratori) con l’applicazione di varie forme di pressione fisica e psicologica, dalla semplice sgridata ad alta voce, allo strattone applicato tramite il guinzaglio, fino all’uso di collari a strozzo, a punte o elettrici, questi ultimi controllati a distanza tramite telecomando.

Il progredire delle conoscenze etologiche, e la crescente sensibilità animalista, hanno fatto sì che negli ultimi 30 anni si sia progressivamente diffuso, a partire dal mondo anglosassone, un nuovo tipo di educazione e addestramento, di cui esistono principalmente due scuole. Uno è il metodo gentile, basato sul rinforzo positivo del comportamento desiderato, tramite lo stimolo di quattro fondamentali bisogni del cane, che possiamo distinguere in primari (alimentazione con bocconcini e l’istinto di predazione come l’inseguimento di una pallina) e secondari (istinto di competitività tira e molla e contatto sociale con carezze).

Questo metodo sfrutta il principio naturale per il quale nell’apprendimento del cane, come in tanti altri animali, gioca un ruolo fondamentale il fatto che l’animale tende a ripetere i comportamenti che gli portano un vantaggio, tralasciando i comportamenti che non ne portano. Una delle metodologie più efficaci facenti parte del metodo gentile è quella del “clicker training”, spesso basata sul modellaggio, anche se è spesso male interpretata da chi l’applica in modo approssimativo ed improvvisato, con conseguenti scarsi e approssimativi risultati. L’altro metodo, “tradizionale” o “naturale”, parte dal metodo di scuola tedesca senza però tenere più in alcuna considerazione la coercizione e la violenza.

Infatti, fa ampio uso di rinforzo positivo, pur considerando la possibilità di correggere il cane, in vari modi che possono andare dalla semplice sgridata all’azione decisa sul guinzaglio, quando sbaglia, ritenendo che il cane (come confermato da tutti gli studi sul cognitivismo) non sia un mero opportunista, ma un essere pensante e in grado di capire perfettamente ciò che il proprietario desidera da lui, quindi in grado di distinguere anche gli errori purché gli si spieghi chiaramente quando e perché ha sbagliato.

Nell’ambito delle attività organizzate di addestramento si stanno diffondendo per seguito e per approfondimento le “prove di lavoro” riservate ad esemplari delle razze di utilità; si tratta di manifestazioni cinotecniche e sportive organizzate dalle delegazioni dell’Enci allo scopo di mettere in evidenza le qualità naturali del cane, nonché la sua attitudine ad applicare ciò che ha appreso dall’addestramento specifico, per individuare e fare conoscere, ai fini dell’allevamento, i soggetti dotati di carattere migliore e più idonei al lavoro.

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Detesto i repressi perché sono il male sociale assoluto

I repressi sono spietatamente morbosi, terribilmente invidiosi, razzisti, ignoranti, hanno alle spalle il marchio indelebile di qualche fallimento pilotato (magari tramite amicizie con rotariani o massoni deviati) o qualche condanna per bancarotta fraudolenta per avere distrutto con gestioni allegre aziende floride rovinando la vita di familiari, dipendenti e amici. Sono violenti e bugiardi. Bugiardi perché abitudinariamente mentono anche a se stessi e violenti perché a furia di mentire e reprimere tutte le verità nella più sporca menzogna esplodono nella violenza più cieca e psicologicamente perversa.

Qual è la categoria di persone, se di categoria si può parlare, che detesti? Io i repressi. Sì, detesto i repressi, e ora ti spiego perché sono il male sociale assoluto da combattere. Poco importa se parliamo di omosessuali, eterosessuali, asessuali, invidiosi sociali cronici, ladri di felicità, bianchi, neri, gialli e chi più ne ha più ne metta.

Nel mio peregrinare lavorativo, iniziato a 17 anni con la vendita di calendari e agendine (lavoro mollato per la disperazione: il più pulito voleva fatture 1 a 30 quando le aziende scaricavano il 100% dell’investimento pubblicitario), alle redazioni di quotidiani locali (entrato come beccamorto, soprannome affibbiato a chi faceva gavetta in cronaca e andava a recuperarsi le foto del defunto a casa, con la bara aperta e intorno familiari, amici, squali e parassiti infazzolettati), fino alle riviste patinate nazionali, ho incontrato diversi capi, pochi manager, due talebani, un estortore, tre leader (che scappando da capi incapaci mi lasciarono nella mischia), opportunisti, e mica volevi che non mi fosse capitato un capo o pseudo-tale represso?

Già conosco la tua domanda. Scommetti? Guarda: e col ben di Dio che hai trovato in quasi trenta anni di lavoro, tra cui l’estortore, che poi era anche millantatore e amante dell’esercizio abusivo della professione, ti vai a preoccupare dei repressi? Esatto, Watson.

E ti dico perché. Mentre la disonestà è solo uno dei mali sociali, il represso ha in sé tutti i mali sociali, li colleziona e li fa evolvere. Passa le ore sognando come fare male alle persone, tutte ed indistintamente. È cattivo, ma non è solo cattivo. È avido. È egoista. È narcisista. È millantatore. È ladro. Spesso anche fesso perché alla fine si lascia derubare dall’amante e dalla moglie (o marito) che, con una mano a testa zufolano nei suoi desideri più reconditi, mentre con le altre due gli portano via tutto.

I repressi sono spietatamente morbosi, terribilmente invidiosi, razzisti, ignoranti, hanno alle spalle il marchio indelebile di qualche fallimento pilotato (magari tramite amicizie con rotariani o massoni deviati) o qualche condanna per bancarotta fraudolenta per avere distrutto con gestioni allegre aziende floride rovinando la vita di familiari, dipendenti e amici. Sono violenti e bugiardi. Bugiardi perché abitudinariamente mentono anche a se stessi e violenti perché a furia di mentire e reprimere tutte le verità nella più sporca menzogna esplodono nella violenza più cieca e psicologicamente perversa.

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Essendo i repressi anche bulli, bulle o pseudotali e sentendosi sempre e in ogni caso, entità divine, si sfogano con i più deboli, con i cosiddetti inferiori, che nella maggior parte dei casi sono ignari dipendenti e colleghi, raramente mogli, mariti o amanti. Con loro cercano la complicità per poter moltiplicare a dismisura tutte le più deprecabili cattiverie che derivano da un complesso odio sociale, sempre ben nutrito e ben alimentato.

Repressione dopo repressione. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, anno dopo anno. Truffa dopo truffa. Mentre tu preghi che gli venga un infarto o un ictus. E invece no, spesso il buon Dio chiama a sé anime giovani e innocenti e i repressi sono sempre lì, condannati perché delinquenti, ma liberi di continuare a nuocere e a rubare.

Spesso, in un’Italia corrotta, neppure le sentenze li fermano. Sono ignoranti e arroganti, furbi (ecco perché fessi), cinici, truffatori, così tanto attaccati al denaro da essere capaci di derubare (in alcuni casi il verbo si sostituisce in rapinare) anche chi al mondo li ha messi e li ha, ahinoi, cresciuti.

Questi vermi (in senso morale) si riproducono, seppure ‘senza palle’ è cercano di rendere i figli stupidi come loro. Glielo leggi nel sorriso. Ma c’è un aspetto ancora più inquietante nel represso, che è proprio l’aspetto più rilevante a livello umano e sociale. Non solo reprime, ma cerca di reprimere. Esatto. I repressi reprimono anche gli altri, specialmente se arrivano a comandare un gruppo o un Paese.

Infatti, l’effetto diretto è la repressione, cioè l’oppressione o la persecuzione di un individuo o di un gruppo di individui per ragioni politiche, etiche o religiose, di libero pensiero, di costume, sessuali, di opinione, di solito per impedire loro di partecipare attivamente o passivamente alla vita politica della società in cui vivono.

La repressione politica può essere caratterizzata da discriminazioni, abusi da parte degli organi di polizia, ad esempio arresti ingiustificati o interrogatori brutali, e da azioni violente, come l’omicidio o la ‘sparizione forzata’ di attivisti politici e dissidenti. Studiare psicologia generale ti insegna che un’attitudine tipicamente umana è quella di calamitare a sé i propri simili. Sempre grazie a Dio (quel buon Dio che ce li lascia sempre tra le uova) non si ritrovano proprio tutti insieme.

Ma se due repressi sono socialmente pericolosi, al pari di un’associazione a delinquere, prova ad immaginare ad immaginare se i repressi da dover tollerare fossero tre. No, anzi, non immaginarlo. Dimentica di aver letto tutto quello che hai letto fino ad ora in questo inutile delirio. E pensa solo che la buonanima di mio padre, avvocato, cinicamente diceva, mentre rideva amaro: ‘a malerba nun mora mai’. Lo sapeva bene lui che combatteva quotidianamente le ingiustizie in prima linea, al fianco dei lavoratori, in Calabria…

Next generation: i ”nostri” ragazzi col cervello in scatola

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Cosa intendo per next generation in scatola? Entri in un bus o in un tram o nella metropolitana e, a parte i poveri e quasi decontaminati vecchietti ultra settantenni, nessuno ti guarda. Non solo non si accorgono di te, ma neppure che il mezzo su cui stanno viaggiando si è fermato. Dai cinquanta ai trent’anni sono tutti intenti a sorridere al loro luminoso smartphone. Spesso gli fanno anche le faccine. Altro che tecnologia. Quando devono mettere a fuoco un barcode o peggio un codice QR sembra debbano spararti con un vecchio ma ben funzionante kalashnikov. Altro che Mortal Kombatt…

Dai 30 anni in giù poi, neppure una ginocchiata nei “santissimi” riuscirebbe a distrarli. Il sesso? Quello ormai lo fanno per lo più su Facebook, su Netlog, su Skype, su WhatsApp e via discorrendo. Insomma, via chat e foto. Fanno sesso con la veccia Federica, la mano amica, e immaginano di accoppiarsi con quella bella ragazzina che c’è dall’altra parte della cam.

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Fateci caso, la stragrande maggioranza delle persone che ci capita sotto gli occhi non capisce molto, soprattutto non molto rapidamente, e frequentemente non sembra avere opinioni, opinioni proprie intendo. Spesso, sembra faticare a fare la somma di più parole per mettere insieme una frase. Quella stessa gente che su internet ha sempre un’opinione chiara e definita, che scrive ovunque, che sembra in grado di distribuire saggezza per tutti…

Mi chiedo da diversi anni, e questo mi conferma che sto diventando tollerante e non intollerante, come sia possibile che su qualunque accadimento, Ebola, Strage di Bologna, Guerra di Gaza, Ice Bucket Challenge, crisi economica, scandalo del Mose e chi più ne ha più ne metta, ognuno di questi sappia la Santa Verità?

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Sono sempre loro, e solo loro sono i depositari del vero assoluto, del bello che più bello non si può, del giusto che più giusto è solo un’ingiustizia. Questi ebetini ipnotizzati dal telefonino, quel telefonino a cui ogni tanto sorridono pure, pontificano su qualsiasi cosa: sperpero d’acqua, biodiversità, ambiente, economia, calcio… Da dietro uno schermo sembrano sapere tutto. Qualcosa ha successo? E’ una cagata pazzesca. Magari fasulla.

Poi un giorno, li vedi e le vedi piangere come bambini a cui hanno rubato il ciuccio facendogli pure una pernacchia. Hanno perso tutta la saccenza di cui si erano vestiti (non era saggezza?), sono spogli delle loro finte e inutili sicurezza che urlavano a colpi di lettere maiuscole e punti esclamativi. Scoprono di essere normali. Di essere di carne e ossa. Di essere vulnerabili, molto più di quanto potessero immaginare. Hanno scoperto come va il mondo…

Tanta saggezza e furbizia dispensata ai quattro venti e non si erano accorti che il nostro mondo è pieno di padri e madri che fanno finta di non vedere che il figlio cammina come un’alce dopo una notte di droga, di mogli e mariti che tradiscono e di vicini di casa non sempre tifano per la squadra del cuore, a volte ammazzano anche i figli. Non si accorgono che, a volte, queste cose capitano anche a loro e non solo agli altri. Svegliatevi. Uscite fuori da quelle scatolette diaboliche…

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Analisi ragionata su bullismo e violenze da Freud a oggi

Indignarsi e reagire. Non stupirsi, per carità. Stupirsi, meravigliarsi, cadere dalle nuvole davanti a casi di violenza fra e su ragazzini di dodici, tredici, quattordici anni è come ammettere a se stessi e al mondo intero di essere degli ipocriti con i prosciutti sugli occhi. Il gruppetto di bulli che si atteggia a mafiosetto, a malandrino, nel quartiere degradato c’è sempre stato e ci sarà sempre. C’è anche nei quartieri definiti residenziali e abitati da persone “per bene”, come si potrebbe pretendere che non sia presente in un quartiere degradato e isolato come Falchera o Borgo Vittoria a Torino, Tor Sapienza, Ponte di Nona e l’Eur a Roma e così via?

Quel gruppetto, non è uno. Sono decine, centinaia, migliaia. L’uomo è portato per natura a riunirsi in gruppo, come gli animali. Serve anche a difendersi. Ognuno cerca i propri simili, attraverso una selezione che avviene nel tempo. E quando s’incontrano tra ragazzi difficili, spesso, succede quello che è successo a Falchera, dove una povera tredicenne è stata stuprata e filmata per mesi da un branco di ragazzini, alcuni dei quali addirittura non imputabili perché di età inferiore ai tredici anni. Reagire contro tutte le forme di violenza che si vedono si può, basta volerlo. E se lo volessero quasi tutti, o tutte le persone cosiddette equilibrate, si combatterebbe il peggior male di quest’epoca, l’indifferenza. Quindi, non ci sarebbe molta meno gente sola, isolabile, potenzialmente vittima di violenze.

Mi è capitato di dirlo nel 2013 nel corso di un’intervista in diretta per il TG Zero. Parlavo con il direttore Vittorio Zucconi e con il capo redattore Eduardo Buffoni. “Secondo me – dissi – piuttosto che limitarsi a piangere il orto dopo il suicidio, o il vivo dopo la violenza, sarebbe meglio difendere i propri amici quando hanno bisogno, quando ci si accorge che sono diventati vittime di qualcosa o di qualcuno…”. Non esiste un amico o un gruppo di amici che non sa. Rimarco il concetto che non bisogna stupirsi, che non bisogna far finta di cascare dalle nuvole, perché queste violenze di gruppo e non avvenivano anche negli anni Settanta, Ottanta e Novanta del Novecento. E forse anche prima. Per questo reputo utile approfondire l’argomento del “bullismo e violenze da Freud in poi”.

In un modo o nell’altro, o ne siamo stati vittime o ne siamo stati testimoni. Però, in quegli anni non c’erano i telefonini con foto e video camere. Ma c’erano i ricatti. Quelli c’erano all’epoca. E anche in quegli anni tutti sapevano sempre qualcosa di qualcuno. Di qualcuno che cedeva al ricatto. Oggi si ha più paura, perché la società è notevolmente peggiorata e i molto distratti genitori (quelli che pensano che certe cose capitano solo agli altri) non permettono più ai figli di sbucciarsi le ginocchia sull’asfalto. Li imbottiscono di PalyStation e TV. “Programmi educativi”, dicono. Crescere condividendo poco o quasi nulla con l’ambiente circostante porta all’individualità, antitesi comportamentale del concetto di solidarietà.

E poi dicevano: ”Erano bravi ragazzi, o almeno sembravano”

Troppo spesso si sente dire “erano bravi ragazzi, che inseriti all’interno di un gruppo si sono lasciati andare a compiere azioni che singolarmente probabilmente non avrebbero compiuto”. Il vero problema è credere che queste considerazioni siano analisi. Bisognerebbe chiedersi perché accadono? E perché sempre più di frequente? Nel libro “La psicologia della massa e l’analisi dell’io” (Massenpsychologie und Ich-Analyse), Sigmund Freud sostiene che questo fenomeno dipenda dal fatto che l’uomo storicamente è stato un “uomo gregario” e con ciò un essere collettivo che viveva la sua vita basata sull’“istinto gregario”.

Nello stesso modo come l’uomo primitivo potenzialmente esiste in ogni individuo, la “gregge primordiale” può nascere di nuovo in ogni raduno. Questa tendenza costituisce un tipo di eredità arcaica. Quando fa parte di un gruppo, il singolo individuo regredisce a un livello di funzione psicologica più primitivo. Una tale esperienza può essere cosi forte che l’individuo perde totalmente la sensazione di essere un individuo. Questi meccanismi spiegherebbero perché i tedeschi seguivano Adolf Hitler, gli italiani Benito Mussolini…

Nei tempi passati, queste forze istintive hanno guidato i popoli. Ciò significa che esiste un meccanismo per cui, in determinate situazioni, la base istintuale innata e geneticamente trasmessa di generazione in generazione, riemerge con forza fino a sovrastare e soffocare, inibendone gli effetti, lo strato culturale che l’uomo ha costruito nel corso dei millenni. In molti concordano sul fatto che la teoria freudiana sta a significare che la spinta psicologica che genera queste violenze si riduce a far leva sulla forte propensione dell’uomo a sentirsi partecipe di una collettività, poco importa se questa collettività persegue un fine razionale o meno (lanciare sassi da un cavalcavia sia un’attività poco razionale e che cagionare danno fine a sé stesso non porta nessun guadagno).

Secondo Freud, il senso di “appartenenza” è talmente forte da minare alla radice la capacità di comprendere le conseguenze delle proprie azioni… Oppure, anche comprendendole, è talmente cogente da consentire di superare questa percezione negativa. Sarebbe una forza, una pulsione che pervade l’individuo offuscando la capacità di discernere le azioni “positive” da quelle “negative”, in termini di guadagno. “In questa ipotesi – spiegano diversi psicoanalisti – non dovremmo trovarci in un contesto relazionale gerarchizzato, non dovremmo reperire una stratificazione del “controllo” dei meccanismi di funzionamento del gruppo insita fra i componenti stessi del “branco” che segnalano l’esistenza di caratteri o personalità dominanti e altre in subordine”.

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“Ciascuno agirebbe partendo da un presupposto pulsionale livellato – privo di alti, i leaders, e di bassi, i gregari – similare poiché l’appartenenza dilata questa eredità arcaica… Non è, o non sarebbe dunque l’emulazione la molla che muove l’individuo. Il “branco” si muoverebbe come un unico corpo, un’unica bestia costituita dalla somma dell’eredità arcaica individuale di ciascun appartenente al gruppo stesso”. Affascinante e assolutamente inquietante… L’anamnesi psicologica di alcuni individui coinvolti in efferati delitti ha portato alla luce caratteri alquanto controversi… Spesso i comportamenti devianti di alcuni fungono da traino rispetto agli altri, una sorta di gerarchia.

Personalità dominanti che “plagiano”, fra apici nel tentativo di stemperarne il significato, gli altri individui che nella supposta scala gerarchica stanno ai gradini inferiori… A differenza della precedente ipotesi, altri psichiatri e psicoanalisti ritengono che “si tratta di soggetti abbastanza fragili dal punto di vista caratteriale che, pur di essere accolti nel “clan”, si sottopongono a veri e propri riti d’iniziazione. In altre circostanze si assiste a comportamenti indotti da “emulazione coatta”, in virtù dei quali l’individuo è spinto ad agire solo per una disposizione ad emulare chi, all’interno del gruppo, è identificato come il leader”.

La teoria di Freud e l’influenza dell’ambiente circostante

In ogni caso emerge che l’ambiente è fortemente condizionante… Si provi ad immaginare un individuo, un singolo, intelligente, capace, con una potenzialità enorme. Inseriamolo in un ambiente assolutamente degradato e isolato… Non c’è bisogno di andare in Africa, parlo proprio dei sobborghi suburbani di grandi città quali Roma, Napoli, Genova, Torino… Converrete che queste potenzialità, non opportunamente sfruttate o coltivate, per effetto dell’impossibilità oggettiva determinata dall’ambiente culturale, familiare e scolastico, molto probabilmente sono destinate a soccombere.

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Nella giungla metropolitana emergono e si esaltano nuove qualità peculiari – la forza fisica, la prepotenza, l’aggressività, la capacità di guidare un clan o vivere all’interno di un “branco” – gli altri aspetti, quelli magari più prettamente relazionali, sono spesso, purtroppo, messi in secondo piano, non sono utili allo scopo: sopravvivere ed affermarsi nel proprio ambiente.

Non quindi una predisposizione genetica o ereditaria, ma una propensione ambientale, specialmente se si vive in un quartiere degradato, che confina con campi nomadi, baracche abusive e miseria, oltre che con una discarica e con l’autostrada, e per di più questo quartiere, Falchera, è isolato dal contesto cittadino perché è stato costruito per fare in modo che la gente ci resti dentro (un misto tra un labirinto e un carcere), non bisogna meravigliarsi di ciò che accade.

E’ una polveriera, tutti lo sanno e tutti fanno finta di non sapere. Anche i sindaci che si sono susseguiti negli ultimi trent’anni. Bisognerebbe chiedersi chi sono questi bulli, individuandoli e cercando di neutralizzarli, con le buone o con le cattive maniere, e poi bisognerebbe chiedersi perché si comportano così. Ma fino ad ora, tra le persone che potevano fare qualcosa per evitare le violenze di gruppo a Margherita, la ragazzina violentata da settembre 2014 a gennaio 2015 in un garage di quel quartiere dormitorio, pare che nessuno si sia fatto queste domande.

PROMEMORIA > Puoi prendere in considerazione la lettura di Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Per la verità, di domande non devono essersene fatte neppure le persone che stavano vicino a Nadia, la ragazzina di 14 anni suicidatasi buttandosi dal tetto di un ex albergo a Cittadella, o ad Amanda Michelle Todd, o a Kayla Marie Wright, oppure a Carolina, la ragazza di Novara di quattordici anni morta dopo essersi gettata dal balcone di casa. L’elenco è lungo e conta anche ragazzini omosessuali vittime di abusi di ogni genere. Da Roma a Torino, da Milano a Lecce, passando per Napoli e così via.

Secondo il dottor Luca Coladarci, psicologo e psicoterapeuta di Roma, “Il bullismo è una forma di violenza caratterizzata da sistematiche e continue azioni di sopruso e prevaricazione compiute da un bambino oppure da un adolescente, il cosiddetto bullo, nei confronti di un altro bambino o adolescente, cioè la vittima di bullismo, percepito come “debole” o “diverso” per caratteristiche che possono essere comportamentali, fisiche, intellettive, orientamenti religiosi o sessuali. Inoltre, tali azioni di bullismo possono essere messe in atto sia da una singola persona oppure da un gruppo, molto spesso definito branco. Nei vari episodi di bullismo, è possibile distinguere due diverse tipologie: il bullismo diretto e il bullismo indiretto. Nel caso di bullismo diretto, ci troviamo di fronte ad esplicite azioni violente nei confronti della vittima, azioni violente che possono essere sia di tipo fisico, come lo spingere, il picchiare, il far cadere e sia di tipo verbale, come le offese e le prese in giro insistenti e ripetute”.

PROMEMORIA > Se ti interessa approfondire con una storia che riguarda un fenomeno sociale emergente anche a causa del bullismo, potresti leggere Hikikomori dal Giappone con furore

Nel bullismo c’è anche la persistenza delle azioni

“Nel caso del bullismo indiretto – ha prosegueito il dottor Coladarci – ci troviamo di fronte ad azioni e comportamenti che hanno come obiettivo quello di danneggiare la vittima nelle sue relazioni con gli altri: esempi di bullismo indiretto possono essere la diffusione di calunnie o notizie false nei confronti di una persona, il suo sistematico isolamento oppure la sua esclusione da un gruppo. Quando le azioni di bullismo si verificano attraverso il telefono cellulare oppure attraverso internet, come ad esempio sui social network,, si parla di cyberbullismo”, ha spiegato ancora.

Nel bullismo, quindi, c’è persistenza nel tempo poiché le azioni dei bulli possono durare per settimane, mesi o anni e c’è asimmetria nella relazione, vale a dire uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce, ad esempio per ragioni di forza, di età, di genere e per la popolarità che il bullo ha all’interno del gruppo di suoi coetanei. “Anche se negli ultimi decenni è molto alta l’attenzione verso il fenomeno del bullismo, non è così semplice quantificarlo con precisione: tanti, infatti, sono i casi che non vengono alla luce oppure nei quali le vittime non riescono a sottrarsi alle prepotenze dei bulli. Comunque, secondo numerose ricerche nazionali ed internazionali l’incidenza media del fenomeno è di circa il 15-20% nel mondo giovanile. Rispetto ad elementi quali il sesso o l’età, inoltre, è emerso come episodi di bullismo possano riguardare sia i maschi che le femmine”.

PROMEMORIA > Gli studiosi americani non escludono che un bullo possa evolvere in un futuro spree killer o serial killer. Questo vale anche per le donne. Sull’argomento ho scritto un libro. Scopri di più: Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

I ragazzi mettono in atto prevalentemente azioni di bullismo diretto, colpendo in maniera indifferente sia maschi che femmine. Le ragazze, invece, molto spesso utilizzano forme di bullismo indiretto prendendo di mira principalmente altre coetanee dello stesso sesso, con una prevalenza di episodi di diffusione di informazioni calunniose o false sul loro conto. Il fenomeno è piuttosto complesso e le cause che lo determinano possono essere molteplici: la personalità individuale, i modelli familiari, le dinamiche di gruppo che trascendono il singolo individuo oppure gli stereotipi imposti dai massa media, sono tutti fattori concomitanti che in misura maggiore o minore contribuiscono al determinarsi di questo fenomeno.

“Per quanto riguarda le conseguenze psicologiche, per chi è vittima di episodi di bullismo esse possono essere molto significative. Infatti, le continue azioni di sopraffazione possono determinare in età adulta vissuti di disagio piuttosto importanti. Inoltre, nei casi in cui le sopraffazioni si protraggono nel tempo, le vittime spesso intravedono come unica possibilità per sottrarsi al bullismo quella di cambiare scuola, fino ad arrivare in casi estremi all’abbandono scolastico. Nel lungo periodo, le vittime di azioni di bullismo possono mostrare una svalutazione di sé e delle proprie capacità, un senso di sfiducia verso se stessi e gli altri, problemi sul piano relazionale, fino a manifestare vissuti psicologici quali la depressione oppure l’ansia”.

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