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Julia Elle: Disperata e felice

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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Storia di un affondamento dimenticato

Le guerre non finiscono con le tregue e neppure con gli armistizi, ancor di meno con la sconfitta degli avversari. Le guerre sono viaggi che non sono semplici spostamenti. Non sono itinerari affascinanti, ma toccano l’anima. Non sono i luoghi, spesso, gli autentici latori della guerra, ma è un terribile vagare errante tra l’anima impaurita e il paesaggio. Sembrava volermi raccontare questo nonno Luigi, ex partigiano combattente del sud Italia, ex deportato, ex prigioniero. Un superstite, uno dei pochi, della Seconda Guerra Mondiale. Uno dei pochi dell’affondamento della Sinfra. Mi è tornato in mente questo ricordo, per cui ti racconto la storia di un affondamento dimenticato.

Un uomo che aveva visto troppo, che negli occhi esprimeva tutto il suo dolore probabilmente somatizzato. E chissenefrega del fatto che fosse stato insignito dal presidente della Repubblica… Nel suo cuore c’era il tormento. Ricordi tridimensionali sovrapposti tra loro, schiacciati in una piccola scatola cranica. Questo lo aiutava a stupirsi e a meravigliarsi per cose semplici. Diverso era quando la curiosità del nipote (io) cercava di scavare in un’armatura invisibile e impenetrabile che non riusciva a dismettere. Non amava parlare, non gli faceva piacere raccontare. Non voleva ricordare, perché non poteva dimenticare.

“Quando parti per una guerra, dici vado, ma non dici torno”. In un viaggio normale, l’anima parte sempre un po’ dopo. Ma quando vai in guerra, quando vai a vedere morire i tuoi fratelli, per un non motivo (perché non c’è mai un motivo per morire in guerra), l’anima resta intrappolata in quei luoghi. Nonno era sulla Sinfra, nave simbolo di una terribile strage che, per vergogna, si cerca di dimenticare, di tenere lontana. Un incubo che non si vuole ricordare e commemorare. Una vergogna di Stato. Migliaia di militari italiani morti ammazzati mentre cercavano di fuggire dalla Grecia, che improvvisamente era diventata un nemico ostile.

La storia della Sinfra inizia dal suo primo nome, Fernglen. Si tratta di un cargo lungo oltre centoventi metri per viaggi oceanici costruito nel 1929 in Norvegia dall’armatore Fearnley & Eger di Oslo. Nel 1934 passa all’armatore Sandahamn-Sven Salen di Stoccolma, in Svezia, e nel 1939 viene acquisita dalla Companie di Navigation a Vapeur Cyprien Fabre & Cie, di La Ciotat, in Francia. Nel dicembre del 1942 diventa del governo tedesco, che la ribattezza in Sinfra, tramite l’armatore Akers Mekaniske Verksted.

Da questo momento, la storia della Sinfra diventa la storia di una nave piena di migliaia di militari affondata dalle bombe degli alleati britannici il 19 ottobre 1943. Una storia simile a quella della Gaetano Donizetti, in cui il 23 settembre 1943 a Rodi fa mille e settecentontovantasei morti. L’Ardena, che il 27 settembre 1943 a Cefalonia di morti ne fa settecentosettantanove. La Mario Rosselli, che l’11 ottobre 1943 a Corfù deposita oltre mille e trecento cadaveri. O la Maria Amalia, che 13 ottobre 1943 a Cefalonia fa contare più di cinquecento e cinquanta vittime. O la Petrella, nave tedesca, in cui l’8 febbraio 1944 a Creta morirono duemila e seicento persone.

L’affondamento dimenticato della Sinfra

Come i migranti di oggi, anche i militari di allora fuggivano dalla guerra. Fuggivano dalla Grecia e dalle isole egee, a cominciare da Rodi e da Creta. I soldati erano ignari e incoscienti di quel che stava accadendo nel mondo. Non sapevano che l’8 settembre 1943 segnava un punto di non ritorno.  Loro continuavano a fare i soldati. Continuavano a combattere una guerra che non volevano. Che non avevano mai voluto. E così, mentre i comandi militari italiani se la squagliavano senza lasciare ordini, i militari restavano in balia delle rappresaglie degli alleati. L’aviazione inglese “giocava” al bersaglio. Pur di affondare una nave tedesca non lesinava di far morire migliaia di soldati italiani e centinaia di partigiani greci.

Anche allora il mar Egeo diventa un grande cimitero, con decine di navi affondate e migliaia e migliaia di morti italiani. Gli scafisti di ieri erano i soldati tedeschi, assolutamente senza scrupoli: costringevano i militari italiani ad imbarcarsi, sulle cosiddette carrette del mare, ossia navi malandate ed insicure. Lo facevano per liberarsi di loro e conservare qualche boccone in più per i propri connazionali. L’operazione più eclatante ebbe inizio proprio in autunno, quando i tedeschi dovettero trasferire via mare, dopo la resa delle truppe italiane, circa diciassettemila prigionieri italiani. Se avessero potuto ne avrebbero eliminati quanti più possibile.

Per questi trasporti decidono di usare vecchie carrette del mare che venivano stipate di prigionieri oltre ogni limite. Parecchie di queste navi vengono silurate da sottomarini anglo-americani, mitragliate dalle rispettive aviazioni oppure, come nel caso della Oria, scelta per il trasporto dei militari italiani, affondarono alla prima burrasca. Partita l’11 febbraio del 1944 da Rodi e diretta al Pireo aveva a bordo quattromila e quarantasei prigionieri, novanta militari tedeschi e l’equipaggio norvegese. Affondò presso Capo Sounion, colta da una tempesta. Si salvarono ventuno italiani, sei tedeschi ed un greco. Tutti gli altri persero la vita. E la Sinfra? Quella non è una carretta del mare. Al momento dell’affondamento ha poco meno di quindici anni.

Invece, la nave Sinfa arriva nel porto di Heraklion, a Creta, nei primi giorni di ottobre 1943. Da parecchi giorni i convogli ferroviari tedeschi ammassano, presso questa base, materiale bellico proveniente dagli aeroporti limitrofi. Queste bombe sono destinate ad essere sganciate dalla Luftwaffe in nord Africa, ma dopo la vittoria anglo-americana, questo arsenale costituisce un surplus, così come gli stessi aeroporti dell’isola di Creta, che erano di grande valore strategico. Il 19 ottobre il carico di bombe viene completato e la nave è quasi pronta a partire per il Pireo. L’ultima operazione è quella di trasferire il carico “umano” di migliaia di militari internati dai campi di concentramento al porto.

Molti greci erano assemblati sui lati della strada per assistere alla partenza dei soldati italiani. Verso sera il trasferimento viene completato. La Schmeisser Sinfra è una nave da carico senza cabine ed i soldati vengono ammassati nelle stive. I tedeschi permettono soltanto agli ufficiali di rimanere sui ponti aperti usando le poche cabine esistenti sui lati dei corridoi da poppa a prua. Prima del tramonto, i tedeschi consegnano agli ufficiali italiani i giubbotti di salvataggio, che ovviamente non sono sufficienti per tutti. Nessun giubbotto viene consegnato agli uomini nelle stive.

La Sinfra viene sventrata e cala a picco

Sulla nave ci sono anche molti tedeschi di passaggio ed anche un piccolo gruppo di partigiani greci, tutti cretesi, destinati ai lager tedeschi. I boccaporti delle stive sono presidiati da sentinelle tedesche armate di maschinenpistole Schmeisser. La nave ha due mitragliatrici, una a prua ed una a poppa, in funzione antiaerea. Il mare è calmo e c’era anche la luna piena. La Sinfra lascia il porto di Heraklion scortata. Nessuna luce è permessa a bordo, per evitare il pericolo d’essere individuati da aerei e da sottomarini nemici. Si può fumare solo nei locali interni.

Alle 23.30 una sentinella tedesca lancia l’allarme. Aerei nemici in arrivo. Fonti tedesche concordano che si trattasse di squadroni di bombardieri B-25 Mitchell della Usa Force e aerosiluranti Bristol Beaufighter della Raf provenienti dal nord Africa e operativi sul Mediterraneo. I ricordi di nonno, quando lo spronavi a ricordare a raccontare erano lucidi, vivi, netti. Aerei che sorvolano sopra la Sinfra. E poi un esplosione. Un boato terribile. Altri superstiti racconteranno che la bomba era entrata dalla ciminiera ed era esplosa all’interno della nave e che molti soldati italiani erano stati intrappolati all’interno nelle stive vicine all’esplosione di cui le scale di accesso erano collassate e crollate.

Anche un rapporto trovato negli archivi della Marina Italiana conferma che la bomba attraversò la ciminiera e l’esplosione procurò confusione, panico e terrore nelle stive. Ma c’è di peggio: le sentinelle tedesche che gettarono alcune granate dai boccaporti e poco dopo fecero fuoco con le Schmeisser, quando i prigionieri tentarono di risalire in coperta. Il motore della Sinfra si ferma e la nave comincia ad inclinarsi sul lato dritto. La gente inizia a saltare in mare. Ovviamente, i bombardieri alleati compiono un largo giro intorno al Sinfra, tornano indietro e terminano il loro lavoro.

La nave viene colpita di nuovo e l’incendio si propaga in breve da poppa a prua. La nave di scorta faceva segnali luminosi al Sinfra ma non si avvicinava alla nave bombardata per salvare i naufraghi finiti in mare. La nave non affonda subito e le sentinelle lasciano le postazioni presso le stive aperte. Quello è il momento atteso dai prigionieri sopravvissuti al massacro che si riversano con tutti i mezzi possibili sulla coperta della nave e si gettano in mare. Molti di loro cercano pezzi galleggianti per sostenersi e vincere la stanchezza. Le acque intorno alla nave erano piene di naufraghi che lottavano per rimanere vivi.

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Verso le 2.30, il fuoco raggiunge le bombe sistemate nelle stive. Il piroscafo esplode e scompare, inghiottito dal fuoco e dall’acqua. Le lamiere vengono sventrate da una colossale esplosione. La mattina successiva, una flotta di pescherecci greci requisiti dai tedeschi arriva sulla scena del disastro alla ricerca di naufraghi sotto le direttive di un paio di idrovolanti del Settimo Squadrone Salvataggio Marittimo tedesco della nave di scorta. Sembrerà strano, ma c’è anche gente viva in quel mare di morti. Si salveranno oltre cinquecento e venti persone. Tra questi anche il mio eroe, nonno.

Durante le operazioni di recupero e salvataggio dei naufraghi, un gruppo di caccia alleati attacca e distrugge un idrovolante tedesco. Subito dopo l’attacco, i pescherecci decidono di fare rotta verso il porto di Cania. Ad attenderli in banchina ci sono i militari tedeschi che prelevano i naufraghi italiani e li trasferiscono con mezzi pesanti nelle carceri vicine alla città. Gli ufficiali italiani, invece, vengono portati nella prigione di Panaghia dove resteranno quattro settimane prima di essere imbarcate per il Pireo. Il relitto della Sinfra si trova a sette miglia fuori della costa nord occidentale di Creta. Sempre che qualcuno riesca a riconoscerlo.

Servizio sanitario nazionale da salvare

Il servizio sanitario nazionale nasce per offrire assistenza sanitaria gratuita al punto di erogazione ad ogni persona che si trovi in Italia, indipendentemente dalle sue disponibilità economiche o altre caratteristiche, con accesso agevole e gratuito sia al medico generalista e sia ai servizi di urgenza ed emergenza, sia ai ricoveri ospedalieri ordinari, oltre che ai farmaci inseriti nel prontuario medico. Per realizzare questo obiettivo lo Stato funge da unico assicuratore per le malattie e ogni cittadino italiano paga con le tasse un premio proporzionato al suo reddito. Ma è giusto che riceva in cambio dei servizi. Servizi che devono essere uguali ed efficienti per tutti.

Invece, l’imposizione di esosi ticket sulle prestazioni, la diffusione di una libera professione intramoenia che offre servizi celeri a fronte di un pagamento, liste di attesa eccessivamente lunghe per alcune prestazioni, difformità tra le diverse aree del Paese per qualità, quantità e costo delle prestazioni sanitarie erogate, modelli di assistenza socio-sanitaria alla cronicità spesso inadeguati, disattenzione grave alla valorizzazione del merito dei medici e del restante personale che opera in sanità, stanno snaturando il ssn nazionale, mettendo a rischio la sua stessa sopravvivenza. E non dimentichiamo il personale medico marginalizzato e sotto ordinato a personale amministrativo che spesso segue logiche contabili con danni enormi per tutti.

Servizio sanitario nazionale, dunque, gioia e dolori degli italiani. Idea geniale, potenzialmente efficacissima, ma realtà piena di sprechi, di corruzione e di falle. Un dinosauro in agonia l’ha definito qualcuno. Qualcuno che, secondo me, non capisce nulla. Non un dinosauro, ma in agonia sì. Ce ne accorgiamo tutti i giorni. I continui tagli alla sanità stanno peggiorando i servizi, la loro qualità, la loro puntualità, e di conseguenza stanno inginocchiando i le famiglie meno abbienti e povere. Non è una novità sentire o leggere storie e statistiche di cittadini che non si curano più. Il dentista, di solito, è il primo a saltare.

Il servizio sanitario nazionale offre notevoli vantaggi, tra cui l’elevato livello di gradimento tra la popolazione – questo criterio dovrebbe essere sempre prioritario per i servizi pubblici – oltre che un accesso universale e un costo inferiore a quello di altri sistemi sanitari. E non pensiamo solo agli Usa dove, se non hai soldi, puoi solo scegliere dove e come morire. Il Ssn è in difficoltà per motivi di sostenibilità economica e per una tante scelte organizzative che si sono succedute dal 1978 a ieri e che continuano a succedersi. Scelte non sempre felici, tanto per usare un eufemismo.

Però, il problema maggiore resta il fatto che la spesa sanitaria tende a crescere vertiginosamente a causa dell’invecchiamento della popolazione e del tumultuoso progresso tecnologico, che richiede sempre costosissimi macchinari nuovi di cui non si può fare a meno. In tutto ciò, ci sono gli interessi mafiosi sugli appalti e sui subappalti, la corruzione di alcuni medici, la connivenza di molti altri, che in pratica raddoppiano la spesa. Insomma, il quadro è disastrosamente quello che molti italiani conoscono. Già questo basterebbe per parlare dell’argomento. Ma c’è di più. Molto di più. Il servizio sanitario nazionale ha bisogno di aiuto. Ha bisogno di essere salvato. Da chi?

Il Sistema sanitario nazionale va salvato dal sistema

Il “sistema” va salvato dal “sistema”. È Girolamo Sirchia, medico internista e politico, ex-ministro della Salute nel governo Berlusconi dal 2001 al 2005, ricordato da tutti per aver varato la norma a tutela della salute pubblica e dei diritti dei non fumatori, estendendo il divieto di fumo in tutti i locali pubblici nel 2003, a lanciare l’allarme. Dal suo blog, Sirchia sostiene che: “La valorizzazione del merito è quasi scomparsa in sanità dove l’appiattimento è molto marcato, il burn out del personale cresce, diminuiscono qualità ed efficienza e con esse l’attenzione e l’empatia per i malati. Non è facile risalire la china in un simile momento”.

E poi aggiunge: “Io credo che il bandolo della matassa potrebbe trovarsi nel rapporto imperfetto tra lo Stato centrale e le Regioni, che potrebbe utilmente essere riconsiderato. Non propongo, si badi bene, di mettere in discussione la Costituzione o i poteri regionali, ma solo di chiarire meglio e insieme i rispettivi ruoli, con vantaggi per entrambi. Lo Stato Centrale è responsabile del diritto alla salute dei cittadini, come previsto dall’articolo 32 della Carta Costituzionale, e deve quindi stabilire i principi che consentono ad ogni italiano di godere degli stessi diritti ovunque si trovi”.

Secondo l’ex-ministro, è necessario intervenire su più fronti: “La realizzazione di un sistema di cura per la cronicità che preveda la presa in carico del paziente e la sua gestione da parte dei medici generalisti organizzati in una rete di servizi che vanno dalle Case della Salute, ai Pot, Ospedali di riferimento, residenze private e collettive e che liberino il paziente dal carico burocratico insopportabile che lo affligge, anche grazie a case manager”. C’è bisogno di “forte impulso alla prevenzione proattiva, che sia di dimostrata efficacia e poco costosa. Tra le iniziative vantaggiose cito le vaccinazioni obbligatorie, indispensabili per garantire la salute pubblica”.

E ancora, Sirchia sostiene: “La promozione della salute, attraverso stili di vita salutari che prevedano di rifuggire dal fumo e dalle altre dipendenze, alimentarsi in modo corretto per evitare l’eccesso ponderale, il movimento fisico sistematico. La promozione della salute è una responsabilità condivisa tra il cittadino e la comunità, che ha il dovere di informarlo puntualmente e di creare le condizioni ambientali favorevoli a vivere in modo sano”. Ma non solo.

Sarebbe necessario individuare “fin dall’infanzia e poi in vari momenti della vita, tra i soggetti apparentemente sani, di coloro che sono a più alto rischio di sviluppare patologie croniche, quali diabete, ipertensione, depressione, patologie scheletriche, ecc. con semplici questionari sul modello “screen and treat”, Ciò può prevenire o ritardare la comparsa clinica delle malattie croniche più pesanti e quindi anche la spesa a loro legata. Anche la prevenzione secondaria, oltre a quella primaria, consente risparmi di sofferenza e di spesa assai significativi”.

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Servizio sanitario: bilancio in disavanzo da sempre

“Ogni anno una quota di cittadini accede ai servizi sanitari e determina una spesa pubblica che deve essere bilanciata dagli introiti fiscali. In Italia questo bilancio presenta un disavanzo e per evitare che questo aumenti sono state fatte nel tempo scelte non sempre felici. La prima è stata quella di applicare una addizionale tassa al punto di erogazione di alcuni servizi sanitari, copayment, e la seconda di restringere l’offerta cosi da allungare i tempi di attesa, razionamento, o giungendo per alcune prestazioni a fornire quantità largamente insufficienti per gli assistiti, quali odontoiatria, presa in carico dei pazienti cronici con un apposito programma di cura della cronicità, promozione della salute e prevenzione, servizi di assistenza sociale, e per il personale sanitario, aggiornamento e motivazione, ricerca sanitaria”, denuncia Sirchia.

“Una terza scelta infelice è stata quella dello Stato centrale di rinunciare alla sua prerogativa esclusiva di stabilire e far rispettare i principi fondamentali del sistema sanitario, che includono anche i parametri di funzionamento, gli standard di quantità, qualità e costo dei principali servizi erogati e la verifica sistematica del loro rispetto in ogni area del Paese, così da evitare disparità e ineguaglianze tra i cittadini rispetto alla salute. Una quarta scelta è stata quella di offrire ai Medici ospedalieri di compensare con la libera professione intra-moenia i loro magri salari. Cosi oggi avviene che per superare le lunghe liste di attesa, il cittadino si vede offrire un’anticipazione vistosa della prestazione a fronte di un addizionale pagamento”.

Malgrado tutte queste distorsioni, il passivo del servizio sanitario nazionale persiste e si grida allora al “sottofinanziamento”. Su questo Sirchia ha le idee chiare e non risparmia stangate a chi la baracca l’ha gestita fino all’altro giorno e a chi la sta gestendo. Secondo Girolamo Sirchia, per salvare il ssn, è “necessario rifarsi concretamente ai suoi principi ispiratori e ai suoi valori, cui la maggioranza degli italiani non vuole rinunciare. Stato e Regioni debbono accordarsi per esercitare il loro ruolo in ambiti ben definiti e non conflittuali. Entrambi debbono assumersi la responsabilità di soddisfare i bisogni sanitari e sociali della popolazione studiando, progettando e attuando le soluzioni migliori, senza quelle improvvisazioni strumentali alla politica e quelle incoerenze che tanto nuocciono al sistema”.

In una parola le istituzioni devono credere nella salute e nel benessere della popolazione e promuoverli con azioni appropriate perché salvare la sanità pubblica significa in definitiva rispettare i diritti umani degli italiani. “Il decadimento della performance operativa, economica ed etica del nostro ssn – scrive Sirchia – è legata ad alcune cause principali e precisamente” a cinque fattori: le mutate situazioni demografiche, il tumultuoso progresso tecnologico, ma anche la maggior attenzione della popolazione alla propria salute, oltre che all’impreparazione della popolazione all’uso corretto dei servizi sanitari e l’inadeguata politica del personale sanitario e della sua motivazione, preparazione e aggiornamento professionale”.

Senza dimenticare “l’orientamento prevalentemente economicistico del sistema e della sua gestione a scapito dei suoi valori medici, sociali e morali; la distorsione dei principi ispiratori del ssn tesa a compensare scorrette pratiche gestionali. Più importanti di tutte, l’incapacità dello Stato e delle Regioni di capire il grande valore della salute nell’economia del Paese e nel benessere popolare e la loro scarsa propensione a studiare e realizzare con metodologia scientifica e per piccoli passi successivi aggiornamenti idonei a migliorare efficacia ed efficienza del ssn”.

Non c’è tempo da perdere. Bisogna adoperarsi per salvare il servizio sanitario nazionale italiano. Ancora valido nei suoi principi, va riportato ai suoi originali valori di universale, gratuito al punto di erogazione, accessibile e accogliente, gradito agli utenti e sostenibile economicamente. “Per far questo bisogna che cessino i contrasti tra Stato e Regioni, chiarendo insieme i rispettivi ruoli e limiti”. Ma bisogna anche che i governi del futuro capiscano che la salute è un motore economico di sviluppo, che deve essere considerata e rispettata e deve includere particolare attenzione alla prevenzione, alla cronicità e alla ricerca, sostenuta con finanziamenti adeguati.