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Torino nord e i suoi problemi

Torino nord non ha solo problemi legati al campo nomadi di via Germagnano e a quello di strada dell’Aeroporto, quest’ultimo dà gli stessi problemi dell’insediamento di zingari presenti al confine tra Barriera di Milano e Falchera. A volte anche maggiori. Torino nord è tutto un problema, specialmente sociale, visto che quegli amministratori torinesi che si vantano di copiare dai “cugini” di Parigi (dove si cerca di non creare ghetti promuovendo l’edilizia popolare accanto a quella di lusso) stanno dimostrando con i fatti che, pur conoscendo a memoria lo slogan, non sono capaci di applicarlo concretamente.

Sarà che Torino non è Parigi e Parigi non è Torino? Torino nord è una polveriera sociale. Forse la più grossa che c’è in città. Gente onesta, tanta, anzi tantissima brava gente, lavoratori dipendenti, commercianti e disoccupati che però qualcosa vogliono fare, annega tra spacciatori, tossicodipendenti (quante cose si risolverebbero se facessimo come i civili svizzeri che hanno istituito le stanze del buco), ladri, ricettatori, prostitute e puttanieri. Quanta ingratitudine nei confronti di quartieri abitati da cittadini con gli stessi diritti. E da quanti anni, venti e più anni. Un esempio può essere dato dalla “fauna” che orbita intorno all’ospedale San Giovanni Bosco, parcheggio e parchetti adiacenti.

Lì, tra parcheggiatori abusivi assunti dalla malavita (mafie?), spacciatori, marchette (donne e uomini), ma soprattutto tanti disperati intrappolati nell’inferno dell’eroina o della cocaina, o peggio ancora in quella miriade di droghe acide che la mente umana è riuscita a produrre. A tutto ciò, bisogna aggiungere lo storico isolamento forzato in cui sono costretti a vivere molti residenti. Infrastrutture iniziate e mai completate, come il famoso “mezzo ponte” di Falchera, che sembra una barzelletta oppure i binari della ferrovia che segnano il confine tra un quartiere problematico e un altro. E meno male che non ci sono ghetti…

Quelli esposti fino ad ora sono solo alcuni dei gravi problemi con cui i torinesi di Falchera (che pagano le tasse come tutti) si trovano a lottare quotidianamente. Ce ne sono molti di più e altrettanto fastidiosi, gravi e preoccupanti. In via Tanaro, per fare un esempio, è come vivere a Venezia. Ma senza gondole e neppure turisti. Ogni tanto arriva l’acqua alta, portata dalle piogge, e la via finisce sott’acqua. Garage e box vengono sommersi, con relativi ingenti danni. Non sempre i vigili del fuoco e la protezione civile riescono a ripristinare la situazione in tempi brevi con l’utilizzo di più idrovore contemporaneamente.

A volte, prima che la situazione torni alla normalità, possono volerci fino a 2-3 giorni. Anche in questo caso, sono anni che i cittadini lottano contro le amministrazioni di turno. Ma quando si è costruito su una falda, nessuno aveva previsto che ad ogni temporale si sarebbe allagata la via? Seppure in maniera ridotta, della situazione generale di Torino nord ne fa le spese anche Pietra Alta, l’estrema periferia di questa parte della città. Spesso confusa, con il vicino e più grande quartiere di Falchera, Pietra Alta è una zona a sé rispetto alle altre borgate dell’Oltrestura, separata così com’è dal tracciato della ferrovia Torino-Milano.

Torino e i problemi che fanno da spartiacque

Una cosa importante che non può essere ignorata in questo caso è che, come spesso accade a Torino, i tracciati delle ferrovie fanno da spartiacque nel tessuto urbano, dando origine a quartieri distinti e separati sui rispettivi lati delle linee ferroviarie. Non a caso gran parte dei binari sono oggi interrati, nel tentativo di ricucire questo strappo fatto al territorio cittadino. La ferrovia Torino-Milano, nell’area nord della città, separa fisicamente Falchera da Pietra Alta, Barriera di Milano da Borgata Vittoria, San Donato da Aurora… Nell’Oltrestura torinese questa “spaccatura” è accentuata, dal fatto che i binari sono sempre a raso (non interrati come da corso Grosseto in poi) e che dal lato di Falchera ci sono tanti campi e aree non edificate.

Questo aumenta la percezione di distacco fra la Falchera e Pietra Alta. Non lontano da Falchera e Rebaudengo c’è la moderna stazione Rebaudengo-Fossata, un luogo a volte spettrale che, nonostante il nome, rimane nel quartiere Barriera di Milano. A divertirsi qui sono i ladri, che in pochi mesi hanno smontato tutte le bici che hanno potuto, centinaia. Davide Bono, nel 2013 capogruppo M5S in Regione Piemonte, ha pubblicamente raccontato di essersi perso: “Ho dovuto cercare sul sito dell’Agenzia Mobilità Metropolitana dove si trovasse la stazione. Serve un’intera pagina internet per spiegare dov’è… scoprendo un paesaggio da peggior periferia, con tanto di discarica abusiva subito usciti dal parcheggio. Poi il vuoto. Davanti nulla, una palina che indica il capolinea dell’autobus 21, un pulmino circolare di quartiere, per andare verso il mondo civile”.

Secondo voi, nel 2017 qualcosa è cambiato? Ma spostiamoci in questo mondo civile… Piazza Conti di Rebaudengo, via Renato Martorelli, via Gottardo, via Sempione: già prima delle 13, ci si rende conto che qui la sicurezza non è stata mai raggiunta. L’igiene tantomeno. Il luogo è ricco di spacciatori e tossicodipendenti. La droga la si può comprare facilmente e a buon mercato. Non l’hashish o la marijuana. Qui c’è eroina. Siamo nella seconda centrale dello spaccio di droga in Piemonte, la prima è Porta Palazzo. Dal Tossic Park di corso Giulio Cesare siamo passati alla Tossic Place di piazza Rebaudengo, dove l’operazione antimafia “Gioco duro” in passato aveva smantellato una bisca clandestina dedita al gioco d’azzardo che alle cosche della ’ndrangheta fruttava molti soldi.
Servivano a sostenere i detenuti.

A due passi c’è la lunga via Gottardo dove – a causa degli spacciatori e degli aguzzini dei parcheggi dell’ospedale San Giovanni Bosco – le case ormai quasi te le regalano. Per non trovarsi l’auto rigata bisogna lasciare 50 centesimi o addirittura 1 euro. Il prezzo lo fanno loro. Anche per gli abitanti di Rebaudengo i problemi non finiscono qui. Loro, che confinano con il fiume Stura di Lanzo e i suoi campi nomadi a nord e le vie Gottardo e Sempione e le rispettive storie di spaccio e di violenza a sud, ad est si ritrovano corso Giulio Cesare e il parco Stura. L’ex Tossic Park è abbandonato e recintato con delle transenne per impedire l’ingresso a chiunque, ma ovviare al divieto è facile. A due passi dall’ingresso del Novotel c’è un varco. Facendo un giro nell’area bonificata tra il 2006 e il 2007 ci si imbatte in cumuli di immondizia, bottiglie di vino e di birra vuote, piatti di plastica, sacchi e avanzi di cibo, ma anche copertoni e materassi.

Corso Giulio Cesare, insieme a corso Vercelli, rappresenta la principale arteria di Barriera, oltre che di Falchera, Rebaudengo e Aurora. Quartiere di particolare interesse industriale ed economico già dopo i primi anni Sessanta del secolo scorso, in contrapposizione con Mirafiori, è attraversato dalla strada più inquinata della città. Su corso Giulio Cesare si spaccia, come su corso Vercelli (nella zona più vicina a Porta Palazzo e in quella adiacente a Rebaudengo e a Falchera). Si rischia tranquillamente lo scippo o la rapina, come su corso Vercelli. Ci si prostituisce, proprio come su corso Vercelli. Dal pomeriggio a notte fonda.

Torino nord: corso Vercelli e corso Giulio Cesare

Non a caso, corso Vercelli e corso Giulio Cesare sono due corsi paralleli che nascono alla stessa altezza e terminano nello stesso punto. Barriera non è un comune quartiere popolare. Era un quartiere popolare di periferia, dal carattere misto residenziale-commerciale e con la presenza di molti negozi e vetrine colorate e multietniche. Si è impoverito sempre più, specialmente dopo che i due corsi hanno perso importanza strategica e industriale. Confina con Rebaudengo (nord), Regio Parco (nord ed est), Aurora (sud) e Borgata Vittoria (ovest). La storia di questo quartiere è direttamente legata alla sua evoluzione e al suo declino.

Prese forma nella seconda metà del 1800, dopo la realizzazione di corso Giulio Cesare e del Ponte Mosca (prima corso Giulio Cesare si chiamava corso Ponte Mosca), a seguito della costruzione della prima cinta daziaria di Torino. Eretta a partire dal 1853 allo scopo di garantire il controllo doganale sulle merci in entrata, la cinta muraria comprendeva al suo interno il centro storico, i quartieri limitrofi, le campagne e i territori prevalentemente agricoli. L’ingresso nella parte cintata di Torino era reso possibile dalla presenza di varchi, o barriere, che assicuravano il pagamento del dazio.

Fra le tante barriere, quella di maggior rilievo storico e strategico era la barriera eretta nell’odierna piazza Crispi, lungo la strada Reale d’Italia, oggi corso Vercelli. La storia dei dazi che le merci pagavano per entrare a Torino finì con l’unificazione d’Italia. Questo ci aiuta a comprendere come nei decenni del secolo scorso Barriera abbia sempre più perso importanza per la città. Sono nate zone franche, in angoli del quartiere, composto per lo più da gente umile e onesta. Questi luoghi si sono trasformati in terre di nessuno, dove la sera e la notte si può rischiare anche la vita.

In burocratichese dicono che Barriera è in attesa di una riconversione da parte del Comune. Si annuncia una lunga attesa. Molto molto lunga. Ma un giorno ci sarà anche la linea 2 della metropolitana che passerà da qui, se si riuscirà mai a realizzarla. Siamo sicuri che basterà? La sua ricchezza è l’essere cosmopolita, come le vicine Porta Palazzo e Borgo Dora. Frequenti episodi di micro e macro criminalità hanno reso il quartiere poco sicuro e poco vivibile. I cittadini onesti denunciano continui episodi di spaccio di droga, aggressioni, rapine, scippi, prostituzione femminile e maschile (a volte anche minorile), riciclaggio…

Tutti fattori che nulla hanno a che fare con le differenze razziali tra i residenti. Hanno a che fare con la povertà, l’ignoranza e la disperazione. E disperazione è anche per molti residenti che spesso, oltre a fronteggiare episodi di macro e micro criminalità, se la devono vedere anche con i frequenti furti negli appartamenti. Molti pensano che sono gli zingari del campo nomadi “credo di via Germagnano e di lungo Stura”, dice un commerciante di lungo corso che come tutti mi ha richiesto l’anonimato.

Ad anonimato accordato, aggiunge con una diplomazia tutta torinese: “Gira voce che a Mirafiori molti furti e rapine vengano commessi dagli zingari che vivono in zona. Perché a Barriera dovrebbe essere diverso? Tutto il mondo è paese e Torino è un paesone… Io non vivo a Barriera, la sera chiudo sempre con il timore che possa accadere qualcosa e senza contante addosso e me ne torno in centro. Poveri quelli che restano. I miei clienti mi riferiscono che non riescono a dormire per i troppi schiamazzi, dei vicini della prostitute e dei tossici, matti e ubriachi che sono tornati ad essere i padroni del quartiere… Come ti viene in mente di prendere tua moglie o i tuoi figli ed andare a passeggiare per strada? Non ti viene voglia di vivere il tuo quartiere”.

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Barriera di Milano: vivere il quartiere e B.a.r.l.u.i.g.i

“Vivere il quartiere”. E che quartiere. Una polveriera sociale in mano all’anarchia. Viene in mente che già in passato Barriera era diventata famosa a livello nazionale perché luogo di origine dei componenti della Banda Cavallero, i banditi che terrorizzarono il Nord con rapine e gravi episodi di criminalità negli anni Sessanta La banda di rapinatori si formò in un bar di corso Vercelli. Non era la fame il problema di quegli anni. Secondo quanto reso nelle deposizioni di Pietro Cavallero, il capo della banda, il problema era il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall’immigrazione. Giustizia sociale. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma guardava più propriamente all’anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e a Ravachol (Francois Koenigstein).

Lasciò una lunga scia di morti e di feriti. Tre dei quattro componenti furono condannati all’ergastolo, uno a quasi tredici anni per la giovane età. In politichese, dal 2005, vanno ripetendo che la zona è interessata dal progetto Variante 200, che dovrebbe ridisegnare radicalmente il quartiere, collegando la zona alla stazione di Torino Rebaudengo-Fossata. Nell’attesa, lunga attesa che non è dato sapere quando terminerà con certezza, i residenti a gruppi sono costretti a scendere in strada per protestare e ribellarsi allo strapotere delle bande. Ma non serve a nulla. Barriera ti mangia l’anima. Qui, fino all’inizio del 2014, c’era un simpatico progetto che si chiamava B.a.r.l.u.i.g.i. Un bar di quartiere inaugurato nel 2012. In questa atmosfera popolare, identitaria, difficile, il bar è durato solo due anni. Troppa delinquenza e poca voglia di contrastarla.

Furti, saracinesche forzate, vetrine rotte e registratori di cassa rubati. Gli onesti si arrendono. Se le istituzioni non intervengono, non si può pretendere che i piccoli imprenditori si oppongano ad un fenomeno che rappresenta il peggior cancro della zona. Dagli anni Ottanta, nella zona intorno a stazione Dora, su corso Vigevano, è evidente una pericolosa situazione di assoluto degrado e sporcizia. Una volta gli spacciatori, presenti già al mattino, si nascondevano sotto il ponte di corso Mortara. Adesso che il ponte non c’è più, vendono morte alla luce del sole. E le prostitute? Le belle in alcuni locali e le brutte per strada. E i tossicodipendenti? Sempre su via Francesco Cigna, solo nascosti meglio. Ma quindi la riqualificazione? La riqualificosa?

 

Torino e i roghi che la soffocano

Roghi tossici appiccati ogni sera, rischio quotidiano di contaminazione da diossina, discariche a cielo aperto e maleodoranti, campi nomadi abusivi che spuntano come funghi a fianco a quelli “ufficiali”, infrastrutture di collegamento tra quartieri periferici mai completate, opere utili come cattedrali nel deserto, spaccio e consumo di droghe come eroina e cocaina alla luce del sole e al chiaro di luna, prostituzione femminile e maschile, furti, scippi e rapine. Ecco l’altra faccia del biglietto da visita di Torino. Sì, Torino, città di record e di primati. Ma anche città di soffocanti roghi tossici. Mica pensavate che la Città della Mole si privasse di tutto ciò?

Dove lo sguardo si perde tra Gazodromo, Mole Antonelliana, palazzi liberty di Cit Turin fino ad arrivare quasi all’Olimpico sembra tutto bello. E sembra così anche dove gli occhi incrociano la splendida precollina torinese, ricca di ville regali, dove la crisi non ha mai bussato, la Basilica di Superga, i caseggiati della periferia, di San Mauro e Settimo Torinese e l’arco alpino. Ecco, se si guarda attentamente lì in mezzo, tenendo come punto di riferimento ideale le “torri gemelle” di Falchera, per poi spostarsi sul ricordo di quello che fu il grande campo nomadi abusivo, allestito da non si sa bene chi nel quartiere Barca, sul lungo Stura Torino Lazio, e poi smantellato di fretta e furia dopo anni di proteste e inquinamento tossico, lì non si può non notare qualcosa.

Discariche a cielo aperto con topi che sguazzano nell’immondizia a via Germagnano.

Non sono indigeni che mandano segnali di fumo. Laddove negli anni Sessanta, c’erano delle rive, spiagge di operai e contadini di una Torino già all’epoca ibrida, si scorgono chiaramente le “indicazioni aeree” per raggiungere i campi nomadi di Falchera, quelli di via Germagnano, sia quello regolare e sia tutti gli altri abusivi. Questi ultimi sopravvivono a qualunque distruzione. Rinascono sempre, come la coda delle lucertole. E sempre in riva al fiume…

Si vedono perfettamente le alte colonne di fumo che si alzano al tramonto: stanno fondendo rame o bruciando rifiuti nelle adiacenze del campo nomadi in cui vivono migliaia di rom. Sono enormi colonne di fumo, alte decine e decine di metri. Fumo intenso, appiccicoso, terribilmente maleodorante. Come fanno a non scorgerle gli amministratori di questa città?

Molte sere, in particolare nel periodo autunno-inverno, le colonne sono cinque, sei, sette (sono meno del periodo 2014-2016, perché sono aumentati i roghi in strada dell’Aeroporto)… In tutti i campi bruciano qualcosa. In quei momenti capisci cosa significa aver fatto naufragare il progetto di integrazione culturale, obbligando alla convivenza razze e usanze troppo diverse tra loro senza prima rieducare, senza prima insegnare il rispetto, la tolleranza.

La polveriera sociale e i roghi tossici

Senza offrire una valvola di sfogo. Tutti compressi a Torino nord. Qui tocchi con mano la sofferenza a cui sono stati costretti per anni e a cui sono ancora costretti i quindicimila residenti di Barca, i venticnquemila di Falchera, i cinquantamila di Barriera di Milano e i ventimila di Rebaudengo. Gli ultimi tre, oltre ad essere quartieri difficili per spaccio di droga, rapine, prostituzione e riciclaggio, soffrono anche il campo nomadi di via Germagnano, posto perversamente sul confine Falchera-Rebaudengo. Altro che il quartiere Ciambra di Gioia Tauro…

C’è sempre un gran via vai al distributore automatico di benzina.

Semplicemente non mi piace che una parte di Torino diventi una nuova Terra dei Fuochi. Non ce l’ho con rom, romeni, bulgari, croati, sloveni o sintu piemontesi che affollano i campi nomadi della città e che sfuggono a qualunque censimento (sono sempre molti di più rispetto a quelli che risultano). Parlo volentieri con loro.

Ne conosco anche di molto bravi e onesti, ma molti di loro hanno abbandonato i campi nomadi. Mi confronto, anche se spesso non condivido le regole totalitaristiche imposte dalla loro cultura. E per la verità, ogni volta che mi è capitato di parlare con giovani zingari sotto i 30 anni, ho scoperto che neppure loro comprendono determinate imposizioni familiari, specialmente quelle che intaccano la sfera sentimentale-sessuale.

Però sono zingari e pensano di essere costretti ad accettare usi e tradizioni senza mai discutere nulla. Obbedienza assoluta? Per nulla. Menzogna, ipocrisia e pochezza. Usciti dal campo nomadi, lontani da occhi indiscreti, molti ragazzi applicano la regola del “si fa ma non si dice”. Sognano t-shirt e jeans firmati. Le scarpe Nike. I RayBan… Non vogliono rubare negli appartamenti e non vogliono girare tra bidoni dell’immondizia, ma non vogliono neppure lavorare.

Quindi, molti scelgono di frequentare alcuni cinema porno, alcuni parchi della città o una sauna in particolare dove si prostituiscono con vecchietti o “cigni” con la sindrome del brutto anatroccolo. A volte, capita che la rapina la facciano lì. Sul posto di “lavoro”. Eccoli i nuovi “gigolò in saldo”, da 5 a 20 euro. Chi mi conosce sa che almeno due volte all’anno raccolgo vestiti che poi consegno ad alcune famiglie realmente bisognose. Non sono razzista e non lo sono mai stato. Pretendo semplicemente che si rispettino le regole. Giudico i fatti. Solo quelli mi interessano.

Ragazzi del campo riempiono taniche di benzina.

I rom e il giro criminale che i sfrutta

Ce l’ho con il giro criminale che li circonda e li sfrutta e che molti alimentano quotidianamente, traendo benefici illeciti grazie alle falle del “sistema” Italia. Ho domandato ad un ragazzo rom: come fate a vendere il rame? A chi lo vendete? Mi ha risposto: “Alle fonderie. Lo vendiamo in modo legale, nessuno ti chiede dove hai preso quel rame. Devi fonderlo prima. Il tuo nominativo non viene comunicato a nessuno. Alla polizia? Noooo”. In fondo, sono solo 30 anni che le nostre città vengono saccheggiate di rame.

È a rischio la salute dei cittadini. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie torinesi – che abitano a Barriera di Milano, a Falchera e a Rebaudengo – che sono costrette a respirare ogni giorno odori nauseabondi e ogni sera fumi tossici. Quelli che non vengono inalati, si depositano sui mobili, sui letti, in cucina, un po’ dappertutto sotto forma di polveri. Polveri che si respirano e che sono tossiche per l’organismo umano.

Il fenomeno è molto evidente nelle zone adiacenti a via Germagnano – e non parliamo di ciò che è rimasto sul lungo Stura Lazio (nel tratto in cui era presente l’altro enorme insediamento) – dove l’aria in determinati momenti della giornata è irrespirabile. La puzza si sente addirittura in tante abitazioni presenti nel raggio di un paio di chilometri. Dipende dal vento. E Torino è una città ventosa… Serve a poco anche la mascherina. L’aria è acida. Avvelenata. Da Barriera a Rebaudengo a Falchera, da anni, è una continua polemica con i sindaci di turno.

Fumi dei roghi tossici. Una malattia per Torino nord.

Un braccio di ferro costante, che logora e ti logora senza dare risultati concreti. Finisci per sentirti prigioniero in casa tua. Non rappresentato e tutelato da chi hai mandato a sedere su uno “scranno”. Effettuato uno sgombero e sequestrato un terreno, nasce un nuovo campo nomadi abusivo nel giro di 48 ore.

Roulotte pericolanti, camper sgarrupati e macchine che si reggono col fil di ferro, ma anche nuove e fiammanti coupé Bmw e Mercedes, monovolume Volkswagen, le berline dell’Audi, vanno a sommarsi a tempo indeterminato ai mezzi dei parenti delle famiglie di via Germagnano, che a loro volta erano venuti anni fa in visita.

Alla fine hanno deciso di fermarsi a Torino

Ma poi non se ne sono mai più andati. Si sta bene in Italia, eh? Dieci, venti, trenta, quaranta numerosi nuclei familiari e in un fazzoletto di terra grande quanto un orto ti ritrovi gli stessi abitanti di alcune località montane della Calabria o della Lucania. I residenti, che già a fatica sopportano i nomadi regolari, passano dalla disperazione alla rabbia. Sbottano. E altro che aplomb torinese…

Si riuniscono, si sfogano, urlano, si parlano. Vorrebbero farsi giustizia da soli. Non possono. Decidono saggiamente di fare rumore, nascono alcune manifestazioni, raccolta di firme, si arriva alle petizioni online, a scrivere esposti inviati alle forze dell’ordine e alla Procura della Repubblica… Ma il problema non viene mai risolto. Viene spostato. Un ping pong del disagio da un quartiere all’altro che sembra perverso, sadomaso. Tipicamente politico. Per come s’intende la politica in Italia.

Famiglie rom scaricano materiali da incendiare.

Agli abitanti dei campi nomadi non sono simpatici quelli che fanno rumore. Accendono le luci. Attirano l’attenzione. Infatti, ora gli ospiti delle baraccopoli non vogliono che nessuno si fermi o si avvicini per scattare fotografie, girare video testimonianze delle condizioni igienico-sanitarie della via in cui vivono, fare domande… Eppure, in teoria, questi sarebbero luoghi pubblici, di Torino, una città d’Europa. Se si accorgono che scatti foto provano ad aggredirti. Ti urlano contro. Ti minacciano. Lo hanno fatto anche con me mentre cercavo di realizzare questo reportage.

I gruppi spontanei di Rebaudengo – che è un altro quartiere difficile, delimitato a nord dallo Stura di Lanzo, ad est dal parco Stura (l’ex Tossic Park) e da corso Giulio Cesare, a sud dal trincerone ferroviario di via Gottardo e via Sempione e ad ovest dal passante ferroviario di Torino – temono i rischi da un’esposizione continua, quindi eccessiva, a fumi tossici. Ma è una storia vecchia. Addirittura in una lettera inviata a giugno del 2014 all’allora vicesindaco di Torino, Elide Tisi, i suoi rappresentanti denunciavano: “Siamo dei cittadini di via Scotellaro e da anni viviamo tra due fuochi, tra via Germagnano e lungo Stura Lazio…”. E oggi?

“Viviamo con le mascherine antigas”, raccontano alcuni abitanti di Rebaudengo che abitano vicino al campo di via Germagnano. A loro è fatto divieto di aprire finestre e balconi in qualunque periodo dell’anno. “Siamo stufi di respirare gas tossici”, ripetono. Non sono preoccupati per i gas sprigionati dalla fusione del rame. Il loro terrore si chiama diossina. Alle spalle e davanti i campi nomadi di via Germagnano è tutto un proliferare di discariche a cielo aperto. E la notte, è un proliferare di roghi. Decine di fuochi. La puzza è insopportabile.

‘Ci stanno intossicando, siamo esasperati’

Ci stanno intossicando, siamo esasperati, ripetono dal sito Change.org. Ma chi brucia tutti questi rifiuti? E’ tutto prodotto in casa? “No so. Noi no, ti lo giuro amico. Noi non bruciamo nulla. Niente”, dice in un italiano dall’accento sloveno un rom sui 20 anni. Però, gli incendi avvengono a poche decine di metri dalle baracche… L’omertà regna sovrana. Ti prendono in giro. Ti dicono “boh”, sorridono con lo sguardo furbetto, si guardano… Sta di fatto che dal 2014 ad oggi non è cambiato nulla. I dipendenti dell’Amiat si ammalano e quando non si ammalano vengono aggrediti. E ai residenti succede la stessa cosa. Anche il canile Enpa, più volte assaltato, è stato distrutto. Chiamparino, Fassino e Appendino, poi chissà. Quante belle promesse…

Abbiamo citato l’Amiat. Giusto. Questa storia sembra una barzelletta: discariche abusive e fumi tossici davanti ad una discarica, quella comunale dell’Amiat. Purtroppo, è una triste realtà torinese, fatta di ignoranza, sporcizia, storie squallide, miseria morale, isolamento fisico e culturale, mancata integrazione. Un catastrofico fallimento.

Quartieri troppo popolari cresciuti velocemente e letteralmente tagliati fuori dalla città dall’asse ferroviario Torino-Milano, con la promessa ancora incompiuta della realizzazione di collegamenti stradali. Ghetti. Brutti ghetti, dove fino al 2005 venivano ignorati migliaia di extracomunitari che trovavano rifugio nelle ex fabbriche abbandonate. Quelle che spesso si trasformavano in stanze del buco e in teatri di fatti di sangue. L’integrazione non è più neppure un sogno, è un incubo per gli abitanti che rivendicano la loro torinesità.

Brucia. Tutto brucia in questa via di Torino.

La mancata integrazione – che ti viene sbattuta in faccia con violenza appena oltrepassi il primo ponte di via Germagnano (arrivando da corso Vercelli) – è una “patata bollente” che qualunque amministratore vuol levarsi dalle mani e riproporre in un piatto da mettere nel congelatore dei buoni propositi inattuabili. Discariche abusive e fumi tossici davanti la discarica comunale dell’Amiat, evidentemente nella città sabauda hanno il loro perché. Poco o nulla è stato fatto per impedire il ripetersi degli incendi che, in questa terra di nessuno, continuano a verificarsi a ritmo giornaliero, specialmente nelle ore serali e notturne.

Le nuvole di fumo nero avvelenano l’aria, si alzano dalle adiacenze dell’accampamento e provocano fastidi agli occhi e difficoltà nella respirazione. Con la luce del sole, lo spettacolo è vomitevole. Disgustoso. Bidoni dell’immondizia bruciati in un rogo che non poteva avere un diametro inferiore ai 3-4 metri. L’asfalto è bruciato. Già a mezzogiorno, ci sono resti di ogni genere sparsi ovunque, nuova pattumiera, ossa spolpate. Odori nauseabondi. E questo è solo il primo ingresso del campo. Man mano che si avanza, i cumuli di immondizia crescono. Si fanno sempre più alti, come un muretto che delimita e a volte invade la strada.

“I roghi di immondizia e plastica ci costringono a barricare porte e finestre. Dobbiamo tenere abbassate anche le tapparelle, in alcune stanze viviamo con le luci accese anche di giorno – confermano anche alcuni residenti –. Vogliamo che le leggi siano applicate per tutti. E se a qualcuno non sta bene rispettare le nostre regole, se a qualcuno non sta bene comportarsi civilmente, che vada via. Non ne sentiremo la mancanza. Il limite è stato superato da troppo tempo. Abbiamo visto di tutto davanti ai nostri portoni: prostitute e prostituti con i loro clienti, papponi minacciarci di non rompere i “cosiddetti”, spacciatori, ladri di auto e ricettatori. Basta. Dobbiamo far pesare il nostro disagio, altrimenti ci abbandonano”.

Colonna di fumo. Una delle tante che ogni settimana si alzano da via Germagnano.

I cittadini storici e i ‘nuovi’ torinesi

La contrapposizione tra cittadini storici e “nuovi torinesi” (gli zingari di Torino di nomade non hanno più nulla…) è da sempre un tema molto spinoso e molto sentito dagli abitanti della zona nord di Torino, ma in questo caso la razza non c’entra. E neppure la cultura. La protesta non è contro gli zingari, ma contro l’incapacità di chi governa questa città di impedire i roghi, contro la lentezza di intervento della macchina della giustizia.

“Siamo delusi dalla poca efficacia delle azioni attuate, ci sentiamo abbandonati. Ci vuole un presidio fisso delle forze dell’ordine in via Germagnano e controlli a sorpresa fino all’esaurirsi del fenomeno e la pulizia periodica dell’area riservata ai rom”. In effetti, qui la situazione è disperata. Rifiuti ovunque, sulla strada, all’ingresso delle baraccopoli… E’ un’emergenza sanitaria. E’ necessaria una bonifica.

Via Germagnano è una realtà allo sbando. Un tappeto di rifiuti, bidoni danneggiati, bruciati, officine a cielo aperto, oli scaricati a terra o nel fiume. Rifiuti ovunque vicino al fiume Stura di Lanzo e in mezzo alle baracche, con quegli immancabili topi grandi come gatti che fanno sempre festa. La via annega nel degrado e nella monnezza prodotta dagli insediamenti abusivi.

Toccando con mano questo enorme degrado, questo dilagare di miseria assoluta e di illegalità con cui anche le filiali torinesi delle mafie vanno inevitabilmente a nozze, viene in mente che l’unica soluzione è quella della “tolleranza zero”: chi rispetta le regole resta, chi non le rispetta deve essere allontanato.

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Torino e la politica molto ‘morbida’

Si rende necessario, su questo fronte, un atteggiamento diverso: sono  pochi quelli che sembrano volersi mettere in riga. Ma in un’Italia che, fiscalmente parlando, perseguita i cittadini e lascia morire le aziende, questo spadroneggiare arrogante e presuntuoso di un’illegalità tanto diffusa e dannosa per la comunità non è più accettabile e tanto meno sostenibile. Non è più tollerata dalla cittadinanza. C’è paura. Il recinto che divide il campo nomadi dal canile municipale è stato preso ripetutamente a calci. Una notte sono entrati nel canile e hanno devastato tutto. Poveri cani…

Uno dei due ingressi al parcheggio Amiat è stato chiuso per un certo periodo: sembrava l’unico modo per evitare furti e minacce. Il signor Carlo (nome di fantasia) guarda la sua casa con occhi rammaricati e sentenzia: “Cinquant’anni fa era una bella casetta in campagna, alla periferia di Torino. Ho speso duecento e milioni di lire e me ne ritrovo meno di cimquanta come valore. Qui, tutti vogliono vendere e se nessuno compra vanno via ugualmente. Chiudono. Fuggono”. Quattro quartieri con troppe zone fuori controllo. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in alcune di queste zone, c’erano storici locali del divertimento giovanile, discoteche, discobar e circoli, che contribuivano all’integrazione tra giovani di diverse culture. Ma erano accusati di essere locali un po’ troppo “alternativi”, circolavano droghe raffinate…

Una ventata di finto perbenismo li ha spazzati via in un batter d’occhio. Poi, la situazione è degenerata. I problemi dilagano, il tessuto sociale è lacerato. I servizi o non ci sono o sono cattedrali nel deserto, come la stazione Torino Stura e il suo ponte per Falchera rimasto monco (a guardarlo sembra una presa in giro…), oppure il Parcheggio Stura che doveva convincere i pendolari ad usare i mezzi di trasporto urbano. Ma siccome i pendolari venivano derubati – nei parcheggi, negli autobus e nei tram – il parcheggio si è presto svuotato.

Ciambra: la vergogna del Reggino

Ogni città ha la sua vergogna. A Torino c’è via Germagnano in mano ai rom e, ancor peggio, il quartiere di Lucento in scacco a bande di romeni e nordafricani. A Milano c’è via Padova, con i suoi quattro chilometri di degrado e di paura. E a Gioia Tauro, c’è qualcosa? A Gioia Taura c’è la Ciambra, la vergogna del Reggino. Anzi, “A Ciambra”. Il Garante per l’Infanzia della Regione Calabria, Antonio Marziale, ha scoperto il Vaso di Pandora del Reggino. Ha denunciato il quartiere Ciambra. Una porcheria tutta calabrese che nel terzo millennio non dovrebbe esistere da almeno cinquecento anni. “Mi sono recato il primo maggio presso il quartiere Ciambra di Gioia Tauro, che avevo visitato già lo scorso anno – afferma Marziale – e ho trovato solo indigenza, inciviltà e incuria, in cui sono costretti a vivere centosessanta sventurati bambini per lo più in tenera età”.

Siamo a la Ciambra, quartiere-ghetto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria.

Per sintetizzare in poche parole cos’è la Ciambra, di cui fino a pochi giorni fa si era sentito parlare, per sbaglio, solo tra pochi intimi, perché da queste parti è più importante nascondere una vergogna umana come questa che affrontarla e risolverla, è il “bronx” di Gioia Tauro, dove vive una comunità rom, che di rom ormai non ha più nulla: da decenni, gli abitanti sono tutti italiani. Anche come etnia. La Ciambra è un vero e proprio ghetto. Qui le condizioni igieniche e sanitarie sono drammaticamente terribili. Una terra di nessuno.

Un posto in cui i controlli sono praticamente inesistenti e questo trasforma il quartiere in un’oasi di illegalità e di degrado. Una sorta di mondo parallelo senza regole, con le proprie usanze ed il proprio stile di vita. Di generazione in generazione non cambia nulla. La comunità, non potendo accedere ad una “vita normale”, perché è letteralmente tagliata fuori da una vita normale, continua a vivere di espedienti più o meno legali, tra degrado e sporcizia. Come se nulla fosse.

“La situazione, rispetto al 2016, è notevolmente peggiorata: i cumuli di immondizie sovrastano le abitazioni e si allungano per svariate centinaia di metri, o forse di chilometri. I residenti ogni sera bruciano i rifiuti in prossimità del fiume Petrace, recando un danno ambientale di non poco conto ai mari di Gioia Tauro e limitrofi, oltre che all’intera cittadinanza, visto e considerato che il fumo si propaga per tutta l’area sovrastante la città”.

Infatti, a causa di questi roghi, l’allarme diossina è all’ordine del giorno. “Da tenere anche in debita considerazione che, tra i rifiuti, mi sono stati mostrati atti su fogli intestati del Comune di Gioia Tauro”. Le abitazioni sono pervase nelle fondamenta da acqua melmosa e sono ormai a rischio crollo e mancanti di infissi. Le fogne sono a cielo aperto e spesso gli abitanti sono costretti a coprirle in qualche modo per evitare che i bambini ci cadano dentro. Le strade non esistono e l’impianto di pubblica illuminazione è allo sfascio.

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I dettagli di una vergogna

Uno dei tanti interventi dei carabinieri nel quartiere di Gioia Tauro.

“Tanti altri – rileva un amareggiato Marziale – sono i dettagli che dovrei illustrare, ma che per ragioni di spazio e tempo in questa sede ometto. L’anno scorso ottenni dall’Amministrazione comunale che i pulmini andassero a prelevare i bambini e li portassero a scuola, onde evitare l’annosa e comprensibile dispersione scolastica. I bambini hanno regolarmente frequentato la scuola durante l’anno fino ai primi di aprile”, prosegue.

“Poi, il commissario prefettizio, Domenico Fichera, non ha potuto pagare l’assicurazione dei mezzi e i bambini hanno ormai perso quasi un mese di scuola. Sempre l’anno scorso, l’Amministrazione comunale impiantò una struttura abitativa per consentire al parroco, Antonio Scordo, su sua esplicita richiesta di assistere i bambini con doposcuola ed altre attività socializzanti. Lo stesso, da me incontrato ieri nella sua parrocchia, mi ha riferito che le ha utilizzate poco perché troppo piccole”.

Bisogna fare uno sforzo per ripulire quel quartiere ed interessarsi di quei bambini, non già in fase emergenziale, bensì ordinaria e continuativa, in quanto versano in condizioni che gridano vendetta al cospetto di Dio e degli uomini. Tutte le istituzioni locali conoscono il perenne dramma della Ciambra, dove ovviamente si annidano forme di illegalità diffuse che non è possibile contenere se lo Stato, prima di rivendicare il rispetto della legge, non provvede a rispettare i diritti di quei bambini.

“Non esistono più alibi e la dignità di quei bambini non può continuare ad essere soggiogata dalla mancanza di soldi, da un debito, a me dichiarato dal Commissario prefettizio reggente, di dimensioni stratosferiche”. A proposito del debito, perché non si manda in galera chi questo debito ha prodotto? Vivere in queste condizioni non è umano. Viola la dignità di qualunque persona ed è una sconfitta per tutta la città.