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Gerard John Schaefer era un serial killer poliziotto

Gerard John Schaefer è un assassino seriale statunitense che si annida nella polizia. Tra il 1965 e il 1973 compie almeno trenta delitti. Da adolescente è ossessionato dalla biancheria intima femminile. Pratica il cross-dressing e diventa un voyeur. Spia di continuo una ragazza del suo quartiere di nome Leigh Hainline.

Gerard John Schaefer pratica anche lo zoosadismo, provando piacere a torturare e uccidere gli animali. Questo mostro nasce nel Wisconsin e cresce ad Atlanta, in Georgia, fino al 1960, anno in cui la famiglia si trasferisce a Fort Lauderdale, in Florida. È il primo di tre fratelli, l’unico a non avere buoni rapporti con il padre. Nel 1964, supera la scuola superiore in Florida e si iscrive al liceo.

Nello stesso periodo si sposa Gerard John Schaefer. Nel 1969 diventa un insegnante, ma il preside lo licenzia per comportamenti inappropriati. Prova invano a diventare prete. Alla fine del 1971 diventa un agente di pattuglia. Ha venticinque anni.

Gerard John Schaefer utilizza il fatto di essere un poliziotto per ingannare giovani autostoppiste. Una volta in trappola le lega e tortura. Spesso tutto ciò avviene nei boschi. A luglio del 1972, dopo aver legato ad un albero due giovani autostoppiste nel Martin Country, dei poliziotti lo chiamano alla radio di servizio.

Così parte, lasciando le due ragazze legate, pensando di tornare in seguito per continuare i suoi macabri intenti. Durante la sua assenza, le due giovani riescono a liberarsi e danno l’allarme alla stazione di polizia più vicina. Se fossero scivolate, la corda stretta intorno al loro collo le avrebbe strangolate.

Quando torna indietro e non le vede, Schaefer chiama la stazione spiegando di aver compiuto una “stupidaggine”. Racconta di aver legato le ragazze per spaventarle in modo che non praticassero più l’autostop, che ritiene un mezzo irresponsabile per viaggiare. Ovviamente nessuno gli crede e lo arrestano con l’accusa di falso arresto e assalto.

Gerard John Schaefer viene rilasciato il 24 luglio del 1972 in cambio di una cauzione di quindicimila dollari. Il 27 settembre 1972 tortura e uccide Susan Place, diciassette anni, e Georgia Jessup, sedici anni. Seppellisce i loro corpi nella Hutchinson Island, che si trova nei pressi della Contea di Saint Lucie.

A novembre del 1972 viene processato per l’assalto alle due autostoppiste. Il 22 dicembre il giudice lo condanna per assalto aggravato. Deve scontare un anno di carcere. La pena è la più lieve, perché Schaefer patteggia con la polizia. Esce dal carcere nel giugno 1973, dopo circa sei mesi. Nell’aprile del 1973, vengono ritrovati i corpi decomposti e macellati delle due vittime assassinate l’anno precedente.

Esaminandoli, la polizia nota che sono stati legati ad un albero e collega la somiglianza con il modus operandi di Schaefer. Chiede ed ottiene un permesso per perquisirgli la casa. Nella sua camera da letto trovano un mucchio di storie scritte da lui che descrivono stupri, torture e omicidi ai danni di donne.

Si riferisce a loro con l’appellativo di “whores”, cioè “prostitute”. La polizia trova anche un mucchio di oggetti appartenenti a donne scomparse. Si contano diari, gioielli e addirittura denti. Spuntano anche undici pistole e cento foto di donne e di Schaefer che indossa della biancheria femminile.

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Lo arrestano definitivamente il 7 aprile del 1973 e lo incriminano per i due delitti del 18 maggio. Il processo inizia il 17 settembre e vede come testimoni le due ragazze che aveva sequestrato nel 1972. Il 4 ottobre, il tribunale lo condanna al carcere a vita.

Una delle prove che lo inchioda è la borsa che appartiene a Susan Place. Inoltre, la madre della Place identifica Gerard John Schaefer come la persona che vede con la figlia e la Jessup per l’ultima volta. Schaefer presenta più volte ricorso contro la sua condanna, dichiarandosi innocente, mentre in provato, intercettato, si vanta di aver ucciso più di trentaquattro donne e ragazze. Tutti gli appelli gli vengono rifiutati. Muore a Raiford il 3 dicembre 1995.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Alexander Pichuskin: i morti e la casella da barrare

All’anagrafe Aleksandr Jur’evič Pičuškin, Alexander Pichuskin è un assassino seriale russo che vive per realizzare un sogno terribile. Ha intenzione di uccidere sessantaquattro persone per barrare con una croce le sessantaquattro caselle di una scacchiera. Alexander Pichuskin nasce a Mosca il 9 aprile 1974, si apposta in un parco e uccide i malcapitati a martellate. I corpi li nasconde nelle fognature. Si fa arrestare nel 2004. Lo trovano colpevole di almeno quarantotto omicidi, che si sospetta possano essere sessantadue, e lo condannano all’ergastolo.

È il secondo serial killer più prolifico della Russia, dopo Andrej Čikatilo. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco, anche perché buona parte la trascorre in un centro per la salute mentale. Nel 1992 conosce Michail Odijčuk, che presto diventa il suo grande amico. I due un giorno progettano un omicidio, ma il giorno prestabilito Michail si rifiutò di compierlo. Alexander Pichuskin, per paura che possa confessare il progetto a qualcuno, lo uccide. Passa del tempo e trova lavoro come magazziniere presso un supermercato e la sua vita torna a scorrere normalmente. Dieci anni dopo, nel 2002, Alexander Pichuskin torna ad uccidere.

Ha un progetto che definisce grandioso: uccidere e segnare per ogni vittima una croce sulle caselle di una scacchiera che possiede. Il luogo in cui tutti gli omicidi si consumano è il parco di Biza a Bitcevskij, località nei pressi di Mosca. Le vittime vengono avvicinate con la scusa di un sorso di vodka o la richiesta di una spalla amica su cui piangere la morte dell’amato cane. Uccide la vittima colpendola in testa con la bottiglia stessa o con un martello. Solitamente la colpisce mentre è girata, così non si sporca i vestiti di sangue. Non sempre usa martelli e bottiglie. Talvolta fa perdere l’equilibrio al malcapitato e lo fa cadere nella fognatura.

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Alexander Pichuskin inizia così una lunga serie di violenze che lo porta ad uccidere decine e decine di persone. Non lo arrestano mai, né tantomeno lo sospettano, nonostante frequenti abitualmente il parco. Nel 2006 arrestano un transessuale e lo accusano di alcune sparizioni nel parco di Biza. Trovano un martello nella sua borsetta. Adirato nel vedere la sua opera attribuita ad un transessuale, Alexander Pichuskin, che è anche fortemente omofobo, mette a punto un piano per farsi arrestare, rinunciando all’idea di uccidere le sessantaquattro persone. Invita a cena una collega, Marina Moskalëva.

Prima si accerta che il figlio sia al corrente della sua uscita e poi la uccide a martellate nel parco di Biza, senza occultare il corpo. Gli agenti trovano subito il cadavere sfigurato nel parco. Trovano anche Pičuškin, che minaccia il suicidio, cosa che rende il suo arresto più difficoltoso. Catturato, confessa tutti gli omicidi all’ispettore Isakandar Glimov. Nella lunga confessione, che venne anche trasmessa in televisione, Alexander Pichuskin affermò davanti ad un investigatore di essere l’assassino del parco di Biza, rivelò il proprio modus operandi, il proprio movente, il luogo dove i corpi erano stati nascosti e il suo primo omicidio.

La polizia controlla il parco di Biza e trovò nelle fognature quarantotto cadaveri, che insieme a quello di Michail, la vittima del 1992, fa quarantanove vittime accertate. Alexander Pichuskin ne confessa sessantadue in totale. Riconosciuto fin dall’inizio capace di intendere e di volere, il 29 ottobre 2007 è giudicato colpevole dal giudice di quarantotto omicidi, una delle vittime trovate nelle fogne riesce a sopravvivere, e lo condannano all’ergastolo. I parenti delle vittime chiedono la pena capitale.

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Moses Sithole: serial killer stupratore sudafricano

Assassino seriale sudafricano, dopo un arresto per stupro, Moses Sithole inizia ad uccidere le donne attirandole in un luogo appartato con false offerte di lavoro. Poi le stupra e le strangola. Arrestato nel 1995 dopo un periodo di latitanza, gli investigatori lo trovano colpevole di almeno trentotto omicidi e il tribunale lo condanna al carcere a vita. Alcune delle sue vittime sono state confuse con quelle di David Selepe, un altro serial killer sudafricano. In realtà, il bodycount di Sithole potrebbe essere leggermente più alto. Inizialmente, la polizia lo accusa di undici omicidi.

Moses Sithole nasce il 17 novembre del 1964 a Vosloorus, un quartiere povero di Boksburg in Sudafrica. Rimane orfano del padre, Simon Tangawira Sithole, ad appena cinque anni. La madre Sophie, qualche tempo dopo essere rimasta vedova, incapace di prendersi cura dei figli, li porta in una stazione, chiama i poliziotti e gli dice che quei bambini accanto a lei sono zingari e lei non è la madre. I poliziotti le credono e prendono in custodia i ragazzini. Sithole passa la sua infanzia in un orfanotrofio con i quattro fratelli. Viene spesso maltrattato.

Dopo tre anni, Moses Sithole fugge e torna dalla madre, che lo costringe a tornare indietro. Tutti questi fatti provano la psiche di Sithole, al punto di portarlo a sviluppare una forma grave di misoginia. Esce dall’orfanotrofio e si trasferisce con il fratello Patrick a Venda. Riesce a guadagnarsi poco da vivere facendo lavori umili e lavorando nelle miniere d’oro di Johannesburg. In questo periodo, Moses Sithole violenta alcune donne. Lo arrestano e lo condannano al carcere, dove subisce uno stupro. Nel 1994 torna in libertà. Dal 1995 inizia ad uccidere. Tutte le sue vittime sono donne, con l’eccezione di un bambino. Gli omicidi avvengono sempre in pieno giorno e si svolgono tutti nel 1995, in un anno circa.

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Partono dalla città di Atteridgeville, continuano a Boksburg e terminarono a Cleveland, che è un sobborgo di Johannesburg, e a Pretoria. Moses Sithole abborda le sue vittime dove capita e le attira in un luogo isolato. La scusa che usa è quella di essere un ricco uomo d’affari che vuole offrire loro un lavoro per un’organizzazione di beneficenza. Poi, le stupra e le strangola con la loro biancheria intima. Accanto a loro lascia ammucchiati degli oggetti: coltelli, specchi, croci, bibbie bruciate e uccelli morti impalati e trafitti da spilloni.

A volte telefona alle famiglie e si prende gioco di loro. Dopo diverso tempo il panico si diffonde a livello nazionale e la polizia chiede la consulenza dell’Fbi. Moses Sithole, con i suoi modi di fare molto ordinari, è insospettabile. Ad agosto del 1995 lo vedono in compagnia di una delle sue future vittime. Quindi, lo identificano e scoprono i suoi precedenti per stupro. Diviene ricercato. Gli agenti provano ad arrestarlo seguendo le telefonate che effettua, ma sfugge tre volte. Lo arrestano a Johannesburg, grazie alla segnalazione di un suo parente.

Non è facile prenderlo, in quanto è armato, ma alla fine un poliziotto gli spara due volte per catturarlo, colpendolo vicino allo stomaco. È collegato a decine e decine di omicidi. Lui ne confessa trentotto. Il 5 dicembre 1997, a conclusione del processo, il giudice accerta i trentotto omicidi e quaranta stupri e lo condanna a duemilaquattrocentodieci anni di carcere. Al suo arrivo in prigione, si scopre che ha contratto il virus dell’hiv che causa l’aids. Lo curano con un trattamento medico, mentre moglie e figlio muoiono di questa terribile malattia, perché non possono beneficiare di coperture mediche.

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