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Crotone sogna di liberarsi dai veleni

Crotone sogna di liberarsi dai veleni e parte su Change.org la raccolta firme della disperazione. I cittadini di crotone, disperati al pari di quelli della Terra dei Fuochi, chiedono una bonifica urgente del loro territorio, noto come la Terra dei Veleni. Qui ci si ammala troppo. E si muore giovani, troppo giovani e troppo spesso. “In Calabria continuiamo a respirare veleni. Tutti i santi giorni, gli abitanti di Crotone sono costretti a convivere con sostanze cancerogene di diversa natura e origine, che sono state sotterrate, che si mescolano al suolo e alle tante falde acquifere presenti o che viaggiano libere nell’aria. La nostra Terra dei Veleni va bonificata ora”, tuona Vincenzo Voce, del Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni”, che ha avviato la raccolta firme per una petizione da indirizzare al ministro per l’Ambiente, Sergio Costa.

“Una bonifica seria per Crotone, Terra dei Veleni”, questo è il nome dell’iniziativa che in pochi giorni ha raccolto quasi cinquantamila sostenitori. “Signor ministro Costa, lei è conosciuto per essere stato in prima linea nella repressione di tutti i crimini ambientali della Terra dei Fuochi”, scrivono preoccupati i rappresentanti della comunità crotonese, che aggiungono: “Caro ministro, deve sapere che a sud della vicina Campania, regione per la quale si è battuto più volte, si trova un’altra terra, la Terra dei Veleni: Crotone. In settant’anni di vita industriale, rifiuti industriali di ogni genere sono stati interrati un po’ dovunque. Sono nel centro città e nelle campagne circostanti. Molte falde sono state contaminate da sostanze estremamente cancerogene come cadmio e Tce e da decenni sono incontrollate”. Ma c’è di peggio.

Il Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni” denuncia al Ministero per l’Ambiente che: “Un quartiere, un intero quartiere, poi adibito ad edilizia popolare è stato costruito su rifiuti industriali. Parliamo di Fondo Gesù. Altre pericolose scorie sono state tranquillamente interrate al di sotto di alloggi popolari e scuole”. Secondo il Comitato Cittadino in questione: “C’è stata la sfrontatezza di gettare rifiuti industriali anche nel Piazzale della Questura. E come era immaginabile, ad oggi nessuno ha pagato un solo centesimo. Tutto ciò nonostante siano stati celebrati importanti processi, siano stati identificati i diretti proprietari delle scorie e anche le ditte che le hanno smaltite. E non finisce qui, perché, ancora oggi non sono per niente rare le scoperte di residui industriali nei siti urbani o di forte interesse turistico, come può essere il Castello di Carlo V. Peccato che nessuno si preoccupi di verificare quanto queste scorie facciano male alla nostra salute”. I cittadini, questa volta, una risposta la vogliono.

Tante, troppe, le persone che si sono ammalate e che sono morte di tumore a causa della presenza di rifiuti tossici industriali che hanno ormai inquinato aria, mare e terra. Senza contare case, scuole e uffici fabbricati con cemento impastato con arsenico, piombo, zinco. A Crotone è emergenza ambientale. Se la Campania ha da affrontare il problema della Terra dei Fuochi, la Calabria, oltre a quello delle “navi dei veleni”, ha da risolvere il dramma di Crotone, da decenni anche “Terra dei Veleni”. Nel capoluogo calabrese tutto l’ambiente è ormai intossicato. I metalli pesanti sono entrati nella catena alimentare, nel latte, nei formaggi, nel pesce, nella carne.

L’elevato numero di decessi per tumore sembrerebbe confermarlo. Nella Città di Pitagora esiste una zona vastissima che dovrebbe essere stata bonificata nel 2001, come stabilito dalla “Commissione Parlamentare d’Inchiesta sul ciclo illegale di rifiuti”, ma che in realtà non è mai stata bonificata. Nell’area in questione ci sono rifiuti tossici industriali e siti di bonifica di interesse nazionale. In prossimità di terreni che sono altamente inquinati e contaminati da materiale tossico, sono state costruite case, scuole e campi di calcio, strade, questura, parcheggi, si coltivano ortaggi e vengono fatti pascolare animali. Legambiente ha lanciato l’allarme circa dieci anni fa: se questo materiale inquinante non viene rimosso, è destinato a trasformarsi in una vera e propria bomba, è destinato a distruggere mare, aria e, più in generale, l’ambiente.

“Da oltre un decennio c’è una multinazionale di proprietà dell’Eni, la Syndial, che porta avanti un processo di bonifica. Sino ad oggi, mi sento di dire che abbiamo perso tempo con degli “alberelli magici” che dovevano ripulire suoli fortemente contaminati da veleni pericolosissimi come cadmio, arsenico e piombo”. E poi c’è un paradosso. Un altro. Quale? “All’interno dell’area immediatamente adiacente a quella industriale, si sta procedendo alla bonifica di suoli che non sono assolutamente contaminati. Quelle sono bonifiche fatte con soldi pubblici. Dopo il fallimento del progetto di bonifica denominato Mattm, è partito un nuovo progetto che si chiama Pob Fase II. In pratica, cambiano le tecnologie impiegate per le bonifiche ambientali. Purtroppo, la realtà dei fatti è che molti veleni resteranno lì dove si trovano”, affermano ancora i cittadini di Crotone.

La petizione proposta dal Comitato Cittadino “La Collina dei Veleni” contiene un’ulteriore importante puntualizzazione. “Una grande area del terreno su cui sorge l’ex stabilimento di Pertusola Sud, l’Area ex Impianti, è stata utilizzata per oltre cinquant’anni come ‘zona stoccaggio’ residui della lavorazione della blenda, quindi si parla di ferriti di zinco, che produce scorie pericolosissime. Bene, anzi male, quest’area non sarà nemmeno sfiorata dalla bonifica. Inevitabile essere pervasi dalla strana sensazione che si sta spingendo sull’acceleratore del processo burocratico per ottenere e ‘blindare’ al più presto, magari già per il mese di agosto, l’approvazione del progetto così com’è. Se così fosse, il tutto riceverebbe l’ok ministeriale senza che il ministro Costa abbia la possibilità di valutare con estrema attenzione tutta la documentazione. Allarmati da queste problematiche, ci siamo permessi di sollecitare un rapido intervento del Governo: chiediamo, almeno sul nostro territorio, bonifiche risolutive”.

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Certo è che impastare rifiuti tossici con il cemento e tirarci su scuole elementari, case e uffici pubblici non è semplicemente un reato, è da considerare un vero e proprio crimine contro l’umanità. Le evidenze emerse dall’operazione denominata “Black Mountain”, portata avanti dalla Procura della Repubblica di Crotone, hanno portato alla luce uno dei disastri ambientali più preoccupanti della storia italiana. Tra i più disastrosi del sud del Paese. Migliaia di bambini delle elementari per dieci anni sono andati a scuola su una montagna di veleni. Almeno 350mila tonnellate di materiali tossici sono state utilizzate per costruire un’intera città. Quindi, sarebbe auspicabile quantomeno un chiarimento da parte del Ministero competente. Evitiamo di fare come si sta facendo da decenni con le “Navi dei veleni“.

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Storie di disastri, molti dei quali impuniti, di cui avrei potuto non raccontare. Come è accaduto per il processo Eternit, anche nei diciassette casi che vi propongo sinteticamente di seguito, una legislazione penale ambientale degna di un Paese civile avrebbe evitato sfregi agli ecosistemi e attentati alla salute pubblica. Sono storie che parlano di inquinatori ed ecomafiosi, ma anche di giustizia negata, tra prescrizioni e impossibilità di promuovere capi di imputazione in campo ambientale. Una beffa che si è aggiunta al danno provocando ferite che sarà difficile e costosissimo rimarginare.

L’Italia non può più attendere: il Paese sente l’urgenza non solo di leggi più restrittive nel codice penale, ma anche della certezza della pena, in modo che non si debba più assistere all’accettazione di impunità così scandalose. Si riuscirà mai a consentire a politici seri di sanare una gravissima anomalia della legislazione nazionale che permette ancora che si verifichino episodi come quello dell’Eternit? In Italia ci sono processi lunghi e tempi di prescrizione troppo brevi (questo potrebbe essere uno degli effetti del vergognoso accordo Stato-Mafia), con pene davvero esigue in materia ambientale. Gran parte dei reati ambientali sono spesso di mera natura contravvenzionale, mentre quelli di natura penale procedono a rilento e a singhiozzo.

Spesso le forze dell’ordine incontrano insormontabili difficoltà nelle indagini e non perché i cittadini ambientalisti non denunciano, ma perché tra corruzione, procure intasate e leggi ambigue graelle denunce è destinata ad affogare nel fango del disinteresse generale. Italia, un Paese con un patrimonio di inestimabile valore abbandonato a sé e non protetto da criminali e bracconieri. Nonostante ciò, grazie a reparti speciali, ogni anno vengono accertati oltre trentamila reati contro l’ambiente, quasi quattro ogni ora: dalle discariche abusive alle cave illegali, dall’inquinamento dell’aria agli scarichi fuorilegge nei corsi d’acqua.

Crimini che fruttano alla malavita organizzata circa sedici miliardi e settecento milioni l’anno. Poi, però, molti processi vanno in prescrizione o vengono archiviati. La prescrizione “falcidia” soprattutto i processi in campo ambientale, perché i più complessi e difficili da fare e dimostrare come nel caso del disastro ambientale. A differenza di altri reati, qui tra perizie e contro perizie i termini processuali si allungano mostruosamente. Diversi processi ci mostrano che gli unici a essere condannati in via definitiva sono coloro che patteggiano usufruendo del rito abbreviato, chi sceglie il rito ordinario è quasi certo di farla franca.

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Lombardia

Raffineria Tamoil di Cremona. La vicenda inizia nel 2001, quando la Tamoil si “autodenuncia” come sito inquinato per avvalersi della normativa che consente la non punibilità per gli inquinamenti precedenti. La procura cremonese decide comunque di aprire una inchiesta contro la società, poiché non avrebbe adottato idonei interventi per bloccare lo sversamento al suolo di sostanze inquinanti. Nel 2007 inizia il processo per disastro ambientale colposo, avvelenamento di acque, omessa bonifica, gestione illegale di rifiuti. Procedimento nel quale Legambiente si è costituita parte civile. Nel corso del giudizio abbreviato sarebbe stato accertato che lo sversamento di idrocarburi sarebbe continuato anche dopo il 2001, data della “autodenuncia”, a causa delle pessime condizioni della rete fognaria della raffineria.

A luglio 2014 sono arrivate le condanne di primo grado per disastro colposo e omessa bonifica nei confronti di quattro dei cinque dirigenti Tamoil. Per la prima imputazione, se si arriva in Cassazione è scontato l’esito della prescrizione. Per la bonifica, invece, i tempi di prescrizione scattano già a ridosso dell’appello. Nel 2017, l’inquinamento è stato accertato ma, a distanza di cinque anni dalla chiusura di Tamoil a Cremona, divenuta un deposito, la bonifica dei terreni non è stata fatta. La dismissione dell’impianto, che doveva essere conclusa entro il 31 dicembre del 2017, non è neppure stata avviata. Per fortuna, il 15 febbraio 2018, la Corte di Cassazione ha ritenuto non fondata la questione di legittimità della norma sul raddoppio del periodo di prescrizione che avrebbe estinto, di fatto, il reato di disastro colposo per il quale il manager Enrico Gilberti era stato condannato in appello, scongiurando la prescrizione del reato.

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il disastro del fiume Lambro.

Disastro fiume Lambro. Il processo contro la Lombarda Petroli a Villasanta, nella provincia di Monza Brianza, riguarda lo sversamento direttamente nel fiume Lambro di più di duemila e cinquecento metri cubi di petrolio e gasolio nella notte tra lunedì 22 e martedì 23 febbraio 2010. Il giorno dopo la Procura di Monza ha aperto un fascicolo contro ignoti, per l’ipotesi di reato di “disastro ambientale” e “inquinamento delle acque”.

Le indagini hanno seguito anche la pista degli appalti, dato che sui terreni dell’ex raffineria dovrebbe sorgere un nuovo complesso urbanistico della società Addamiano Engineering, di Nova Milanese, detto “Ecocity”. Il 14 aprile 2010 l’inviato di Striscia la notizia Max Laudadio rivela che la redazione di Striscia ha ricevuto una lettera anonima in cui viene spiegato il motivo del disastro del Lambro. Secondo l’autore della lettera, la raffineria di Villasanta non era in disuso, ma era un deposito clandestino dove alcune persone scaricavano nelle cisterne petrolio “rubato”. Sempre secondo l’autore, il responsabile del disastro era stata una persona “estromessa” del circuito.

Max Laudadio, nel successivo servizio datato 19 aprile, ha raccolto alcune testimonianze di persone che affermano che alla “Lombarda Petroli” di notte c’era un via vai di autocisterne, misteriosamente scomparse dopo il disastro. Per questo servizio, Striscia la Notizia è stata querelata dalla “Lombarda Petroli”. Nel giugno del 2013 l’accusa ha chiesto la condanna a cinque anni di carcere per disastro ecologico doloso e falso in atto pubblico nei confronti dei due titolari della ex raffineria e tre anni di reclusione per il direttore dello stabilimento della Lombarda Petroli.

Il 22 ottobre 2014 è arrivata la condanna in primo grado per il solo custode in concorso con ignoti per disastro ambientale colposo. In appello viene condannato anche il titolare della Lombarda Petroli. A luglio del 2017, le pene sono confermate in Cassazione. Per il titolare titolare della Lombarda Giuseppe Tagliabue la pena di un anno e otto mesi per disastro colposo e altri nove mesi per reati fiscali e per il custode degli impianti, Giorgio Crespi un anno e sei mesi e pena sospesa.

Inchiesta Dirty energy della Riso Scotti. Nell’ottobre del 2010 la procura chiude l’inchiesta sulla presunta gestione illegale dell’impianto a biomassa gestito dalla Riso Scotti Energia. Qui sarebbero stati usati illegalmente rifiuti provenienti dal circuito della raccolta urbana, dall’industria e da altre attività commerciali dislocati in diverse regioni. Oltre al traffico illecito di rifiuti e alla redazione di certificati di analisi falsi, si ipotizza una frode in pubbliche forniture e una truffa ai danni dello Stato. Per il filone che riguarda il traffico di rifiuti, dopo il passaggio delle competenze alla Dda di Milano i tempi del processo si sono ulteriormente rallentati, anche a causa di difetti di notifica. A giugno del 2011 scattavano le manette per Dario Scotti, il suo commercialista e per altri due funzionari del Gestore delle’energia nazionale.

Però, nel 2014, quattro anni dopo, era ancora in corso il dibattimento in primo grado, quindi era forte il rischio prescrizione. Sono state in tutto dodici le persone indagate, sette, incluso il presidente dell’azienda Giorgio Radice, quelle finite agli arresti domiciliari, sessanta le perquisizioni effettuate e quarantasei i mezzi sequestrati. L’indagine, coordinata dalla Procura di Pavia aveva preso il via nel 2007 da una segnalazione della Procura di Grosseto. Quello che è stato appurato è che nessuno dei carichi che arrivavano da impianti di trattamento dei rifiuti di Puglia, Piemonte, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna e Toscana (circa quarantamila tonnellate) è mai stato respinto anche se non conforme alle norme. Anzi, l’accusa era che i certificati di analisi fossero stati falsificati grazie a laboratori compiacenti, e che alla Riso Scotti Energy alla lolla (cioè la parte del riso che racchiude i chicchi) venivano mischiati anche questi rifiuti e le scorie di combustione.

Bonifica Santa Giulia. Nell’ottobre del 2009 la guardia di finanza esegue cinque ordinanze di custodia cautelare nell’ambito dell’inchiesta sulla bonifica dell’area Santa Giulia (area ex Montedison e Redaelli), nella periferia est di Milano. Nel maggio del 2013 vengono rinviati a giudizio l’immobiliarista Luigi Zunino, l’ex dirigente dell’Ufficio bonifiche del Comune di Milano, l’allora responsabile dell’Ufficio milanese dell’Arpa e altre sette persone. La contestazione più grave, però, quella di aver avvelenato le falde acquifere decade per decisione del gup di Milano. I dieci imputati, infatti, sono rinviati a giudizio per tre capi di imputazione: l’attività di gestione rifiuti non autorizzata con particolare riferimento a raccolta, trasporto e smaltimento di rifiuti, la creazione di una discarica non autorizzata, l’attività non consentita di miscelazione di rifiuti.

Tutti reati ambientali contravvenzionali, che sarebbero stati commessi in un periodo che va dal 2004 al 2010. Nel 2015, la relazione dei “saggi” dell’Ispra e dell’Istituto di Sanità inchioda la società Milano Santa Giulia spa alle sue responsabilità. L’area Nord-ex Montedison è pesantemente inquinata. E il “piano scavi” del 2004 – attraverso il quale alcuni terreni dovevano essere “conferiti in idoneo impianto fuori dal sito” – fu attuato in modo “non conforme”. Chi vorrà costruire in questi ettari di terra alla periferia Sud-Est della metropoli dovrà bonificare. Gli 80 milioni di euro già accantonati dovranno probabilmente essere spesi fino all’ultimo centesimo e chissà se basteranno. In ogni caso, solo nel 2018 si inizia a parlare di tornare a costruire e bonificare l’area.

Veneto

Porto Marghera. Nel 1996 il sostituto procuratore Felice Casson, a seguito dell’esposto presentato da Gabriele Bortolozzi, avvia delle indagini che lo portano a chiedere il rinvio a giudizio di ventotto dirigenti ed ex-dirigenti della Montedison e della Enichem. L’accusa è di strage, omicidio e lesioni colpose multiple (per la morte da tumore di centocinquantasette operai addetti alla lavorazione del Cvm e Pvc e per centotré casi di malattie analoghe contratte da altrettanti dipendenti) e di disastro colposo per inquinamento ambientale. Secondo Casson i dirigenti pur consapevoli dei rischi sanitari ai quali andavano incontro i propri lavoratori non adottarono nessuna delle cautele necessarie. Nonostante ciò, nel 2001 arriva l’assoluzione per tutti i ventotto imputati: per le morti e le malattie verificatesi prima del 1973, in quanto il fatto non costituisce reato, per quelle successive al 1973, per non aver commesso il fatto.

Nel maggio 2004, inizia il processo di appello e il 15 dicembre 2004 viene emessa la sentenza di secondo grado, che condanna cinque ex dirigenti Montedison a un anno e mezzo di reclusione per omicidio colposo nei confronti di un operaio morto di angiosarcoma epatico nel 1999. I cinque condannati usufruiscono, invece, della prescrizione per sette omicidi colposi precedenti, sempre causati da angiosarcoma, dodici casi di lesioni colpose per altre neoplasie, epatopatie e sindromi di Raynaud, scarichi inquinanti nella laguna, omessa collocazione di impianti di aspirazione dal 1974 al 1980. Gli stessi ex dirigenti sono assolti, perché il fatto non costituisce reato, dall’accusa di omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro fino a tutto il 1973. In ogni caso, ai condannati è riconosciuta la sospensione condizionale della pena. Nel 2006, la Cassazione conferma la sentenza di appello.

Inchiesta Mercante di rifiuti. A giugno del 2004 i forestali intercettano un traffico illecito di rifiuti pericolosi, provenienti da centinaia di ditte di varie regioni, mescolati a cemento per formare un conglomerato cementizio da utilizzare per la realizzazione di sottofondi stradali in opere pubbliche. È finito, ad esempio, nei cantieri per la costruzione del cavalcavia di via Camerini a Padova, a Pernumia, a Mira a Battaglia Terme, a Due Carrare e a Monselice. I risultati di laboratorio avrebbero poi dato ragione agli inquirenti: in quel conglomerato c’erano più monnezza che cemento. Sette le persone arrestate e ventotto quelle denunciate. Se le condanne con rito abbreviato per chi ha patteggiato sono nel frattempo diventate definitive, per il rito ordinario è intanto intervenuta la prescrizione, anche per il reato di associazione a delinquere.

Liguria

Caso Pitelli. L’inchiesta sulla gestione della discarica di Pitelli, sulla collina di La Spezia, inizia nel 1996 a cura del procuratore di Asti Luciano Tarditi e si conclude con una trentina di arresti. Nel 2003 inizia il processo per disastro ambientale con undici rinvii a giudizio. Nel 2011, a quindici anni dal primo sequestro, dopo che la prescrizione aveva falcidiato la gran parte dei reati ambientali contestati il collegio giudicante del tribunale di La Spezia dichiara l’assoluzione degli undici imputati.

Toscana

Discarica del Vallone a Campo nell’Elba. L’8 febbraio 2012, il tribunale di Livorno ha assolto tredici persone in un processo per presunte irregolarità legate all’affidamento e alla gestione della discarica del Vallone, a Campo nell’Elba. Nel caso di un ulteriore imputato è stato invece dichiarato il non doversi procedere per prescrizione. Secondo le accuse, ci sarebbe stato uno scambio di doni per avere in cambio l’affidamento dell’appalto per la raccolta di rifiuti di ferro e legno. A giudizio erano finiti anche consiglieri e assessori, accusati di falso e abuso d’ufficio. Nel dispositivo della sentenza il collegio giudicante aveva riqualificato il reato ascritto a carico dell’imprenditore da concussione a corruzione, ma ha dichiarato non doversi procedere per via della prescrizione.

Lazio

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

Il termovalorizzatore di Colleferro.

Termovalorizzatore di Colleferro. Nel mese di marzo del 2009 i carabinieri sequestrano il termovalorizzatore eseguendo tredici ordini di custodia cautelare. Gli inquirenti sono convinti che nell’impianto ci finisse, anziché Cdr come previsto dalla legge, ogni tipo di rifiuto. Tra i reati contestati, associazione per delinquere, attività organizzata per traffico illecito di rifiuti, falsità ideologica e truffa. Il percorso giudiziario si è rivelato tortuoso sin dall’inizio, anche a causa di una infinita serie di rinvii tecnici, e si aspetta ancora la sentenza di primo grado. Di questo passo la prescrizione è scontata.

Valle del Sacco. Sin dagli anni Cinquanta, la zona della Valle del Sacco ha avuto uno sviluppo industriale forsennato, con scarichi nel fiume Sacco di tonnellate di rifiuti industriali e reflui civili. L’11 marzo 2005 l’Asl di Colleferro sequestra partite di latte prodotto da un’azienda di Gavignano, perché conterrebbe il beta esaclorocicloesano che è un prodotto di sintesi del Lindano, un fitofarmaco bandito nel 2001 perché cancerogeno. Nel marzo 2009 i carabinieri notificano cinque informazioni di garanzia a persone che a vario titolo avrebbero responsabilità nella vicenda. L’accusa è quella di disastro ambientale e omessa comunicazione dell’inquinamento. Il dibattimento si è aperto a novembre di quest’anno e la prossima udienza è prevista a gennaio. Elevato, ad oggi, il rischio di prescrizione.

Operazione “agricoltura biologica”. Il 5 luglio 2004 la procura di Rieti arresta sette persone e ne denuncia 25 per un traffico e smaltimento di rifiuti speciali, provenienti prevalentemente da Toscana, Campania e Lazio. Fulcro del traffico era, secondo gli investigatori, l’impianto della Masan srl di Magliano Sabina, in provincia di Rieti. Nel processo di primo grado il giudice monocratico del tribunale di Poggio Mirteto ha inflitto tredici condanne. Ma nell’ottobre 2012 la terza sezione della Corte di Appello di Roma le ha dichiarate prescritte.

Campania

Italia regno di ecomafie e disastri impuniti

La mappa indica le principali zone in cui vengono bruciati anche rifiuti speciali.

Cassiopea. Avviata nel 1999 dai carabinieri, può essere considerata “la madre” di tutte le inchieste nel settore del traffico illecito dei rifiuti speciali: per estensione delle aree e numero dei soggetti coinvolti, specializzazione delle strategie organizzative dei traffici, durata delle indagini. L’indagine ha portato a galla un traffico di rifiuti speciali che dal Centro-nord (Toscana, Piemonte, Veneto) venivano trasportati e illecitamente smaltiti in alcune regioni del Sud (Campania, Calabria) e in Sardegna.

Con il coinvolgimento di almeno quarantuno aziende tra centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto. Circa il novanta per cento dei rifiuti sarebbe stato smaltito illegalmente e abbandonato in cave, aree agricole o industriali, laghetti nei Comuni di Grazzanise, Cancello Arnone, Carinaro, Santa Maria La Fossa, Castel Volturno, Villa Literno. La fase istruttoria dell’inchiesta si è conclusa con la richiesta da parte della Procura di Santa Maria Capua Vetere di novantasette rinvii a giudizio per imprenditori, faccendieri e mediatori.

Le accuse sono di associazione a delinquere finalizzata a disastro ambientale e all’avvelenamento delle acque, realizzazione e gestione di discariche abusive. Nel 2003 è stata avanzata la prima richiesta di rinvio a giudizio a carico degli indagati: da allora tutto si è mosso lentamente, tra difetti di notifica e rimpallo di competenze (con annessi ricorsi) tra la procura ordinaria e quella antimafia. Nel mese di settembre 2011 il Gup ha emesso una sentenza di non luogo a procedere per intervenuta prescrizione dei reati ambientali contestati.

Puglia

Petrolchimico di Brindisi. Contestualmente all’avvio dell’inchiesta per i danni ambientali e sanitari prodotti dal petrolchimico di Porto Marghera, partiva anche l’inchiesta nei confronti di quello di Brindisi. Dal 1996 al 2008 i periti della procura si muovono tra studi di coorte, consulenze epidemiologiche, accertamenti medico-legali. Tre gli anni di camera di consiglio, per un numero imprecisato di udienze. Sessantotto i dirigenti di industria Enichem e vertici dello stabilimento di Brindisi indagati per strage, omicidio colposo plurimo, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, lesioni gravi e danni ambientali. Mai saliti sul banco degli imputati.

A differenza di quanto chiesto dalla pubblica accusa di Venezia, qui il pm chiede l’archiviazione per una difficoltà a risalire a responsabilità penali oggettive, sulla base di diatribe e contraddizioni scientifiche e un quadro probatorio troppo vasto e complesso. Seppure il danno cagionato dal petrolchimico brindisino è sotto gli occhi di tutti manca una fattispecie delittuosa chiara per una accusa sostenibile nel processo. Per questo tutto finisce archiviato. Almeno fino a luglio del 2014, quando la Procura di Brindisi apre un altro fascicolo a seguito della presentazione di alcuni esposti di associazioni ambientaliste. Sotto i riflettori, ancora una volta, il petrolchimico del gruppo Eni e i veleni sepolti nella discarica di Micorosa, realizzata oltre trent’anni fa.

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Calabria

Vibo Valentia, discarica San Calogero, processo Poison. Il 20 luglio del 2011 scatta l’operazione che porta a un arresto e alla denuncia di 14 persone. A vario titolo accusate di associazione a delinquere finalizzata al traffico e all’illecito smaltimento di rifiuti pericolosi, disastro ambientale con conseguente pericolo per l’incolumità pubblica, avvelenamento di acque e di sostanze alimentari, falsità ideologica commessa dal pubblico ufficiale, falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico, gestione non autorizzata dei rifiuti, evasione fiscale. Al centro dell’attenzione degli inquirenti lo smaltimento di oltre centotrentacinquemila tonnellate di rifiuti pericolosi composti da fanghi di derivazione industriale che sarebbero stati scaricati illegalmente accanto a coltivazioni di agrumi. Il processo ha visto la prima udienza fissata a ottobre 2014. La prescrizione è inevitabile.

Inchiesta Artemide. A seguito dell’interramento di circa trentamila tonnellate di rifiuti provenienti dalla Pertusola di Crotone in alcuni siti della Sibaritide, nel 1999 è iniziato il processo presso il Tribunale di Castrovillari nei confronti di 11 persone. Conclusosi nel marzo del 2008 senza colpevoli. Il Tribunale ha infatti assolto i tre principali imputati “perché il fatto non sussiste”, dichiarando il “non doversi procedere” nei confronti di altri otto indagati “per il reato di cui all’articolo 434, comma I del codice penale (disastro ambientale)” perché estinto per intervenuta prescrizione.

Crotone Pertusola sud. Il 25 settembre 2008 la procura della Repubblica di Crotone ha aperto un’inchiesta denominata Black Mountains, che ha portato al sequestro preventivo di 18 aree ubicate nei comuni di Crotone, Cutro e Isola Capo Rizzuto. Qui dal 1999 ad oggi sarebbero state realizzate vaste discariche non autorizzate di rifiuti pericolosi (circa trecentocinquantamila tonnellate) provenienti dalla lavorazione delle ferriti di zinco presso lo stabilimento dell’ex Pertusola Sud. Rifiuti che sarebbero stati utilizzati come materiale edile per la costruzione di scuole, palazzine popolari, centri commerciali, strade, le banchine del porto e la questura.

Per tali ragioni la Procura ha chiesto il processo per quarantacinque soggetti per disastro ambientale e l’avvelenamento delle acque. Nell’ottobre del 2012 il gup ha prosciolto tutti gli indagati, perché “il fatto non sussiste” per quanto concerne le ipotesi di disastro ambientale e avvelenamento delle acque, mentre per lo smaltimento illecito di rifiuti in discarica abusiva il reato si è estinto per intervenuta prescrizione. Contro la decisione del gup si è appellata la Procura. Nel giugno del 2013 la Cassazione ha dato ragione al gup, confermando il proscioglimento per i quarantacinque imputati. Respinto anche il ricorso della Procura che chiedeva di rinnovare la perizia sulle scorie.

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Sicilia

Inchiesta Mar Rosso. Il 10 settembre del 2001 il mare di Priolo diventò rosso a causa delle tonnellate di mercurio che ci finirono dentro. I finanzieri si accorsero subito che parte dei reflui prodotti dalle aziende del polo petrolchimico finivano direttamente nel bacino antistante. Le analisi provarono la contaminazione delle acque con una presenza di mercurio ventimila volte superiore al limite di legge. La procura di Siracusa mise sotto indagine trenta soggetti, arrestandone diciotto, tra cui diciassette dirigenti del petrolchimico e il responsabile della Provincia di Siracusa.

Durante il processo, la stima fatta dai consulenti della procura sulla quantità di mercurio smaltito in mare dal 1959 al 1980 era oltre 500 tonnellate. Una quantità talmente elevata che, secondo i tecnici, renderebbe addirittura irrilevante la quantità di mercurio scaricata nell’ultimo decennio, tanto che non è possibile contestare il reato di avvelenamento delle acque. E, per spiegare meglio il ragionamento, il pubblico ministero usa una metafora macabra: “Le condotte ascrivibili ai dipendenti Enichem nel decennio 1990-2000 sono paragonabili, sul piano della rilevanza penale, alla condotta di un soggetto che spara dolosamente su un uomo morto”.

Il vero omicidio, ovvero l’inizio dell’inquinamento, risale agli anni Sessanta-Ottanta e per questi anni non ci sono più responsabili, in quanto tutti i reati sono prescritti. Il pubblico ministero chiede quindi di archiviare l’inchiesta. Lo stesso vale per l’accusa di lesioni colpose ai danni delle famiglie residenti nella provincia di Siracusa.

Navi dei veleni: la storia della Rigel

La motonave Rigel, che più della Jolly Rosso rappresenta un inquietante mistero radioattivo che giace nel mare, era ben conosciuta dal Sismi. Esatto, dai servizi segreti italiani. L’apparato militare governativo mostra di conoscere bene alcuni i protagonisti della storia di questa nave. Non a caso, in una nota del 7 ottobre 1987, quindi di poco successiva all’affondamento della “bomba radioattiva” nei fondali calabresi, nominano e definiscono “noto” un certo Gennaro Fuiano, che ritengono coinvolto nel naufragio, oltre che uno dei principali ideatori della spedizione (assolto in appello).

Perché il Sismi seguiva la preparazione della nave, inviando tre note riguardanti in qualche modo la Rigel, il 21 luglio, il 10 agosto e il 15 settembre 1987? Tutte precedenti l’affondamento o la scomparsa dell’imbarcazione, che è datata 21 settembre. Le informative del Sismi indicano con precisione tutti i movimenti della nave: “La motonave ha sostato nel porto di Marina di Carrara dal 21 agosto al 2 settembre 1987 imbarcando la merce indicata nell’allegato manifesto di carico. Dal 2 al 9 settembre ha sostato in rada per avaria”.

Tutte informative molto precise, prima e dopo il naufragio: “Nella notte tra il 20 e il 21 settembre 1987 è stata affondata in prossimità di Capo Spartivento: Lat. 37° 58′ 7° N – Long. 16° 49′ 7° E”. Che coincidono con quelle registrate dai Lloyd’s di Londra. Il cargo battente bandiera maltese aveva una stazza di 3 mila 852 tonnellate e fu affondata 20 miglia a largo di Capo Spartivento. Almeno ufficialmente, visto che quando ci sono di mezzo i servizi segreti c’è poco da fidarsi… Era una carretta del mare molto voluminosa.

E’ colata a picco, con il suo carico definito “generico”, ma in realtà era (e resta, fino a prova contraria) una nave dei veleni, l’unica delle navi a perdere cercate dal capitano Natale De Grazia e, chissà, forse anche da Ilaria Alpi… Sembra quasi di vederla affondare, al largo di Capo Spartivento, in provincia di Reggio Calabria, la motonave Rigel, partita dalla Toscana e con destinazione Cipro. Affonda in circostanze misteriose e inusuali: nessuno lancia, durante le 10 ore che passano prima che la nave coli a picco, un may day per chiedere soccorso.

L’equipaggio viene recuperato casualmente da una nave jugoslava, la Krpan, che sbarca tutti a Tunisi. Una volta sbarcato a Tunisi, il comandante della Rigel dà delle coordinate false, in modo da non far ritrovare la nave e scompare insieme a tutto l’equipaggio. La scomparsa dell’equipaggio, unita all’inosservanza delle norme per la sopravvivenza e alle strane dinamiche dell’affondamento, che vorrebbero come causa principale una falla apertasi misteriosamente, sono gli elementi che fanno scattare da subito la possibilità di un affondamento doloso della nave. Esatto, doloso.

La storia della Rigel si scopre per caso

Perché dell’affondamento della Rigel si viene a sapere per puro caso. L’armatore greco Papanicolau chiede ai Lloyd’s il risarcimento dei danni. La nave era assicurata e, dopo il naufragio, il proprietario vuole passare all’incasso. Scrive a Londra, senza prevedere che le assicurazioni, prima di pagare, avrebbero condotto le loro indagini, acquisendo elementi quantomeno singolari. E scoprendo che l’affondamento era una truffa. Che era stato provocato per mettere le mani su qualche miliardo della compagnia. La storia della Rigel è emblematica.

Sembra la copia conforme dell’intera storia del traffico dei veleni. C’è del marcio. Ce n’è davvero tanto. A tutti i livelli. E purtroppo, tanta gente si è portata troppi segreti nella tomba. Tra le carte dell’inchiesta della Procura della Repubblica di La Spezia, si nota subito che dell’affondamento della Rigel non c’è traccia nei registri delle Autorità marittime locali e nazionali. Niente. Non una parola. Da nessuna parte. Se non ci fosse stata la denuncia di Papanicolau, di questa nave non sarebbe rimasta neanche l’ombra.

Il processo per truffa stabilisce che c’è qualcosa che non va sul carico denunciato a bordo della motonave Rigel. Secondo i registri, nella stiva della “nave fantasma” c’erano “macchine riutilizzate” e “polvere di marmo”. La realtà è più tragica di qualunque pessimistica previsione. Quel carico non era stato mai controllato dalla dogana, i funzionari dell’ufficio si erano fatti corrompere per 900 mila lire a container. E quella notte si videro diversi individui sospetti sorvegliare la nave, girare nelle vicinanze… A proposito, il processo.

I Lloyd’s, a cui viene chiesto un risarcimento per la nave affondata, sospettano una truffa, e danno il via alle indagini, che portano alla condanna di diversi di imputati per affondamento doloso. Tutto ha inizio nel 1995. La sentenza viene confermata in appello dal Tribunale di Genova il 10 novembre 1999 e resa definitiva in Cassazione il 10 maggio 2001. È ufficiale, la Rigel è stata affondata. Alcuni dei soggetti coinvolti nell’inchiesta di La Spezia, pur ammettendo di non sapere cosa in realtà trasportasse la nave, ammisero che il carico non era quello dichiarato e che era stata commessa una truffa ai danni dell’assicurazione.

C’è di certo che almeno 60 container erano stati riempiti di blocchi di cemento, costruiti in tre mesi. Qualcuno potrebbe rilevare che i blocchi servissero per far affondare prima la nave. Sbagliato. La Rigel era piena di mille e settecento tonnellate di polvere di marmo, sufficiente a far inabissare qualsiasi nave. La spiegazione del magistrato Francesco Neri è scritta nell’indagine che stava svolgendo a Reggio Calabria: “Appare ipotizzabile che la presenza a bordo dei blocchi fosse utile alla cementificazione di rifiuti radioattivi”. Cementificazione dei rifiuti radioattivi. Una volta la ‘ndrangheta cementava le persone scomode, col passare del tempo deve aver capito che poteva rendere ancora più proficua l’attività col cemento.

La nave dei veleni era a Marina di Carrara

Non solo. Il processo per “affondamento doloso” fa venire alla luce un altro curioso retroscena. La Rigel era pronta a salpare dal 2 settembre. Ma ciò nonostante non si muoveva da Marina di Carrara perché Papanicolau aspettava i soldi pattuiti con i caricatori. Un miliardo e mezzo di lire, come stabilito tramite l’avvocato genovese Teresa Gatto. Questo è scritto nella sentenza che lo condanna per truffa: “Una parte doveva essere versata entro due giorni dalla partenza della Rigel da Marina di Massa e l’altra metà prima del naufragio”.

Si è accertato che ci furono dei ritardi nei pagamenti e che la Rigel dopo la partenza si fermò per qualche tempo a Palermo, poi gironzolò davanti a Capo Spartivento per almeno una settimana prima di essere affondata. Aspettava, insomma, il segnale dell’avvenuto incasso. E, infatti, i soldi arrivano estero su estero la sera del 18 settembre 1987. E la nave colò a picco il 21. Nel 1995, anno in cui viene emessa la prima sentenza per affondamento doloso, Nuccio Barillà e Enrico Fontana di Legambiente Calabria denunciano un traffico di rifiuti tossici dal nord Europa verso alcune zone dell’Aspromonte.

L’allora sostituto procuratore di Reggio Calabria, Francesco Neri, apre un’inchiesta. Nello svolgimento dell’indagine sarà affiancato dal capitano di corvetta Natale De Grazia. Il capitano De Grazia accede al registro navale dei Lloyd’s e scopre che in tutto il mondo l’unica nave ad essere affondata il 21 settembre 1987 è la Rigel. Prima di partire per il suo ultimo viaggio De Grazia avrebbe telefonato all’allora sostituto procuratore della Procura della Repubblica di Matera, Nicola Maria Pace, che conduceva indagini parallele sul traffico di rifiuti radioattivi: “Quando torno deve venire a Reggio Calabria. La porto nel punto preciso in cui è affondata la Rigel”. Non è mai più tornato.

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Lost the ship. La nave è persa. Scomparsa nel nulla. Fagocitata dagli abissi del mare. E soprattutto, mai più recuperata. Ad un certo punto dell’indagine spunta il nome di Giorgio Comerio. Ma perché un trafficante di rifiuti radioattivi avrebbe a che fare con un mercantile affondato a Capo Spartivento? Comerio nel 1993 fondò la Oceanic disposal management, la Odm, una società registrata alle Isole Vergini Britanniche, con sede a Lugano, ma con diramazioni a Mosca e in Africa. La società si occupa dello smaltimento delle scorie nucleari.

Comerio propone agli Stati di mezzo mondo la sua idea: inabissare le scorie in acque dai fondali profondi e soffici le scorie, inserendole all’interno di grossi e pesanti penetratori, che, arrivando a pesare fino a 200 chili, in mare acquisterebbero una velocità tale da permettere la penetrazione nei fondali. Ufficialmente nessuno Stato accettò. Ma secondo Legambiente “Comerio e i suoi soci avrebbero gestito, dietro il paravento dei “penetratori”, un traffico internazionale di rifiuti radioattivi caricati su diverse “carrette” dei mari fatte poi affondare, dolosamente, nel Mediterraneo”.

Comerio e la Oceanic disposal management sono stati al centro delle indagini del nucleo investigativo del corpo forestale dello Stato nel 1995 sull’affondamento delle “navi a perdere” nel Mediterraneo. I contatti della Odm arrivavano fino ai Paesi dell’Est Europa. Secondo una nota desecretata del Sismi, nel febbraio del 1995, i titolari dell’azienda sarebbero stati “in procinto di andare a Mosca per sottoscrivere un contratto con i russi, i quali sono molto interessati all’eliminazione clandestina delle scorie radioattive. Il nome di Comerio emerge anche in relazione all’affondameto di navi considerate coinvolte in traffico di materiale bellico e radioattivo (l’inchiesta è stata archiviata).

Nel giugno del 1995, una perquisizione nella villa dell’ingegnere porta al sequestro di progetti e fotografie e in un’agenda, il 21 settembre 1987, viene ritrovato un appunto: “Lost the ship”. I procedimenti penali relativi al presunto smaltimento illecito di rifiuti radioattivi sono stati archiviati. L’imprenditore di Busto Arsizio è stato ascoltato nel 2015 dalla Commissione rifiuti della Camera dei Deputati. Si è difeso attaccando investigatori, magistrati e giornalisti. Vantando un passato ecologista. Tra i Verdi.