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Cosa sono gli integratori alimentari e quali sicurezze danno

Non sono medicinali e, in quanto tali, non possono esercitare un’azione farmacologica, immunologica o metabolica. Pertanto il loro uso non ha lo scopo di trattare o prevenire malattie nell’uomo o di modificarne le funzioni fisiologiche. Nell’UE gli integratori alimentari sono disciplinati come gli alimenti. Un corpus legislativo armonizzato disciplina le vitamine e i minerali nonché le sostanze utilizzate come loro fonti, che possono essere impiegate nella produzione di integratori alimentari.

Cosa sono gli integratori alimentari e quali sicurezze danno? Si tratta di fonti concentrate di nutrienti – minerali e vitamine – o di altre sostanze con effetto nutrizionale o fisiologico, commercializzati sotto forma di compresse, capsule, liquidi a dosi misurate e a volte in polvere come principio attivo. Negli integratori alimentari può essere contenuta un’ampia varietà di sostanze nutritive e di altri ingredienti, tra cui, ma non solo, vitamine, minerali, amminoacidi, acidi grassi essenziali, fibre e varie piante ed estratti di erbe. Gli integratori alimentari hanno lo scopo di correggere le carenze nutrizionali, mantenere un adeguato apporto di alcuni nutrienti o coadiuvare specifiche funzioni fisiologiche.

Non sono medicinali e, in quanto tali, non possono esercitare un’azione farmacologica, immunologica o metabolica. Pertanto il loro uso non ha lo scopo di trattare o prevenire malattie nell’uomo o di modificarne le funzioni fisiologiche. Nell’UE gli integratori alimentari sono disciplinati come gli alimenti. Un corpus legislativo armonizzato disciplina le vitamine e i minerali nonché le sostanze utilizzate come loro fonti, che possono essere impiegate nella produzione di integratori alimentari.

Per gli ingredienti diversi dalle vitamine e dai minerali, la Commissione europea ha stabilito norme armonizzate per proteggere i consumatori da potenziali rischi per la salute e gestisce un elenco di sostanze note per o sospettate di avere effetti nocivi sulla salute, e il cui uso è quindi sottoposto a limitazioni. Nel maggio 2018 il gruppo di esperti scientifici dell’EFSA sugli additivi alimentari e le fonti di nutrienti aggiunti agli alimenti (ANS) ha adottato una guida alla valutazione delle fonti di nutrienti e della biodisponibilità del nutriente dalle fonti.

Qual è il ruolo dell’EFSA con gli integratori alimentari

Tra il 2005 e il 2009 l’EFSA ha eseguito una valutazione esaustiva delle sostanze che possono essere utilizzate nell’UE come fonti di vitamine e minerali negli integratori alimentari. La valutazione ha incluso sia la valutazione della sicurezza di una fonte di nutrienti ai livelli di assunzione suggeriti dal richiedente, sia la biodisponibilità del nutriente dalla fonte, cioè l’efficacia con cui il minerale o la vitamina viene rilasciato nell’organismo.

Le aziende che desiderano commercializzare una sostanza non inclusa nell’elenco di quelle consentite devono presentare apposita domanda alla Commissione europea. Ai sensi della direttiva 2002/46/CE, l’EFSA predispone quindi un parere scientifico a corredo della valutazione della richiesta da parte della Commissione europea. Basandosi sul lavoro svolto dall’EFSA, la Commissione europa rivede e aggiorna l’elenco di sostanze vitaminiche o minerali ammesse che possono essere aggiunte agli integratori alimentari. Se per una sostanza destinata ad essere utilizzata negli integratori alimentari non sono note evidenze della sua sicurezza d’impiego nell’UE prima del 1997, l’EFSA è tenuta a fornire un parere scientifico sulla sua sicurezza in base ai dettami del regolamento (CE) n. 2015/2283 sui nuovi alimenti.

Inoltre il gruppo NDA dell’EFSA ha compiuto un’approfondita valutazione dei possibili effetti nocivi di singoli micronutrienti a dosi che superino il fabbisogno alimentare e, laddove possibile, ha individuato gli apporti massimi tollerabili (UL) per diverse fasce della popolazione. Gli UL rappresentano il livello massimo di assunzione giornaliera cronica di un nutriente che, in tutta probabilità, non comporta rischi di effetti nocivi sulla salute. Gli UL stabiliti dall’EFSA e dal disciolto Comitato scientifico dell’alimentazione umana (SCF) vengono usati come riferimento nelle valutazioni EFSA della sicurezza di sostanze nutritive aggiunte agli integratori alimentari.

Nel portare avanti il lavoro, l’EFSA fornisce assistenza alla Commissione europea per stabilire i limiti massimi di vitamine e minerali negli integratori alimentari e alimenti arricchiti. Per tutte le sostanze aggiunte agli alimenti, compresi gli integratori alimentari, che si ritiene abbiano un effetto sullo stato nutrizionale o di salute dei consumatori, l’EFSA effettua una valutazione in linea con il regolamento (CE) n. 1924/2006 sulle indicazioni nutrizionali e sulla salute.

Nelle circostanze descritte dall’art. 8 del regolamento 1925/2006, vale a dire “… se una sostanza diversa dalle vitamine o dai minerali … è aggiunta agli alimenti … in condizioni che comporterebbero l’ingestione di quantità di questa sostanza notevolmente superiore a quelle ragionevolmente prevedibili … in condizioni normali … e / o rappresenterebbe altrimenti un rischio potenziale per i consumatori … “, la Commissione europea può chiedere all’EFSA di valutare le informazioni disponibili a sostegno di una decisione sulla sicurezza della sostanza. Sulla base della valutazione dell’EFSA, la Commissione europea può decidere di includere la specifica sostanza in un elenco di sostanze il cui uso negli alimenti nell’UE è vietato, limitato o in corso di esame (cfr. Allegato III del regolamento (CE) n. 1925/2006).

Il quadro UE Secondo il regolamento (CE) n. 178/2002 della legislazione alimentare dell’UE, gli integratori alimentari sono considerati alimenti. La responsabilità di garantire la sicurezza di questi prodotti spetta all’operatore del settore alimentare che immette il prodotto sul mercato. La normativa UE di riferimento nel settore degli integratori alimentari è la direttiva 2002/46 /CE, che stabilisce elenchi armonizzati delle vitamine e sostanze minerali utilizzate nella fabbricazione degli integratori alimentari e i requisiti di etichettatura per tali prodotti. L’EFSA esprime pareri scientifici a convalida delle valutazioni di competenza della Commissione europea.

La direttiva stabilisce le regole applicabili solo all’uso di vitamine e minerali nella produzione di integratori alimentari. L’uso di sostanze diverse da vitamine o minerali nella produzione di integratori alimentari può essere disciplinato da norme nazionali o può essere soggetto ad altra legislazione specifica dell’UE. E’ questo il caso per:

  1. Sostanze prive di documentazione che ne attesti la sicurezza d’uso nell’UE prima del 1997, da valutare ai sensi del regolamento (CE) n. 2015/2283 sui nuovi prodotti alimentari.
  2. Fonti di vitamine, minerali e ulteriori sostanze proposte per l’uso nella fabbricazione di integratori alimentari che possono essere valutate anche ai sensi del regolamento (CE) n. 1925/2006 relativo alla fortificazione degli alimenti o del regolamento (CE) n. 609/2013 sugli alimenti destinati a gruppi specifici.
  3. Sostanze aggiunte agli integratori alimentari per svolgere determinate funzioni tecnologiche, ad esempio colorare, addolcire o conservare, che vengono valutate come additivi alimentari ai sensi del regolamento (CE) n . 1333/2008.

L’aggiunta di nutrienti o altre sostanze per fortificare un alimento non rientra nella definizione di integratore alimentare ed è disciplinata dal Regolamento (CE) 1925/2006. Infine, come per tutti gli altri prodotti alimentari, gli integratori alimentari possono contenere additivi (ad es. edulcoranti, coloranti, agenti di rivestimento). Nell’UE solo gli additivi alimentari specificamente autorizzati per l’uso in questa categoria di alimenti a norma del regolamento (CE) n. 1333/2008 possono essere aggiunti agli integratori alimentari.

Chi controlla e garantisce sulla sicurezza degli integratori alimentari nell’UE?

Poiché gli integratori alimentari sono considerati alimenti, è responsabilità del produttore, importatore, fornitore o distributore garantire che un integratore alimentare immesso sul mercato sia privo di rischi per il consumatore. Gli Stati membri possono chiedere, per finalità di monitoraggio, di essere notificati circa l’immissione di un integratore alimentare sul mercato del proprio territorio. Una volta che il prodotto è sul mercato, l’autorità competente dello Stato membro può sorvegliarne l’uso in quel territorio. Elenco delle autorità competenti negli Stati membri dell’UE

Quali sono i requisiti per l’etichettatura degli integratori alimentari sul mercato dell’UE?

La Direttiva 2002/46 /CE stabilisce i requisiti specifici di etichettatura per gli integratori alimentari. Tali requisiti comprendono:

  • i nomi delle categorie di sostanze nutritive o sostanze che caratterizzano il prodotto o un’indicazione della natura di tali sostanze o sostanze nutritive;
  • la porzione di prodotto consigliata per il consumo quotidiano;
  • l’avvertimento di non superare la dose quotidiana definita come raccomandabile;
  • la raccomandazione di non usare gli integratori alimentari come sostituti di una dieta varia;
  • la raccomandazione di tenere i prodotti fuori dalla portata dei bambini.

Inoltre le indicazioni sulla salute apposte sui prodotti alimentari non devono attribuire agli integratori alcuna proprietà di prevenire, curare o guarire una malattia nell’uomo, né fare riferimento a tali proprietà.

Sostanze vietate o soggette a restrizioni negli integratori alimentari?

La Commissione europea, di propria iniziativa o sulla base delle informazioni fornite dagli Stati membri, e a seguito di una valutazione dell’EFSA, può decidere di includere una determinata sostanza in un elenco di sostanze il cui uso negli alimenti è vietato, limitato o in corso di esame. Ciò può verificarsi quando l’aggiunta di una sostanza nei prodotti alimentari fa aumentare l’esposizione del consumatore a livelli notevolmente superiori a quelli di un normale consumo e/o rappresenta un potenziale rischio per i consumatori. Questa procedura è definita nell’art. 8 del regolamento (CE) n. 1925/2006 e le sostanze il cui uso negli alimenti è vietato, limitato o sottoposto a controllo sono elencate nel suo allegato III.

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Vitamina D: come assumerla con le nuove linee guida

Negli ultimi anni, il consumo di vitamina D in Italia è notevolmente aumentato. La spesa è cresciuta dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 208 milioni nel 2016. Nel 2016, il colecalciferolo, che rappresentava l’88% dell’utilizzo di vitamina D, era al 6° posto tra i principi attivi a maggiore spesa, mentre era al 63° posto nel 2012 (5). Lo scopo di questo lavoro è confrontare le raccomandazioni di diverse linee guida relativamente ai livelli sierici ottimali di vitamina D e alle indicazioni per la supplementazione.

La vitamina D: cos’è? Come assumerla? Cosa dicono le nuove linee guida? Si tratta un pro-ormone che interviene sul metabolismo del calcio a livello ematico e osseo (in questo altro articolo se ne parla come integratore). Livelli insufficienti contribuiscono all’insorgenza di osteoporosi attraverso un ridotto assorbimento di calcio, iperparatiroidismo secondario e un bilancio del metabolismo osseo a favore del riassorbimento. Diverse istituzioni scientifiche, in Italia e all’estero, propongono livelli di vitamina D differenti per la condizione di carenza e/o insufficienza.

Data l’importanza crescente della patologia osteoporotica, la supplementazione routinaria con vitamina D a livello di popolazione, se efficace, rappresenterebbe un approccio più efficiente alla prevenzione delle fratture, rispetto all’esecuzione preventiva di analisi di laboratorio, tecniche di imaging, e valutazioni alimentari. Tuttavia, resta da chiarire il rapporto rischio-beneficio di tale scelta (2); si accumulano evidenze sulla correlazione tra terapia con vitamina D e calcolosi renale (2, 3), mentre non è chiara l’efficacia della somministrazione nella prevenzione primaria dell’osteoporosi, delle fratture patologiche e delle cadute (2, 4).

Negli ultimi anni, il consumo di vitamina D in Italia è notevolmente aumentato. La spesa è cresciuta dai 24 milioni di euro del 2006 a oltre 208 milioni nel 2016. Nel 2016, il colecalciferolo, che rappresentava l’88% dell’utilizzo di vitamina D, era al 6° posto tra i principi attivi a maggiore spesa, mentre era al 63° posto nel 2012 (5). Lo scopo di questo lavoro è confrontare le raccomandazioni di diverse linee guida relativamente ai livelli sierici ottimali di vitamina D e alle indicazioni per la supplementazione.

Materiali e metodi per la ricerca

È stata effettuata una revisione delle linee guida e delle raccomandazioni a livello nazionale e internazionale, per valutare l’appropriatezza dell’aumento del consumo di vitamina D nella popolazione italiana rispetto alle evidenze disponibili. Nella selezione delle istituzioni che hanno fornito raccomandazioni ci siamo concentrati sulle tre (National Academy of Medicine – NAM, Scientific Advisory Committee on Nutrition – SACN e US Preventive Services Task Force – USPSTF) che hanno condotto le principali revisioni della letteratura sull’argomento, insieme alla principale società scientifica che in Italia fornisce raccomandazioni in questo ambito (Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro – SIOMMMS).

Sono, inoltre, state incluse le due società scientifiche più frequentemente citate nel documento della USPSTF (Endocrine Society – ES, American Geriatric Society – AGS) (2). Per ogni documento di interesse ritrovato sono state raccolte informazioni sull’interpretazione dei livelli sierici di vitamina D, sulle dosi consigliate per la prevenzione dell’osteoporosi in base al riscontro dei livelli sierici osservati, sulla dose giornaliera raccomandata (DGR). Le evidenze presentate dagli studi a sostegno e contro le raccomandazioni sono state analizzate e discusse (Appendice).

Risultati ottenuti con la vitamina D

Le società scientifiche SIOMMMS, ES e AGS definiscono ottimali i livelli sierici di vitamina D ≥30ng/mL, ritenendo valori inferiori condizioni di carenza/insufficienza (Tabella 1). Suggeriscono, inoltre, l’assunzione a scopo preventivo di vitamina D in alcune fasce di popolazione, anziani e donne in post-menopausa, indipendentemente dalle condizioni cliniche e dalla conoscenza dei livelli sierici. Nel caso di carenza, raccomandano una dose terapeutica “di attacco” di 400.000- 600.000 unità internazionali (UI) da somministrare nell’arco di 8 settimane, seguita da una dose di mantenimento tra le 1.000 e le 4.000 UI giornaliere (Tabella 2).

Al contrario, la soglia indicata dalla statunitense NAM e dalla britannica National Osteoporosis Society (NOS) per definire la sicura carenza è stata posta al di sotto dei 10ng/mL, mentre al di sotto dei 20ng/mL si identifica un “rischio di inadeguatezza”. La diversità di vedute si riflette sulle dosi consigliate per la supplementazione di vitamina D: la NOS fa riferimento a una dose di mantenimento, e solo nei casi in cui sia riscontrata una carenza, mentre NAM e SACN propongono solo delle DGR, comunque mai superiori a 800 UI. Infine, riguardo i limiti di tollerabilità nell’adulto, mentre la NAM impone come limite di sicurezza le 4.000 UI/die, altre società scientifiche, tra cui la SIOMMMS e l’ES, propongono limiti di sicurezza più elevati, fino al 10.000 UI/die.

Discussione sulle nuove linee guida

La NAM riporta che, in studi passati, 11ng/mL e 12ng/mL erano ritenuti valori sufficienti rispettivamente nelle fasce di età 0-18 e 19-50 anni: dagli studi osservazionali si riscontrava infatti un’associazione tra rachitismo e livelli di vitamina D <10ng/mL, e tra osteomalacia e valori <6ng/mL. Nella letteratura recente, invece, si presuppone un’insufficienza per valori inferiori a 20ng/mL e fino a 50ng/mL. In base a questi limiti, un’ampia parte della popolazione avrebbe livelli insufficienti. La definizione di insufficienza sembra derivare da indicatori indiretti (livelli di paratormone circolante, assorbimento intestinale, ecc.) piuttosto che da studi epidemiologici. Non c’è però sufficiente evidenza per tali definizioni: i livelli ematici di vitamina D spesso non sono significativamente associati al rischio di cadute, alla performance fisica né al rischio di fratture, e manca un’evidenza scientifica solida per l’imposizione di soglie oltre i 12ng/mL per la definizione di carenza (6).

I dietary reference intake (DRI), stabiliti dalla NAM, erano già una soglia di “sicurezza”, rispetto a una stima della distribuzione mediana del fabbisogno più bassa (400 UI fino a 70 anni, 600 UI oltre). Allo stesso modo, la concentrazione sierica di 20ng/mL era da intendere, al pari della DGR, come un valore stabilito per garantire la sufficienza nel 97,5% della popolazione, laddove le soglie di fabbisogno mediano e di carenza erano invece da considerare rispettivamente 16ng/mL e 11ng/ mL.

La soglia di 20ng/mL, intesa come concentrazione minima per scongiurare il danno da carenza di vitamina D nel singolo paziente, nasce dunque da un’interpretazione erronea di tali valori. Pertanto, la somministrazione di vitamina D a livello di popolazione, tramite supplementi o alimenti fortificati, allo scopo di raggiungere nel 97,5% dei soggetti un valore superiore a 20ng/mL, potrebbe portare al superamento del livello massimo di tollerabilità stabilito dalla NAM stessa, e stimato pari a 50ng/mL (6). Imporre come soglia di sicurezza i 30ng/mL per garantire una normale omeostasi minerale e scheletrica vorrebbe dire considerare come sufficienti valori quasi doppi di quelli mediani e amplificherebbe quanto già detto riguardo a una soglia di 20ng/mL. In due studi epidemiologici condotti in Italia (uno su una popolazione di adolescenti, uno su una popolazione di donne in gravidanza) si è evidenziato come quasi il 90% del campione presentasse livelli inferiori a 30ng/ mL, presentando allo stesso tempo buone condizioni cliniche (7, 8).

La NAM nel 2011 aveva stabilito come DGR per la vitamina D 600 UI/die nell’adulto e 800 UI/die nell’anziano. Negli anni successivi, alcuni studi hanno evidenziato come la supplementazione con 600-800 UI di colecalciferolo non sia sufficiente a raggiungere i 20ng/mL (6), e ancor meno i 30ng/mL (1). Allo stesso tempo, la supplementazione con 400 UI nelle donne in post-menopausa (2), come quella con meno di 800 UI nell’anziano (4), non sembrerebbero efficaci nella prevenzione primaria delle fratture. Riguardo la possibilità, sempre per la prevenzione primaria, di una terapia a dosaggi più alti, la USPSTF si limita a dire che le evidenze sono insufficienti a esprimere un parere.

Le evidenze disponibili mostrerebbero comunque una scarsa o nulla efficacia sia nei confronti degli outcome clinici (fratture totali, fratture vertebrali, ecc.), sia di indicatori indiretti di efficacia, come densità ossea e assorbimento di calcio) (1, 2, 4). Inoltre, dosaggi bassi sono correlati con la comparsa di effetti avversi, come la calcolosi renale o l’ipercalcemia (2). Tuttavia, sebbene riviste al ribasso (nel 2011, ad esempio, la SIOMMMS proponeva fino a 1.000.000 di UI come dose terapeutica “di attacco” nei casi di carenza), le dosi consigliate da alcune società scientifiche restano sensibilmente più elevate rispetto a quanto proposto da altre istituzioni.

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Conclusioni sulla vitamina D

Si stima che circa il 90% del fabbisogno di vitamina D si ottenga per sintesi a livello cutaneo grazie all’esposizione solare. Nell’impossibilità di consigliare una “dose” di esposizione solare sicura e al tempo stesso sufficiente a coprire il fabbisogno annuale, dato l’enorme numero di variabili in gioco (orario di esposizione, colore della pelle, superficie esposta, creme solari, stagione, ecc.), i principali organismi, tra cui NAM e SACN, hanno elaborato il fabbisogno di vitamina D in condizioni di esposizione solare minima. Nella vita reale, la maggior parte della popolazione si espone al sole per periodi adeguati a garantire livelli sierici sufficienti. Brevi sessioni estive di esposizione (~15 minuti 3 volte a settimana), anche delle sole aree del corpo solitamente scoperte (braccia, testa, collo), sarebbero sufficienti ad assicurare livelli sierici ≥20ng/mL in Paesi alle latitudini del Regno Unito (9).

Laddove i livelli di vitamina D circolante configurino una reale carenza, in pazienti con osteoporosi documentata o con pregresse fratture patologiche e in particolari gruppi a rischio, come gli anziani istituzionalizzati, dovrebbe permanere l’indicazione per la somministrazione del pro-ormone. Invece, l’introduzione di uno screening universale per stabilire i livelli di vitamina D circolante potrebbe portare al sovra-trattamento della popolazione sana, e non è quindi raccomandato. L’innalzamento dei valori sierici ottimali di vitamina D appare ingiustificato e potrebbe esporre senza beneficio una parte rilevante della popolazione alla supplementazione di vitamina D, con potenziali rischi individuali e aumento della spesa associati.

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Lattoferrina: integratore che sconfigge il Covid-19

Le proprietà antimicrobiche della lattoferrina sono principalmente dovute alla capacità di legare il ferro, sottraendolo al metabolismo di quelle specie batteriche – come l’Escherichia coli – che dipendono da esso per la propria moltiplicazione e adesione alla mucosa intestinale (effetto batteriostatico); ha inoltre un’azione antibatterica diretta (battericida), grazie alla capacità di ledere gli strati più esterni della membrana cellulare (LPS) di alcune specie batteriche GRAM negative.

Lattoferrina, l’integratore in grado di sconfiggere il Covid-19. È la scoperta del momento, che viene alla luce grazie ad uno studio condotto dai ricercatori dell’Università di Tor Vergata, tra cui la dermatologa Elena Campione che, in un’intervista a La Repubblica, ne ha spiegato il funzionamento. Una scoperta che in un momento come questo pare una coincidenza. Ma forse non lo è. “Era marzo, all’inizio del lockdown quando abbiamo cominciato a ragionare sul perché ci fosse questa enorme differenza di esposizione al virus che esiste tra gli anziani e i bambini”, ha raccontato la ricercatrice, che porta sulle spalle diversi riconoscimenti internazionali e una serie di lavori pubblicati sulle riviste scientifiche.

Partendo dai bambini è iniziata la ricerca: “Tutti noi veniamo al mondo con una immunità innata. Prima di compiere il terzo mese, i bambini non ricevono altra protezione che il latte della mamma. E proprio la lattoferrina è una proteina contenuta anche all’interno del latte materno”. La sperimentazione è partita da circa 100 positivi, con sintomi lievi o asintomatici, “che sono stati curati solo con lattoferrina. È stata l’equipe stessa di ricercatori ad andare casa per casa per somministrare la proteina”.

Così, hanno scoperto che la lattoferrina può avere effetti benefici e contribuire alla lotta contro il Covid-19. “Sappiamo che il virus Sars-Cov-2 si alimenta del ferro presente nell’organismo umano- spiega Elena Campione- La lattoferrina riduce il ferro e quindi mette il virus in una posizione di svantaggio”. In poche parole, questa proteina lascia il virus senza il suo nutrimento.

Non solo, perché provoca due effetti: “Il primo in chiave di prevenzione, rendendoci molto più forti e quindi meno vulnerabili al contagio; il secondo in chiave di cura, perché abbiamo dimostrato che rispetto ai tempi medi di guarigione che arrivano anche a 30, 32 giorni, i pazienti ai quali viene somministrata anche la lattoferrina si negativizzano dopo 12 giorni”. Una precisazione, però, è necessaria: “Usciremo da questo incubo solo con il vaccino e il vaccino è la strada maestra per sconfiggere il Covid-19”.

Come precisa Repubblica, lo studio è stato pubblicato sull’International Journal of Molecular Sciences, ma si tratta solo di “una prima parte della nostra ricerca”. In arrivo, promette Campione, c’è molto di più: “Stiamo mettendo a punto la seconda parte del lavoro che è in procinto di essere pubblicata con nuovi e importanti risultati”.

Cos’è la lattoferrina e a cosa serve?

La lattoferrina (o lattotransferrina) è una glicoproteina ad azione antimicrobica e ferro-trasportatrice. Nota ormai da tempo (scoperta da Sorensen e Sorensen nel latte vaccino nel 1939), è stata recentemente rivalutata per le sue proprietà antiossidanti, immunomodulatrici ed antinfettive.

Tipica del latte, come il nome stesso fa intuire, la lattoferrina è presente anche in varie secrezioni mucose, come lacrime e saliva. Più abbondante nel colostro rispetto al latte di transizione e di mantenimento, la lattoferrina è inoltre tipica dei granulociti neutrofili, cellule immunitarie con funzioni di difesa da infezioni batteriche e fungine.

Le proprietà antimicrobiche della lattoferrina sono principalmente dovute alla capacità di legare il ferro, sottraendolo al metabolismo di quelle specie batteriche – come l’Escherichia coli – che dipendono da esso per la propria moltiplicazione e adesione alla mucosa intestinale (effetto batteriostatico); ha inoltre un’azione antibatterica diretta (battericida), grazie alla capacità di ledere gli strati più esterni della membrana cellulare (LPS) di alcune specie batteriche GRAM negative.

Non è quindi un caso che la lattoferrina venga sfruttata anche dall’industria alimentare per trattare le carcasse di manzo e proteggerle dalla contaminazione batterica di superficie. Similmente, non è casuale nemmeno il fatto che la lattoferrina si concentri a livello di molte mucose, che per definizione sono quegli strati di cellule che tappezzano la superficie interna delle cavità e dei canali dell’organismo comunicanti con l’esterno, e come tali esposti agli attacchi dei patogeni.

L’effetto antivirale della lattoferrina è relazionato alla sua capacità di legarsi ai glicosamminoglicani della membrana plasmatica, prevenendo l’ingresso del virus e bloccando l’infezione sul nascere; tale meccanismo è apparso efficace contro l’Herpes Simplex, i citomegalovirus, e l’HIV. Esistono anche evidenze circa un possibile ruolo della lattoferrina come agente antitumorale, dimostrato in numerose occasioni su tumori chimicamente indotti in ratti da laboratorio.

La capacità della lattoferrina di legare lo ione ferrico (Fe3+) è due volte superiore alla transferrina, la principale proteina plasmatica deputata al trasporto del ferro nel torrente circolatorio (entrambe fanno parte della stessa famiglia di proteine – dette transferrine – capaci di legare e trasferire ioni Fe3+). Ogni molecola di lattoferrina può legare a sé due ioni ferrici ed in base a tale saturazione può esistere in tre forme distinte: apolattoferrina (priva di ferro), lattoferrina monoferrica (legata ad un solo ione ferrico) e ololattoferrina (che lega a sé due ioni ferrici). L’attività della proteina viene mantenuta anche in ambienti acidi ed in presenza degli enzimi proteolitici, inclusi quelli secreti dai microorganismi.

Come usare questa proteina anti Covid 19

la lattoferrina sia dotata di interessanti proprietà antinfettive, immunomodulatorie e promotrici di una corretta ecologia intestinale. Durante le terapie antibiotiche, la lattoferrina può da un lato aumentare la suscettibilità dei batteri alla terapie farmacologiche e dall’altro, in sinergia con i probiotici, promuovere la crescita di ceppi batterici intestinali benefici (Lactobacillus o Bifidobacterium) che dipendono meno dalla disponibilità di ferro. Ovviamente una simile strategia terapeutica può essere adottata solo ed esclusivamente previo specifico consiglio medico. Negli integratori la lattoferrina è generalmente presente insieme a sostanze dotate di azione sinergica, come ceppi probiotici e FOS.

La lattoferrina è impiegata principalmente in ambito integrativo e clinico come rimedio antimicrobico, immunomodulatore, antiossidante e antinfiammatorio. La capacità di resistere all’azione proteolitica dello stomaco, permetterebbe alla lattoferrina di raggiungere inalterata l’ambiente intestinale, potendo così espletare la propria attività biologica in sede. Secondo ulteriori lavori di farmacocinetica, tuttavia ancora da confermare, la lattoferrina potrebbe essere assorbita tal quale dagli enterociti, estendendo pertanto le sue funzioni anche a livello sistemico.

Nonostante gran parte degli studi sull’efficacia biologica della lattoferrina si riferisca per lo più a modelli sperimentali, i presupposti molecolari per la propria attività biologica sembrerebbero essere fondati. Diversi studi avrebbero dimostrato l’utilità antibatterica della lattoferrina nei confronti di patogeni come E.Coli, Proteus Mirabilis, Staphylococcus aureus, Candida albicans e altri.

Questa attività sembrerebbe legata in parte alla capacità della lattoferrina di inibire l’adesione batterica alla mucosa intestinale, e in parte alla capacità di legare saldamente il ferro, rendendolo indisponibile al microrganismo patogeno. Questo impedirebbe la crescita e la proliferazione del microrganismo.

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Coronavirus canino: come comportarsi e a cosa fare attenzione

Recentemente è stato reso noto un caso in cui questi virus sono stati trovati anche sul naso e sulla bocca di un cane sano di Hong Kong. Tuttavia, gli esperti ritengono che i virus della famiglia del coronavirus siano arrivati al cane attraverso lo stretto contatto fisico dello stesso con il suo proprietario infetto. Pertanto, secondo quelle che sono le attuali risultanze ottenute dai ricercatori, viene esclusa una vera infezione nel cane, il quale al momento si trova in quarantena. Nel caso in cui ci si trovi in quarantena, è consigliabile chiedere supporto ad una persona vicina per prendersi cura dei propri animali domestici durante le passeggiate giornaliere. Tuttavia, non sono ancora state prescritte misure di quarantena per il coronavirus nei cani di proprietari malati.

Il coronavirus canino (CCoV) è diffuso in tutto il mondo e colpisce in particolare i cani dei canili e i cuccioli. Questo ceppo virale non ha nulla che fare con il Covid-19 e non nuoce alla salute dell’uomo. Rispetto al coronavirus umano, che causa problemi respiratori, il coronavirus canino comporta principalmente disturbi gastrointestinali. Sebbene un’infezione da coronavirus canino sia spesso lieve, nei cani, nel caso di animali immunodepressi possono verificarsi decorsi molto severi con forme acute di diarrea e anche decessi.

La malattia chiamata Covid-19 è causata nell’uomo dal nuovo coronavirus SARS-CoV-2, che ha la sua origine in Cina e che, meglio ripeterlo, non ha nulla a che fare con i nostri animali domestici. In quanto Istituto federale di ricerca per la salute degli animali, l’Istituto Friedrich Loffler (FLI) tedesco monitora l’attuale situazione epidemica e rende pubblici i più recenti risultati scientifici. Finora, i ricercatori sospettavano che il coronavirus fosse stato originariamente trasmesso all’uomo da pipistrelli, pangoline o serpenti.

Recentemente è stato reso noto un caso in cui questi virus sono stati trovati anche sul naso e sulla bocca di un cane sano di Hong Kong. Tuttavia, gli esperti ritengono che i virus della famiglia del coronavirus siano arrivati al cane attraverso lo stretto contatto fisico dello stesso con il suo proprietario infetto.

Pertanto, secondo quelle che sono le attuali risultanze ottenute dai ricercatori, viene esclusa una vera infezione nel cane, il quale al momento si trova in quarantena. Nel caso in cui ci si trovi in quarantena, è consigliabile chiedere supporto ad una persona vicina per prendersi cura dei propri animali domestici durante le passeggiate giornaliere. Tuttavia, non sono ancora state prescritte misure di quarantena per il coronavirus nei cani di proprietari malati.

Quindi, anche se secondo il Friedrich Loffler Institute non ci sono prove che i cani possano sviluppare il Covid-19, vi sono altri coronavirus che giocano comunque un ruolo importante nella salute del cane.

Importante è però chiarire che il Covid-19 non è considerato pericoloso nemmeno per i cani e altri animali come maiali o polli, sebbene un test su un cane di Hong Kong abbia dato esito positivo, dopo un esame del naso e della bocca dell’animale.

Tuttavia, siccome per parlare di vera infezione i coronavirus devono essere rilevati all’interno del corpo, si presume che in questo caso si tratti di una contaminazione superficiale dovuta allo stretto contatto fisico tra il cane e persone infette. Tuttavia, nel gestire il rapporto con gli animali domestici, si consiglia di osservare attentamente le necessarie misure di igiene.

Probabilmente quindi il Covid-19 non rappresenta un pericolo per i gatti, a differenza del noto coronavirus felino (FCoV) che può invece dimostrarsi molto pericoloso, per i nostri amici gatti. Il seguente articolo spiega più nel dettaglio quali virus appartengano alla famiglia dei coronavirus del gatto, quali sintomi si verificano e come si può proteggere i nostri gatti da queste infezioni.

Trasmissione, caratteristiche e decorso della malattia

I virus del gruppo coronavirus sono presenti in un gran numero di mammiferi, tale per cui accanto a cani, gatti (FCoV e FIP)), maiali e bovini, anche gli esseri umani possono venire contagiati. Per quanto riguarda i cani, tuttavia, non è detto che l‘infezione in sé conduca sistematicamente alla malattia e ai relativi sintomi. I cani adulti con un sistema immunitario forte spesso sono asintomatici, ma possono comunque infettare, direttamente o indirettamente, i cani con un sistema immunitario debole, come ad esempio i cuccioli.

Le particelle virali del coronavirus canino (CCoV) vengono assorbite attraverso la bocca o il naso del cane, e da lì, attraverso l’esofago, raggiungono il tratto gastrointestinale. Le possibili fonti di infezione possono essere l’acqua potabile, se contaminata da feci, oggetti contaminati (ad es. giochi per cani) e il contatto diretto con le feci di altri cani infetti. Le particelle del virus si moltiplicano nella mucosa dello stomaco e nell’intestino – tenue e crasso.

A seguito di eventi infiammatori, le particelle virali possono portare a danni ingenti. Il risultato è una ridotta capacità di assorbimento di acqua e sostanze nutritive provenienti dagli alimenti, il che può risultare pericoloso per la vita stessa del cane, specie nei cuccioli con scorte energetiche relativamente ridotte. L’espulsione delle particelle di virus appena formate attraverso le feci può richiedere fino a due settimane, dopo la comparsa dei sintomi, motivo per cui devono essere osservate misure igieniche severe soprattutto durante questo periodo.

Quali sono sintomi i sintomi del coronavirus canino

I cani reagiscono in modo diverso ad un’infezione da coronavirus canino a seconda delle condizioni del loro sistema immunitario. Ad esempio, i cuccioli o i cani malati (ad es. affetti da parvovirosi) mostrano un decorso più grave rispetto ai cani adulti con un sistema immunitario più forte. Nei cani affetti da coronavirus canino, possono verificarsi i seguenti sintomi connessi con i disturbi gastrointestinali.

Sintomi generici come stanchezza, debolezza e inappetenza, talvolta febbre. Spesso diarrea acquosa con presenza di sangue o muco nelle feci, così come vomito. Forte perdita di liquidi (disidratazione) e fluttuazioni del bilancio idroelettrolitico, i quali possono causare problemi circolatori e aritmie cardiache. Nei cani con pregresso deficit del sistema immunitario, il coronavirus può avere esiti fatali

Sfortunatamente, se un cane ha già sviluppato l’infezione da coronavirus canino, non si può escludere che contragga un’altra malattia.

Come si arriva alla diagnosi di coronavirus canino

Sono svariate le patologie che hanno tra i sintomi i disturbi gastrointestinali nei cani. Per questo, nel contesto dell’osservazione da parte del proprietario (anamnesi) e dell’esame clinico generale, sono da prendere in considerazione e da sottoporre a valutazione da parte del medico veterinario il restante quadro di salute dell’animale (esame della mucosa, livello di idratazione, frequenza cardiaca e respiratoria e temperatura corporea) nonché lo stato delle vaccinazioni, il comportamento dell’animale rispetto al solito così come l’alimentazione ed elementi quali, ad esempio, la profilassi contro i vermi.

Qualora la perdita di liquidi e di elettroliti influisse in modo determinante sulla circolazione del cane tale da far risultare impensabile il ricorso ad un ulteriore esame, occorre per prima cosa stabilizzare la circolazione mediante terapia con fluidi ed elettroliti. Solo successivamente, tramite esame ematico o fecale, è possibile confermare un’infezione del coronavirus canino:

Il gold standard è il rilevamento diagnostico dei virus più accurato, che avviene utilizzando un microscopio elettronico o PRC (reazione a catena della polimerasi in real time)

Raramente viene effettuata una rilevazione indiretta del virus, ossia si misura la concentrazione di anticorpi (proteine protettive del sistema immunitario) che si formano nel sangue. Accanto a questi test, si raccomanda un esame delle feci a livello parassitologico.

Sintomi da non sottovalutare e cure disponibili

La diarrea è un sintomo da non sottovalutare, soprattutto nel caso dei cuccioli: a causa delle loro scarse riserve energetiche, infatti, i cani molto giovani finiscono rapidamente in situazioni potenzialmente letali. La terapia si concentra quindi su misure di supporto che riducano la diarrea e stabilizzino l’animale a livello circolatorio.

Terapia liquida ed elettrolitica mediante infusione endovenosa o bolo sottocutaneo. Digiuno (da non protrarsi per più di due giorni). Evitare le infezioni batteriche secondarie, ricorrendo agli antibiotici. Contrastare l’infezione virale con antivirali. Se la temperatura corporea del cane scendo troppo, è possibile riscaldare l’animale utilizzando tappeti riscaldanti o coperte elettriche (evitando il surriscaldamento eccessivo).

Dopo la terapia, il cane dovrebbe essere nutrito per diversi giorni con alimenti leggeri come, ad esempio, il riso bollito non trattato e il pollo bollito. Evitare le situazioni di stress

Qual è la prognosi e come si può evitare l’infezione?

La prognosi di una patologia dovuta ad un’infezione da coronavirus canino dipende fortemente dallo stato immunitario dell’animale. I cuccioli e i cani che soffrono già di parvovirosi o cimurro, ad esempio, hanno minori possibilità di guarigione rispetto ai cani con un buon sistema immunitario. La diagnosi precoce e un’efficace terapia sono importanti per ridurre al minimo il rischio di disidratazione e perdita di elettroliti.

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Come si può evitare l’infezione da coronavirus canino

È possibile proteggere i cani dall’infezione da coronavirus canino (CCoV) ricorrendo alla vaccinazione. Tuttavia, non tutti i medici veterinari sono d’accordo sul tema, in quanto l’efficacia di questo vaccino è ancora controversa, tra gli specialisti. Resta il fatto che sia fondamentale vaccinare i cani contro le malattie infettive come il parvovirus, il cimurro e la leptospirosi, secondo le raccomandazioni della stessa World Small Animal Veterinary Association, il cui protocollo sanitario viene ormai rispettato in gran parte del mondo.

Lo scopo di queste vaccinazioni è, da un lato, la profilassi dell’infezione centrata sul rispettivo patogeno, e dall’altro evitare la successiva immunosoppressione. I cani vaccinati sono quindi indirettamente protetti contro un decorso severo della malattia del coronavirus canino. Oltre a ciò, per evitare di contrarre malattie infettive, è sempre bene attenersi scrupolosamente ad alcune raccomandazioni, in fatto di misure igieniche.

Pulire e, se necessario, disinfettare i luoghi dove vi è presenza di cibo o di feci, nonché i giochi per cani e in generale tutte le superfici con disinfettanti specifici contro i virus. Cambiare regolarmente l’acqua potabile messa a disposizione dell’animale. Mettere in quarantena i cani infetti per almeno due settimane. Raccolta e smaltimento tramite sacchetto chiuso delle feci del cane.

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Il cioccolato contro il colesterolo: vero o falso?

Questo piacevole alimento non possiede alcuna controindicazione per chi gode di buona salute. E’ ideale per chi soffre di pressione bassa grazie alla presenza di potassio. Utile per i soggetti anemici grazie alla buona percentuale di ferro. E’ addirittura consigliato a coloro che svolgono un’intensa attività fisica. Il cioccolato può essere mangiato normalmente dai bambini, in quanto è un alimento che non provoca problemi di digestione o appesantimento e può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. Non prima dei 2-3 anni e sempre senza esagerare.

Se cercate una scusa per poter mangiare cioccolato senza troppi sensi di colpa, ebbene, sappiate che questo alimento gustoso è in grado di tenere sotto controllo il colesterolo cattivo e aumentare quello buono. Nello specifico, alcuni studi hanno dimostrato che il cioccolato fondente contiene alcuni composti, come i polifenoli e la teobromina, che possono abbassare i livelli di colesterolo LDL (quello cattivo) nel corpo e aumentare i livelli di colesterolo HDL (quello considerato buono).

Nello specifico, uno studio pubblicato sul Journal of Nutrition suggerisce che il consumo di cioccolato potrebbe aiutare a ridurre i livelli di colesterolo a bassa densità di lipoproteine ​​(LDL), ovvero quello cattivo. I ricercatori hanno cercato di capire se le barrette di cioccolato contenenti steroli vegetali (PS) e cacao flavanoli (CF) avessero qualche effetto sui livelli di colesterolo. Gli autori hanno concluso: “Il consumo regolare di barrette di cioccolato contenenti PS e CF, come parte di una dieta a basso contenuto di grassi, può supportare la salute cardiovascolare abbassando il colesterolo e migliorando la pressione sanguigna”.

Non solo colesterolo, il cioccolato fondente è un toccasana anche contro la pressione alta, altro fattore di rischio per molte malattie cardiovascolari. Merito del contenuto di magnesio, minerale di cui il cioccolato fondente ne è particolarmente ricco e presente anche in altri alimenti come avocado e banane. I ricercatori dell’Università dell’Hertfordshire, nel Regno Unito, hanno monitorato 25 persone con ipertensione e 21 persone con la pressione nella norma. I partecipanti allo studio hanno tenuto dei diari alimentari in cui segnare la quantità di magnesio assunta quotidianamente. Dai risultati dello studio è emerso che coloro che soffrivano di pressione alta assumevano livelli molto più bassi di magnesio rispetto alla popolazione sana.

E pensare che, negli anni Settanta, nonostante i suoi numerosi fan, il cioccolato subì un crollo di popolarità perché ritenuto responsabile di diverse patologie: l’aumento di peso e quello del colesterolo; l’insorgere della carie; i danni alla pelle. Ne scaturì l’erronea convinzione che “il cibo degli dei” fosse un alimento peccaminoso e pericoloso! Oggi, per fortuna, tutti questi luoghi comuni sono stati smentiti scientificamente dai nutrizionisti, i quali, al contrario, consigliano di inserire questo alimento nella dieta quotidiana, con l’unica raccomandazione: non abusarne.

Questo piacevole alimento non possiede alcuna controindicazione per chi gode di buona salute. E’ ideale per chi soffre di pressione bassa grazie alla presenza di potassio. Utile per i soggetti anemici grazie alla buona percentuale di ferro. E’ addirittura consigliato a coloro che svolgono un’intensa attività fisica. Il cioccolato può essere mangiato normalmente dai bambini, in quanto è un alimento che non provoca problemi di digestione o appesantimento e può tranquillamente essere inserito nella dieta dei bambini. Non prima dei 2-3 anni e sempre senza esagerare.

In ogni caso è sempre preferibile scegliere cioccolato di buona qualità. Devono purtroppo rinunciare i soggetti obesi che devono, in ogni caso, rinunciare a tutti i cibi troppo energetici; deve essere consumato con qualche precauzione dai soggetti diabetici. Chi ha problemi di fegato, di digestione, di calcoli ai reni, di ulcera o colite dovrebbe eliminarlo dalla dieta. Da escludere in presenza di allergie ed intolleranze alimentari.

Il suo elevato contenuto calorico è dovuto alla presenza di grassi e zuccheri, presenti però in tanti altri alimenti. Una tavoletta da 100 grammi di fondente extra apporta 542 calorie (565 per quello al latte), mentre una porzione da 80 grammi di spaghetti al pomodoro e basilico fornisce circa 422 calorie e una fetta media di crostata con marmellata circa 550. Quindi anche quando si segue una dieta dimagrante ci si può permettere un quadratino di cioccolato fondente, perché equivale solo a 22 calorie.

L’azione congiunta di burro di cacao, zucchero e latte abbia, oltre che il potere di scatenare sensazioni uniche e magari qualche effetto afrodisiaco, molte sostanze potenzialmente protettive. Tra queste, antiossidanti che contribuiscono a evitare l’ossidazione del colesterolo, processo che può portare al blocco delle arterie e alla riduzione del flusso sanguigno, e polifenoli noti come catechine, componenti principali del tè rilevati sia nel cioccolato fondente sia nel cioccolato al latte (quasi il 20% del totale assumibile tramite alimentazione), utili per prevenire malattie cardiovascolari, potenziare il sistema immunitario, nonché ridurre il rischio di alcuni tipi di tumore.

Inoltre, la polvere di cacao ha mostrato una notevole efficacia inibitoria contro la carie. Lo ribadiscono i ricercatori di un famoso istituto di Boston, il Massachusetts Institute of Tecnologhy, i quali hanno dimostrato come i tannini presenti nel cacao aiutino a prevenire la carie, probabilmente riducendo la crescita della placca.

Il massimo consumo di cioccolato avviene fra Natale e Pasqua. Nessuno si è mai chiesto perché? All’inizio dell’inverno il corpo richiede una dose maggiore di magnesio rispetto il resto dell’anno, e il cioccolato ne fornisce, piacevolmente, una buona scorta.

Inoltre, un quadratino di cioccolato aiuta a curare la tosse. Il merito di questo potere sembra essere della teobromina, sostanza contenuta nel cacao. Solitamente la tosse persistente, spesso conseguenza delle infezioni virali, viene calmata con la codeina, un medicinale derivato dall’oppio, i cui effetti collaterali (sonnolenza e stitichezza) ne impediscono la somministrazione in dosi massicce. Invece gli studiosi hanno rilevato che facendo assumere ai volontari la teobromina, la concentrazione di sostanza tossica necessaria a provocare in loro la tosse era circa il 30% più alta che con la codeina. Inoltre a differenza dei calmanti per la tosse tradizionali la teobromina non ha effetti collaterali dannosi sul sistema cardiovascolare e nervoso.

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Fa bene dentro, ma anche fuori. Sono sempre di più i centri estetici che utilizzano il cioccolato come cura di bellezza per la pelle. Infatti, i lipidi contenuti nel burro di cacao nutrono l’epidermide, donando morbidezza e luminosità. Infine, Il cacao contiene caffeina, ma in quantità dieci volte inferiore a quella del caffè, e teobromina un altro eccitante. Le due sostanze, presenti in piccole dosi, hanno effetto di blandi stimolatori che possono comunque aiutare in momenti di maggiore concentrazione. Una piccola dose di cioccolato può rappresentare la carica per riprendere un ritmo di studio o di lavoro.

Le sostanze contenute nel cioccolato (teobromina, serotonina, feniletilamina) lo rendono un agente tonico e antidepressivo, anti- stress, che permette di incrementare piacevoli attività, compreso fare l’amore. Il cioccolato agisce da catalizzatore facilitando la produzione di endorfine. Le endorfine sono sostanze peptidiche prodotte dall’ipofisi e che hanno la funzione di neurotrasmettitore: grazie ad un’azione narcotica simile a quella della morfina, diminuiscono la sensibilità al dolore e stimolano le sensazioni di euforia. Cento grammi di cioccolato contiene circa 1 mg. di feniletilamina, una sostanza dagli effetti simili all’LSD, che il cervello produce naturalmente in circostanze di desiderio e con molta probabilità anche durante l’eccitamento sessuale.

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Amara verità sul cloruro di magnesio: minerale essenziale

Assumere questo minerale, quindi, ci fa bene? Eccome se ci fa bene. Non a caso, in medicina generale, in naturopatia e in fitoterapia se ne fa largo uso. Ma ovviamente con buonsenso e dopo averne parlato preventivamente col proprio medico curante. Sia chiaro: c’è magnesio e magnesio… I più usati sono due: il cloruro di magnesio e il magnesio citrato. Il cloruro di magnesio è formato da una molecola di magnesio e due di cloro, insieme a sei molecole d’acqua. E’ altamente biodisponibile, quindi il corpo riesce ad assorbirne una grande quantità.

Vuoi sapere di questa amara verità sul cloruro di magnesio? A livello di quantità, il magnesio è il quarto tra i minerali presenti nel nostro organismo. Il cloruro di magnesio risulta assolutamente essenziale per la nostra salute. La carenza causa problemi e malattie.

Per comprendere a fondo la sua importanza, dobbiamo tenere conto che quasi la metà del magnesio contenuto nel nostro corpo si trova nelle ossa, l’altra metà si trova nelle cellule che compongono i tessuti e gli organi e appena l’1% si trova nel sangue. Per questo motivo, il magnesio è necessario per trecentoventi reazioni biochimiche che avvengono nel nostro organismo.

Per fare alcuni esempi: rafforza il tessuto osseo, regola il battito cardiaco, mantiene sano il sistema immunitario, stimola la normale funzionalità muscolare e nervosa, contribuisce alla regolazione dei livelli di glucosio nel sangue, è coinvolto nel metabolismo dell’energia e nella sintesi delle proteine, normalizza la pressione sanguigna. Normalmente, il magnesio introdotto mediante alimentazione viene assorbito nell’intestino tenue ed eliminato attraverso i reni.

Assumere questo minerale, quindi, ci fa bene? Eccome se ci fa bene. Non a caso, in medicina generale, in naturopatia e in fitoterapia se ne fa largo uso. Ma ovviamente con buonsenso e dopo averne parlato preventivamente col proprio medico curante. Sia chiaro: c’è magnesio e magnesio… I più usati sono due: il cloruro di magnesio e il magnesio citrato. Il cloruro di magnesio è formato da una molecola di magnesio e due di cloro, insieme a sei molecole d’acqua. E’ altamente biodisponibile, quindi il corpo riesce ad assorbirne una grande quantità.

Il magnesio citrato in Italia si trova con il marchio registrato Magnesio Supremo ed è una tipologia con una buona biodisponibilità. Racchiude il 16% del magnesio elementare ed è assorbito meglio del magnesio ossido, quindi potrebbe essere adatto per alcalinizzare le urine e il corpo. In natura, esistono diversi tipi di magnesio. Il pidolato di magnesio è un sale organico in cui il magnesio è legato all’acido pidolico. Questa formulazione favorisce l’ingresso del minerale all’interno della cellula, garantendo un assorbimento veloce così da reintegrare rapidamente la concentrazione fisiologica di magnesio.

Il magnesio glicerofosfato, rispetto ad altre forme di magnesio, viene veicolato più facilmente a livello delle terminazioni nervose e nelle cellule del sistema nervoso, attraversando senza difficoltà le membrane cellulari ed entrando velocemente in quei processi che portano alla produzione di energia (ciclo di Krebs). Il bisglicinato di magnesio è una forma di magnesio chelato in cui il l’elemento è legato a due molecole di glicina.

Magnesio lattato o organico è adatto per nutrire la pelle in quanto contiene calcio e magnesio, possiede un’ottima assorbibilità, è adatto per i bruciori di stomaco e per i crampi muscolari. Il magnesio ossido ha una forte azione lassativa in quanto produce ossigeno a livello intestinale. Non consiglio di utilizzarlo come lassativo per lungo tempo, ma sicuramente è adatto a fare la pulizia intestinale.

Il magnesio carbonato ha una bassissima biodisponibilità per l’organismo umano, viene utilizzato prevalentemente come antiacido. C’è poi il magnesio solfato che viene chiamato anche “sale inglese” e viene utilizzato come purgante. Invece,  Il magnesio taurato è la migliore forma di magnesio per le persone con problemi cardiovascolari, poiché è noto per prevenire aritmie e proteggere il cuore dai danni causati dagli attacchi di cuore.

Il maltato di magnesio è la scelta perfetta per chi soffre di stanchezza, dal momento che l’acido malico è una componente essenziale di enzimi che svolgono un ruolo chiave nella produzione di energia. Infine, il magnesio citrato è l’integratore di magnesio più popolare, probabilmente perché ha un ottimo sapore, non ha un costo eccessivo ed è di facile assorbimento. Poiché l’acido citrico è un lassativo, il magnesio citrato è efficace soprattutto nei casi di stitichezza e depurazione intestinale.

Ma come possiamo fare ad accorgerci della eventuale carenza di questo importantissimo minerale? I primi sintomi della carenza di magnesio sono la nausea, la perdita di appetito, l’affaticamento e la debolezza cronica e il vomito. E la carenza di magnesio peggiora si può incorrere in sensazione di intorpidimento e pizzicore, crampi e contrazioni muscolari, convulsioni, modifiche della personalità (i cambiamenti improvvisi del comportamento possono essere causati dall’eccessiva attività elettrica del cervello), anomalie del battito cardiaco e spasmi coronarici.

Cloruro di magnesio: amaro ma indispensabile ed efficace

Gli integratori di questo minerale sono indicati per tutti coloro che fanno abuso di alcool (i livelli di magnesio rimangono bassi per una percentuale di persone alcoolizzate), ma anche per chi soffre di problemi cronici di malassorbimento (morbo di Crohn, celiachia, enterite regionale…). Premesso che sarebbe preferibile assumere questa sostanza attraverso una corretta dieta, va detto che il magnesio cloruro è il più biodigeribile dei diversi tipi di magnesio rintracciabili in natura, oppure sugli scaffali di farmacie (vere e proprie sedi per manager delle multinazionali del farmaco) ed erboristerie.

Aiuta a guarire dal becco di pappagallo, da problemi al nervo sciatico, da dolori e infiammazioni alla colonna vertebrale. Col tempo può alleviare anche dolori da calcificazioni. Funziona, ovviamente, per tutti i dolori causati da carenza di magnesio trascurata, fino all’artrosi. Il tutto in modo naturale, indolore, semplice ed estremamente economico. Una domanda frequente è: ci sono persone più esposte? La risposta è: certo che sì. Le persone che vivono in città e che hanno un’alimentazione disordinata con bassa qualità, cibi sofisticati e confezionati, sono le più esposte a questo tipo di silenziosa ma dannosa carenza.

Chi vive in campagna ne soffre di meno. Il cloruro di magnesio, come il magnesio in generale, non crea dipendenza, anche se alla sospensione se ne perdono in breve tempo i benefici. Non si potrà mai completamente sfuggire a tutte le malattie, ai dolori e al naturale decadimento dell’organismo, ma l’avanzare inesorabile del tempo sarà attenuato. Non si tratta di una medicina, bensì di un alimento senza alcuna contro indicazione. E’ compatibile con qualsiasi cura farmacologia in corso.

Le verdure a foglia verde, come gli spinaci, sono una buona fonte di magnesio. Il centro della molecola della clorofilla contiene questo minerale. Anche fagioli e piselli, alcuni tipi di frutta a guscio, i semi e i cereali integrali ne contengono quantità importanti: i cereali non integrali, invece, hanno un contenuto scarso, perché quando la farina bianca viene raffinata e trattata, la crusca e il germe (le parti ricche di magnesio) vengono rimosse. Il pane di farina integrale contiene più magnesio di quello prodotto con farina bianca raffinata. L’acqua del rubinetto può essere una buona fonte di magnesio, ma la quantità di minerale contenuta varia a seconda della sorgente.

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Per completezza di informazione va detto che il cloruro di magnesio ha numerosissime applicazioni. La più importante è come materiale di partenza per la produzione di magnesio metallico per via elettrolitica ad alta temperatura. E’ usato anche nella manifattura di tessuti, carta, materiali ignifughi e cementi. Mescolato con ossido di magnesio, forma il cemento magnesicico. Viene inoltre usato come agente flocculante nel trattamento delle acque.

Nell’industria alimentare è usato come regolatore di acidità, agente rassodante, esaltatore di sapidità e anti-agglomerante. Nell’Unione europea è l’additivo alimentare E511, senza limiti di utilizzo sia negli alimenti che nell’agricoltura biologica. Viene utilizzato anche nell’industria farmaceutica e cosmetica. Può essere utilizzato come coagulante nella preparazione del tofu. Sotto forma di integratore alimentare si trova in tutte le farmacie e costa intorno ad 1,30 euro per bustina da 33 grammi.

Come assumere il cloruro di magnesio? Si consiglia di sciogliere in una bottiglia di vetro (non di plastica) da 1 litro i 33 grammi di magnesio cloruro. Agitare il tutto e conservare in frigo (così da stemperare il sapore leggermente amarognolo). In genere, salvo differenti consigli, si assume l’equivalente di una tazza da caffè al mattino, a stomaco vuoto e badando bene di non consumare nulla nei 15 minuti successivi all’assunzione. Per periodi limitati si può arrivare ad assumere una dose al mattino e una alla sera, prima di andare a dormire, o tre dosi al giorno. Ecco l’amara verità sul cloruro di magnesio.

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La radice di valeriana come calmante e contro l’ansia

Possiede proprietà sedative e calmanti e favorisce il sonno. Il meccanismo d’azione dei suoi costituenti è abbastanza ben conosciuto. Si deve agli esteri degli acidi valerianici e agli iridoidi l’inibire l’enzima animale acido gamma-aminobutirrico transaminasi, preposto alla degradazione metabolica del neurotrasmettitore gamma-aminobutirrato, denominati anche Gaba. Questo mediatore chimico è notoriamente associato a fenomeni neuronali di tipo inibitorio ed è responsabile anche dell’induzione del sonno nell’uomo.

La valeriana officinalis è una pianta a fiore appartenente alla famiglia delle valerianacee. La sua radice viene utilizzata soprattutto in fitoterapia e in farmacologia, come calmante naturale. Il nome botanico si deduce dal latino valere, ovvero crescere in modo rigoroso, sano, oppure anche star bene, in merito alle sue proprietà calmanti. Pianta erbacea e perenne, con breve rizoma stolonifero, fusto eretto e solcato in superficie da scanalature, radici fibrose emananti uno sgradevole e penetrante odore, in condizioni ottimali può raggiungere altezze di circa un metro e mezzo.

I fiori della pianta sono leggermente profumati, si trovano riuniti a formare un particolare tipo di infiorescenza detta corimbo. Sono ermafroditi, con calice ridotto e corolla a cinque petali, tubolare e dal colore rosa chiaro. La valeriana predilige gli ambienti freschi e umidi (mesofita) e cresce ai margini dei boschi e nei prati ombrosi fino a una altitudine di mille e quattrocento metri. Tutte le specie di valeriana contengono: olii essenziali (esteri dell’acido valerianico, acido valerenico, cariofillene, terpinolene, valerenolo, valerenale e composti diterpenici noti col nome di iridoidi), alcuni alcaloidi (valerina, actinidina, catinina e alfa-pirrilchetone) e dei flavonoidi (linarina, 6-metilapigenina ed esperidina). Si usa la radice della pianta che, però, ha un odore sgradevole.

Possiede proprietà sedative e calmanti e favorisce il sonno. Il meccanismo d’azione dei suoi costituenti è abbastanza ben conosciuto. Si deve agli esteri degli acidi valerianici e agli iridoidi l’inibire l’enzima animale acido gamma-aminobutirrico transaminasi, preposto alla degradazione metabolica del neurotrasmettitore gamma-aminobutirrato, denominati anche Gaba. Questo mediatore chimico è notoriamente associato a fenomeni neuronali di tipo inibitorio ed è responsabile anche dell’induzione del sonno nell’uomo. Studi più recenti hanno evidenziato che anche alcuni degli alcaloidi possono avere una influenza più o meno diretta sul metabolismo del Gaba, ma il loro meccanismo è ancora poco chiaro.

Pare che alcuni dei terpeni e dei flavonoidi possano fare da agonisti con i recettori dell’adenosina (quelli inibiti dalla caffeina) ed essere in parte responsabili dell’azione ipno-inducente, spasmolitica a livello intestinale e riducente sulla pressione arteriosa. “I medicinali a base di radice di valeriana contengono la radice della pianta della valeriana. La valeriana è una pianta perenne che si trova in tutta Europa e nell’Asia settentrionale. La pianta è coltivata e raccolta per ottenere la radice essiccata destinata a uso medico. Questi medicinali sono disponibili in varie forme da assumere oralmente, quali tisane, capsule e gocce”, sostiene il Comitato per i Medicinali a Base di Piante dell’Agenzia Europea delle Medicine.

Questi rimedi universalmente riconosciuti “sono ottenuti da vari preparati vegetali quali gli estratti preparati con etanolo che si ricavano mettendo la radice della pianta a contatto con l’etanolo (alcol) quale solvente di estrazione. I preparati ottenuti dalla radice di valeriana sono disponibili anche in combinazione con altre sostanze vegetali che presentano effetti analoghi. Gli estratti preparati con etanolo sono usati per alleviare lievi tensioni nervose e disturbi del sonno. Altri preparati a base di radice di valeriana sono usati tradizionalmente per alleviare lievi sintomi di stress mentale e favorire il sonno. Le presenti indicazioni d’uso si basano esclusivamente sull’uso tradizionale”.

Ci sono medicinali a base di radice valeriana?

L’Hmpc spiega di essere giunto a queste conclusioni dopo aver valutato i dati bibliografici “disponibili su preparati a base di radice di valeriana. Studi, clinici e non, sono stati realizzati principalmente partendo da estratti preparati con etanolo, mentre l’utilizzo degli altri preparati è giustificato dal loro uso tradizionale come medicinali di origine vegetale. Molti prodotti tradizionali di origine vegetale non sono stati sottoposti a un esame completo con gli attuali metodi scientifici. La normativa farmaceutica comunitaria fornisce l’opportunità di registrare ufficialmente i medicinali tradizionali di origine vegetale, in base al loro uso tradizionale, se possono essere utilizzati in tutta sicurezza senza l’intervento di un medico per quanto concerne diagnosi, trattamento e follow-up”.

Ma come si usano i medicinali a base di valeriana? Il Comitato per i Medicinali a Base di Piante rende noto che: Innanzitutto possono essere usati a partire dall’età di 12 anni. Non si consiglia l’impiego di medicinali a base di radice di valeriana nei bambini al di sotto dei 12 anni di età, in quanto non ci sono informazioni sufficienti sulla sicurezza del prodotto per questa fascia d’età. Il dosaggio e la frequenza di somministrazione dei medicinali a base di radice di valeriana dipendono dallo scopo per cui vengono usati e dalla formulazione del medicinale in questione. Per istruzioni dettagliate si rimanda al foglio illustrativo che accompagna ogni singolo prodotto. Se i preparati a base di valeriana sono assunti per alleviare lievi tensioni nervose o stress, generalmente sono assunti fino a tre volte al giorno”.

Nei preparati contenenti radice di valeriana sono stati individuati molti componenti e non è possibile definire con precisione l’azione di ciascun componente. Si ritiene che i componenti dei medicinali contenenti preparati a base di radice di valeriana funzionino agendo su diversi recettori presenti nel cervello. Tuttavia gli studi sui componenti isolati di tali medicinali non hanno potuto spiegare in modo esaustivo l’attività dei medicinali. Pertanto si ritiene che diversi componenti dei preparati agiscano insieme per produrre i loro effetti. Gli studi sopra descritti sono stati condotti su modelli sperimentali, pertanto non si dispone di informazioni su come i medicinali contenenti radice di valeriana interagiscono con l’organismo umano”.

Sono disponibili un corpus considerevole di prove sull’uso di medicinali contenenti estratti essiccati di radice di valeriana preparati con etanolo per alleviare lievi tensioni nervose e disturbi del sonno, nonché numerosi studi, di cui alcuni hanno misurato l’attività cerebrale mediante elettroencefalogrammi. In realtà, esistono pochi studi sulla sicurezza dei preparati a base radice di valeriana, ma dall’esperienza pluriennale del loro uso nell’uomo risultano sicuri. L’impiego di lunga data per più di trent’anni e i limitati studi sperimentali rendono plausibile l’uso tradizionale per alleviare lievi sintomi di stress mentale e favorire il sonno. Non è stato condotto alcuno studio sugli effetti della radice di valeriana sulla riproduzione, sui geni o sullo sviluppo del cancro”.

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Generalmente, questi rimedi sono ben tollerati. Gli effetti indesiderati più frequenti causati dalla valeriana colpiscono lo stomaco e l’intestino e sono, ad esempio, nausea e crampi addominali”. Questi medicinali “non devono essere utilizzati in soggetti che potrebbero essere ipersensibili (allergici) alla radice di valeriana”. Il loro uso non è raccomandato in associazione con altri sedativi in quanto non si possono escludere interazioni con altri medicinali”. Anche un estratto della monografia della Commissione E del Ministero della Sanità tedesco ricaviamo che le indicazioni terapeutiche sono relative a stati di agitazione, difficoltà di origine nervosa nell’addormentarsi”.

Come si usa la valeriana? Se la si assume come infuso sono sufficienti due-tre grammi per tazza da una a più volte al giorno. Se si usa la tintura, allora meglio usare da mezzo a un cucchiaino più volte al giorno. Nel caso in cui si predilige l’estratto, si può arrivare ad usare tra i due e i tre grammi da una a più volte al giorno. In pillole, sono sufficienti tre capsule al giorno (in genere ogni capsula contiene 2 grammi circa). Può essere usata anche come preparato da bagno. In fitoterapia viene utilizzata la tintura, talvolta abbinata a quella di altre erbe sedative, quali melissa o luppolo. In dosi modeste, sotto le quantità indicate nella posologia, il rimedio può avere un effetto paradossale perché diventa un eccitante.

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La Vitamina D è ottima per le ossa, il cuore e tutto il resto

Gli studi strutturali hanno permesso di identificare le due forme della vitamina D e che l’ergocalciferolo viene formato quando i raggi ultravioletti colpiscono la sua forma provitaminica di origine vegetale, l’ergosterolo, mentre il colecalciferolo si produce, come detto precedentemente, dall’irradiazione del 7-deidrocolesterolo. L’assorbimento della vitamina D segue gli analoghi processi cui le altre vitamine liposolubili sono sottoposte.

La cosiddetta vitamina D – un gruppo composto dalle vitamine D1, D2, D3, D4 e D5 – è necessaria alle ossa e al cuore. Ma non solo. Cominciamo col dire che la vitamina D si trova in molte fonti alimentari come pesce, uova, alcuni latti addizionati e olio di fegato di merluzzo. Anche il sole contribuisce significativamente alla produzione giornaliera di vitamina D e, appena 10 minuti di esposizione, si pensa siano sufficienti a prevenirne la carenza.

Il termine vitamina D si riferisce a differenti forme di questa vitamina e due di esse sono importanti nell’uomo: ergocalciferolo (vitamina D2) e colecalciferolo (vitamina D3). La vitamina D2 è sintetizzata dalle piante, la vitamina D3 è sintetizzata dall’uomo nella pelle, quando è esposta ai raggi ultravioletti B della luce solare. Alcuni alimenti possono essere arricchiti con vitamina D2 o D3. La principale funzione della vitamina D è quella di mantenere normali i livelli di calcio e fosforo nel sangue e favorire l’assorbimento del calcio contribuendo a formare e mantenere le ossa forti.

Gli studi strutturali hanno permesso di identificare le due forme della vitamina D e che l’ergocalciferolo viene formato quando i raggi ultravioletti colpiscono la sua forma provitaminica di origine vegetale, l’ergosterolo, mentre il colecalciferolo si produce, come detto precedentemente, dall’irradiazione del 7-deidrocolesterolo. L’assorbimento della vitamina D segue gli analoghi processi cui le altre vitamine liposolubili sono sottoposte.

Essa, infatti, viene inglobata nelle micelle formate dall’incontro dei lipidi idrolizzati con la bile, entra nell’epitelio intestinale dove viene incorporato nei chilomicroni i quali entrano nella circolazione linfatica. In vari tessuti il colecalciferolo subisce una reazione di idrossilazione con formazione di 25-idrossicolecalciferolo, il quale passa nella circolazione generale e si lega ad una proteina trasportatrice specifica (proteina legante la vitamina D, DBP). Arrivato nel rene, il 25 (OH)D può subire due diverse reazioni di idrossilazione, catalizzate da differenti idrossilasi, che danno origine, rispettivamente, all’1,25-diidrossicolecalciferolo (calcitriolo), la componente attiva, ed al 24,25-diidrossicolecalciferolo, una forma inattiva.

Oltre ad essere assorbita dagli alimenti, la vitamina D viene prodotta a livello della cute. Mediante questo meccanismo viene prodotta esclusivamente vitamina D3 (colecalciferolo) e non D2 (ergocalciferolo), di produzione esclusivamente vegetale ed assumibile dall’uomo, invece, solo per via alimentare. I raggi ultravioletti favoriscono la conversione del 7-deidrocolesterolo che può dare origine al colecalciferolo ma anche a due prodotti inattivi: il lumisterolo ed il tachisterolo. La quantità di D3 e D2 prodotti dipende dalle radiazioni ultraviolette (sono più efficaci quelle comprese tra 290 e 315 nm), dalla superficie cutanea esposta, dal suo spessore e pigmentazione e dalla durata della permanenza alla luce. Nei mesi estivi la sovrapproduzione di vitamina D ne consente l’accumulo, così che la si possa avere a disposizione anche durante il periodo invernale.

La vitamina D può aiutare aiuta anche i reni

La vitamina D favorisce il riassorbimento di calcio a livello renale, l’assorbimento intestinale di fosforo e calcio ed i processi di mineralizzazione dell’osso ed anche di differenziazione di alcune linee cellulari e in alcune funzioni neuromuscolari (anche se questi due ultimi punti devono ancora essere chiariti). Il funzionamento dell’1,25(OH)D è alquanto anomalo per una vitamina in quanto agisce secondo le caratteristiche proprie degli ormoni steroidei: entra nella cellula e si va a legare ad un recettore nucleare che va a stimolare la produzione di varie proteine, specie trasportatori del calcio.

La regolazione dei livelli di calcio e fosforo nell’organismo avviene insieme all’azione di due importanti ormoni: la calcitonina ed il paratormone. La calcitonina ha azioni opposte a quelle della vitamina D, favorendo l’eliminazione urinaria e la deposizione di calcio nelle ossa. Ciò si traduce in una diminuzione dei livelli plasmatici di calcio. Il paratormone, invece, inibisce il riassorbimento renale dei fosfati, aumenta quello del calcio e stimola il rene a produrre 1,25(OH) D. A livello dell’osso, esso promuove il rilascio di calcio.

La produzione di questi ormoni e di vitamina D è strettamente dipendente dalla concentrazione plasmatica di calcio: una condizione di ipocalcemia stimola la produzione di paratormone e di 1,25(OH)D. Un aumento del calcio plasmatico, invece, favorisce la sintesi di calcitonina. Il delicato equilibrio che si viene a creare determina una buona regolazione dei processi di mineralizzazione. Sembra, infine, che la vitamina D possa promuovere la differenziazione dei cheratinociti dell’epidermide e degli osteoclasti ossei e, forse, detiene anche un’azione antiproliferativa.

Recentemente, la ricerca ha rivelato che la vitamina D possa fornire una protezione dall’osteoporosi, dall’ipertensione, dal cancro e da diverse malattie autoimmuni, tra cui la psoriasi e l’artrite reumatoide. Tra l’altro ho diversi amici che la usano per curare queste ultime due terribili malattie e loro stessi confermano un continuo progredire della guarigione. E’ certo che la vitamina D cura l’ipofosfatemia familiare, l’ipofosfatemia correlata alla sindrome di Fanconi, l’iperparatiroidismo dovuto a bassi livelli di vitamina D, l’ipocalcemia dovuta a ipoparatiroidismo, l’osteomalacia (rachitismo degli adulti), la psoriasi e il rachitismo.

Aiuta molto anche nei casi di debolezza e dolore muscolare, osteoporosi e osteodistrofia. Tra le proprietà ipotizzate ce ne sono diverse, tra cui quella dell’osteoporosi corticosteroidi-indotta, quella dell’osteomalacia anticonvulsivante-indotta, quella prevenzione del cancro al seno e del cancro in genere, della prevenzione del diabete, della prevenzione delle cadute, quella dell’osteodistrofia epatica, quella della regolazione dell’alta pressione del sangue, o dell’ipertrigliceridemia e dell’immunomodulazione.

E ancora, gioca un ruolo nella riduzione della mortalità, contrasta la sclerosi multipla, la sindrome mielodisplastica, l’osteogenesi imperfetta, l’osteoporosi (pazienti con fibrosi cistica), la miopatia prossimale, il disturbo affettivo stagionale, le verruche senili, i disordini della pigmentazione cutanea (lesioni pigmentate), aiuta i denti (la perdita di materiale osseo dal dente è correlata alla perdita di osso in siti non orali), regola l’aumento di peso in post-menopausa. In particolar modo, è consigliata per il trattamento del cancro alla prostata: c’è un’evidenza preliminare basata su studi di laboratorio e sull’uomo che alte dosi di vitamina D possono essere utili nel trattamento del tumore alla prostata.

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Il Cuore e le ossa sono in pericolo senza questa vitamina

Anche il cuore è in pericolo con poca vitamina D in circolazione. Nelle persone che presentano una carenza di questa vitamina il rischio di infarto e insufficienza cardiaca acuta è maggiore, ma non solo. Poca vitamina D è associata anche a un’evoluzione più sfavorevole della patologia nelle persone colpite da infarto. Sono i risultati di uno studio pubblicato sulla rivista Medicine da un team di ricercatori del Centro cardiologico Monzino.

I dati presi in esame riguardano ottocentoquattordici pazienti colpiti da infarto. Da questi dati è emerso come 8 persone su 10 presentassero una carenza parziale o totale di vitamina D. Questo deficit si traduce in un maggior rischio di complicanze cliniche da sindrome coronarica acuta e di mortalità a un anno di distanza dal ricovero. La vitamina D si è guadagnata l’attenzione della comunità scientifica in relazione alla salute cardiovascolare.

Uno studio del 2007 sulla rivista Circulation ha dimostrato come il deficit di vitamina D fosse associato all’incidenza di malattie cardiovascolari. In particolare gli individui deficitari avevano il 62% di maggior incidenza di eventi cardiovascolari avversi come infarto, insufficienza coronarica e scompenso cardiaco. Diversi studi hanno cercato di approfondire l’associazione tra deficit di vitamina D e alcuni fattori di rischio di malattie cardiovascolari come ad esempio l’ipertensione.

In ogni caso, è bene ricordare che se evitate il sole, o soffrite di allergia o intolleranza al latte, oppure seguite una dieta vegana troppo rigorosa potreste essere a rischio di carenza di vitamina D. E questo potrebbe esporre la vostra salute a gravi rischi. A proposito di dosaggi: quelli consigliati dalla cosiddetta medicina ufficiale, a me appaiono insufficienti per i ritmi della vita contemporanea, per la qualità dei cibi mangiati e per tutta un’altra serie di valide ragioni. Ma io, su me stesso, sono libero di fare ciò che voglio e di assumere a mesi alterni tranquillamente 5000 ui, ma anche 10.000 ui.

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Mangiare semi di canapa per curarsi: ecco tutti i benefici

Gli efa non possono essere sintetizzati dal nostro corpo, quindi devono essere apportarti necessariamente attraverso la nutrizione. Raramente gli omega 3 sono presenti in così grandi proporzioni negli altri oli vegetali. Va precisato che l’olio è da utilizzare a crudo nel condimento delle pietanze (mai da esporre al calore perché può incendiarsi), come alternativa all’olio di oliva.

Mangiare semi di canapa fa bene. Sono tanto piccoli, quanto potenti. I semi di canapa sono uno dei frutti oleiferi più preziosi dal punto di vista nutrizionale e di conseguenza anche da quello medico, se è vero, come è vero, che noi siamo quello che mangiamo. A trasformare in dato di fatto quest’affermazione è lo spettro degli acidi grassi presenti nell’olio di canapa: il 90% è costituito da acidi grassi insaturi, di questi circa l’80% sono pufa, acidi grassi polinsaturi, l’11% sono monoinsaturi e il 9% sono saturi.

Hai capito bene, c’è una totale assenza di acidi grassi transaturi. L’olio, e di conseguenza i semi da cui si ricava l’olio e su cui concentriamo la nostra attenzione in questo post, è ricco di efa, acidi grassi essenziali, tra cui gli omega 6 (acido linoleico e il raro acido gamma linolenico) e gli omega 3 (acido alfa linolenico e acido stearidonico) nella giusta proporzione per favorire il ricambio cellulare e dei lipidi, e contribuire al mantenimento del sistema ormonale.

Gli efa non possono essere sintetizzati dal nostro corpo, quindi devono essere apportarti necessariamente attraverso la nutrizione. Raramente gli omega 3 sono presenti in così grandi proporzioni negli altri oli vegetali. Va precisato che l’olio è da utilizzare a crudo nel condimento delle pietanze (mai da esporre al calore perché può incendiarsi), come alternativa all’olio di oliva.

Poiché la carenza di acidi grassi essenziali alla lunga può causare disfunzioni neurologiche e visive, ipertensione, sbilanciamento ormonale, difficoltà di rimarginare ferite e di crescita cellulare, artrite e sindrome premestruale, l’assunzione di semi di canapa è vivamente consigliata per il suo effetto fortemente protettivo da tutte queste patologie. Infine, avendo anche un ottimo tenore in carboidrati, costituisce un eccellente integratore energetico.

Buona risulta la percentuale di fibra e di sali minerali, in particolare il ferro e il fosforo, ma anche potassio, magnesio e calcio. Dal punto di vista vitaminico, i semi di canapa sono ricchi di vitamina A, E, PP, C e vitamine del gruppo B, eccetto la B12. La ricchezza di vitamina E si rivela importante per l’azione antiossidante e preventiva sulle malattie degenerative.

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L’impiego nell’alimentazione quotidiana di questi semi è indicato sia come nutrimento essenziale per ridurre i livelli di colesterolo ldl, per rafforzare il sistema immunitario e coadiuvare le terapie in diverse patologie (artrite reumatoide, asma, psoriasi, eczema atopico, lupus, PMS, depressione, altre malattie autoimmuni) sia per prevenire malattie cardiovascolari.

È totalmente privo di colesterolo “cattivo”. Nei semi di canapa, oltre ad una buona percentuale di olio, che abbiamo visto essere di circa il 30%, si ritrovano ottime quantità di proteine con buon valore biologico (20%), fibre insolubili (20-30%) e carboidrati (10-15%). Dai semi di canapa si ricava l’olio di semi di canapa, che contiene una percentuale infinitesimale di thc, meno di una parte su un milione (il thc, com’è noto è il principio responsabile dell’effetto psicoattivo della marijuana). Il che significa che per avere un effetto tossico da questo alimento, cioè un effetto analogo a quello che si ottiene fumando uno spinello, occorrerebbe berne circa dieci litri al giorno… Impossibile.

Per godere a pieno del valore nutrizionale dell’olio di canapa e prevenire i fenomeni di ossidazione e irrancidimento, è molto importante scegliere prodotti estratti per spremitura a freddo e conservati in bottiglie di vetro scure, ben chiuse e conservate al riparo da fonti di luce e calore. Dopo l’apertura, l’olio di semi di canapa andrebbe riposto e conservato in frigorifero. Tra le altre cose, i semi di canapa hanno un gradevole sapore di nocciola e sono rivestiti da un guscio ben digeribile che conserva gli oli e le vitamine.

Possono essere usati crudi o tostati, da soli o con altri semi come condimento per insaporire insalate, verdure, macedonie e muesli, primi piatti, nella decorazione dei dessert, nella preparazione del pane, dei grissini o di altre pietanze. Frullati da soli o con altri semi, si ottiene un composto pastoso dal sapore delicato, tipo burro da spalmare o utilizzare come condimento. La farina ottenuta dalla macinazione dei semi viene utilizzata nella preparazione del latte di semi di canapa, ma anche del tofu di canapa, una variante del tofu classico, a base di fagioli di soia gialla, oltre che di seitan ai semi di canapa.

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Marijuana ad uso terapeutico: a cosa serve e cosa cura

La legalizzazione della marijuana ha travolto gli Stati Uniti d’America, l’Uruguay (che ha introdotto l’uso ricreazionale e che grazie alla legalizzazione è riuscita a sconfiggere il narcotraffico e ad abbassare le tasse per i cittadini), ha arricchito per decenni e continua ad arricchire l’Olanda (che vorrebbe voltarle le spalle ma sa che non le conviene). Avrebbe potuto contribuire fortemente a risanare il debito pubblico italiano e invece ha fatto fare soldi a palate solo alle mafie… Nel mondo ormai si assiste ad una esplosione del mercato della cannabis e stanno aumentando anche le Spa e i centri wellness che usano il cannabidiolo per massaggi, oli , latte e succhi oltre che per meditazione, agopuntura, pilates e yoga.

Questa volta parliamo di marijuana ad uso terapeutico. Quanta ipocrisia c’è intorno a questa pianta, anche per l’uso terapeutico… Affrontare l’argomento crea imbarazzo in molte persone, stupore e preoccupazione in altre, fa addirittura saltare i nervi a politici, pseudo-tali e a tutto il mondo legato a potentati economici come produttori di carburanti, case farmaceutiche, costruttori di automobili e motociclette e di materiali edili. Questi sentimenti ostili si spiegano in un modo molto semplice: la marijuana e la canapa non sono brevettabili e sono a disposizione dell’umanità.

Sono del mondo, di cui solo la Madre Natura è titolare. Chiunque ne potrebbe disporre e, quindi, potrebbero guadagnarci un po’ tutti. Tutti tranne le multinazionali che senza scrupoli ci stanno educando a distruggere il pianeta in cui viviamo. Ci stanno trasformando in un pericoloso virus, che distrugge qualunque cosa tocchi. Ma si sa, la vita su questa terra è ciclica e grazie ad internet alcune informazioni si ottengono e anche più rapidamente prima.

Questo non indifferente fattore, la velocità con cui si scambiano informazioni e con cui ci si può parlare, causa anche la velocizzazione anche di alcuni cicli. Ecco, a volte ritornano e quindi non c’è da stupirsi se questa pianta tanto bistratta e su cui sono state raccontate ogni genere di storie, nel Terzo Millennio si sta prendendo importanti rivincite. Il mio non è un invito a fumarla, ma a non demonizzarla. Poi, ognuno è libero di pensarla come vuole, a condizione che quando si apre bocca si parli con cognizione di causa. E purtroppo, sulla marijuana ad uso terapeutico, spesso non si parla con cognizione di causa.

La legalizzazione della marijuana ha travolto gli Stati Uniti d’America, l’Uruguay (che ha introdotto l’uso ricreazionale e che grazie alla legalizzazione è riuscita a sconfiggere il narcotraffico e ad abbassare le tasse per i cittadini), ha arricchito per decenni e continua ad arricchire l’Olanda (che vorrebbe voltarle le spalle ma sa che non le conviene). Avrebbe potuto contribuire fortemente a risanare il debito pubblico italiano e invece ha fatto fare soldi a palate solo alle mafie… Nel mondo ormai si assiste ad una esplosione del mercato della cannabis e stanno aumentando anche le Spa e i centri wellness che usano il cannabidiolo per massaggi, oli , latte e succhi oltre che per meditazione, agopuntura, pilates e yoga.

Yoga? Sì, la pioniera dello yoga con cannabis si chiama Dee Dussault, che insegna Ganja Yoga a San Francisco. Pare funzioni e, infatti, poco dopo anche il 420 Fight Club di New York, a Washington Square, ha deciso di combinare le arti marziali con il consumo di cannabis per meditare. Il Los Angeles Times, invece, ha ribattezzato “l’Escoffier della marijuana” il fornaio del Love’s Oven di Denver, in Colorado: qui vengono sfornati biscottini salutari alla cannabis mentre, alla fine del 2015, grazie ai membri della famiglia di Bob Marley, arriva Marley Natural, semi di canapa e istruzioni su come si coltivano e si lavorano “nel rispetto della natura, responsabilità e umanità”.

Club e marijuana terapeutica: cosa si fa in Europa

E in Europa? Sono diversi i club della cannabis. Fra questi: Airam and La Maria di Barcellona, che offre ai soci anche massaggi, classi di yoga e Pilates, e Al Therme Laa Hotel & Spa, in Austria, dove i massaggi si fanno anche con olio di cannabis sativa. In Germania una importante sentenza, seppure scritta con molti “paletti”, ha iniziato col riconoscere gli importanti effetti curativi della marijuana. La corte amministrativa di Colonia, il 22 luglio 2014 ha riconosciuto per la prima volta il diritto dei malati cronici a coltivare cannabis per uso terapeutico. Parliamo solo di situazioni eccezionali. Il pronunciamento dei giudici, che hanno concesso l’autorizzazione per la coltivazione a uso terapeutico in tre casi, è in effetti limitato a situazioni eccezionali, con condizioni piuttosto restrittive.

Innanzitutto deve essere dimostrato che nessun altro antidolorifico abbia effetto sul paziente e poi può ricorrere alla coltivazione diretta solo chi non ha la facoltà di acquistare in farmacia prodotti con estratto di cannabis. Quindi, resta inalterato il divieto generale di piantare cannabis per i privati. In Spagna si assiste frequentemente a tentativi per nulla velati di legalizzazione, almeno all’interno di club in cui i soci possono coltivare e fumare. E mentre in Europa se ne parla e basta, con l’adesione di New York, nel 2015 sono 23 gli Stati americani che hanno legalizzato l’uso medico della marijuana.

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L’uso terapeutico dei cannabinoidi in Italia è pienamente legittimo in tutte le regioni, alcune però si fanno carico dei costi attraverso il Servizio Sanitario Regionale, sgravando il paziente dall’onere economico. Dal 2 maggio 2011 la Toscana va incontro ai pazienti che fanno richiesta di farmaci cannabinoidi, seguita dal Veneto che ha autorizzato la distribuzione gratuita di farmaci a preparati galenici, e dalla Liguria che nell’estate 2012 ha approvato una legge per l’erogazione di queste medicine per scopi terapeutici; le Marche, anche in Friuli Venezia Giulia in cui viene concessa a carico del Sistema Sanitario Regionale, e infine la Puglia, garantiscono il rimborso delle cure a base di derivati da cannabinoidi.

L’Abruzzo è diventata proprio in questi giorni la settima regione a prevedere la prescrizione dei cannabinoidi a fini terapeutici direttamente dai medici di base. E’ importante sapere che la questione dei farmaci derivati dalla cannabis è al centro di un dibattito che vede pareri contrastanti sul loro impiego. Chi osteggia la terapia, sia negli ambienti politici, ma anche nella società, ne mette in dubbio la validità scientifica, ed è preoccupato per un possibile dilagare delle droghe leggere. Tabù difficili da smuovere associano la cannabis a quella droga che, seppur definita “leggera”, condurrà inevitabilmente i suoi utilizzatori nella spirale della dipendenza da droghe pesanti.

A questo punto è doveroso essere rigorosi nella distinzione tra terapia e uso ricreativo della cannabis, perché sono i dosaggi impiegati a fare la differenza, non i principi attivi in sé. Tutto si riconduce ai problemi culturali, quindi? Forse. In Italia non c’è la cultura diffusa della cannabis terapeutica, e si avanza con passi incerti quando ci si interroga sugli effetti collaterali. In conseguenza di questo, la terapia con cannabinoidi viene utilizzata in alternativa ai cosiddetti farmaci “di prima scelta” quando questi ultimi non diano gli effetti attesi sui pazienti. Da anni si stanno facendo sempre più studi anche sulla cannabis usata a scopo terapeutico e farmaci a base di estratti di questa pianta sono usati per contrastare il dolore e gli spasmi muscolari nella sclerosi multipla e nella sclerosi laterale amiotrofica e contro il dolore cronico in generale.

Gli studi esistono anche su altre patologie: si va da ricerche sull’azione positiva della cannabis sui disturbi del sonno a valutazioni scientifiche sul ruolo della cannabis nel trattamento di alcune forme di cancro. Si sono valutati gli effetti anche sul mal di mare. Ma se l’uso terapeutico della cannabis trova sempre più conferme scientifiche, non mancano ostacoli pratici, soprattutto in Italia, dove i farmaci a base di cannabinoidi non sono prodotti e debbono essere importati, con costi e trafile burocratiche complesse. Inoltre, il quadro è disomogeneo e varia da regione a regione.

Per prima cosa è necessario far chiarezza: c’è una grossa differenza tra i principi attivi impiegati a scopo terapeutico, e quelli impiegati per uno ricreativo. Sono due i principi attivi della cannabis presi in causa: il Thc (delta 9-tetraidrocannabinolo), che se abusato provoca effetti psicotropi e può portare all’abuso della sostanza (ma che se dosato correttamente porta sollievo a diversi disturbi), e il cannabidiolo, il quale non causa psicotropia, dispone di rilevanti proprietà farmacologiche e antinfiammatorie, e che secondo dati clinici e sperimentali non produce rilevanti effetti collaterali.

Marijuana proprietà e benefici dei principi attivi

Entrambi i principi vengono quindi usati nelle terapie che coinvolgono la cannabis, ma il dosaggio del Thc è calibrato in modo che gli effetti psicotropi vengono controllati dal cannabidiolo conferendone maggiore tollerabilità. Il Thc, infatti, è efficacemente impiegato da diversi anni contro la nausea (come anti-emetico) e per stimolare l’appetito in pazienti che soffrono di disturbi alimentari, pazienti oncologici in cura chemioterapica, pazienti con Aids conclamata. Insomma, non fa poi così male la marijuana ad uso terapeutico.

Quindi combinando Thc e cannabidiolo con metodo scientifico si possono ottenere gli effetti terapeutici importanti. Come? I farmaci cannabinoidi agiscono sui recettori del cervello, combattono e prevengono le infiammazioni cerebrali. Nei recettori CB1 preservano le funzioni cognitive e ostacolano il rischio di eccitotossicità, nei CB2 tutelano il cervello dalla neuro infiammazione causata dall’accumulo di placca la quale porta morte cellulare.

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Le patologie su cui la somministrazione di farmaci di derivazione cannabinoide ha riportato miglioramenti sono numerose: pazienti colpiti dalla sclerosi multipla, da mielo-lesioni, dolori neuropatici, artrite reumatoide, Parkinson e pazienti oncologici provano sollievo a seguito dell’assunzione di questi farmaci.

I cannabinoidi inoltre vengono impiegati per il controllo della rigidità muscolare. E un recente studio ne ha messo in luce l’efficacia nella prevenzione e nel trattamento dell’Alzheimer (considerato da alcuni studiosi conseguenza di una neuro infiammazione cronica) e altre infiammazioni cerebrali.

Il farmaco viene importato sotto forma di infiorescenze (Bedrocan, usato anche per stimolare l’ appetito), o il Sativex che costa dai 35-40 euro per il primo dosaggio, e 740 euro per tre boccette. Il Sativex è uno spray orale, il cui principio attivo di base è derivato della cannabis, efficace per il dolore neuropatico.

Oggi si sta testando il Sativex attraverso studi clinici per il trattamento di una forma aggressiva di cancro al cervello, e si è rivelato più efficace del placebo per combattere il dolore, migliorare la qualità del sonno e di conseguenza alleviare anche la gravità della condizione clinica del paziente. Pur essendo ben tollerato però, non è stata raggiunta una rilevanza statistica sufficientemente alta, la cosiddetta “significatività statistica” valida per concludere i test. Insomma, sarebbe da sdoganare la marijuana ad uso terapeutico.

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Glucosamina questa sconosciuta per i nostri muscoli

La sua accettazione come terapia medica non è generale, è accettata principalmente dalla naturopatia e dalla fitoterapia, ma molti pazienti che l’hanno usata secondo gli schemi medici proposti individualmente anche per altre patologie tendineo-infiammatorie hanno riferito benefici. Il suo utilizzo sembra essere sicuro, ma a parere della comunità scientifica non c’è ancora prova evidente circa la sua efficacia. Altrettanto vero è che molti naturopati, osteopati e fisioterapisti consigliano di usare la glucosamina certi della sua efficacia.

Ad ascolatre cosa si dice in giro, viene da esclamare: glucosamina questa sconosciuta! Sopra i trentanni, lo stress quotidiano, gli eccessi alimentari, l’alcol, il caffè e quant’altro, si possono iniziare ad avvertire acciacchi di natura articolare. Ci sono tanto modi per contrastarli. Ovviamente, molto dipende dopo quanto tempo si interviene, se si fa prevenzione. La glucosamina, sia solfato sia vegetale, può essere un valido aiuto. Cominciamo col dire cos’è e a cosa serve, visto che non tutti lo sanno, ma che tutti hanno diritto ad essere informati. La glucosamina è uno zucchero, per la precisione è uno zucchero amminico, ed è uno dei principali precursori della sintesi delle proteine glicosilate e dei lipidi.

Si ricava, tramite l’idrolisi dei gusci dei crostacei, è venduta commercialmente (glucosamina solfato, glucosamina vegetale, glucosamina cloridrato) ed è uno dei maggior componenti del guscio dei crostacei e di altri artropodi, nei funghi e molti organismi superiori ed è uno dei più abbondanti monosaccaridi. È anche uno dei componenti del lipopolisaccaride dei batteri gram negativi. Siccome è un precursore dei glicosaminoglicani, che sono il principale componente della cartilagine articolare umana, la glucosamina supplementare dovrebbe (uso il condizionale perché ogni individuo reagisce in modo differente) aiutare a ricostruire la cartilagine e curare l’artrite. In genere, viene utilizzata come trattamento per l’osteoartrite.

La sua accettazione come terapia medica non è generale, è accettata principalmente dalla naturopatia e dalla fitoterapia, ma molti pazienti che l’hanno usata secondo gli schemi medici proposti individualmente anche per altre patologie tendineo-infiammatorie hanno riferito benefici. Il suo utilizzo sembra essere sicuro, ma a parere della comunità scientifica non c’è ancora prova evidente circa la sua efficacia. Altrettanto vero è che molti naturopati, osteopati e fisioterapisti consigliano di usare la glucosamina certi della sua efficacia.

Negli Stati Uniti non è stata approvata dalla Food and drug administration per l’uso medico nell’uomo, ma siccome è classificata come integratore alimentare, le prove di sicurezza ed efficacia non sono richieste, finché non è considerata come cura per il trattamento dell’osteoartrite. In Europa la glucosamina è approvata come farmaco ed è venduta nella forma di glucosamina solfato. Per fare un altro, ultimo, esempio: è usata anche largamente in medicina veterinaria come integratore. E io che penso? L’ho usata e ho riscontrato dei benefici, per questo ne parlo. Ho imparato a fidarmi dei medici in genere (si incontrano anche bravi professionisti…) solo diffidandone e studiando prima di incontrarli.

Il dosaggio tipico di glucosamina è di 1.500 milligrammi al giorno, che in genere vengono suddivisi in due compresse da 750 milligrammi o tre da 500 milligrammi ciascuna. Essa contiene un gruppo amminico che è caricato positivamente al pH fisiologico. L’anione incluso nel sale può variare. Le forme normalmente vendute sono glucosamina solfato, la glucosamina cloridrato e la glucosamina vegetale. La percentuale di principio attivo presente in 1.500 milligrammi di sale di glucosamina dipende da quale anione è presente e se sali aggiuntivi sono inclusi nel calcolo del produttore.

La glucosammina è spesso venduta in combinazione con altri supplementi come il solfato di condroitina e il metilsulfonilmetano, più conosciuto come Msm. Studi clinici sulla glucosamina hanno concluso che sembra essere sicura. Siccome è di solito derivata dai crostacei, chi è allergico dovrebbe evitarla. Per la verità, anche su questo aspetto, gli studiosi sono divisi: c’è anche chi sostiene che siccome glucosamina è derivata dai gusci degli animali, mentre l’allergene è nella loro carne, l’utilizzo è probabilmente sicuro anche per coloro che sono allergici ai crostacei. Non è così.

Le varie fonti di glucosamina alternative disponibili

Fonti alternative sono disponibili usando la fermentazione fungale del mais. Preoccupazione che, invece, appare più reale è che il supplemento di glucosamina potrebbe contribuire al diabete interferendo con la normale regolazione della sintesi di esosammina, ma parecchie ricerche non hanno evidenziato ciò. In Usa si stanno conducendo studi sull’impiego di glucosamina negli obesi, poiché essi possono essere particolarmente sensibili agli effetti sull’insulino-resistenza.

Nel caso specifico della glucosamina solfato, i prodotti in commercio sono tanti e, a dirla fino in fondo, i prezzi non sono per nulla economici. Fattore che lo accomuna agli altri rimedi naturali. Per fortuna, però, come nella maggior parte dei casi, c’è una soluzione più o meno a buon mercato e di qualità. Se con il consulto del medico si è deciso di intraprendere la strada della glucosamina solfato, si può chiedere direttamente al farmacista di fiducia di preparare le compresse. E se non avete un farmacista di fiducia, rivolgetevi pure ad una qualunque farmacia dotata di laboratorio, vi prepareranno le compresse da 750 milligrammi (in genere se ne assumono due al giorno).

La glucosamina solfato, o il solfato di glucosamina, è un integratore utile a favorire la funzionalità delle cartilagini, indicato per giovani e anziani e sportivi. Un po’ meno alle persone in sovrappeso. Si usa in genere per curare disturbi osteoarticolari, quali dolori alle ginocchia, mal di schiena, articolazioni rigide e doloranti, sono causati principalmente dal deterioramento della cartilagine. E poi c’è anche la glucosamina vegetale, una forma non derivata dagli animali né dai crostacei. Ogni produttore, in questo caso, vende un prodotto brevettato…

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Non va dimenticato che la cartilagine articolare è un tessuto connettivo di sostegno costituito da due fasi: una solida, costituita da condrociti, collagene, proteoglicani e acido ialuronico, e una liquida, costituita di acqua per circa il 70%, elettroliti e fluidi. I condrociti sono cellule che, oltre a produrre continuamente collagene e proteoglicani, producono anche gli enzimi, come l’elastasi e la ialuronidasi, che hanno il compito di favorire la degradazione del vecchio collagene e dei proteoglicani danneggiati. Non a caso, la glucosamina lavora molto bene con la condrotina.

Il tessuto cartilagineo è elastico e resistente alla pressione e alla trazione, ma con scarsissime capacità rigenerative. Quando, per i più svariati motivi, si esercita un sovraccarico sulle articolazioni, la cartilagine secerne liquido sinoviale dentro la capsula, che viene riassorbito dalla cartilagine quando la pressione si riduce. La cartilagine agisce da “cuscinetto” e favorisce lo scorrimento delle ossa, ma va incontro a un processo di demolizione e sostituzione: se l’equilibrio tra questi due processi viene a mancare, la demolizione avviene con rapidità maggiore rispetto alla sintesi di nuovo tessuto. E ovviamente, si avverte dolore e rigidità articolare. Di seguito ti mostro alcuni ottimi integratori di glucosamina o misti, ma sempre a base di glucosamina. Li ho selezionati per te e puoi decidere di acquistarli direttamente dal blog, in sicurezza e con la formula soddisfatti o rimborsati.

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Come disintossicarsi in appena 15 giorni con enterosgel

E’ un prodotto sicuro perché non viene assorbito dall’apparato digerente ed entro dodici ore è completamente eliminato dal corpo. Ci sono però delle avvertenze da rispettare: non mettere mai in frigorifero, finire sempre la confezione prima che si secchi, bere tanta acqua durante l’assunzione per il rischio di stitichezza nei primi giorni e per il rischio disidratazione nei periodi particolarmente caldi. Personalmente, lo uso su consiglio del un mio medico che è un esperto naturopata e conosce bene i protocolli d’uso, quelli che vanno oltre il bugiardino. I benefici iniziano a vedersi dopo una settimana dall’inizio della cura disintossicante.

La domanda ce la poniamo in tanti: come disintossicarsi in 15 giorni? In questo post ti parlo di un efficace, ma molto efficace, prodotto detossificante. Uno di quei rimedi che, con i livelli di stress odierni e con la cattiva alimentazione, oltre all’inquinamento che ci circonda, si rivela di sicuro aiuto. Aiuta a disintossicarsi completamente in appena quindici giorni. Uno di quei farmaci che non è un farmaco, ma quel che è più importante è che disintossica profondamente, non ha effetti collaterali e paradossalmente è venduto ad un prezzo ragionevole: poco meno di venti euro a tubetto (una cura impegnativa richiede al massimo tre tubetti). Si chiama Enterosgel e la sua storia è singolare.

Enterosgel è un supplemento a base di silicio organico che mira a rimuovere le sostanze tossiche dal corpo. Si trova facilmente in farmacia, senza ricetta. Realizzato da scienziati russi, per molti anni è stato utilizzato principalmente nell’esercito per disintossicare dalle radiazioni. E’ utilizzabile in diversi ambiti: dermatologia, gastroenterologia, ginecologia, epatologia, chirurgia, oncologia, psichiatria, odontoiatria, urologia. E’ adatto nei casi di allergie e per la disintossicazione del corpo, nelle cure dimagranti e nei trattamenti delle tossicodipendenze. Protegge l’organismo dagli effetti nocivi dell’alcool.

Enterosgel si presenta come un morbido gel incolore, inodore e insapore. Può essere assunto in due modi, ma sempre utilizzando un cucchiaino di plastica e mai di metallo: direttamente in bocca o facendolo sciogliere in 200 millilitri d’acqua, portata ad ebollizione e poi raffreddata. Si tratta di un gel che crea una struttura porosa molecolare (simile a una spugna), in grado di legare e rimuovere nel tratto digerente le sostanze tossiche, soprattutto medio-molecolari (composti tossici, prodotti di degradazione, colesterolo, prodotti tossici che danneggiano la mucosa dello stomaco e del tratto intestinale, allergeni, germi e virus). Ripristina la flora intestinale naturale, non si lega con oligoelementi ed altre sostanze utili e non ha effetti collaterali.

E’ un prodotto sicuro perché non viene assorbito dall’apparato digerente ed entro dodici ore è completamente eliminato dal corpo. Ci sono però delle avvertenze da rispettare: non mettere mai in frigorifero, finire sempre la confezione prima che si secchi, bere tanta acqua durante l’assunzione per il rischio di stitichezza nei primi giorni e per il rischio disidratazione nei periodi particolarmente caldi. Personalmente, lo uso su consiglio del un mio medico che è un esperto naturopata e conosce bene i protocolli d’uso, quelli che vanno oltre il bugiardino. I benefici iniziano a vedersi dopo una settimana dall’inizio della cura disintossicante.

Enterosgel è un dispositivo medico enteroadsorbente “selettivo” che ha origine nella lontana Unione Sovietica. E’ stato creato dal Ministero della Difesa sovietico all’epoca degli scenari di guerra nucleare-biologico-chimica Urss-Usa e successivamente convertito a uso medico civile. La nascita del prodotto risale alla fine del 1970, quando nei team dei ricercatori militari prese piede l’idea di sviluppare una nuova molecola a base di silicio in risposta ai diversi punti deboli propri degli enteroadsorbenti disponibili sul mercato a quel tempo. Il Ministero della Difesa dell’Urss, assegnatario dell’incarico di sviluppare la nuova molecola, avviò immediatamente la sperimentazione sui pazienti di quattro ospedali di stato – Tashkent, Kiev, Vilnius e Dushanbe – conducendo studi per il trattamento di epatite, infezioni intestinali, avvelenamento, complicanze postoperatorie e ustioni, testandolo su oltre cinquemila casi.

Successivamente, in occasione della guerra russo-afgana dal 1979 al 1989), Enterosegel si dimostra efficace. In particolare, in occasione del disastro radioattivo di Chernobyl del 1986 fu somministrato per due anni al personale militare impiegato nell’area del quarto reattore, con risultati terapeutici definiti “ottimi nel 75% dei casi e comunque soddisfacenti nel restante 25%”. Una testimonianza video dell’epoca racconta le prove sulle modalità di somministrazione di Enterosgel e testimonia la sua efficacia.

“L’applicazione preliminare e di prova diretta sulla pelle – ha dichiarato nella video-intervista il dottor Alexander Khovanov – evitava la contaminazione da parte dei nuclidi radioattivi, mentre la sua rimozione provocava il ritorno della radioattività ai livelli prossimi a quelli dell’ambiente circostante al reattore. Successivamente abbiamo iniziato a somministrare Enterosgel anche per via orale in quanto, dopo solo due giorni di permanenza nell’area critica, tutti i soldati avevano accumulato livelli preoccupanti di radionuclidi nell’intestino a causa dell’assunzione di alimenti contaminati. La somministrazione di Enterosgel tre volte al giorno per via orale portava ad una diminuzione dell’accumulo di nuclidi radioattivi al di sotto dei livelli stabiliti per le situazioni di emergenza”.

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Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica e l’acquisizione dell’indipendenza delle varie repubbliche nel 1991, cadde il segreto di Stato e venne avviata la produzione industriale di Enterosgel. Guna, la più importante azienda italiana nel settore della produzione e distribuzione di medicinali omeopatici (ma questo non è un prodotto omeopatico, ne ha recentemente assunto l’esclusiva commerciale per l’Italia, e l’ha lanciato sul mercato nazionale come potente disintossicante gastro-intestinale.

Questo gel inodore e insapore, privo di glutine, aromi e conservanti, presenta una struttura globulare porosa a base di silicio, capace di agire a livello gastro-intestinale “legando” selettivamente le sostanze tossiche con un determinato peso molecolare (non lega sali minerali, elettroliti, proteine e immunoglobuline, mantenendo quindi il totale equilibro organico) e rimuovendole naturalmente entro dodici ore dall’assunzione del prodotto.

Inoltre, enterosgel migliora il profilo immunitario generale dell’organismo e il decorso di diversi disturbi, in particolare delle diarree, anche infettive, di disturbi gastro-intestinali in genere e di malattie allergiche, e riduce l’effetto negativo dell’alcol in caso di abuso di bevande alcoliche.

Recenti studi clinici hanno dimostrato i risultati positivi ottenuti nella gestione della disbiosi, nel trattamento dell’ulcera gastrica, della dermatite atopica e dell’allergia respiratoria. Gli esami microbiologici su pazienti trattati per disbiosi hanno evidenziato la normalizzazione del microbiota intestinale nel 100% dei casi dopo una terapia complessa a base di un mix di medicinali, incluso enterosgel.

In questi pazienti la funzionalità enterica è risultata più efficiente in presenza di enterosgel e a cinque giorni dall’intervento è stato registrato un incremento di tre volte del livello di sIgA. Per quanto riguarda il trattamento dell’ulcera gastrica l’effetto positivo del prodotto è stato riportato in studi condotti presso l’Istituto di Ricerca di Linfologia Clinica e Sperimentale SB Rams di Novosibirskm e in sperimentazioni cliniche effettuate presso la Facoltà di Medicina dell’Università Statale Bogomolets di Kiev.

Il gel in questione si è dimostrato efficace nel controllo dei sintomi infiammatori, nel miglioramento del microcircolo ematico e linfatico e nell’eradicazione dell’Helicobacter pylori (Hp). Il gruppo di pazienti trattato con Enterosgel ha evidenziato la scomparsa più rapida dei sintomi clinici, con tempi medi di cinque giorni, con miglioramento del 38% rispetto al gruppo di controllo.

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Inoltre la completa eradicazione di Hp è stata ottenuta nel 66,6% dei casi nel gruppo trattato con enterosgel, 3,3 volte maggiore rispetto al Gruppo di controllo. Nel trattamento della dermatite atopica dei bambini è stato evidenziato un’efficacia nell’87,5% dei casi contro il 64,5% del gruppo di controllo, con una remissione clinica completa del 62,5% dei casi, contro il 42,9% del gruppo di controllo. Anche il periodo di esacerbazione è stato inferiore: dodici giorni contro venti. Ovviamente, non è concepito per fare i miracoli. Se ti stai chiedendo dove trovarlo, al fondo dell’articolo te lo dico.

In che cosa può essere d’aiuto il prodotto enterosgel?

Perdita di peso: è noto che nelle cure dimagranti aumentano le quantità di sostanze tossiche e di prodotti di scarto del metabolismo. Questo può creare spiacevoli condizioni di nausea, che possono portare al fallimento nel processo di perdita di peso. E’ particolarmente adatto come supplemento, in quanto aiuta ad eliminare dal corpo sostanze dannose.

Dermatologia: varie sostanze contenute negli alimenti sono spesso la causa di molte malattie ed eruzioni cutanee allergiche della pelle. Nella dermatite atopica (eczema dei bambini, neurodermite) e psoriasi l’uso di Enterosgel aiuta a ridurre il prurito. Allevia anche altri sintomi di infiammazione. Si lega agli allergeni e pertanto il suo uso come supplemento di disintossicazione sembra essere molto utile in problematiche di tipo dermatologico e “pelle sporca”.

Antibiotici: gli antibiotici distruggono la normale flora intestinale e i batteri patogeni; quando questi muoiono si riversano sulle endotossine intestinali. Nel caso in cui le endotossine vengano assorbite nel sangue, l’effetto è deleterio per tutto l’organismo, complicando e prolungando il processo di guarigione. Pertanto va preso 2-3 ore dopo l’assunzione di antibiotici. Agisce come una spugna ed assorbe le endotossine nel sangue. L’organismo diventa “pulito”, non appesantito e la guarigione avviene più rapidamente.

Gastrite: è adatto a problemi di ulcera, perché crea condizioni sfavorevoli per la crescita del batterio helicobacter pylori, che contribuisce significativamente alla comparsa di questa malattia. Aiuta ad asportare le tossine, permettendo una più rapida guarigione delle pareti colpite. in tal caso si deve prendere 3 volte al giorno, 30 minuti prima di un pasto (almeno 2 ore prima o dopo i farmaci).

Ginecologia: è consigliato come coadiuvante nel trattamento di infezioni vaginali (batteriche, virali e dovute a funghi) lievi, acute e croniche.

Gravidanza: rimuove le sostanze tossiche dal corpo attraverso il tratto intestinale, riducendo così il carico del fegato e dei reni, non privando la madre e il feto di vitamine, fermenti digestivi, aminoacidi e immunoglobuline. Quindi si può usare sia in gravidanze normali che in quelle più complicate.

Alcool: Lega l’alcool nel tratto gastrointestinale e aiuta la sua eliminazione dal corpo. E’ utile in tutti i casi in cui sia necessario sbarazzarsi degli effetti nocivi dell’alcool. Ma non solo. Aiuta nel diabete di tipo 2: in questi casi si consiglia di utilizzarlo tre volte al giorno.

Helminthoses: Infezioni da vermi, ascaridi, tenie. Questo gel porta all’eliminazione delle sostanze tossiche dal corpo, distruggendo i parassiti nel tratto digestivo e determinando la loro espulsione dal corpo, riducendo l’affaticamento dell’organismo.

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Botte e contusioni: con l’arnica non ci penserai più

L’arnica è diventata così il rimedio naturale per eccellenza degli sportivi. Il nome del genere potrebbe derivare da una alterazione del tardo-latino ptàrmica, a sua volta derivato dal greco ptarmikos (starnutatorio) con allusione alle proprietà starnutatorie connesse con l’odore della pianta. Altri autori però preferiscono partire dalla parola greca arnakis (pelle di agnello) facendo riferimento alla delicata tessitura delle sue foglie.

Se mi capita una contrattura o un’infiammazione, personalmente non uso farmaci di sintesi. Uso l’arnica. Pomata. L’arnica, o arnica montana, è una efficacissima erba medicinale della famiglia delle asteraceae, ghiandolosa, perenne, a fusto eretto e mediamente robusto, alta tra i 20 e i 60 centimetri, dai grandi capolini di colore giallo aranciato con caratteristici petali “spettinati” e dal gradevole odore aromatico.

La uso da tanni e devo dire che per le sue proprietà antinfiammatorie e analgesiche, è uno dei rimedi naturali più efficaci contro dolori muscoloscheletrici, artrite e piccoli traumi. In farmacia sono disponibili tantissimi prodotti a base di questa erba officinale: pomate, creme, unguenti, tinture madri, in cui si ritrovano i principi attivi della pianta, estratti da radici e fiori.

L’utilizzo a scopo salutistico dell’arnica è antico, risale almeno al XVI secolo. Le proprietà antiflogistiche, antidolorifiche e antiecchimotiche dell’arnica ne hanno fatto nel tempo una delle soluzioni più conosciute e apprezzate in fitoterapia contro le conseguenze dei piccoli infortuni.

L’arnica è diventata così il rimedio naturale per eccellenza degli sportivi. Il nome del genere potrebbe derivare da una alterazione del tardo-latino ptàrmica, a sua volta derivato dal greco ptarmikos (starnutatorio) con allusione alle proprietà starnutatorie connesse con l’odore della pianta. Altri autori però preferiscono partire dalla parola greca arnakis (pelle di agnello) facendo riferimento alla delicata tessitura delle sue foglie.

Formidabile è il potere antinfiammatorio e analgesico che l’arnica esercita nei confronti dei traumi, in particolare a carico dei tessuti molli superficiali. A contatto con la zona colpita, favorisce il riassorbimento dell’edema e riduce velocemente il dolore e il livido. L’impiego di quest’erba officinale è quindi quanto mai utile in caso di contusioni, distorsioni, piccole fratture, ma anche contratture, slogature, crampi muscolari.

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Meno nota, ma per certi versi ancora più interessante, è la capacità dell’arnica di alleviare il dolore e contrastare i sintomi invalidanti di alcune forme di artrosi. Risale al 2007 uno studio pubblicato su “Rheumatology International” che ha dimostrato come in queste circostanze l’uso topico dell’arnica riscuota gli stessi benefici dell’ibuprofene, diffusissimo farmaco antinfiammatorio non steroideo.

Questa pianta è spesso utilizzata come rimedio nella fitoterapia, nell’omeopatia e soprattutto nell’omotossicologia (in abbinamento ad altre piane). Un’infusione di foglie viene utilizzata come trattamento, per uso esterno, di traumi e contusioni, ma non deve essere utilizzata sulle ferite. In forma di crema o di tintura diluita, è utilizzata nei dolori reumatici e per l’alopecia.

In omeopatia, l’Arnica è utilizzata per dolori muscolari e nella cura a lungo termine di traumi, per shock, contusioni, strappi, artrite e dolori influenzali. Nel Regno Unito l’agenzia Medicines and Healthcare products Regulatory Agency (Mhra) ha registrato per prima un medicinale a base di arnica denominato Artrogel. Nell’omotossicologia risulta molto efficace Arnica comp della Heel, sia sotto forma di crema sia sotto forma di compresse.

Tutta la pianta (fiori e rizoma) contiene un glucoside (l’arnicina dalla formula CxHxO4) che è simile, come azione, alla canfora. Produce due differenti olii essenziali, uno localizzato nei fiori e l’altro nei rizomi essiccati. Dalla pianta si può estrarre anche fitisterina, acido gallico e tannino.

Le radici al gusto sono molto amare. Epoche particolari di raccolta: le foglie e i fiori in estate, i rizomi in settembre-ottobre. Durante la fioritura, viene utilizzata tutta la pianta. Fate attenzione, è velenosa. Se ingerita, la tintura non diluita può provocare tachicardia, enterite e persino un collasso cardiocircolatorio. Per queste proprietà, un tempo questa pianta era utilizzata come veleno.

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Alla scoperta delle qualità di un superfood chiamato alga spirulina

Un Superfood ricco e bilanciato che la natura ci offre da più di tre miliardi di anni, con una concentrazione eccezionale di micronutrienti che non si è mai vita in nessun cibo, pianta, erba o cereale. L’alga spirulina è ricchissima di proprietà e benefici e si può utilizzare per favorire il benessere dell’organismo, in particolare in alcune situazioni delicate o periodi particolari della propria vita. Ma cosa succede esattamente al nostro corpo assumendo ogni giorno il giusto quantitativo di spirulina?

Dalla notte dei tempi, tra i super alimenti annoveriamo l’alga spirulina. Alga azzurra unicellulare, nonostante il suo colore verde, la spirulina è a tutti gli effetti un super alimento consigliato per tutti e indicato soprattutto per quella tipologia di persone che hanno una dieta povera di proteine. Il nome di questa microalga verde-azzurra lunga appena mezzo millimetro deriva dal latino e significa “piccola spirale”: fa riferimento alla sua struttura a forma di spirale. Può essere di grande aiuto nella dieta.

Le alghe verdi-azzurre sono sin dall’inizio della vita sulla Terra alla base di tutta la catena alimentare e forniscono da sempre l’intero corredo nutrizionale a tutti gli organismi viventi superiori. La spirulina  è conosciuta in tutto il mondo come una delle più ricche fonti alimentari della natura. Con il 60% di contenuto proteico, ad alto valore biologico, la spirulina è fonte più completa e digeribile di proteine di qualsiasi altro alimento naturale. Le proteine della spirulina sono estremamente facili da digerire e da assimilare.

Ti starai giustamente chiedendo: perché dovrei assumerla? Le pareti delle cellule di quest’alga sono formate da muco-proteine di facile digeribilità perché si dissolvono completamente nell’apparato digestivo. La spirulina è una fonte completa di proteine nobili vegetali perché contiene tutti gli aminoacidi essenziali e non essenziali in proporzione ottimale. In parole povere, l’alga è ricchissima di fitonutrienti importanti come la ficocianina, i polisaccaridi, i solfolipidi, carotenoidi, varie vitamine, compresa la B12, acidi grassi essenziali come l’acido gamma linolenico, sali minerali ed enzimi in forma biodisponibile. Insomma, un superfood chiamato spirulina.

Un Superfood ricco e bilanciato che la natura ci offre da più di tre miliardi di anni, con una concentrazione eccezionale di micronutrienti che non si è mai vita in nessun cibo, pianta, erba o cereale. La spirulina è ricchissima di proprietà e benefici e si può utilizzare per favorire il benessere dell’organismo, in particolare in alcune situazioni delicate o periodi particolari della propria vita. Ma cosa succede esattamente al nostro corpo assumendo ogni giorno il giusto quantitativo di spirulina?

La spirulina possiede molteplici proprietà nutrizionali e terapeutiche grazie alle sostanze in essa contenute. La qualità delle sue proteine è elevata. Questo parametro si valuta in base alla presenza di amminoacidi che non vengono prodotti dall’organismo e devono essere necessariamente introdotti con la dieta. La spirulina contiene tutti e otto gli amminoacidi essenziali: fenilalanina, isoleucina, leucina, lisina, metionina, treonina, triptofano, valina. Gli acidi grassi essenziali in essa contenuta sono gli omega 3 e omega 6, che contrastano i livelli di colesterolo e trigliceridi.

Proprietà nutrizionali e i benefici di questo integratore

Ma quali sono le proprietà nutrizionali dell’alga spirulina? Ci sono diversi carboidrati, tra cui il ramnosio e il glicogeno. Le vitamine A, D, K e vitamine del gruppo B, oltre a sali minerali come ferro, sodio, magnesio, manganese, calcio, iodio e potassio. La spirulina è un integratore alimentare per sportivi e per chi vuole tenere sotto controllo il proprio peso. Ha un bassissimo contenuto calorico. Le proteine e vitamine contenute nell’alga spirulina svolgono un’azione tonificante ed energizzante. Riduce il senso di fame grazie al contenuto di fenilalanina che agendo a livello del sistema nervoso induce il senso di sazietà.

Essendo un alimento completo, ricco di vitamine e sali minerali fornisce il giusto apporto nutrizionalie anche alle donne in gravidanza e in allattamento. Grazie alla presenza di betacarotene, acido ascorbico e tocoferolo che insieme svolgono un effetto sinergico contrastando i radicali liberi. Previene i danni dell’invecchiamento favorendo memoria e concentrazione. La presenza di acidi grassi essenziali della serie omega 3 e omega 6 possiede un ruolo determinante nella riduzione del rischio cardiovascolare. In particolare l’acido alfa-linoleico, è un potente fluidificante del sangue, svolge un’azione antiinfiammatoria e abbassa i livelli di colesterolo.

Devi sapere che l’utilizzo alimentare della spirulina è molto antico. Pare risalga al tempo dei romani che la destinavano all’alimentazione delle popolazioni africane (spirulina platensis). Quest’alga era presente anche nella dieta delle civiltà precolombiane (spirulina maxima). Questa tradizione venne riportata dal “conquistador” spagnolo Cortés che nei primi anni del 1500 assoggettò l’impero Atzeco. Oggi gli integratori a base di spirulina sono molto in voga tra gli sportivi e tra chi desidera raggiungere in fretta il proprio peso forma o cerca un’alternativa naturale agli integratori multivitaminici, minerali e ricostituenti di sintesi.

Nel primo caso viene sfruttato l’elevato contenuto di vitamine e minerali che fungono da cofattori enzimatici per sostenere la produzione energetica durante uno sforzo muscolare particolarmente intenso. Gli sportivi possono avvantaggiarsi anche dell’ottimo apporto vitaminico della spirulina e delle sue preziose proprietà antiossidanti: l’attività fisica, pur migliorando i sistemi endogeni di smaltimento, produce molti radicali liberi.

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L’elevatissimo contenuto proteico – parliamo di 65-70 grammi per 100 grammi di alimento, contro i 20-25 di un taglio di carne magra – la rende un alimento particolarmente utile e nutriente anche per la popolazione sedentaria. Il buon profilo amminoacidico, può rappresentare un valido aiuto per coprire il fabbisogno di amminoacidi essenziali nelle persone che seguono una dieta vegetariana stretta o vegana. La sua particolare parete cellulare, priva di cellulosa e di tipo mucoproteico, le conferisce inoltre una buona digeribilità. La spirulina sembra possedere anche un certo effetto sul controllo dell’appetito: assunta prima dei pasti, accelera la comparsa del senso di sazietà.

Riepilogando. Questo super alimento che viene dalle profondità oceaniche, rende il sistema immunitario più forte. Stimola le naturali difese del nostro corpo e per questo c’è chi la assume in periodi particolarmente critici dell’anno (ad esempio in autunno-inverno per evitare il più possibile raffreddore e influenza). Dà maggiore energia: grazie alla presenza di vitamine A, B, C, E e sali minerali importanti come ferro, calcio, magnesio e potassio, la spirulina è un vero e proprio integratore che fornisce il giusto carburante al nostro organismo per funzionare al meglio e sentirsi bene. Per questo è molto apprezzata anche dagli sportivi.

Aiuta chi soffre di anemia può trarre beneficio da un’assunzione regolare di spirulina in quanto quest’alga è ricca di ferro tra l’altro facilmente assimilabile dall’organismo. Spesso si consiglia l’uso di spirulina a vegetariani o vegani in quanto è un’alga particolarmente ricca di amminoacidi. Un’assunzione giornaliera assicura dunque una maggiore probabilità di raggiungere il fabbisogno proteico necessario all’organismo. tra le caratteristiche più apprezzate di questa alga vi è la sua capacità di depurare. Utilizzarla quotidianamente, quindi, ci assicura anche un buon effetto disintossicante sul corpo.

Grazie ai principi attivi contenuti, se usata nel modo giusto e con una certa costanza, è in grado di riportare nella norma i valori del colesterolo. Ricca di sostanze antiossidanti che contrastano l’azione dei radicali liberi. Utilizzarla ogni giorno consente quindi di veder migliorata la salute delle propria pelle. Anche se si soffre di problemi legati al ciclo mestruale, la spirulina può venire in aiuto visto che contribuisce a regolarizzarlo e ad alleviare eventuali dolori. Secondo la teoria dei cibi acidi e di quelli alcalini, la spirulina va inserita in questi ultimi e dunque può aiutare a ristabilire l’equilibrio e la salute generale del corpo.

Si trova comunemente in commercio sotto forma di polvere o integratore. A seconda dell’uso che se ne vuole fare è consigliabile una versione piuttosto che l’altra. Se ad esempio intendiamo aggiungerla alle nostre preparazioni culinarie possiamo scegliere la polvere, mentre se cerchiamo un effetto più incisivo, marcato e forte è sicuramente consigliato assumerne dosi più elevate attraverso un integratore specifico in compresse.

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Contrasta malattie degenerative: ascorbato di potassio

Prima di iniziare a parlare dei suoi benefici, partiamo dall’unica controindicazione, così da sgombrare il campo da potenziali equivoci. L’alto dosaggio può portare a ipercalemia, solo se si raggiungono i 18 grammi al giorno. Si consideri che tale dosaggio è elevatissimo ed è praticamente inverosimile l’ipotesi di assumerlo accidentalmente. Per il resto, questo fantastico rimedio (ottimo per chi soffre di infiammazioni dell’apparato muscolo scheletrico in generale), è e resta la nostra arma micidiale contro le malattie degenerative.

L’ascorbato di potassio contrasta malattie degenerative. Come si chiama? Ascorbato di potassio. Che già solo a pronunciare questo nome o ad ascoltarlo può sembrare chissà che cosa. Se poi si vanno ad approfondire le componenti, si potrebbe addirittura supporre, da ignoranti, che faccia male. Acido ascorbico unito al bicarbonato di potassio. Sempre da ignoranti si potrebbe pensare: poveri reni… Meglio non rischiare. Meglio assumere ciò che ci consiglia il medico.

Eccolo il più grave errore che commettiamo quando dobbiamo combattere un problema, una malattia, ma anche solo quando dobbiamo prevenirla. Non c’è nulla di più sbagliato del non ascoltare la propria innata diffidenza e mettersi completamente nelle mani di un medico che osanna la medicina tradizionale e scarta con supponenza e per superficialità e interessi personali le altre scienze, come la fitoterapia o la naturopatia, la medicina cinese e quant’altro. Siamo esseri umani. Ci consumiamo, ci logoriamo, ma soprattutto ci ossidiamo.

La natura ci mette a disposizione, tra l’altro a buon mercato, dei rimedi che se assunti con regolarità per determinati periodi di tempo vanno a curare tutta una serie di problemi cronici e degenerativi prevenendone altri. Ma siccome questi rimedi non arricchiscono le case farmaceutiche e le grandi multinazionali dell’industria della sanità mondiale, questi rimedi da costo irrisorio anche per un cassintegrato non ci vengono consigliati. Cos’è l’ascorbato di potassio? Enciclopedicamente è il sale potassico dell’acido ascorbico, quest’ultimo noto anche come vitamina C. Si ottiene per soluzione estemporanea a freddo in acqua di una parte di acido ascorbico e due parti di bicarbonato di potassio, i quali devono essere in forma cristallizzata purissima, livello di purezza non inferiore al 97%. Nella preparazione è bene evitare utensili di metallo per prevenire l’ossidazione dell’acido ascorbico.

Prima di iniziare a parlare dei suoi benefici, partiamo dall’unica controindicazione, così da sgombrare il campo da potenziali equivoci. L’alto dosaggio può portare a ipercalemia, solo se si raggiungono i 18 grammi al giorno. Si consideri che tale dosaggio è elevatissimo ed è praticamente inverosimile l’ipotesi di assumerlo accidentalmente. Per il resto, questo fantastico rimedio (ottimo per chi soffre di infiammazioni dell’apparato muscolo scheletrico in generale), è e resta la nostra arma micidiale contro le malattie degenerative.

La Fondazione Internazionale Pantellini, da sempre e mai smentita, sostiene che l’acido ascorbico, che deve essere giornalmente assunto dal nostro organismo con la dieta alimentare. E’ un importante antiossidante ed è indispensabile per la sintesi biologicamente attiva del collagene e dei tessuti connettivi. Inoltre, aumenta l’assorbimento del ferro, contribuisce all’accrescimento delle ossa, migliora la resistenza alle infezioni e potenzia il sistema immunitario. La sua carenza provoca lo scorbuto. Il potassio è un regolatore importantissimo per il metabolismo cellulare. È un cofattore, cioè un elemento che permette il corretto funzionamento di enzimi e proteine intracellulari.

Come usarlo contro le malattie degenerative

Questo sale evidenzia una straordinaria azione contro le patologie degenerative e la sua assunzione regolare, anche a livello preventivo, permette un potenziamento delle difese immunitarie. E’ sempre meglio rivolgersi ad un medico o ad un consulente che sia a conoscenza dei protocolli utilizzati, perché i dosaggi sono legati sia all’anamnesi remota della persona (cioè alle informazioni relative alla storia sanitaria della persona e dei propri familiari) che alla valutazione di particolari parametri clinici (emocromo ed elettroliti).

L’acido ascorbico ripristina o aiuta a mantenere sana la corretta concentrazione di potassio intracellulare, con ripristino del corretto metabolismo cellulare ed un’inversione di tendenza nella degenerazione stessa – quando presente – perché l’acido ascorbico rappresenta il mezzo di trasporto per il potassio dentro la cellula, ed il composto evidenzia un meccanismo protettivo per le proprie caratteristiche altamente antiossidanti.

Ovviamente, non stiamo parlano di terapie, ma di una metodica di base che agisce sui meccanismi bio-chimico-fisici più elementari del funzionamento cellulare e può essere applicata, con le dovute precauzioni ed accorgimenti, anche con i protocolli standard ospedalieri sia in relazione alla chemioterapia che alla radioterapia. I protocolli con ascorbato di potassio possono favorevolmente essere utilizzati anche in preparazione agli interventi chirurgici (sempre in presenza di patologie degenerative).

PROMEMORIA > Per approfondire la storia del “metodo Pantellini”, impiegato contro determinati tipi di cancro, potresti prendere in considerazione di leggere Pantellini, il caso, il cancro

Quando si parla di ascorbato di potassio, non si può prescindere dal cosiddetto “metodo Pantellini”. Facciamo un attimo un salto indietro nel tempo. Prima che scoppiasse il “caso Di Bella”, il metodo del dottor Gianfranco Valsé Pantellini, nel campo della medicina alternativa, era la terapia contro il cancro più usata e più conosciuta in Italia. Come la maggior parte delle scoperte scientifiche più importanti, anche questa trae origine da un errore fortuito.

Nel 1947, il dottor Pantellini consigliò ad un malato di cancro allo stomaco inoperabile, con prognosi di pochi mesi di vita, di bere limonate con bicarbonato di sodio al fine di calmare i forti dolori. Immaginatevi la sorpresa quando dopo sei mesi il suo problema oncologico regredì al punto di non essere visibile all’indagine radiografica. Cos’era successo ? Il paziente, per errore, non aveva usato il bicarbonato di sodio, ma il bicarbonato di potassio.

La cosa sorprese il dottore, ma gli dette anche l’intuizione per uno studio che avrebbe cambiato la sua vita. Pantellini proseguì le sue ricerche per 40 anni, scoprendo che è la combinazione tra l’acido ascorbico (vitamina c) e il bicarbonato di potassio produce l’ascorbato di potassio, il più potente antiossidante che trattava efficacemente il cancro e molte malattie degenerative ed autoimmuni. Pantellini ha sperimentato che la somministrazione di ascorbato di potassio, che non provoca effetti collaterali indesiderati, ha in dosaggi diversi, un’azione preventiva e curativa nei riguardi del cancro. Lo scienziato ha trattato con successo malattie autoimmuni da virus dipendenti e, tra queste, la sclerosi multipla.

Il rimedio messo a punto dalla Fondazione Pantellini, in casa propria, si prepara con semplicissimi ingredienti: succo di limone, acido ascorbico e bicarbonato di potassio. Uno o due limoni freschi (un limone contiene dai 45 ai 75 milligrammi per 100 millilitri di succo, un limone grosso di circa 250 grammi contiene circa 90 millilitri di succo), bicarbonato potassio (circa la punta di un cucchiaino che non sia di ferro, 300 milligrammi) e 150 milligrammi di vitamina C.

Si presume che il limone sia maggiormente efficace della sola vitamina C. Si può aggiungere ghiaccio o zucchero (meglio se di canna) a piacere. Fare la spremuta del succo di limone, aggiungere almeno due dita di acqua fredda (circa 200 millilitri) e una punta di cucchiaino di bicarbonato di potassio (K). Agitare bene con un cucchiaino che non sia di ferro per circa un minuto. Fare la spremuta del succo di limone, aggiungere almeno due dita di acqua fredda (circa 200 millilitri) e una punta di cucchiaino di bicarbonato di potassio (K).

Agitare bene con un cucchiaino per circa un minuto. Il bicarbonato potassio è un integratore fatto per due terzi di bicarbonato e per un terzo di potassio. Il Ministero della Salute lo “inquadra” come integratore alimentare. Si trova in farmacia e erboristeria al costo medio di 5 euro per 100 grammi. Il chilo è disponibile alle volte solo in farmacia a 20 euro con richiesta medica su foglio bianco. Importante ricordare che per conservare bene il bicarbonato potassio, è necessario tenerlo lontano dall’umido e dalla luce, pertanto si consiglia di travasare una modica quantità (un cucchiaino) in una bustina per alimenti da riporre poi in un barattolino da cui attingere di volta in volta.

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Ascorbato di potassio: il metodo di Gianfranco Valfrè Pantellini

Abbiamo detto che l’ascorbato di potassio può essere d’aiuto per tutte le malattie degenerative e in particolar modo per quelle a carico dell’apparato muscolo-scheletrico. Approfondiamo un attimo anche questo concetto, prima di concludere. Fit For Work Italia spiega che i disturbi muscolo-scheletrici si sviluppano quando la capacità fisica di muscoli, tendini, articolazioni non è in equilibrio con le forze che agiscono sul corpo. Le cause possono essere esterne, ovvero traumi acuti, fratture, lacerazioni, contusioni, erniazioni.

Prevalentemente però sono disordini cumulativi, risultano cioè dall’esposizione ripetuta a forze esterne o carichi di alta o bassa intensità che, con il tempo, alterano gli equilibri. Queste patologie sono le più comuni e colpiscono tutte le età e gruppi razziali, provocando disabilità e spesso handicap. La definizione di disturbi muscolo-scheletrici è generica perché comprende una varietà di differenti malattie che provocano dolore o sensazione di fastidio nelle ossa, articolazioni, muscoli o strutture circostanti.

Nonostante la definizione generica, è possibile individuare tre gruppi principali: lombalgia, malattie degli arti superiori di origine occupazionale, patologie autoimmuni (malattie reumatiche). Queste ultime sono patologie specifiche e progressive non causate dal lavoro ma che possono essere da esso aggravate. Esse sono spesso trattate dai medici di medicina generale e da specialisti, al di fuori della sfera di competenza della medicina della del lavoro. Se non correttamente diagnosticate e trattate, possono avere un impatto significativo sulla capacità funzionale lavorativa e, a lungo termine, sull’inclusione nel mercato del lavoro.

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Vitamina C o acido ascorbico: fa tanto bene alla salute

L’acido ascorbico è un composto organico presente in natura con importanti proprietà antiossidanti. E’ un solido bianco, sembra polvere, ma in campioni impuri, inumiditi od ossidati dall’ossigeno atmosferico può apparire giallastro. Si tratta anche di una vitamina idrosolubile, essenziale nell’uomo ma non in tutti i mammiferi, antiossidante, spesso utilizzata in forma salina, ascorbato, che svolge nell’organismo molteplici funzioni. La sua storia si riallaccia a quella dello scorbuto, una patologia legata ad una carenza di tale composto nella dieta.

La cosiddetta vitamina C si chiama scientificamente acido ascorbico. Insomma, fa bene. Una vera toccasana di cui il nostro corpo ha sempre bisogno. La sua storia merita di essere conosciuta e il suo impiego diffuso. La vitamina C è presente in sufficienti quantità in alcuni alimenti, insieme a bioflavonoidi, soprattutto nei vegetali a foglia verde, come peperoni, pomodori, kiwi e negli agrumi, particolarmente concentrata nel frutto di ciliegia amazzonica, l’acerola, e nella rosa canina. La vitamina C può deteriorarsi nel caso in cui questi alimenti vengano tenuti all’aria (per via della maturazione dei frutti) per molto tempo o se la sostanza base, l’acido ascorbico, viene conservata dentro contenitori di metallo (il metallo ossida i minerali).

Se chiedete cos’è l’acido ascorbico ad un medico, anche ad un medico di base, vi sentirete rispondere che si tratta di acido “L-ascorbico, ossia vitamina C, principio antiscorbutico”, che lo trovate regolarmente in tutte le farmacie delle vostre città, che fa benissimo, anzi che è necessario, che in termini di efficacia è uno dei migliori antiossidanti, che allo stato puro costa circa sette euro ogni cento grammi e che, sì, è più conveniente della vitamina C “firmata”. Più conveniente perché è la “vera” vitamina C non aggregata in laboratorio, ma costa molto meno. Vuoi mettere cento grammi contro dieci o quindici compresse da un grammo?

A questo punto, il vostro cervelletto, anche il più minuto, vi suggerirà di chiedergli provocatoriamente: ma allora, brutto ruffiano di “big pharma”, perché fino ad oggi mi hai sempre suggerito di comprare le compresse all’arancia o al limone che costavano un bulbo dell’occhio ogni volta? Non potevi consigliarmi subito l’acido ascorbico e mi facevi risparmiare un po’ di soldini? Meno male che ho fatto quattro chiacchiere con quel naturopata, anche osteopata, specializzato in scienze mediche orientali, che mi ha aperto gli occhi…

L’acido ascorbico è un composto organico presente in natura con importanti proprietà antiossidanti. E’ un solido bianco, sembra polvere, ma in campioni impuri, inumiditi od ossidati dall’ossigeno atmosferico può apparire giallastro. Si tratta anche di una vitamina idrosolubile, essenziale nell’uomo ma non in tutti i mammiferi, antiossidante, spesso utilizzata in forma salina, ascorbato, che svolge nell’organismo molteplici funzioni. La sua storia si riallaccia a quella dello scorbuto, una patologia legata ad una carenza di tale composto nella dieta.

Questa malattia era già nota in Grecia attorno al V secolo avanti Cristo. Nel XVI secolo era noto, soprattutto presso popolazioni marinare, che lo scorbuto poteva venir curato e prevenuto dall’assunzione di verdure e frutta fresca o dall’estratto di aghi di pino. Tuttavia, la prima prova di ciò venne nel maggio del 1747 ad opera di un chirurgo della marina reale inglese. James Lind prese dodici membri dell’equipaggio affetti da scorbuto e li divise in sei gruppi da due persone ciascuno. Ad ogni gruppo fece assumere, oltre alle normali razioni alimentari, un composto particolare: sidro, acido solforico, aceto, spezie ed erbe, acqua di mare, arance e limoni.

Assumere la vitamina C come forma di prevenzione

I risultati ottenuti permisero di dimostrare che effettivamente quest’ultima aggiunta permette di prevenire l’insorgere dello scorbuto. Lind pubblicò i risultati di questo suo studio nel 1753. Nel 1795 la marina inglese stabilì di aggiungere succo di limone o di lime nella dieta dei marinai. Poi, dopo altre conferme, nel 1912 Casimir Funk ipotizzò, da studi su malattie carenziali, la presenza di composti che denominò vitamine. Sebbene abbia studiato soprattutto il beri-beri, ipotizzò che anche altre malattie (tra cui lo scorbuto) dipendessero da mancanza di specifiche vitamine.

Nel 1921, il composto antiscorbutico venne denominato vitamina C e tra il 1928 e 1933 esso venne isolato e cristallizzato da Joseph Svirbely e da Albert Szent-Gyorgyi Von Nagyrapolt e, indipendentemente, da Charles Glen King. Nel 1934, sir Walter Norman Haworth e Tadeusz Reichstein, in maniera indipendente, riuscirono a sintetizzare la vitamina C. Nel 1937, l’ungherese Albert Szent-Gyorgyi ricevette il Premio Nobel per la Medicina per le sue scoperte sui processi biologici di combustione, con particolare riguardo alla vitamina C, e alla catalisi dell’acido fumarico. Ma, appunto, questa è storia.

Fa bene? In cosa aiuta? Perché? La vitamina C è importante, anzi si rivela indispensabile, per il corretto funzionamento del sistema immunitario e la sintesi di collagene nell’organismo. Il collagene rinforza i vasi sanguigni, la pelle, i muscoli e le ossa. L’uomo non può creare collagene senza di essa. La vitamina C ha un ruolo importante, soprattutto in reazioni di ossidoriduzione catalizzate da ossigenasi, e svolga un’azione antistaminica.

Tra i processi più noti in cui la vitamina C interviene ci sono: idrossilazione della lisina e della prolina ad opera della prolina idrossilasi e della lisina idrossilasi, reazioni importanti per la maturazione del collagene, idrossilazione della dopamina per formare la noradrenalina, sintesi della carnitina, catabolismo della tirosina, amidazione di alcuni peptidi con azione ormonale, sintesi degli acidi biliari, sintesi degli ormoni steroidei per intervento durante le reazioni di idrossilazione, riduzione dell’acido folico per formare la forma coenzimatica, aumento dell’assorbimento di ferro per riduzione del Fe (III) a Fe (II), azione di rigenerazione della vitamina E per cessione di un elettrone al radicale α-tocoferossilico. Cerchiamo di capire meglio.

Cosa può causare la carenza di acido ascorbico

La carenza di vitamina C, come detto sopra, determina la comparsa dello scorbuto, patologia che riguarda particolarmente l’insufficiente produzione di collagene e di sostanza cementante intercellulare. Una situazione pericolosa che determina alterazioni a livello dei vasi sanguigni con comparsa di emorragie, rallentamento della cicatrizzazione delle ferite, gengiviti con alterazioni della dentina, gengivorragie ed osteoporosi delle ossa.

Nei bambini si ha anche un arresto della crescita. Le varie emorragie sviluppantesi possono portare anche ad un quadro di anemia sideropenica. Bassi livelli di acido ascorbico, sufficienti alla sopravvivenza, ma al di sotto di quelli necessari, sembrano favorire l’aterosclerosi, sia per l’ipotesi ossidativa sia per l’ipotesi risposta alla lesione. Per la scarsità di vitamina C nell’organismo, si instaurano situazioni come la progressiva crescita dell’azione devastante dello stress ossidativo e dei radicali liberi sulle pareti cellulari vascolari o il progressivo impoverimento e cedimento di collagene nelle pareti cellulari vascolari che venendo tamponato da derivati di alfa lipoproteine produce, col progressivo accumulo, l’aterosclerosi e, di conseguenza, tutte le altre pericolosissime sue patologie derivate a cascata.

E’ consigliabile consumarla unendola, nel bicchiere d’acqua, ad una punta di cucchiaino di bicarbonato di sodio, o di bicarbonato di potassio (ascorbato di potassio). Sarà decisamente più saporita da mandare giù. A livelli di assunzione normali, viene assorbita una quota di acido ascorbico variabile tra il 70 ed il 95% della dose consumata. La vitamina C contribuisce anche alla formazione dei globuli rossi e previene le emorragie. Inoltre combatte le infezioni batteriche e riduce gli effetti di alcune sostanze che provocano allergie. Per queste ragioni la vitamina C è spesso usata nella prevenzione e nella cura del raffreddore comune.

E’ stato scoperto che la vitamina C agisce come antistaminico e può essere usata per ridurre le dosi della forma medicinale. Inoltre, ha relazioni significative con altri elementi nutritivi. Contribuisce al metabolismo di alcuni aminoacidi come la fenilalanina e la tirosina che diventano ormoni. La vitamina C trasforma le forme inattive di acido folico in forma attiva di acido folinico e può avere un ruolo significativo nel metabolismo del calcio e del ferro. Protegge la tiamina, la riboflavina, l’acido folico, l’acido pantotenico, la vitamina A e la E dall’ossidazione. Protegge il cervello e il midollo spinale dalla distruzione da parte di radicali liberi.

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La vitamina C facilita la formazione di ossa e denti sani, proteggendo smalto e polpa. Riduce gli effetti negativi sull’organismo di certe sostanze che producono allergie. Il fluido lubrificante delle articolazioni, il liquido sinoviale, diventa più scorrevole quando i livelli di acido ascorbico sono alti e consente una maggiore libertà di movimento. E’ un elemento nutritivo importante nel trattamento delle ferite perché accelera il processo di rimarginazione. L’acido ascorbico può abbassare il contenuto di colesterolo nel sangue dei pazienti affetti da arteriosclerosi.

Il tasso di colesterolo nel siero si riduce del 35-40% con il trattamento con vitamina C. Stimola la produzione di interferone e agisce da fattore inattivante contro i virus e le infezioni, incluso il virus herpes, le eruzioni vacciniche, il virus dell’epatite, della poliomielite, dell’encefalite, del morbillo, della polmonite e dell’Aids. Dato che il normale funzionamento dei globuli bianchi che lottano contro le infezioni dipende dalla vitamina C, va da sé questo stesso meccanismo opera contro i batteri, compresi quelli responsabili della difterite, della tubercolosi, del tetano, della febbre tifoide, e gli stafilococchi.

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Dipendenza: come riconoscerla e soprattutto come curarla

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Una dipendenza è causa dell’alterazione del comportamento. Dalla fase della comune abitudine si passa a quella esagerata e smisurata del piacere attraverso mezzi, sostanze, oppure comportamenti che sfociano in una condizione patologica cronica. E tenete bene in mente le ultime tre parole che avete letto. Più dipende, più il soggetto ammalato tende a perdere il controllo di un’abitudine. Quindi, si è dipendenti quando si fa un uso compulsivo di una sostanza a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative.

Ci si ammala di dipendenza quando si perde il controllo volontario del comportamento. Le tecnologie odierne delle neuroscienze stanno portando alla luce alcuni meccanismi cerebrali correlati alle dipendenze. Oltre ad anni di risultati sperimentali sui modelli animali, ora ci sono gli studi per visualizzazione in vivo delle funzioni del cervello umano, grazie alla pet e alla risonanza magnetica funzionale. Questi strumenti di indagine rilevano alterazioni funzionali e strutturali, per questo si parla di patologia cronica, del sistema nervoso centrale di persone dipendenti.

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Questo conduce alla condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo. Giusto, ma non sempre. Per fortuna, infatti, capita che molte persone affette da dipendenza superino questa malattia senza ricorrere a cure. Inoltre, va tenuto conto che l’azione stessa delle sostanze psicoattive e la loro capacità di indurre dipendenza sono modulate da numerosi fattori di tipo psicologico e sociale. E se la persona non ha una sola dipendenza? Si trova certamente in una situazione peggiore, che si chiama polidipendenza.

Ci sono due tipi diversi di dipendenze e hanno effetti differenti: c’è la dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e la dipendenza psichica, che modifica lo stato psichico e comportamentale. Quella fisica è una dipendenza prodotta essenzialmente da condizionamenti neurobiologici ed è superabile con relativa facilità. La dipendenza psichica richiede interventi terapeutici lenti e ad ampio raggio. Spesso vanno coinvolti anche i familiari della persona dipendente.

Esiste una forma grave che comporta sia la dipendenza fisica sia quella psichica compulsiva. Un esempio è dato dal bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende. Si cerca l’effetto e si vuole evitare l’astinenza. La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga o la sostanza in dosi sempre maggiori, a causa dell’assuefazione che porta ad un innalzamento della soglia di tolleranza.

In pratica, il processo dell’assuefazione è uno dei più semplici. Per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina e, in secondo luogo, a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante. Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente dal cibo, come nel caso della bulimia, della dipendenza da zuccheri, del disturbo da alimentazione incontrollata. Oppure si può essere dipendenti da sostanze stupefacenti, in cui rientra l’alcolismo, il caffeinismo e il tabagismo.

Esiste la dipendenza da sesso, come nel caso di dipendenza sessuale, pornografia, masturbazione compulsiva. Ed esistono le dipendenze da lavoro (work-a-holic), da gioco (gioco d’azzardo patologico), da shopping (shopping compulsivo), televisione, internet (internet dipendenza), videogame, lo sport. La dipendenza non si presenta solo con un eccesso di dopamina, ma anche con un loro deficit.

Ad esempio, ripetere sempre le stesse cose e la mania di ordine e pulizia si manifestano come una dipendenza. Sono sintomi di una carenza di serotonina. Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer, o attività quotidiane. Si chiama “dipendenza psicologica” e provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa. Una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

Quali sono le aree del cervello coinvolte da questa malattia?

Uno studio del 2007 ha mostrato per la prima volta le aree del cervello coinvolte nel processo decisionale. I neuroni della corteccia orbitofrontale e della cingolata anteriore sono le aree del cervello attivate per prendere qualsiasi decisione, sia cruciali come la scelta del tipo di scuola o di lavoro, sia banali come mangiare o bere qualcosa.

Rispettivamente, l’attività neuronale viene modulata nella orbifrontale in proporzione alla gravità della decisione da assumere, serve cioè ad identificare l’alternativa migliore, e nella cingolata in base alla rispondenza alle aspettative di partenza, come seguire l’alternativa che si è valutata migliore.

La cingolata anteriore è oggetto degli stimoli più forti per il confronto fra “pay-off” atteso, probabilità di successo e costo in termini di tempo e sforzo richiesti. A riprova, chi presenta danni in queste aree tende a comportamenti autolesionistici, con la stessa dinamica delle dipendenze, vale a dire a scegliere l’alternativa peggiore (in modo consapevole e non) e meno soddisfacente per sé.

Pare che il problema sia dovuto al non adeguamento dell’attività neuronale in base all’importanza della decisione da assumere: impulsività su scelte cruciali e per contro tempi lunghi per decisioni del quotidiano. Oggi, per curare le dipendenze si predilige un approccio multidisciplinare, che prevede un intervento mirato in ambito biologico e psicologico.

In ambito biologico, lo scopo è il raggiungimento dell’astinenza, utilizzato soprattutto nelle dipendenze da sostanze come alcol e droghe. Possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche. In ambito psicologico, di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, invece ci si prefigge l’obiettivo di spingere il soggetto a superare l’ossessiva percezione del bisogno della sostanza o comportamento da cui è dipendente.

Esistono molte associazioni che utilizzano il programma di recupero del gruppo di “auto-aiuto” come terapia contro svariate forme di dipendenze. Quali? Alcolismo, tossicodipendenza da droghe “leggere” (hashish e marijuana) e “pesanti” (cocaina, eroina, metanfetamina e altre), bulimia e altri disturbi alimentari, relazionali (codipendenza e dipendenza affettiva), comportamentali (gioco d’azzardo compulsivo). E ancora: dipendenza dal lavoro, da shopping compulsivo, sessuale (masturbazione compulsiva, pornodipendenza o cyber-sex addiction), da tecnologiche (internet dipendenza).

Informati di più sulla dipendenza: non è solo un problema altrui

Ortica: il più potente integratore alimentare del mondo

L’estratto metanolico di ortica è generalmente ben tollerato. Sono stati riferiti rarissimi casi di effetti collaterali come iperidrosi, episodi di reazioni allergiche cutanee e disturbi gastrointestinali di gravità trascurabile e transitori, quali nausea, diarrea e dolore gastrico. Da segnalare anche le possibili interferenze con terapie ormonali e per sommatoria d’azione con finasteride e dutasteride (molto utilizzati nel trattamento dell’alopecia androgenetica e dell’ipertrofia prostatica). In ogni caso, prima dell’assunzione di estratti di radice d’ortica, è necessario il controllo medico.

Al vertice della piramide dei migliori integratori naturali sicuri e privi di agenti nocivi alla salute interna ed esterna del corpo c’è l’ortica. Di questa pianta, in fitoterapia, si utilizzano sia le radici sia le foglie. Queste ultime vengono raccolte a primavera inoltrata e all’inizio della stagione estiva, prima che sia completato il processo di fioritura.

I costituenti principali delle foglie sono clorofilla, sostanze vasoattive e proinfiammatorie (come serotonina, istamina, acetilcolina…), flavonoidi (tra cui rutina, isoquercitrina, canferolo e isoramnetina) olio essenziale (soprattutto chetoni), vitamine (in particolare la C, ma anche A, B1, B2, B6, D e K), proteine, fibre, sali di calcio e di potassio, acido silicico e acido formico. I costituenti principali delle radici sono invece steroli (beta-sitosterolo, stigmasterolo, campesterolo…), lectine, polisaccaridi idrosolubili (glucani, glucogalatturonani, arabinogalatani acidici), idrossicumarini, lignani e ceramidi.

Si assumono attraverso tisane e infusi, anche se in commercio ci sono molti validi prodotti in compresse e in gocce (tintura madre). Siccome le radici vengono usate anche per l’ipertrofia prostatica, va evidenziato che la “droga” di interesse urologico è costituita dai rizomi e dalle radici essiccate, che si caratterizzano per la presenza di fitosteroli (daucosterolo e relativi glucosidi) e scopoletina. Discreta anche la presenza di tannini, lecitine, sali minerali, fenilpropani e lignani.

L’estratto metanolico di ortica è generalmente ben tollerato. Sono stati riferiti rarissimi casi di effetti collaterali come iperidrosi, episodi di reazioni allergiche cutanee e disturbi gastrointestinali di gravità trascurabile e transitori, quali nausea, diarrea e dolore gastrico. Da segnalare anche le possibili interferenze con terapie ormonali e per sommatoria d’azione con finasteride e dutasteride (molto utilizzati nel trattamento dell’alopecia androgenetica e dell’ipertrofia prostatica). In ogni caso, prima dell’assunzione di estratti di radice d’ortica, è necessario il controllo medico.

Ma cosa cura l’ortica? Pianta erbacea perenne appartenente alla famiglia delle urticacee, l’ortica è diffusa in tutto il mondo, in particolare nell’America del Nord e in Europa. Predilige zone umide e ha un’altezza variabile dai 50 ai 150 centimetri. La sua caratteristica più nota è l’effetto urticante dei peli che ricoprono le foglie e i fusti. L’utilizzo fitoterapico delle radici di ortica è, purtroppo, limitato al trattamento di patologie relative all’apparato urinario. Purtroppo, nel senso che non è sfruttata al meglio. Le indicazioni principali sono le cistiti, l’iperplasia prostatica benigna (trattamento dei sintomi), disturbi della minzione, prostatite e sindrome della vescica irritabile.

Le applicazioni fitoterapiche dell’ortica

Il ventaglio delle applicazioni fitoterapiche relative alle foglie è molto più esteso: tra le più comuni ricordo la bronchite asmatica, anemia, la cistite, la cistorrea, la diarrea, la colite, gli eczemi, l’epistassi, le eruzioni cutanee e le malattie della pelle in generale, l’osteoartrite, la rinite allergica e la gotta. Serve a purificare la pelle, rinforzare unghie e capelli, abbassare i livelli di glicemia, contrastare l’anemia. E ancora, è un ottimo antiossidante, rallenta le emorragie, accelera il metabolismo, è un ottimo antinfiammatorio.

Inoltre, l’ortica è anche un ottimo diuretico. Grazie all’effetto antinfiammatorio dello zinco, il fusto e le foglie dell’ortica, esercitano una valida azione benefica nella cura dell’acne e di molte irritazioni cutanee come l’eczema, anche infantile, o l’eczema nervoso. La presenza di discrete quantità di minerali tra cui il magnesio e il silicio, conferisce ai preparati di ortica, derivanti dal fusto e dalle foglie, un efficace potere remineralizzante utile per curare persone che soffrono di artrosi, reumatismi o di dolori articolari dovuti alle cartilagini consumate.

Per questa ragione è consigliabile inoltre utilizzare l’ortica anche prima e durante la menopausa, periodo in cui le donne vanno incontro ad un indebolimento osseo e cartilagineo in generale. Da non sottovalutare anche la presenza di una buona quantità di ferro che può sicuramente aiutare chi soffre di carenza di questo indispensabile minerale, in particolare per esempio donne in gravidanza o madri che allattano. In generale i prodotti derivati dal fusto e dalle foglie dell’ortica hanno un potere tonico ed antiastenico abbastanza forte.

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Mi è stato detto più volte che vado contro corrente. E infatti è vero, un po’ come i salmoni “risalgo la corrente. Anzichè consigliare cinquanta integratori chimici costosi e di solito poco efficaci, propongo un’erba che non presenta effetto di inversione perché non ha effetti simil-farmacologici ma solo nutrizionali e quindi non presenta effetti collaterali di alcun tipo. E’ abbondante e praticamente a costo zero se uno ha voglia di andarsela a raccogliere. Eh sì, l’ortica, la mia “amichetta” dell’infanzia che faceva venire le bolle è proprio un’erba straordinaria.

Anche i movimenti naturalistici di solito non la conoscono, e nessuno di noi conosce le sue straordinarie proprietà, di solito si consigliano erbe asiatiche o esotiche come ginseng, ginkgo biloba & co, mentre basta fare una semplice gita fuori porta e trovare “un’erba tuttofare” con valori nutrizionali straordinari perché il tasso di proteine è il più alto riscontrabile in un vegetale, e contiene diciotto dei venti amminoacidi e tutti gli otto essenziali. Contiene ovviamente la clorofilla che ossigena, disintossica e favorisce il nostro equilibrio acido-base. E’ ricca di molte vitamine come la C in quantità maggiore di sei volte quella dell’arancia, vitamine del gruppo B, A ,E, K.

Sono presenti tutti i minerali più utili al nostro organismo con il ferro contenuto in quantità doppia rispetto alla carne di manzo e facilmente assimilibile anche grazie alla vitamina C, e il Calcio in quantità di quattro volte quanto contenuto nello yogurt. Contiene i flavonoidi, potenti antiossidanti, la glucochinina, sostanza che abbassa la glicemia, e la secretina, ormone che stimola l’apparato digerente in toto”. Insomma, le erbe che ci aiutano a stare bene esistono e sono dei veri concentrati di sostanze necessarie per il nostro organismo, l’ortica ne è l’esempio più lampante, spetta solo a noi decidere se raccoglierle e usarle per il nostro benessere o continuare a guardarle con la dovuta ignoranza.

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Un potente spray ”fai da te” molto efficace contro le zanzare

Con i soldi risparmiati, potrete comprare almeno due gelati in più. Tra l’altro, le nostre “simpatiche” amiche succhia sangue scelgono bene, per un principio genetico, chi pungere. Infatti, solo alcuni di noi sono particolarmente presi di mira e certe sere fanno fatica a chiudere occhio tra una puntura e l’altra. Ciò che attira questi insopportabili insetti è il nonanale, odore prodotto dagli esseri umani, ma anche dagli uccelli.

Non ti danno pace. Peggio delle mosche. Le zanzare ti pungono in una frazione di secondo e quando te ne accorgi stanno già bevendo da un po’ il più prezioso liquido vitale che ogni essere vivente possiede: il sangue. L’estate è la stagione in cui ci torturano, riuscendo anche a toglierti il sonno.

In un’epoca in cui si vende tutto, farmacie e parafarmacie espongono un’infinità di rimedi, naturali (come l’olio di neem) o chimici (come l’Autan e i suoi mille surrogati). Ma in questo periodo, in cui le tasche sono vuote e i portafogli sono sempre più leggeri, vale la pena autoprodursi anche un rimedio semplice come questo.

Con i soldi risparmiati, potrete comprare almeno due gelati in più. Tra l’altro, le nostre “simpatiche” amiche succhia sangue scelgono bene, per un principio genetico, chi pungere. Infatti, solo alcuni di noi sono particolarmente presi di mira e certe sere fanno fatica a chiudere occhio tra una puntura e l’altra. Ciò che attira questi insopportabili insetti è il nonanale, odore prodotto dagli esseri umani, ma anche dagli uccelli.

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Dicevamo che di rimedi in commercio se ne trovano molti, ma forse sarebbe meglio prodursene uno in casa. Efficace e a costo zero, visto che parliamo di ingredienti che la stragrande maggioranza di noi ha in casa. Come fare? Innanzitutto servono: 100 millilitri di olio per neonati, 100 grammi di spicchi d’aglio e mezzo litro di alcool.

Mettete alcool e aglio, insieme, in un recipiente chiuso e lasciate macerare per quattro giorni. Agitate un paio di volte al giorno. Dopo quattro giorni aggiungete l’olio per neonati e la soluzione sarà pronta per essere spruzzata sulle parti da difendere. Evitate qualsiasi contatto con gli occhi. I più schizzinosi potranno aggiungere degli oli essenziali per migliorarne il profumo.

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È vero che lo Zenzero è la più antica droga dell’amore?

Stimola i normali movimenti dello stomaco e dell’intestino, esplicando anche un effetto antinausea e antivomito, probabilmente per l’azione a livello del sistema nervoso centrale sui recettori per la dopamina e la serotonina. Una volta assorbiti, i principi attivi dello zenzero presentano una buona attività antinfiammatoria e per questi motivo gli estratti della pianta sono stati recentemente utilizzati anche in preparati ad attività antireumatica, come le fibromiositi e osteoartriti.

Lo zenzero, conosciuto per essere l’antica droga dell’amore, è una pianta che appartiene alla tradizione orientale da secoli. E’ uno stimolante generale conosciuto da molto tempo dalla farmacopea cinese per lottare contro l’affaticamento, l’astenia e l’impotenza.

È anche conosciuto per le sue proprietà stomachiche e quindi utilizzato nella digestione difficile ed in caso di aerofagia, ma anche nelle diete dimagranti. Infine, viene utilizzato in caso di nausea e nella prevenzione delle chinetosi. E’ indicato nella prevenzione del mal d’auto, mal di mare e molto altro. Ma anche nelle nausee da farmaci, da chemioterapici, antibiotici…

Stimola i normali movimenti dello stomaco e dell’intestino, esplicando anche un effetto antinausea e antivomito, probabilmente per l’azione a livello del sistema nervoso centrale sui recettori per la dopamina e la serotonina. Una volta assorbiti, i principi attivi dello zenzero presentano una buona attività antinfiammatoria e per questi motivo gli estratti della pianta sono stati recentemente utilizzati anche in preparati ad attività antireumatica, come le fibromiositi e osteoartriti.

Pianta erbacea perenne appartenente alle zingiberaceae e originaria dell’estremo oriente, ma da tempo largamente coltivata nella fascia tropicale e subtropicale. È dotata di un rizoma carnoso e ramificato in cui si concentrano i principi attivi. Le numerose molecole ad azione attiva dello zenzero sono responsabili delle sue innumerevoli proprietà benefiche.

Uno dei principi contenuti nello zenzero, cioè l’acido 6-gingesulfonico, ha un’attività antiulcera. Le proprietà antiossidanti e antinfiammatorie sono probabilmente dovute ai composti fenolici contenuti nella pianta. Tra le attività farmacologiche che sono state dimostrate, oltre a quelle sopra citate, ci sono attività antitumorali e antivirali.

Come si usa? Quale parte? In che dosaggi?

Innanzitutto va detto che lo zenzero compare negli scritti di Confucio e che per gli indiani e i cinesi è il viagra naturale. Le preparazioni derivate dalla radice sono generalmente sotto forma di estratti e tinture e possono essere acquistate in farmacia e nelle erboristerie. Lo zenzero può essere assunto anche in capsule, compresse o come infuso e tintura madre. E può anche essere masticata la radice fresca. Va sottolineato che l’estratto di zenzero può essere responsabile di fenomeni irritativi gastroduodenali. Può aumentare l’attività di anticoagulanti orali, dei farmaci antinfiammatori e degli antiaggreganti piastrinici.

Le reazioni allergiche allo zenzero in generale inducono eruzioni e, nei soggetti sensibili, lo zenzero può causare mal di stomaco, gonfiore, produzione di gas, specialmente se assunto sotto forma di polvere, ma sono rare. Lo zenzero fresco, se non ben masticato, può causare blocco intestinale, e gli individui che hanno manifestato ulcere, infiammazioni all’intestino, o blocchi intestinali, potrebbero reagire malamente a quantità considerevoli di zenzero fresco.

Lo zenzero è controindicato in gravidanza e durante l’allattamento. La posologia consigliata va da 0,5 a 2 grammi di estratto secco di radice, titolato in gliceroli minimo 4%, in dose unica o suddivisa durante il giorno. Come infuso o come decotto va usato alla dose che va da 0,25 a 1 grammo in 150 ml di acqua bollente per tre volte al giorno. Come tintura madre si va da 1,25 a 5 millilitri per tre volte al giorno di una tintura.

Se si usa un estratto fluido da 0,25 a 1 millilitro di un estratto. Gli inglesi amano creare una bevanda a base di tè verde, mango e zenzero, che serve a proteggere lo stomaco dall’acidità ed è una vera miniera di antiossidanti, sicuri alleati contro i radicali liberi e l’invecchiamento precoce. Per questa bevanda bisogna preparare due tazze di tè verde, che si lasciano raffreddare e si ripongono in frigorifero per circa mezz’ora. Dopodiché si frulla il mango precedentemente tagliato a pezzi, con un cucchiaio di zenzero tagliato fine o mezzo cucchiaino in polvere e si aggiungono le due tazze di tè. Per dolcificare, si usa un cucchiaino di miele.

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Studi recenti hanno riportato in auge la ricetta a base di aglio e limone. In questo caso, chi vuol optare per questo preparato deve avere a portata di mano 5 limoni interi da agricoltura biologica, 20 spicchi d’aglio e 1 litro e mezzo di acqua. Lavate i limoni in acqua calda e tagliateli a pezzettini senza togliere la buccia.

Acquistateli biologici, mi raccomando: la buccia degli agrumi ha ancora più benefici della polpa, ma se il frutto non è di coltivazione biologica potrebbe contenere tracce di pesticidi che comprometterebbero i risultati di questa cura. Sbucciate l’aglio e tagliatelo a metà. Mettere il tutto nel mixer o in frullatore e tritare fino ad ottenere una purea.

Scaldate 1 litro d’acqua, quindi versare la purea e fare bollire per pochi secondi mescolando bene. Lasciate riposare tre giorni in frigorifero. Trascorso il periodo di riposo, filtrate il contenuto dei tre flaconi con un colino o garza e poi rimettete il composto in frigorifero.

Dopo tre settimane, chi lo usa regolarmente sostiene di aver notato una rigenerazione del proprio corpo. I primi giorni assumete un cucchiaio di questo preparato mezzora prima dei tre pasti principali della giornata. Se il vostro corpo reagisce bene, senza effetti collaterali, aumentate la dose a due cucchiai di mezzora prima dei tre pasti principali della giornata.

Progressivamente, aumentate la dose fino ad arrivare a un massimo di 50 millilitri di preparato tre volte al giorno, ovvero 150 millilitri ogni giorno. Il trattamento dura quaranta giorni e potete realizzarlo una volta all’anno. L’odore dell’aglio non si sentirà grazie alla presenza del limone.

Gli effetti del mix aglio e limone serve a rimuovere il calcio e grassi dal corpo e dai vasi sanguigni, rinforzare il cuore, regolare la pressione, rimuovere il colesterolo in eccesso, rafforzare fegato e reni e la loro funzione depurativa, migliorare il sonno. Calcificazione e sintomi secondari, come disturbi della vista o problemi dell’udito, diminuiscono gradualmente.

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Ictus e infarti: un salvavita chiamato Picnogenolo

Se da un lato il farmaco impedisce la formazione di trombi, dall’altro espone le persone a un rischio maggiore di emorragie. E così via, con tanti altri studi. Dicevo, in fondo nulla di nuovo. Perché comunque l’aspirina non è l’unico farmaco ad essere potenzialmente nocivo. Conoscete un antinfiammatorio o antidolorifico Fans che non abbia tutta una serie di effetti dannosi o collaterali sul nostro organismo? Io no. In ogni caso, bisogna anche vedere che uso se ne fa. Per questo ho esplicitamente parlato di “un salvavita chiamato picnogenolo”.

La medicina naturale ci offre tanto, tra cui un salvavita chiamato picnogenolo. Hai capito bene: contro ictus e infarti c’è un salvavita chiamato picnogenolo, non cardioaspirina. Della serie “a volte ritornano”, ogni tanto qualche studio rivela che l’aspirina può essere dannosa. In fondo, nulla di nuovo. Se ne parla almeno dal 1980.

L’aspirina è un farmaco utilizzato anche nella prevenzione degli ictus e degli attacchi cardiaci, perché, agendo su alcuni particolari enzimi, riesce ad evitare la formazione dei coaguli di sangue. Secondo una recente ricerca pubblicata sul Journal of the American College of Cardiology, l’organo ufficiale della più importante associazione di cardiologi statunitensi, e condotta dai ricercatori statunitensi del Baylor College of Medicine di Houston, il 10% delle persone che assumono regolarmente aspirina per prevenire ictus e attacchi cardiaci non ne avrebbe bisogno e i rischi correlati supererebbero i benefici.

Se da un lato il farmaco impedisce la formazione di trombi, dall’altro espone le persone a un rischio maggiore di emorragie. E così via, con tanti altri studi. Dicevo, in fondo nulla di nuovo. Perché comunque l’aspirina non è l’unico farmaco ad essere potenzialmente nocivo. Conoscete un antinfiammatorio o antidolorifico Fans che non abbia tutta una serie di effetti dannosi o collaterali sul nostro organismo? Io no. In ogni caso, bisogna anche vedere che uso se ne fa. Per questo ho esplicitamente parlato di “un salvavita chiamato picnogenolo”.

Se invece la domanda è: qual è l’alternativa ai farmaci Fans? Abbiamo già parlato dell’arnica e anche del ruolo che può svolgere la vitamina C, o meglio l’acido ascorbico. Vale la pena di parlare di un’altra sostanza che la natura ci mette a disposizione per curare i dolori più vari, anche cronici e degenerativi. E come nel caso dell’aspirina possiede un’efficacia superiore all’aspirina nell’inibire l’aggregazione piastrinica nei fumatori. Infatti, secondo uno studio condotto già nel 1999, il picnogenolo ha dimostrato di possedere un’efficacia superiore all’aspirina nell’inibire l’aggregazione piastrinica nei fumatori.

I dati dell’esperimento hanno dimostrato un’inibizione della reattività di aggregazione piastrinica dopo la somministrazione di 100 milligrammi picnogenolo in 22 accaniti fumatori tedeschi. Lo stesso risultato ottenuto somministrando 500 milligrammi di aspirina, ma con minori effetti collaterali. Alte dosi di picnogenolo, tipo 200 milligrammi, hanno dimostrato di mantenere l’efficacia fino a oltre 6 giorni. In questo caso, la sostanza naturale si è rivelata essere più efficace dell’aspirina nel ridurre l’aggregazione piastrinica. Più efficace, più a lungo, a minor dosi, senza il rischio di provocare i potenziali sanguinamenti causati dall’aspirina.

Esistono anche altri studi che dimostrano come il picnogenolo riduca il rischio di contrarre altre patologie, malattie e disturbi, il cui tratto comune è un livello inadeguato di antiossidanti. Il picnogenolo si è dimostrato utile contro le infiammazioni e contro i sintomi della menopausa. Una ricerca italiana, condotta dall’Università di Chieti e di Pescara e pubblicato su Panminerva Medica, suggerisce che l’integratore di picnogenolo rappresenta una base efficace come integratore alimentare quotidiano per le donne in menopausa, per alleviare i sintomi di questa particolare condizione.

Senza contare le proprietà la capacità di abbassare la pressione sanguigna, antinfiammatorie, antiaggreganti piastriniche e capillarotrope (preserva il collagene dei capillari sanguigni dall’azione lesiva dell’enzima elastasi)… Per chi no lo sapesse, il Picnogenolo è una miscela di sostanze antiossidanti estratta principalmente dalla corteccia dei Pino marittimo e dai semi di Vitis vinifera. I componenti più rappresentativi del picnogenolo sono le pro-antocianidine oligomeriche (80-85%), la catechina, la taxifolina e gli acidi fenolici. Queste sostanze sono presenti in concentrazioni significative anche nell’uva (semi e buccia), nel cacao, nel tè verde, nelle mele e nei mirtilli.

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Questi estratti sono quindi inclusi negli integratori destinati al trattamento di edemi, fragilità capillare, malattie cardiovascolari (aterosclerosi, cardiopatia ischemica e altre patologie), e nei disturbi della circolazione periferica, come l’insufficienza venosa e le sue manifestazioni (gambe stanche e pesanti, pruriti, gonfiori). Il picnogenolo, e più in generale gli estratti di mirtillo, sono utilizzati con successo anche nel trattamento della retinopatia diabetica ed è stato proposto anche nel trattamento del disordine di iperattività e deficit di attenzione nei bambini.

L’integrazione con picnogenolo può risultare utile anche nel trattamento dell’asma in età pediatrica. Migliorando le difese antiossidanti dell’organismo, il picnogenolo potrebbe essere utile anche nell’esaltare la prestazione atletica in discipline sportive di durata, come la corsa o il ciclismo, accelerando soprattutto la fase di recupero. I dosaggi d’assunzione proposti variano dai 60 ai 300 milligrammi al giorno, solitamente divisi in tre dosi da 100 milligrammi ciascuna. Anche nel caso del picnogenolo, nell’eventualità di un uso quotidiano, si consiglia di sospendere per una decina di giorni la somministrazione dopo un mese.

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Depurare e rigenerare il fegato con il cardo mariano

Gli estratti purificati di flavonolignani dai frutti del cardo mariano contengono principalmente silimarina, un composto isometrico di silibinina, ssosilibinina, silicristina e silidianina. La silimarina è usata per il trattamento del danno tossico al fegato, indotto da alcool, droghe o tossine ambientali, e per la terapia di supporto in infiammazioni croniche del fegato e nella cirrosi epatica. La silimarina e i suo isometro principale, la silibinina, hanno dimostrato di possedere proprietà antiossidanti prevenendo così la ossidazione dei lipidi e la distruzione delle membrane nelle celule. Inoltre, la biosintesi delle proteine e la rigenerazione delle cellule sono così accelerate nel fegato danneggiato, il che porta al ripristino delle funzioni epatiche.

Lo alterno al tarassaco per tenere puliti fegato e reni. Anche in questo caso uso le compresse. Il cardo mariano, silybum marianum, è una pianta erbacea annua appartenente alla famiglia delle composte tuboliflore. Si trova in particolar modo nell’Italia centrale e meridionale. E’ molto ricercata dai raccoglitori per le sue ottime qualità terapeutiche. Utilizzata come stimolante dell’attività gastrica e diuretica, è anche un buon febbrifugo.

Contiene una gran quantità di complessi di bioflavonoidi (fitoestrogeni) chiamati flavonolignani, e che comprendono principalmente la silibina insieme alla isosilibina, deidrosilibina, silidianina, silicristina… Questi fitoestrogeni, come quelli negli altri ingredienti di Wonderup, regolano la produzione ormonale femminile, il cui equilibrio è fondamentale per il benessere generale della donna. Il cardo mariano godeva un tempo di molta stima nella medicina popolare, stima che è andata via via sfumando ingiustificatamente.

La pianta, infatti è ricca di virtù terapeutiche che la rendono preziosa in particolare nelle disfunzioni epatiche. Ha infatti una lunga storia nella medicina popolare come tonico per il fegato. La silimarina contenuta nel cardo mariano ha dimostrato un effetto protettivo contro molti tipi di tossine chimiche, incluso l’alcool. Un estratto di cardo mariano è usato per migliorare la funzione epatica, proteggere contro i danni al fegato e accelerare la rigenerazione delle cellule epatiche danneggiate. Studi clinici hanno confermato l’utilità di estratti standardizzati di cardo mariano in casi di intossicazione del fegato, cirrosi, e altre malattie croniche del fegato relative all’abuso di alcool.

Gli estratti purificati di flavonolignani dai frutti del cardo mariano contengono principalmente silimarina, un composto isometrico di silibinina, ssosilibinina, silicristina e silidianina. La silimarina è usata per il trattamento del danno tossico al fegato, indotto da alcool, droghe o tossine ambientali, e per la terapia di supporto in infiammazioni croniche del fegato e nella cirrosi epatica. La silimarina e i suo isometro principale, la silibinina, hanno dimostrato di possedere proprietà antiossidanti prevenendo così la ossidazione dei lipidi e la distruzione delle membrane nelle celule. Inoltre, la biosintesi delle proteine e la rigenerazione delle cellule sono così accelerate nel fegato danneggiato, il che porta al ripristino delle funzioni epatiche.

A certe tossine velenose da funghi viene impedito l’accesso alle cellule del fegato da parte della silibinina grazie alla inibizione competitiva dei recettori alle membrane delle cellule. Il trattamento endovenoso con un derivato solubile della silibinina è attualmente un importante fattore salvavita nella terapia standard di casi di avvelenamento da Amanita phalloides. Infine, è stato dimostrato che la silimarina inibisce la produzione di lecotriene il che spiega il suo effetto antiinfiammatorio e la sua azione antibiotica. Test clinici confermano gli effetti positivi trovati negli studi sperimentali. Così, la silimarina è oggi non solo la miglior sostanza documentata per la terapia del fegato ma anche uno degli estratti vegetali più accuratamente ricercati e studiati con meccanismi di azione conosciuti.

Come la silimarina aiuta la funzione epatica

Riepilogando, il cardo mariano è tonico e rigenerante del fegato. Aiuta in problemi e ingrossamenti del fegato: malattie epatiche da alcolismo, da consumo di droghe, epatite cronica, cirrosi epatica, itterizia, sensibilità a sostanze chimiche, esposizione a tossine industriali, programmi di disintossicazione. Protegge il fegato da avvelenamento tossico da funghi velenosi. Rigenera i tessuti del fegato danneggiati dall’epatite, cirrosi, alcolismo, droghe, e tossine ambientali. Aiuta anche contro la fatica, la depressione e le allergie alimentari. Ma previene anche il danno dei radicali liberi alle cellule del fegato, previene la formazione di leucotriene e stimola la produzione di nuove cellule del fegato (sintesi proteica o produzione di proteine di cellule), accelerando il processo di rigenerazione.

La silibinina nel cardo mariano protegge il fegato da tossine ambientali che entrano nel corpo tramite il cibo, l’acqua, l’aria e la pelle. La silibinina non ha alcun effetto sul sistema enzimatico del fegato. E’ un antidoto all’avvelenamento, soprattutto da un fungo velenoso, l’amanita falloide. Se non bastasse è colagogo: agisce sul fegato e sui sistemi di disintossicazione grazie alla sua abilità di stimolare lo svuotamento della cistifellea e il flusso di bile nel duodeno. Agisce come antiossidante. Stimola la produzione di latte materno nelle puerpere, allevia i crampi e i dolori mestruali, cura i mal di testa associati al ciclo mestruale, riequilibra gli ormoni femminili, cura la pleurite ed è anche antiemorragico, depurativo e diuretico.

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Cosa aggiungere? Che può avere un blando effetto lassativo dovuto alla stimolazione della cistifellea, effetto che dura solo due o tre giorni e poi scompare. In passato era coltivato nei giardini perché era considerato un ottimo stimolatore del latte materno e si pensava avesse proprietà curative contro i morsi da serpente, o che portato intorno al collo proteggesse dai rettili. I frutti erano usati per curare l’idrofobia. Applicato esternamente, si diceva fosse benefico in casi di cancro. Invece, in cucina è un’erba da usare in insalate e come verdura cotta, ha un sapore simile agli spinaci.

I gambi possono essere mangiati e sono saporiti e nutrienti, le foglie tenere possono essere mangiate in insalata. Le cime fiorite erano in passato bollite e mangiate, come le punte di asparagi. Il cardo mariano è una pianta che è un vero dono della natura perché è sia cibo sia medicina. In primavera, i germogli possono essere bolliti e mangiati come cavoli e le foglie tenere possono essere aggiunte alle insalate. La pianta giovane e tenera in primavera è un potente purificatore del sangue.

I frutti sono stati usati per molti anni per una varietà di condizioni e malattie soprattutto del fegato. Tuttavia, l’uso medicinale della pianta fu interrotto all’inizio del ventesimo secolo. Sapete come mai si chiama così? Era usato dalle puerpere europee per aumentare il loro latte materno e si amava credere che le chiazze bianche sulle foglie rappresentassero gocce del latte della Vergine Maria cadute mentre allattava il bambin Gesù. Da qui il nome mariano.

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Depurarsi a fondo: le mille proprietà dell’argilla zeolite

Basti pensare che i russi – che sono molto avanti nel campo della disintossicazione, basti pensare anche ad un altro importante dispositivo medico quale Enterosgel – sono stati fra i primi a sfruttare la capacità della zeolite di attrarre e trattenere gli ioni positivi, come i metalli pesanti e gli isotopi radioattivi: nel 1986, a Chernobyl, tonnellate di zeolite furono utilizzate per erigere barriere e per bonificare i terreni contaminati.

Tra le mille proprietà curative della zeolite c’è anche quella di permettere di depurarsi a fondo e disintossicarsi, mentre arricchisce il proprio organismo con sostanze non “aggregate” in laboratorio e si promuove la guarigione delle mucose gastriche dello stomaco e dell’intestino, fondamentale quest’ultima per le proprie difese immunitarie e quindi per il proprio benessere generale. E magari contrastare pure i radicali liberi prodotti dallo stress ossidativo. Come fare? Con l’argilla si può. Anzi, con un particolare tipo di argilla si può. Si chiama argilla zeolite.

La marca produttrice è la Natura, di proprietà di… Madre Natura. I medici, anche quelli per così dire tradizionali, la conoscono bene e conoscono anche tutte le qualità possedute da questo minerale. Per chi ha necessità di integrare all’alimentazione quotidiana i sali minerali basici e contemporaneamente vorrebbe disintossicarsi rappresenta una fantastica alternativa: si assume una sostanza ricca di nutrienti naturali – così come la natura ce li fornisce, biodisponibili al 100% – che ha anche una forte azione chelante, disintossicante, capace com’è di catturare tossine e metalli pesanti, residui di vaccini e farmaci…

Anche per chi vorrebbe assumere qualcosa, ma si lascia scoraggiare dal numero a volte elevato di compresse e compressine che dovrebbe mandare giù, rappresenta una bella opportunità per iniziare a stare bene e ripulirsi. Vale la pena approfondire e scoprire le caratteristiche e le qualità di questo minerale che può essere tranquillamente assunto per via orale e che sempre più spesso viene anche usato dalla scienza veterinaria nella cura degli animali. Le zeoliti sono minerali di origine vulcanica che in genere si formano dall’incontro tra la lava incandescente e l’acqua del mare. Si presentano con una struttura microporosa, costituita da migliaia di piccoli canali in grado di legare rilevanti quantità di tossine e metalli pesanti dannosi alla nostra salute.

Basti pensare che i russi – che sono molto avanti nel campo della disintossicazione, basti pensare anche ad un altro importante dispositivo medico quale Enterosgel – sono stati fra i primi a sfruttare la capacità della zeolite di attrarre e trattenere gli ioni positivi, come i metalli pesanti e gli isotopi radioattivi: nel 1986, a Chernobyl, tonnellate di zeolite furono utilizzate per erigere barriere e per bonificare i terreni contaminati.

In quell’occasione, la clinoptilolite fu utilizzata anche per decontaminare le acque, e furono preparati biscotti e cioccolate alla zeolite da dare ai bambini colpiti dalle radiazioni per proteggerli dalle loro terribili conseguenze. La zeolite è anche in grado di ridurre i radicali liberi in eccesso, chiamato stress ossidativo, responsabili dell’insorgenza o dell’aggravamento di molte malattie come diabete, malattie cardiovascolari, tumori ed invecchiamento precoce. In Austria, il professor Wolfgang Toma, dell’Ospedale di Villach, utilizza la zeolite in oncologia allo scopo di ridurre gli effetti collaterali della chemioterapia tradizionale.

Zeolite usata come integratore alimentare fa bene

In Giappone le zeoliti sono state approvate come additivi alimentari fin dal 1996. Trentanove brevetti relativi all’applicazione delle zeoliti nell’uomo sono stati registrati in tutto il mondo dal 1986 al 2015. Esistono più di cento tipi diversi di zeolite, che possono essere raggruppate in quelle a struttura fibrosa, lamellare e cristallina sferica. Grazie alle sue particolari proprietà, la clinoptilolite, i cui cristalli hanno struttura lamellare, ha dimostrato negli anni di essere la più adatta per l’uso nella medicina umana e veterinaria. La clinoptilolite è una zeolite di origine naturale formata dalla conversione di materiali vulcanici vetrosi in struttura cristallina nelle acque dei laghi o dei mari milioni di anni fa ed è la più ricercata ed ampiamente utilizzata.

Quando i nostri corpi sono “occupati” da sostanze nocive i minerali essenziali benefici come magnesio, calcio, ferro, potassio provenienti dai cibi possono non raggiungere le loro destinazioni nell’organismo e, quindi, compaiono i sintomi di mancanza di sali minerali, importanti per il corretto funzionamento delle attività cellulari e soprattutto questi metalli pesanti, sostanze radioattive (presenti nell’aria o cibi a casa di disastri nucleari come Fukushima oppure dovuti alla presenza di scorie radioattive depositate nel sottosuolo), danneggiano il nostro intelligente e delicato equilibrio fisico.

La rigorosa struttura cristallina delle zeoliti è composta da minuscoli canali diretti in tutte le direzioni che hanno una carica negativa che consente l’assorbimento di numerose tossine (essendo caricate positivamente, vengono attirate dalla zeolite e intrappolate nei canali cristallini). La zeolite non viene assorbita e viene espulsa con le feci insieme a tutta la robaccia che ha incontrato nel suo percorso (lavora al pari di Enterosgel, ma impiega più tempo e rimineralizza).

Questa disintossicazione vale per le sostanze tossiche che si trovano già all’interno del corpo che vengono richiamate dentro il lume intestinale, come attirate da una calamita, con il risultato di una efficace disintossicazione sistemica. L’influenza sull’intero organismo deriva quindi dall’equilibrio esistente fra questo e l’intestino. A causa degli equilibri osmotici tra parete intestinale e il resto dell’organismo, più si sottraggono sostanze dall’intestino più l’organismo invia nel lume intestinale le stesse sostanze che ha accumulato a livello sistemico. La zeolite attraverso il richiamo nel lume gastro-intestinale sottrae dall’intero organismo sostanze tossiche di varia natura.

Queste sostanze sono presenti spesso nell’ambiente e possono venire a contatto con l’organismo diventando cause o concause di diverse disfunzioni fisiologiche, attraverso l’alterazione degli equilibri metabolici. Questo minerale, nel suo viaggio lungo il canale digestivo assorbe sostanze nocive come: metalli pesanti, radionuclidi, sostanze chimiche provenienti dai cibi e dalle medicine, virus, batteri, funghi e loro tossine, tossine fermentative che derivano da una alimentazione scorretta e da una flora batterica in disequilibrio ed eccessi di acidità nell’organismo.

Tra le mille proprietà, rilascia oligoelementi

La zeolite rilascia nell’organismo degli oligoelementi e minerali di cui esso necessita. Il corpo cosi viene disintossicato, deacidificato, snellito e contemporaneamente rimineralizzato: i suoi depositi di minerali vengono di nuovo riempiti. La sua struttura cristallina contiene cationi calcio, magnesio, sodio, potassio… Fattore ancor più importante: il fegato e i reni vengono alleggeriti, perché molte tossine vengono già “afferrate” nel canale digestivo e non raggiungono quindi la circolazione.

Si possono notare anche benefici nel sonno. Per questo “alleggerimento” ringrazieranno anche i tessuti connettivi, che tradizionalmente sono dei depositi di scorie, e quindi anche le cellule. La zeolite stimola la funzione intestinale, pulisce l’intestino e di conseguenza la flora batterica e influenza positivamente l’aspetto della pelle e la tolleranza ai cibi.

Uno degli esempi di utilizzo della zeolite, che dà risultati immediatamente visibili, è quello negli sportivi, specialmente in quelli che fanno un’attività estenuante come la maratona o le gare di ciclismo. Durante una gara massacrante come una maratona, oltre alla produzione di acido lattico che disturba la prestazione, l’organismo produce anche ammoniaca, che è tossica per il cervello ed è responsabile di molte delle crisi di fatica che chi ha provato questi sport ben conosce.

L’uso della zeolite limita parecchio gli effetti negativi delle crisi di fatica riducendo la quantità di ammoniaca che intossica il cervello. Vi starete domandando se la zeolite è la panacea, il mitico farmaco universale ricercato fin dai tempi antichi. No. Ma siccome gli effetti di questa sostanza sono reali e non ci sono controindicazioni al suo uso, la zeolite può essere assunta da tutti perché rappresenta un ottimo fattore di prevenzione delle malattie. E si sa, prevenire è meglio che curare…

Questo minerale è altresì tra quegli elementi efficaci per combattere e neutralizzare i radicali liberi. Un’alimentazione sbagliata, una vita sedentaria, un’eccessiva esposizione al sole e agli agenti inquinanti e, soprattutto, il fumo di sigaretta, sono responsabili di questo eccesso che è chiamato, in linguaggio tecnico, stress ossidativo. Risulta essere cosi una sostanza sia detossificante che antiossidante, oltre che assorbente, che viene eliminata con le feci dopo aver svolto la sua azione nel tratto gastro-intestinale. La zeolite da noi ben poco nota e molto impiegata in Usa, Russia, Giappone, Cina.

Zeolite curativa a Chernobyl e Fukushima

Infatti è stata usata nei disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima per la sua capacità di assorbire le sostanze radioattive: è stata usata quindi per purificare l’acqua inquinata e rimuovere la radiazione dai corpi della popolazione. In Russia viene anche inserita nei concimi per l’agricoltura e nei mangimi animali con lo scopo di rafforzare il sistema immunitario degli animali da allevamento, regolare il metabolismo, prevenire l’infezione gastro-intestinale.

Il risultato è una prole sana, una crescita sana, una buona salute generale. Essi hanno anche dimostrato in un gran numero di studi su animali un aumento della fertilità e la nascita di progenie sana. La zeolite contiene quasi tutti gli elementi della tavola periodica e quindi oltre ad espellere le tossine reintegra gli elementi essenziali per il nostro organismo attraverso un intelligente scambio ionico in cui fornisce ciò ci cui l’organismo è carente e toglie ciò che ha in eccesso apportando quindi notevoli e numerosi benefici.

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Quali sono le proprietà della zeolite clinoptilolite? Principalmente quella di essere un “magnete” molto forte per i metalli pesanti e sostanze radioattive facilitando la loro rimozione dal corpo. Agisce come una spugna per le tossine, attirandole nei suoi numerosi canali e la rimozione dal corpo attraverso le feci.

Promuove il processo di disintossicazione a livello epatico. Migliora il sistema immunitario e la resistenza del corpo allo stress. Normalizza il metabolismo dei lipidi, proteine e carboidrati grazie alla sua proprietà catalitica. Stimola la funzione riproduttiva. Ottimizza il funzionamento del sistema endocrino.

Impedisce il restringimento dei vasi sanguigni. Promuove un aumento della superficie di reazioni biochimiche nell’intestino, migliorando così l’apporto di sostanze nutritive come vitamine, minerali e amminoacidi. Promuove la regolarità dei movimenti intestinali, contribuendo così al suo stato di salute generale. Aiuta a prevenire l’anemia. Promuove la rimozione dei radicali liberi dal corpo.

L’argilla che assorbe, deterge e remineralizza l’organismo

Agisce come un’assorbente e detergente per le cellule del corpo aiutando quindi a stabilire e mantenere la salute a livello cellulare. Aiuta a mantenere sane le membrane delle cellule, riducendo così la probabilità di formazioni tumorali maligni. La zeolite clinoptilolite applicata a topi e cani affetti da una varietà di tipi di tumore ha portato ad un miglioramento dello stato di salute generale, il prolungamento della durata della vita, e riduzione della dimensione dei tumori. L’applicazione locale di clinoptilolite al cancro della pelle di cani ha efficacemente ridotto la formazione e la crescita tumorale.

I prodotti composti di zeoliti, classificati come dispositivi medici, hanno la seguente classificazione codificata in Ue: “Sostanze ad uso orale adatte ad assorbire-chelare e rimuovere sostanze dannose e tossiche nel tratto gastro-intestinale (es. metalli pesanti, nitrosamine, ammonio, micotossine, cationi (radioattivi), pesticidi) riducendone l’assorbimento nel corpo”. Funzionano anche come antiossidanti catturando radicali liberi e riducendo la formazione di ros (reactive oxygen species). Di conseguenza l’utilizzo della zeolite risulta particolarmente adatta in presenza di fattori di inquinamento ambientale come polveri sottili, smog, stress elevato ed in tutte le patologie correlate con aumento di sostanze tossiche e radicali liberi.

Qualora vi sia un eccesso di ioni ammonio nell’organismo, la sua azione si manifesta in breve tempo incrementando la capacità di concentrazione dell’individuo. La riduzione di ioni ammonio, insieme a quella dei metalli pesanti, tossine e radicali liberi agevola il ripristino delle funzionalità dell’intero organismo.

La zeolite non ha controindicazioni di alcun genere, non ci sono problemi di troppa o troppa poca assunzione. Una buona dose giornaliera sarebbe quella di un paio di cucchiaini da caffè al giorno, circa tre-quattro grammi. Se assunta per due mesi consecutivi permette di instaurare una sorta di ciclo di disintossicazione. La zeolite va messa in poca acqua e bevuta, se rimane della polvere sul fondo va messa altra acqua per bere il residuo rimasto. E’ consigliabile assumerla ad almeno 30 minuti lontano dai pasti.

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Il micio ha le pulci? Ecco cosa conviene fare e quando

È necessario, ad ogni modo, dedicare diversi momenti della giornata a questa ricerca, poiché non sempre le pulci sono attive e visibili. Se ad una prima indagine non c’è stato alcun riscontro, si dovrà ripetere l’osservazione una seconda volta dopo quattro o cinque ore, e anche una terza, se necessario. Se i risultati saranno sempre negativi, con buona probabilità si potrà escludere la presenza di questi parassiti.

Il gatto ha le pulci? Lo pensi perché si gratta sovente? Se il gatto trascorre molto tempo a grattarsi, è probabile che abbia le pulci, sgradevoli parassiti che attaccano gli animali domestici, soprattutto in primavera e in estate. Per capire se la fonte del prurito del nostro gatto è dovuta alla presenza di questi insetti, si deve osservare attentamente il pelo del gatto con un pettine e con una lente di ingrandimento. Sì, serve anche quella.

Per stabilire se il micio ha le pulci, innanzitutto è necessario passare la mano tra i peli del gatto, andando contro la disposizione naturale del pelo stesso. Se ci si imbatte in un’area, magari anche piccola, in cui sono presenti macchie scure, queste sono il primo segnale d’allarme di una possibile presenza di parassiti.

È necessario, ad ogni modo, dedicare diversi momenti della giornata a questa ricerca, poiché non sempre le pulci sono attive e visibili. Se ad una prima indagine non c’è stato alcun riscontro, si dovrà ripetere l’osservazione una seconda volta dopo quattro o cinque ore, e anche una terza, se necessario. Se i risultati saranno sempre negativi, con buona probabilità si potrà escludere la presenza di questi parassiti.

Le pulci hanno un colore rosso-marrone e sono grandi non più di 2 millimetri. Se il gatto ha il pelo scuro, bisogna spazzolarlo con un pettine. Se tra i denti del pettine si vedono dei puntini neri o marroni, simili a granelli di sabbia, si avrà la prova della presenza delle pulci: si tratta dei loro escrementi.

Sollevare il pelo dell’animale, iniziando dalla zona intorno al collo e dalla gola. Solitamente le pulci si nascondono a contatto con la pelle, alla base dei peli. Se dovesse capitare di trovare dei graffi, che il micio si è procurato grattandosi, è facile che molti parassiti si trovino in quel punto.

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Portare il gatto dal veterinario: in commercio esistono moltissimi prodotti antipulci, molti anche naturali, ma soltanto un medico può somministrarli dopo aver visitato l’animale, che potrebbe essere allergico ai repellenti, specialmente se si tratta di gatti a pelo chiaro. In tal caso si può rischiare l’intossicazione.

Evitare assolutamente l’uso di questi prodotti su gatti di età inferiore ai sei mesi. Se non è stata riscontrata la presenza di pulci, ma il gatto continua a grattarsi troppo frequentemente, bisogna portarlo ugualmente dal veterinario, perché potrebbe trattarsi di un’allergia alimentare.

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Sterilizzare il cane: ecco di cosa bisogna tenere conto

Alcuni dati scientifici ci aiutano a capire i rischi-benefici della castrazione animale. Da uno studio di Larry Katz, associate professor and chair animal sciences rutgers della University New Brunswick, si scopre che gli effetti positivi sul cane maschio castrato sono quelli di eliminare il minimo rischio (probabilmente meno dell’1% ) di morire di tumore ai testicoli, riducendo il rischio di disordini non-tumorali alla prostata e riducendo il rischio di fistole perianali e forse anche quello del diabete.

Prima di decidere di sottoporre ad intervento chirurgico il vostro cane, sarebbe il caso di domandare al veterinario cosa significa sterilizzare il cane. Il dottor Massimo Zuanetti, noto e apprezzato medico chirurgo specializzato in ginecologia e ostetricia a Bologna, parte da una riflessione comune a tutti. Ecco di cosa bisogna tenere conto. “Non avendo mai posseduto prima un animale e nello specifico un cane, non mi ero mai posto particolari quesiti, pur essendo un medico e per di più ginecologo-ostetrico, riguardo la sterilizzazione degli animali domestici”.

“Se il principio è il rispetto “vero” dell’ essere vivente, uomo o animale che sia, e quindi non interferire anche sulla sua fertilità, cioè la spontanea capacità di riprodursi, perché animalisti, associazioni pro-animali e persino veterinari avvallano per non dire consigliano la sterilizzazione dei cani e gatti? Considerando che i cani in quanto domestici sono già limitati e direi super controllati dai loro padroni nelle frequentazioni dei loro simili, perché sterilizzarli?”, si è chiesto Zuanetti.

“Ma soprattutto, sappiamo che significa “sterilizzare” un animale? La sterilizzazione è una tecnica chirurgica, usata anche sull’uomo e sulla donna, atta ad impedire la possibilità che la femmina possa rimanere gravida dopo un rapporto sessuale – ha spiegato ancora il medico -. Questa definizione apparente banale è correttamente applicata solo agli umani. Teoricamente negli animali si dovrebbe fare lo stesso, ma non lo si fa perché ai padroni interessa poco il problema riproduttivo vero dei loro quattro zampe, mentre interessa non essere infastiditi dai “calori”…”.

“Per azzerare per sempre i calori, cioè il periodo degli amori, si esegue normalmente la castrazione, cioè l’asportazione delle gonadi (testicoli o ovaie) e in taluni casi nelle femmine anche dell’utero cosi i padroni non si stressano neanche più per le mestruazioni… È evidente che questo atteggiamento chirurgico invasivo e demolitivo porta all’azzeramento degli ormoni sessuali con ovvie conseguenze spesso negative per la salute dei nostri amici a quattro zampe. È curioso che in un’epoca come la nostra dove l’animale domestico è letteralmente “umanizzato” si ritenga normale violare la sua natura ed identità sessuale in modo irreversibile e che questo non sollevi l’indignazione dei cosiddetti animalisti e padroni amorevoli…”.

Alcuni dati scientifici ci aiutano a capire i rischi-benefici della castrazione animale. Da uno studio di Larry Katz, associate professor and chair animal sciences rutgers della University New Brunswick, si scopre che gli effetti positivi sul cane maschio castrato sono quelli di eliminare il minimo rischio (probabilmente meno dell’1% ) di morire di tumore ai testicoli, riducendo il rischio di disordini non-tumorali alla prostata e riducendo il rischio di fistole perianali e forse anche quello del diabete.

Per contro, castrare i cani maschi prima del primo anno d’età significa, aumentare significativamente il rischio di osteosarcoma alle ossa (un tumore con cattiva prognosi diffuso nelle razze medio/grandi). Ma non solo: aumenta il rischio di angiosarcoma cardiaco di un fattore di 1,63, triplica il rischio di ipotiroidismo, aumenta il rischio di decadimento cognitivo geriatrico, triplica il rischio di obesità, un comune problema di salute associato a molti altri problemi, quadruplica il piccolo rischio (meno dello 0,6%) di cancro alla prostata, raddoppia il piccolo rischio (meno dell’1%) di tumori al tratto urinario, aumenta il rischio di disturbi ortopedici, aumenta il rischio di reazioni avverse alle vaccinazioni. Dunque, l’interrogativo si ripropone: sterilizzare il cane sì o no?

E cosa può accadere sterilizzando le femmine? “In positivo, sterilizzare una cagna, prima dei 2 anni e mezzo d’età riduce di gran lunga il rischio di tumori alla mammella, il più comune tumore maligno nei cani femmina, elimina quasi completamente il rischio di piometra (infezione dell’utero), che altrimenti affligge circa il 23% e uccide circa l’1% delle femmine intere, riduce il rischio di fistole perianali e infine rimuove il rischio molto piccolo( meno dell0 0,5%) di tumori uterini, della cervice e delle ovaie”, ha affermato ancora il dottor Zuanetti.

“Per contro, sterilizzare un cane femmina prima del primo anno aumenta significativamente il rischio di osteosarcoma alle ossa, aumenta il rischio di emangiosarcoma splenico di un fattore di 2,2 e di emangiosarcoma cardiaco di un fattore di 0,5% (questo è un tumore comune e principale causa di morte in alcune razze), triplica il rischio di ipotiroidismo, triplica il rischio di obesità (un comune problema di salute con associati molti altri problemi) e causa una incontinenza urinaria da sterilizzazione”.

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In pratica, raccomandazioni a favore della castrazione per tutti i cani non appaiono essere supportate dai risultati della letteratura medica veterinaria. “In conclusione, una lettura oggettiva della letteratura medica veterinaria rivela una situazione complessa in relazione ai rischi e benefici a lungo termine sulla salute associati alla castrazione nei cani. Nella maggior parte dei casi il numero di problemi di salute associati alla sterilizzazione dei cani maschi supera i benefici per la salute stessa. Per le femmine la situazione è più complessa. Il numero di benefici sulla salute associati alla sterilizzazione potrebbe superare, in alcuni casi (non tutti) i problemi di salute”.

“Quindi, se la sterilizzazione migliora le probabilità di una buona salute generale o la peggiora dipende probabilmente dall’età della cagna ed il rischio relativo di varie malattie nelle diverse razze. La tradizionale età di castrazione a sei mesi, nonché della castrazione pediatrica sembrano predisporre i cani a rischi per la salute che potrebbero altrimenti essere evitati in attesa che il cane sia fisicamente maturo, o forse nel caso di molti cani maschi, rinunciando del tutto a meno che non medicalmente necessario. L’equilibrio tra benefici e rischi a lungo termine sulla salute della sterilizzazione/castrazione varierà da cane a cane. Razza, età e sesso sono variabili che devono essere prese in considerazione assieme a fattori non medici per ogni singolo cane”. Sterilizzare il cane sì o no? A te la scelta. Ma pensaci bene.

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Adozione cane: le 10 regole da sapere e rispettare

Prima ancora di valutare la possibile adozione di un cane, sarebbe il caso di imparare a memoria – tipo comandamenti religiosi – dieci regole fondamentali che regoleranno tutta la vita del tuo cane tutto il percorso che fare insieme, per 10, 12, 15 o 18 anni.

Prima ancora di valutare la possibile adozione di cani, sarebbe il caso di imparare a memoria – tipo comandamenti religiosi – dieci regole fondamentali che regoleranno tutta la vita del tuo cane tutto il percorso che fare insieme, per 10, 12, 15 o 18 anni. Imparale a memoria e scolpiscile nel cuore. Dopo che lo avrai adottato, ci saranno sempre queste dieci regole che dovrai rispettare o assolutamente ripassare.

  1. Bisogna tenere in mente che cani sono fedeli. La loro lealtà è proverbiale. Questi animali non lascerebbero mai il loro proprietario in mezzo a una strada solo perché ha sporcato la casa o, perché ha rosicchiato un telecomando quando era solo. Quindi, pensateci bene prima di prendere un cane, perché la vita con loro non è solo rose e fiori. Una volta fatta la scelta non si torna indietro: un cane è per sempre.
  2. Lasciatevi leccare ogni tanto, oltre a fare bene alla vostra salute, per il vostro cane resta una manifestazione d’affetto e sottomissione. Impedendoglielo gli farete solo male.
  3. Quasi nessun cane ama essere abbracciato. Si sentono a disagio. Se volete dimostrargli che gli volete bene, portatelo a fare una bella passeggiata al parco insieme a voi, sarà molto più gratificante.
  4. Alla maggior parte dei cani, come sappiamo, non piacciono nemmeno le carezze sulla testa. Tollerano la cosa da chi conoscono e si fidano, ma non si divertono. Meglio una bella grattatina sulla schiena o sul petto: apprezzerà moltissimo.
  5. Quando tornate a casa il cane vi salta in braccio? Bene, lasciateglielo fare. E’ vero, questo per noi è un comportamento invadente. Ma per lui è un modo per salutarvi e ringraziarvi perché siete tornati.
  6. Per il vostro cucciolo o cucciolone “fare la lotta a terra” è un modo di giocare, ma anche di scoprire il mondo e di rafforzare il legame che ha con voi. Ogni tanto, concedetevi il lusso di tornare bambini e di rotolarvi liberamente con il cane: farà bene anche a voi.
  7. Dormire insieme. Per i cani è assolutamente normale addormentarsi vicino ai propri proprietari, vuol dire che si fidano e che si sentono al sicuro. Questo non significa che devono dividere il vostro letto, ma almeno avere un cuscino o una cuccia nella vostra stanza.
  8. Non date loro cibi non adatti. Esistono diversi alimenti umani di cui i cani vanno ghiotti, ma non significa che dobbiate darglieli. Amarli significa crescerli con coscienza e scegliendo l’alimentazione che li mantenga sani più a lungo.
  9. Non lasciateli troppo soli, a loro non piace. Certo a un’uscita per negozi preferirebbero un bel parco in cui poter correre, ma non significa che non apprezzino venire con voi a fare la spesa o le commissioni, soprattutto quando l’alternativa è rimanere a casa ad annoiarsi.

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La regola più importante la numero 10

Infine la regola più importante, la decima: il sentimento vero si dimostra nei momenti difficili. Quindi, quando arriverà il loro momento, rimanetegli vicini. Anche se fa male, loro avranno bisogno di voi e delle vostre carezze. In fondo glielo dovete, dopo aver trascorso insieme una vita così piena d’amore…

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Combattere i parassiti nel cane e nel gatto: come e cosa fare

La prevenzione è importante, spazzoliamo spesso e controlliamo sempre le aree maggiormente a rischio come il collo, le orecchie e le zampe. Facciamogli un bagno con l’aceto di mele aggiungendone un bicchiere abbondante all’acqua, e strofiniamo bene nelle aree più a rischio. Un olio essenziale molto usato come repellente di zanzare, pulci e zecche è l’olio di Neem.

Data la loro pericolosità per la salute, è importante combattere i parassiti nel cane e nel gatto. Le zecche sono piccoli insetti che parassitano cani, gatti, topi, uccelli, ovini e animali selvatici e occasionalmente anche l’uomo, nutrendosi del loro sangue.

Le loro dimensioni variano a seconda dello stadio di sviluppo (larva, ninfa e adulto) da 1 a 3-4 millimetri, ma possono raggiungere anche il centimetro quando sono piene di sangue dell’ospite. Possiamo curare i nostri cani dall’attacco di zecche anche con dei rimedi naturali che risultano meno invasivi per la sua pelle.

La prevenzione è importante, spazzoliamo spesso e controlliamo sempre le aree maggiormente a rischio come il collo, le orecchie e le zampe. Facciamogli un bagno con l’aceto di mele aggiungendone un bicchiere abbondante all’acqua, e strofiniamo bene nelle aree più a rischio. Un olio essenziale molto usato come repellente di zanzare, pulci e zecche è l’olio di Neem.

Lo si può applicare sul corpo del cane e del gatto tranquillamente. Se però ha una pelle particolarmente delicata usate un olio vettore per mescolarlo come quello di mandorle dolci. Altri oli essenziali che possono essere utilizzati come repellenti naturali per combattere i parassiti nel cane e nel gatto sono quello di lavanda e quello di eucalipto, che risultano parecchio sgradevoli alle zecche, come anche ad altri insetti.

Per prevenire si possono dare delle compresse di lievito di birra e delle pillole inodore all’aglio, questi integratori vanno mescolati al cibo del nostro animale, con il tempo la pelle dell’animale emanerà un odore particolare particolarmente fastidioso per le zecche, ma non percepibile da olfatto umano.

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Si può anche procedere prendendo un spicchio di aglio, se il cane è di taglia grande uno spicchio va bene se è di taglia piccola va bene anche metà, e mescolarlo alla pappa del vostro animale, molti una volta che si abituano ne diventano poi ghiotti. Ma bisogna fare molta attenzione.

L’aglio da alleato può trasformarsi in veleno. Anche il rosmarino risulta molto efficace. Spruzzare l’infuso sul pelo dell’animale ogni 2 o 3 giorni. Per tenere lontani i parassiti dalle cucce è efficace ricoprirne il pavimento con un tappeto di foglie di noce fresche, da cambiare spesso.

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Tratti comportamentali canini: come scegliersi meglio

Oltre agli aspetti del tempo da dedicargli, all’alimentazione, alle varie e possibili integrazioni e dell’abitazione adatta, quando si adotta un cucciolo o più in generale un cane, bisogna considerare il suo comportamento e valutarne le caratteristiche. Sono stati definiti tredici principali tratti comportamentali canini. Per fare questo sono stati intervistati giudici di esposizione e veterinari sui temperamenti delle razze più popolari negli Stati Uniti.

Può sembrare un argomento banale, ma scegliere un cane è una cosa difficile e una decisione presa con leggerezza può costare cara. Proprio per questo voglio affrontare l’argomento relativo ai tratti comportamentali canini. Non idee mie, per carità. Quel che è certo è che un rapporto insoddisfacente col padrone può creare alla bestiola numerosi problemi, anche e soprattutto di natura psicologica. Malattie psichiche e psicosomatiche.

Insomma, un cane non è un giochino e neppure una figurina da attaccare sull’album e chissenefrega se la metti nel quadratino sbagliato. Un cane è per sempre. Può vivere fino a 15-17 anni, quindi fare una buona scelta è essenziale per un futuro padrone-amico. Per prima cosa bisogna essere sicuri di volerne uno, il cane è un essere vivente che dipenderà dall’uomo per il resto della sua vita.

Oltre agli aspetti del tempo da dedicargli, all’alimentazione, alle varie e possibili integrazioni e dell’abitazione adatta, quando si adotta un cucciolo o più in generale un cane, bisogna considerare il suo comportamento e valutarne le caratteristiche. Sono stati definiti tredici principali tratti comportamentali canini. Per fare questo sono stati intervistati giudici di esposizione e veterinari sui temperamenti delle razze più popolari negli Stati Uniti.

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Comportamento del cane in 13 punti

  1. L’eccitabilità, cioè la capacità di reagire tempestivamente, tipica delle razze di piccola taglia.
  2. L’attività generale, spontanea, in assenza di stimolazione da parte del padrone, dove San Bernardo e Basset-Hound sono le razze meno inclini.
  3. La tolleranza verso i bambini nei confronti di abbracci e palpeggiamenti. Spesso l’intolleranza viene manifestata con un morso. I cani più tolleranti sono il Labrador e il Golden Retriever, comunque le femmine, di qualunque razza, hanno più pazienza dei maschi.
  4. Il temperamento giocherellone, qualità ricercata dall’uomo e, in questo studio, i cani da pastore occupano le prime posizioni.
  5. La capacità di apprendimento, necessaria per i cani di città e ancor di più per i cani di utilità. Il Labrador, il Pastore Tedesco e il Barbone sono tra i soggetti che non chiedono che di imparare.
  6. La dominanza sul padrone, criterio che dipende dalla qualità delle relazioni tra cane e padrone, ma alcune razze come lo Scottish hanno più carattere di altre, mentre razze come il Collie o il Bichon à Poil Frisé sono più obbedienti.
  7. La capacità di dare l’allarme, di avvertire abbaiando se c’è un pericolo imminente, tipica del Pastore tedesco che svolge a meraviglia questa funzione.
  8. L’aggressività verso altri cani, Chow Chow e Siberian Husky non apprezzano molto i loro simili mentre i Golden Retriever sono molto pacifici.
  9. Gli abbaiamenti intempestivi che infastidiscono alcuni ma rassicurano altri che così hanno prova che il loro cane è efficace nel fare la guardia, i più loquaci risultano i Terrier e i Beagle, mentre l’Akita-Inu e il Rottweiler lo sono di meno.
  10. La difesa territoriale è una capacità del cane che non deve necessariamente dare l’allarme nell’eventualità di un pericolo, certi cani difendono il territorio senza bisogno di intimazioni. I migliori esponenti della difesa del territorio sono: Dobermann, Schnauzer, Pastore Tedesco e Akita-Inu.
  11. La ricerca di affetto tipica, secondo la graduatoria dei “cani coccoloni “ di Hart e Hart, di tutte le razze piccole che sarebbero le più bisognose di affetto come lo Yorkshire o il Cocker.
  12. L’istinto distruttivo, cioè la tendenza a sfogare il proprio nervosismo su gli oggetti di casa come nel caso del Siberian Husky.
  13. L’apprendimento della pulizia che dipende dagli insegnamenti del padrone, il Fox Terrier risulta poco incline ad un apprendimento rapido.

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L’olfatto è il super senso di tutti i cani, più dell’appetito

I nostri amici pelosi a quattro zampe, specialmente quelli da caccia, sono famosi per una dote invidiabile. Non è la fedeltà. E neppure l’affettuosità. E neanche l’appetito. Si tratta dell’olfatto, un senso molto sviluppato. La corteccia olfattiva ha un ruolo predominante nel cervello del cane, analogamente a quanto avviene per la corteccia visiva dell’uomo. Si stima che i cani abbiano un olfatto 100 milioni di volte più sviluppato, quindi più efficace per le varie necessità, di quello umano.

Parte fondamentale del suo processo di riconoscimento degli odori è la conformazione del suo naso (il tartufo o rinario) e soprattutto la potente mucosa interna, in grado di distinguere una sola molecola di una sostanza su milioni di altre. Il tartufo rappresenta l’estremità terminale del naso del cane.

L’impronta delle circonvoluzioni che lo contraddistinguono è specifica dell’individuo e, al pari delle impronte digitali dell’essere umano, può essere usata come efficace sistema di riconoscimento. La mucosa che riveste internamente il naso del cane svolge gli stessi compiti di quella di qualsiasi altro mammifero.

All’estremità del tartufo si trovano le froge o cavità per aspirare l’aria e, come in altri mammiferi, al confine mucosocutaneo, ci sono vibrisse laterali, grossi peli con funzioni sensoriali molto importanti. Oltre all’olfatto, il naso del cane ha molte funzionalità aggiuntive. La maggior parte delle ghiandole sudoripare del cane sono concentrate nella mucosa interna del tartufo, cosa che lo rende importante dal punto di vista della regolazione termica e che è in grado di dirci se il cane sta bene o male.

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Inoltre, il tartufo è dotato di recettori del freddo che recepiscono l’evaporazione dell’umidità causata dalle correnti d’aria, e consentono al cane una notevole precisione nel determinare la direzione di provenienza degli odori. Questa caratteristica è stata sfruttata dall’uomo per l’addestramento di cani per la ricerca di animali, persone, tartufi, o sostanze particolari, come stupefacenti o esplosivi.

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Come funziona l’apprendimento del cane e cosa c’è da sapere

Universalmente noto, il cane è un animale sociale che, al contrario di quanto molti asseriscono, non vive in un branco gerarchicamente organizzato. Studi sui cani randagi, in particolare quelli dell’équipe del dottor Bonanni, hanno dimostrato che il concetto di gerarchia lineare nel cane è alquanto inverosimile. Semmai esiste un comportamento di competenze condivise fra molti e non sempre.

Non possiamo esimerci dal parlare dell’intelligenza canina e dell’apprendimento del cane. Anche integratori come il ginseng, il ginkgo biloba, la canapa e il suo olio (o l’olio di lino) e altri frutti di Madre Natura, sono direttamente correlabili alla velocità di apprendimento e alla gestione dello stress da parte del cane. Questi ed altri integratori sono importanti al pari della buona alimentazione e soprattutto della buona qualità degli alimenti che somministriamo quotidianamente ai nostri animali.

L’apprendimento e alcuni integratori, argomento ampiamente trattato all’interno del libro, camminano di pari passo all’aumento delle capacità di imparare sempre nuovi ordini, sempre nuovi esercizi. Certo la razza ha il suo peso, ma non è il fattore principale. Nel senso che non c’è un cane intelligente e uno stupido per razza.

Universalmente noto, il cane è un animale sociale che, al contrario di quanto molti asseriscono, non vive in un branco gerarchicamente organizzato. Studi sui cani randagi, in particolare quelli dell’équipe del dottor Bonanni, hanno dimostrato che il concetto di gerarchia lineare nel cane è alquanto inverosimile. Semmai esiste un comportamento di competenze condivise fra molti e non sempre.

In realtà, vista la storia evolutiva del cane, si può parlare sia di partnership, quindi di una relazione con mutuo vantaggio fra le parti, sia di leadership, ossia relazione con vantaggio maggiore di una delle due parti, a seconda delle circostanze e di come si formano i gruppi sociali. Vediamo come funziona e quali sono i fattori di apprendimento del cane nella sua crescita.

Il cane non è più un lupo e quindi non lo si può definire esattamente come animale da branco, ma nella famiglia umana lui vede un “gruppo sociale” paragonabile al branco naturale. Alcune osservazioni sul lupo hanno riscontrato che i branchi sono soprattutto familiari: i due riproduttori sono alla guida dei propri figli, spesso di cucciolate di anni diversi. Altri studiosi hanno osservato il comportamento di branchi formatisi dall’unione di gruppi diversi, con modalità molto diverse rispetto a quelle dei branchi familiari.

Il ruolo della mamma nell’apprendimento del cane

Nel cane solitamente è la madre che si occupa in toto delle cure parentali, dopodiché la guida del “branco misto” passa all’uomo, con il quale il cane instaura un rapporto di collaborazione sociale perché il processo chiamato “impregnazione” (ovvero il fatto che l’uomo interagisca con il cucciolo di pochissimi giorni di vita) convince il cane che apparteniamo, se non proprio alla stessa specie, quantomeno allo stesso gruppo sociale. Secondo alcune scuole di pensiero al cane non va chiesta ubbidienza, concetto arcaico tipico di metodi addestrativi basati sulla coercizione. Semmai lo si invoglia a cooperare così come alle origini fu la relazione cane-umano.

Secondo altre, fermo restando l’impegno di evitare al cane qualunque sofferenza, l’obbedienza non è affatto un concetto superato: anzi, è l’unico concetto che il cane, come animale sociale e gerarchico, può far suo, sentendo il vero e proprio bisogno di una guida che lo accompagni nella sua crescita e nella sua acquisizione di un ruolo e di competenze specifiche all’interno del gruppo.

Entrambe concordano sul fatto che l’obiettivo è quello di costruire un rapporto di fiducia corretto e bilanciato. Accanto al concetto di “addestramento”, cioè “rendere destro il cane” ad un’attività sportiva o di utilità, assume grande importanza quello di “educazione” del cane, in cui viene coinvolta la psiche dell’animale per raggiungere una condizione di equilibrio (omeostasi psichica) che gli permetta di vivere in ambito antropico senza traumi o stress.

Stabilito questo, il cane è, fra gli animali domestici, il più facile e il più proficuo nell’apprendimento ed è capace di imparare ad eseguire un gran numero di esercizi. Alcune affermazioni da parte dello scienziato Stanley Coren lo confermano. Lo psicologo, che raccoglie da anni dati sui comportamenti dei cani, e che insegna psicologia all’università canadese della British Columbia, afferma che la loro intelligenza è profondamente più sviluppata di quanto le persone pensino.

Per intelligenza li paragona a bambini di 2-3 anni. Essi, infatti, come avviene per i cuccioli d’uomo, hanno basilari capacità aritmetiche (quelli particolarmente intelligenti sono capaci di contare fino a cinque) e sono in grado di apprendere oltre 165 parole (il numero varia sensibilmente, fino ad arrivare a 250 parole nei cani più intelligenti e a un migliaio di parole in casi eccezionali).

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Vari tipi di intelligenza secondo Stanley Coren

  • Intelligenza istintiva: ciò che un cane è addestrato a fare fin dalla nascita
  • Intelligenza adattativa: ciò che un cane impara a fare da solo, attraverso l’esperienza
  • Intelligenza funzionale (ubbidienza): ciò che l’animale può imparare attraverso l’insegnamento di comandi e ordini
  • Intelligenza spaziale: si riferisce alle capacità di un cane di ritrovare ad esempio la via di casa

La classificazione intellettiva e di apprendimento del cane fatta da è contestata da altri studiosi ed etologi. Gli antichi (e superati da decenni) metodi di addestramento del cane si fondavano principalmente sulla coercizione per rettificare i comportamenti errati (rinforzo negativo e punizione positiva), fino all’ottenimento del comportamento desiderato. Questo avveniva (e ancora avviene sui campi di alcuni addestratori) con l’applicazione di varie forme di pressione fisica e psicologica, dalla semplice sgridata ad alta voce, allo strattone applicato tramite il guinzaglio, fino all’uso di collari a strozzo, a punte o elettrici, questi ultimi controllati a distanza tramite telecomando.

Il progredire delle conoscenze etologiche, e la crescente sensibilità animalista, hanno fatto sì che negli ultimi 30 anni si sia progressivamente diffuso, a partire dal mondo anglosassone, un nuovo tipo di educazione e addestramento, di cui esistono principalmente due scuole. Uno è il metodo gentile, basato sul rinforzo positivo del comportamento desiderato, tramite lo stimolo di quattro fondamentali bisogni del cane, che possiamo distinguere in primari (alimentazione con bocconcini e l’istinto di predazione come l’inseguimento di una pallina) e secondari (istinto di competitività tira e molla e contatto sociale con carezze).

Questo metodo sfrutta il principio naturale per il quale nell’apprendimento del cane, come in tanti altri animali, gioca un ruolo fondamentale il fatto che l’animale tende a ripetere i comportamenti che gli portano un vantaggio, tralasciando i comportamenti che non ne portano. Una delle metodologie più efficaci facenti parte del metodo gentile è quella del “clicker training”, spesso basata sul modellaggio, anche se è spesso male interpretata da chi l’applica in modo approssimativo ed improvvisato, con conseguenti scarsi e approssimativi risultati. L’altro metodo, “tradizionale” o “naturale”, parte dal metodo di scuola tedesca senza però tenere più in alcuna considerazione la coercizione e la violenza.

Infatti, fa ampio uso di rinforzo positivo, pur considerando la possibilità di correggere il cane, in vari modi che possono andare dalla semplice sgridata all’azione decisa sul guinzaglio, quando sbaglia, ritenendo che il cane (come confermato da tutti gli studi sul cognitivismo) non sia un mero opportunista, ma un essere pensante e in grado di capire perfettamente ciò che il proprietario desidera da lui, quindi in grado di distinguere anche gli errori purché gli si spieghi chiaramente quando e perché ha sbagliato.

Nell’ambito delle attività organizzate di addestramento si stanno diffondendo per seguito e per approfondimento le “prove di lavoro” riservate ad esemplari delle razze di utilità; si tratta di manifestazioni cinotecniche e sportive organizzate dalle delegazioni dell’Enci allo scopo di mettere in evidenza le qualità naturali del cane, nonché la sua attitudine ad applicare ciò che ha appreso dall’addestramento specifico, per individuare e fare conoscere, ai fini dell’allevamento, i soggetti dotati di carattere migliore e più idonei al lavoro.

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Come curare la diarrea nel gatto: cosa c’è da sapere

Per curare la diarrea nel gatto, la prima cosa da fare è quella di cercare di individuare la causa del disturbo. La diarrea non è una malattia, ma un sintomo di condizioni di salute precarie. Quando la diarrea è provocata da un cambiamento di alimentazione, la risoluzione è semplice: eliminare la fonte del problema. In questo caso poi il disturbo si risolve in pochissimi giorni.

Anche nel gatto, la diarrea è un problema che può essere causato da molteplici fattori: un brusco cambiamento di alimentazione, infezioni, indigestione, assunzione di alimenti avariati, parassiti, assunzione di farmaci mal tollerati. Se il disturbo dura pochi giorni non è opportuno allarmarsi. A volte però può durare anche intere settimane. E allora, come curare la diarrea nel gatto?

Per curare la diarrea nel gatto, la prima cosa da fare è quella di cercare di individuare la causa del disturbo. La diarrea non è una malattia, ma un sintomo di condizioni di salute precarie. Quando la diarrea è provocata da un cambiamento di alimentazione, la risoluzione è semplice: eliminare la fonte del problema. In questo caso poi il disturbo si risolve in pochissimi giorni.

Se invece non si riesce a scoprire la causa che ha provocato la diarrea ed il disturbo si protrae per più di 24 ore è opportuno rivolgersi ad un veterinario: lui saprà consigliarvi al meglio per curare la diarrea nel gatto. Ricordate di portare un campione delle feci del gatto dal veterinario, che potrebbe anche fare delle analisi del sangue, per arrivare a capire la causa che ha scatenato il disturbo e prescrivere la terapia idonea.

Mediante il controllo del campione fecale si può verificare se sono presenti batteri, protozoi, parassiti. Ulteriori controlli sono l’esame delle urine, l’ecografia o la radiografia addominale. Se sono presenti dei parassiti bisogna rimuovere le uova e le larve dall’intestino del gatto. In questo caso, non c’è altro modo di curare la diarrea nel gatto.

Inevitabilmente il veterinario dà alcuni suggerimenti su come alimentare il gatto nei primi giorni di terapia. Se dall’esame delle feci risulta un numero elevato di batteri il veterinario prescrive degli antibiotici ad ampio spettro per rimuovere i batteri e ristabilire l’equilibrio della flora intestinale.

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La cura migliore è la prevenzione. Adottando piccoli accorgimenti si può non solo evitare l’insorgere di diarrea, ma anche migliorare la qualità di vita dell’animale. Un gatto deve essere sottoposto ad un trattamento antielmitico e deve seguire una dieta bilanciata alternando cibo secco a quello umido.

Inoltre, non deve mai assumere cibi e carni crude (bisogna fare attenzione anche a quella di bovino) e deve stare lontano da spazzatura e fertilizzanti. Queste situazioni sono potenzialmente dannose per la sua salute. Infine, è fondamentale prestare attenzione quando si lavano le ciotole per l’acqua ed il cibo e bisogna mantenere pulita la lettiera.

Scopri i migliori rimedi per curare il tuo gatto

Alimentazione del cane: cosa dare da mangiare al Bau

Nei cani domestici ben nutriti, e specie nelle razze di dimensioni maggiori, questo comportamento naturale, unito a un esercizio insufficiente, può provocare problemi gravi. Una dieta nutriente crea un cane muscoloso, dalle ossa robuste e dal mantello sano. Una parte dell’alimentazione quotidiana deve essere a base di carne, fonte di proteine e grassi che contengono acidi grassi indispensabili per diverse funzioni corporee.

Parliamo dell’alimentazione del cane. A differenza di altri predatori, i cani sono onnivori, seppure principalmente carnivori. Sulla loro lingua sono presenti un numero inferiore di papille gustative rispetto agli uomini, ma sono ormai pronti a consumare quasi tutto dia loro nutrimento.

Questa mancanza di esigenze si unisce a un riflesso di vomito (per fortuna) molto accentuato, che permette loro di espellere il cibo pericoloso dopo averlo ingerito. Il cane ha uno stomaco molto ampio e un tratto intestinale corto. Una combinazione ideale per un “cacciatore-spazzino-opportunista”. La scissione del cibo inizia nello stomaco, ma la maggior parte della digestione avviene nell’intestino.

Allo stato selvatico, i cani si nutrono con qualsiasi genere di cibo disponibile, quindi vivono di quella fonte di nutrimento per alcuni giorni. Quanto ingerito rimane nello stomaco per lo più non digerito. Solo una piccola quantità alla volta passa nell’intestino.

Nei cani domestici ben nutriti, e specie nelle razze di dimensioni maggiori, questo comportamento naturale, unito a un esercizio insufficiente, può provocare problemi gravi. Una dieta nutriente crea un cane muscoloso, dalle ossa robuste e dal mantello sano. Una parte dell’alimentazione quotidiana deve essere a base di carne, fonte di proteine e grassi che contengono acidi grassi indispensabili per diverse funzioni corporee.

Il resto della dieta dovrebbe consistere di fibre solubili e insolubili. Un’alimentazione equilibrata fornirà anche tutte le vitamine quotidiane richieste. Alcuni cani amano consumare talvolta anche erba e vegetali: del resto erba, radici, bacche e verdure crude contengono poche sostanze nutrienti, ma possono fornire fibre preziose. Se possono scegliere, i cani prediligono sicuramente la carne. Tuttavia una dieta a base esclusivamente di questo alimento tenderebbe a provocare una grave deficienza di calcio, mentre il cibo per cani prodotto commercialmente presenta un ottimale equilibrio di sostanze nutrienti.

Nell’intestino del cane si trova un ecosistema elaborato di batteri responsabili della digestione del cibo, ma che si occupano anche di supportare il sistema immunitario fornendo protezione da batteri dannosi. Le diete migliori, con un contenuto in fibra accuratamente bilanciato, nutrono i batteri utili, e al contempo inibiscono lo sviluppo di tutti quelli noti per provocare diarrea. Molti cani richiedono un solo pasto al giorno e molti proprietari preferiscono somministrarlo alla sera. Ma alcuni cani, se mangiano di sera, hanno bisogno di fare i propri bisogni durante la notte: in questo caso è bene anticipare il pasto.

Ai cani di piccola taglia non è corretto somministrare un solo pasto al giorno, quindi meglio ripartire la dose quotidiana di cibo fra mattina e sera. I cuccioli e le femmine durante la gravidanza e l’allattamento necessitano di un diverso regime alimentare. È importante che il pasto si svolga sempre nello stesso punto della casa e che le ciotole siano sempre pulite e l’acqua rinnovata. Sistemate le ciotole su una superficie facile da pulire, come il pavimento della cucina, ed eliminate subito eventuali residui di cibo.

Da ricordare quando si dà la pappa:

  • Non sovralimentate il cane
  • Nutritelo secondo la taglia, l’età e lo stile di vita
  • Una dieta bilanciata: proteine, carboidrati, grassi, fibre, vitamine e minerali
  • Mettetegli sempre a disposizione acqua fresca
  • Non alimentatelo con cibi preparati in casa, senza la giusta consulenza

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Le integrazioni nell’alimentazione del cane

Inoltre, è bene dare al cane gli integratori alimentari naturali. Di solito, se è sano e mangia alimenti completi tra cui gli integratori naturali che avvengono aggiunti al pasto di buona qualità, il cane non ha bisogno di assumere compresse e tisane.

Ma le necessità metaboliche dei cani possono essere diverse, così come i loro fabbisogni alimentari. Se il cibo è di ottima qualità, ma il cane non è al massimo della forma, potrebbe avere bisogno proprio di un integratore alimentare. Nel caso in cui il cane abbia bisogno di integratori alimentari, somministragli solo le dosi raccomandate: per molti minerali il limite tra una dose efficace e una dose tossica è molto sottile.

Quando si tratta di integratori, abbondare non è necessariamente positivo. Usare soltanto integratori di alta qualità, che riportano in etichetta tutti i componenti e l’esatta quantità di calcio, fosforo, magnesio e altri minerali o vitamine. Se dopo sei o otto settimane il cane non risponde bene all’integratore, interrompere la somministrazione. Il punto cruciale è l’osservazione diretta.

Nelle giuste circostanze gli integratori sono molto utili al cane. Ad esempio, una giusta integrazione della dieta aiuta il cane a guarire prima dalle malattie o dalle ferite, o garantisce i giusti elementi nutritivi ai cuccioli con difficoltà di alimentazione. Esistono diverse tipologie di integratori che riescono a soddisfare le esigenze specifiche del cane. Tra i più comuni e utilizzati ci sono delle piante che sono multivitaminiche, indicate per arricchire la dieta del cane nelle diverse situazioni quotidiane.

Ci sono poi erbe multivitaminiche che favoriscono il ricambio e la lucentezza del pelo. E poi ci sono gli integratori di calcio, per favorire la corretta formazione ossea, soprattutto nella fase di crescita o per rafforzare la struttura in età avanzata, gli integratori di sali minerali, per arricchire ogni giorno la dieta nello sviluppo e nel mantenimento, e gli antiossidanti, molecole utili per prevenire il cancro e favoriscono la riduzione del danno ai tessuti causato da allergie, da altre malattie infiammatorie o da infezioni.

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Quali sono i fattori di prevenzione delle malattie nel cane

Una buona prevenzione generale per il nostro amato cane passa soprattutto attraverso un’alimentazione completa e bilanciata, quindi non eccessiva ma neanche carente, e principalmente attraverso la qualità del cibo. Noi siamo quello che mangiamo. E anche i cani sono quello che mangiano. E’ importante anche scegliere l’alimentazione giusta per il nostro cane, evitando di provocare fenomeni di allergia o di intolleranza agli ingredienti presenti negli alimenti che somministriamo.

Quali sono i principali fattori di prevenzione delle malattie del cane? Con la società del benessere si è perduto completamente di vista il significato della parola prevenzione e lo si è identificato con una serie costosa di accertamenti clinici, visite, radiografie, ecografie, dosaggi ematici: un insieme di procedure che rientrano non nella prevenzione ma nella diagnosi precoce, dal momento che la prevenzione vera ed unica è quella che permette di evitare le malattie, non di diagnosticarle quando sono già insorte. La vera prevenzione si basa sul modo di vivere. I principali fattori che aiutano a fare vera prevenzione sono quattro.

Alimentazione e prevenzione delle malattie nel cane

Una buona prevenzione generale per il nostro amato cane passa soprattutto attraverso un’alimentazione completa e bilanciata, quindi non eccessiva ma neanche carente, e principalmente attraverso la qualità del cibo. Noi siamo quello che mangiamo. E anche i cani sono quello che mangiano. E’ importante anche scegliere l’alimentazione giusta per il nostro cane, evitando di provocare fenomeni di allergia o di intolleranza agli ingredienti presenti negli alimenti che somministriamo. Soprattutto dovremmo smetterla di farci incantare dalle pubblicità e ragionare più d cani, visto che è loro che dobbiamo nutrire.

I vaccini come prevenzione delle malattie nel cane

Tra i fattori di prevenzione delle malattie nel cane è importante effettuare fin da subito una corretta prevenzione vaccinale per evitare malattie infettive, parassiti interni ed esterni, incidenti fisici o anche malattie che possono essere trasmesse dal cane all’uomo e viceversa, già nei primi mesi di vita, quando il sistema immunitario non è ancora in grado di difendere perfettamente il cucciolo. La vaccinazione resta la misura di prevenzione più importante. Il veterinario registra su un apposito libretto la data di somministrazione e i dettagli di ciascun vaccino obbligatorio ma con il suo aiuto possiamo predisporre anche quelle che possono essere le vaccinazioni più appropriate per il nostro cane.

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Le malattie dei parassiti: combatterli in modo efficace

Altro fattori di prevenzione delle malattie nel cane è la cura dei parassiti, che si possono eliminare anche solo attraverso l’uso si sostanze naturali, possono essere esterni, ectoparassiti, o interni, endoparassiti. Questi ultimi vivono all’interno dell’organismo del cane e si tratta di cestodi, nematodi e trematodi. Gli ectoparassiti invece vivono sulla pelle o sul mantello: come pulci, zecche, acari e pidocchi, non solo sono pericolosi per la salute dal nostro cane ma spesso anche per l’uomo. Per una protezione corretta del nostro cane nei confronti dei parassiti sono importanti sicuramente l’igiene e la disinfestazione a livello ambientale e la protezione diretta del cane attraverso l’applicazione di prodotti specifici.

Durante i viaggi è molto importante l’ambientazione

Con l’arrivo della bella stagione, arrivano anche i fine settimana fuori porta e le tanto attese vacanze da organizzare insieme ai nostri amici animali. Viaggiare insieme, può essere una bellissima occasione per condividere bei momenti insieme ma è sempre bene informarci su quali sono le cose da fare per viaggiare sicuri. Viaggiare con un cucciolo è più impegnativo, dobbiamo fermarci spesso durante il tragitto. Con un cane adulto l’ideale sarebbe invece iniziare con viaggi di uno o due giorni, per scoprire se è in grado di ambientarsi nonostante le sue abitudini. La cosa di primaria importanza resta quella di informarci riguardo gli obblighi sanitari che la nostra destinazione richiede e, se la nostra meta è in una delle regioni italiane, preoccupiamoci subito di adempiere alle profilassi vaccinali e antiparassitarie previste.

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Il pelo del cane e la sua cura: meglio corto, raso o lungo

Un cane al quale viene negato l’esercizio di cui ha bisogno sarà infelice, fuori forma e troverà qualcos’altro da fare per sfogarsi. Le razze cambiano molto anche per il tipo di manto. Ci sono razze a pelo corto che non richiedono particolari toelettature. Il pelo medio diventa già più impegnativo, mentre le razze a pelo lungo hanno bisogno di cure quotidiane. Alcune razze hanno un mantello così imponente e un pelo così lungo che talvolta, se trascurato per qualche giorno, si ingarbuglia senza rimedio.

Nessun animale, a parte il cane, presenta tante forme e dimensioni, né una tale gamma di temperamenti. Grande o piccola, a pelo lungo o senza pelo, tranquilla o dinamica: secoli di evoluzione, incroci e selezioni effettuate dall’uomo hanno creato o quasi, i cani per tutte le esigenze, ognuno con proprie caratteristiche peculiari.

Ogni razza ha inclinazioni ed esigenze diverse, questo amplia notevolmente la scelta di chi vuole prendere un cane adattandolo al proprio stile di vita. Ogni razza ha bisogno di un certo quantitativo di moto, che influenza la salute del pelo del cane.

Un cane al quale viene negato l’esercizio di cui ha bisogno sarà infelice, fuori forma e troverà qualcos’altro da fare per sfogarsi. Le razze cambiano molto anche per il tipo di manto. Ci sono razze a pelo corto che non richiedono particolari toelettature. Il pelo medio diventa già più impegnativo, mentre le razze a pelo lungo hanno bisogno di cure quotidiane. Alcune razze hanno un mantello così imponente e un pelo così lungo che talvolta, se trascurato per qualche giorno, si ingarbuglia senza rimedio.

Il tipo di pelo è un fattore molto importante per la corretta scelta di un cane e, se si considera un problema una muta del pelo molto pronunciata o fango e acqua in giro per casa, è meglio evitare le razze a pelo lungo. Nonostante ciò alcune razze a pelo corto perdono molto pelo, alcune anche più delle razze a pelo lungo.

Cura del pelo corto

La toelettatura dei cani a pelo corto o medio è più pratica rispetto a quella dei cani con pelo lungo, perché richiede interventi più semplici e dilazionati nel tempo, anche se in genere i cani con pelo medio hanno abbondante sottopelo e devono essere spazzolati con maggiore frequenza durante il periodo di muta. Il mantello dei cani è costituito dal pelo di copertura (il più superficiale) e dal sottopelo (lanuginoso e corto, nascosto dal pelo di copertura).

Il pelo di copertura viene perso e cambiato costantemente durante tutto l’anno, mentre il sottopelo è soggetto a muta due volte l’anno: in primavera si sfoltisce per preparare il cane alla stagione calda e in autunno si infoltisce per dare una maggiore protezione contro il freddo. Il sottopelo riveste un ruolo essenziale nell’isolamento termico del cane, che riesce grazie ad esso a sopportare temperature molto basse, ma anche temperature alte.

È sbagliato credere che il cane con molto pelo soffra troppo il caldo e sia quindi opportuno tosarlo: così facendo viene tolta l’unica protezione che la natura gli ha dato contro il caldo eccessivo. Sia i cani a pelo corto che quelli a pelo medio perdono generalmente parecchio pelo, cosa che può essere fastidiosa se il cane vive in casa, soprattutto perché il pelo corto è piuttosto difficile da eliminare dai tessuti.

Cane a pelo raso

Oltre al pelo corto esiste tra i cani una terza tipologia di pelo detto raso o duro. Molte razze di cane famose e diffuse (il Doberman e il Bassotto, ad esempio) appartengono a questa categoria. In natura, per la sua densità e durezza, il pelo duro offre la massima protezione possibile contro le intemperie e le ferite. Il pelo della parte inferiore delle zampe, così come quello della parte inferiore del petto e dell’addome, è generalmente più corto rispetto a quello del dorso e dei fianchi, ma è sempre molto fitto. Il pelo della testa e delle orecchie è invece più corto e ancora più fitto, ma più morbido.

I cani a pelo duro non perdono il pelo. Per togliere il pelo morto viene, quindi, utilizzata una tecnica detta stripping che consiste nello staccare manualmente il pelo tramite l’utilizzo di specifici coltellini o con le dita. In questo modo, oltre a favorire il normale ricambio di pelo, si dà al cane una linea armonica e ordinata.

Solitamente l’operazione viene eseguita ogni 3-4 mesi ma il periodo può variare da soggetto a soggetto, perché molto dipende anche dalla maturità del pelo. Lo stripping non provoca nessuna sofferenza al cane, ma è comunque una tecnica un po’ complessa da padroneggiare da soli, quindi per evitare di danneggiare la cute, almeno le prime volte, è meglio affidarsi a un buon toelettatore. I cani a pelo duro presentano solitamente baffi, barba e sopracciglie lunghe e folte!

Cani a pelo lungo

Il cane a pelo lungo richiede molte più cure di un cane a pelo corto e necessita di accurate spazzolate quotidiane per evitare antiestetici e dolorosi nodi. La spazzolatura quotidiana è necessaria anche perché il pelo lungo può raccogliere foglie, rami, terra, fango e qualsiasi altra cosa con cui venga a contatto il cane. Sarà inoltre opportuno, se il cane viene tenuto in casa, ripulirlo al rientro da ogni passeggiata esterna, al parco o in campagna e asciugarlo bene nel caso si sia bagnato.

La spazzolatura ideale per un cane a pelo lungo si effettua con un pettine a denti larghi, meglio se di ferro e con le punte arrotondate, procedendo con attenzione e delicatezza, iniziando dalla testa e proseguendo per tutto il corpo pettinando il pelo verso l’esterno. Il pelo più lungo, posto sui piedi, il torace e le zampe posteriori può essere regolato con un paio di forbici. Razze come i Collie e i Pastori delle Shetland hanno un mantello lungo con folto sottopelo protettivo.

Questa tipologia di pelo forma dei nodi se non viene accuratamente pettinata. In questo caso è opportuno usare spazzole ad aghi sottili per districare delicatamente i grovigli, eliminando nodi o sporco. Alcune razze, come gli Yorkshire Terrier, hanno il pelo lungo ma senza sottopelo protettivo. Bisogna fare molta attenzione a pettinare queste razze, perché essendo prive di sottopelo è più facile irritare la cute. Gli Yorkshire dovrebbero essere spazzolati con una spazzola ad aghi sottili quotidianamente, in particolare dietro le orecchie, per evitare la formazione di nodi.

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Curare il manto dei pet

Sono molti gli integratori naturali che si prendono cura del pelo, sia in termini di perdita sia di morbidezza e lucentezza. Oltre agli integratori, di cui si parla nel libro NaturalMente Cani, può essere utile somministrare un uovo sodo ogni 15 chili di peso (30 chili due uova, 60 chili 4 uova) una volta a settimana, oppure l’olio di salmone selvatico, l’olio extravergine di cocco… Comunque, è necessario curare con regolarità il mantello del proprio cane indipendentemente dalla lunghezza del pelo.

Un mantello liscio, come ad esempio quello dell’Alano, è più facile da pulire: si possono usare una spazzola di plastica o un guanto morbido due volte alla settimana, contropelo, per eliminare detriti, sporco e peli staccati. In seguito è utile passare un panno di camoscio sul mantello, strofinandolo nel senso del pelo, per lucidarlo in modo naturale. Il pelo corto e folto, come quello del Labrador, o del Golden Retriever, necessita invece di strumenti diversi. Per togliere i nodi meglio usare una spazzola ad aghi sottili, morbidi, di metallo, due volte alla settimana, passando subito dopo anche una spazzola di setole per eliminare eventuale sporco restante.

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I 10 rimedi omeopatici più diffusi per cani e gatti

Cercate di manipolare il meno possibile i rimedi e di farli cadere direttamente dalla bottiglia, nella guancia o sul pelo dei vostri animali e, inoltre, conservateli lontano dalle fonti di calore e dagli apparecchi come computer o televisori. A differenza dei farmaci normali, anche nei cani e nei gatti l’omeopatia non funziona a peso corporeo. La sostanza fisica originaria si trova già diluita.

Quali sono i 10 rimedi omeopatici per cani e gatti più diffusi? L’omeopatia ha delle regole particolari legate al suo utilizzo e questo può essere fonte di confusione, sia per i rimedi che riguardano l’uomo sia per quelli che riguardano gli animali. Partendo dal presupposto che è sempre bene consultare un esperto, ci sono alcune malattie comuni che possono essere trattate con semplicità, basta tenere presenti alcune regole.

Adesso vedremo quali sono i 10 rimedi omeopatici per cani e gatti più usati in genere e perché. Ma prima è importante capire cosa fare e come fare. Per quanto riguarda i 10 rimedi omeopatici per cani e gatti, in particolar modo con i cani, è bene sapere che i rimedi vanno sciolti sulle gengive o nascosti tra gli alimenti.

Cercate di manipolare il meno possibile i rimedi e di farli cadere direttamente dalla bottiglia, nella guancia o sul pelo dei vostri animali e, inoltre, conservateli lontano dalle fonti di calore e dagli apparecchi come computer o televisori. A differenza dei farmaci normali, anche nei cani e nei gatti l’omeopatia non funziona a peso corporeo. La sostanza fisica originaria si trova già diluita.

Ad esempio, l’Arnica 6X significa che il rimedio è stato diluito 6 volte. I rimedi omeopatici vengono scelti in base a come il paziente vive la sua malattia. Ogni animale, infatti, avrebbe bisogno di un rimedio diverso, basato sulle proprie caratteristiche personali e su come affronta le diverse patologie. Prendiamo come esempio la rigidità degli arti causata dall’artrite nel vostro cane.

La scelta del rimedio dipenderà se la condizione peggiora appena sveglio, sbloccandosi dopo aver fatto qualche passo. Questi cani e gatti spesso stanno peggio anche in condizioni di freddo umido. Con un quadro del genere, il rimedio più adatto è il Rhus toxidendron, più economico dei farmaci fans e… naturalmente più sicuro. Con queste premesse, vediamo ora i 10 rimedi omeopatici per cani e gatti più impiegati.

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I 10 rimedi omeopatici per cani e gatti più usati

Apis mellifica. Indicata per le punture di insetti, in particolar modo per quelle di api.

Arnica. Buona per la rigidità causata da sforzi eccessivi, o dolori e lesioni muscolo/scheletrici.

Arsenicum album. Ottimo per i disturbi gastrointestinali causati, ad esempio, da cibo avariato e collegati a vomito e diarrea.

Borace. Utile per gli attacchi di panico causati da temporali e fuochi d’artificio.

Calendula. Da utilizzare, sia come rimedio orale che come unguento esterno, per le infezioni cutanee o altri tipi di infezioni esterne. Si trova sia sotto forma di pomata da applicare localmente, che come tintura da diluire e con cui lavare eventuali tagli o ferite.

Hepar sulfur. Per gli ascessi dolorosi di qualsiasi parte del corpo o ghiandole anali infette e dolorose.

Hypericum. Indicato per dolori causati da danni a nervi o lesioni in aree ricche di terminazioni nervose, ad esempio se tagliate troppo le unghie del vostro cane.

Rhus tox. Nei casi di artrite che migliora dopo i primi movimenti, infezioni della pelle o lesioni muscolo-scheletriche generali.

Ruta. Indicato per eventuali lesioni a tendini o legamenti.

Silicea. Spinge i corpi estranei, come ad esempio le schegge, fuori dalla pelle.

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L’aloe vera e i suoi segreti: si può somministrare al cane?

L’aloe presenta lo spettro più ampio del cosiddetto “fitocomplesso”. Anche in questo caso, trova impiego nella risoluzione di innumerevoli problematiche ed è utile soprattutto per curare i disturbi tipici dei mesi estivi. Il campo di applicazione più diffuso è quello delle patologie della pelle, dove la pianta dimostra la più ampia efficacia. Ecco come sfruttare al meglio le proprietà curative dell’aloe vera per la salute dei nostri amici a quattro zampe.

L’aloe vera, vera toccasana. Scusate la cacofonia, ma è così. Si tratta di una pianta considerata “miracolosa” per via dei suoi molteplici impieghi nel campo dei rimedi naturali. È ricca di diversi componenti importanti che le forniscono le proprietà curative. Tra le più importanti troviamo le sue capacità: cicatrizzanti, disinfettanti, antinfiammatorie, riepitelizzanti, rigeneranti del sistema immunitario.

L’aloe presenta lo spettro più ampio del cosiddetto “fitocomplesso”. Anche in questo caso, trova impiego nella risoluzione di innumerevoli problematiche ed è utile soprattutto per curare i disturbi tipici dei mesi estivi. Il campo di applicazione più diffuso è quello delle patologie della pelle, dove la pianta dimostra la più ampia efficacia. Ecco come sfruttare al meglio le proprietà curative dell’aloe vera per la salute dei nostri amici a quattro zampe.

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Per l’intestino. Per via orale, il succo di aloe può aiutare a combattere la stanchezza cronica e migliorare l’attività intestinale. È utile anche per migliorare la lucidità del pelo e nei casi di pelle secca o troppo grassa. Questo perché l’aloe è un ottimo integratore di minerali e risveglia l’intestino, rallentato dalle alte temperature.

Contro il caldo. L’aloe fornisce sostanze importanti per l’organismo, le stesse sostanze che si perdono attraverso la sudorazione o l’inappetenza dovuta al caldo. La pianta, infatti, contiene un’alta percentuale di vitamine, aminoacidi e minerali.

Nelle infiammazioni. Spesso le orecchie dei nostri animali presentano delle irritazioni e appaiono arrossate. Applicare l’aloe per uso esterno aiuta a lenire l’infiammazione. Va bene sia per i cani che per i gatti.

Antistress da viaggio. Questo vale soprattutto per i cani anziani: l’aloe va somministrata due settimane prima della partenza, per aiutare l’animale a superare al meglio il viaggio e soprattutto il cambio ambientale.

Contro le dermatiti. Così come per gli uomini, anche gli animali possono soffrire di dermatite e anche i nostri amici a quattro zampe possono usufruire dei benefici dell’aloe o in alternativa dell’olio di cocco.

Interventi chirurgici. Va utilizzata per via orale ed è utilissima per consentire ai nostri animali di recuperare velocemente le forze e la normale vitalità.

Come si usa l’aloe? In commercio esistono numerosi prodotti per animali a base di aloe. In linea generale, comunque, per uso interno va bene anche il succo d’aloe comunemente adoperato anche per i disturbi dell’uomo. Non se ne danno più di 10 gocce ogni 10 chili di peso dell’animale (mezzo cucchiaino circa). Per uso esterno, invece, va adoperato il gel di aloe, utile nei casi di piaghe, punture di insetto, eczemi e ferite.

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La corretta alimentazione del gatto: come nutrire il micio

Vediamo la corretta alimentazione del gatto. Questo animale ha bisogno di bere moltissima acqua, ma ha bisogno che sia sempre fresca. I cibi preferiti dai gatti sono quelli umidi, dunque la carne fresca con delle creme di verdure, le scatolette, le lattine, ma anche i croccantini vengono ben apprezzati. Ogni gatto ha i propri gusti, come noi, quindi ci sarà quello che gradisce la carne e quello che preferisce il pesce.

I gatti devono seguire un’alimentazione rigida, che non può permettersi errori. Esistono moltissimi cibi che i gatti non riescono a sintetizzare per via della mancanza di alcuni enzimi. Non è difficile, basta seguire tre criteri che vi aiuteranno a comprendere meglio cosa dare da mangiare ai vostri amici a quattro zampe e cosa, invece, evitare assolutamente. Quindi, cerchiamo di capire la corretta alimentazione del gatto.

Un felino come il gatto non ha bisogno di mangiare in continuazione. Se un gatto mangia spesso, significa che c’è un problema a livello ormonale o che ha i vermi, che non gli permettono mai di saziarsi, in quanto rubano il cibo che lui ingerisce. In questo caso, bisogna procedere con la sverminazione. La cure non superano quasi mai i due giorni consecutivi. In ogni caso, sarà necessario continuare la cura fino a che tutti i vermi non saranno spariti.

Vediamo la corretta alimentazione del gatto. Questo animale ha bisogno di bere moltissima acqua, ma ha bisogno che sia sempre fresca. I cibi preferiti dai gatti sono quelli umidi, dunque la carne fresca con delle creme di verdure, le scatolette, le lattine, ma anche i croccantini vengono ben apprezzati. Ogni gatto ha i propri gusti, come noi, quindi ci sarà quello che gradisce la carne e quello che preferisce il pesce.

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E infine, ricordate sempre cosa un gatto non può tassativamente mangiare e che, molto spesso, mangia ugualmente, cosa che gli crea senza dubbio problemi gastrointestinali, disturbi al fegato e agli organi interni. Cibi come i dolci, di qualsiasi tipo, e tanti tipi di carboidrati, sono necessariamente da abolire nella dieta del vostro animale domestico. Inoltre, dobbiamo sottolineare che il gatto non ha bisogno né di carboidrati, dunque pasta, pane e farinacei, né di dolci, poiché non ne riconosce il gusto.

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Dermatite nel cane e nel gatto: ecco come deve essere curata

La dermatite nel cane e nel gatto può essere ricondotta a diverse cause, perché gli agenti che possono provocare i processi infiammatori sono diversi: alimenti o particolari ingredienti, sostanze irritanti naturali o chimiche, parassiti, punture di insetti, reazioni autoimmuni dell’organismo, disturbi ormonali, problemi comportamentali che portano ad autolesionismi. Sono fenomeni vari che possono manifestarsi su esemplari diversi, a qualunque età, e spesso per predisposizioni genetiche.

Gli animali domestici, a differenza di quanto si creda, sono particolarmente sensibili a diverse forme di allergie e di infiammazioni della cute. Tematica delicata e cara a molti proprietari di cani e gatti. Quindi, senza giri di parole provo a rispondere alla domanda: come curare la dermatite nel cane e nel gatto?

La dermatite nel cane e nel gatto può essere ricondotta a diverse cause, perché gli agenti che possono provocare i processi infiammatori sono diversi: alimenti o particolari ingredienti, sostanze irritanti naturali o chimiche, parassiti, punture di insetti, reazioni autoimmuni dell’organismo, disturbi ormonali, problemi comportamentali che portano ad autolesionismi. Sono fenomeni vari che possono manifestarsi su esemplari diversi, a qualunque età, e spesso per predisposizioni genetiche.

Sintomi e cure per la dermatite del cane

La dermatite nei cani è spesso collegata a una reazione allergica alle pulci. Questo perché quando la pulce morde l’animale, inietta sotto la cute una piccola quantità di saliva, che può causare un’infiammazione. La pelle del vostro cane in questo caso è caratterizzata dalla presenza di dermatiti, eritemi, perdita di pelo e iperpigmentazione.

Un’altra fonte comune di dermatiti nei cani è di base alimentare. Oltre ai comuni segni, in questo caso la patologia viene accompagnata da vomito e diarrea. Infine, anche fido è soggetto a dermatite atopica, in genere a causa di predisposizioni ereditarie, che lo portano a sviluppare sintomi allergici a contatto di polveri, acari, erbe o pollini.

In questo caso, la prima cosa da fare è cercare la causa che ha portato allo scatenarsi dei sintomi. Potete osservare bene la cute, utilizzando un pettine per cani e spostando il pelo, in cerca di segni tangibili della dermatite. Noterete inoltre che il cane tenderà a leccarsi con ripetitività, per cercare sollievo nella parte che a lui crea maggiori fastidi.

Anche per i cani valgono gli stessi rimedi naturali che possono essere adottati per il gatto: lavaggi frequenti con infusi di piante lenitive e disinfettanti, evitare di portare il cane in punti dove sono presenti diserbanti, sostanze chimiche ed erba appena tagliata e una cura per rafforzare le difese immunitarie.

Per evitare che l’animale si mordicchi o si gratti, potreste pensare di ricorrere a un collare o cercare di distrarlo, coinvolgendolo in giochi, in modo tale che non crei delle lesioni a livello cutaneo. Le cause all’origine della dermatite possono essere veramente tante. È importante comprendere qual è la fonte del fastidio, in modo tale da intervenire nel modo più corretto possibile.

Sintomi e cure per la dermatite del gatto

Gli allergeni più comuni che possono creare fastidi ai felini sono alcune piante, il polline, disinfettanti e deodoranti, ma anche intolleranze alimentari. La dermatite può presentarsi a causa di un contatto diretto, per inalazione o ingestione.

I sintomi più evidenti sono: eruzioni cutanee, arrossamenti, ma anche infiammazione delle orecchie. Questo soprattutto se siamo dinanzi a una forma di dermatite atopica. La dermatite, inoltre, provoca una sensazione di prurito molto fastidiosa per l’animale che inizia a grattarsi e a leccarsi.

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La prima cosa da fare è cercare di capire la causa che ha scatenato l’infiammazione, prestando attenzione all’intensificarsi dei sintomi, alle abitudini dei mici e a tutti i possibili allergeni con cui è entrato in contatto. Se individuati, si procede a eliminare tutte le possibili fonti di irritazione, dall’ambiente frequentato dal gatto.

È necessario lavare bene la cute dei nostri animali con dei decotti naturali, come quello di camomilla, calendula, echinacea, malva. Tutte piante che hanno una funzione lenitiva, antibatterica e rinfrescante, per far provare un po’ di sollievo ai nostri amici pelosi e favorire la cicatrizzazione di eventuali lesioni. L’echinacea, in particolare, può anche essere somministrata per via sistemica, integrandola con una dieta composta di olio di semi e di girasole. Questo serve a innalzare le difese immunitarie dell’animale.

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Salute del gatto: come curare il raffreddore nel micio

Per curare il raffreddore nel gatto è importante un’altra accortezza: quella di pulire spesso gli occhi e il naso del gatto, utilizzando dei batuffoli di ovatta, o delle garze imbevute con acqua tiepida, eliminando le secrezioni presenti. Cercate di tenerlo in casa, al caldo per più tempo possibile e sfruttate anche il calore e l’umidità presenti in bagno quando fate la doccia, permettendogli così di respirare aria calda e umida che favorisce la respirazione e la maturazione dei muchi.

Anche i gatti, così come gli esseri umani, possono beccarsi dei piccoli malanni come il raffreddore che, se non adeguatamente curato, può generare problemi di salute più gravi. Il gatto, poi, è particolarmente incline a questo problema in quanto tende a trascorrere diverse ore fuori casa, anche durante i mesi invernali. Dunque, come curare il raffreddore nel gatto? L’importante è avere ovatta e garze, acqua tiepida, pasti caldi e vapore.

Quando un gatto è raffreddato e ha il naso chiuso, perde un po’ del suo olfatto e questo incide molto sulla sua voglia di mangiare dal momento che il suo appetito è fortemente stimolato dagli odori. Quindi, per curare il raffreddore nel gatto bisogna preparare dei pasti caldi in modo tale che il calore faccia in modo che il profumo del cibo si propaghi. Inoltre, gli fornirà un effetto decongestionante. Ricordate che è importante stimolare il suo appetito per evitare che si debiliti.

Per curare il raffreddore nel gatto è importante un’altra accortezza: quella di pulire spesso gli occhi e il naso del gatto, utilizzando dei batuffoli di ovatta, o delle garze imbevute con acqua tiepida, eliminando le secrezioni presenti. Cercate di tenerlo in casa, al caldo per più tempo possibile e sfruttate anche il calore e l’umidità presenti in bagno quando fate la doccia, permettendogli così di respirare aria calda e umida che favorisce la respirazione e la maturazione dei muchi.

Per il naso screpolato potete applicare ogni tanto della vaselina che lo aiuterà a mantenere sane le mucose. Se, nonostante tutte queste attenzioni, dopo un paio di settimane il gatto non dimostra segni di miglioramento, bisogna rivolgersi ad un veterinario perché potrebbe anche trattarsi di un problema di natura allergica.

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In caso di complicazioni alle vie respiratorie, il veterinario saprà prescrivere un’adeguata terapia antinfiammatoria o antibiotica, anche naturale. È estremamente importante seguirla scrupolosamente, senza interromperla quando notate segni di miglioramento, perché potreste rischiare che il gatto abbia una ricaduta. Se invece si ha l’abitudine di lavarlo, i vapori sprigionati dall’acqua calda gli saranno utili, ma bisogna fare attenzione e asciugarlo molto bene, anche un colpo d’aria potrebbe rischiare di comprometterne la salute.

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Monologhi: discorso di un cane al padrone che piange

Riuscite a capire quanto questo è importante per noi? Non dovremo mai più avere paura, freddo, fame o sentire male. Se solo poteste calcolare quanto ci fa felici! Non ci interesserà più se piove, se passerà una macchina molto velocemente o se qualcuno ci farà del male. Ma soprattutto, non siamo soli, perché nessun animale gradisce la solitudine, cosa si può chiedere in più? So che ti rattrista la mia partenza, ma devo andare ora.

Umano, vedo che stai piangendo perché è arrivato il mio momento. Non piangere, per favore, ti voglio spiegare alcune cose. Tu sei triste perché me ne sono andato, ma io invece sono felice perché ti ho conosciuto. Quanti come me ogni giorno muoiono senza aver conosciuto qualcuno di speciale? Gli animali a volte passano così tanto tempo da soli, senza mai conoscere qualcuno. Conosciamo il freddo, la sete, il pericolo e la fame. Dobbiamo preoccuparci di trovare qualcosa da mangiare e pensare a dove proteggerci la notte. Vediamo volti tutti i giorni che passano senza mai guardarci, e a volte è meglio che non ci vedano.

A volte abbiamo la grande fortuna che tra le tante persone passa un angelo e ci raccoglie; a volte gli angeli vengono in gruppo, a volte ci sono altri angeli lontani che inviano tanti aiuti per noi. E questo cambia tutto. Se necessario ci portano da un altro tipo di angelo che ci cura. Ci scelgono una parola che pronunciano ogni volta che ci vedono, un nome, penso si chiami così, questo indica che siamo speciali; abbiamo smesso di essere anonimi per essere uno dei tanti, ma anche un po di voi. Da qui capiamo che quella è una casa!

Riuscite a capire quanto questo è importante per noi? Non dovremo mai più avere paura, freddo, fame o sentire male. Se solo poteste calcolare quanto ci fa felici! Non ci interesserà più se piove, se passerà una macchina molto velocemente o se qualcuno ci farà del male. Ma soprattutto, non siamo soli, perché nessun animale gradisce la solitudine, cosa si può chiedere in più? So che ti rattrista la mia partenza, ma devo andare ora.

Promettimi che non biasimerai te stesso, ti ho sentito dire che avresti potuto fare di più per me, non dirlo hai fatto molto per me! Senza di te non avrei conosciuto niente di tutta la bellezza che porto con me oggi. Devi sapere che noi animali viviamo il presente: godiamo di ogni piccola cosa di tutti i giorni e dimentichiamo il passato se ci sentiamo amati. Le nostre vite cominciano quando conosciamo l’amore, lo stesso amore che tu mi hai donato, il mio angelo senza ali ma con due gambe.

Voglio che tu sappia che, se trovi un animale gravemente ferito e che gli resta poco tempo, farai un grande gesto se gli starai accanto accompagnandolo nel suo passaggio finale, perché come ti ho detto prima a nessuno di noi piace star solo, ancora meno quando ci rendiamo conto che è arrivato il momento di andare. Forse per voi non è così importante avere qualcuno al vostro fianco che vi sostiene e vi aiuta ad andare con serenità. Ma ora non piangere più, per favore. Io sarò felice, mi ricordo il nome che mi hai dato, il calore della vostra casa che è diventata anche la mia.

Io mi ricordo il suono della tua voce quando parlavi con me, e anche se non sempre capivo tutto quello che mi dicevi io lo porterò nel mio cuore, insieme a ogni carezza che mi hai dato. Tutto quello che hai fatto è stato molto importante per me e io ti ringrazio profondamente, non so come spiegarmi ora, perché non parlo la tua lingua, ma penso e spero che tu abbia visto la gratitudine nei miei occhi. Prima di andare ti chiedo solo due favori: lavati il viso e comincia a sorridere.

Ricordati che è bello vivere insieme qualsiasi momento, anche questo. Ricordati delle cose che ci facevano felici e per cui ridevamo. Rivivi con me tutto il bene che abbiamo condiviso in questo tempo e non dirmi che non adotterai un altro animale perché hai sofferto troppo la mia partenza. Senza di te non avrei mai conosciuto le bellezze che ho vissuto, quindi per favore, non farlo.. sono in tanti che, come me, stanno aspettando qualcuno come te.

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Dai anche a loro quello che hai dato a me, ne hanno bisogno, come io avevo bisogno di te. Non conservare l’amore che puoi donare per paura di soffrire. Segui il mio consiglio, valorizza quello che puoi dare a ognuno di noi, perché tu sei un angelo per noi animali, perché senza persone come te la nostra vita sarebbe ancora più difficile di come già, a volte, è. Segui il tuo nobile compito, ora sarò io il tuo angelo, ti accompagnerò nel tuo cammino e ti aiuterò ad aiutare gli altri come me.

Ora vado a parlare con gli altri animali che sono qui con me, vado a raccontargli tutto quello che hai fatto per me e dirò con orgoglio: “Questa è la mia famiglia!”. Il mio primo compito ora è quello di aiutarti a essere meno triste, quindi stasera quando guarderai il cielo e vedrai una stella lampeggiare sappi che quella stella sarò io che ti avviserò che sto bene e che ti ringrazierò per tutto l’amore che mi hai dato. Ora vado, non dicendo “addio”, ma “a presto”. C’è un cielo speciale per persone come te, lo stesso cielo dove siamo noi e la vita ci ricompenserà facendoci ritrovare. Io sarò li che ti aspetto!

Sostieni il tuo fisico e il tuo cervello usando il ginseng

Il ginseng risulta contenere fitoestrogeni. In alcuni altri studi, è stato dimostrato che il ginseng può avere effetti stimolanti sull’ipofisi, una ghiandola endocrina situata alla base del cranio (nella fossa ipofisaria della sella turcica dell’osso sfenoide), per aumentare la secrezione delle gonadotropine.

Estate o inverno che sia, poco importa, è sempre importante aiutare fisico e cervello col ginseng. Intanto non stupirti se ti dico che quello che tu assumi come ginseng si chiama panax ed è un genere di undici specie di piante a crescita lenta della famiglia delle araliaceae.

Si chiama panax perché deriva dal latino panacis e a sua volta dal greco pan (tutto) akèia (cura). Quindi, ora che hai compreso da dove deriva anche la parola panacea, cioè rimedio a tutti i mali, vedrò di chiarirti perché a questa pianta è stato assegnato un nome tanto importante. Premetto che la ricerca e gli studi scientifici su tutto ciò che è naturale arrivano sempre troppo tardi rispetto all’esperienza secolare della medicina cinese.

Però, restando in tema di studi e di ricerca scientifica ti cito uno studio del 2002 effettuato dalla Southern Illinois University School of Medicine e pubblicato negli annali della New York Academy of Sciences. Mica pizza e fichi. Comunque, questo studio ha scoperto che negli animali da laboratorio, entrambe le forme asiatica e americana del ginseng migliorano addirittura la libido e le prestazioni sessuali.

“Questi effetti possono non essere dovuti a cambiamenti nella secrezione ormonale, ma ad una azione diretta da parte dei componenti del ginseng sul sistema nervoso centrale e sui tessuti gonadici. Negli uomini, il ginseng può facilitare l’erezione del pene”, riposta testualmente lo studio.

Il ginseng risulta contenere fitoestrogeni. In alcuni altri studi, è stato dimostrato che il ginseng può avere effetti stimolanti sull’ipofisi, una ghiandola endocrina situata alla base del cranio (nella fossa ipofisaria della sella turcica dell’osso sfenoide), per aumentare la secrezione delle gonadotropine.

Per aumentare cosa? Le gonadotropine sono una famiglia di tre ormoni: Fsh o ormone follicolo-stimolante, Lh ormone luteinizzante, Hcg gonadotropina corionica. Un altro studio ha trovato che nei topi giovani, accelera lo sviluppo degli organi riproduttivi, mentre in topi adulti di sesso maschile, stimola la produzione di sperma, e allunga il periodo di estro in topi di sesso femminile. Ti starai domandando: e sulle persone?

Mettiti comodo o comoda, uno studio del 2012 pubblicato da American Society of Clinical Oncology riferisce che il ginseng Panax quinquefolius, quindi la varietà americana, sperimentato su pazienti affetti da tumore, riduce notevolmente la spossatezza data dalla malattia.

Ma tanti altri studi riferiscono la stessa cosa anche per quanto riguarda il ginseng asiatico. Infatti, nella medicina cinese, la droga ricavata da queste piante, costituita dalle radici, ha alle spalle una tradizione millenaria, fatta dei più svariati impieghi terapeutici. In origine, il ginseng veniva usato soprattutto contro l’invecchiamento, i disturbi gastrointestinali e come preparato afrodisiaco e rivitalizzante. Poi, la straordinaria fama di droga-panacea ha saggiamente consigliato di estendere i suoi usi a molti altri disturbi.

Dicevo all’inizio che è un genere di undici piante. Le più note e impiegate a scopo terapeutico, classificate per luogo di origine, quelle asiatiche, quelle americane e quelle siberiane. Le piante asiatiche sono: panax ginseng coltivato in Cina, panax schinseng o ginseng cinese, panax pseudo-ginseng che cresce in Nepal e nell’Imalaia orientale, panax notoginseng coltivato in Cina, panax japonicus e panax vietnamensis.

La piante americane si chiama, invece, panax quinquefolius ed è equivalente al ginseng asiatico per impieghi, aspetto e composizione. Infine, c’è quella siberiana, che si chiama eleutherococcus senticosus, differente per costituzione chimica e simile per proprietà terapeutiche.

Il ginseng ha la forma del corpo umano

C’è una curiosità legata alla coltivazione del ginseng direttamente correlata con le sue proprietà: la pianta è coltivata per produrre radici di che somigliano al corpo umano e ad alcuni suoi organi, con ramificazioni che sembrano suggerire la forma degli arti, della testa e degli attributi sessuali dei due sessi. Gli agricoltori che riescono a riprodurre nel miglior modo queste forme riescono a spuntare alla vendita prezzi di tutto rispetto.

Ora che abbiamo chiarito questo aspetto, che come comprenderai diventa essenziale per una buona conoscenza della pianta, e di conseguenza per un corretto uso, approfondiamo le virtù del ginseng, che sono attribuibili a diversi componenti presenti nelle sue radici. La medicina cinese considera la pianta un elisir di giovinezza, che possiede tutte le virtù terapeutiche, preventive, curative ed energetiche.

Infatti, sentirsi sempre stanchi, alzarsi con la sensazione che il giorno sia inaffrontabile, portarsi avanti in modo fiacco per tutto l’arco della giornata ed arrivare sfiniti al letto, rifiutare inviti, sentirsi avviliti per questo stato di perenne carenza energetica, possono essere dei segnali importanti che suggeriscono vivamente l’utilizzo di questa meravigliosa pianta.

E considera che la sensazione di stanchezza generale si accompagna spesso anche accelerazione del battito cardiaco, disturbi del sonno, dolori muscolari, ulcera dello stomaco, diarrea, crampi allo stomaco, colite, malfunzionamento della tiroide, difficoltà ad esprimere anche concetti che si possiedono, sensazione di noia nei confronti di ogni situazione, frequente bisogno di urinare, cambio della voce, iperattività, confusione mentale, irritabilità, abbassamento delle difese immunitarie.

Oltre ad un buon contenuto in vitamine, olio essenziale e polisaccaridi (panaxani), non si può dimenticare la presenza di saponine triterpeniche, chiamate ginsenosidi, che sono proprio i principi attivi principali della droga che si ricava dalla pianta. Quindi, il ginseng ha proprietà toniche e adattagone, perché favorisce la capacità dell’organismo di adattarsi allo stress rafforzando il sistema immunitario, endocrino e nervoso e migliorando le capacità fisiche e mentali.

Per essere ancor più precisi, dalle ricerche sul ginseng, eseguite maggiormente in Oriente sono emersi elementi che ne hanno proposto l’utilizzo nel trattamento di diverse malattie, tra cui il diabete mellito di tipo II, l’ipotensione, la gastrite, l’insonnia, l’affaticamento e l’eccesso di stress. Ma non solo.

Agli estratti di ginseng sono stati attribuiti anche effetti antiossidanti, antipiretici, ipocolesterolemizzanti, probiotici, radioprotettivi, anticancerogeni, antinfiammatori, migliorativi della memoria e capaci di ridurre i sintomi della menopausa. La sua proprietà stimolante agisce su tutti i sistemi grazie alla sua abilità di aumentare temporaneamente la funzione e l’attività in modo rapido con un conseguente miglioramento dei riflessi, accelerazione alla risposta nervosa, riduzione dell’affaticamento mentale e potenziamento la resistenza fisica, e della memoria, rendendolo indicato per chi studia o ha un’intensa attività sportiva.

Ti stai ancora chiedendo se è vera la storia dell’effetto afrodisiaco del ginseng? Sì, è vera. Questo effetto del ginseng è legato alla sua capacità di aumentare il rilascio di ossido nitrico dalle cellule endoteliali dei corpi cavernosi del pene. La conseguente vasodilatazione permette di ottenere un’erezione più vigorosa.

Già che te ne sto parlando, ti rivelo una curiosità appresa tramite ricerche effettuate sugli studi condotti in Oriente proprio relativamente a questo effetto. Sai qual è il ginseng più afrodisiaco? Quello rosso, la cui colorazione è dovuta, semplicemente, al trattamento della radice con vapore a 130 gradi centigradi per circa tre ore, e successiva essiccazione.

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Ginseng rosso per supportare la sessualità

Il ginseng rosso coreano si è dimostrato in grado di supportare l’attività sessuale maschile, specie in materia di disfunzioni erettili. La diminuzione dello stress nervoso e l’induzione alla produzione di endorfine e serotonina provocano un senso di piacere e possono indurre una stimolazione del desiderio sessuale e un miglioramento nella capacità di raggiungere l’orgasmo.

Disturbi come la disfunzione erettile e l’anorgasmia, sono strettamente collegati col livello di stress nervoso di un uomo: un uomo stressato tende a perdere energie, un calo di energie spesso si riflette in un calo di desiderio sessuale, il calo di desiderio spesso induce sfiducia in sé stessi e senso di inadeguatezza, che a loro volta agiscono a livello fisico riducendo la capacità di mantenere l’erezione o di raggiungere l’orgasmo. In questo caso, il ginseng rosso coreano può essere un valido aiuto per spezzare il circolo vizioso.

Bisogna comunque fare attenzione all’uso che si fa di questo integratore alimentare, a prescindere dal tipo di ginseng che si sceglie. Non tutti possono assumerlo. Il suo impiego, ad esempio, è assolutamente controindicato in caso di ipertensione, tachicardia palpitazioni, insonnia, ansia tremori, mal di testa e convulsioni, in presenza di gravi malattie psichiatriche, in gravidanza e allattamento.

Inoltre, sono state segnalate interazioni con farmaci anticoagulanti e con un principio presente in alcuni psicofarmaci (fenelzina), con medicinali ipoglicemizzanti e con l’insulina. Se non soffri di queste patologie, allora è consigliato che tu ne assuma non meno di 200 milligrammi al giorno di estratto secco (per assumerne di più meglio parlare con un medico competente) o da 0,5 a 2 grammi di radice secca.

Il consumo ginseng è considerato sicuro e l’incidenza degli effetti avversi sembra essere inferiore quando viene utilizzato nel breve termine. Maggiori preoccupazioni riguardano il consumo sistematico, che può causare effetti collaterali di tipo nervoso e digestivo.

Gli effetti collaterali legati all’ingestione del ginseng si correlano prevalentemente all’assunzione di dosi equivalenti a 15 grammi di estratto secco, per intenderci. Resta importante prestare attenzione all’utilizzo contemporaneo di ginseng con farmaci quali fenelzina, warfarin, gleevec, lamictal, ipoglicemizzanti orali, insulina iniettabile, digossina, ormoni e caffeina o altre sostanze stimolanti del sistema nervoso centrale.

Infine, per completezza d’informazione, ti devo parlare del ashwagandha, chiamato anche withania somnifera, o più amichevolmente ginseng indiano. Questo cosiddetto ginseng indiano appartiene alla stessa famiglia dei più famigliari pomodori, melanzane o della patata e presenta delle caratteristiche bacche rosse. Le proprietà di questa pianta sono molte e sono date da specifiche sostanze al suo interno che le conferiscono proprietà immunostimolanti, antimicrobiche, antinfiammatorie e antidolorifiche.

Un’altra importante caratteristica è quella riguardante l’attività adattogena che esercita sull’organismo. Funge da antidepressivo naturale senza gli effetti collaterali che questo tipo di farmaci implica. È stato infatti condotto uno studio a riguardo e il ginseng indiano ha dimostrato una attività ansiolitica simile a quella ottenibile con il lorazepam ed effetti antidepressivi analoghi a quelli dei medicinali tradizionali.

L’Istituto di Medicina Naturale dell’Università giapponese di Toyama ha dimostrato le importanti proprietà neuro protettive del ginseng. In pratica, questa pianta indiana neppure lontanamente cugina dei ginseng asiatici, americani o siberiani, ma dalle caratteristiche decisamente similari, può rivelarsi un potente alleato per malattie come morbo di Parkinson e Alzaheimer.

Per l’ayurveda questa pianta ha la capacità di limitare lo squilibrio di vata e migliorare l’attività di kapha. È considerata un fantastico anti-invecchiamento ed è utilizzata come sedativo, anti-infiammatorio, per acquistare resistenza e per aumentare energia e forza. Anche in questo caso, le uniche accortezze da prendere nell’assunzione di questo integratore sono in gravidanza o se associato a determinato psicofarmaci.

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Mangiare in modo sano aiuta a combattere lo stress

Gli effetti complessivi che lo stress ha sui bisogni nutritivi non sono ancora del tutto chiari, ma è noto che in queste circostanze il metabolismo può essere messo sotto sforzo. Uno dei possibili effetti è l’indebolimento del sistema immunitario che abbassa le sue difese e ci rende potenzialmente più esposti a contrarre infezioni e malattie. Per produrre adrenalina, è necessaria la vitamina C. Per svolgere tante altre funzioni c’è bisogno di magnesio.

Sebbene la chiave per combattere lo stress stia nello scoprirne la causa e nel trovare le modalità per ridurne gli effetti o per conviverci, un’alimentazione sana e regolare può aiutare l’organismo ad affrontare almeno alcuni dei suoi effetti negativi. Qualsiasi sia la fonte di stress, fisica o emotiva, l’organismo reagisce producendo adrenalina, un ormone che scatena numerose altre reazioni sia ormonali che nervose che irrompono nell’organismo preparandolo alla battaglia o alla fuga.

Sebbene la maggior parte degli stress del giorno d’oggi non richiedano una reazione fisica rapida (come accadeva un tempo), il nostro corpo continua a reagire seguendo l’istintivo ed antico impulso a cui da sempre è abituato. In meno di un secondo dopo la percezione di uno stato di ansia, il battito cardiaco aumenta, la vista si fa più acuta e il sangue confluisce verso i muscoli e si addensa quasi ad anticipare l’esigenza di “riparare” una ferita.

Queste reazioni, che sono utili principalmente in caso di stress fisico, hanno generalmente una durata breve, dopo di che i livelli ormonali tornano alla normalità e il sistema nervoso ad uno stato di minore tensione. Oggigiorno, lo stile di vita può a volte essere associato ad uno stress mentale di lungo termine e ciò può far sì che l’organismo mantenga uno stato di reattività allo stress per lunghi periodi di tempo.

Gli effetti complessivi che lo stress ha sui bisogni nutritivi non sono ancora del tutto chiari, ma è noto che in queste circostanze il metabolismo può essere  messo sotto sforzo. Uno dei possibili effetti è l’indebolimento del sistema immunitario che abbassa le sue difese e ci rende potenzialmente più esposti a contrarre infezioni e malattie. Per produrre adrenalina, è necessaria la vitamina C. Per svolgere tante altre funzioni c’è bisogno di magnesio.

Quando i livelli di adrenalina aumentano, in seguito a un lungo periodo di stress, è necessaria una maggiore quantità di vitamina C. La maggior parte degli animali è in grado di aumentare la sintesi di questa vitamina per far fronte a questo bisogno.

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Le capre, ad esempio, possono aumentare la propria produzione di vitamina C del 500%. Purtroppo, l’uomo può contare solo sulla propria alimentazione per ottenere questo nutriente essenziale. Se, mangiando alimenti ricchi di vitamina C come arance, kiwi, frutti di bosco (come ribes, more, fragole, mirtilli, lamponi), peperoni, patate e broccoli, questa necessità non viene soddisfatta, alcune parti dell’organismo, come il sistema immunitario, potrebbero avvertirne la carenza.

La ricerca ha dimostrato che una carenza di vitamina C riduce l’attività dei macrofagi, le cellule immunitarie che letteralmente “si cibano” dei batteri e dei virus aggressori. Un numero ridotto di macrofagi ci rende più predisposti a contrarre raffreddore ed influenza, che possono a loro volta esaurire ulteriormente le scorte di vitamina C. Quando il sistema immunitario è esposto a lunghi periodi di stress è consigliabile rafforzarlo tramite assunzione di alimenti ricchi di beta-carotene (un precursore della vitamina A) come le carote, le verdure di colore verde scuro e la frutta gialla e arancione.

La regolare assunzione di vitamine A e C, così come di acido folico e zinco, è vitale perché il sistema immunitario svolga la sua funzione di difesa dell’organismo dalle infezioni. L’acido folico si trova nei fagioli neri, negli spinaci e in altre verdure a foglia verde, mentre il granchio, le ostriche, il germe di grano, il fegato, i semi di zucca e la carne rossa sono una buona fonte di zinco. Il fabbisogno di proteine può aumentare se l’organismo è sottoposto ad uno stress permanente. L’assunzione di certi tipi di pesce, di pollo, di tacchino, di carni rosse magre, di uova, di latte o di fagioli diventa particolarmente importante.

Un’alimentazione povera di proteine può ridurre considerevolmente le difese immunitarie e la capacità di resistere alle infezioni. Diversi pesci come il salmone, la trota, il tonno e le sardine, rappresentano un’ottima scelta perché forniscono anche i grassi essenziali che fluidificano il sangue. Ciò può aiutare a contrastare le proprietà addensanti dell’adrenalina nel sangue.

Alimentarsi per combattere lo stress significa in realtà seguire una dieta sana e bilanciata scegliendo il cibo in modo intelligente. Una regolare attività fisica è altresì importante poiché aumenta la produzione di endorfine (enfatizzanti naturali dell’umore) e migliora la condizione fisica. Le persone sottoposte a continuo stress dovrebbero prendere in considerazione di cambiare il proprio stile di vita o cercare un aiuto dal punto di vista professionale.

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Medusa, riccio e tracina: cosa fare per evitare i dolori

La tossina prodotta dalla medusa penetra la superficie cutanea del bagnante provocando dolori immediati e acuti e una reazione simile all’orticaria più o meno intensa a seconda della quantità di superficie corporea esposta al contatto, della grandezza e della tossicità del tipo di medusa, dalla quantità di tossina assorbita, eccetera. Per alleviare i sintomi della reazione locale provocata dalla medusa può essere utile applicare nell’immediato della sabbia calda, ma senza in alcun modo senza frizionare, e successivamente detergere la parte con acqua salata tiepida. Quindi, applicare delle garze imbevute di acqua tiepida e aceto al cinquanta per cento.

Il mondo marino è popolato da un’enorme varietà di esseri viventi che per sopravvivere all’attacco dei predatori sono stati costretti a sviluppare varie tecniche di difesa come il mimetismo, la presenza di aculei, l’emissione di sostanze urticanti o velenose. Quindi anche le meduse, i ricci e le tracine, organismi marini che popolano in nostri mari, per sopravvivere sono obbligati ad attivare dei sistemi di difesa, a partire dal momento in in cui si imbattono in un altro pesce, un cane, un bagnante. In ogni caso, qualunque cosa sia è considerato un potenziale aggressore. Un po’ come la logica del predatore nei lupi, nei cinghiali, negli orsi… Insomma, nella natura in genere. Si pensi anche solo alle piante carnivore.

Appartenente ai celenterati, la medusa ha il corpo a forma di ombrello al centro del quale si trova un lungo prolungamento su cui si apre la bocca. Il margine dell’ombrello è provvisto di tentacoli su cui sono situati degli organuli urticanti, chiamati nematocisti, contenenti delle tossine che vengono liberate nel momento in cui avviene il contatto con l’eventuale preda o il potenziale predatore.

La tossina prodotta dalla medusa penetra la superficie cutanea del bagnante provocando dolore immediato e acuto e una reazione simile all’orticaria più o meno intensa a seconda della quantità di superficie corporea esposta al contatto, della grandezza e della tossicità del tipo di medusa, dalla quantità di tossina assorbita, eccetera.

Per alleviare i sintomi della reazione locale provocata dalla medusa può essere utile applicare nell’immediato della sabbia calda, ma senza in alcun modo senza frizionare, e successivamente detergere la parte con acqua salata tiepida. Quindi, applicare delle garze imbevute di acqua tiepida e aceto al cinquanta per cento.

Si sconsiglia assolutamente l’uso di alcol, che al contrario potrebbe facilitare l’apertura delle nematocisti e si raccomanda di non usare né acqua dolce né ghiaccio, al di là di ciò che si potrebbe pensare. Tra l’altro, a differenza di ciò che accade per il prurito causato dalla puntura di zanzara, non esiste alcuna indicazione concreta per quel che riguarda l’uso dell’ammoniaca.

È importante non grattare le lesioni, proprio per impedire alla tossina di entrare in circolo più velocemente. La dermatite da medusa deve essere poi trattata per alcuni giorni con la terapia che, com’è giusto che sia, un medico riterrà più idonea e che di solito prevede l’applicazione di pomate a base di corticosteroidi e la somministrazione di antistaminici, o l’abbinamento degli antistaminici a pomate a base di arnica o di aloe e ad unguenti anti-infiammatori, come ad esempio l’olio di tea tree.

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Non solo dolori da medusa e tracina, anche i ricci di mare

Non dimenticare che in mare ci sono anche i ricci, animali appartenenti agli echinodermi dal corpo globoso rivestito da un esoscheletro rigido provvisto di aculei mobili che servono per la locomozione e per la difesa. Come ben saprai, anche senza averla mai direttamente provata sulla tua pelle, la puntura del riccio di mare può causare bruciore e dolore anche intensi. Gli aculei sono fragili e frequentemente si spezzano all’interno della pelle e, in questo caso, dopo aver disinfettato la parte, sarà necessario estrarre la spina dalla cute con una pinzetta.

Non scavare intorno alle spine nel tentativo di rimuoverle: ti assicuro che ciò renderebbe più difficoltosa la sua rimozione. La lesione guarisce rapidamente ma nel caso in cui dovesse subentrare un’infezione potreste sentirvi consigliare una terapia antibiotica, anche solo locale.

Saprete certamente decidere e fare la scelta giusta. Però, se si riuscisse a prevenire le punture da riccio di mare quando si cammina sulla spiaggia o sugli scogli, o quando si entra in acqua per concedersi un piacevole bagno, potrebbe essere utile usare delle scarpe di gomma.

Infine, prima di lasciarti andare a fare il bagno, visto che io non so dove sei e con che animali marini potresti potenzialmente entrare in contatto, vorrei darti due consigli anche sulle tracine. E sì, a riva ci sono anche quelle. Sono pesci dal corpo allungato che vivono infossati nei fondali sabbiosi lasciando visibile solamente la testa e la prima pinna dorsale, che purtroppo per noi e per fortuna per loro è provvista di spine lunghe e pungenti.

Quando la tracina percepisce un pericolo, la pinna e le sue spine vengono erette in posizione verticale pronte a pungere il potenziale aggressore e ad iniettare la sostanza contenuta nelle ghiandole velenifere poste alla base delle spine stesse. La puntura della tracina provoca un dolore davvero intenso, ben superiore al tocco della medusa o alla puntura di un riccio. La parte colpita si arrossa subito, sembra tumefatta.

A volte possono verificarsi sintomi come tachicardia, difficoltà di respirazione, nausea, difficoltà di movimento dell’arto colpito. Il veleno inoculato dalla tracina è termolabile per cui, la parte colpita, deve essere immersa tempestivamente in acqua molto calda. Solo così si riuscirà a disattivare la tossina inoculata. Dopo questo primo intervento, deve essere sempre il medico a prescrivere il corretto trattamento che ritiene più idoneo per risolvere il caso specifico. Anche in questo caso per prevenire spiacevoli incidenti potrebbe essere utile indossare delle scarpe di gomma. Prevenire è meglio che curare.

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Cosa sono i dolori ossei e i reumatismi: come contrastarli

L’artride reumatoide è una malattia autoimmune: il sistema immunitario che dovrebbe difendere l’organismo da agenti esterni nocivi attacca invece componenti propri dell’organismo. Nell’artrite reumatoide vengono attaccate prevalentemente le piccole articolazioni e si osserva la comparsa simmetrica di lesioni a livello delle articolazioni delle due mani, dei due polsi, dei due gomiti ecc. associata a dolore, rigidità (specialmente al mattino) e gonfiore; se la malattia non viene trattata adeguatamente le articolazioni vanno incontro a deformazione progressiva fino ad una seria compromissione dei movimenti.

Cosa sono i dolori ossei e i reumatismi? Sono malattie reumatiche. Non dirmi che non ne hai sentito parlare. Non dirmi che non conosci qualcuno che ci convive. E non dirmi che non sono anche il tuo incubo. Con l’arrivo della stagione fredda ecco la pioggia, il vento, l’umidità, le temperature basse ed anche i dolori alla schiena, alle articolazioni, alle spalle…

Spesso ci si chiede: saranno reumatismi? È bene chiarire che nella maggior parte dei casi quei “dolori” più o meno intensi che frequentemente ci accompagnano durante i mesi più freddi e più umidi dell’anno non hanno nulla a che vedere con i reumatismi veri e propri che invece rientrano nel quadro clinico di patologie ben più complesse ed importanti.

La prima domanda che dobbiamo porci è: cosa sono i reumatismi? Il termine generico di “reumatismo” si riferisce a malattie, acute e croniche, tra loro molto diverse ma accomunate dalla presenza di dolore e di focolai di infiammazione che coinvolgono principalmente le articolazioni, i tendini ed i muscoli ma che possono interessare anche altre sedi. Due tra le più importanti malattie reumatiche sono l’artrite reumatoide ed il reumatismo articolare acuto, oppure malattia reumatica o febbre reumatica. Ora provo a chiarire meglio il concetto.

L’artride reumatoide è una malattia autoimmune: il sistema immunitario che dovrebbe difendere l’organismo da agenti esterni nocivi attacca invece componenti propri dell’organismo. Nell’artrite reumatoide vengono attaccate prevalentemente le piccole articolazioni e si osserva la comparsa simmetrica di lesioni a livello delle articolazioni delle due mani, dei due polsi, dei due gomiti ecc. associata a dolore, rigidità (specialmente al mattino) e gonfiore; se la malattia non viene trattata adeguatamente le articolazioni vanno incontro a deformazione progressiva fino ad una seria compromissione dei movimenti.

Talvolta si può verificare anche un interessamento delle grandi articolazioni e dei tendini. Con l’esame del sangue viene solitamente rilevata la presenza di un autoanticorpo denominato fattore reumatoide. Una delle più fastidiose malattie acute, che quando cronicizzano si trasformano in artrite, è la malattia reumatica. Si tratta di una malattia infiammatoria acuta che può comparire quale complicazione di un’infezione acuta delle alte vie respiratorie, come tonsillite o faringite, provocata dallo streptococco beta-emolitico di gruppo A.

Gli anticorpi specifici che il sistema immunitario produce per contrastare il microrganismo patogeno una volta sconfitta l’infezione vanno, in questo caso, ad aggredire diversi componenti dell’organismo: le articolazioni, il tessuto sottocutaneo, talvolta il sistema nervoso centrale e principalmente il cuore dove possono causare lesioni anche gravi soprattutto a livello delle valvole cardiache. All’auscultazione si rileva la presenza di un soffio cardiaco. Gli esami del sangue mostrano un aumento dei valori dei globuli bianchi, della velocità di sedimentazione (ves), del titolo antistreptolisinico (tas) e della proteina C reattiva.

I quanto ai comuni “dolori alle ossa” sono spesso, specie nelle persone più avanti con gli anni, provocati dalla diffusissima artrosi in cui si osserva la comparsa di un processo degenerativo che interessa inizialmente la cartilagine delle articolazioni per poi coinvolgere progressivamente anche l’osso, la sinovia e la capsula. L’artrosi è un’affezione di natura cronica che interessa prevalentemente l’anca, il ginocchio, la colonna vertebrale, le mani ed i piedi causando dolore generalmente più intenso al mattino ma che, nelle forme più avanzate, diventa praticamente ininterrotto.

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Inoltre al dolore si associa una ridotta capacità di movimento che può condurre anche all’immobilità. Viene trattata, di solito, con antidolorifici e antinfiammatori naturali e soprattutto con terapie fisiche (ginnastica, massaggi…. Nelle forme più avanzate può rendersi necessario ricorrere all’intervento chirurgico allo scopo di sostituire l’articolazione colpita con una protesi.

Fortunatamente una notevolissima percentuale di casi di “dolori alle ossa” sono invece il frutto di cattive abitudini quali l’eccessiva sedentarietà oppure il perseverare in posture scorrette soprattutto durante i prolungati periodi di tempo trascorsi alla scrivania o durante lo svolgimento di lavori dai movimenti ripetitivi.

Questi disturbi possono essere facilmente risolti con un minimo di attività fisica e un po’ di attenzione nell’organizzare in modo adeguato la postazione di lavoro e nel concedersi ogni tanto qualche pausa per rilassare la muscolatura. Infine è bene fare attenzione al freddo e alle correnti d’aria: in estate è necessario evitere gli spifferi e gli sbalzi di temperatura degli ambienti con l’aria condizionata mentre in inverno è buona norma coprirsi in maniera adeguata per evitare che le nostre povere “ossa” siano strapazzate da freddo ed umidità.

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Oro colloidale per studiare i tumori e contro l’artrite

Durante il Medioevo, l’oro solubile, una soluzione contenente sale d’oro, era famosa per le sue proprietà curative su varie malattie. Nel 1618, Francis Anthony, filosofo e medico, pubblicò un libro intitolato ‘Panacea Aurea, sive tractatus duo de ipsius Auro Potabili’ Cioè: ‘Pozione d’oro, due trattamenti di oro potabile’. Il libro introduce informazioni sulla formazione dell’oro colloidale e sui suoi usi medici.

Oro colloidale è ottimo per studiare tumori e contro l’artrite. L’oro colloidale è una sospensione solale o colloidale di nanoparticelle d’oro in un fluido, solitamente acqua. Il colloide è solitamente di colore rosso intenso, per particelle sferiche inferiori a 100 nm, o blu, per particelle sferiche più grandi o nanorods.

Grazie alle loro proprietà ottiche, elettroniche e di riconoscimento molecolare, le nanoparticelle d’oro sono oggetto di ricerche sostanziali, con molte applicazioni potenziali o promesse in una vasta gamma di settori, tra cui la microscopia elettronica, l’elettronica, la nanotecnologia, le scienze dei materiali e la biomedicina. Le proprietà delle nanoparticelle d’oro colloidale, e quindi le loro potenziali applicazioni, dipendono fortemente dalla loro dimensione e forma.

Le particelle a forma di bastoncello hanno un picco di assorbimento sia trasversale che longitudinale e l’ anisotropia della forma influisce sul loro auto-assemblaggio. Utilizzato fin dall’antichità come metodo di colorazione dell’oro colloidale in vetro è stato utilizzato nella quarta tazza di Lycurgus, che cambia colore a seconda della posizione della fonte di luce.

Durante il Medioevo, l’oro solubile, una soluzione contenente sale d’oro, era famosa per le sue proprietà curative su varie malattie. Nel 1618, Francis Anthony, filosofo e medico, pubblicò un libro intitolato ‘Panacea Aurea, sive tractatus duo de ipsius Auro Potabili’ Cioè: ‘Pozione d’oro, due trattamenti di oro potabile’. Il libro introduce informazioni sulla formazione dell’oro colloidale e sui suoi usi medici.

Circa mezzo secolo dopo, il botanico inglese Nicholas Culpepper pubblicò un libro nel 1656, Trattato di Aurum Potabile, discutendo esclusivamente degli usi medici dell’oro colloidale. Nel 1676, Johann Kunckel, un chimico tedesco, pubblicò un libro sulla produzione di vetri colorati.

Nel suo libro Valuable Observations Auro e Argento Potabile, Kunckel ipotizzò che il colore rosa di Aurum Potabile provenisse da piccole particelle di oro metallico, non visibili agli occhi umani. Nel 1842, John Herschel inventò un processo fotografico chiamato chrysotype che utilizzava l’oro colloidale per registrare immagini su carta. La moderna valutazione scientifica dell’oro colloidale non ebbe inizio fino al lavoro di Michael Faraday negli anni Cinquanta dell’Ottocento.

Nel 1856, in un laboratorio sotterraneo della Royal Institution, Faraday creò accidentalmente una soluzione rosso rubino, mentre montava pezzi di foglia d’oro su vetrini da microscopio. Poiché era già interessato alle proprietà della luce e della materia, Faraday approfondì ulteriormente le proprietà ottiche dell’oro colloidale.

Preparò, nel 1857, il primo campione puro di oro colloidale, che chiamò oro attivato. Utilizzò il fosforo per ridurre una soluzione di cloruro d’oro. L’oro colloidale Faraday fatto 150 anni fa è ancora otticamente attivo. Per lungo tempo, la composizione dell’oro rubino non era chiara. Diversi chimici sospettarono che fosse un composto di stagno d’oro. Faraday riconobbe che il colore era dovuto alla dimensione delle particelle d’oro.

Nel 1898, Richard Adolf Zsigmondy preparò il primo oro colloidale in soluzione diluita. Oltre a Zsigmondy, Theodor Svedberg, che ha inventato l’ultracentrifugazione, e Gustav Mie, che ha fornito la teoria per la dispersione e l’assorbimento di particelle sferiche, erano interessati anche alla sintesi e alle proprietà dell’oro colloidale.

Con i progressi delle varie tecnologie analitiche nel Ventesimo secolo, gli studi sulle nanoparticelle d’oro hanno accelerato. I metodi di microscopia avanzata, come la microscopia a forza atomica e la microscopia elettronica, hanno contribuito maggiormente alla ricerca sulle nanoparticelle. Grazie alla loro sintesi facile e alla loro elevata stabilità, varie particelle d’oro sono state studiate per usi pratici.

L’oro colloidale e la medicina elettronica

Infatti, diversi tipi di nanoparticelle d’oro sono già utilizzati in molti settori, come la medicina e l’elettronica. Ad esempio, diverse nanoparticelle approvate dalla Fda sono attualmente utilizzate nella somministrazione di farmaci, a differenza di quelle dell’argento colloidale. L’oro colloidale è stato usato dagli artisti per secoli a causa delle interazioni della nanoparticella con la luce visibile.

Le nanoparticelle d’oro assorbono e diffondono la luce, producendo colori che vanno dai rossi vibranti al blu al nero e al chiaro e incolore, a seconda della dimensione delle particelle, della forma, dell’indice di rifrazione locale e dello stato di aggregazione. Questi colori si verificano a causa di un fenomeno chiamato Localized Surface Plasmon Resonance, in cui gli elettroni di conduzione sulla superficie della nanoparticella oscillano in risonanza con la luce incidente.

L’oro colloidale e vari derivati sono stati a lungo tra le etichette più utilizzate per gli antigeni nella microscopia elettronica a microscopia elettronica. Le particelle d’oro colloidale possono essere attaccate a molte sonde biologiche tradizionali come anticorpi, lectine, superantigeni, glicani, acidi nucleici e recettori.

Particelle di dimensioni diverse sono facilmente distinguibili in micrografie elettroniche, consentendo esperimenti simultanei di etichettatura multipla. Oltre alle sonde biologiche, le nanoparticelle d’oro possono essere trasferite su vari substrati minerali, come mica, silicio monocristallino e oro atomicamente piatto, da osservare sotto microscopia a forza atomica.

Le nanoparticelle d’oro possono essere utilizzate per ottimizzare la biodistribuzione dei farmaci su organi, tessuti o cellule malati, al fine di migliorare e indirizzare la somministrazione del farmaco. La somministrazione di farmaci mediata dalle nanoparticelle è fattibile solo se la distribuzione del farmaco stesso risulta inadeguata.

Questi casi includono il targeting di sostanze instabili per il rilascio nei siti difficili come cervello, retina, tumori, organi intracellulari e farmaci con gravi effetti collaterali. Le prestazioni delle nanoparticelle dipendono dalle dimensioni e dalle funzionalità superficiali delle particelle. Inoltre, il rilascio del farmaco e la disintegrazione delle particelle possono variare a seconda del sistema.

Nella ricerca sul cancro, l’oro colloidale può essere utilizzato per colpire i tumori e fornire il rilevamento mediante spettroscopia Raman con superficie migliorata in vivo. Queste nanoparticelle d’oro sono circondate da reporter Raman, che forniscono un’emissione luminosa che è oltre duecento volte più luminosa dei punti quantici.

È stato trovato che i reporter di Raman erano stabilizzati quando le nanoparticelle erano incapsulate con un rivestimento di polietilenglicole modificato con tiolo. Ciò consente la compatibilità e la circolazione in vivo. Per attaccare specificamente le cellule tumorali, le particelle di oro polietilenegilato sono coniugate con un anticorpo, contro, ad esempio, il recettore del fattore di crescita epidermico, che a volte è sovraespresso nelle cellule di alcuni tipi di cancro.

Le nanoparticelle d’oro si accumulano nei tumori, a causa della dispersione della vascolarizzazione del tumore, e possono essere utilizzate come agenti di contrasto per migliorare l’imaging in un sistema di tomografia ottica risolta nel tempo utilizzando laser a impulsi corti per il rilevamento del cancro della pelle nel modello di topo.

Si è scoperto che le nanoparticelle sferiche d’oro somministrate per via endovenosa hanno ampliato il profilo temporale dei segnali ottici riflessi e migliorato il contrasto tra tessuto normale circostante e tumori. Ma non solo. Le nanoparticelle d’oro hanno mostrato un potenziale come veicoli per la consegna intracellulare di oligonucleotidi con il massimo impatto terapeutico. Ti starai chiedendo: è questo l’unico uso medico che si può fare con l’oro colloidale?

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Le nanoparticelle di oro si attaccano ai batteri

Nel 2005 è stato dimostrato che batteri ricoperti di nanoparticelle di oro possono essere usati per collegamenti elettrici. Bacillus cereus fu depositato su un wafer di silicio e biossido di silicio stampato con elettrodi di oro. Il congegno fu ricoperto di poli-L-lisina. La superficie del batterio ha una carica negativa.

Le nanoparticelle d’oro ricoperte di poli-L-lisina, dopo lavaggio con acido nitrico, diventano cariche positivamente e quindi vanno ad attaccarsi esclusivamente sui batteri. I batteri, ovviamente, sopravvivono a questo trattamento. Quando nel campione cresce l’umidità, i batteri assorbono acqua e si può seguire il rigonfiamento della loro membrana misurando la corrente elettrica che passa attraverso loro.

Inoltre, l’oro colloidale è stato usato con successo nella terapia dell’artrite reumatoide. In uno studio correlato, condotto su cani, si è trovato che l’impianto di granuli d’oro vicino all’articolazione artritica dell’anca riduce il dolore. In un esperimento in vitro si è visto che la combinazione di irradiazione a microonde e oro colloidale può distruggere le fibre e le placche beta-amiloidi associate alla malattia di Alzheimer.

Molte altre simili applicazioni con radiazioni luminose sono attualmente in fase di studio. Nanoparticelle d’oro sono allo studio anche come trasportatori di farmaci come il taxolo. La somministrazione di farmaci idrofobici richiede incapsulazione, e si è trovato che particelle di dimensioni nanometriche sono particolarmente efficienti nello sfuggire al sistema reticoloendoteliale.

Si usa anche per contrastare ansia, paura e dipendenze. Agisce in modo favorevole sul sistema nervoso migliorando il focus mentale, la creatività e l’aumento della concentrazione. Un’altra importante caratteristica è il miglioramento del coordinamento motorio e la riduzione di dolori causati, appunto da artrite e artrosi. Agisce in qualità di regolatore ormonale, energizzante e antinfiammatorio.

Riesce a lenire i dolori che si manifestano a livello articolare e viene perciò indicato dai produttori come un valido analgesico contro artriti, artrosi e reumatismi. La sua azione antiflogistica può essere sfruttata anche per effettuare risciacqui alla bocca e per purificare le vie nasali.

Questo prodotto viene consigliato anche per chi pratica sport, per chi studia e per chi lavora poiché è capace di migliorare l’efficienza motoria, la coordinazione dei movimenti, l’attenzione, la concentrazione e la memoria. Può essere considerato inoltre come una sorta di ricostituente universale in quanto aiuta a rimettersi in forze e a riconquistare la carica energetica perduta.

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Vitamine B, D e folati: ecco tutto quello che serve sapere

L’acido folico è una forma sintetica del folato, semplice e facilmente assorbita. Nei primi anni Novanta venne dimostrato chiaramente che le donne che assumevano integratori a base di acido folico intorno alla data del concepimento avevano un rischio più che dimezzato di avere bambini con difetti del tubo neurale come la spina bifida.

I folati sono una vitamina B e devono essere consumati quotidianamente. Il dibattito in corso sull’opportunità o meno di fortificare gli alimenti di base con acido folico ha portato gli scienziati a ricercare altre strategie per migliorare la situazione dei folati negli Europei.

Il folato è necessario nella sintesi, nella riparazione e nel funzionamento del dna e dell’rna, i principali mattoni della vita. Perciò il folato è necessario per la produzione e il mantenimento delle nuove cellule ed è particolarmente importante nei periodi di rapida crescita come l’infanzia e la gravidanza. Sia gli adulti che i bambini hanno bisogno dei folati per produrre normali globuli rossi e per prevenire l’anemia.

Una carenza marginale di folati è anche legata all’aumento dei livelli dell’aminoacido omocisteina nel sangue, che è un fattore di rischio emergente per le malattie cardiovascolari e l’ictus. Poiché il folato previene i danni al dna, si pensa che potrebbe prevenire alcuni tipi di cancro, in particolare il cancro al colon.

La razione quotidiana di folati raccomandata per gli adulti è di 200 microgrammi. Le fonti alimentari includono il succo d’arancia, le verdure a foglia verde scuro, le arachidi, i fagioli, le leguminose e le frattaglie. Per evitare la carenza marginale di folati è buona norma consumare almeno 5 porzioni di frutta e verdura al giorno.

L’acido folico è una forma sintetica del folato, semplice e facilmente assorbita. Nei primi anni Novanta venne dimostrato chiaramente che le donne che assumevano integratori a base di acido folico intorno alla data del concepimento avevano un rischio più che dimezzato di avere bambini con difetti del tubo neurale come la spina bifida.

Furono lanciate in tutta Europa una serie di campagne per la salute pubblica per incoraggiare le donne in età fertile ad aumentare decisamente il loro consumo di cibi ricchi di folati e ad assumere integratori a base di acido folico (400 microgrammi al giorno).

Tuttavia queste campagne ebbero scarso successo, anche perché le donne tendono a modificare la propria alimentazione soltanto dopo aver saputo di essere incinte, quindi alcune settimane dopo il concepimento. A questo punto è già troppo tardi. Una strategia alternativa è la fortificazione degli alimenti di base, come la farina, con acido folico.

In questo modo tutte le donne in età fertile riceverebbero un apporto adeguato di acido folico, così come tutte le persone a rischio di malattie cardiovascolari. Tuttavia questa strategia non è stata adottata in Europa, soprattutto per la preoccupazione che alte dosi di acido folico potrebbero non essere vantaggiose per tutta la popolazione.

In particolare, l’acido folico può mascherare i sintomi di anemia associata alla carenza di vitamina B12 e i conseguenti cambiamenti nel sistema nervoso che possono portare a danni permanenti ai nervi. Gli integratori a base di acido folico possono anche interferire con alcuni trattamenti per combattere i tumori.

Quindi gli scienziati stanno cercando altri modi per aumentare l’assunzione di folati. Per il Folate FuncHealth Team, finanziato dall’Unione Europea, un’area di particolare interesse è l’aumento del consumo di folati presenti naturalmente nei cibi. Queste sono alcune delle conclusioni a cui si è giunti:

Il livello di folati negli alimenti fermentati come pane, birra e vino possono essere aumentati scegliendo ceppi di lieviti ricchi di folati.

Altri agenti microbici della fermentazione, come i batteri omolattici, sintetizzano anch’essi i folati. La corretta scelta della coltura di partenza può portare ad aumentare di 20 volte il contenuto di folato di latticini fermentati come il formaggio e lo yogurt.

Il contenuto di folati in cibi confezionati come zuppe e succhi di frutta può essere migliorato scegliendo le varietà di frutti e verdure più ricche di folati e utilizzando tecniche di processazione più leggere che causino una minore perdita di folati.

I folati si concentrano nella parte esterna dei chicchi dei cereali, quindi usando tecniche di macinazione che mantengano questa parte ricca di folati si possono aumentare i livelli di folati nella farina.

Ecco tutto quello che utile sapere sui folati

Si stima che il miglioramento delle tecniche di processazione del cibo e la scelta selettiva di ingredienti molto più ricchi di folati potrebbe raddoppiare la nostra attuale assunzione di folati, ma non è ancora abbastanza. Il dottor Paul Finglas dell’Uk Institute of Food Research, coordinatore del progetto FoodFuncHealth, sostiene che ‘è difficile consumare abbastanza folato naturale da una dieta bilanciata per preservarci da malattie croniche come il cancro e le malattie cardiovascolari. Qualche forma di fortificazione a basso livello o di integrazione mirata sarà comunque necessaria’.

Una panoramica completa delle raccomandazioni basate sui risultati del progetto FoodFuncHealth verranno pubblicati a breve, dopodichè saranno disponibili per la consultazione sul sito internet. La percentuale di persone anziane in Europa è attualmente di circa il 20% ed è previsto un incremento fino al 25% entro il 2020.

I cambiamenti demografici più significativi si hanno nel gruppo d’età più avanzata (80 e più anni). Un certo numero di fattori, inclusa la nutrizione, ha contribuito a questo aumento nell’aspettativa di vita. Questo fenomeno globale ha generato un rinnovato interesse nei processi d’invecchiamento da parte dei ricercatori e dei decisori a livello politico ed industriale.

Nel novembre 2004, un gruppo di lavoro di scienziati della Commissione Europea ha condiviso i dati sullo stato d’avanzamento delle ricerche relative a nutrizione ed invecchiamento, al fine di trarne insegnamenti per la protezione della salute ed identificare le priorità per il futuro.

La nutrizione e l’invecchiamento hanno rappresentato una priorità nel Quinto Programma Quadro dell’Unione Europea, che ha finanziato dieci progetti di ricerca in quest’area. Fra questi, alcuni degli argomenti riguardavano: la dieta e la prevenzione delle malattie dovute al morbo di Alzheimer (lipidiet); gli alimenti funzionali per la popolazione più anziana (crownalife) o la vitamina D e la salute delle ossa (optiford).

Il semplice fatto che la popolazione viva più a lungo favorisce la prevalenza dell’osteoporosi. L’osteoporosi è una malattia caratterizzata da una riduzione della massa ossea e dal deterioramento del tessuto osseo. Ciò porta ad una maggior fragilità delle ossa e ad un aumento del rischio di fratture, specialmente dell’anca, della spina dorsale e del polso.

In una popolazione che invecchia parecchi fattori contribuiscono al rischio di osteoporosi, tra cui le diete povere di nutrienti, l’incapacità dell’organismo di adattarsi pienamente allo scarso apporto di calcio, limitate attività fisica ed esposizione alla luce solare, oltre a bassi livelli o all’assenza d’ormoni sessuali sia femminili che maschili.

Sebbene l’osteoporosi sia meno comune negli uomini che nelle donne, anche gli uomini possono essere ad elevato rischio di questa malattia. Una conseguenza di ciò è che gli uomini sono spesso ignari delle misure preventive da adottare per proteggersi contro la malattia.

L’inadeguato apporto di calcio nell’alimentazione rappresenta un fattore dietetico noto nello sviluppo dell’osteoporosi, ma anche il deficit cronico di vitamina D svolge un suo ruolo. Con un insufficiente apporto di vitamina D la capacità dell’organismo nell’utilizzo del calcio è compromessa, contribuendo quindi allo sviluppo dell’osteoporosi.

A proposito della vitamina D, non dimentichiamo che…

La vitamina D è una vitamina liposolubile, essenziale per mantenere la salute delle ossa. Essa facilita l’efficiente utilizzazione del calcio da parte dell’organismo. Il calcio, a sua volta, è essenziale per il normale funzionamento del sistema nervoso, per lo sviluppo delle ossa ed il mantenimento della loro densità. La vitamina D si ottiene dalla luce solare e da certi alimenti. L’esposizione alla luce solare (i fotoni dell’ultravioletto B uvb) ne rappresenta la fonte primaria.

Tuttavia, ci sono dei fattori che limitano l’utilizzazione degli uvb nella sintesi della vitamina D a livello della pelle, tra cui la stagionalità, le località, il periodo del giorno, lo smog e l’età. Per esempio, le popolazioni che vivono negli emisferi settentrionali o meridionali (a 40 gradi di latitudine nord o sud) non sono esposte a sufficienza ai raggi uvb durante i mesi invernali per consentire la formazione della vitamina D. Con l’età, la capacità dell’organismo di sintetizzare la vitamina D grazie all’esposizione al sole diminuisce significativamente.

La vitamina D si trova naturalmente in alcuni alimenti: le fonti migliori sono i pesci grassi come i salmoni, gli sgombri e le sardine. La vitamina D si trova inoltre in un limitato numero di alimenti arricchiti artificialmente. In alcune nazioni europee si arricchiscono la margarina o i prodotti a base di cereali.

La finalità del gruppo di ricerca optiford, formato da ricercatori di cinque Paesi europei, è quello di migliorare la disponibilità di vitamina D in grandi gruppi della popolazione europea, come quello degli anziani. Il loro obiettivo è di ridurre l’osteoporosi attraverso un migliore apporto di vitamina D nella dieta.

Il progetto sta studiando se l’arricchimento del pane con la vitamina D sia una strategia realizzabile, al fine di rimediare all’insufficiente apporto di vitamina D in grandi gruppi della popolazione in Europa (per esempio gli anziani) e di determinare a quale livello tale arricchimento dovrebbe essere portato.

Un esito importante è quello di rafforzare le basi scientifiche per le raccomandazioni sulla vitamina D come nutriente. I risultati preliminari indicano che questo potrebbe essere fattibile. Da dove assumiamo le vitamine e i minerali? Gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati sono sempre più utilizzati dai consumatori e occupano uno spazio sempre crescente sugli scaffali dei negozi di alimenti salutistici, delle farmacie e dei supermercati.

Ma che cosa sono esattamente gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati e a che cosa servono? In uno stile di vita sempre più frenetico, dove il tempo da dedicare ai pasti scende nella lista delle priorità, la domanda e l’utilizzo di integratori alimentari aumentano. Gli integratori alimentari sono fonti concentrate di nutrienti o altre sostanze con qualità nutrizionali o fisiologiche. Li si assume per integrare i nutrienti forniti dalla normale dieta.

Sono disponibili in pratici formati: compresse, tavolette, capsule o liquidi, in dosi specifiche. Fino a poco tempo fa, gli integratori alimentari erano soggetti a leggi diverse nei vari paesi dell’Unione Europea. Dal 31 luglio 2003, invece, gli Stati Membri sono tenuti a rispettare una direttiva europea che specifica l’elenco delle vitamine e dei minerali che possono essere utilizzati per produrre integratori e ne precisa la forma. Questa disposizione autorizza la Commissione Europea a limitare la quantità di vitamine e minerali contenuti negli integratori e armonizza le norme in materia di etichettatura.

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Integratori alimentari e alimenti fortificati

Uno dei principali obiettivi della legislazione europea sugli integratori alimentari è creare un mercato europeo comune per questi prodotti. Questo significa che i produttori lavoreranno a parità di condizioni e che i consumatori avranno quindi la garanzia di prodotti comparabili in qualsiasi parte d’Europa li acquistino.

Prodotti comparabili significa anche etichettatura comparabile. La legislazione europea prevede che tutti i produttori dichiarino sulle etichette che un determinato prodotto è un “integratore alimentare”, indichino le categorie di nutrienti che contiene (es. vitamine, minerali), la dose quotidiana raccomandata e un avvertimento a non superare tale quantità.

Le confezioni non devono dichiarare che gli integratori alimentari possono essere utilizzati per sostituire una dieta sana e bilanciata, né sostenere di poter trattare o curare alcuna malattia. Le etichette devono anche indicare chiaramente che questi prodotti devono essere tenuti fuori dalla portata dei bambini piccoli.

Se gli integratori alimentari possono costituire un modo pratico per integrare nutrienti che possono mancare nella dieta, queste sostanze non devono essere l’unica fonte supplementare di vitamine e minerali. Un altro mercato in espansione è quello degli alimenti fortificati.

Gli alimenti fortificati sono prodotti alimentari a cui sono stati aggiunti nutrienti integrativi. Le ragioni di queste aggiunte possono essere diverse: ad esempio per ripristinare i nutrienti persi durante i processi di produzione, lavorazione e immagazzinamento del prodotto, per fornire ad alimenti sostitutivi di altri alimenti un valore nutritivo simile (per esempio l’aggiunta alla margarina di vitamine presenti nel burro) oppure per arricchire alimenti che già contengono, o non contengono all’origine, determinati nutrienti.

Come per gli integratori, l’Unione Europea sta elaborando una normativa per armonizzare i requisiti degli alimenti fortificati. Oltre ad elencare le vitamine e i minerali che possono essere aggiunti ai cibi, si prevede che la legislazione regolamenti gli alimenti a cui possono essere aggiunti.

Poiché i consumatori possono percepire i prodotti che riportano questo tipo di dicitura come alimenti “buoni”, il legislatore ritiene necessario limitare l’uso di queste indicazioni su alcuni alimenti sulla base del loro profilo nutrizionale. La legislazione europea definisce i prodotti medicinali come sostanze per la cura o la prevenzione delle malattie dell’uomo. Le medicine sono sostanze rigorosamente regolamentate e spesso possono essere ottenute soltanto con la prescrizione di un medico.

Tuttavia, gli alimenti fortificati e gli integratori non possono essere proposti per il trattamento o la cura delle malattie. Gli integratori alimentari e gli alimenti fortificati sono un modo per porre rimedio all’assunzione insufficiente di determinati nutrienti dall’alimentazione. Questa carenza può risultare da una serie di fattori, per esempio, di tipo dietetico, sociale, culturale ed estetico.

Secondo David Byrne, Commissario UE per la Salute e la Tutela dei Consumatori, ‘dobbiamo essere chiari sul fatto che una dieta varia rimane la migliore soluzione per un corretto sviluppo e per una vita sana. Gli integratori alimentari servono principalmente a compensare l’assunzione inadeguata di nutrienti essenziali in determinate persone o in specifici gruppi di popolazione, o, in alcuni casi, per incrementare l’assunzione di tali nutrienti. Le etichette riportate su questi prodotti devono fornire ai consumatori informazioni adeguate e chiare sul modo di usarli e di non usarli’.

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Disturbo psicosomatico: un’insidia quotidiana pericolosa

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale.

Poche ore prima di un colloquio di lavoro o di un importante riunione, ecco scatenarsi un forte mal di testa. Cosa lo provoca? Si chiama disturbo psicosomatico. Emozioni e stati d’animo possono manifestarsi anche attraverso il nostro corpo? Sì. Quindi, cos’è questo disturbo psicosomatico? Come si manifesta?

Esiste una cura naturale e qual è la più efficace per questa insidia quotidiana? Cerchiamo di capirlo e di rispondere in maniera semplice e chiara a queste domande. Considerata la delicatezza dell’argomento, la spiegazione di cosa sono i disturbi psicosomatici la traccia la psicologa Pamela Franchi, dell’ambulatorio di psicologia di Humanitas Mater Domini.

Sul disturbo psicosomatico, senza giri di parole, la dottoressa Pamela Franchi sostiene che ‘i disturbi psicosomatici possono essere considerati come il tentativo di dar voce ad un disagio psicologico o, addirittura, una emozione dolorosa. Come? Molto spesso, le nostre emozioni, gli stati di ansia o pensieri ricorrenti che disturbano la nostra serenità, si traducono in un vero e proprio sintomo corporeo”.

“Secondo una dinamica che mira a salvaguardare la nostra integrità psicofisica, un’emozione non esprimibile tramite le parole, rimane fuori dalla nostra consapevolezza per consentire al soggetto di mantenere uno stato di benessere, tuttavia può generare un malessere-sintomo fisico’. I disturbi psicosomatici non sono generati dalla nostra fantasia, ma sono disturbi corporei reali, compromettono la quotidianità e creano limitazioni non solo di tipo fisico, ma anche relazionale.

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale.

E ancora, può interessare l’apparato urogenitale con enuresi, dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, quello tegumentario con acne, psoriasi, orticaria, dermatite psicosomatica, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute e delle mucose, quello muscoloscheletrico con cefalea tensiva o mal di testa, cefalea nucale, torcicollo, crampi muscolari, stanchezza cronica, fibromialgia, dolori al rachide, artrite.

Disturbo psicosomatico: quali sono i sintomi corporei

Quadri psicologici quali la depressione e quasi tutti i disturbi d’ansia, inoltre, sono accompagnati anche da sintomi corporei. La dottoressa Pamela Franchi spiega che: ‘È importante sapere che quasi tutti i disturbi che ci affliggono nella quotidianità, presentano quasi sempre anche una componente psichica. Di norma, la persona viene indirizzata inizialmente verso accertamenti e trattamenti di tipo medico, mentre un approccio integrato fra la discipline medica e psicologica rappresenta di certo un buon percorso di cura che può risultare di grande aiuto per il paziente’.

Dunque, sentimenti ed emozioni sia positive sia negative influenzano le reazioni del nostro corpo ovvero del soma: un’emozione positiva può spronare a fare meglio, mentre una negativa può indurre verso uno stato d’animo che porta a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e infine, riflettersi negativamente anche sullo stato di salute.

Il disturbo psicosomatico si caratterizza per la presenza di sintomi fisici come possono essere il mal di testa, il mal di stomaco, persino il mal di schiena. A volte la sintomatologia non trova riscontro in una condizione medica definita e quindi, il disturbo origina con buona probabilità, da un conflitto interno e dunque di tipo psicologico.

La comparsa di un disturbo psicosomatico è legata a un evento particolarmente stressante che non fa altro che attivare il sistema nervoso autonomo che mette in atto una risposta simile a quella che potrebbe attivare in un momento di difficoltà e paura, ecco quindi, che ci si può ritrovare a fare i conti con la tachicardia o l’iperventilazione.

In seguito, ad alcuni studi clinici messi a punto negli anni Sessanta nell’Università di Washington è stato stilato il Social Readjustement Rating Scale, una raccolta di oltre quaranta eventi o situazioni che si è visto, solitamente, preludono allo sviluppo di disturbo psicosomatico: la morte del coniuge, la separazione, un lutto, le vacanze, il Natale, il cambiamento di residenza…

Gli item menzionati non sono motivo di disturbi psicosomatici per tutti, ma possono diventarlo in base a una serie di altri criteri più intimi della persona, come possono essere l’esposizione precedente ad altri eventi stressanti che hanno determinato una certa labilità emotiva che sfocia nella somatizzazione. Eventi positivi che, però, seguono eventi meno positivi fanno saltare le nostre capacità adattogene.

Perché somatizziamo quotidianamente gli eventi

La somatizzazione degli eventi non è processo comune a tutti gli individui. A volte ci sono persone davvero provate dalla vita capaci di far fronte all’ennesimo assalto con l’adattamento e l’attuazione di meccanismi difensivi che gli permettono di superare il nuovo ostacolo senza la somatizzazione, ma magari attraverso l’umorismo o la sublimazione ovvero la ricerca della forza d’animo nelle proprie passioni come possono esserlo la musica, il ballo, la recitazione, la pittura o la scrittura. 

L’individuazione della presenza di un disturbo somatico è tutt’altro che semplice e anche la diagnosi è un percorso in salita. Immunizzarsi allo stress non è possibile, ma ci sono elementi che possono contribuire alla nostra resilienza ovvero alla capacità di adattarci e proteggerci.

Lo stress è uno degli elementi più importanti nella genesi del disturbo psicosomatico. L’agire quotidiano richiede al nostro organismo di sapersi adattare a continui e improvvisi mutamenti della realtà che ci circonda. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, assicurando piccoli momenti di piacevolezza o prefigurandosi come occasioni favorevoli alla crescita personale.

Talvolta, tuttavia, le sollecitazioni ambientali possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni, eccessiva emotività e condizione di stress. Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane, condizioni presenti della vita quotidiana, o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti.

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Disturbo psicosomatico da emozioni

“Contrariamente a quanto suggerito dal senso comune, che identifica semplicemente le emozioni come un vissuto soggettivo di piacevole o spiacevole, le emozioni presentano una consistenza anche biologica. Le emozioni nascono, infatti, all’interno del nostro sistema nervoso centrale e determinano importanti mutamenti a livello periferico e nei principali sistemi del nostro organismo. Un esempio lo abbiamo quando proviamo ansia o paura”.

“In questi casi possiamo avvertire diversi cambiamenti quali, per esempio: aumento del battito cardiaco, nausea, aumento della sudorazione, tremori, mal di testa, dolore al petto, nodo allo stomaco e respirazione accelerata“, spiegano all’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale.

“Le emozioni sono il ponte che collega la nostra mente a tali reazioni fisiche e sono un esempio dello stretto legame che intercorre tra mente e corpo. In virtù di questo legame una malattia organica può portare con sé alterazioni a livello psichico o di funzionamento cognitivo e, viceversa, un disturbo o una sofferenza di tipo psicologico può portare ad alterazioni del normale funzionamento dell’organismo”.

“Per queste ragioni si è ormai diffuso un modello di malattia che viene definito bio-psico-sociale. Questo modello suggerisce che per curare la malattia e promuovere la salute non si può prescindere da un’attenta considerazione del dominio biologico, psicologico e sociale. Le emozioni, quindi, hanno in tutto ciò un ruolo molto importante in quanto strumenti che ci permettono di rispondere alle richieste adattive poste dal nostro ambiente“, è la tesi della scuola di specializzazione e formazione professionale.

Se soffrite di un disturbo psicosomatico sopra elencati, chiedere aiuto ad uno psicologo può essere una buona idea, ma non in prima battuta. Certamente imparare a gestire stress ed emozioni può aiutarvi a trovare un po’ di sollievo. Anche la passiflora e la valeriana possono essere di grande aiuto. Tuttavia occorre prima stabilire quanto delle manifestazioni del disturbo siano imputabili all’intervento di fattori psicologici e sociali.

Quindi, se soffri di queste malattie è ad un medico specialista che devi affidarti prima di tutto. Solo a posteriori, se quest’ultimo riscontrerà che i sintomi e la loro comparsa sono verosimilmente influenzati da una particolare vulnerabilità allo stress, da una particolare suscettibilità o reattività emozionale, o da uno stile di vita non salutare, converrà rivolgersi ad uno psicologo. Le cure naturali psicoterapeutiche e psicofarmacologiche possono essere d’aiuto, ma solo se supportate da un’adeguata terapia.

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Dolore osseo e dolore articolare: di cosa si tratta

Anche se è una malattia che si evidenzia nella terza età, affonda le sue radici nell’età dello sviluppo: una mancata “saturazione” del tessuto osseo nei primi venti anni di vita condizionerà l’evoluzione della malattia negli anni della vecchiaia. Può essere accelerata anche da un’insufficiente introduzione di calcio e di minerali con la dieta.

Oltre ai dolori muscolari e reumatici, c’è il dolore osseo e il dolore articolare, ossia l’osteoporosi (dolore osseo), le fratture e l’artrosi (dolori articolari). L’osteoporosi, che colpisce soprattutto le donne in menopausa, si accompagna inevitabilmente al procedere dell’età e, in pratica, tutti gli individui oltre i 50 anni, hanno un certo grado di osteoporosi.

Anche se è una malattia che si evidenzia nella terza età, affonda le sue radici nell’età dello sviluppo: una mancata “saturazione” del tessuto osseo nei primi venti anni di vita condizionerà l’evoluzione della malattia negli anni della vecchiaia. Può essere accelerata anche da un’insufficiente introduzione di calcio e di minerali con la dieta.

La frattura, ossia l’interruzione nella continuità di un osso, può essere causata da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile. Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore osseo acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa.

L’artrosi è sempre in agguato ed è una malattia che lentamente distrugge la cartilagine, un tessuto liscio e flessibile che avvolge le ossa delle articolazioni, permettendo loro di scivolare senza attriti l’una sull’altra. Ma non si tratta solo di uno degli inevitabili acciacchi della vecchiaia: ne soffrono infatti anche persone giovani, al di sotto dei 40 anni.

Dolore osseo, cos’è l’osteoporosi: sintomo e cura

Il processo è lento ma irreversibile: pian piano la cartilagine si assottiglia, poi si fessura. Con l’andare del tempo, anche l’osso inizia ad alterarsi. A volte subentra l’osteoporosi? Cos’è? L’osteoporosi è una malattia sistemica caratterizzata da una riduzione della massa ossea e da un’alterazione della microarchitettura del tessuto scheletrico, che diventa più fragile e più esposto ad un rischio di fratture spontanee o per traumi di lieve entità.

La frattura si realizza quando il carico che grava sull’osso supera la sua capacità di resistenza. Le sedi più frequenti di fratture da fragilità sono il corpo vertebrale (soprattutto a livello della colonna dorso-lombare), il femore (a livello del collo o del trocantere) e l’estremo distale del radio (fratture di Colles); più raramente le fratture interessano l’omero prossimale, la pelvi, la tibia prossimale e i metatarsi. In Italia la malattia colpisce circa 5 milioni di persone, di cui oltre l’80% sono donne in post-menopausa; nel nostro Paese si registrano inoltre circa 100 mila ricoveri all’anno per fratture del collo del femore secondarie ad osteoporosi.

L’osteoporosi può essere definita come primaria, se associata al depauperamento fisiologico di massa ossea, oppure secondaria ad altre condizioni (malattie endocrine, malattie gastrointestinali, malattie del sangue, farmaci). La forma primaria è a sua volta classificata in post-menopausale, quando direttamente innescata e sostenuta da una carenza di estrogeni, e senile, se associata ai processi di invecchiamento.

Oltre alle malattie sopracitate e alla menopausa, rappresentano importanti fattori di rischio per l’osteoporosi il fumo, l’alcol, il caffè, la magrezza (che comporta una ridotta stimolazione meccanica sul tessuto osseo), un’alimentazione carente di calcio (contenuto soprattutto nei vegetali, nel latte e derivati), la sedentarietà, il menarca tardivo, la menopausa precoce. Il dolore osseo è uno dei primi sintomi.

Dolore articolare cosa succede in caso di frattura?

La frattura è un’interruzione nella continuità di un osso. Può essere causata da un trauma che supera la forza di resistenza di un osso sano, ovvero da sollecitazioni che provocano la frattura a causa di malattie che rendono l’osso più fragile, per esempio nel caso dell’osteoporosi.

Sebbene la frattura produca in genere tumefazione e dolore acuto, alcune fratture lievi o parziali dell’osso (per esempio le fratture da stress) possono causare dolore progressivamente nei giorni successivi. Pertanto, qualora compaiano certi sintomi nei giorni successivi a un trauma è necessario eseguire degli accertamenti specifici per verificare lo stato delle ossa. A volte non è semplice distinguere una frattura da altri traumi, per esempio una lussazione.

Conoscere i fattori di rischio che possono portare alla frattura significa ridurre la loro incidenza. Le fratture vertebrali sono spesso spontanee o dovute allo sforzo sostenuto nel sollevare un peso; le fratture del femore, dell’omero o del polso, invece, sono conseguenti a una caduta. I fattori di rischio si distinguono, generalmente, in fattori ambientali e fattori clinici.

Quelli ambientali sono rappresentati dai pavimenti a cera scivolosi o bagnati, tappeti con bordi sollevati o che non aderiscono stabilmente al pavimento, mobili troppo alti che comportano il dover salire su scale o sedie, scale non fornite di corrimano o con gradini di diverse dimensioni, bagni con piatto doccia o vasca da bagno scivolose, banali cadute, incidenti stradali. È consigliato l’uso di calzature morbide con suola antiscivolo e, in particolari condizioni, il ricorso al bastone

Infine ci sono i fattori clinici (dovuti alla presenza di malattie concomitanti che compromettono la stabilità e l’equilibrio, favorendo le cadute), per esempio: malattie croniche a carico dell’apparato locomotore (artrosi, artrite reumatoide, ecc.) invalidanti, disturbi del ritmo cardiaco, improvviso calo della pressione arteriosa, deficit della vista, scarsa coordinazione dei movimenti, alterazione dell’equilibrio, uso di farmaci in grado di alterare lo stato di vigilanza (sedativi, ipnotici, antidepressivi, ecc.) o di alcool.

Dolore, attenzione all’artrosi: sempre più frequente

L’artrosi o osteoartrosi o, secondo la corrente terminologia anglofona, osteoartrite (osteoarthritis), è una malattia degenerativa che interessa le articolazioni e che causa dolore osseo. In medicina veterinaria è conosciuta anche come Degenerative Joint Disease (DJD).

È una delle cause più comuni di disturbi dolorosi, colpisce circa il 10% della popolazione adulta generale, e il 50% delle persone che hanno superato i 60 anni di età. Durante il manifestarsi di tale patologia nascono nuovo tessuto connettivo e nuovo osso attorno alla zona interessata. Generalmente sono più colpite le articolazioni più sottoposte a usura, soprattutto al carico del peso corporeo, come le vertebre lombari o le ginocchia.

L’articolazione interessata presenta caratteristiche alterazioni della cartilagine, con assottigliamento, fissurazione, formazione di osteofiti marginali e zone di osteosclerosi subcondrale nelle aree di carico. La membrana sinoviale si presenta iperemica e ipertrofica, la capsula è edematosa e fibrosclerotica. Costituiscono fattori predisponenti l’obesità, il sesso femminile, parenti affetti da tale malattia, traumi articolari, stress continuo, umidità.

Uno studio del 2005 mostra che i condrociti di cartilagine artrosica presentano due recettori per l’istamina che viene rilasciata copiosamente dai mastociti nel liquido sinoviale: la presenza dei recettori è segno che l’istamina stimola i condrociti direttamente a produrre altri mediatori implicati nella lisi di tessuto della cartilagine (come gli enzimi metalloproteasi che smantellano le proteine fibrose collagene), e nella contemporanea infiammazione sinoviale (come la Interleuchina-1).

I livelli di istamina sono spesso elevati nel liquido sinoviale dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. Un certo numero di fattori nutrizionali sono conosciuti per ridurre l’eccesso di istamina e per controllare il dolore. Ciò è stato specialmente notato con il rame che è stato segnalato per ridurre i dolori articolari dei pazienti che soffrono di artrite reumatoide. L’enzima ammina ossidasi (contenente rame) ha il compito di ossidare l’istamina nei tessuti, inattivandola.

I sintomi e i segni clinici che si presentano sono tutti localizzati nell’articolazione interessata (ma può colpire diverse articolazioni) e sono dolore, limitazione del movimento, rigidità, deformità articolare. Il grado di alterazione dimostrabile radiologicamente non è sempre correlato all’entità della sintomatologia. La principale diagnosi differenziale è con l’artrite (la quale è una malattia autoimmune e presenza infiammazione e alterazioni di esami come il fattore reumatoide, la velocità di eritrosedimentazione e i globuli bianchi neutrofili, con l’eccezione delle spondiloartriti sieronegative).

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I cambiamenti nello stile di vita, specialmente la perdita di peso e l’attività fisica, uniti alla terapia analgesica, rappresentano il perno del trattamento dell’osteoartrosi. Il paracetamolo rappresenta il farmaco di prima linea, mentre i Fans sono indicati solo nel caso il sollievo dal dolore non sia sufficiente, in relazione alla minore incidenza di effetti collaterali del primo nella terapia cronica. Nella maggior parte dei pazienti affetti da osteoartrosi, l’attività fisica moderata permette un aumento della funzionalità articolare e una riduzione del dolore, soprattutto nella gonartrosi.

Nelle persone in sovrappeso, il calo ponderale può rappresentare un fattore importante, in quanto garantisce da una parte una riduzione del dolore, dall’altra un aumento della funzionalità e una riduzione della rigidità e dell’affaticamento, riducendo la necessità di una terapia farmacologica. Una metanalisi condotta nel 2009 ha dimostrato che l’educazione del paziente alla gestione della malattia permette una riduzione media della percezione del dolore del 20% rispetto all’uso dei soli antinfiammatori nei pazienti affetti da coxartrosi.

Esiste una evidenza sufficiente ad affermare che la fisioterapia può ridurre il dolore e aumentare la funzionalità. Esistono evidenze che la manipolazione risulti essere più efficace dell’esercizio fisico nell’artrosi dell’anca, tuttavia queste evidenze non sono considerate conclusive. Seppur molti specialisti ritengano opportuno integrare manovre chinesiterapiche al piano di trattamento. L’allenamento funzionale, con la gestione dell’andatura e dell’equilibrio, è raccomandato per permettere un miglioramento della propriocezione, utile a ridurre il rischio di traumi da caduta nei pazienti più anziani. L’utilizzo di tutori morbidi può permettere il miglioramento dei sintomi in un anno.

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La dieta povera di grassi: cos’è il fattore IG e a cosa serve

Allo scopo di studiare da vicino questi problemi attraverso una simulazione applicata alla vita reale, è stato creato lo studio Carmen (Carbohydrate Ratio Management in European National diets): una dieta povera di grassi. Per la realizzazione di questo studio, alcuni centri di ricerca in Olanda, Danimarca, Inghilterra, Germania e Spagna hanno reclutato per ciascun Paese un gruppo di ottanta uomini e donne sovrappeso.

In che modo può aiutarci una dieta povera di grassi? In un contesto globale in cui i livelli di obesità sono in continuo aumento, la è essenziale che la comunicazione sanitaria pubblica intesa a contrastare questo grave problema sia davvero efficiente.

Uniti in un importante progetto comune, cinque centri di ricerca europei hanno recentemente condotto una ricerca per stabilire se le attuali raccomandazioni che consigliano di seguire una dieta povera di grassi abbiano conseguito un’effettiva diminuzione di peso in un contesto normale di vita.

Gli attuali tentativi per affrontare il problema dell’obesità con la dieta povera di grassi si sono incentrati sulla riduzione dei grassi contenuti nella dieta. Infatti, le diete ricche di grassi hanno un alto contenuto energetico ed è più facile eccedere nell’assorbimento di calorie.

Ad ogni modo, vi sono comunque alcune contraddizioni nella valutazione dell’importanza dei grassi e per molti continua ad essere argomento di dibattito l’efficacia o meno di una dieta povera di grassi nella prevenzione e cura dell’obesità. Inoltre, alcuni studi clinici dimostrano che le diete povere di grassi provocano un calo del colesterolo HDL (il colesterolo cosiddetto “buono”) ed un aumento dei trigliceridi, entrambi fattori di rischio per le malattie cardiache; altre ricerche, invece, hanno dimostrato un miglioramento del profilo lipidico.

Allo scopo di studiare da vicino questi problemi attraverso una simulazione applicata alla vita reale, è stato creato lo studio Carmen (Carbohydrate Ratio Management in European National diets): una dieta povera di grassi. Per la realizzazione di questo studio, alcuni centri di ricerca in Olanda, Danimarca, Inghilterra, Germania e Spagna hanno reclutato per ciascun Paese un gruppo di ottanta uomini e donne sovrappeso.

Per questa ricerca è stato sperimentato un approccio innovativo più realistico che ha permesso comunque il preciso monitoraggio delle quantità di cibo assunte dai partecipanti. Ciascun centro ha creato al suo interno un piccolo negozio alimentare in cui erano presenti una selezione di 100-150 alimenti per i quali era nota la composizione nutrizionale.

Le scelte alimentari di ciascuno sono state seguite e registrate attraverso un lettore di codici a barre ed alle persone non fu imposto alcun limite riguardo alla quantità di cibo da consumare. Gli alimenti che non venivano forniti dal negozio sperimentale, come il pane, la frutta, la verdura e la carne, venivano acquistati in normali supermercati e registrati ad intervalli regolari.

Durante un periodo iniziale di assestamento, della durata di cinque settimane, tutti si abituarono al laboratorio e consumarono alimenti il cui livello di grassi era tipico di ogni Paese d’origine. Gli individui vennero poi divisi a caso in tre gruppi: un gruppo di controllo che continuò a seguire un dieta con un normale contenuto di grassi, un gruppo che seguì una dieta povera di grassi ma ricca di zuccheri e un gruppo che seguì una dieta povera di grassi ma ricca di amidi.

Un totale di trecentosedici persone hanno seguito questa dieta povera di grassi fino al termine del ciclo di studio durato sei mesi. Le persone che seguirono sia la dieta ricca di zuccheri sia quella ricca di amidi ridussero il loro livello di grassi rispettivamente del 10 e dell’8%. In tutti e due i gruppi, la densità energetica della dieta subì un forte calo.

Il gruppo che seguiva la dieta povera di grassi ma ricca di amidi perse 1,8 kg di peso e il gruppo povero di grassi e ricco di zuccheri perse 0,9 chili, mentre il gruppo di controllo aumentò di 0,8 chili. I primi due gruppi hanno avuto una perdita significativa di grassi, rispettivamente di 1,8 e 1,3 chili. È interessante notare che non sono state rilevate, tra i diversi gruppi, significative differenze nei livelli di colesterolo e trigliceridi nel sangue.

La ricerca Carmen dimostrò che le persone moderatamente sovrappeso che mangiavano fino a soddisfare il loro appetito e conducevano una vita normale erano in grado di perdere peso seguendo una dieta povera di grassi e ricca di amidi o povera di grassi e ricca di zuccheri senza effetti negativi nel livello di grassi nel sangue. La perdita di peso registrata durante questo studio fu modesta, ma se consideriamo il contesto dell’intera popolazione ciò potrebbe significare una consistente diminuzione del numero di persone obese, che corrono un rischio più elevato di ammalarsi.

Il professor Saris dell’istituto di Ricerca Tossicologica e della Nutrizione di Maastricht (Olanda), coordinatore del progetto di Carmen, ritiene che l’effetto più significativo nella riduzione dell’assorbimento dei grassi consista più nel prevenire l’aumento di peso che nella perdita drastica di peso. In ogni caso, le attuali raccomandazioni sanitarie, che consigliano di ridurre l’apporto di grassi nella dieta, sono più vicine ad aiutare, piuttosto che contrastare, gli sforzi per il mantenimento di una buona forma fisica.

Dieta povera di grassi e fattore IG: cos’è l’indice glicemico

L’indice glicemico (IG) ha di recente catturato l’attenzione del pubblico e i valori di IG hanno cominciato a comparire sulle confezioni degli alimenti. Ma di che cosa si tratta e come può essere utile nella vita quotidiana? Il concetto di IG è stato originariamente sviluppato negli anni Ottanta, quando ci si rese conto che diversi alimenti contenenti la stessa quantità di carboidrati non avevano lo stesso effetto sui livelli di zucchero nel sangue.

Per esempio, 30 grammi di carboidrati come il pane potrebbero avere effetti diversi da 30 grammi di carboidrati come frutti o pasta. L’IG è un modo di classificare i cibi contenenti carboidrati in base a quanto alzano i livelli di zucchero nel sangue dopo averli mangiati. Sono classificati in una scala da 0 a 100, considerando 100 la risposta ad un alimento di riferimento, come il glucosio o il pane bianco.

Allo stesso livello di carboidrati, gli alimenti con IG alto provocano marcate fluttuazioni nei livelli di zucchero nel sangue, mentre quelli con IG basso producono aumenti minori dei livelli di zucchero. Che Cosa Influenza l’ig? Per molti anni gli scienziati hanno creduto che i carboidrati amidacei fossero digeriti e assorbiti lentamente, mentre gli zuccheri fossero digeriti e assorbiti velocemente – ma questo non è vero! Le bevande analcoliche e il purè di patate, per esempio, hanno un IG simile.

Quindi, qual è il punto? Lo stato fisico di un cibo, il modo in cui viene prodotto, il tipo di fibra, il tipo di amido, il tipo di zucchero e il modo in cui viene cucinato, tutto questo ha un impatto sull’IG finale di un alimento. In generale, la struttura del cibo ha la stessa importanza del tipo di carboidrati che contiene. Ad esempio, i cereali integrali sono relativamente resistenti alla digestione, ma una volta macinati e cotti diventano facili da digerire.

Questo è il motivo per cui sia il pane bianco che il pane integrale liscio hanno un IG alto, mentre il pane multicereali ha un IG medio. Alcuni alimenti come l’avena, le mele e i fagioli contengono fibre solubili, che si gonfiano e rallentano il passaggio del cibo nel tubo digerente. Questi cibi hanno un IG basso. Anche il tipo di zucchero è rilevante; il glucosio ha il massimo impatto sullo zucchero nel sangue, seguito dal saccarosio.

In pratica, la maggior parte degli alimenti contenenti carboidrati non vengono consumati da soli ma come parte di uno spuntino o di un pasto, e questo ha un impatto sul profilo glicemico del sangue. Ad esempio il pane può essere mangiato con burro o olio, e le patate con carne o vegetali.

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L’aggiunta di cibi ricchi di grassi e proteine rallenta significativamente la digestione del pasto e riduce l’IG generale. Come Applicare L’ig Per Migliorare La Salute? Conoscere l’IG dei cibi può essere utile per i diabetici, che hanno bisogno di gestire i loro livelli di zucchero nel sangue. Includere nella dieta cibi con un IG basso può aiutarli a distribuire il rilascio del glucosio nel sangue in modo più uniforme durante la giornata.

Il concetto di IG può anche essere applicato in ambito sportivo: i cibi con IG basso possono aiutare a migliorare la resistenza, mentre cibi e bevande ad alto IG rinforzano il rifornimento di glicogeno nei muscoli dopo l’esercizio fisico. Dati recenti dimostrano che le diete con un IG generale basso possono essere utili nella prevenzione del diabete di Tipo 2 e delle coronaropatie, probabilmente perché diminuiscono la richiesta di insulina e migliorano il profilo del colesterolo nel sangue.

Le ricerche si stanno inoltre indirizzando verso l’utilizzo dell’IG in relazione all’obesità, ed è stato suggerito che le diete a basso IG potrebbero aiutare le persone a perdere peso in quanto creano una sensazione di sazietà. Tuttavia, non è chiaro se questi effetti siano dovuti a ll’IG o ad altri aspetti correlati dei cibi a basso IG: per determinarlo sono necessari studi approfonditi a lungo termine.

L’IG non è l’unico fattore che determina fino a che punto mangiare un determinato alimento aumenti i livelli di zucchero nel sangue. Se si mangiano quantità simili di due cibi con lo stesso IG (cavolo navone e brioche), si ottengono minori aumenti di zuccheri nel sangue con l’alimento che ha un contenuto inferiore di carboidrati (cioè il cavolo navone). Inoltre, se si mangiano due cibi con lo stesso IG (brioche e couscous), la porzione abituale di uno di essi potrebbe essere più piccola e gli zuccheri nel sangue salirebbero quindi di meno.

Questo è il motivo per cui è stato introdotto il concetto di Carico Glicemico (CG). Si basa sul concetto di IG per fornire una misura della risposta glicemica totale ad un cibo o ad un pasto (CG = IG/100 x grammi di carboidrati per porzione). In pratica, significa che si possono confrontare direttamente gli effetti sui livelli di zucchero nel sangue di due cibi pesando il CG di una porzione di ciascuno di essi.La tabella qui sotto mostra che, per un IG simile, una porzione di cibi diversi può generare CG molto differenti.

Eccedere con diete a basso contenuto di grassi fa male

Spingere le persone a seguire diete estreme a basso contenuto di grassi potrebbe avere “conseguenze disastrose”. L’avvertimento arriva dal National obesity forum e dal Public Health Collaboration, due istituzioni che si occupano di salute pubblica in Gran Bretagna e che ora chiedono una revisione delle linee guida sull’alimentazione in quanto l’indicazione di focalizzare l’attenzione sulla scelta di cibi a basso contenuto di grassi non sta risolvendo il problema dell’obesità nel paese. “Sarebbe meglio – sostengono ora gli esperti – evitare di mangiare fuori dai pasti, perché è proprio quest’abitudine che fa ingrassare”.

Non demonizzare i grassi. Secondo l’analisi delle due istituzioni, non si devono demonizzare i grassi. Carne, pesce, latticini o, ad esempio, gli avocado possono essere consumati, seppure con moderazione, perché “mangiare grasso non significa sempre diventare grassi”. Come molte tesi sull’alimentazione, specie se ribaltano ‘certezze’ precedenti, il report fa già discutere. Gli esperti britannici aggiungono che “i cibi nelle versioni ‘light'”, “con pochi grassi”, “a basso contenuto di colesterolo” dovrebbero essere evitati e le persone con il diabete di tipo 2 “dovrebbero mangiare i grassi ‘buoni’ e non mangiare troppi carboidrati”.

La conta delle calorie. L’analisi del National obesity forum e del Public Health Collaboration ricorda poi che va limitato il consumo di zuccheri e che non c’è bisogno di pensare in continuazione a contare le calorie. Inoltre, “l’idea che fare molto sport sia un rimedio contro una dieta sbagliata è un mito”. Piuttosto, un’alimentazione “povera in carboidrati raffinati, ma che contenga anche grassi”, è “l’approccio giusto per prevenire l’aumento di peso e aiutare a dimagrire”.

“Mangiare formaggi, yogurt e bere latte riduce le possibilità di diventare obesi – si legge ancora sul report – . I cibi ‘naturali’ e ricchi in nutrienti come carne, pesce, i latticini, le noci, i semi, gli avocado, le olive.. contengono grassi. Demonizzare in continuazione i grassi, allontana la popolazione da cibi naturali, molto nutrienti, utili per la salute e per il benessere”. Gli autori del report accusano infine le pubblicità di molti prodotti “di avere un’influenza negativa sulla salute di molte persone”.

Cancro e diabete: il ruolo protettivo dei cereali integrali

Tutti i cereali hanno una struttura simile, suddivisa in tre parti: l’endosperma interno amidaceo, il germe o embrione e la crusca esterna, che forma uno strato protettivo intorno al chicco. La fibra alimentare (di tipo solubile o insolubile, a seconda del cereale) è stata a lungo considerata la componente dei cereali integrali più utile per proteggere la salute.

Gli alimenti a base di cereali integrali sono una componente essenziale dell’alimentazione quotidiana in tutta Europa e costituiscono una delle principali fonti alimentari di carboidrati, fibre e proteine. Il cereale di maggior consumo nella dieta degli Europei è rappresentato dal frumento e in genere viene utilizzata solo la parte interna dei chicchi, nella forma della farina bianca raffinata, per i prodotti da forno come pane, torte, pasta, cereali da colazione e altri.

Tuttavia, questa abitudine di consumo deve essere urgente rivalutata alla luce dei più recenti risultati epidemiologici, che dimostrano chiaramente il ruolo protettivo degli alimenti a base di cereali integrali nei confronti di diverse malattie, come le malattie cardiovascolari (mcv), certi tipi di cancro e il diabete di Tipo 2.

Il consumo di cereali integrali è stato anche associato ad un peso corporeo inferiore nelle donne di mezza età in confronto a quelle che consumano alimenti a base di cereali più raffinati. In Europa i cereali più importanti sono i chicchi di frumento, riso, mais, avena, segale e orzo, tutti della famiglia delle graminacee.

Tutti i cereali hanno una struttura simile, suddivisa in tre parti: l’endosperma interno amidaceo, il germe o embrione e la crusca esterna, che forma uno strato protettivo intorno al chicco. La fibra alimentare (di tipo solubile o insolubile, a seconda del cereale) è stata a lungo considerata la componente dei cereali integrali più utile per proteggere la salute.

Tuttavia, oggi sempre più dati dimostrano che ci sono altre sostanze nei cereali integrali che hanno effetti benefici sulla salute, come la vitamina E e diverse vitamine del gruppo B, numerosi minerali come ferro, magnesio, zinco e selenio e vari composti fitochimici protettivi.

Questa moltitudine di sostanze nutrienti e utili alla salute possono agire sinergicamente e il “pacchetto completo” può quindi esercitare un maggior beneficio sulla salute di quello che si potrebbe ottenere dalla somma delle singole componenti. I criteri di scelta alimentare menzionati solitamente dai consumatori europei sono il gusto, la salute, la comodità e il prezzo. I prodotti a base di cereali offrono già una vasta scelta e ricoprono vari ruoli nella cultura alimentare delle diverse parti d’Europa.

Cereali integrali, un meritato successo nella dieta

Anche se gusto e salute sono spesso considerati fattori opposti nelle scelte alimentari, oggi i consumatori possono scegliere alimenti salutari a base di cereali integrali da una vasta gamma di opzioni gustose. Ultimamente i cereali integrali stanno ricevendo il ben meritato riconoscimento.

Per esempio, gli scienziati europei stanno collaborando ad un nuovo progetto chiamato Healthgrain, finanziato dalla Commissione Europea all’interno del Sesto Programma Quadro, il cui obiettivo è migliorare e rinforzare il valore nutrizionale e i benefici per la salute dei cereali e di utilizzare meglio i cereali integrali negli alimenti moderni.

Il progetto Healthgrain è partito nel 2005 e studierà le aspettative dei consumatori e le qualità organolettiche degli alimenti bioattivi a base di cereali, svilupperà nuove tecnologie per rendere possibile la produzione di alimenti che contengano le componenti dei cereali utili alla salute come le fibre alimentari, gli oligosaccaridi e i fitochimici alimentari come fitoestrogeni (lignani), polifenoli e antiossidanti, dimostrerà l’importanza di questi composti per la salute, specialmente nel controllo dei livelli di zucchero nel sangue e nel metabolismo dell’insulina.

Esiste inoltre un esteso programma di diffusione dei risultati ottenuti per comunicare i benefici dei cereali integrali all’industria alimentare europea e ai professionisti della salute. Questi studi scientifici inoltre supporteranno nel Regno Unito, in Svezia e negli Stati Uniti gli “health claims” che riconosceranno l’importanza degli alimenti a base di cereali integrali nel ridurre il rischio di malattie coronariche e di alcuni tipi di cancro.

Gli effetti fisiologici dei cereali integrali e il loro ruolo nel migliorare la salute sono ad oggi ancora compresi solo in parte. I nuovi studi in corso in Europa saranno utili per identificare le componenti rilevanti e i meccanismi biologici che stanno dietro ai benefici per la salute fin qui osservati. Anche se la fibra alimentare non è una sostanza “nutriente”, rappresenta comunque un’importante componente delle nostre diete. La ragione principale per cui la fibra è così importante è il fatto che non viene assorbita.

La fibra alimentare o “crusca” è costituita dalle parti commestibili dei vegetali, che non possono essere digerite nell’intestino tenue e transitano integre nell’intestino crasso. Esse includono i polisaccaridi non amilacei (ad esempio cellulosa, emicellulosa, gomme, pectine), gli oligosaccaridi (ad esempio l’inulina), la lignina ed altre sostanze vegetali associate (ad esempio cere, suberina).

Il termine fibra alimentare comprende anche un tipo di amido noto come “resistente” (reperibile nei legumi, in semi e granaglie parzialmente macinati, in certi cereali per la prima colazione) perché non viene digerito nel tenue e giunge inalterato nell’intestino crasso.

Queste fibre si reperiscono in frutta (pere, fragole, more, lamponi, uva passa, aranci), verdura (cavoletti di Bruxelles, carciofo, cipolla, aglio, mais, piselli, fagioli verdi, broccoli), legumi (lenticchie, ceci, fagioli) e granaglie (crusca di avena o di altri cereali, pani integrali e semintegrali). A seconda della loro solubilità si distinguono spesso le fibre alimentari in solubili e insolubili. Ambedue i tipi si trovano in proporzioni differenti negli alimenti che le contengono. Buone fonti di fibre solubili sono l’avena, l’orzo, la frutta, la verdura ed i legumi (fagioli, lenticchie, ceci). I cereali integrali ed il pane integrale sono fonti ricche di fibra insolubile.

Le fibre ingerite giungono all’intestino crasso, dove sono parzialmente o completamente fermentate dai batteri intestinali. Durante il processo di fermentazione si formano vari sottoprodotti, acidi grassi a catena corta e gas. È l’azione combinata del processo di fermentazione e dei sottoprodotti che contribuisce agli effetti benefici delle fibre sulla salute. I principali effetti fisiologici attribuiti alle fibre alimentari riguardano:

Come regolano la funzione intestinale

In particolare, le fibre insolubili aiutano a prevenire la costipazione grazie all’aumento della massa fecale ed alla diminuzione del transito intestinale. Questo effetto è incrementato se l’ingestione di fibre è accompagnata da un’aumentata introduzione di acqua.

Gli acidi grassi a catena corta, prodotti quando le fibre sono fermentate dai batteri intestinali, sono un’importante fonte di energia per le cellule del colon e potrebbero inibire la proliferazione di cellule tumorali intestinali. Migliorando la funzione intestinale, le fibre possono ridurre il rischio di malattie quali la diverticolosi o le emorroidi e potrebbero avere un effetto protettivo sul cancro intestinale.

L’azione sui livelli ematici di glucosio

Le fibre solubili possono rallentare la digestione e l’assorbimento dei carboidrati e quindi ridurre il picco glicemico postprandiale e la risposta insulinica. Questo può essere utile ai soggetti diabetici per migliorare il controllo dei loro livelli di glucosio nel sangue.

L’azione sul colesterolo ematico

I risultati di studi epidemiologici identificano un altro ruolo delle fibre alimentari nella prevenzione delle coronaropatie cardiache grazie al miglioramento dei livelli lipidici nel sangue. Studi clinici confermano i risultati di tali studi epidemiologici. Fibre viscose come la pectina, la crusca di riso o di avena diminuiscono sia i livelli di colesterolo totale che quelli del cosiddetto colesterolo cattivo (LDL o lipoproteina a bassa densità). Allo stesso tempo le ricerche continuano a mostrare che le diete ad alto contenuto di miscele di fibre alimentari proteggono anche dalle coronaropatie cardiache.

Altri effetti di questo importante alimento

Anche se la prevenzione della costipazione, il miglioramento dei livelli di glucosio e quelli dei lipidi nel sangue sono gli effetti predominanti di una dieta ricca di fibre, ci sono altri benefici degni di nota. Ad esempio, poiché le fibre aumentano la massa di cibo ingerita senza aggiungere calorie, ciò può portare ad un effetto di sazietà e, diminuendo l’appetito, essere d’aiuto nel controllo del peso.

Per poter ottenere tutti questi benefici delle fibre alimentari è importante variare la loro fonte nell’alimentazione. Diete a base di frutta, verdura, lenticchie/fagioli e cereali integrali non solo forniscono fibre ma anche altri nutrienti e componenti alimentari essenziali per una buona salute.

Cerali integrali: il ruolo protettivo nella dieta

I cereali integrali come il riso scuro, il grano integrale, l’avena e la segale integrali non solo hanno un ottimo sapore, ma offrono anche potenziali benefici per la salute, come la riduzione del rischio di malattie cardiache e di alcuni tipi di tumore. Recenti studi epidemiologici su larga scala hanno dimostrato che il consumo costante di cereali integrali può ridurre fino del 30% il rischio di cardiopatie coronariche e di alcuni tipi di tumore.

Non sorprende quindi che la conclusione di un simposio internazionale sugli alimenti integrali e la salute, tenuto in Finlandia nel giugno del 2001, sia stata che il consumo di maggiori quantitativi di alimenti integrali potrebbe migliorare la salute.

I cereali come il grano, il riso, il mais, l’avena e la segale sono stati per secoli l’elemento base della dieta alimentare. Dalla pasta in Italia al “pudding” (farinata d’avena) in Scozia, la varietà di alimenti a base di cereali consumati nel mondo è a dir poco incredibile.

Tuttavia, la maggior parte dei cereali consumati viene raffinata. Questo significa che, durante la lavorazione, vengono eliminate le parti esterne del cereale (il germe e la crusca), lasciando solo l’endosperma ricco di amido, che viene macinato per produrre farine bianche. La macinazione e la raffinazione causano la perdita di molti nutrienti e di altre sostanze protettive presenti in maggiori quantità nel germe e nella crusca.

I nutrienti presenti nei cereali integrali sono la vitamina E, il complesso di vitamine B, i minerali quali il selenio, lo zinco, il rame, il magnesio e il fosforo. Oltre a queste vitamine e minerali, i cereali contengono proteine, carboidrati complessi e sostanze protettive come alcuni fitoestrogeni (che hanno dimostrato proprietà protettive nei confronti dei tumori e delle malattie cardiache).

Sembra che tutti questi nutrienti si uniscano sinergicamente come un “pacchetto” a beneficio della salute e a protezione dalle malattie. Protezione contro i tumori e le malattie cardiache. La vera forza dei cereali integrali, tuttavia, sta nei loro potenziali effetti protettivi contro le cardiopatie coronariche e alcuni tipi di tumore.

Nell’ambito di uno studio prospettico condotto su oltre 34.000 donne tra i 55 e i 69 anni, in Iowa (Usa), i soggetti che hanno dichiarato di mangiare almeno una porzione di cereali integrali al giorno correvano un rischio sostanzialmente minore di morire a causa di cardiopatie coronariche di quelli che non ne mangiavano quasi per niente.

Ulteriori dati forniti dal “Nurses’ Health Study” hanno dimostrato che le donne che mangiavano circa 2,7 porzioni di alimenti integrali al giorno riducevano del 30% il rischio di soffrire di cardiopatie coronariche contro quelle che ne mangiavano solo 0,13 porzioni al giorno. Inoltre, il consumo costante di alimenti integrali sembra anche ridurre il rischio di infarto e di diabete di Tipo II.

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Usarli nell’alimentazione per proteggersi dal tumore

Gli effetti protettivi dei cereali integrali si estendono ai tumori, in particolare al cancro al colon. I cereali integrali sono fonti ricche di carboidrati fermentabili che vengono trasformati dalla flora intestinale in acidi grassi a corta catena. Questi acidi possono ridurre l’attività di alcuni dei fattori che provocano il cancro.

Le fibre integrali, inoltre, aumentano il volume delle feci e si legano ai carcinogeni, che possono essere velocemente rimossi dall’intestino prima di causare problemi. I cereali integrali sembrano offrire molti benefici per la salute, ma non è consigliabile esagerare nel consumo, specialmente se crudi, come nel caso della crusca non raffinata. Questo perché la fibra, di solito rimossa durante la macinazione, contiene una sostanza detta fitato. È dimostrato che i fitati riducono l’utilizzo e l’assorbimento da parte del corpo di numerosi minerali tra cui il calcio e lo zinco.

Gli enzimi contenuti nel lievito (usato per fare il pane) distruggono la maggior parte dei fitati, così come accade anche attraverso i metodi di lavorazione degli alimenti che richiedono calore, come la lavorazione dei cereali da colazione a base di crusca.

Per la maggior parte delle persone, la quantità di fitati presenti nella propria alimentazione non causa problemi, mentre coloro che assumono grandissime quantità di cereali integrali potrebbero avere bisogno di un integratore di minerali. Gli “health claims” (o rivendicazioni salutistiche) sono tutti i messaggi che affermano, suggeriscono o implicano una relazione tra un alimento, o un suo componente, e la salute.

Negli Stati Uniti, la Food and Drug Administration (Fda) ha autorizzato un health claim che riconosce l’importanza degli alimenti integrali e di altri alimenti vegetali nella riduzione delle cardiopatie coronariche e di alcuni tipi di tumore. L’health claim può essere riportato sulle confezioni degli alimenti integrali e nella pubblicità dedicata ad essi. Inoltre, la Fda ha autorizzato degli health claims speciali per l’avena e i suoi derivati.

Gli alimenti costituiti da cereali integrali (come pane, cereali da colazione, riso e cracker integrali) sono poco presenti nell’alimentazione della maggioranza dei paesi occidentali. Un maggior consumo di questi alimenti sarebbe una strategia alimentare sensata e prudente diretta a tutta la popolazione. Migliorare la salute e ridurre il rischio di certe malattie può essere tanto semplice quanto mangiare una tazza di cereali integrali da colazione e scegliere di consumare pane, riso e pasta integrali.

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Dolori articolari e muscolari da sport: quali sono i rimedi?

Quello dei dolori articolari legati allo sport, è un problema comune negli sportivi. Il rapporto tra articolazioni e sport è infatti molto più stretto di quanto si possa immaginare. Una pratica sportiva fatta con costanza e senza “carichi” eccessivi aiuta le nostre articolazioni.

Quante volte ti capitano indolenzimenti da allenamento errato? Affaticamento che si accumula dopo qualche mese di ginnastica, dolori muscolari che bloccano i movimenti, comprese le possibili microfratture, tendiniti e infiammazioni varie, torcicollo compreso: ne nasce una vera propria “crisi da palestra” e il desiderio di mantenersi in forma per tutto l’anno può passare. Dopo le prime lezioni, l’indolenzimento dei muscoli può essere così fastidioso da fare rinunciare alla pratica sportiva regolare. Si chiamano dolori articolari e muscolari da sport.

Cominciamo col dire che lo sport fa bene. Mantiene elastici, tonici e in forma, ma se non lo si pratica con criterio, può anche provocare danni, specie alle articolazioni. Infatti, l’attività sportiva riduce il rischio cardiovascolare, il peso in eccesso, lo stress e non solo, ma a condizione di sceglierlo e praticarlo tenendo conto delle proprie possibilità, del livello di preparazione atletica e dell’età.

Altrimenti, anche per i più allenati può aumentare il rischio di infiammazioni e tendiniti. I frequenti saltelli sullo step o le pedalate durante lo spinning, alla lunga possono provocare disturbi. L’attività sportiva fatta da chi è generalmente sedentario, da chi non svolge attività da molti mesi o da chi non è più giovanissimo, va fatta iniziando con alcuni piccoli accorgimenti.

Quello dei dolori articolari legati allo sport, è un problema comune negli sportivi. Il rapporto tra articolazioni e sport è infatti molto più stretto di quanto si possa immaginare. Una pratica sportiva fatta con costanza e senza “carichi” eccessivi aiuta le nostre articolazioni.

Al contrario, sforzi troppo intensi e ripetuti possono creare traumi articolari e provocare fastidi anche cronici. È il caso ad esempio degli sport più dinamici e da performance come calcio, il tennis o il basket, che andrebbero scelti e praticati con attenzione. Infatti, se per certi aspetti può essere vero che la vita inizia a quarant’anni, nel caso dell’attività fisica, non è esattamente così e non tenerne conto significa esporsi a danni quasi certi a livello articolare e muscolare.

Neppure i più giovani, d’altro canto, possono ritenersi completamente al riparo da strappi, contusioni o distorsioni accidentali né da più subdole ma altrettanto dolorose infiammazioni da sovraccarico. Basta un movimento brusco, un piede in fallo, uno scontro con un compagno o l’insana voglia di strafare per accelerare i tempi dell’allenamento e raggiungere obiettivi inarrivabili.

Per trarre dall’attività fisica tutti i possibili benefici senza correre inutili rischi bastano un po’ di cautela e buon senso. Quando, invece, ormai il danno è fatto, esistono accorgimenti pratici e preparati antinfiammatori topici che aiutano a evitare eccessive sofferenze. Ma andiamo per gradi…

I dolori muscolari successivi alla corsa hanno in genere cause e modalità di comparsa diverse. Però, è importante capirne le cause per dimensionare correttamente l’allenamento. C’è il dolore da sforzo, che si verifica durante la prova e riguarda uno o più muscoli. Le cause possono essere un accumulo di acido lattico o l’esaurimento delle scorte energetiche, se è generalizzato alle gambe. C’è il dolore successivo all’allenamento, che compare dopo circa ventiquattro ore dallo sforzo e in genere può protrarsi fino a tre-quattro giorni.

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Fare tanto stretching aiuta contro ogni dolore

C’è poi la tendinite, che è un processo infiammatorio di uno o più tendini, le robuste strutture anatomiche che connettono i muscoli alle ossa. È solitamente causata da traumi o da un uso intensivo, più raramente da infezioni o malattie autoimmuni, per esempio l’artrite reumatoide.

La tendinite si verifica più frequentemente alle spalle, ai gomiti, alle ginocchia, ai polsi e alle caviglie. Può verificarsi all’inserzione del tendine sull’osso, oppure in un punto qualsiasi del decorso del tendine. E può interessare anche la guaina che lo riveste e in questo caso si parla di tenosinovite.

Spesso la tendinite necessita soltanto di un adeguato periodo di riposo per guarire. Il sintomo principale è il dolore nella zona colpita, che può essere accompagnato da gonfiore, più o meno evidente, e aumenta con il movimento. La tendinite può essere legata all’uso eccessivo del tendine, per esempio negli sport che richiedono movimenti ampi e ripetitivi degli arti o in determinate professioni, per esempio suonatori di alcuni strumenti musicali. L’età è un altro fattore di rischio, in quanto con il passare degli anni muscoli e tendini perdono in parte la loro elasticità.

Per non affaticare eccessivamente i nostri muscoli è opportuno effettuare alcuni esercizi specifici per rinforzare alcuni importanti gruppi muscolari, che tuteleranno lo scheletro ed i tendini dagli incidenti più diffusi nelle palestre. È necessario quindi rinforzare la colonna lombo-sacrale, con esercizi di stretching, rotazioni del busto, addominali e lombari. Poi rinforzare le ginocchia, con esercizi stabilizzatori, allenando i muscoli estensori e flessori del ginocchio. Così come i glutei e le spalle stesse.

Ovviamente, esistono molti rimedi naturali per prevenire e curare le patologie di cui abbiamo appena parlato. Quali sono? Le ciliegie, oltre ad essere buone e succose, contengono gli antociani che combattono i radicali liberi prodotti dal corpo dopo l’attività funzionando come agenti antinfiammatori: questo frutto così dolce aumenta l’afflusso del sangue ai muscoli, contrastando quindi i dolori muscolari da sport.

Se non dormi bene, i livelli di cortisolo, l’ormone che può ritardare la ripresa dopo un allenamento, salgono. Per migliorare la qualità del sonno scollegati da qualsiasi dispositivo tecnologico e allontanati dalla cosiddetta luce azzurra che soffoca la melatonina. Non farti mancare le proteine attraverso altri alimenti. Quindi, non solo barrette solubili. Il corpo ha bisogno di magnesio per contrarre i muscoli. Includi nella tua dieta alimenti ricchi di questo minerale.

Lo stretching deve essere mirato: dopo un allenamento, non dedicarti solo allo stretching passivo. La nostra mobilità non è più quella che avevamo da bambini, ecco perché occorre concentrarsi su ogni articolazione del corpo, facendola lavorare, e dedicando a ciascuna il tempo necessario per il defaticamento.

La crioterapia, aiuta a riparare eventuali lacerazioni muscolari in caso di allenamenti frequenti. Forse non ci possiamo permettere di riempire ogni giorno la vasca da bagno con del ghiaccio, ma l’acqua fredda costringe i vasi sanguigni, stimolando l’eliminazione di sostanze di scarto, come ad esempio l’acido lattico, presenti nel corpo, e allevia l’intorpidimento muscolare.

Assumi quotidianamente, o almeno nei giorni in cui ti alleni, un cucchiaio di curcuma, in modo da ridurre l’intorpidimento muscolare e il senso di fatica. Basta aggiungerla ai tuoi piatti preferiti o scioglierla in un bicchiere di acqua. Assumi fluidi in modo corretto evita gli infortuni e ti aiuta ad allenarti al meglio.

La disidratazione può causare crampi, giramenti di testa, rallenta l’eliminazione dell’acido lattico e rischi di sentirti dolorante. Non dimenticare la vitamina C, o il ginseng, oppure il gingko biloba, ma anche la glucosamina, la condrotina e l’msm. Le creme o i gel a base di radici, fiori e spezie officinali antiossidanti – i più utilizzati sono l’aloe vera, l’arnica montana, l’artiglio del diavolo, la boswellia e l’imperatoria – sono ottimi per alleviare i dolori muscolari da sport.

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Olio di tea tree: ecco i 43 impieghi della malaleuca

Per uso interno solitamente si usano due gocce in un cucchiaino di miele è indicato in caso di infezioni delle vie respiratorie, che provocano faringiti e tonsilliti, febbre, bronchiti, raffreddore, mal di gola, cistite, candidosi e herpes. Per uso topico, è impiegato come antifungino contro funghi della pelle e micosi delle unghie, come antivirale su herpes, porri e verruche, infine come antibiotico su piaghe infette, ferite, ustioni e piorrea. Ma non solo. Vediamo insieme le modalità d’uso per ogni disturbo… Ma vediamo nel dettaglio gli usi che si possono fare di questo olio. Ne ho contati quarantatré.

Da sempre utilizzato per il trattamento delle infezioni batteriche della pelle e delle ferite, l’olio di tea tree, derivato dalla melaleuca alternifolia, una pianta originaria dell’Australia, ha veramente tante applicazioni: è uno degli oli più versatili e naturali che si possano trovare in commercio. La principale ragione delle sue proprietà curative è rappresentata dai terpenoidi, potenti sostanze chimiche organiche.

E’ bene chiarire una cosa: l’olio può essere applicato puro su una piccola parte del nostro corpo, ad esempio su un brufolo, ma in caso di pelle sensibile o superfici più estese, è sempre meglio diluirlo con dell’olio vettore, dopo essersi consultati con il proprio medico. Inoltre, puro non va mai ingerito. Esistono delle diluizioni che possono essere bevute, ma parliamo di due o tre gocce diluite in un po’ d’acqua.

Quindi, cominciamo con il chiarire che cos’è un olio essenziale. L’olio essenziale è una sostanza chimicamente complessa, costituita da una miscela di terpeni, fenoli, alcoli, aldeidi, chetoni, esteri ed eteri. Gli oli essenziali sono prodotti dal metabolismo di una pianta aromatica ed estratti con diverse metodiche, principalmente per distillazione in corrente di vapore come nel caso del tea tree oil. Ha proprietà diverse che dipendono dalla specie dalla quale viene ricavato.

Altro aspetto molto importante: quando un olio essenziale è usato per scopi salutistici si parla di aromaterapia. Gli oli essenziali usati per uso interno devono essere etichettati con la dicitura “di grado alimentare”, “per alimenti”, “per uso interno” o simile. Un olio essenziale non accompagnato da dicitura analoghe, è considerato solo per uso esterno. Antibiotico, in aromaterapia, uno dei più potenti, in virtù dell’azione antibatterica, antivirale e antifungina ad ampio spettro.

Per uso interno solitamente si usano due gocce in un cucchiaino di miele è indicato in caso di infezioni delle vie respiratorie, che provocano faringiti e tonsilliti, febbre, bronchiti, raffreddore, mal di gola, cistite, candidosi e herpes. Per uso topico, è impiegato come antifungino contro funghi della pelle e micosi delle unghie, come antivirale su herpes, porri e verruche, infine come antibiotico su piaghe infette, ferite, ustioni e piorrea. Ma non solo. Vediamo insieme le modalità d’uso per ogni disturbo… Ma vediamo nel dettaglio gli usi che si possono fare di questo olio. Ne ho contati quarantatré.

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Abrasioni e tagli

Di fondamentale importanza pulire bene l’area. Quindi, applicare qualche goccia di olio sulla zona interessata. Se è richiesto un bendaggio, versare alcune gocce di olio sul cotone o sul pezzo di garza.

Acne

L’olio è da applicare bene sui brufoli con un tampone di cotone. Poi va lasciato agire per un paio d’ore. Se la pelle si secca, allora vuol dire che bisogna diluirlo con olio vettore.

Afte

Per curare le fastidiose afte, bisogna applicare una o due gocce di olio sulla zona infetta con un batuffolo di cotone. Poi, lasciare asciugare.

Alito cattivo

Per migliorare l’alito, mescolare una goccia di olio con un po’ d’acqua ed effettuate gargarismi. Non ingoiare la soluzione. Altrimenti usare la soluzione di olio di tea tree al 38% massimo.

Allergie

In questi casi delicati è consigliato effettuare un bel massaggio su petto, addome e punti riflessi dei piedi con qualche goccia di olio diluito con un altro lio vettore.

Antipulci per cani

Versare qualche goccia di olio diluito sul collare a cadenza settimanale. Usare sempre olio a bassa concentrazione e ben diluito. Da non mettere mai a contatto diretto con la pelle. E soprattutto da non usare sui gatti.

Artrite

Per alleviare i dolori artritici si possono effettuare dei massaggi locali utilizzando 20 gocce di olio diluito.

Asma bronchiale

L’olio di tea tree si rivela molto utile anche per curare l’asma bronchiale. In questo caso, aggiungere qualche goccia nell’acqua bollente per effettuare dei suffumigi.

Biancheria

La cosa ideale è quella di versare due cucchiaini di olio al bucato. In questo modo si aiuta a prevenire la muffa.

Bolle della pelle

Quando sulla pelle vi nascono delle bolle, per qualunque motivo, applicate una o due gocce di olio direttamente sulla bolla.

Bruciature leggere

Dopo aver lavato la zona scottata, attendere qualche minuto prima di aggiungere una miscela di cinque gocce di olio con un cucchiaino di miele grezzo.

Calli e duroni

Massaggiare due volte al giorno la zona interessata dal callo o dal durone con cinque gocce di olio mescolate in un cucchiaio di olio vettore.

Collutorio

Aggiungere acqua purificata con qualche goccia di olio di tea tree. Ovviamente, la soluzione pura, che è l’ideale, non è da ingoiare mai, altrimenti si può optare per la soluzine diluita al 38%, ma l’effetto è più blando.

Contusioni

Nel caso di contusioni, anche molto dolorose, applicare un impacco freddo sulla zona dolorante e, in un secondo momento, trattare come indicato per l’artrite.

Deodorante

Per profumare gli ambienti, aggiungere qualche goccia di olio essenziale al diffusore o su batuffoli di cotone da conservare in alcuni sacchettini.

Dermatite

Per curare la dermatite diluire dieci gocce di olio in un cucchiaio di olio vettore e massaggiate due volte al giorno la parte interessata.

Eczemi

Contro gli antipaticissimi eczemi, aggiungere dieci gocce di olio in un cucchiaio di olio di semi o di cocco e massaggiate le zone interessate. Ripetere più volte al giorno.

Forfora

Se avete problemi di forfora, versare dieci gocce di olio nella bottiglia dello shampoo e, dopo aver agitato bene, procedere al lavaggio dei capelli.

Formiche

L’olio di tea tree è molto efficace anche contro le formiche, a cui non piace affatto l’odore. Per tenerle lontane bastano poche gocce sulla porta.

Gotta

Nel caso in cui si è colpiti dalla gotta, per alleviare i fastidi aggiungere dieci gocce di olio a due cucchiai di olio vettore e massaggiare più volte al giorno.

Herpes labiale

Tra i tanti impieghi che stiamo scoprendo, c’è anche quello contro l’herpes labiale. Chi non ne ha mai avuto uno? E chi non lo odia ancora oggi? Dosare una o due gocce di olio su un batuffolo di cotone e applicare.

Infezioni batteriche

Contro infezioni batteriche di lieve entità, risulta utile massaggiare l’olio sulla zona interessata e aggiungere alcune gocce nell’acqua della vostra vasca da bagno.

Infezioni vaginali

Nel caso di infezioni vaginali esterne, diluire qualche goccia all’acqua con cui vi lavate. In caso di irritazione smettere di usare l’olio e lavare la zona con sola acqua calda.

Malattie virali

Per evitare il contaggio di malattie virali, diffondere l’olio di tea tree in tutta la casa. In alternativa, inalare i vapori.

Infiammazioni muscolari

Nel caso di infiammazioni muscolari, è decisamente semplice la procedura antinfiammatoria: massaggiare le zone infiammate con qualche goccia di olio puro mescolato a pochissimo olio vettore.

Labbra screpolate

Quando le labbra si stanno spaccando, aggiungere una goccia di olio al balsamo per le labbra o all’olio di cocco.

Morsi di pulce

Nell’eventualità in cui si viene morsi da una pulce, piuttosto che andare nel panico, applicare una goccia di olio direttamente sul morso del parassita.

Muffa

Per un efficace contrasto alla muffa, combinare due cucchiaini di olio con due tazze di acqua per il trattamento di muffe e funghi. Spruzzare la superficie colpita e lasciare asciugare.

Orticaria

Contro l’orticaria, aggiungere dieci gocce di olio a quattro cucchiai di amamelide e poi applicare sulla zona con un batuffolo di cotone.

Peli incarniti

L’olio di tea tree contrasta anche i peli incarniti. Basta mettere due gocce di olio sul pelo e ripetere ogni due ore l’operazione o fino a quando l’infezione va via.

Pelle secca

In caso di pelle secca, applicare cinque gocce di olio di tea tree a un cucchiaio di olio di mandorle dolci e massaggiare.

Pidocchi

Dosare venti gocce di olio a due cucchiai di shampoo. Massaggiare il cuoio capelluto e i capelli e lasciare in posa per 10 minuti. Ripetere tre o quattro volte al giorno, fino alla scomparsa delle uova.

Piede d’atleta

Pulire i piedi accuratamente, quindi applicare un leggero strato di olio di tea tree sulla zona interessata più volte al giorno, fino a quando i segni dell’infezione non saranno scomparsi.

Psoriasi

Diluire dieci gocce in un cucchiaio di olio vettore e massaggiare dolcemente con i polpastrelli le zone colpite. Ripetere due o tre volte al giorno.

Punture di zanzara

Per fare passare il fastidioso prurito da morso di zanzara, al posto di grattare, si rivela efficace applicare una goccia di olio direttamente sulle punture.

Sciatica

In aiuto della sciatica, per alleviare i fastidi, versare dieci gocce in un cucchiaio di olio vettore e massaggiare la zona interessata. Ripetere più volte al giorno.

Sinusite

Per risolvere i fastidi dati dalla sinusite, si possono fare dei suffumigi con l’olio puro, oppure si può bere qualche goccia, due o tre, di olio diluito al 38%.

Sistema immunitario

Per aiutare il sistema immunitario, più che altro per stimolarlo, spruzzare un po’ di olio di tea tree in tutta la casa regolarmente e massaggiare le piante dei piedi.

Spazzolino da denti

L’olio di tea tree può essere usato anche per pulire lo spazzolino da denti. Dosare qualche goccia di olio sullo spazzolino una o due volte alla settimana per uccidere i batteri.

Spray anti-insetti

Versare quindici gocce in un quarto di tazza di acqua, mescolate in un contenitore munito di spruzzino e utilizzare sul corpo come repellente per insetti.

Tonsillite

Versare qualche goccia di olio di tea tree nell’acqua caldissima. Mettere un asciugamano sulla testa e respirare. Potete fare anche dei gargarismi senza ingoiare la soluzione. Contemporaneamente si può bere dell’acqua con due o tre gocce di olio diluito al massimo al 38%.

Tosse

Contro la tosse, come detto per la tonsillite, creare dei suffumigi con acqua bollente e dieci gocce di olio. Coprire la testa e respirare. Contemporaneamente bere dell’acqua contenente due o tre gocce di olio diluito al massimo al 38%.

Verruche

Infine, per liberarsi delle fastidiosissime verruche, applicare l’olio non diluito sulla zona colpita. Ripetere mattina e sera, fino a quando la verruca comincia ad andare via. Diluire.

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Mal di testa: ecco i segreti naturali per sconfiggerlo

Il mal di testa cronico tende a manifestarsi dopo i quaranta o i cinquanta anni, colpisce in prevalenza le donne e presenta numeri impressionanti. In Italia soffrono di emicrania quasi otto milioni di persone, oltre un milione e mezzo delle quali hanno una cefalea cronica quotidiana, spesso accompagnata da abuso di farmaci.

Quello del cosiddetto mal di testa è un argomento tanto delicato quanto invalidante risulta essere la malattia, ma qui scopriremo i segreti naturali per sconfiggerlo. Clinicamente parliamo di cefalee, che si distinguono in primarie e secondarie. Entrambe le tipologie si caratterizzano per il dolore localizzato in una o più aree del capo e rappresentano una condizione di urgenza sia se la si considera come sintomo di un’altra patologia, come può essere la cefalea secondaria, sia se la si considera come malattia stessa, cioè la cefalea.

Le cefalee primarie si suddividono a loro volta in emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo. Invece quelle secondarie spesso sono di tipo post-traumatico. Il dolore avvertito alla testa durante un attacco di cefalea può essere causato da diversi meccanismi. I principali sono la distensione, la trazione o la dilatazione dei vasi sanguigni, quindi sia delle arterie sia delle vene, intra o extra-cranici.

Ma anche la compressione, trazione o infiammazione dei nervi cranici, oppure l’infiammazione, la contrattura o la compressione dei muscoli extracranici e cervicali, oltre all’infiammazione delle meningi. Dunque, come ben vedi, anche se sintetizzato in poche righe, il mal di testa ha tanti “parenti” che possono far visita per altrettanti motivi. Ecco perché chi soffre di mal di testa, come chi soffre di artrite e artrosi viene spesso definito un curato a metà.

Il mal di testa cronico tende a manifestarsi dopo i quaranta o i cinquanta anni, colpisce in prevalenza le donne e presenta numeri impressionanti. In Italia soffrono di emicrania quasi otto milioni di persone, oltre un milione e mezzo delle quali hanno una cefalea cronica quotidiana, spesso accompagnata da abuso di farmaci.

Purtroppo il mal di testa continua a essere una patologia troppo spesso sottovalutata, mal diagnosticata e mal curata. Si preferisce l’automedicazione alla visita specialistica che potrebbe risolvere in modo appropriato il problema. Oltre ad associare i farmaci adeguati alla rispettiva patologia, il neurologo può suggerire al paziente una correzione nelle abitudini alimentari e nello stile di vita che spesso sono alla base di un disagio tanto importante.

Il mal di testa è un nemico terribile, severo ed estremamente disabilitante. Non è un caso se l’Organizzazione mondiale della sanità lo piazza al dodicesimo posto assoluto tra le malattie più disabilitanti al mondo: giorni interi persi per dolore e relativa inattività, costi sociali legati a esami e terapie. Lo si ritene a torto un semplice sintomo, ma in realtà è presente dalla nascita ed è quasi sempre ereditario.

Come vedi, spesso c’è anche il fattore genetico ad alterare i meccanismi e i processi fisiologici che attivano e coinvolgono strutture sensibili allo stimolo del dolore, localizzate in alcune zone della testa e del collo: periostio del cranio, muscoli, nervi, arterie e vene, tessuti sottocutanei, occhi, orecchie, seni paranasali e mucose.

Adesso cercheremo di capire meglio, con l’auspicio che questo possa essere di aiuto o di sollievo. Inizio con la cefalea tensiva, che è la più diffusa e colpisce più le donne che gli uomini. È dovuta alla contrazione dei muscoli del collo e delle spalle e si manifesta come una morsa che stringe la testa a casco, il famoso “cerchio”. I muscoli in tensione producono una maggiore quantità di acido lattico che provoca uno stato di intossicazione delle cellule. In questo modo il mal di testa cresce e si autoalimenta. Nel novanta per cento dei casi è dovuta a stress di natura psicosociale, psicosomatica o a disturbi come l’ansia e la depressione.

Dolore episodico alla testa o cronico

Può essere episodica, per meno di quindici giorni al mese, e di durata variabile tra la mezz’ora e la settimana o cronica, con dolore presente per un totale di almeno sei mesi l’anno. I mal di testa derivanti da tensione nervosa, cominciano di solito alla nuca o alla base del cranio, per poi diffondersi e localizzarsi in un punto qualsiasi del capo, spesso nella regione occipitale, ossia nella parte media ed inferiore del capo, se è bilaterale.

Possono soffrirne coloro che rimangono a lungo chini sui libri o davanti al computer tenendo i muscoli cervicali contratti. Questa contrazione provoca una costrizione dei vasi sanguigni e della loro rete nervosa. La circolazione impoverita aumenta il dolore dello spasmo muscolare.

C’è poi la cefalea a grappolo. Le crisi si susseguono l’una all’altra ad intervalli di tempo piuttosto brevi e si raggruppano in determinati periodi del giorno e dell’anno. Gli attacchi durano da mezzora ad un’ora. Può essere episodica, da sette giorni ad alcuni mesi con intervalli superiori a due settimane, o cronica, ogni giorno per più di un anno consecutivamente. Il dolore è intenso e violento e di solito è monolaterale, localizzato attorno all’occhio e allo zigomo. Colpisce prevalentemente gli uomini, soprattutto tra i venti e i trenta anni. L’aspetto più negativo è che la ricerca scientifica, in questo caso, non è capace di individuare delle cause scatenanti con precisione.

Infine, c’è l’emicrania. Come indica il nome stesso, l’emicrania è quella forma di mal di testa caratterizzata da un dolore intenso e ricorrente che coinvolge, generalmente, un solo lato della testa. L’emicrania classica rientra nel gruppo delle cefalee primarie. In particolare, si distinguono due tipi di emicrania: con aura e senza aura. In entrambi i casi il mal di testa può durare da poche ore a tre giorni.

Nell’emicrania con aura i sintomi si presentano di solito nella fase precedente l’insorgenza del dolore tipico dell’attacco emicranico e sono rappresentati nella quasi totalità dei casi da sintomi visivi, come zigzag luminosi, annebbiamento del campo visivo dal lato colpito dal dolore, talora associati a difficoltà nel parlare e più raramente a disturbi di motilità.

L’aura interessa alternativamente solo una metà del corpo e presenta una durata variabile tra cinque e sessanta minuti. Gli attacchi di emicrania senza aura hanno una durata variabile tra le quattro e le settantadue ore, sono quasi sempre monolaterali, con dolore di tipo pulsante, di severa o moderata intensità, talora aggravato dallo sforzo fisico. Il dolore spesso è associato a nausea, fastidio per la luce e per i rumori.

Caratteristica degli attacchi emicranici è quella di essere ricorrenti e di presentarsi con una frequenza molto variabile: da pochi episodi in un anno a due o tre attacchi alla settimana. Il dolore pulsante è accompagnato da nausea, vomito, foto o fonofobia. Si ha necessità di riposare lontani da luci e rumori. L’emicrania cronica parossistica è l’unica forma di cefalea primaria a localizzazione sempre e costantemente unilaterale.

Colpisce il sesso femminile con una frequenza di attacchi che possono arrivare sino a quindici al giorno e dolori violenti simili a quelli della cefalea a grappolo. Le cause dell’emicrania non sono ancora del tutto chiare. Durante un attacco emicranico si verifica una costrizione dei vasi arteriosi con conseguente riduzione nell’apporto di sangue in particolari aree cerebrali. Questa fase corrisponde all’aura emicranica ed è seguita da una fase di dilatazione dei vasi sanguigni, che può causare la sensazione di male alla testa.

Cosa provoca quel maledetto attacco di mal di testa

Cambiamenti nell’attività del cervello provocherebbero un’infiammazione intorno ai vasi sanguigni con irritazione di alcuni terminali nervosi. A provocare il dolore durante un attacco, sembra essere una momentanea variazione nella circolazione sanguigna extra-cerebrale.

In particolare questo avviene al di sotto della leptomeninge, ossia della meninge più interna, quella che riveste il cervello) dove i vasi sanguigni prima si restringono e poi si dilatano. La conoscenza dei fattori scatenanti è di fondamentale importanza perché sia la cura sia la prevenzione dell’emicrania risultino efficaci. Mettere in relazione un determinato evento con il verificarsi di una crisi emicranica permette di evitare o correggere eventuali comportamenti sconvenienti.

Ma non solo. La ricerca scientifica, ormai sempre più proiettata verso i farmaci biologici, quindi sotto forma di proteine o di batteri, ha ha fatto una scoperta importante. Fidati, molto importante. Basta una sola seduta con una serie di iniezioni nei muscoli pericranici del collo e delle spalle, perennemente contratti, per far scomparire dolore e tensione per almeno sei mesi. Mal di testa, arrivederci.

Forse. Perché magari nel frattempo si scopre l’origine e si risolve il problema. Il merito di questo “congelamento” del fastidio deve essere attribuito al botulino, in grado di allontanare per almeno sei mesi emicrania e cefalea cronica, quella capace di farsi sentire oltre quindici volte al mese e di rendere infernale la vita di chi ne soffre.

Infatti, la terapia botulinica risolve in una sola seduta la persistente contrattura a spalle, collo e muscoli pericranici, in particolare quelli compresi tra zigomo e mandibola e quelli frontali, che accompagna il paziente affetto da cefalea. Una serie di piccole iniezioni a dosaggio opportuno distendono e rilassano i muscoli liberandolo dal persistente dolore e fastidio.

“La tossina botulinica di tipo A inibisce lo stimolo nervoso che causa la contrattura e genera il mal di testa cronico. Dopo il trattamento, il paziente sarà libero dalla tensione muscolare per sei-otto mesi, dopodiché potrà ripeterlo ottenendo un beneficio ancora più prolungato nel tempo”, sostiene il professor Lorenzo Pinessi. Chi non può permettersi questa tecnica, per qualunque motivo, può affidarsi ad altri prodotti palliativi.

Specialista in neurologia e psichiatria della Clinica Fornaca, primario emerito di neurologia della Città della salute e della scienza di Torino, oltre che Presidente onorario della Società italiana per lo studio delle cefalee, Pinessi spiega che “la terapia botulinica può risultare utile anche in fase di prevenzione: se le crisi di emicrania si intensificano e diventano così severe da essere accompagnate da tensione e dolore a spalle, collo e muscoli pericranici, il botulino può essere usato come profilassi per allontanare la minaccia”. Il trattamento con la tossina botulinica può peraltro aiutare anche nella disintossicazione da abuso di farmaci per il mal di testa, una situazione clinica sempre più frequente. Non ci credi ma lo speri?

“Si chiama medication overuse headache – aggiunge il professor Pinessi –. Il paziente abusa di farmaci che possono essere antinfiammatori, antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici o analgesici, talvolta mescolati tra loro e spesso in dosi eccessive. Il risultato è che a lungo andare questi farmaci non servono più a nulla e, addirittura, inducono attraverso particolari vie biochimiche il mal di testa cronico”.

La disintossicazione dall’abuso di farmaci avviene attraverso una serie di terapie che prevedono anche la somministrazione di farmaci disintossicanti e un periodo di ricovero che può essere di una o due settimane. Ma ricorda, se hai questo problema, prima di tutto devi sottrarti dalla tua routine quotidiana.

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I 9 antibiotici naturali più efficaci: ecco la guida all’uso

E’ fondamentale riportare in equilibrio il nostro corpo e il nostro sistema immunitario. Come faccio spesso in questi casi, seleziono per te i migliori prodotti sul mercato. Ma ricorda: i miei sono solo consigli. Ecco i 10 antibiotici naturali più efficaci.

Quali sono gli antibiotici naturali più efficaci per stimolare alla reazione il sistema immunitario? Se ne parla in inverno per necessità ma in realtà quello dell’antibiotico naturale dovrebbe essere un argomento da inserire nell’educazione alimentare perché, a differenza di quello usato dalla medicina allopatica, che spazza via quasi tutto (purtroppo), la natura ci mette a disposizione “medicinali” che fanno effetto a condizione che li si assuma con regolarità.

Per dirla con le parole di Ippocrate, che purtroppo la cultura del trash ha messo un po’ da parte, con le conseguenze disastrose che sono sotto gli occhi di tutti: “Fa che il cibo sia la tua medicina e che la medicina sia il tuo cibo”. Per stare bene bisogna prendersi cura di sé stessi.

Essere attenti a quello che mangiamo. Noi siamo quello che mangiamo. Ho pensato una mini-guida ai dieci antibiotici naturali più efficaci, parlo ovviamente solo di prodotti che sperimento con successo su me stesso, traendone oggettivo benessere fisico. E’ importante ricordare che l’antibiotico tradizionale non è da evitare a tutti i costi, ma da ridurre al minimo. L’esposizione ad antibiotici chimici fa tabula rasa anche dei batteri buoni.

A ciò, bisogna aggiungere che nell’ultimo secolo si è verificata una massiccia somministrazione di farmaci agli animali da allevamento, che poi finiscono nella nostra pancia. Ecco spiegato come mai si sono venuti a creare virus sempre più resistenti e corpi sempre più deboli.

E’ fondamentale riportare in equilibrio il nostro corpo e il nostro sistema immunitario. Come faccio spesso in questi casi, seleziono per te i migliori prodotti sul mercato. Ma ricorda: i miei sono solo consigli. Ecco i 10 antibiotici naturali più efficaci.

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Miele biologico grezzo

Nella cultura egizia il miele era una medicina e lo è ancora oggi in quella cinese. Ovviamente, sarebbe ideale il miele biologico e grezzo. E’ un sedativo per la tosse, è un antibiotico, è un antinfiammatorio, è un antiossidante e cura l’acne. Ma non solo. Il principale vantaggio del miele è rappresentato dal fatto che già in natura il miele si presenta predigerito e dunque non richiede da parte dell’organismo umano che lo assume nessuno sforzo per la sua assimilazione.

Ci troviamo di fronte ad un prodotto che si presenta ricco di monosaccaridi in misura del’80% del suo contenuto e con un carico di saccarosio pari al 10% ed acqua in egual misura. Nella costituzione del miele ritroviamo anche tracce di proteine quali albumina, globulina, amminoacidi, importanti sali minerali quali, calcio, potassio, sodio, zinco cui si aggiungono vitamine quali quelli del Gruppo B, C, E e K, quest’ultima nota come sostanza antiemorragica.

Sempre nel miele v’è presenza anche di acidi organici e inorganici ed altri componenti naturali. I ricercatori dell’Università Salve Regina a Newport, Rode Island, hanno ribadito che il miele grezzo è uno dei migliori antibiotici naturali che si possa avere. La proprietà unica del miele risiede nella sua capacità di combattere le infezioni su più livelli, rendendo più difficile ai batteri di sviluppare resistenza. Il miele utilizza una combinazione di armi tra cui polifenoli, perossido di idrogeno e un effetto osmotico.

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Estratto di curcuma

La curcuma è usata nella medicina ayurvedica e cinese da migliaia di anni per trattare una vasta gamma di infezioni. Le qualità antibatteriche e antinfiammatorie sono note per essere altamente efficaci nel trattamento di infezioni batteriche. Può anche essere utilizzato topicamente per le lesioni della pelle. Una delle proprietà più sorprendenti della curcuma è l’effetto antitumorale. Questa pianta contrasta l’insorgere della leucemia e di ben otto tipi di tumore che colpiscono colon, prostata, bocca, polmoni, fegato, pelle, reni e mammelle.

La validità di questa teoria che viene tramandata da secoli dalla tradizione popolare è confermata da nuove teorie mediche e da un dato reale: in India e più in generale in Asia (il continente dove si consuma più curcuma in assoluto), l’incidenza dei tumori è molto più bassa rispetto al resto del mondo. La curcuma ha notevoli proprietà cicatrizzanti, l’applicazione dei rizomi di curcuma su ferite, scottature, punture d’insetto e dermatiti dona sollievo immediato e velocizza il processo di guarigione.

Per quanto riguarda le più importanti proprietà farmacologiche, vanno sicuramente menzionate quelle coleretiche-colagoghe, che favoriscono la produzione della bile e il suo naturale deflusso nell’intestino. Il consumo di curcuma migliora il funzionamento di stomaco e intestino e per di più aiuta a combattere il colesterolo, poiché facilita lo smaltimento dei grassi in eccesso. Questa erba è inoltre un vero toccasana per tutte quelle persone che hanno problemi di dispepsia (digestione), ma anche di meteorismo e flatulenza.

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Spicchio di aglio

Questo condimento gustoso è utilizzato per scopi medicinali in tutto il mondo da migliaia di anni. Basti pensare a quando lo si strofina per pochi secondi su una puntura di zanzara o su un morso di ragno. Si ha un immediato effetto benefico. Nel 1700 veniva usato per scongiurare la peste. Possiede un potente antibiotico, antivirale e antimicotico. L’aglio ha molte qualità, tra cui senza dubbio spicca quella di antibatterico naturale.

L’azione antibatterica di questa pianta può rivelarsi utile nel trattamento delle ulcere come anche di raffreddore e tosse. I suoi utilizzi “interni” non si esauriscono però qui, considerata la sua azione di controllo della pressione arteriosa, il suo effetto anticoagulante e vasodilatatore, oltre alla sua nota capacità di intervenire in caso di diarrea. Questo in quanto agisce non soltanto da antibatterico naturale, senza intaccare la flora intestinale, ma agisce anche nel favorire il ripristino del normale equilibrio di quest’ultima.

Favorisce l’aggregazione delle molecole di alcuni metalli pesanti come mercurio e cadmio favorendone così l’espulsione da parte dell’organismo. Molti anche i suoi possibili utilizzi cutanei o relativi al cavo orale, come ad esempio nel caso di afte, herpes, acne e mal d’orecchio. Un’altra possibile applicazione di questa pianta riguarda ad esempio i casi di mal di denti. Se poi si è un po’ più esperti e si sa preparare l’antica ricetta tibetana…

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Radice di echinacea

Questo composto è stato usato per trattare l’invecchiamento e un’ampia varietà di infezioni da secoli. Era tradizionalmente usato per trattare ferite aperte, così come la setticemia, difterite e altre malattie correlate a batteri. Oggi è usato principalmente per il trattamento di raffreddore e influenza.

Le principali indicazioni cliniche e proprietà della pianta di echinacea sparigica riguardano, per via interna, il suo impiego nella profilassi e nel trattamento delle malattie da raffreddamento e per via esterna, l’utilizzo come topico nelle affezioni cutanee e di tipo infiammatorio e nelle ferite torpide in cui è necessario attivare la rigenerazione tissutale e ridurre i rischi di infezione.

I costituenti principali sono: derivati dell’acido caffeico (0,3-1,7% echinacoside, cinarina, acido cicorico praticamente assente e acido clorogenico), 0,1 % di olio essenziale, polisaccaridi, alcammidi (echinaceina, isobutilamidi ac. polieninici e polienici), flavonoidi (luteolina, kaemferolo, quercetina, apigenina), poliine e tracce di alcaloidi pirrolozidinici.

La composizione della radice d’echinacea è molto complessa. Sono state identificate numerose sostanze attive come l’echinacoside, glucoside dotato di un marcato effetto antibiotico contro vari batteri, degli oli essenziali formati da più di 20 componenti, ad azione immunostimolante. Sono presenti inoltre dei poliacetileni i quali esplicano un importante effetto battericida e fungicida.

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Estratto di foglia di ulivo

Una serie di studi hanno rivelato ciò che era già chiaro nelle antiche culture, che infusi di foglie di ulivo possono avere proprietà salutari straordinarie. Il potere delle foglie nasce dalle proprietà fitochimiche possedute dalla pianta, utili a proteggerla dalle malattie e dai parassiti.

Uno di questi importanti fitochimici presenti nelle foglie di olivo si chiama oleuropeina ed è il principio attivo maggiormente responsabile degli effetti benefici sulla salute dell’uomo. Questa sostanza è stata utilizzata per un certo numero di secoli per combattere le infezioni batteriche e attualmente utilizzata anche per combattere le infezioni Mrsa in alcuni ospedali europei.

Fornisce supporto al sistema immunitario, mentre lotta contro le infezioni resistenti agli antibiotici. E’ anticancro, previene l’osteoporosi, è antivirale, antibatterica, antiossidante, antinfiammatoria, combatte l’ipertensione arteriosa e rafforza il sistema immunitario. Preparare l’infuso è facile. Utilizzate 150 foglie fresche di ulivo per ogni litro di acqua (se si utilizzano le foglie secche, riducete la quantità di un terzo).

Pulire bene le foglie accuratamente lasciandole in acqua e bicarbonato per alcuni minuti, poi lavarle abbondantemente. Mettere le foglie in acqua e portare ad ebollizione, dopo abbassare la fiamma e fare sobbollire ancora per 15 minuti. Trasferire l’estratto (solo l’infuso) in bottiglie di vetro e conservate in frigorifero. Un cucchiaino tre volte al giorno, durante i pasti.

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Olio essenziale di origano

Questo è un olio essenziale noto per la sua capacità di uccidere i batteri, nonché controllare le infezioni da stafilococco come Mrsa. Contiene antiossidante, antisettico, antivirale, antimicotico, antinfiammatorio, antiparassitario e proprietà antidolorifiche.

Nel 2001, Science Daily ha riferito su uno studio Georgetown University che ha trovato che le proprietà germicida dell’olio di origano erano quasi efficace come la maggior parte degli antibiotici. L’olio essenziale di origano è un rimedio naturale davvero prezioso per prendersi cura della propria salute. Ha numerose proprietà benefiche che lo vedono impiegato soprattutto per la cura dei disturbi respiratori, a partire dal comune raffreddore.

Una delle sostanze benefiche contenute nell’olio essenziale di origano è il carvacrolo, che sarebbe utile per contrastare la diffusione di diversi virus e batteri. In caso di particolari problemi di salute o di assunzione di farmaci, o per qualsiasi dubbio sull’utilizzo dell’olio essenziale di origano, chiedete maggiori informazioni al vostro erborista di fiducia.

Ecco alcuni dei possibili usi dell’olio essenziale di origano: per disturbi dolorosi che possono comprendere l’artrite, la sindrome del tunnel carpale, l’indolenzimento muscolare e i reumatismi, diluite due o tre gocce di olio essenziale di origano in una piccola quantità di olio vegetale di base e massaggiate di tanto in tanto l’area interessata dal problema.

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Estratto di goldenseal

L’uso di goldenseal (hydrastis canadensis), un’erba che appartiene alla famiglia delle Ranunculaceae, in medicina naturale ha una lunga storia. Una storia che rintraccia le proprie radici nei nativi americani, quelli che c’erano ben prima della scoperta dell’America fatta da Cristoforo Colombo il 12 ottobre 1492.

E’ molto utile per i disturbi del fegato, per problemi agli occhi, disturbi della pelle, disturbi digestivi e diarrea, per curare la rinite allergica… I coloni europei impararono la ricetta farmacologica usata dagli Irochesi e da altre tribù native del centro America e sperimentarono anche altri utilizzi del rizoma giallo (altro nome dell’antica pianta).

Goldenseal è una delle erbe più popolari vendute sul mercato americano e ha recentemente guadagnato una reputazione di erba potenziatrice del sistema immunitario e come antibiotico. Gli indiani d’America impiegavano goldenseal come farmaco per le condizioni infiammatorie dell’apparato respiratorio, digerente e per l’infiammazione del tratto genito-urinario indotta da allergia o infezione.

Alcuni studi hanno suggerito che la berberina, uno degli ingredienti attivi in goldenseal, ha proprietà antisettiche, può aumentare la sensibilità all’insulina nella malattia insulino-resistente, inibendo l’Alzheimer, e riducendo i livelli di colesterolo e trigliceridi. Secondo il Centro Nazionale per la medicina complementare e alternativa (Nccam) le preparazioni a base di erbe idraste contengono solo una piccola quantità di berberina.

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Tea tree oil

E’ noto anche come olio essenziale di melaleuca. E’ un olio molto potente ed essenziale che ha dimostrato di essere efficace nell’uccisione Mrsa antibiotico-resistente sulla pelle. Una nota importante: olio dell’albero del tè terapeutico deve essere utilizzato solo per lo scopo curativo.

L’albero cresce spontaneamente in Australia, in particolare nella zona del Nuovo Galles del Sud, a ridosso di ruscelli e paludi. L’olio essenziale lo si estrae dalla lavorazione delle foglie della pianta. È un prodotto utile sia per la cosmesi, che per la salute della casa, ma anche come antisettico e antibatterico. Il suo utilizzo esterno può debellare molti virus, batteri e funghi favorendo il nostro benessere.

Possiede un potere balsamico, cicatrizzante, espettorante, fungicida e immunostimolante. Rientra tra quegli oli che possiedono un valore riequilibrante in aromaterapia, sia dal punto di vista fisico che psichico. Lo si può reperire in erboristeria o nei negozi dedicati ai prodotti naturali per il nostro benessere, ma è indispensabile che sia puro e proveniente da coltivazione biologica.

In questo modo si avrà la certezza di un prodotto salutare, privo di pesticidi e sostanze chimiche. Alcuni impieghi del Tea Tree Oil vedono la sua diffusione nell’aria, ad esempio in caso di riniti, bronchiti, raffreddore, febbre e tosse. Tra le dieci e le venti gocce in una ciotola di acqua calda possono liberare e disinfettare le vie respiratorie.

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Argilla pascalite

Pascalite è un tipo di argilla bentonite che si trova nelle montagne del Wyoming. Possiede poteri di guarigione notevoli sia all’esterno del nostro corpo (maschere facciali, sanare ferite, ustioni…) sia all’interno (fegato, stomaco, reni, intestino…). Quando viene utilizzata per via topica si osserva una forte capacità di sanare le ferite infette in breve tempo, ore o giorni.

Il primo uso documentato di Pascalite risale ai primi anni Trenta del Novecento, quando un cacciatore di nome Emile Pascal, dopo aver sistemato le sue trappole per animali nei pressi di un lago di montagna, tenne quell’argilla sugli arti feriti. Pascal notò un miglioramento quasi immediato dello stato della pelle e delle articolazioni.

Così continuò a sperimentare la sostanza e scoprì un numero vasto di usi: ustioni, piccole ferite, infezioni, disintossicazione da metalli pesanti, droghe… Si usa su animali e persone. La bentonite, montmorillonite e la pascalite sono dei tipi di argilla che attirano le tossine presenti nel corpo.

Una volta ingerite aiutano ad alleviare il dolore e l’infezione. Attirando le tossine a sé, le porta fuori dal corpo quando sarà smaltita. Questo avviene per mezzo di una carica ionica negativa della creta, mentre le sostanze nocive come i metalli pesanti e radicali liberi hanno una carica ionica positiva e sono quindi attratti dall’argilla. Una volta che le tossine si sono attaccate ad essa, vengono assorbite ed eliminate dal corpo.

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Acido linoleico coniugato: davvero nutriente e portentoso?

Alcune ricerche hanno analizzato gli effetti degli acidi linoleici coniugati rispetto a diverse patologie, tra cui il cancro, le malattie cardiache, il diabete ed è stata studiata la loro capacità di controllo del peso corporeo. I risultati in tutti questi ambiti, tuttavia, sono molto lontani dall’essere conclusivi. Le prime ricerche eseguite su cavie animali dimostrarono che gli acidi linoleici coniugati potevano inibire la formazione e lo sviluppo del cancro.

Che l’acido linoleico coniugato (cla) possa proteggere da alcuni tipi di cancro e dalle malattie cardiache è allettante, ma i risultati delle ricerche svolte fino ad oggi, seppure incoraggianti, sono ancora lontani dall’essere definitivi. La domanda che mi pongo è l’acido linoleico coniugato è certamente nutriente e portentoso? Ancora non si sa. Si tratta di componenti naturali degli alimenti di origine animale e derivano dall’acido linoleico.

Sono contenuti nel grasso del latte, nei prodotti lattiero caseari e nelle carni degli animali ruminanti. Si sta recentemente assistendo ad un crescente interesse sul contenuto degli acidi linoleici coniugati nell’alimentazione, come conseguenza del fatto che, studi effettuati soprattutto sugli animali, ne hanno messo in evidenza i possibili benefici per la salute.

Dal momento che oggigiorno tra i consigli da seguire per una corretta alimentazione vi è quello di ridurre i grassi animali, ci si chiede cosa potrebbe comportare la possibile diminuzione degli acidi linoleici coniugati nella propria dieta e quali possano essere le conseguenze perla salute.

Alcune ricerche hanno analizzato gli effetti degli acidi linoleici coniugati rispetto a diverse patologie, tra cui il cancro, le malattie cardiache, il diabete ed è stata studiata la loro capacità di controllo del peso corporeo. I risultati in tutti questi ambiti, tuttavia, sono molto lontani dall’essere conclusivi. Le prime ricerche eseguite su cavie animali dimostrarono che gli acidi linoleici coniugati potevano inibire la formazione e lo sviluppo del cancro.

Alcune evidenze dimostrano che questi acidi possono contribuire a proteggerci da alcuni tipi di cancro. La maggior parte dei risultati riguardanti gli effetti degli acidi linoleici coniugati sul cancro della mammella, della pelle, del fegato e del colon, proviene da studi effettuati su tessuti animali e umani.

Benché il numero di studi clinici eseguiti sia limitato, ricerche recenti hanno riscontrato che un basso rischio di cancro alla mammella è associato all’assunzione di grandi quantità di acidi linoleici coniugati, ad un elevato consumo di formaggio e ad alti livelli di acidi linoleici coniugati nel sangue. Queste associazioni, tuttavia, non spiegano i rapporti di causa-effetto e pertanto sono necessari ulteriori studi sull’uomo per verificare la validità di questi promettenti risultati.

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Acido linoleico coniugato e il rapporto con il diabete

Uno dei maggiori fattori di rischio per l’insorgenza di cardiopatia coronarica è il livello anomalo di grassi nel sangue e specialmente quello del colesterolo Ldl (lipoproteine a bassa densità) detto anche “colesterolo cattivo”. La ricerca sui potenziali effetti benefici degli acidi linoleici coniugati è stata alimentata dai risultati ottenuti con cavie animali, ma il numero limitato di studi effettuati sull’uomo non ha ancora fornito dimostrazioniconcrete degli effetti benefici sui grassi del sangue e sull’aterosclerosi (indurimento delle arterie).

In Europa, l’incidenza del diabete di tipo II (il diabete normalmente associato al sovrappeso) sta aumentando drammaticamente. Esistono alcune prove del fatto che gli acidi linoleici coniugati hanno la capacità di normalizzare il metabolismo del glucosio. Anche se è ancora lontana dal fornire risultati conclusivi, la ricerca in questo ambito è auspicabile.

È stato dimostrato che gli acidi linoleici coniugati possono alterare la composizione dell’organismo nei topi ancora in fase di crescita, causando un maggiore dispendio di energie, un incremento della massa muscolare e una riduzione del grasso corporeo. Effetti di questo genere non sono stati riscontrati negli studi sull’uomo e, pertanto, è necessario proseguire la ricerca in questo senso.

Il termine acido linoleico coniugato o CLA (dall’inglese conjugated linoleic acid) si riferisce a un gruppo di isomeri posizionali e geometrici dell’acido linoleico (18:2Δ9c,15c), caratterizzati dalla presenza di due doppi legami coniugati, cioè legami contigui non separati da gruppi metilenici (-CH2-) come nell’acido linoleico.

Gli isomeri posizionali identificati finora sono quelli con i doppi legami nelle posizioni 7/9, 8/10, 9/11, 10/12, 11/13 e 12/14. Per ogni isomero posizionale sono possibili 4 paia di isomeri geometrici (cis, cis; trans, cis; cis, trans; trans, trans). Quindi, il termine CLA include un totale di 24 isomeri posizionali e geometrici dell’acido linoleico.

Questi acidi grassi furono individuati per la prima volta da Pariza (1979). In uno studio sulle componenti cancerogene della carne bovina sottoposta a cottura alla griglia, egli notò che, a differenza di altri acidi grassi trans nocivi per la salute umana, questi acidi grassi dienoici trans, derivati dall’acido linoleico, mostravano proprietà anti-cancerogene. Successivamente fu identificato l’isomero cis9,trans11 come il principale isomero nel grasso dei ruminanti, rappresentando dal 75 al 90 per cento del totale dei cla (Pariza and Hargraves, 1985).

Per questo isomero venne proposto il nome di acido rumenico (18:2Δ9c,11t) data la sua presenza rilevante nei ruminanti. Nel 2004, uno dei ricercatori notava che la letteratura scientifica sull’acido linoleico coniugato stava crescendo in modo fenomenale. Dove trovare gli acidi linoleici coniugati? Gli acidi linoleici coniugati si trovano negli alimenti grassi derivanti da animali ruminanti, come il latte intero, i prodotti lattiero-caseari e le carni grasse.

Il contenuto di acidi linoleici coniugati di questi alimenti può essere incrementato, aumentando il quantitativo di oli vegetali con elevati valori di acidi linoleici (come gli oli di semi di girasole e di soia) nel mangime delle mucche. È stato dimostrato, per esempio, che ciò aumenta i livelli degli acidi linoleici coniugati nel latte. Inoltre, tenere le mucche a pascolo accresce il contenuto di acidi linoleici coniugati nel latte, specialmente quando l’erba è ad uno stadio iniziale di crescita.

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Maledetto mal di schiena: vero incubo per milioni di persone

Spesso il mal di schiena è un campanello d’allarme che può segnalare una malattia anche seria: soprattutto quando il dolore sopraggiunge senza motivo e si accompagna a perdita di peso e malessere generale. Fortunatamente la maggior parte delle persone che ne sono colpite guarisce entro due-quattro settimane. Soltanto in una piccola percentuale di casi i sintomi diventano cronici. In alcuni casi, poi, si presenta all’improvviso e con intensità tanto forte da costringere all’immobilità: è il colpo della strega, una violenta contrazione muscolare che blocca la zona lombare della schiena causando fitte dolorosissime.

Maledetto mal di schiena, vero incubo per milioni. Quando nasce il dolore? Come prevenirlo? Come individuare i campanelli di allarme? Quali sono i migliori esercizi per rinforzare la schiena? In questo post vedrò di rispondere a queste e ad altre domande che l’ottanta per cento degli italiani, cioè tutti colore che ne ha sofferto almeno una volta nella vita, si sono posti. Ti stai chiedendo se è possibile che l’ottanta di circa sessantaquattro milioni di persone soffrono di mal di schiena almeno una volta nella vita.

Sì, proprio così. Il mal di schiena è uno dei disturbi più diffusi. Pensa che è la seconda causa di assenza per il lavoro. Malattia spesso trascurata, ma in continuo aumento, perché il fumo, lo stress, la vita sedentaria e le posizioni scorrette in ufficio si ripercuotono immancabilmente sulla salute della colonna vertebrale incidendo profondamente sulla qualità della vita di chi ne è colpito. La maggior parte delle persone impara a conviverci, non ritenendolo il sintomo di una malattia, ma la conseguenza di uno stile di vita o dell’inevitabile processo di invecchiamento.

Spesso il mal di schiena è un campanello d’allarme che può segnalare una malattia anche seria: soprattutto quando il dolore sopraggiunge senza motivo e si accompagna a perdita di peso e malessere generale. Fortunatamente la maggior parte delle persone che ne sono colpite guarisce entro due-quattro settimane. Soltanto in una piccola percentuale di casi i sintomi diventano cronici. In alcuni casi, poi, si presenta all’improvviso e con intensità tanto forte da costringere all’immobilità: è il colpo della strega, una violenta contrazione muscolare che blocca la zona lombare della schiena causando fitte dolorosissime.

Si scatena dopo uno sforzo o un movimento improvviso. All’origine c’è uno stato cronico di affaticamento dei legamenti o di un nervo, dovuto a diversi fattori, per esempio un’ernia del disco o un trauma precedente. Pesanti sforzi fisici e una postura scorretta. Ma anche alimentazione ricca di eccessi e povera di fibre, intolleranze e problemi intestinali Ne esistono varie forme e a seconda dei casi sono disponibili terapie diverse. Esistono tante terapie naturali davvero molto efficaci e certamente meno intossicanti di quelle sintetiche che sopprimono il dolore ma non rislvono il problema.

La colonna vertebrale non è “in forma”, ecco perché abbiamo il mal di schiena. Quasi sempre dipende da una difficoltà di funzionamento di un muscolo, di un legamento, o del disco. Anche una piccola lesione può causare forte dolore alla schiena. La colonna vertebrale, però, è una delle strutture più forti del corpo umano, che deve assolvere a numerosi ed importanti compiti: dalla stabilità (sostiene il tronco, gli arti superiori e il capo), alla mobilità (consente tutti gli spostamenti del tronco e della testa) al contenimento (protegge il midollo spinale).

Il mal di schiena acuto e la correlazione con il cervello

Una struttura molto complessa controllata dal cervello, che gestisce il corretto equilibrio delle forze che si scaricano sulla schiena. La perdita di questo equilibrio causa la comparsa del dolore, che segnala che la schiena è “fuori forma”. Da quando l’uomo ha perso la posizione a quattro zampe, la parte bassa della colonna ha dovuto subire una serie di adattamenti: questo probabilmente ha comportato la comparsa del mal di schiena. Il fatto di avere poi oggi obbligato la parte bassa della schiena ad adattarsi alla posizione seduta ha ulteriormente aumentato i problemi. Per questo tutti soffrono, prima o poi, di mal di schiena: è “colpa” del nostro stile di vita (in quanto uomini), nonché dello stile di vita di ciascuno di noi singolarmente.

Le cause del mal di schiena sono numerose. Quelle “gravi”, viva Dio, sono rarissime e rappresentano meno di uno caso su trecento, ed è sufficiente una visita medica per individuarle. È importante sapere che tutti, prima o poi, soffrono di mal di schiena. Nove pazienti su dieci, però, recuperano entro un mese dall’insorgenza del dolore, indipendentemente dall’avere o meno effettuato un trattamento: quindi non sempre è necessario correre dallo specialista alle prime avvisaglie del mal di schiena.

Anche se il dolore alla schiena è legato a cause quasi sempre banali, però, la ricaduta è frequente. È proprio questo che rende fondamentale la prevenzione. La ricaduta in ogni caso non è segno di qualcosa di grave, ma solo del ripresentarsi di un problema cui siamo predisposti. Il trattamento con farmaci, le terapie fisiche o manuali non sempre sono risolutivi, pur rappresentando spesso un valido aiuto, soprattutto in caso di dolore acuto.

Ma quanti tipi di di mal di schiena ci sono? Per mal di schiena si intende un dolore più o meno intenso e continuo, localizzato nella regione lombare, lombalgia, o anche in corrispondenza dell’osso sacro, lombosacralgia. Se è coinvolto il nervo sciatico, un nervo molto lungo che origina in corrispondenza delle prime vertebrali lombari e termina nel piede, il dolore interesserà anche i glutei e gli arti inferiori, lombosciatalgia. In questa sede si parlerà della lombalgia, della cervicalgia, del colpo della strega e dell’ernia del disco.

La lombalgia è il mal di schiena più frequente insieme alla cervicalgia e può presentarsi sia nella forma acuta che in quella cronica. Nella forma acuta il dolore si presenta durante un movimento di estensione del tronco, per esempio mentre si solleva un peso da terra (vedi più avanti il colpo della strega). Nella forma cronica, invece, il dolore si presenta a livello della zona lombare della colonna e si prolunga senza interruzione da almeno sei mesi: colpisce il cinque per cento di chi è affetto da lombalgia, ossia il quattro per cento dell’intera popolazione, due milioni di persone circa in Italia.

In quali casi si parla di dolori cronici

A differenza della forma acuta, nella forma cronica il dolore è di vecchia data. Di solito la persona che ne soffre è in grado di indicare le posizioni del corpo che intensificano o diminuiscono il dolore. Una caratteristica tipica di chi è affetto da lombalgia cronica è quella di “essere storti”, ossia guardandosi allo specchio il paziente può riferire di “pendere” da un lato: il motivo è dato da una reazione naturale di difesa della muscolatura della schiena che tende a proteggere la parte dolente contraendosi intorno, nel tentativo di tenere fermo il tratto della colonna colpito impedendogli così ulteriori sollecitazioni.

Ma andiamo avanti. In possono affermare di non avere mai sofferto di cervicalgia, o “cervicale”? Questo dolore può presentarsi in modo acuto oppure lento e acuirsi con il tempo, forma cronica. Nel primo caso la persona lamenta un dolore improvviso e violento in una ristretta zona della nuca, torcicollo, che impedisce in genere la rotazione del corpo o verso destra o verso sinistra accompagnato a volte da forte nausea oppure, più raro, da vertigine, ronzio auricolare, agitazione e lieve confusione mentale.

Quando è ad insorgenza lenta, invece, il dolore riferito è sordo e localizzato in un tratto cervicale della colonna e provoca dolore, per esempio, guardare in alto o indietro, come nelle manovre di retromarcia in auto. Talvolta ogni movimento del collo fa male ed il dolore può scomparire e ricomparire a brevi intervalli senza un riferimento preciso, oppure essere silente per molto tempo per poi riacutizzarsi improvvisamente. Una variazione del dolore cervicale è la nevralgia cervico-brachiale, che presenta un interessamento delle radici nervose e provoca dolore alla nuca e al braccio, fino ad arrivare anche alla mano.

Il dolore può essere: a destra, a sinistra o bilaterale, intenso o lieve, persistente o presente solo durante alcuni movimenti, aggravato nella posizione supina e attenuato in altre. Per esempio, mettendo le mani dietro la nuca. Anche se le cause della cervicalgia possono essere diverse, le principali possono essere individuate nella sedentarietà e nella postura che si tiene nelle ore di lavoro, in particolare chi lavora con il computer. Per prevenire la comparsa di cervicalgie, quindi, è indispensabile controllare i fattori di rischio, cioè correggere la postura scorretta.

Poi, c’è il colpo della strega. Non è raro che dopo uno sforzo particolarmente intenso si resti completamente bloccati con la schiena. Il colpo della strega è un dolore lancinante che arriva all’improvviso alla parte bassa della schiena, una lombalgia, che solitamente colpisce le persone tra i trenta ed i quaranta anni. Sebbene la causa principale sia lo sforzo intenso, talvolta può anche arrivare dopo un colpo di freddo. In realtà, nella parte inferiore della spina dorsale fuoriescono i nervi spinali, che controllano muscoli ed organi addominali e gli atri inferiori. Quando, per un movimento brusco o uno sforzo improvviso e mal controllato, i nervi spinali si comprimono, danno quella particolare sensazione di dolore.

Quella contrazione muscolare che causa dolore forte

A questa sensazione i muscoli rispondono con una contrazione che vanifica qualsiasi altro tentativo di movimento e si resta bloccati. Solitamente, il colpo della strega dura all’incirca tre giorni. Se dura di più di tre mesi, o se si ripete con grande frequenza, è meglio ricorrere allo specialista perché potrebbe esserci qualche altro problema che provoca una sensibilità maggiore dei nervi spinali ed una maggiore facilità alla contrazione dei muscoli. Purtroppo, non ci sono cure che facciano guarire “subito” dal colpo della strega.

Piuttosto, il trattamento si basa su cure lenitive del dolore ed antinfiammatori per sbloccare i muscoli. È importante, in questi casi, evitare di stare a letto, perché la stasi potrebbe peggiorare la situazione. È bene muoversi senza fare sforzi che coinvolgano i muscoli della schiena. Può anche essere utile fare dei massaggi per cercare di riprendere lentamente l’elasticità muscolare di prima. La prevenzione è l’arma migliore quindi meglio evitare alcuni movimenti “rischiosi”, per esempio meglio non caricare le buste della spesa soltanto su un braccio, ma bilanciare il peso su tutti e due i lati del corpo. E ancora, non sollevare pesi da terra incurvandosi: i pesi vanno alzati flettendo le ginocchia e non piegando la schiena.

E ora parliamo delle cause. Numerose sono le cause del mal di schiena e possono derivare dalla struttura ossea o da quella muscolare, anche se spesso disequilibri con dolori muscolari possono a lungo andare creare complicazioni ossee e a problemi ossei possono conseguire problemi muscolari. Tra le cause ossee è da ricordare l’artrosi, ossia una degenerazione delle articolazioni caratterizzata da usura, contratture muscolari intorno ai tratti interessati conseguenti al dolore, blocco dei movimenti. I tratti della colonna più colpiti sono quelli cervicale e lombare e tipico è il dolore acuto alla mattina quando ci si mette in movimento (che poi recede con l’attività per ripresentarsi alla sera).

Altra causa è l’ernia al disco. Per cause non ancora chiarite, infatti, può accadere che i legamenti subiscano dei cedimenti tali per cui non riescono a svolgere al meglio la loro funzione di contenimento permettendo così ai dischi di scivolare fuori dal loro posto (ernia) talvolta anche sotto l’impulso di sollecitazioni di solito considerate lievi (per esempio, alzarsi da una poltrona o sollevare una valigia). In genere l’ernia discale è più frequente a livello lombare (ultime vertebre), mentre è rara a livello dorsale e cervicale. Inoltre rappresenta la causa più comune di lombosciatalgia e di nevralgia cervico-brachiale (vedi tipi di mal di schiena).

Quando si presenta il mal di schiena, oltre alle cause ossee principali, come artrosi ed ernia al disco, occorre considerare la struttura muscolare per individuare le cause del dolore. Il mal di schiena, infatti, nella maggioranza dei casi, è provocato dall’abitudine ad assumere le posture, cioè le posizioni del corpo, scorrette che sono colpevoli di queste disarmonie. Ecco allora il dolore, vero e proprio segnale di allarme che la schiena svolge con fatica il proprio lavoro. Stiratrici, operatori al computer, centralinisti, dentisti, commesse, camionisti, commessi viaggiatori, sono tutti lavoratori “a rischio” di mal di schiena di tipo muscolare.

Il mal di schiena diventa un problema sul posto di lavoro

Senza necessariamente cambiar lavoro, si può prevenire e curare questo disturbo a volte invalidante. Ci sono tuttavia altre situazioni che predispongono al mal di schiena. Come la scoliosi, un problema di tipo osseo soprattutto quando i gradi della scoliosi sono al di sopra dei venti. Sotto tale valore, scoliosi lievi, la colonna può, nonostante la sua deviazione, restare elastica a scapito però della parte muscolare della schiena che, per assicurare la robustezza del dorso, “compensa” le lievi curve scoliotiche e, dunque, subisce un carico di lavoro che a lungo andare si può trasformare in mal di schiena. I tipi di traumi a cui faccio riferimento sono: cadute a terra mentre si fa sport o si lavora, oppure i colpi di frusta causati da incidenti automobilistici.

Dopo simili traumi accade che la muscolatura vertebrale si irrigidisca per “proteggere” il tratto di colonna interessato. Se questo è stato particolarmente violento e non è stato curato adeguatamente, le contratture muscolari permangono per lungo tempo e la conseguenza può essere il mal di schiena. Però, se diamo ascolto al nostro corpo, scopriamo che ci sono alcune situazioni che mettono in guardia su alcuni movimenti “errati” che si stanno compiendo rappresentando quindi dei veri e propri campanelli d’allarme.

Facciamo alcuni esempi: alzandosi dalla sedia o dal divano, entrando o uscendo dall’auto si prova dolore alla parte lombare della schiena. Facendo retromarcia in automobile si avverte una fitta dolorosa al collo, e il dolore si irradia (anche come “scossa”) lungo un braccio. Mentre si guarda in alto (alzando la testa per prendere qualcosa), si prova dolore alla nuca complicato da vertigini e sensazioni di nausea. Si ha spesso mal di testa con la sensazione di peso sul collo e sulle spalle. Durante starnuti e colpi di tosse si avverte una fitta dolorosa tra le scapole o alla parte lombare della colonna vertebrale.

E ancora: è presente un dolore dorsale, anche lieve, che impedisce la respirazione profonda. Portando alcuni pesi o raccogliendo qualcosa da terra si avverte “fatica” nella zona lombare oppure si sente dolore che regredisce in breve tempo. Al mattino lavandosi i denti o il viso si avverte rigidità della schiena nel tornare nella posizione eretta. E così via dicendo.

La migliore arma per il mal di schiena è la prevenzione, quindi è bene prestare attenzione agli atteggiamenti quotidiani, imparando cosa fare e cosa non fare: è lì che si combatte il dolore alla schiena che deriva dalle cattive abitudini di vita. Specifici esercizi fisici per rinforzare la muscolatura addominale e paravertebrale e una postura corretta sono fondamentali per prevenire dolori e danni della colonna vertebrale. Un’opera di informazione e educazione va quindi iniziata precocemente, fin dalla scuola.

Ecco alcuni consigli e rimedi per contrastare il dolore

Ho chiacchierato dell’argomento con alcuni amici medici. E mi hanno dato degli ottimi consigli per una buona prevenzione. E io li condivido con te. Ad esempio, quando si sta seduti: portare bene indietro il bacino appoggiandosi allo schienale, per scaricare su di esso parte delle forze che arrivano sulla colonna. Mantenere la lordosi lombare, ossia quella curva della parte bassa della schiena che si ha quando si è in piedi e che si perde quasi automaticamente quando ci si mette seduti. Per leggere o scrivere inclinare il busto avanti a livello delle anche, poggiando i gomiti sul piano di lavoro.

Quando si sta in piedi, non rimanere fermi nella stessa posizione per lungo tempo. Se possibile, appoggiare il bacino o la schiena ad un ripiano o ad un muro. Allargare la base di appoggio distanziando i piedi, posare un piede su un appoggio, cambiando spesso il piede di sostegno. E se si deve svolgere qualche compito particolare (per esempio stirare o disegnare), mantenere alla giusta altezza il piano di lavoro

Quando si sollevano pesi, i piegare le gambe, portare bene indietro il bacino, mantenere la schiena diritta ed il peso il più vicino possibile. Per pesi leggeri si può sollevare un arto teso indietro con un movimento a bilanciere tra la gamba ed il tronco, appoggiando un arto superiore ad un piano. Invece, quando si dorme, in tutte le posizioni si può trovare quella meno dolorosa intervenendo con uno o più cuscini posizionati sotto le gambe, sotto la pancia, sotto la schiena o sotto la testa. La cosa importante è usare un materasso adatto ed evitare di restare a letto troppo a lungo.

Infine, quando si guida, ricorda di mantenere una distanza dai pedali che consenta di appoggiare il bacino allo schienale con anche e ginocchia leggermente flesse; il sedile deve essere sufficientemente eretto da consentire di tenere le braccia piegate e le mani appoggiate comodamente sulla parte superiore del volante, alle “ore 10 e 10”. Sistemare accuratamente il sedile. Prova un eventuale sostegno lombare, che molte auto possiedono di serie. Evita di guidare a lungo senza pause.

Quando arriva il mal di schiena l’obiettivo principale è alleviare il dolore per consentire alla colonna vertebrale di riprendere a muoversi armoniosamente. Gioveranno in tal senso alcuni accorgimenti. Primo tra tutti il riposo a letto, che non deve essere però protratto per troppo tempo, massimo uno-due giorni, per evitare che i muscoli della colonna perdano il loro tono; è consigliabile sdraiarsi con la schiena a contatto con un materasso piuttosto duro, tenendo le cosce piegate verso l’addome e le gambe sollevate con dei cuscini.

Il ghiaccio è un sicuro alleato contro tutti i dolori

È bene poi applicare subito la borsa del ghiaccio all’insorgere dell’attacco, sulla zona dove il dolore è più forte, venti minuti per almeno tre-quattro volte al giorno: trascorse le prime ore, sono invece preferibili un cauto massaggio e l’applicazione di una fonte di calore, rimedi antichi ma che possono essere efficaci per ridurre la contrattura dei muscoli paravetrebrali e favorire un benefico afflusso di sangue nel punto della lesione.

Qualora il medico lo ritenesse necessario, per alleviare il dolore si può seguire il trattamento farmacologico, a base di antidolorifici o antinfiammatori. Tutti questi farmaci devono essere prescritti con cautela in quanto gli antidolorifici non agiscono tutti nello stesso modo e viceversa non tutte le persone reagiscono a loro adeguatamente. Alcuni farmaci, poi, possono provocare disturbi gastrici anche seri, soprattutto in chi già soffre di ulcera e negli anziani, il cui stomaco è particolarmente sensibile. La stessa regola vale per i rimedi naturali, che decisamente non cauano i danni provocati dai farmaci di sintesi.

In questi casi, quindi, si rende necessaria l’immediata consultazione del proprio medico che consiglierà la terapia più opportuna per proteggere lo stomaco. Un altro rimedio contro il mal di schiena prevede l’assunzione di farmaci miorilassanti, in grado di “sciogliere” la contrattura dei muscoli paravertebrali e di ridurre in tal modo il dolore e la difficoltà nei movimenti. Nella stragrande maggioranza dei casi, pomate di arnica, o di aloe, la stessa assunzione di aloe vera o di derivati della canapa, ma non solo, sono rapidamente efficaci. La scomparsa del dolore non significa aver risolto per sempre il problema, soprattutto quando il mal di schiena è di origine cronica.

Oltre alla prevenzione del mal di schiena basata su una corretta informazione del cosa fare e non fare per evitare atteggiamenti “a rischio”, è bene ricordare che praticare una corretta attività fisica è fondamentale soprattutto per chi soffre spesso di mal di schiena. L’attività motoria, infatti, migliora la prestazione dei muscoli impegnati nei movimenti della colonna vertebrale rendendoli più elastici, più forti e più resistenti e quindi in grado di difendersi meglio da eventuali situazioni potenzialmente stressanti per le vertebre, nonché per i legamenti, i tendini, i dischi e i nervi.

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Dolore alla schiena e colonna vertebrale irritata

Comunque, una colonna vertebrale dolente è una colonna irritata e sicuramente non va sforzata con movimenti bruschi e intensi (per esempio sollevare pesi) o esercizi inadatti. Quando il dolore non è acuto e consente una discreta capacità di movimento è bene continuare a muoversi e a svolgere, per quanto è possibile, le proprie attività quotidiane. Il movimento, infatti, non soltanto non peggiora la situazione, ma stimola più velocemente i processi di recupero e soprattutto aiuta sia psicologicamente sia fisicamente a sopportare meglio il dolore.

Chi soffre di mal di schiena, spesso è restio a muoversi e ad assumere alcune posizioni specifiche, soprattutto per la paura di accentuare il dolore. Ciò è causa, a volte, di uno stato di dolore recidivante, che rende più difficoltoso il recupero fisico-motorio e la ripresa delle normali attività quotidiane e lavorative. Dunque, se il disagio non è eccessivo, tanto da limitare i movimenti, si può continuare a svolgere l’attività fisica magari prevedendo riposi più frequenti, ma soprattutto occorre evitare tutte quelle posizioni e tutti quegli esercizi che provocano fastidio o dolore.

È necessario aumentare, almeno durante il periodo critico, la realizzazione di esercizi finalizzati alla decontrazione e al rilassamento della muscolatura interessata e alla decompressione delle strutture articolari coinvolte, attraverso posizioni ed esercizi specifici. È importante ricordare che la pratica di un’attività fisica è un valido aiuto nel conservare e migliorare lo stato di salute della colonna vertebrale e dell’organismo in generale, ma soltanto quando è ben calibrata nell’intensità e nei tempi di recupero ed è praticata con regolarità e continuità nel tempo.

Indicare una o più attività fisiche che possano andar bene per tutti indistintamente è impresa assai difficile, non soltanto per una questione di gusti, predisposizione e capacità personali, ma anche e soprattutto perché bisogna valutare lo stato di salute e di efficienza fisica di ciascuno. Nello scegliere un’attività fisica che presenti diversi aspetti positivi e utili per una terapia di mantenimento e/o miglioramento della salute della colonna vertebrale, lo specialista dovrà distinguere, prima di tutto, tra soggetti sani e soggetti affetti da dolori e disturbi della colonna. Per i primi, infatti, la pratica di un’attività fisica avrà un valore preventivo, mentre per i secondi avrà un valore rieducativo e di mantenimento.

Se si è in buona salute non si avranno particolari problemi nell’intraprendere un’attività fisica piuttosto che un’altra, l’importante è praticarla regolarmente e organizzarla correttamente dosando l’esercizio fisico nell’intensità, nella durata e nella frequenza. Se invece il dolore alla schiena è cronico, la scelta dell’attività fisica è subordinata al tipo di problema, alla sua gravità e alla possibilità e capacità di recupero personale. L’orientamento generale è quello di far praticare sempre e comunque con continuità un’attività fisica che piaccia, che possa essere svolta senza particolari difficoltà e che non provochi fastidi e/o dolori. Tali fattori, infatti, sono fondamentali nel garantire una pratica motoria costante e regolare nel tempo.

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Mal di denti: tutte le cause e i migliori rimedi naturali per curarsi

Poche regole di igiene e di controllo medico possono evitarci momenti estremamente dolorosi. Carie, gengiviti e parodontiti non possono essere trattate da soli senza ricorrere a uno specialista, che interviene sulla causa del problema. In ogni caso è possibile ricorrere ai farmaci di automedicazione per curare i sintomi di queste malattie. In caso di mal di denti è indicato l’uso di anestetici locali e/o analgesici sistemici (compresse, cachet, supposte).

Soffri di mal di denti? Voglio provare a darti una mano per risolvere questo problema. Come si dice, un nemico devi conoscerlo se vuoi poterlo combattere. Un dolore intenso giunge all’improvviso e può aumentare con la masticazione, con cibi troppo caldi o troppo freddi oppure quando nella nostra alimentazione ci sono troppi zuccheri.

La causa è la pulpite, ossia l’infiammazione localizzata alla polpa dentale, che è responsabile di un dolore intenso a carattere nevralgico, che arriva quando la carie ha già raggiunto la camera pulpale. Può dipendere anche da traumi, agenti chimici o termici.

L’ascesso dentale, invece, è la complicazione dell’infezione e dell’infiammazione della polpa del dente provocata dalla carie. Si presenta inizialmente come un dolore, provocato da una pressione anche minima sul dente, e un’aumentata reattività al calore. È acuito dalla masticazione.

Gengiviti e parodontiti sono infiammazioni rispettivamente delle gengive e di tutto il “parodonto”, ossia l’apparato di sostegno dei denti. Si manifestano progressivamente con rossore e gonfiore gengivale, localizzato o esteso, quindi ipersensibilità dei colletti dentari e dolore. Prevenire il mal di denti è possibile già da bambini.

Poche regole di igiene e di controllo medico possono evitarci momenti estremamente dolorosi. Carie, gengiviti e parodontiti non possono essere trattate da soli senza ricorrere a uno specialista, che interviene sulla causa del problema. In ogni caso è possibile ricorrere ai farmaci di automedicazione per curare i sintomi di queste malattie. In caso di mal di denti è indicato l’uso di anestetici locali e/o analgesici sistemici (compresse, cachet, supposte).

Gli anestetici locali vanno applicati direttamente nella cavità del dente cariato o sulla gengiva, anche più volte al giorno. Si tratta di preparazioni in pomata o soluzione. In genere i medici che prediligono la medicina di sintesi usano benzocaina, di amilocaina, lidocaina, procaina.

Gengiviti e parodontiti, invece, vengono frequentemente trattate con antibiotici per via orale – amoxicillina, eritromicina o metronidazolo – a causa dell’infiammazione che potrebbe peggiorare le cose, abbinati a antisettici e antinfiammatori del cavo orale in forma di collutori, spray e gel dentali e pastiglie da sciogliere in bocca.

In realtà, senza eccessi alimentari non si avrebbero tanti problemi. Ma, invece, quest’ultimo, per quanto scontato, sembra essere un concetto troppo difficile da far capire. Andare dal dentista non deve essere associato solo al mal di denti. La visita odontoiatrica deve essere un’abitudine di prevenzione per mantenere i vostri denti belli e in salute a tutte le età.

Il dentista non interviene soltanto quando si ha mal di denti, o per controllare la formazione di eventuali nuove carie ma applica alcune tecniche per evitare la comparsa delle malattie dei denti, a cominciare dalla detartrasi – rimozione del tartaro – che andrebbe effettuata ogni sei mesi.

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Dolore a bocca e gengiva: trattamento per il dolore

Quando occorre un trattamento, per evitare il dolore, il dentista potrà utilizzare un anestetico locale, anche se saggiamente consiglia sempre l’uso del ghiaccio, l’unico vero antinfiammatorio efficace, oltre che naturale. Il prodotto medicinale fa quello che farebbe il ghiaccio, ma dando fastidio a fegato, intestino, stomaco e reni: “addormenta” la sensibilità dei denti e aumenta il comfort. 

Molto utili contro il mal di denti si rivelano l’olio essenziale di chiodi di garofano è uno dei rimedi naturali più efficaci contro il mal di denti. L’essenza va versata su un batuffolino di cotone, eventualmente associata ad alcune gocce di olio essenziale di menta od anice stellato. Dopodiché, appoggiare il batuffolo direttamente sul dente dolente. Questo rimedio naturale attenua il mal di denti.

Utile anche la tintura di propoli: applicare due gocce di questa tintura direttamente sul dente dolente. Non sciacquare. Oppure piante ad azione antinfiammatoria, cicatrizzante e lenitiva: calendula, aloe vera gel da applicare direttamente sulle gengive per sfruttarne l’azione lenitiva ed antinfiammatoria, malva, oli essenziali ad azione disinfettante come salvia, menta e citronella.

Dopo un intervento chirurgico, il dentista può ritenere opportuno prescrivere un trattamento antalgico per alleviare il dolore. Se i dolori sono causati da un’infezione o da un’infiammazione, il dentista prescriverà una terapia, a volte naturale altre volte decisamente più forte.

I farmaci antinfiammatori non steroidei, come ad esempio il paracetamolo, sono quelli più indicati e riducono dolore e infiammazione. Quando l’infiammazione è dovuta a un’infezione batterica, assumere un antidolorifico non basta, e il medico dovrà prescrivere degli antibiotici.

Tra i problemi più comuni che causano il mal di denti, ci sono: la sensibilità dentale, la carie e la fuoriuscita dei denti del giudizio. La sensibilità dentale è solitamente dovuta al freddo. Si sente un dolore improvviso, acuto, di breve durata, quando i denti vengono a contatto con il freddo o con il caldo o con cibi dolci o acidi.

Il dente diventa sensibile quando la dentina è esposta, ossia non è più ricoperta da smalto, cemento e gengiva, come succede nel dente sano. A determinare la sensibilità può essere uno spazzolamento sbagliato dei denti insieme all’uso di dentifrici troppo abrasivi, l’assunzione frequente di bevande acide, per esempio spremute, succhi di frutta, bibite tipo cola o yogurt. Possono, infatti, provocare lesioni dello smalto, disturbi che provocano un reflusso acido dallo stomaco, l’abitudine di digrignare i denti in situazioni di stress.

La carie, invece, è un processo distruttivo a carico dei tessuti del dente, dovuta principalmente: alla placca batterica, ossia ai microrganismi che infettano e corrodono i tessuti dei denti, o a un’alimentazione ricca di zuccheri, oppure alla predisposizione dell’individuo.

I primi sintomi sono rappresentati da ipersensibilità del dente al freddo, al caldo, alle sostanze acide o zuccherine. Successivamente compare il dolore, che può essere anche molto intenso nella fase della pulpite. Infine, la fuoriuscita dei denti del giudizio, che rappresentano l’ultimo atto dello sviluppo della dentatura umana. Se il dente può causare problemi nello sviluppo futuro il dentista potrà consigliarne la rimozione prima che il dente arrivi alla maturazione finale.

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L’intestino è il secondo cervello: attenzione ai disturbi intestinali

Quali sintomi caratterizzano i disturbi intestinali? Dolori addominali crampiformi e diarrea profusa. Inoltre possono associarsi febbre, nausea e vomito, disidratazione, astenia, debolezza, senso di malessere generale. Seconda domanda importante: quali cause possono scatenare questi processi infiammatori? Essendo una malattia diarroica acuta può essere provocata da intossicazioni alimentari conseguenti all’ingestione di cibi contaminati da batteri, virus, protozoi e tossine batteriche, dall’ingestione di cibi o bevande molto fredde, da processi infettivi.

Con l’arrivo della primavera o dell’autunno e, di conseguenza, dei primi caldi o dei primi freddi è indubbio che compaiano con più frequenza disturbi a carico del nostro apparato digerente e che si debbano affrontare enteriti, gastroenteriti o enterocoliti. Di cosa stiamo parlando? Del tuo intestino e dei tuoi disturbi intestinali.

E se non lo sai te lo dico io, il tuo intestino è il tuo secondo cervello. Visto che si sporca, bisogna mantenerlo pulito. Quindi, cominciamo col dire che l’enterite è quale processo infiammatorio che interessa la mucosa dell’intestino tenue, nella gastroenterite l’infiammazione coinvolge anche lo stomaco mentre nelle enterocoliti colpisce oltre all’intestino tenue anche il colon.

Quali sintomi caratterizzano questa problematica? Dolori addominali crampiformi e diarrea profusa. Inoltre possono associarsi febbre, nausea e vomito, disidratazione, astenia, debolezza, senso di malessere generale. Seconda domanda importante: quali cause possono scatenare questi processi infiammatori?

Essendo una malattia diarroica acuta può essere provocata da intossicazioni alimentari conseguenti all’ingestione di cibi contaminati da batteri, virus, protozoi e tossine batteriche, dall’ingestione di cibi o bevande molto fredde, da processi infettivi.

Possono in taluni casi avere un’origine allergica ed in questo caso la sintomatologia si scatena a causa di una reazione immunitaria anomala del soggetto sensibilizzato conseguente all’introduzione nell’organismo di particolari sostanze che sempre più spesso sono mal tollerate.

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Latte, uova, cioccolato, cereali, fragole, pesce e crostacei, arachidi sono alcuni degli alimenti che con più frequenza si rendono responsabili di reazioni di tipo allergico. Nelle forme più lievi, la sintomatologia si attenua gradualmente per risolversi del tutto nel giro di tre giorni.

È sufficiente per almeno ventiquattro ore sospendere l’alimentazione ed adottare una dieta esclusivamente idrica, con riposo a letto ed eventuale reidratazione. Poi ci sono anche semplici rimedi naturali. Quali? La zeolite oppure Enterosgel. Per i casi più seri che tendono a protrarsi per più giorni è opportuno consultare un medico perché potrebbe, ad esempio, essere necessaria la somministrazione di una terapia antibiotica.

Però, seguendo alcuni consigli pratici ed alcune regole di comportamento possiamo ridurre notevolmente il rischio di insorgenza di disturbi intestinali e magari salvare la buona riuscita di una vacanza tanto attesa. Con l’arrivo del caldo aumentano notevolmente i rischi di contaminazione degli alimenti da parte di microrganismi patogeni per cui è consigliabile porre la massima attenzione all’acquisto, alla conservazione ed al trattamento dei cibi.

Quindi, controllare sempre la data di scadenza prima di consumare un alimento, programmare la spesa immediatamente prima di far ritorno a casa per evitare di lasciare gli alimenti deperibili troppo a lungo fuori dal frigorifero, cuocere la quantità di cibo che si prevede di consumare al momento, evitare agli alimenti lunghe permanenze a temperatura ambiente, non consumare pesci e frutti di mare crudi o poco cotti, evitare dolci con panne e creme.

Con il caldo anche i processi digestivi sono meno efficienti e quindi si raccomanda il consumo di cibi leggeri: diminuire l’apporto di grassi e carni, dare la preferenza al pesce per l’alta digeribilità ed il minor apporto calorico, consumare grandi quantità di frutta e verdura per rimpiazzare le vitamine ed i sali minerali che vengono eliminati con il sudore, bere sempre molta acqua (non fredda per il rischio di congestioni) allo scopo di reintegrare i liquidi che si perdono a causa del caldo.

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Dolori mestruali pre e post ciclo: ecco cosa e come fare

A partire dalla pubertà e fino alla menopausa, la donna in condizioni normali produce una cellula uovo matura ogni mese. Contemporaneamente, il suo corpo subisce una serie di cambiamenti in preparazione ad un’eventuale gravidanza. Se in quel mese la donna non rimane incinta, il suo apparato riproduttivo ritorna al punto di partenza e il ciclo inizia da capo. Ciascuna fase all’interno di questo schema ripetitivo è determinata dall’attività degli ormoni secreti dall’ipotalamo, dall’ipofisi e dalle ovaie.

Questo è dedicato alle donne, in particolare alle tante donne che seguono il blog: dolori mestruali pre e post ciclo. A differenza dei maschi, loro hanno un appuntamento mensile a cui rinuncerebbero volentieri, ma dal quale non è possibile scappare. Per loro, ogni mese coincide con un nuovo ciclo e l’inizio di questo nuovo ciclo coincide con il primo giorno delle mestruazioni, che consiste nell’eliminazione della cellula uovo non fecondata, insieme al flusso del sangue e alle secrezioni mucose provenienti dallo sfaldamento e dall’espulsione del tessuto che riveste l’interno della cavità uterina (si chiama endometrio).

In assenza di flusso mestruale si parla di amenorrea, che può essere sintomo di una malattia o di cattive abitudini di vita. Nei casi in cui si manifesta un’assenza prolungata del ciclo mestruale, quindi, è opportuno rivolgersi al ginecologo che, solo dopo avere identificato la causa che ne ha determinato la comparsa, si potrà procedere al trattamento più idoneo. Tra i disturbi legati al ciclo mestruale, si ricordano la sindrome premestruale e la dismenorrea. La prima è un complesso di disturbi, tra cui dolori, malessere, instabilità emotiva, irritabilità e depressione – che precedono di alcuni giorni l’arrivo della mestruazione e che migliorano o scompaiono con il suo inizio.

La dismenorrea, invece, è il ciclo mestruale doloroso e può essere primaria o secondaria a seconda della causa che l’ha provocata. Infine è da ricordare l’endometriosi, una malattia caratterizzata dalla presenza di endometrio al di fuori dell’utero, in sedi anomale, per esempio le ovaie e le tube. La malattia può essere asintomatica o presentarsi con sintomi quali: dolore prima e durante la mestruazione, dolore pelvico cronico, dolore durante e dopo i rapporti sessuali, flusso mestruale alterato o particolarmente abbondante.

Approfondiamo l’argomento, che dici? Ne vale la pena? Anche sì. Seguimi. A partire dalla pubertà e fino alla menopausa, la donna in condizioni normali produce una cellula uovo matura ogni mese. Contemporaneamente, il suo corpo subisce una serie di cambiamenti in preparazione ad un’eventuale gravidanza. Se in quel mese la donna non rimane incinta, il suo apparato riproduttivo ritorna al punto di partenza e il ciclo inizia da capo. Ciascuna fase all’interno di questo schema ripetitivo è determinata dall’attività degli ormoni secreti dall’ipotalamo, dall’ipofisi e dalle ovaie.

Ogni mese, l’inizio del ciclo coincide con il primo giorno della mestruazione, che consiste nell’eliminazione della cellula uovo non fecondata insieme al flusso ematico e alle secrezioni mucose provenienti dallo sfaldamento e dall’espulsione dell’endometrio in assenza di fecondazione. Come ultimo giorno del ciclo si considera il giorno precedente l’inizio della mestruazione successiva. Nella maggior parte delle donne, la mestruazione ha una durata variabile dai due ai sette giorni, mentre la durata media del ciclo mestruale è di circa ventotto giorni.

Ciclo mestruale: la prima volta tra 10 e 14 anni

Nella maggior parte delle donne la prima mestruazione si verifica nell’età compresa tra i dieci e i quattordici anni. Quando la prima mestruazione compare prima dei nove anni si parla di pubertà precoce, mentre quando compare tra i sedici e i diciotto anni si parla di ritardo puberale o menarca ritardato. La mancata comparsa della mestruazione oltre i diciotto anni di età viene definita amenorrea primaria. Cos’è l’amenorrea? Sui dizionari scientifici, il termine amenorrea definisce l’assenza di flusso mestruale, che può essere anche di natura fisiologica: sono quattro, infatti, i differenti periodi della vita di una donna che sono “naturalmente” caratterizzati dall’assenza fisiologica di flusso (la pre-pubertà, la gravidanza, l’allattamento e la post-menopausa).

La cessazione del ciclo mestruale, al di fuori delle fasi appena elencate, può essere sia sintomo di una possibile condizione patologica sia conseguenza di cattive abitudini di vita. Quindi, l’amenorrea può essere di due tipi: primaria quando interessa una ragazza che raggiunti i diciotto anni non ha ancora avuto la sua prima mestruazione (menarca) e secondaria quando si verifica l’assenza di mestruazioni (per un periodo di almeno tre mesi) in una donna che ha avuto un periodo di cicli spontanei regolari.

La causa più frequente di amenorrea primaria è la pubertà ritardata che può avere un’origine ormonale o genetica; in alcuni casi, inoltre, tale condizione può essere la conseguenza della presenza di malformazioni congenite degli organi genitali. L’amenorrea secondaria, che interessa un numero maggiore di donne, può essere riconducibile a molteplici cause che includono: malattie endocrine (per esempio, alterazioni dell’ipofisi o della tiroide), alcuni tumori, malattie genetiche o dell’apparato riproduttivo, malnutrizione o disturbi del comportamento alimentare, traumi, interventi chirurgici, malattie psichiatriche, assunzione di alcuni farmaci (per esempio tranquillanti e antidepressivi), stress emotivo, un intenso esercizio fisico.

In alcuni casi diagnosticare la causa che ha determinato la condizione di amenorrea può essere difficoltoso e richiedere del tempo. Il medico, infatti, dopo avere ricostruito l’anamnesi individuale e familiare della paziente, ed eseguito l’esame obiettivo, può ritenere necessario procedere con ulteriori approfondimenti attraverso esami del sangue, radiografie, ecografie e indagini genetiche. Identificata con certezza la causa dell’amenorrea sarà possibile affrontare il problema, scegliendo la modalità più idonea per la specifica paziente – tramite la somministrazione di un trattamento farmacologico, attraverso un intervento chirurgico, oppure guidando la donna verso uno stile di vita più salutare.

C’è poi anche la sindrome premestruale, o disforia, con cui fino ad ora non abbiamo fatto i conti. È un complesso di disturbi che precedono di alcuni giorni l’arrivo della mestruazione e che migliorano o scompaiono con il suo inizio. Mentre alcune donne, prima del ciclo mestruale, non presentano alcun disturbo rilevante, per molte di loro questo appuntamento mensile rappresenta un vero problema, caratterizzato da: dolori, malessere, instabilità emotiva, irritabilità, depressione. A questi sintomi si aggiungono le difficoltà nelle relazioni interpersonali, per esempio un atteggiamento aggressivo con i propri familiari, litigi continui con il partner, essere impossibilitati a recarsi sul posto di lavoro, a causa delle accentuate variazioni del tono dell’umore.

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Dolori mestruali e sindrome premestruale in età fertile

La sindrome premestruale colpisce molte donne in età fertile, interessando soprattutto le fasce culturali medio-alte, probabilmente perché più attente al proprio benessere. Generalmente, la sindrome è più accentuata nei dieci giorni che precedono il ciclo mestruale, tende a peggiorare con il passare dei giorni, per scomparire gradualmente nel momento in cui arriva la mestruazione. Può durare dai dieci ai quattordici giorni, vale a dire, per chi ha cicli molto regolari di 28 giorni, dal sedicesimo giorno fino all’arrivo del ciclo mestruale: un periodo molto lungo, durante il quale la donna può manifestare anche un grande appetito.

Molti sono i sintomi che si manifestano subito dopo l’ovulazione e variano da donna a donna: comparsa di foruncoli, irritabilità, vampate di calore, variazioni del tono dell’umore, sensazione di gonfiore, crisi di pianto immotivate, difficoltà di concentrazione, ritenzione idrica con conseguente aumento di peso, depressione, mal di testa, dolore al seno, dolori pelvici, aggressività, ansia, stanchezza, modificazioni dell’appetito, perdita della libido. Le cause all’origine dei sintomi premestruali non sono del tutto note: una parte della responsabilità nella comparsa dei disturbi è probabilmente da imputare ad una variazione dell’equilibrio ormonale, ma sembra ipotizzabile che la sindrome premestruale sia il risultato dell’azione di fattori diversi.

Prima del ciclo si verifica un meccanismo per cui si manifesta una maggiore tolleranza all’introduzione degli zuccheri, un processo che fa aumentare la voglia di dolci: da qui possono nascere dei sensi di colpa da parte della donna. E ancora, la mancanza della vitamina B6, che produce di serotonina, incaricata al controllo del sonno, allo stato dell’umore, al comportamento sessuale e alla fame, che spesso si riscontra nella donna prima della mestruazione, pare spieghi la comparsa di un disturbo come la depressione.

Non esistono test di laboratorio che permettano di diagnosticare la sindrome premestruale; la formulazione della diagnosi si basa, infatti, sulla scadenza mensile della comparsa dei sintomi. Sicuramente fa bene ridurre il consumo di alcol, caffeina e tabacco, nonché diminuire il consumo di sale per limitare la ritenzione di acqua. Il trattamento della sindrome premestruale presenta delle difficoltà. Con la somministrazione della pillola anticoncezionale, per esempio, la sindrome diventa più tollerabile. I migliori metodi restano quelli naturali a base di lo stretching, yoga o attività fisica. Anche i sali di magnesio, utilizzati durante i giorni critici della sindrome, ne attenuano la sintomatologia, grazie al loro intervento su alcune reazioni enzimatiche a livello cerebrale.

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Conosciamo i dolori muscolari: strappo, crampo e lesione

I dolori muscolari, di norma, sono dovuti ad una violenta e improvvisa contrazione involontaria di un muscolo. Possono però anche essere la conseguenza di una lesione parziale della struttura muscolare per un trauma. La persona colpita lamenta un dolore intenso ed improvviso, a volte anche violento, e sempre ben localizzato. Possono verificarsi in seguito a diverse circostanze: un’infiammazione acuta delle articolazioni, un’attività fisica protratta con impegno specifico di una determinata fascia muscolare, un deficit di sali minerali e di sostanze nutritive. Addentriamoci nell’argomento.

Chi non ha mai sofferto di dolori muscolari? Chi più chi meno, chi in forma acuta e chi in forma cronica, tutti noi abbiamo affrontato questo tipo di problema. Cosa lo causa? È provocato dalla contrazione involontaria, detta crampo, o da un trauma che lede in parte la struttura muscolare, chiamato strappo muscolare. La contrattura, invece, è un dolore simile al crampo ma leggermente meno intenso. La tendinite è, invece, un’infiammazione del fascio di tessuti che collega i muscoli con le ossa causato da un’attività fisica protratta nel tempo.

Se si rompono le fibre muscolari per un’eccessiva sollecitazione si ha lo strappo. Quando i legamenti pur non rompendosi si lacerano si è in presenza di una distorsione, dovuta a un’esagerata escursione dell’articolazione o a un suo spostamento con direzione innaturale dell’arto. Crampi e sensazioni dolorose che non permettono di stendere gli arti sino in fondo sono i sintomi più comuni del dolore muscolare, mentre nel caso di contrattura il muscolo inizia a tirare. Lo strappo provoca dolore, impossibilità a muoversi e gonfiore. Nella distorsione, invece, i vasi sanguigni si rompono e la sede articolare si gonfia e si arrossa.

I dolori muscolari, di norma, sono dovuti ad una violenta e improvvisa contrazione involontaria di un muscolo. Possono però anche essere la conseguenza di una lesione parziale della struttura muscolare per un trauma. La persona colpita lamenta un dolore intenso ed improvviso, a volte anche violento, e sempre ben localizzato. Possono verificarsi in seguito a diverse circostanze: un’infiammazione acuta delle articolazioni, un’attività fisica protratta con impegno specifico di una determinata fascia muscolare, un deficit di sali minerali e di sostanze nutritive. Addentriamoci nell’argomento.

La mialgia è il dolore localizzato ad uno o più gruppi muscolari. I muscoli colpiti si presentano contratti, dolenti alla palpazione e i movimenti, anche lievi, provocano dolore. Può dipendere da moltissime cause: dagli esiti di una contusione così come da uno stato di stanchezza generale, ma anche da una scorretta alimentazione. Spesso i dolori possono essere provocati da involontarie contratture della muscolatura in persone particolarmente ansiose che si mantengono “in difesa” e contratte.

Poi, c’è lo strappo muscolare che è lo stiramento doloroso di uno o più muscoli dovuto ad uno sforzo o ad un movimento sbagliato. Strappi e stiramenti muscolari sono incidenti comuni soprattutto in chi pratica attività sportive. Sono causati da un eccessivo sforzo muscolare compiuto da una muscolatura non allenata o da un muscolo affaticato che ha già esaurito le riserve energetiche. In questi casi le fibre muscolari subiscono un allungamento eccessivo e nei casi peggiori si può arrivare alla rottura. Si manifesta con dolore acuto a cui segue rigidità del muscolo e l’impossibilità di compiere movimenti senza aumentare il dolore.

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Dolore muscolare da strappo, crampo o lesione?

Il muscolo strappato può presentare un rigonfiamento nella zona della lesione talvolta accompagnato da ematoma per rottura dei vasi sanguigni. Senza dimenticare i fastidiosi crampi, che sono una violenta contrazione muscolare involontaria, improvvisa e dolorosa. Il soggetto presenta un dolore improvviso, violento e localizzato al muscolo colpito, che aumenta anche di consistenza. Il dolore è destinato a estinguersi spontaneamente in brevissimo tempo. Il crampo può essere provocato da eccessivo sforzo compiuto da un muscolo non allenato, o non riscaldato in precedenza, o da mancanza di acqua e sali minerali persi con un’abbondante sudorazione.

In genere colpisce i muscoli delle gambe ma anche quelli delle braccia. Può comparire sia durante l’esecuzione di una qualsiasi attività fisica, anche leggera, che durante lo stato di riposo. Infine, la lombalgia aspecifica cronica o ricorrente è uno dei disturbi più comuni e diffusi. Indicata con il nome comune di mal di schiena, è da attribuire all’assunzione di posture scorrette prolungate (come negli ambienti di lavoro, ma anche durante il riposo e persino durante il sonno) o a sollecitazioni improvvise come il sollevare pesi senza essere sufficientemente allenati o senza assumere la corretta posizione.

Nel caso di dolori muscolari aiutano i farmaci antinfiammatori a base di acido acetilsalicilico. L’automedicazione per la contrattura prevede pomate antinfiammatorie, specialmente a base di arnica o aloe vera. Ma a volte non si può fare a meno dell’antinfiammatorio. Per distorsioni, traumi e contusioni sono indicate solitamente pomate e gel. L’impiego di cerotti antidolorifici ed antinfiammatori può costituire una valida scelta terapeutica. Alla febbre si accompagnano spesso dolori muscolari e articolari: per sopportare questi disturbi è meglio concedersi del riposo. In questo modo quella sensazione di stanchezza e indolenzimento generale potrà passare con meno fastidio.

Se il dolore muscolare e la contrattura nascono dopo uno sforzo, è bene interrompere l’attività fisica e massaggiare la parte. Per lo strappo, oltre a un impacco freddo, sono indispensabili alcuni giorni di riposo. Per la distorsione è necessaria una visita medica e una radiografia: la parte non va mai massaggiata o riscaldata. Il medico va sempre consultato se il dolore trae origine da un eccessivo riposo o da un trauma. In caso di stiramenti, per ridurre il dolore e il gonfiore, è utile praticare impacchi freddi, quindi applicare sulla parte pomate analgesiche ed antinfiammatorie.

In caso di crampo, può essere sufficiente provocare uno stiramento e il successivo rilassamento del muscolo colpito per risolverlo. Può risultare utile l’applicazione locale di pomate antinfiammatorie, o il raffreddamento della parte con ghiaccio. I farmaci comunemente utilizzati per la cura della lombalgia aspecifica (analgesici, antinfiammatori, miorilassanti) agiscono in particolare sul dolore senza però riuscire a curare le vere cause del disturbo, che vanno indagate dallo specialista.

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Con la naturopatia combatti i malanni della stagione invernale

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Trascorrere l’inverno senza neanche un raffreddore è un’impresa davvero ardua, perché difficile è combattere i malanni della stagione invernale, ma non con la naturopatia. O meglio, così si pensa. Tuttavia una dieta sana può rafforzare il sistema immunitario e mettere il nostro corpo nelle condizioni migliori per lottare contro il raffreddore e l’influenza, come cominciano ad indicare anche alcune ricerche scientifiche.

Attualmente l’unico trattamento specifico che il nostro medico ci può offrire per influenza e raffreddore è quello mirato a ridurre i sintomi quali mal di gola, naso gocciolante e intasato, tosse, starnuti e insonnia. Dunque, come combattere i malanni invernali?

Non si danno quasi mai consigli relativi alla dieta, semplicemente perché non esistono sufficienti prove scientifiche del fatto che quello che mangiamo abbia molto effetto sulla malattia, una volta che il virus ci ha fatto ammalare. Un’eccezione a questa evidenza riguarda l’aumento di assunzione della vitamina C.

Anche se si tratta di ricerche solo preliminari, i risultati dimostrerebbero qualche beneficio nei pazienti a cui vengono somministrate, non appena compaiono i sintomi influenzali, alte dosi di vitamina C e di magnesio. E’ stato osservato che in alcune persone l’assunzione di 500-1000 mg di vitamina C al giorno contribuisce a diminuire l’entità e la durata di un raffreddore. Quindi, la vitamina C aiuta a combattere i malanni.

I ricercatori ipotizzano che questi effetti siano dovuti al fatto che la vitamina C nel sangue aumenterebbe i livelli di interferone, proteggendo in questo modo le cellule dagli attacchi dei virus. L’assunzione di vitamina C può essere facilmente aumentata attraverso il consumo di cibi e bevande come agrumi, interi o spremuti, kiwi, patate dolci, peperoni, ribes nero, vegetali a foglia verde scura.

Bisogna inoltre considerare, per combattere i malanni invernali, gli integratori di vitamina C. Altri studi indicano che prevenire è meglio che curare. Gli scienziati hanno verificato che persone anziane trattate per un lungo periodo con integratori multivitaminici (contenenti, tra l’altro, 20 mg di zinco, 100 microgrammi di selenio, 15 mg di vitamina E e 6 mg di betacarotene) contraevano un minor numero di infezioni respiratorie.

Un’alimentazione equilibrata, garantendo l’assunzione regolare di queste vitamine e minerali può contribuire in generale a proteggere la popolazione dalle infezioni e combattere i malanni. Non sono soltanto le vitamine e i minerali ad avere un ruolo potenzialmente protettivo nei confronti delle infezioni. Da tempo si vantano i benefici dell’aglio, che avrebbe effetti antivirali probabilmente dovuti ad un suo costituente naturale.

Anche gli estratti di echinacea (il fiordaliso viola), in gocce o in forma di caramelle, sono apprezzati per le proprietà antivirali. Altre piante aromatiche e spezie che alleviano i sintomi del raffreddore sono le cipolle (avrebbero attività decongestionante), il peperoncino (stimola la sudorazione), il basilico (sembra allevi il mal di testa), il garofano e lo zenzero (avrebbero un’azione espettorante).

Malanni: gli effetti negativi dello stress

Accanto agli effetti benefici di certi cibi esistono anche gli effetti negativi dello stress che potrebbe impoverire il nostro organismo proprio di alcune delle vitamine e dei minerali di cui abbiamo visto l’importanza nella lotta contro i raffreddori e l’influenza.

Pertanto una vita sregolata e stressante ci esporrebbe maggiormente al rischio di ammalarci. In conclusione, per combattere i malanni invernali è molto importante associare fra di loro una giusta alimentazione, ricca di frutta e verdura, l’assunzione di una quantità adeguata di liquidi e una combinazione equilibrata di attività fisica e riposo per poter affrontare al meglio i malanni della stagione invernale (e non solo di questa).

Il riso geneticamente modificato è ricco di ferro e vitamina A. I ricercatori sono riusciti a creare varietà di riso modificato geneticamente con un alto contenuto di vitamina A e ferro. Una volta che avranno ottenuto l’autorizzazione all’utilizzo, queste varietà saranno liberamente a disposizione dei coltivatori, anche a livello locale.

In particolare, nei Paesi sottosviluppati, dove il riso è spesso l’alimento base, la deficienza di ferro e vitamina A è una della cause degli alti livelli di mortalità e infermità tra le donne e i bambini. Livelli maggiori di questi micronutrienti nel riso possono contribuire a diminuire la quantità di malattie collegate a queste carenze e anche a combattere i malanni.

Questa ricerca è stata condotta da un gruppo di lavoro guidato dal professore Ingo Potrykus, dello Swiss Federal Institute of Technology di Zurigo, in collaborazione con un gruppo guidato dal dottor Peter Beyer, della University of Freiburgi Breisgau in Germania.

Queste qualità positive saranno introdotte a livello locale in molte altre varietà di riso presso l’Istituto Internazionale per la Ricerca sul Riso nelle Filippine, e saranno in questo modo liberamente disponibili per i coltivatori del luogo. I chicchi di riso tradizionale contengono una sostanza (l’acido fitico) che può ostacolare l’assorbimento del ferro da parte del nostro sistema digerente. Oltre a ciò un precursore essenziale per la vitamina A, il betacarotene, è contenuto solo dalla parte verde della pianta del riso ed è assente dal chicco.

Questo è il motivo per cui sono così diffuse l’anemia e la carenza di vitamina A nei paesi in cui il riso è l’alimento principale. I bambini piccoli, che si nutrono prevalentemente di riso, sono i più predisposti alle malattie collegate a queste carenze. L’anemia causata da mancanza di ferro è considerata la sindrome da carenza più diffusa nel mondo. Secondo le stime dell’Unicef, 3,7 miliardi di persone hanno carenze di ferro. Nei paesi sottosviluppati, il 40-50 per cento dei bambini sotto i cinque anni e più del 50 per cento delle donne incinte hanno carenze di ferro. La carenza di vitamina A colpisce invece più di 100 milioni di bambini in età prescolare nonché milioni di donne in gravidanza.

Stagione invernale: pieno di vitamina A

La vitamina A è essenziale per il funzionamento del sistema immunitario ed è responsabile della protezione delle membrane cellulari. La carenza di vitamina A aumenta i rischi di infezioni, la cecità notturna, e, nei casi più gravi, provoca cecità totale. Ogni anno, più di un milione di bambini muore a causa della carenza di vitamina A.

Fino ad oggi, si potevano curare solo parzialmente gli effetti di questa carenza tramite l’assunzione di alimenti arricchiti con vitamine e minerali. Presso l’Eth di Zurigo è stato modificato un gene del riso e ne sono stati introdotti altri due nel patrimonio genetico della pianta, provenienti dai fagioli verdi e da uno specifico microrganismo. Il risultato è stato il raddoppio del contenuto di ferro. Dunque, anche la vitamina A aiuta a combattere i malanni.

Inoltre, l’acido fitico può essere rimosso completamente dal chicco di riso con la cottura, migliorando quindi l’assorbimento intestinale del ferro. Ciò non sarebbe possibile con il riso tradizionale. Grazie all’introduzione di altri due geni, il precursore della vitamina A (il beta-carotene) non è eliminato durante la lavorazione del riso.

Alcune varietà modificate geneticamente contengono abbastanza provitamina A per soddisfare il fabbisogno giornaliero di vitamina A con 300g di riso bollito. Deficienza di ferro: la carenza alimentare più comune. Il ferro è un nutriente essenziale. Nella nostra dieta le carni rosse ne sono la fonte principale ed è presente anche nel pesce grasso, nella carne scura di pollo e tacchino, nelle noci, nei semi, nella frutta secca, negli ortaggi verdi nei cereali arricchiti della prima colazione.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha stimato che 600-700 milioni di persone al mondo hanno carenze di ferro, rendendo questo il più diffuso problema nutrizionale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Mentre in alcuni di questi paesi, le perdite di sangue (per esempio causate da infezioni di Anchilostoma) possono essere la causa principale di questa carenza, in Europa occidentale la mancanza di ferro è di solito il risultato di una dieta quotidiana con uno scarso apporto di questo minerale.

Gli effetti di un insufficiente apporto di ferro sono di vasta portata. Il ferro è essenziale per il corretto funzionamento dell’emoglobina (il pigmento rosso del sangue), responsabile del trasporto di ossigeno a tutte le cellule dell’organismo.

I primi sintomi della carenza di ferro sono stanchezza e spossatezza. Le donne e le adolescenti che mangiano poca carne, pollo e pesce o che diventano completamente vegetariane rischiano maggiormente di esaurire le riserve di ferro e subire gli effetti di questa deficienza.

Mentre si stima che circa l’8% delle donne occidentali sia carente di ferro, il dottor Mike Nelson, nutrizionista del King’s College presso la London University, è convinto che il 10-20 per cento delle adolescenti siano affette da questa deficienza. Sebbene queste ragazze sembrino in buona salute, un basso livello di ferro influisce in modo molto negativo su alcune azioni quotidiane come la capacità di concentrarsi e, di conseguenza, il rendimento scolastico.

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La carenza di ferro nei malanni di stagione

‘In base a test da noi effettuati – dice il dottor Nelson – risulta che la differenza di quoziente d’intelligenza tra le ragazze inglesi che assumono sufficienti quantità di ferro e quelle anemiche si manifesta in un punto di distacco negli esami scolastici. Le ragazze a dieta e quelle che stanno diventando vegetariane sono particolarmente a rischio. I neo-vegetariani devono stare attenti in particolare durante il primo anno, perché spesso eliminano la carne dalla dieta senza sapere con quali tipi di alimenti possono introdurre ferro. Le donne e le ragazze a dieta o vegetariane dovrebbero prendere in considerazione il fatto di dover assumere alimenti arricchiti di ferro o degli integratori’.

E’ ormai accertato che le carenze di ferro riducono la funzionalità del cervello, peggiorando la memoria e la capacità di apprendimento. Potrebbe dunque essere molto importante aumentare l’apporto di ferro per tutte le persone, i più giovani come gli adulti, che rischiano di non introdurne abbastanza tramite la dieta.

Non è solo il cervello a soffrire per le carenze di ferro, anche le donne incinte e gli anziani dovrebbero stare attenti. Se durante la gravidanza le riserve sono basse, la richiesta supplementare di ferro dovuta alla rapida crescita del bambino durante gli ultimi sei mesi di gestazione, potrebbe determinare uno stato di carenza potenzialmente in grado di rallentare la crescita cerebrale del bambino.

Lo stato di carenza nelle persone anziane può essere determinato sia da diete povere sia da una ridotta capacità di assorbimento di ferro da parte del canale digerente. Qualunque sia l’età o il sesso la carenza di ferro, nel lungo periodo, determina un abbassamento della soglia del dolore, interferisce nel meccanismo che controlla la temperatura corporea, fa aumentare la caduta dei capelli e diminuisce l’efficienza del sistema immunitario, rendendo più vulnerabili alle infezioni.

E’ dunque evidente che sono molti i motivi per cui bisogna avere un occhio di riguardo sulla quantità di ferro assunta quotidianamente. Sentirsi costantemente stanchi ed essere pallidi potrebbero essere sintomi di una dieta povera di ferro e di uno stato di carenza.

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Argiria: quella pericolosa verità sull’argento colloidale

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni. Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

L’argento colloidale è una sospensione di particelle metalliche argento submicroscopiche in una base colloidale. L’uso a lungo termine di preparati d’argento può portare all’argiria, una condizione in cui i sali d’argento si depositano nella pelle, negli occhi e negli organi interni e la pelle diventa grigio-cenere. Molti casi di argiria si sono verificati durante l’era pre-antibiotica, quando l’argento era un ingrediente comune nei picchietti.

Quando la causa divenne evidente, i medici smisero di raccomandare il loro uso e i produttori smisero di produrli. Le guide ufficiali sui farmaci, United States Pharmacopeia and National Formulary, non hanno elencato i prodotti d’argento colloidale dal 1975. Quelli in circolazione oggi sono decisamente più blandi, ma c’è chi crede nella loro utilità. Io voglio parlarti di una pericolosa verità. L’unica.

Nel 1999, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha stabilito che i prodotti d’argento colloidale non possono essere considerati sicuri o efficaci, al pari di quelli fitoterapici. I prodotti d’argento colloidale commercializzati per scopi medici o promossi per usi non dimostrati sono sostanzialmente considerati dei “falsi” senza approvazione.

Non ci sono più farmaci da banco o da assumere con prescrizione approvati dalla Fda contenenti argento e da assumere per via. Tuttavia, ci sono ancora prodotti d’argento colloidale venduti come rimedi omeopatici e integratori alimentari. Per quel che riguarda l’omeopatia, sono tra coloro che sostengono che è inutile gettare una goccia nell’oceano.

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni.

Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

Durante il 1997 e il 1998, la rivista della International, una società multilivello con base in Florida, dichiarò: “Il nostro argento colloidale contiene particelle di argento puro al 99,99% sospese indefinitamente in acqua demineralizzata che uccide batteri e virus”.

“Può essere applicato localmente o assorbito nel flusso sanguigno sub-linguale (sotto la lingua), evitando così gli effetti negativi degli antibiotici tradizionali che uccidono i batteri buoni nel tratto digestivo inferiore. Un’alternativa antibiotica naturale nella forma più pura disponibile. La presenza di argento colloidale vicino a un virus, funghi, batteri o altri patogeni a cellula singola disabilita il suo enzima metabolico dell’ossigeno, il suo polmone chimico, per così dire. I patogeni soffocano e muoiono e vengono eliminati dal corpo dai sistemi immunitario, linfatico e di eliminazione”.

A differenza degli antibiotici che distruggono gli enzimi benefici, l’argento colloidale lascerebbe intatti questi enzimi benefici. Quindi l’argento colloidale sarebbe assolutamente sicuro per l’uomo, i rettili, le piante e tutti i materiali viventi multicellulari. Peccato che sia un metallo.

In più aggiungeva: “È impossibile che i germi unicellulari si trasformino in forme resistenti all’argento, come accade con gli antibiotici convenzionali. Inoltre, l’argento colloidale non può interagire o interferire con altri farmaci presi. L’argento colloidale è davvero un rimedio naturale e sicuro per molti mali dell’umanità. L’argento colloidale può essere assunto indefinitamente, perché il corpo non sviluppa una tolleranza ad esso”.

Argento colloidale e quelle balle (mega) galattiche

La Seasilver International, una compagnia multilivello con base in California, aveva affermato che gli americani soffrivano di “carenza d’argento”. Sebbene l’argento non sia una sostanza nutritiva essenziale, le informazioni sul prodotto pubblicate sul sito web dell’azienda diversi anni fa affermavano: “L’esaurimento dei minerali nel nostro suolo ci ha lasciato carenti di argento, uno dei nostri minerali traccia più essenziali, causando un drastico aumento dei disordini del sistema immunitario nella nostra società nell’ultimo decennio”.

E proseguiva sostenendo che la ricerca ci ha insegnato che tutte le malattie possono manifestarsi a causa di un sistema immunitario indebolito. In oltre venti anni di ricerche a livello mondiale sull’argento colloidale, numerose interviste con agenzie governative, operatori sanitari e loro pazienti, nessun altro nutriente, erba o farmaco è sicuro ed efficace contro tutte le forme conosciute di virus, batteri e funghi ostili. Inoltre, mentre è generalmente noto che la maggior parte degli antibiotici uccide solo sei o sette diversi organismi patogeni, i rapporti hanno dimostrato che l’argento colloidale è stato usato con successo nel trattamento di oltre seicentocinquanta malattie”.

Nel 1995, un distributore di erbe chiamato Leslie Taylor ha testato nove prodotti colloidali comunemente commercializzati in argento disponibili nei negozi di alimenti naturali e ha concluso: due dei prodotti erano contaminati da microrganismi, la quantità di argento sospeso in soluzione variava da prodotto a prodotto e diminuiva gradualmente nel tempo, solo cinque prodotti mostravano effettivamente attività antibatterica in un test di laboratorio.

Per eseguire il test, ha preparato una piastra di coltura con batteri di Staphylococcus aureas, che possono causare infezioni nell’uomo. Quindi ha posizionato una goccia da ciascun prodotto sul piatto e ha utilizzato i dischi di due comuni antibiotici come controlli. Dopo otto ore di incubazione, ha scoperto che la crescita batterica era stata inibita attorno agli antibiotici e a quattro dei prodotti.

Naturalmente, il fatto che un prodotto inibisca i batteri in una coltura di laboratorio non significa che sia efficace (o sicuro) nel corpo umano. In effetti, i prodotti che uccidono i batteri in laboratorio sarebbero più propensi a causare argiria, perché contengono più ioni d’argento che sono liberi di depositare nella pelle dell’utente.

Studi di laboratorio della Fda hanno rilevato che la quantità di argento in alcuni campioni di prodotto varia dal 15,2% al 124% della quantità elencata nelle etichette del prodotto. La quantità di argento richiesta per produrre argiria è sconosciuta. Tuttavia, la Fda ha concluso che il rischio di utilizzare prodotti in argento supera qualsiasi beneficio non comprovato. Finora, sono stati segnalati undici casi di argiria correlati ai prodotti in argento.

Tra l’ottobre 1993 e il settembre 1994, la Fda ha emesso lettere di avvertimento a cinque venditori di argento colloidale. Nell’ottobre 1996, ha proposto di vietare l’uso di argento colloidale o di sali d’argento in prodotti da banco. Una regola finale che vieta tale uso è stata emessa il 17 agosto 1999 ed è entrata in vigore il 16 settembre.

La norma si applica a tutti i prodotti di argento colloidale o di argento senza prescrizione dichiarati efficaci nella prevenzione o nel trattamento di qualsiasi malattia. I prodotti in argento possono ancora essere venduti come integratori alimentari, a condizione che non vengano presentate indicazioni sulla salute. Nel corso del 2000, la Fda ha emesso avvisi a più di 20 società i cui siti web stavano facendo affermazioni terapeutiche illegali per i prodotti d’argento colloidale.

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L’argento è un metallo e si deposita negli organi

Nel 2002, l’Australian Therapeutic Goods Administration ha modificato le sue regole in modo che i prodotti per il trattamento delle acque contenenti sostanze come l’argento colloidale per le quali sono state fatte indicazioni terapeutiche debbano soddisfare i requisiti dei farmaci inclusi nel Registro australiano dei prodotti terapeutici. Ciò significa che tali prodotti non possono più essere legalmente commercializzati senza la prova che sono sicuri ed efficaci per lo scopo previsto.

L’emendamento si basava sulle seguenti conclusioni: ci sono poche prove a supporto delle indicazioni terapeutiche fatte per i prodotti d’argento colloidale, il rischio per i consumatori di tossicità da argento supera il valore di provare un trattamento non comprovato e può verificarsi la resistenza batterica all’argento, dovrebbero essere fatti sforzi per frenare la disponibilità illegale di prodotti d’argento colloidale, che è un problema significativo di salute pubblica.

Esistono ancora molti annunci in internet per le parti di un generatore che produce argento colloidale in casa. Le persone che producono argento colloidale casalingo non potranno in nessun modo valutare la purezza o la forza del prodotto. E ci sono molti rimedi che sono molto più sicuri e più efficaci dell’argento colloidale.

Nonostante queste preoccupazioni sulla sicurezza e l’efficacia, le persone acquistano ancora argento colloidale come integratore alimentare e lo usano per una vasta gamma di disturbi, tra cui infezioni, cancro, diabete, artrite e molti altri, ma non ci sono prove scientifiche a supporto di questi usi.

L’unica certezza è che è pericoloso. L’argento colloidale può uccidere certi germi legandosi e distruggendo le proteine. Ma è inefficace per problemi oculari dei neonati e con tutte le patologie elencate in precedenza. L’argento, come ogni metallo, viene depositato in organi come la pelle, il fegato, la milza, i reni, i muscoli e il cervello.

Questo può portare a una pelle bluastra irreversibile che appare per la prima volta nelle gengive. Può anche stimolare la produzione di melanina nella pelle, e le aree esposte al sole diventeranno sempre più scolorate. Può attraversare la placenta. L’aumento dei livelli di argento nelle donne in gravidanza è stato collegato allo sviluppo anormale dell’orecchio, del viso e del collo nei loro bambini.

Per chi sceglie di assumerlo, nonostante tutto, si sconsigliano una serie di abbinamenti di cui vado a parlare. Tra questi ci sono gli antibiotici che interagiscono con l’argento. L’assunzione di argento colloidale insieme agli antibiotici potrebbe ridurre l’efficacia di alcuni antibiotici. Anche le penicilline interagiscono con l’argento colloidale.

La penicillamina è usata, ad esempio, per la malattia di Wilson e l’artrite reumatoide. L’argento colloidale può ridurre la quantità di penicillamina assorbita dal corpo e diminuire l’efficacia del farmaco. A questo punto, qualcuno si starà domandando: esiste una dose appropriata di argento colloidale? Dipende da diversi fattori come l’età dell’utente, la salute e molte altre condizioni. Troppi sé e troppi ma che confermano che ci sono troppe poche informazioni.

Balsamo di Gerusalemme: una vera panacea per l’intestino

Dalla Torino dei misteri che aleggia tra leggende ed esoterismo, viene fuori la storia di un rimedio universale, la cui ricetta è da secoli tenuta segreta nelle stanze della Regia Farmacia di Torino, quella di via XX Settembre. Mi riferisco al quasi sacro Balsamo di Gerusalemme, definito da tutti coloro che lo usano una vera e propria panacea per tutti i mali. La ricetta ha un’origine molto antica, che affonda le sue radici nella leggenda. La storia narra di un chierico al seguito di una crociata in Terrasanta, che si imbatte nella formula di un già antico e collaudato rimedio in grado di curare tutti i mali.

Siamo nel 1719, nella farmacia dei francescani gerosolimitani nel centro storico Gerusalemme. Lì, il monaco Antonio Menzani da Cuna idea un balsamo che farà parlare di lui per secoli. Questa ricetta torna in Europa con il chierico sopravvissuto alla crociata, per la precisione in Francia e inizia ad usare la ricetta, che approda velocemente anche alla corte dei Savoia, a Torino. Nel 1824, il farmacista Schiapparelli ricava dalla formula un elisir dall’aroma speciale, molto apprezzato dagli intellettuali della Torino risorgimentale che iniziano a sorseggiarlo spesso nelle sale ottocentesche della Regia Farmacia. Ancora preparato seguendo l’antica e segreta ricetta, il balsamo di Gerusalemme offre un’esperienza che attraversa i secoli e oggi si propone come uno dei tesori torinesi. Un tesoro per la salute.

Negli ultimi anni, la storia delle scienze e, in particolare, quella della medicina hanno suscitato una crescente attenzione. La nostra attenzione si concentra, in questo caso, sull’attività svolta dall’infermeria dei francescani di Gerusalemme. L’attività fitoterapica e farmaceutica dei francescani gerosolimitani è famosa per diverse soluzioni, ma soprattutto per il cosiddetto balsamo di Gerusalemme. Questo medicamento composto principalmente da boswellia sacra, un genere di pianta impiegata nella produzione di incenso, mirra, aloe e lentisco, lavorati secondo una precisa preparazione, venne ideato da padre Antonio Menzani da Cuna, vissuto tra il 1650 e il 1729, e rimase per circa due secoli un rimedio contro varie malattie, tanto in Medio Oriente quanto in Europa.

Alla pratica medica e farmacologica si affiancava, ovviamente, una raccolta libraria che forniva gli strumenti per l’esercizio delle cure e l’assistenza ai malati. Una raccolta che restava vicino agli strumenti del mestiere: ne sono testimoni un volume del 1833, gravemente danneggiato da esalazioni acide che, con ogni probabilità, si sono sviluppate nel laboratorio farmaceutico dei frati e alcune note scritte a mano, apposte su altri volumi. Altro esempio interessante, a dimostrazione del fatto che questi libri erano oggetti d’uso quotidiano, è un esemplare del 1645: tra le sue pagine si sono conservate alcune foglie essiccate di diverse piante, che corrispondono a quelle descritte dall’autore del trattato.

Di quella biblioteca medica resta traccia nella raccolta di argomento farmaceutico e medicinale conservata presso la Biblioteca Generale della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. Tornando al balsamo di Gerusalemme e alla sua storia, non si può non partire dal 10 marzo 1824, quando Giovan Battista Schiapparelli, acquista da Giovanni Brero, la Farmacia collegiata di Piazza San Giovanni, a Torino, che nel tempo diventerà la Regia Farmacia XX Settembre, posta quasi di fronte al Duomo. Un simbolo per Torino. La nuova Farmacia Schiapparelli, grazie a preparazioni galeniche particolari, diventa il punto di partenza per molti produttori di farmaci.

Poi, arriva il balsamo di Gerusalemme e la farmacia diventa famosa, diventa un appuntamento irrinunciabile per molti cittadini e piemontesi (perché vengono anche da lontano per acquistarlo) che vogliono solo il balsamo di Gerusalemme, venduto come un tonico digestivo dalla natura misteriosa e naturalmente dalla composizione segreta. Il suo profumo è floreale ed è famoso (sono molte le ordinazioni che si ricevono anche dall’estero) per curare ogni tipo di malattia. La farmacia, che risale al 1500, conserva ancora gli arredi dell’epoca, in noce e ricco di quadri in cui sono raffigurati gli stemmi di casa Savoia.

Balsamo della Regia Farmacia: la ricetta a Gerusalemme

Alla fine dell’Ottocento la Regia Farmacia Schiapparelli, aveva progressivamente allargato la sua produzione, che ad esempio comprendeva la preparazione del ”Gengivario della Regina Clotilde”, oltre alla vendita di prodotti importati, uno fra tutti l’olio di merluzzo norvegese. Nei decenni seguenti la vocazione galenica della farmacia di via XX settembre è proseguita, tanto che ancora oggi è tra le poche realtà torinesi a preparare farmaci naturali in un moderno e grande laboratorio. Perché ho parlato di esoterismo all’inizio del post? Perché questa e altre preparazioni arrivavano in Occidente per via delle crociate. Gli “elisir” orientali, venivano importati, come nuova concezione di realtà curativa.

A metà tra il liquore e l’idea di un farmaco miracoloso, il balsamo di Gerusalemme potrebbe essere una variante dell’aliksir, che in arabo significa addirittura Pietra Filosofale, mentre in piemontese indica bevande curative ricavate da un paziente lavoro tra alambicchi e distillatori. Riguardo al balsamo va detto che esistono ancora due manoscritti riguardo la sua misteriosa preparazione. Sono datati diversamente, ma con la stessa calligrafia. Li ha scritti Pietro Andreis di Savigliano, centro del cuneese, che faceva il liquorista-pasticcere e conservava un quaderno del 1881, arrivato indenne ad oggi.

Le ricette fornite, appunto modificate nel tempo, sono due e hanno poche differenze come ingredienti. Nella prima ricetta c’è la triacha, la valeriana, l’angelica, il rabarbaro, la noce moscata e l’immancabile aloe succotrina (che è l’aloe vera), ginepro pesto, la buccia di quattro limoni e di quattro aranci, venti chinotti e un po’ di acqua di rose. Nella seconda ricetta viene aggiunta la mirra, il rabarbaro, la china, la radice di angelica e l’agarico bianco. Entrambe le preparazioni vanno lasciate in infusione per quindici giorni nell’alcol etilico e poi devono essere filtrate.

È nel 2005 che i ricercatori israeliani dell’Università di Gerusalemme, lavorando sulla chimica delle piante medicinali, decidono di scoprire che cosa si nasconda nei registri della farmacia del convento di San Salvatore, una delle più belle del mondo cristiano e tra le più antiche della città. E in un grimorio trovano una formula a base di quattro ingredienti – mirra, incenso (boswellia), aloe (aloe vera) e lentisco (pistacchio) – che attira la loro attenzione. Si tratta proprio del medicamento chiamato balsamo di Gerusalemme, ampiamente noto e utilizzato da più di due secoli, impiegato come una panacea contro varie malattie tanto in Medio Oriente quanto in Europa e dalla fama inalterata sino alla fine del 1900.

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Incuriositi, i ricercatori decidono di replicare la formula secondo la ricetta e studiarla con i moderni metodi di indagine scientifica. Scoprono e confermano le proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e antiossidante. Tutti i test dimostrano infatti un effetto positivo del balsamo Gerusalemme, e i risultati scientifici vengono pubblicati dalla rivista Journal of Ethnopharmacology. Il balsamo di Gerusalemme può essere utile ed efficace in tanti problemi, anche cronici: della pelle, in caso di ustioni superficiali, punture d’insetto, micosi interdigitali o labiali, infiammazioni delle gengive, labbra secche, ma anche come coadiuvante per dolori muscolari e articolari.

La mirra sin dai tempi antichi è usata per le sue proprietà conservanti, antinfiammatorie e antisettiche. Incenso è il nome genericamente attribuito alle oleoresine, la più importante delle quali è la boswellia sacra. Le proprietà terapeutiche dell’incenso sono molte: è un antinfiammatorio naturale, è espettorante e balsamico, possiede ottime proprietà antimicrobiche e agisce sulle vie respiratorie, possiede proprietà astringenti e antiemorragiche, vanta un’azione benefica nei confronti dell’epidermide, agendo come antisettico ed è particolarmente utile per contrastare l’invecchiamento.

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Olio di ricino: ottimo per disintossicare il fegato e non solo

Trova numerosi impieghi, tra cui quelli come lubrificante in meccanica, nell’industria farmaceutica, nella produzione di saponi, profumi, e prodotti cosmetici, come fluido idraulico in circuiti frenanti, nella produzione di inchiostri e pigmenti, come componente per la produzione di cere e rivestimenti superficiali, o per la sintesi di plastiche resistenti al freddo. Ma soprattutto, è una vera e propria toccasana per il nostro organismo.

In Italia, l’olio di ricino viene ancora abbinato al ventennio fascista. Durante il regime di Benito Mussolini, infatti, l’olio di ricino è stato utilizzato dalle camicie nere per creare intensi dolori intestinali agli avversari politici: le squadre fasciste obbligavano i dissidenti politici a ingoiare grandi quantità di olio di ricino. In realtà, parlando di olio di ricino bisognerebbe pensare al profeta Edgar Cayce.

Lui, il sensitivo più documentato di tutti i tempi, scoprì gli effetti benefici di questo olio. Scoprì l’olio di ricino per disintossicare fegato e non solo. A parere di Cayce, l’essere umano è costituito da tre nature: spirituale, mentale e fisica. Solo riconoscendo la loro unità, il fisico potrà tornare in piena salute.

Solo dopo diversi anni, il dottor McGarey, riuscì a confermare i benefici che l’uso esterno dell’olio di ricino aveva nei suoi pazienti. Il più comune era il rafforzamento del sistema immunitario. Il sistema linfatico oltre ad avere un ruolo importantissimo nel sistema immunitario ha anche il compito di drenare e purificare il nostro corpo. Sì, proprio il mio e il tuo. Ti è venuta un po’ di curiosità. E allora seguimi fino alla fine, ma iniziamo dall’inizio così da procedere con il giusto ordine logico delle cose. Innanzitutto, l’olio di ricino è un olio vegetale molto pregiato, che viene estratto dai semi della pianta del ricino.

Trova numerosi impieghi, tra cui quelli come lubrificante in meccanica, nell’industria farmaceutica, nella produzione di saponi, profumi, e prodotti cosmetici, come fluido idraulico in circuiti frenanti, nella produzione di inchiostri e pigmenti, come componente per la produzione di cere e rivestimenti superficiali, o per la sintesi di plastiche resistenti al freddo. Ma soprattutto, è una vera e propria toccasana per il nostro organismo.

Non una semplice medicina naturale, bensì un olio che cura. Infatti, quando i tessuti in un’area del corpo vengono ripuliti dagli scarti, le cellule sono in condizioni migliori per il loro buon funzionamento e l’attività degli organismi immunitari diviene più efficace nella difesa del corpo e nella sua ricostruzione.

Ma cosa ha di particolare l’olio di ricino? Quali sono i suoi componenti? Che attività svolgono a contatto con il nostro organismo? L’olio di ricino è composto prevalentemente da acilgliceridi, cioè trigliceridi. In tutti gli oli vegetali la composizione può variare in funzione della varietà, delle condizioni ambientali, della raccolta e della lavorazione.

Il principale acido grasso è l’acido ricinoleico, presente normalmente a concentrazioni superiori all’ottantatré per cento quando l’olio è estratto con estrazione soxhlet o a solvente o con spremitura a temperature superiori ai 60 gradi centigradi. Poi, c’è l’acido miristico, l’acido palmitico, l’acido oleico, acido linoleico, quello alfalinoleico, quello stearico, l’acido idrossistearico, l’acido arachico e quello gadoleico.

L’olio di ricino è un ottimo lubrificante, poco infiammabile, non-siccativo, suscettibile all’autossidazione. Si distingue da altri oli vegetali per la viscosità relativamente alta ed indipendente dal punto di fusione, relativamente basso, essendo uno dei rari oli vegetali, assieme a quello di Lesquerella fendleri, composto prevalentemente da acidi grassi insaturi idrossilati.

È la fonte principale di acido ricinoleico e per idrogenazione di acido 12 idrossistearico. La presenza di un gruppo funzionale ossidrile rende l’acido ricinoleico più polare di altri acidi grassi di origine vegetale, rendendo l’olio di ricino una materia prima rinnovabile particolarmente utile per la produzione di tensioattivi ed emulsionanti. Può essere utilizzato anche come materia prima per la produzione di acido sebacico.

Altra importante proprietà dell’olio di ricino è quella di aumentare l’attività di eliminazione delle scorie e di rigenerazione dei tessuti, di ridurre la perdita di sangue nei tessuti e sollecitare la loro ricostruzione anche a seguito di gravi ferite. L’eliminazione interna delle scorie e la rigenerazione dei tessuti è uno degli effetti primari dell’olio di ricino ed è un processo fondamentale per il ristabilimento dell’equilibrio nel corpo.

L’uomo possiede quattro canali di eliminazione delle scorie, i cosiddetti organi emuntori: pelle, polmoni, fegato-intestino e reni. Quando un canale è ostruito, danneggiato, intossicato o malato diventa incapace di espletare il suo compito e, com’è inevitabile che sia, gli altri tre canali vanno in sofferenza.

Olio di ricino miracoloso con le cicatrici

Per rispondere alla domanda che ti stai ponendo, l’olio di ricino deve essere usato nelle ferite e nelle abrasioni, per via delle sue miracolose proprietà. È in grado di rimarginare velocemente e completamente la pelle senza lasciare cicatrici. Ma non solo.

È un potente antibatterico e antifungino e si rivela ideale anche nelle micosi delle unghie: dopo qualche pediluvio con acqua e sale inglese (circa quindici minuti), basterà avvolgere le unghie interessate con un impacco di olio di ricino da tenere per tutta la notte. In realtà si potrebbe scrivere un intero libro per elencare tutte le patologie in cui l’olio di ricino è risolutivo: ferite infette, calcoli al fegato e alla cistifellea, spasmi esofagei, problemi di udito e tanto altro. Ma qui siamo su un blog e dobbiamo cercare di essere sintetici, anche se come vedi spesso non ci riusciamo.

Sono una trentina le funzioni fisiologiche che vengono migliorate attraverso l’uso dell’olio di ricino applicato localmente sotto forma di impacco. In ordine alfabetico, le principali sono l’afonia, l’appendicite, l’artrite, il blocco intestinale, i calcoli alla cistifellea, il cancro, la cellulite pelvica, la cirrosi epatica, la colite, la costipazione, i problemi della colecisti, l’epilessia, l’emicrania, l’epatite, l’ernia, il fegato fiacco, la gastrite, l’insufficienza renale, la linfoadenite, il linfoma di Hodgkin, il morbo di Parkinson, la neurite, la paralisi cerebrale, il restringimento e stenosi del duodeno, la sclerosi multipla, la sterilità e l’uremia. Ma ne mancano ancora molte.

Ma come è possibile che un’applicazione esterna sia in grado di produrre tutta questa serie di benefici? La potenza della natura, una potenza tanto temuta dalla farmacologia moderna. I pazienti di Edgar Cayce e anche quelli di McGarey, ottenevano benefici grazie ad impacchi di olio di ricino applicati sull’addome, o sul fegato. I miglioramenti salutistici erano dovuti all’effetto diretto dell’olio sulla funzione linfatica.

In particolar modo sul sistema di capillari linfatici che giocano un ruolo fondamentale nell’assimilazione degli alimenti da parte dell’intestino e la sua preparazione al processo di nutrizione di tutti i tessuti. Queste placche, chiamate di Peyer, rappresentano circa il settanta per cento del nostro sistema immunitario e sono costituite da noduli linfatici che si trovano nell’intestino tenue e che vengono vascolarizzati dai capillari.

In tutto ciò, un ruolo determinante viene giocato dagli aspetti emozionali. Edgar Cayce diceva: “Nessuno può odiare il proprio vicino e non avere lo stomaco e il fegato sottosopra”. Le emozioni sono collegate con le ghiandole endocrine le quali inviano impulsi nervosi attraverso il corpo e contemporaneamente producono ormoni in linea con il tipo di emozione che deve venire generata.

Tali sostanze chimiche hanno potenti e diretti effetti sul sistema nervoso autonomo e su varie altre funzioni organiche vitali. Il risultato è all’origine di numerose condizioni patologiche come ipertensione, ulcera dello stomaco e malattie cardiache. Molte altre malattie nascono da quello che pensiamo e che proviamo. E sono tutte autoimmuni, spesso croniche e degenerative.

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A questo punto mi aspetto che tu mi chieda: ma come si fa questo impacco con l’olio di ricino? È molto semplice e anche economico. Usa preferibilmente un panno di flanella o lana, una borsa di acqua calda, solo olio di ricino biologico estratto a freddo e una asciugamani. Piega il panno fino alla dimensione adeguata alla zona da trattare: l’addome e il fegato sono i due organi maggiormente trattati con questa tecnica, anche perché di solito sono i due organi più intossicati. Scalda per qualche minuto poco olio di ricino in una padella, poi passarci il panno sopra e impregnalo.

Applica il panno sulla zona prescelta e appoggia sopra la borsa di acqua calda. Avvolgi il tutto con un asciugamano attorno al tronco del corpo per impedire troppa aria. L’impacco deve restare a contatto con il corpo per almeno un’ora e mezza. Alla fine, assumi un cucchiaio di olio extra vergine di oliva. Poi, non lavare il panno. Conservalo e usalo di nuovo, seguendo sempre la stessa procedura. Quante volte puoi fare questo impacco? Minimo tre volte a settimana, ma anche ogni giorno.

Infine, all’inizio ho fatto cenno all’impiego di questo prezioso olio nella cosmesi. È un emolliente ed un condizionante con proprietà ammorbidenti ed idratanti. Il suo nome Inci è: ricinus comunis seed oil. Può essere utilizzato sulla pelle e su suoi annessi: capelli, unghie, eccetera.

La somiglianza chimica tra l’acido ricinoleico e la prostaglandina E1 lo fa ritenere utile nei cosmetici per rinforzare capelli e ciglia, anche se non esistono evidenze sul fatto che l’applicazione dell’acido ricinoleico abbia gli effetti e proprietà fisiologiche delle prostaglandine. Il primo tensioattivo realizzato senza saponificazione alcalina è stato il Turkey Red Oil, ottenuto dalla reazione dell’olio di ricino con l’acido solforico (Fremy 1831). Caduto in disuso come ingrediente da applicare a contatto diretto con la pelle per il suo potenziale irritante è ancora utilizzato nell’industria conciaria e tessile.

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Orticaria e pomfi: cosa sono e cosa fare per curarsi

Nella stragrande maggiorana dei casi, è data da allergie o intolleranze ad alimenti come crostacei, alcuni pesci, fragole, noci, uova, latte, pomodori, cioccolato, nocciole, additivi e coloranti contenuti nei cibi e molto altro. In linea di massima i cibi cotti inducono meno l’insorgenza dell’orticaria rispetto a quelli crudi. Oltre ai cibi, possono causare orticaria i farmaci come determinati antibiotici, alcuni antinfiammatori e antidolorifici, il contatto con alcuni tessuti, l’inalazione di polveri e pollini, ma anche fattori psicologici come tensione emotiva e stress, stimoli fisici come il caldo, il freddo, il sole, l’affaticamento fisico, l’associazione con infezioni batteriche, virali, micotiche e parassitarie o la correlazione con alcune patologie preesistenti di natura ad esempio endocrina e autoimmunitaria.

Parliamo di una reazione tanto diffusa: orticaria e pomfi. L’orticaria è un’eruzione cutanea, localizzata o generalizzata, caratterizzata dalla comparsa di pomfi – rilievi della pelle che possono presentarsi con un’ampia variabilità di forme, rotondeggianti, ovali o irregolari, di dimensioni che vanno dal puntiforme ad alcuni centimetri di diametro, di colore bianco, rosa o rosso – e dalla presenza di prurito solitamente molto intenso. I pomfi, in genere, scompaiono rapidamente e senza lasciare traccia. Sono più o meno pruriginosi.

Hai capito bene. Le chiazze gonfie, che compaiono soprattutto in estate e sono piuttosto diffuse e frequenti tra i bambini, non hanno bisogno di un trattamento specifico, perché il più delle volte l’eruzione si risolve spontaneamente e in pochi giorni. Esiste una vasta letteratura scientifica che collega un’allergia a farmaci o ad alimenti all’orticaria, ma non è sempre così. Considera che l’orticaria è molto frequente e nella maggior parte dei casi si risolve rapidamente e senza alcun tipo di conseguenza. Sono numerosi i fattori che possono provocarla.

Come accennavo poco prima, nella stragrande maggiorana dei casi, è data da allergie o intolleranze ad alimenti come crostacei, alcuni pesci, fragole, noci, uova, latte, pomodori, cioccolato, nocciole, additivi e coloranti contenuti nei cibi e molto altro. In linea di massima i cibi cotti inducono meno l’insorgenza dell’orticaria rispetto a quelli crudi.

Oltre ai cibi, possono causare orticaria i farmaci come determinati antibiotici, alcuni antinfiammatori e antidolorifici, il contatto con alcuni tessuti, l’inalazione di polveri e pollini, ma anche fattori psicologici come tensione emotiva e stress, stimoli fisici come il caldo, il freddo, il sole, l’affaticamento fisico, l’associazione con infezioni batteriche, virali, micotiche e parassitarie o la correlazione con alcune patologie preesistenti di natura ad esempio endocrina e autoimmunitaria.

È una vera e propria patologia cutanea: infatti si manifesta con un evidente sfogo caratterizzato da pomfi rosati o rossi a livello epidermico molto pruriginosi. Vere e proprie lesioni della pelle che possono rimanere circoscritte in una determinata zona o diffondersi su tutto il corpo e che si sviluppano tipicamente a livello soltanto superficiale. Può capitare, però, che le macchie vadano associate a reazioni edematose degli strati più profondi della cute e del sottocute: angioedema.

Come comportarsi in caso di orticaria

Per individuare la causa scatenante dell’orticaria con certezza scientifica è necessario sottoporre la persona colpita dal sintomo (perché, sia chiaro, l’orticaria non è una malattia, bensì solo un sintomo) dalla manifestazione cutanea ad accurati esami di laboratorio e strumentali. Può accadere che non si riesca comunque a risalire alla vera eziologia del disturbo ed in questo caso l’orticaria viene definita “idiopatica”. Sì, in medicina c’è sempre un nome per tutto…

Bisogna sempre distinguere tra orticaria acuta e cronica. Nell’orticaria acuta gli episodi durano meno di sei settimane e la causa va ricercata in un’infezione di tipo virale o batterico, contratta anche un paio di settimane prima della comparsa degli sfoghi. L’eruzione cutanea, insomma, si verifica rapidamente, diventa più grave dopo otto-dodici ore e poi si risolve spontaneamente entro un giorno al massimo due.

Di orticaria cronica, invece, si parla quando l’eruzione persiste per un tempo superiore e dipende raramente da una causa allergica. Può capitare anche che i test allergologici evidenzino degli anticorpi prodotti dallo stesso organismo contro i suoi componenti: si tratta in questi casi di una patologia di tipo autoimmunitario, che potrebbe nascondere la presenza di altre malattie di origine autoimmune, come la celiachia.

Quante tipologie di orticaria sono state classificate? Almeno cinque. C’è l’orticaria dermografica che provoca molto prurito e il grattarsi provoca l’ulteriore comparsa di pomfi: inizia improvvisamente ed è una forma di orticaria cronica. C’è l’orticaria colinergica, dovuta a un’eccessiva sudorazione, all’applicazione di medicazioni occlusive, a bagni caldi, a febbre o anche a un momento di ansia o di concentrazione.

Esiste l’orticaria-angioedema da freddo, provocata dalla reazione della pelle a una ridotta temperatura ambientale. L’orticaria da contatto, la “risposta” al contatto di una determinata sostanza con la pelle e può essere di origine allergica o non allergica, come la reazione urticante ad alcune piante o animali o farmaci, e l’orticaria vasculitica, associata all’infiammazione dei vasi sanguigni.

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La cosa importante è eliminare l’agente scatenante

Ma quali sono i rimedi più consigliati per trattare l’orticaria? Naturalmente quando si riesce ad identificare la causa di questa reazione dermatologica, la terapia si basa essenzialmente sull’eliminazione dell’agente scatenante. Quando, invece, ci si trova di fronte ad un’orticaria idiopatica e non è possibile ricorrere ad un trattamento mirato (perché sostanzialmente si brancola nel buio) il paziente deve essere curato con una terapia che risulti efficace nell’alleviare il prurito intenso e fastidioso.

Nella maggioranza dei casi, l’orticaria regredisce spontaneamente, senza bisogno di cure con farmaci. Ci sono casi, tuttavia, in cui la dermatosi può essere più violenta e generare invalidanti attacchi di prurito. Si consiglia di non grattarsi mai, perché sfregando viene favorita la sintesi di istamina, responsabile dei pomfi. Può capitare, inoltre, che in alcuni casi il medico suggerisca una terapia antistaminica o addirittura con cortisonici.

Ci sono tuttavia rimedi naturali efficaci che consentono di alleggerire di molto i sintomi di un’orticaria, soprattutto quando questa è in forma lieve. Tra questi: annoveriamo i bagni di acqua calda o fredda, con bicarbonato di sodio e farina di avena (se non si dispone della farina, va bene anche solo il bicarbonato di sodio), l’aloe vera (il cui gel allevia l’infiammazione e attenua il senso di prurito), gli oli essenziali di lavanda, di camomilla, di sandalo o di melissa, e la vitamina C (un lavaggio con acido ascorbico e bicarbonato di sodio ha un effetto antistaminico, ma anche la normale assunzione ha quasi lo stesso effetto).

In questi casi, si rivelano ottime anche la calendula e il biancospino, grazie alla quercitina, oltre alle radici di liquirizia, zenzero e curcumina. Invece, quando è lo stress la causa dell’orticaria, potresti prendere in considerazione anche l’idea di regalarti momenti di relax con dello yoga o percorsi di respirazione e meditazione. L’alimentazione resta uno degli aspetti più importanti nel caso di orticaria, per cui è bene individuare quanto prima l’alimento al quale si è intolleranti se non allergici, così da poter varia opportunamente la propria dieta.

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La storia di Aurora Leveroni: ecco chi è ”Nonna Marijuana”

Non fuma e non si sballa come potresti pensare. A novantaquattro anni suonati, cucina ricette italiane con cannabis medica per aiutare i malati. Vive a San Francisco dove la legislazione è decisamente più tollerante e più moderna rispetto a quella del “Belpaese delle Banane”. La Leveroni in poche settimane è diventata famosa in tutto il mondo grazie ad un video caricato su Youtube dove insegna a cucinare gustosi manicaretti a base di cannabis.

Di vita ce n’è una sola, si sa. E lo sa bene anche Aurora Leveroni, alias ”Nonna Marijuana”. Ma nel corso di una vita se ne possono vivere parecchie. Non è semplice, però. Bisogna avere coraggio per lasciarsi alle spalle certezze e abitudini, talvolta occorre rinnegare ciò a cui si è sempre creduto. Ancora più difficile, prendere atto del proprio fallimento, per decidere di ricominciare. I greci, questo tipo di decisione, questa tensione al cambiamento lo chiamano κρίσις. Noi la chiamiamo crisi.

Quella dell’Italia manifatturiera, ad esempio, che però può diventare un villaggio turistico globale, e quella delle sue aree dismesse, che ancora non si sa bene cosa farne. O ancora, la seconda vita degli oggetti usati che, a causa della crisi, la gente non butta via, ma preferisce riparare. E poi tante storie, che si intrecciano su questo mio “diario elettronico”. Oggi voglio raccontarti la storia di ”Nonna Marijuana”, che nella sua vita è stata capace di… Aspetta. Basta una parola: il suo soprannome è Nonna Marijuana.

Non fuma e non si sballa come potresti pensare. A novantaquattro anni suonati, cucina ricette italiane con cannabis medica per aiutare i malati. Vive a San Francisco dove la legislazione è decisamente più tollerante e più moderna rispetto a quella del “Belpaese delle Banane”. La Leveroni in poche settimane è diventata famosa in tutto il mondo grazie ad un video caricato su Youtube dove insegna a cucinare gustosi manicaretti a base di cannabis.

La sua “storia” con la marijuana inizia in tarda età, quando a sua figlia, che si chiama Valerie, viene diagnosticata l’epilessia. Aurora decide di iniziare a coltivare piante di marijuana nel proprio giardino per poi impiegarle nelle ricette in cucina. Così facendo aiuta la figlia a gli attacchi. “Cucino con la marijuana per curare le persone e mai per divertimento. Se vuoi divertirti, fatti una bella passeggiata in spiaggia e poi buttati in acqua”, queste le sue parole.

Tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che in California l’uso e la coltivazione di cannabis sono legali se utilizzati per scopi terapeutici. In Italia, l’arzilla signora sarebbe finita in galera, dove però non finiscono quasi mai ladri, politici, corrotti, delinquenti conclamati e col colletto della camicia stirato… Conscia del potere curativo della cannabis, Nonna Marijuana registra un video e mostra tutti i passaggi per un’ottima torta al cioccolato a base di marijuana.

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E così, il video di Nonna Marijuana diventa virale

Non ti sembri per nulla strano il fatto che, in pochissimo tempo, il video è diventato talmente tanto virale che Vice America ha offerto alla Leveroni la conduzione di un programma televisivo per lanciare il canale tematico Munchies. Ma chi è Aurora? Una tenera nonna di due nipoti, figli della figlia, un maschio ed una femmina, due bisnipoti dai capelli rossi ereditati dal marito che era originario di Genova, e due nipoti maschi e due nipoti femmine che sono i figli dei suoi fratelli.

Cominciò a cucinare con la cannabis per aiutare i pazienti che avevano subito chemio o radioterapia e che avevano dovuto avere a che fare con i loro effetti collaterali, come la forte nausea, la mancanza di appetito e l’impossibilità di dormire profondamente, il tutto sotto la raccomandazione della figlia, Valerie che, dopo essere rimasta vittima di un incidente, fondò un’organizzazione che offre assistenza ai pazienti. Ovviamente, dopo aver ottenuto una ricetta dal proprio medico curante. Furono notevoli i benefici che Valerie ottenne dalla Cannabis. A differenza dei farmaci normalmente prescritti, la Marijuana è ormai nota per curare totalmente alcuni tipi di carcinomi maligni e altri mali.

“Era il 1973, io e la mia famiglia stavamo attraversando il Nevada in macchina quando un pilota di un piccolo aereo privato trovò divertente volare a bassa quota proprio sopra la nostra testa: piombò sulla nostra macchina facendola uscire fuori strada e facendola rotolare per diversi metri. L’impatto su fortissimo ed io e suo padre pensammo che nostra figlia si fosse rotta l’osso del collo a causa della forte pressione che subì. All’inizio i medici ci dissero che non ebbe subito alcun trauma, invece dopo qualche giorno, cominciò a soffrire di forti attacchi epilettici”, ha raccontato ”Nonna Marijuana”.

“I cinque diversi farmaci che prendeva per tenere sotto controllo l’epilessia non la aiutarono per niente. Valerie a quei tempi, 1974, frequentava un giovane uomo che lesse per caso su un giornale di medicina che la cannabis avrebbe potuto aiutarla. Fu allora che decise di provarla, abbiamo supportato fin da subito la sua decisione e nel giro di tre settimane non ebbe più alcuna crisi”.

Un’amica di mia figlia, Suzy Wouk, mi filmò mentre cucinavo cibo con la Marijuana e il video diventò virale su YouTube. Suppongo che il mio essere così anziana abbia qualcosa a che vedere col fatto che sia diventata tanto popolare, nonostante io non senta affatto l’età che ho! Sono sempre stata di mentalità aperta quindi non ho avuto alcun problema a cucinare con l’erba. Negli anni Settanta abbracciai il pensiero liberale ed alcuni amici, scherzando, dicevano che mi avrebbero incarcerata perché andava contro lo stato e le leggi federali”.

“Io rispondevo sempre “se mi dovessero rinchiudere, che mi mettano in cucina!”. Tornando al discorso, penso di essere stata ripresa quattro volte e intervista molte altre. Poi partecipai al programma “Bong Appetit”, una pietra miliare per il mondo cannabico. Eppure non ho mai fumato neppure una canna nel corso della mia giovinezza, ma ammetto che i miei figli mi chiesero di provare e, nonostante non fossi incline, insistettero finché non accettai. Allora feci giusto una tirata molto leggera e non mi fece alcun effetto”.

Olio di cocco nella dieta: gli usi, i benefici e le proprietà

Per quel che riguarda l’uso alimentare esistono ancora due “fazioni” opposte. Chi lo sconsiglia in quanto ricco di grassi saturi – come burro, tuorlo d’uovo e grassi animali – che andrebbero ad aumentare il colesterolo “cattivo” e chi invece lo promuove in quanto si tratta di grassi non sempre nocivi come sono i grassi trans, ovvero molecole di grasso che sono state trasformate (come gli oli vegetali che diventano margarina).

C’è chi ancora guarda con diffidenza l’olio di cocco, altrimenti non mi sarebbe toccato scrivere questo approfondimento. L’olio di cocco è un altro super alimento. In Asia, in India, ma anche in Polinesia, viene usato da secoli come alimento e come medicina: fa parte integrante dell’alimentazione e si crede possa spiegare la bassa incidenza di malattie cardiache, tumori e altre malattie di tipo cronico e degenerativo della popolazione locale.

Da cosa è composto? Questo particolare olio contiene circa il novanta per cento di acidi grassi saturi, simili ai grassi contenuti nei prodotti animali, tanto che molte organizzazioni sanitarie come l’Organizzazione mondiale della sanità, l’americana Food and Drugs Administration e la britannica National Health Servicene ne sconsigliano il consumo in grandi quantità. L’ideale è consumare l’olio di cocco solo saltuariamente, magari per la produzione occasionale di dolci ma mai come olio di frittura.

Altrettanto va detto sul fatto che l’olio di cocco era considerato, fino a pochi anni fa, almeno in Occidente, un concentrato di grassi potenzialmente pericolosi per la salute cardiovascolare. Adesso, invece, questo prodotto ha visto aumentare la sua popolarità in seguito ad alcune ricerche scientifiche che ne hanno confermato diverse proprietà e possibili utilizzi per la salute e la bellezza. È noto che ci sono almeno cinquanta cose che si possono fare con quest’olio e che più avanti ti descrivo.

Per quel che riguarda l’uso alimentare esistono ancora due “fazioni” opposte. Chi lo sconsiglia in quanto ricco di grassi saturi – come burro, tuorlo d’uovo e grassi animali – che andrebbero ad aumentare il colesterolo “cattivo” e chi invece lo promuove in quanto si tratta di grassi non sempre nocivi come sono i grassi trans, ovvero molecole di grasso che sono state trasformate (come gli oli vegetali che diventano margarina).

Non si può trascurare il fatto che l’olio di cocco sia ricco di acido laurico, sostanza dalle tante proprietà, e che ciò andrebbe a compensare la presenza dei grassi tanto incriminati. Secondo la “difesa” c’è che già nelle culture indigene di tutto il mondo si poteva vedere come il consumo di grassi come quelli presenti nell’olio di cocco fosse in realtà utile alla sopravvivenza stessa. Ovviamente, la nostra società ha uno stile di vita ben diverso: si sta poco all’aria aperta, si è sedentari…

Vitamina A, D ed E nell’olio di cocco: un concentrato

In questo caso più che mai bisogna rifarsi alle linee guida. A proposito, che dicono? Secondo i dettami delle principali società mediche internazionali un adulto sano non deve mangiare più di trenta grammi di grassi saturi al giorno. Una donna sana in media non più di venti. Gli esperti sottolineano però che i grassi sono una parte essenziale di una dieta sana e bilanciata. Quindi vanno mangiati. Anche perché sono fondamentali per assorbire le vitamine A, D ed E.

Innanzitutto si tratta di un prodotto molto calorico con circa 850 calorie ogni 100 grammi e anche se naturale e di origine vegetale, presenta altissime concentrazioni di grassi saturi e dunque andrebbe consumato con la dovuta moderazione, specialmente da chi soffre di ipercolesterolemia o dislipidemia in genere. Importante poi acquistarlo di buona qualità, provenienza biologica ma soprattutto spremuto a freddo in modo che si conservino tutte le proprietà.

Quale prediligere? Quello vergine è meno raffinato e quindi più ricco di antiossidanti rispetto a quello sottoposto a raffinazione. È anche di migliore qualità perché prodotto a partire dalla noce di cocco fresca. Il suo gusto e il suo profumo sono più marcati. Invece, l’olio di cocco raffinato è estratto dalla copra, cioè dalla noce di cocco seccata al sole, affumicata o scaldata al forno. L’olio a base di copra è sottoposto a diversi processi di raffinazione. Può essere sbiancato per eliminare le impurità, poi sottoposto a deodorazione con il vapore. Un olio da evitare nell’alimentazione.

Come usarlo nell’alimentazione? Consiglio di usarlo non regolarmente nella cucina. Infatti, uno dei principali vantaggi della cottura con olio di cocco è che ha un punto di fumo – punto in cui gli acidi grassi di un olio iniziano a degradare e si possono formare composti tossici – significativamente più alto rispetto alla maggior parte degli altri oli quasi cento e ottanta gradi, cosa che lo rende adatto anche a preparare fritture. L’olio di cocco si utilizza spesso all’interno di torte vegane o ricette paleo perché si solidifica a temperatura ambiente e mantiene le preparazioni intatte dando loro la giusta consistenza. Ma non solo.

Per rendere più nutriente e ricco il frullato di frutta e verdura si può aggiungere dell’olio di cocco che contribuirà anche a far assorbire meglio le vitamine liposolubili. C’è chi assume un cucchiaino di olio di cocco prima dei pasti principali in modo da aumentare il senso di sazietà. La scienza ha rivelato che i chetoni prodotti quando si consuma olio di cocco possono portare a ridurre l’appetito. Inoltre, è un grasso nutriente per le ghiandole surrenali e la tiroide in grado anche di avere effetti benefici sul bilanciamento degli ormoni.

Tutti gli usi che si possono fare dell’olio di cocco

Conferisce maggiore energia e migliora il metabolismo. I trigliceridi a media catena, contenuti nell’olio di cocco creano un rilascio di energia a lungo termine e aiutano ad aumentare il metabolismo e la perdita di grasso. Gli acidi grassi a catena media non sono memorizzati come grasso nel corpo e sono utilizzati immediatamente dal fegato come fonte di energia. Se non bastasse, tiene a bada gli zuccheri nel sangue, rilasciando i suoi nutrienti lentamente, fornendo una fonte di energia che contribuis