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Ludwig e le idee neonaziste contro i ‘deviati’

Ludwig non è un serial killer, bensì lo pseudonimo di due serial killer nazisti che terrorizzarono il nordest d’Italia per sette lunghi anni. Mi riferisco a Wolfgang Abel, originario di Düsseldorf, nasce il 25 marzo del 1959. Marco Furlan, invece, nasce a Padova il 16 gennaio del 1960. Insieme appiccano incendi e uccidono spinti da idee neonaziste. Commettono i delitti nel nordest dell’Italia, in Germania e nei Paesi Bassi, tra il 25 agosto 1977 e l’8 gennaio 1984. Dopo aver ucciso, spediscono delle lettere alla polizia e rivendicavano gli omicidi o gli attentati. Si firmano come “Ludwig”.

L’aspetto che maggiormente colpisce l’opinione pubblica al momento dell’arresto dei membri del gruppo “Ludwig” è l’origine sociale di Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia di Verona e provenienti dal quartiere di Borgo Trento, uno dei più prestigiosi del capoluogo scaligero. Wolfgang Abel è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca e vive a Negrar, in provincia di Verona, pur avendo abitato a Monaco di Baviera. Si laurea in matematica a pieni voti e lavora col padre nella medesima compagnia assicurativa. Marco Furlan è figlio del primario del centro ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona – sintomatico il fatto che molte delle vittime di “Ludwig” vengono arse vive – ed al momento dell’arresto risulta in procinto di laurearsi in fisica presso l’Università di Padova.

Marco Furlan e Wolfang Abel

Marco Furlan e Wolfang Abel

I due sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona. Segue, il 17 dicembre 1978, l’accoltellamento del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, assassinato con trenta coltellate. Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, a Venezia, Furlan e Abel uccidono con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa. Il 25 novembre 1980 una lettera arriva alla redazione di Mestre del giornale locale Il Gazzettino.

Nella missiva si rivendicano tre omicidi avvenuti in Veneto tra il 1979 e il 1980 e porta la firma Ludwig, posta lungo le ali di un’aquila del Terzo Reich posata sopra una svastica. A corredo del tutto, una serie di informazioni dettagliate sulle molotov e i coltelli usati nei delitti, a prova della veridicità della rivendicazione. Gli omicidi rivendicati sono quelli di Guerrino Spinelli, un senzatetto bruciato nella sua macchina a Verona nell’agosto 1977, Luciano Stefanato, cameriere omosessuale ucciso a coltellate a Padova nel dicembre 1978 e Claudio Costa, tossicodipendente ucciso a coltellate a Venezia nel 1979. Tre omicidi seriali uniti da un filo conduttore: tre persone che agli occhi di persone che perseguivano le idee del nazismo risultavano deviate.

Infatti, circa un mese dopo la lettera inviata al Gazzettino, una quarta uccisione di una persona appartenente a una categoria posta al di fuori di quello che per LuLudwig ra l’ordine: Alice Maria Beretta, prostituta uccisa a colpi di ascia e martello a Vicenza nel dicembre 1980. Ludwig non sceglie personalità in vista, esponenti di una fazione politica opposta, né cerca la strage in nome del terrore. Tutto questo in anni in cui l’Italia ancora non era pratica nel fronteggiare i moderni serial killer, e proprio nel periodo in cui inizierà ad apprendere i primi metodi di contrasto a fenomeni di questo tipo per fronteggiare il primo assassino seriale di stampo maniacale in Italia nell’era moderna, il Mostro di Firenze.

Wolfang Abel e Marco Furlan dietro il serial killer Ludwig

Volantino Ludwig

Il volantino inviato da Ludwig al quotidiano La repubblica.

Il pensiero di Ludwig si espliciterebbe meglio in una nuova rivendicazione, arrivata tuttavia in seguito ad un’azione che in sede processuale non gli viene attribuita. Il 25 maggio 1981 viene data alle fiamme la torretta di San Giorgio, una fortificazione delle mura di Verona usata come ritrovo da senzatetto e tossicodipendenti. In quel terribile rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti. In seguito a questo episodio, una lettera a firma Ludwig arriva alla redazione de La Repubblica. Si legge: “Ludwig – La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio”, e nelle righe successive viene rivendicato il rogo della torretta di San Giorgio.

A conclusione del testo, la frase “Gott mit Uns”, motto dell’esercito tedesco per secoli fino ai tempi della Germania nazista. Gli omicidi successivi firmato Ludwig sono quelli del 20 luglio 1982: tocca prima a padre Gabriele Pigato e poi a padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando in via Cialdini e uccisi a colpi di martello dai due giovani. Nel febbraio 1983 a Trento viene ucciso padre Armando Bison, cui viene conficcato in testa un punteruolo con attaccato un crocifisso. Si tratta del primo delitto compiuto fuori dai confini del Veneto. E purtroppo non sarà assolutamente l’unico.

Ludwig evolve ad un livello superiore di violenza. Ludwig fa un passo avanti nella sua opera di morte, passando dai singoli omicidi alle stragi. Il 14 maggio 1983, i due serial killer danno fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone, compreso il medico Livio Ceresoli, entrato nella sala per prestare soccorso, morto ustionato e poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Perché non esportare il messaggio nazista di Ludwig all’estero? E così, nel mese di dicembre Ludwig colpisce per la prima volta fuori dall’Italia, per la precisione ad Amsterdam, dando fuoco al sexy club Casa Rossa e causando la morte di tredici persone.

Il mese successivo, cioè a gennaio del 1984, viene data a fuoco la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, in cui rimane uccisa una cameriera, Corinne Tatarotti, e altre sette persone restano ustionate. La furia moralizzatrice di Ludwig si evince chiaramente nella rivendicazione, in cui viene scritto ‘al Liverpool non si scopa più’. Il 4 marzo 1984, Ludwig compare alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e lì, dopo sette anni, compie un passo falso: all’interno si trovano quattrocento ragazzi mascherati per la festa di carnevale.

Wolfang Abel e Marco Furlan si introducono nel locale portando due borse contenenti altrettante taniche di benzina. Cercano di dare fuoco alla moquette, senza tenere conto che i locali pubblici ormai sono dotati di rivestimenti fatti in materiali ignifughi, dopo il rogo del cinema Statuto, avvenuto a Torino nel febbraio del 1983. Scoperti, tentano di aggredire il buttafuori, ma vengono sopraffatti e consegnati alla Polizia, che li salva dal linciaggio. Ludwig si lascia dietro ventotto morti e trentanove feriti. Wolfang Abel e Marco Furlan vengono condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per tutti e due l’ergastolo, per quindici omicidi e due incendi, in cui muoiono altre tredici persone.

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Abel e Furlan scontano la pena e tornano in libertà

Abel viene sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dai difensori di Furlan, Tiburzio De Zuani e Piero Longo: l’imputato rifiuta di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti Balloni e Reggiani affermano che Abel ha una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che è cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia viene contestata. Il 10 febbraio 1987 vengono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero chiede per tutti e due l’ergastolo. Ad entrambi viene riconosciuto un vizio parziale di mente.

Il 15 giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia rimette in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordina a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da cui Furlan fugge nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in Cassazione. Lo catturano nel maggio del 1995 a Creta, dove vive sotto falso nome e lo riportano in Italia. Intanto, il 10 aprile del 1990 la Corte d’appello di Venezia, presieduta da Nicola Lercario, lo condanna in contumacia a ventisette anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. Nella stessa occasione anche Abel viene condannato a ventisette anni. Poco dopo l’arresto a Creta, Furlan tenta il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo, ma rimanendo sostanzialmente illeso.

La sigla Ludwig fu ripresa da altri fanatici dell’estrema destra italiana, che non avevano mai avuto contatti con Abel e Furlan, ma attraverso i giornali erano attratti dalle loro idee razziste, e che quindi decisero di organizzare nella città di Firenze, il 27 febbraio 1990, un pestaggio di massa ai danni dei venditori ambulanti e spacciatori immigrati presenti nelle varie zone della città, lasciando ai giornali italiani alcuni volantini in cui rivendicavano l’aggressione firmandosi come Ludwig. In seguito passarono ad attacchi bomba contro i campi nomadi in Toscana, facendo numerosi feriti tra i rom (particolarmente cruento fu un attacco bomba fatto al campo nomadi nella Provincia di Pisa, dove una bambina perse un occhio e una mano). Queste azioni violente suscitarono molto clamore poiché alcune vittime degli attacchi bomba erano bambini.

Questo aumentò le pressioni dell’opinione pubblica per un intervento della Polizia Italiana e dei Carabinieri, che arrestarono gli autori degli attentati. I colpevoli erano ragazzi più giovani di Abel e Furlan, provenivano da città diverse e, quando furono interrogati, dissero di non aver mai conosciuto di persona i membri di Ludwig, ma di volerli emulare. Il 18 aprile 2008 viene diffusa la notizia della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di affidare Marco Furlan in prova ai servizi sociali. Furlan, attraverso il suo legale, l’avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L’organismo giudiziario ha rifiutato la semilibertà, ma ha concesso l’affidamento ai servizi sociali, tenendo conto della buona condotta del serial killer e dell’ormai imminente fine pena, prevista per l’inizio del 2009.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche nell’opinione pubblica: proteste al riguardo sono pervenute alle redazioni di quotidiani e settimanali. Il 24 aprile 2008 Furlan ha preso la seconda laurea con lode in ingegneria informatica, mentre il 12 novembre 2010 è stato rimesso in libertà per la buona condotta tenuta durante il periodo in libertà vigilata. Nel 2009, la misura detentiva residua a carico di Wolfgang Abel è stata commutata negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Scaduto il termine di pena, dopo un ulteriore periodo di libertà vigilata e obbligo di firma a Negrar, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza competente ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il ritorno in libertà di Abel. Intervistato dal Corriere del Veneto, Abel ha affermato di essere pronto a rendere ulteriori dichiarazioni e testimonianze inedite sulla sua esperienza criminale.

Mostro di Firenze: storia di un mistero intriso di sangue

Il 21 agosto del 1968 si consumava un duplice omicidio, quello di una coppietta, che apparentemente poteva sembrava l’assassinio compiuto da un maniaco, o da un guardone disturbato, ma poteva sembrare anche un omicidio passionale dettato dalla gelosia. Le vittime erano due amanti. Nulla fece pensare che in quella terribile scena del delitto, con corpi abilmente martoriati ci fossero tutti gli elementi per raccontare il più grande mistero che aleggia intorno ad un serial killer, o ad una congrega di assassini seriali, identificato con il soprannome di Mostro di Firenze. E di serial killer si tratterebbe anche se il movente fosse il satanismo, come più volte indicato dalle indagini.

Il problema di fondo è che cinquant’anni non sono bastati a capire e ad arrivare alla verità. Cinquant’anni dopo il primo delitto firmato dalla calibro 22 del Mostro di Firenze, la procura indaga ancora sui suoi terribili ed efferati delitti. Cinquant’anni dopo si dice che non si brancola più nel buoi. Si dice. Anzi, gli inquirenti sono fermamente convinti che la soluzione definitiva di questo mistero sanguinario – fatto di ben sedici omicidi e una lunghissima inchiesta giudiziaria, più che mai intricata, piena di abbagli e depistaggi – risieda proprio nell’omicidio datato 21 agosto del 1968 e avvenuto a Castelletti, vicino Signa, in provincia di Firenze. Mostro di Firenze è lo pseudonimo usato in Italia per indicare un assassino seriale dall’identità controversa che, dal mese di settembre del 1968 a quello di settembre del 1985, uccide a colpi di pistola otto coppiette appartate in auto nei dintorni del capoluogo toscano.

Negli anni successivi agli omicidi vengono indagate e arrestate diverse persone. L’inchiesta della procura di Firenze porta alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il terzo, Pietro Pacciani, che in primo grado colleziona diversi ergastoli per sette degli otto duplici omicidi, per poi essere assolto in appello, muore prima di essere sottoposto ad un nuovo processo, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Corte di Cassazione. I crimini del Mostro di Firenze si sviluppano nell’arco di diciassette anni e coinvolgono coppie appartate nella campagna fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono ai mezzi usati e al “modus operandi”.

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

L’assassino seriale toscano crea una vera e propria psicosi nella popolazione. In quattro degli otto duplici omicidi, l’assassino asporta il pube delle donne uccise, servendosi di un’arma bianca che, secondo gli inquirenti dovrebbe essere un coltello da sub. Negli ultimi due casi, asporta anche il seno sinistro delle vittime femminili. I luoghi dei delitti sono stradine di campagna sterrate o piazzole nascoste, solitamente frequentate da coppie in cerca di intimità e da guardoni. Ciò porta a pensare che l’assassino sia una persona che conosce bene quei territori e che, in alcuni casi, pedina le vittime prima di ucciderle. Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze e sui “compagni di merende” conducono gli inquirenti ad ipotizzare l’esistenza di una sovrastruttura mandante degli omicidi.

Il primo omicidio del Mostro di Firenze

La notte del 21 agosto 1968, all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta posteggiata presso una strada vicino al cimitero di Signa, muoiono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di ventinove anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di trentadue anni, di origini sarde. I due sono amanti. La donna è sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Le indagini conducono al marito della donna, che il 23 agosto confessa il delitto, anche se risulta incapace di maneggiare un’arma. Poi, Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci, per scagionarlo poche ore dopo.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia alla pena di quattordici anni di reclusione, perché viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele, anch’egli amante della Locci, racconta che la donna, pochi giorni prima del delitto, si rifiuta di uscire con lui raccontandogli che c’è un uomo che la segue in motorino. Una deposizione analoga viene resa da Vinci.

Il 14 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di apparente natura maniacale. Pasquale Gentilcore di diciannove anni, impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, di diciotto, segretaria d’azienda presso un magazzino di Firenze, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta. Il pomeriggio prima, la Pettini confida ad un’amica di aver fatto uno “strano” incontro con una persona che l’ha turbata. Gli inquirenti esaminano il diario della ragazza ma senza trovare annotazione insolite.

Il primo dei due duplici omicidi del 1981 viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, trent’anni, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, di ventuno. Entra in scena Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, accusato da alcuni testimoni. Durante l’interrogatorio, Spalletti mente e viene accusato di falsa testimonianza. Il sospetto è che l’assassino sia lui. Mentre Spalletti si trova in carcere, sua moglie e suo fratello ricevono telefonate anonime, in cui qualcuno assicura che il loro caro sarà scagionato, cosa che accade ad ottobre dello stesso anno, dopo il nuovo duplice delitto.

Il 23 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, vicino a Prato, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di ventisei anni, e Susanna Cambi, di ventiquattro. I due giovani devono sposarsi. La Cambi fa capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli muoiono assassinati Paolo Mainardi, di ventidue anni, e Antonella Migliorini di diciannove. L’assassino, per la prima volta, non esegue escissioni dei feticci e non ha il tempo di infierire sui cadaveri. Questo omicidio viene scoperto subito. Antonella è già morta, ma Paolo respira ancora. Trasportato all’ospedale di Empoli, muore il mattino seguente.

Pietro Pacciani diventa il sospettato numero 1

Successivamente al delitto di giugno del 1982, che porta gli inquirenti a collegare alla serie di omicidi maniacali, tra cui quello avvenuto quattordici anni prima a Signa, le indagini si rivolgono verso Francesco Vinci, pastore pluripregiudicato, di Montelupo Fiorentino, già chiamato in causa da Stefano Mele nell’omicidio del 1968. Vinci viene trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme ad un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, sono rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si pensa a collegamenti col “Mostro” e a vendette in ambienti della malavita sarda. Ma intanto, il caso resta irrisolto.

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l’Università di Münster, che al momento dell’aggressione si trovano a bordo del loro furgone. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con precisione attraverso la carrozzeria. Si pensa che il killer, non potendo essere Mele e neppure Vinci, possa essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Vengono indagati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Successivamente, i due vengono scarcerati, non essendoci a loro carico indizi gravi.

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, di ventuno anni, e Pia Gilda Rontini, di diciotto. Vengono uccise il 29 luglio 1984. L’omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte, di cui una alla testa, e due volte la ragazza, al volto e al braccio. In seguito, l’assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia viene trascinata, ancora viva anche se in agonia, fuori dalla vettura, in un campo, dove le vengono asportati il pube e il seno sinistro.

L’ultimo duplice delitto avviene il 7 settembre nella campagna di San Casciano Val di Pesa. Le vittime sono due francesi, Jean-Michel Kraveichvili, di venticinque anni, e Nadine Mauriot, di trentasei. Le modalità dell’aggressione sono simili a quelle precedenti, tranne che per il fatto che le vittime non sono in auto ma in tenda. Il 2 ottobre, arrivano in procura tre buste anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si occupano del caso: Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Le tre buste contengono la fotocopia di un articolo ritagliato dalla Nazione, una cartuccia Winchester calibro 22 serie “H”, come quelle usate negli omicidi, e un foglietto di carta con scritto: “Uno a testa vi basta”.

Dopo l’ultimo omicidio, le indagini proseguono intensamente ma, fino al 1991, non ci sono sviluppi. Pietro Pacciani, nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano soprannominato il “Vampa” per via del suo carattere irascibile, diventa il sospettato numero 1 della Sam nel 1991, proprio mentre è in carcere per aver stuprato le sue due figlie. Anche una lettera anonima del 1985 invita ad indagare su di lui. Pacciani è un uomo collerico, depravato e brutale. Viene arrestato con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie di giovani il 17 gennaio 1993. Ma non c’è solo lui nel mirino degli inquirenti.

Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani

Mostro di Firenze

Il momento in cui viene tratto in arresto di Mario Vanni.

L’1 novembre 1994, il tribunale di Firenze condanna Pacciani come responsabile di quattordici dei sedici omicidi. Non colpevole solo del duplice omicidio del 1968. Il 13 febbraio 1996, però, la Corte d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo scarcera. Il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo d’appello. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell’inizio del secondo processo a suo carico, Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione di Mercatale.

Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927. Detto “Torsolo”, per il suo fisico esile, diventa famoso come inventore involontario della locuzione “compagni di merende”, a causa di una risposta che dà ad un magistrato durante un’udienza del processo a Pacciani: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani no?”, facendo supporre che sia stato istruito a dare precise risposte. Viene condannato al carcere a vita per quattro degli otto duplici omicidi dalla Corte di Cassazione nel 2000. Nel 2004 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. Muore il 13 aprile 2009 all’ospedale di Ponte a Niccheri.

Giancarlo Lotti, soprannominato “Katanga”, viene condannato a trent’anni anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze. Come Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa, ma il 16 settembre 1940. A differenza di Vanni e Pacciani, che professano la loro innocenza, Lotti rende confessione e accusa Pacciani e Vanni, fornendo particolari sugli omicidi a cui assiste e autoaccusandosi di quello dei due tedeschi del 1983. Le testimonianze di Lotti vengono ritenute decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda. Lotti esce dal carcere il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo muore all’ospedale San Paolo di Milano.

Sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato, una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell’ottobre 1981, va ricordato che quel tipo di oggetto viene usato come fermaporte nelle campagne toscane. Altri presunti riscontri di un possibile movente esoterico, però, si sono avuti in occasione dell’ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti francesi.

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentano un filone d’inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti. Pacciani e Vanni frequentano Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumano orge e riti collegabili all’occultismo. Durante le perquisizioni della polizia, a casa di Pacciani vengono rinvenuti almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.

Su Firenze e sul Mostro lo spettro del satanismo

Le sentenze che condannano i “compagni di merende” si basano principalmente sulle discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò, impedisce l’individuazione di un movente certo, organico e globale, che sia valido per tutti i delitti. Lotti cambia più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni uccidono. Nel 1996, dichiara che i delitti sono atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime respingono. Un anno più tardi, fornisce un’altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani è quella di uccidere per poi dare da mangiare i feticci alle figlie.

Come tanti misteri tutti italiani, anche il caso del “Mostro di Firenze”, ha diversi sviluppi negli anni. Una tesi seguita successivamente è quella secondo cui il serial killer sarebbe un individuo legato al “clan dei sardi”, già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. Un’altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell’avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro “Storia delle Merende Infami”. Nell’ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993, compresi gli omicidi di Francesco Vinci e Milva Malatesta, e mai entrato nelle indagini. Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del Mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l’avvocato ad inquadrare il serial killer come un uomo in divisa.

Il caso del Mostro di Firenze è un evento e un’indagine dalla durata pressoché cinquantennale. È inevitabile, dunque, una grande varietà di opinioni. Secondo il criminologo Francesco Bruno, il Mostro è un uomo mai individuato. Un assassino seriale d’intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che agisce sempre da solo, sin dal 1968. Invece, Francesco Ferri, giudice che assolve Pacciani nel processo d’appello, si riallaccia all’idea originaria dell’ignoto serial killer “lust murder”, indicato anche da una relazione dell’Fbi.

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna ai “compagni di merende”. Tuttavia una serie di misteriosi avvenimenti accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, hanno dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

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Tutti i misteri connessi alla storia del Mostro

  • Il 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele, di 6 anni, raggiunge al buio, scalzo e scioccato, un casolare a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l’automobile in cui sono stati appena uccisi la madre ed il suo amante. I calzini puliti del bambino ed il fatto che il campanello del casolare sia situato ad un’altezza irraggiungibile da parte del piccolo, lasciano pensare che il bambino abbia effettivamente raggiunto il casolare con l’aiuto di qualcuno. Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequenta con Mario Vanni, viene torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un’intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere. L’8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio. Da quel momento si sono perse le sue tracce fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava ad una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa. A detta della moglie autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni ed a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l’aveva minacciata dicendole ‘attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito’.
  • Nell’ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l’autista dell’ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall’auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa ed inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell’autista di parlare della cosa per telefono, l’uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l’assassino. L’episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall’assassino.
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.
  • Poco dopo il delitto dei due giovani francesi, una donna, mentre si trova in treno nella zona di Scandicci, viene avvicinata da un uomo distinto che le dice che in quel giorno è stato fatto pervenire al magistrato Della Monica un brandello di seno di una vittima del Mostro di Firenze. La donna non dà grande peso alla cosa fino a quando venti giorni dopo legge sul giornale la notizia della lettera anonima alla dottoressa Della Monica contenente un pezzo di seno. Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, lo trovano assassinato il 7 agosto 1993.
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme a un amico, tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del “mostro”, ipotesi però quasi subito scartata. Più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato ed Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e Vanni, viene trovata, insieme al figlio Mirko Rubino, di soli tre anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993.
  • Il 25 maggio 1994, la prostituta Anna Milvia Mattei, la quale convive con Fabio Vinci, il figlio di Francesco, viene strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro. La prima moglie del procuratore Pier Luigi Vigna, in un’intervista al settimanale Gente, accusa l’ex marito di essere il Mostro di Firenze. Qualche giorno dopo, la donna muore in un incidente.
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l’8 dicembre 1995.
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l’uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell’allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l’aveva fatta internare in una casa di cura. A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui. Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all’età di 80 anni.

Olindo Romano, Rosa Bazzi e la strage di Erba

La strage di Erba è un terribile delitto avvenuto nel comune di Erba, in provincia di Como, la fredda sera dell’11 dicembre 2006. Nonostante gli anni trascorsi, la strage di Erba tiene banco ancora oggi: spesso, anche in Tv, si torna a parlare della presunta innocenza o della colpevolezza dei coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi, condannati invia definitiva all’ergastolo. Nella strage, compiuta nell’appartamento di una corte ristrutturata nel centro della cittadina, furono uccisi a colpi di coltello e a sprangate Raffaella Castagna, il figlio Youssef Marzouk, la madre Paola Galli e la vicina di casa Valeria Cherubini con il suo povero cane.

Il marito di quest’ultima, Mario Frigerio, presente sul luogo, si è salvato perché creduto morto dagli assalitori. Si scoprirà in seguito che Frigerio aveva una malformazione congenita alla carotide che gli permise di non morire. Dopo la strage, l’appartamento fu incendiato. Il 3 maggio 2011, la Corte di Cassazione di Roma ha definitivamente riconosciuto come autori della strage i coniugi Olindo Romano, nato ad Albaredo per San Marco il 10 febbraio 1962, netturbino, e Angela Rosa Bazzi, nata ad Erba il 12 settembre 1963, domestica. Già condannati all’ergastolo con isolamento diurno per tre anni il 26 novembre 2008 dalla Corte d’Assise di Como, e il 20 aprile 2010 dalla Corte d’Assise d’Appello di Milano che ha confermato la medesima condanna. Nell’agosto 2014 termina per i due coniugi l’isolamento diurno che fu inflitto loro nei tre gradi di giudizio.

La strage di Erba: una violenza da spree killer

La strage di erba non è l’atto di un serial killer, bensì di uno spree killer, uno o più assassini i cui omicidi avvengono in un’esplosione di violenza che spesso si conclude con il suicidio dello stesso. Spesso, ma non sempre. Ma cosa è successo ad Erba la sera della strage? La sera dell’11 dicembre 2006, presumibilmente verso le 20.20, in una vecchia corte ristrutturata al numero 25 di via Diaz a Erba, divampa un incendio all’interno di uno degli appartamenti di una delle palazzine che la compongono, condominio del Ghiaccio. Attirati dal fumo, due vicini di casa, dei quali uno è tra l’altro pompiere volontario, entrano per primi nella palazzina salendo le scale verso il primo piano dove è localizzato l’appartamento in fiamme.

A ridosso del pianerottolo trovano un uomo ferito, Mario Frigerio, sdraiato con la testa dentro l’appartamento ed il corpo fuori, il quale viene trascinato per le caviglie nel punto più lontano dal fuoco. La porta dell’abitazione è socchiusa, per cui i soccorritori entrano scoprendo subito il corpo senza vita e in fiamme di una donna, Raffaella Castagna. I primi soccorritori trasportano il corpo della donna, sempre prendendolo per la caviglie, sul pianerottolo, spegnendo le fiamme che lo avvolgono, e cercano quindi di “rinfrancare” il ferito. Dal piano superiore possono udire la richiesta di aiuto di una voce femminile. Mario Frigerio indica a gesti per due volte al soccorritore (avendo gravi ferite al collo che gli impediscono di parlare) che un’altra persona si trova di sopra.

Raffaella Castagna sgozzata, Paola Galli accoltellata

Purtroppo il fumo si fa sempre più denso e questi primi soccorritori devono abbandonare gli ambienti, pur sapendo che Raffaella Castagna ha un bambino e che nell’appartamento di sopra vi è una donna che invoca aiuto. Dopo l’arrivo dei Vigili del Fuoco di Erba che riescono a domare l’incendio, vengono scoperti in totale quattro corpi senza vita e un sopravvissuto, appunto Mario Frigerio, gravemente ferito, che viene trasportato d’urgenza all’Ospedale Sant’Anna di Como dove viene sottoposto a diversi interventi. Si risveglia dall’anestesia due giorni dopo. La signora Raffaella Castagna (trent’anni), disoccupata – ma volontaria in una comunità di assistenza a persone disabili, secondo altre fonti occupata part-time nella stessa comunità con uno stipendio di circa 500 euro mensili -, è stata aggredita e colpita ripetutamente con una spranga (causa del decesso una frattura cranica), accoltellata (12 fendenti) e poi sgozzata.

All’interno dell’appartamento, nel corridoio prospiciente la cameretta del nipote, è stata uccisa anche Paola Galli (60 anni), casalinga, madre di Raffaella, colpita da coltellate e sprangate (causa del decesso una frattura cranica). Il bambino invece è morto dissanguato sul divano, dopo aver ricevuto un unico colpo alla gola che ha reciso l’arteria carotidea. Nell’appartamento localizzato al piano superiore, nel sottotetto, viene invece scoperto il corpo esanime della vicina di casa Valeria Cherubini (cinquantacinquenne e moglie di Mario Frigerio), commessa, accorsa al piano inferiore per prestare aiuto in quanto attirata dal fumo che usciva dall’appartamento.

Valeria (come il marito sopravvissuto) è stata aggredita sulle scale (secondo la tesi accusatoria, ma finita in casa, secondo la tesi difensiva) con un’arma da punta e taglio, gravemente ferita dopo una colluttazione con il suo o suoi aggressori, subendo 34 coltellate e 8 sprangate. All’arrivo dei primi soccorritori la donna era ancora viva e dal piano superiore dove era riuscita faticosamente a trascinarsi (lasciando impressionanti impronte di mano insanguinata lungo la tromba delle scale), lanciò alcune grida di aiuto verso i due vicini che non poterono raggiungerla a causa del fumo. La signora Cherubini morì soffocata dal monossido di carbonio (concentratosi nella parte bassa dell’appartamento del sottotetto), prima che le ferite riportate durante l’aggressione potessero rivelarsi mortali.

Nell’appartamento localizzato nel sottotetto e abitato dai coniugi Frigerio, viene scoperto anche il cane di famiglia morto, ucciso a sua volta dal monossido di carbonio, secondo quanto stabilito dall’esame effettuato dallo stesso medico legale che effettuò le autopsie sui corpi delle vittime. Il marito della Cherubini, Mario Frigerio (65 anni), è stato percosso e accoltellato alla gola, ma è sopravvissuto grazie a una malformazione congenita della carotide che gli ha impedito di dissanguarsi completamente. I rilievi evidenziarono che gli aggressori erano stati due, uno dei quali mancino, armati di due coltelli (a lama corta e lunga), nonché di una spranga. Le indagini, condotte inizialmente dai carabinieri di Erba con la supervisione del procuratore di Como Alessandro Lodolini, si concentrano su Azouz Marzouk, nato il 28 aprile 1980 a Zaghouan (Tunisia)[4], marito di Raffaella Castagna e padre di Youssef Marzouk che aveva precedenti penali per spaccio di droga ed era uscito dal carcere grazie all’indulto del 2006. Marzouk era in Tunisia in visita ai genitori al momento dei fatti; rientrato precipitosamente in Italia, viene interrogato dai carabinieri. Gli inquirenti confermano il suo alibi e iniziano a sospettare di un regolamento di conti compiuto contro di lui.

Il sospetto su Olindo Romano e Rosangela Bazzi

Tra le altre piste seguite viene subito segnalato il comportamento anomalo di due vicini di casa di Raffaella Castagna che in passato avevano avuto contenziosi legali con la defunta. Nonostante gli sconcertanti fatti accaduti, già dalle prime ore dopo gli omicidi i coniugi Romano si erano dimostrati disinteressati, diversamente dagli abitanti della corte, e a differenza dei condomini non avevano chiesto rassicurazioni alle forze dell’ordine. Questi sospetti portarono gli inquirenti a sequestrare alcuni indumenti dei coniugi e a metterne sotto controllo abitazione ed automobile. Ma nella prima notte dopo la strage altri fatti destarono l’attenzione degli inquirenti: il fatto che entrambi presentassero delle ferite (il marito una ecchimosi alla mano e una all’avambraccio, la moglie una ferita sanguinante ad un dito). Inoltre alle domande di rito poste subito dopo la strage, i due mostrarono uno scontrino del McDonald’s: ciò risulterà alquanto sospetto poiché si evince un tentativo immediato di apparire a tutti i costi estranei alla vicenda, quando i carabinieri non avevano posto alcuna domanda al riguardo.

Le intercettazioni ambientali in auto, dove i due si sentivano più al sicuro, aumentarono ulteriormente i sospetti. Così il 26 dicembre vennero disposti accertamenti tecnici urgenti sulla loro automobile che portarono gli inquirenti a scoprire una traccia di sangue nell’auto, poi attribuita a Valeria Cherubini. Questa traccia, una macchia scoperta dai ris di Parma, si trovava sulla pedana all’altezza dello sportello del guidatore e non era compromessa: il dna non era decaduto ad esempio per la presenza dell’acqua usata dai vigili del fuoco per domare l’incendio, quindi doveva essere stata lasciata prima. È l’unico residuo ematico trovato nell’intera auto, nei vestiti, nell’abitazione e negli effetti personali dei Romano: la difesa sostenne si trattasse perciò di contaminazione, mentre per l’accusa è l’unico errore dell’accurata pulizia messa in atto dai coniugi, di cui peraltro non furono trovate nemmeno tracce ematiche da ferite nella casa del massacro, né impronte digitali oppure orme insaguinate. Contro i coniugi Romano, al momento, vi erano quindi le tracce di dna ritrovate nella Seat Arosa di Romano, ma null’altro.

Il costante interesse degli investigatori con numerose audizioni in caserma e verifiche costanti sul loro alibi intaccò la sicurezza dei coniugi Romano che il 7 gennaio successivo, secondo quanto appurato nei processi, rischiarono di farsi scoprire esplicitamente durante una conversazione intercettata. Vennero fermati dai carabinieri il giorno successivo. Il 9 gennaio 2007, dopo un lungo interrogatorio, i coniugi vengono arrestati. I due coniugi sono descritti come due persone molto chiuse ed isolate, morbosamente attaccati l’uno all’altra. Durante le indagini, alcuni familiari di Rosa Bazzi affermeranno che la donna avrebbe subito violenza sessuale da parte di un conoscente (o forse addirittura di un parente) all’età di dieci anni, peraltro senza mai ricevere alcun genere di assistenza o sostegno a seguito di ciò. Indagando nel passato di Olindo Romano verrà fuori, invece, una querela sporta contro di lui dal padre e dal fratello all’inizio degli anni ottanta, a seguito di una rissa per motivi familiari. Di fatto, all’epoca dell’arresto, i due avevano interrotto ormai da anni qualsiasi rapporto persino con i più stretti familiari. Una psichiatra, consulente della difesa, affermò che era opportuno valutare il quoziente intellettivo della Bazzi, al fine di stabilirne la capacità di intendere e volere.

La pesante accusa di omicidio per Olindo e Rosa

L’uomo è accusato di omicidio plurimo pluriaggravato, la donna di concorso. Saranno i rilievi dei ris a indicare la presenza di una seconda persona nella strage e mancina, come Rosa. Gli inquirenti risalgono ai frequenti diverbi esistenti fra i Romano e Raffaella Castagna, sfociate anche in una lite la notte di Capodanno del 2005 e in una causa civile fra le parti, che avrebbe dovuto svolgersi due giorni dopo la strage: in quell’occasione, i coniugi Romano avevano aggredito e percosso la Castagna, che aveva sporto denuncia contro di loro per ingiurie e lesioni dopo un diverbio scoppiato quella sera, pur offrendosi di rimetterla in cambio di un risarcimento in denaro. L’episodio, comunque, era solo l’ultimo di una lunga lista di ostilità e sgarbi tra inquilini, frequentemente sfociati in diverbi e litigi. I due ribadiscono la loro innocenza e dichiarano di aver trascorso la serata in un McDonald’s di Como, di cui hanno conservato anche lo scontrino, il cui orario è però due ore avanti rispetto alla strage (secondo gli inquirenti si tratta di un tentativo maldestro di procurarsi un alibi).

L’11 gennaio 2007, davanti ai magistrati Alessandro Lodolini, Simone Pizzotti, Mariano Fadda, Antonio Nalesso e Massimo Astori, i Romano ammettono, separatamente, di essere gli esecutori della strage, descrivendone con minuzia i singoli atti, uno dei quali, il fendente alla coscia di una delle vittime, inferto con una lama piccola, dal basso verso l’alto, coincide millimetricamente con le risultanze dell’autopsia. Ciascuno dei due si addossò l’intera responsabilità. Contro di loro anche la testimonianza di Mario Frigerio, unico sopravvissuto.

Un valzer di processi per i comiugi romano

Le udienze preliminari

Il 10 ottobre successivo, di fronte al Gup che dovrà decidere se aprire o meno il processo, Olindo dichiara di essere innocente e ritratta infatti la sua confessione. Anche la moglie Rosa ritira le sue dichiarazioni. I parenti delle vittime insorgono in aula, il giudice è costretto a sospendere la seduta. Azouz Marzouk chiede la pena di morte per i due imputati, pur non essendo prevista nell’ordinamento italiano. L’accusa, rappresentata dal PM Massimo Astori, considera le ritrattazioni dei Romano come una semplice variazione della strategia difensiva. I Romano, però, si erano inizialmente proclamati innocenti a tutta forza. Affermano che si sono dichiarati colpevoli, confessando, nella erronea convinzione di poter ricevere sconti di pena e trattamenti di “favore”. Il 12 ottobre Olindo Romano e Rosa Bazzi sono rinviati a giudizio.

Il processo di primo grado

La prima udienza si tiene il 29 gennaio 2008; nonostante la folla presente, solo 60 persone sono ammesse nell’aula di giustizia. Per i giornalisti viene predisposta una sala collegata via video con l’aula; vengono ammesse solo le telecamere della trasmissione di Rai 3 Un giorno in pretura che potrà utilizzare le immagini del processo solo dopo la sentenza. Nel corso delle udienze, i coniugi Romano passano il tempo scambiandosi effusioni e ridacchiando tra loro, persino durante la proiezione in aula delle fotografie del cadavere del piccolo Youssef.

Il 18 febbraio 2008, Olindo accusa i carabinieri che l’hanno interrogato di avergli fatto il lavaggio del cervello e di averlo convinto a confessare, promettendogli in cambio pochi anni di carcere e l’immediata liberazione della moglie Rosa. Negli stessi giorni, i loro vicini di casa testimoniano davanti alla corte che i Romano avevano creato un clima di terrore nel condominio con litigate furiose, minacce verbali, lanci di vasi nei terrazzi altrui, lettere di avvocati; più volte le forze dell’ordine erano dovute intervenire e diversi inquilini dello stabile avevano preferito trasferirsi altrove per evitare ulteriori litigi. Una vicina racconterà che, poco tempo prima della strage, Olindo Romano le aveva consegnato una mole di pagine manoscritte contenenti la loro versione delle liti con Raffaella Castagna e la sua famiglia, chiedendole il favore di dattiloscriverle per lui. La difesa tenta di sostenere che lo stesso giorno della strage un estraneo era presente nella casa di Raffaella Castagna.

Testimonianza di Mario Frigerio

Il 26 febbraio 2008 depone la propria versione dei fatti l’unico testimone oculare, Mario Frigerio che conferma che a compiere la strage sono stati Olindo Romano e una “seconda persona, una donna, quasi sicuramente Rosa Bazzi”, particolare mai detto prima. Nell’aula si verificano tensioni fra accusa e difesa, in particolare durante il controinterrogatorio di Frigerio da parte degli avvocati dei Romano: dopo alcune insistenti domande dei difensori che tentano di metterne in dubbio la credibilità e di dipingerlo come un teste falso, Frigerio si rivolge a loro esclamando: “Vergognatevi!” ed apostrofando come “assassino” Olindo Romano; il pubblico ministero interviene in difesa del teste e il giudice sospende l’udienza.

Ulteriori ritrattazioni dei Romano

Il 28 febbraio 2008 Olindo Romano rilascia una seconda dichiarazione spontanea, confermando il presunto lavaggio del cervello e dichiarando di essere stato “trattato come una bestia” nel carcere di Como; chiede di non venire separato dalla moglie. Le testimonianze dei carabinieri che lo hanno interrogato – e confermate dall’ascolto delle registrazioni effettuate – rivelano invece che Olindo e Rosa confessarono, dicendo loro di volersi liberare la coscienza. La moglie, che doveva anch’ella rilasciare dichiarazioni, rinuncia perché, secondo i legali, profondamente colpita dalle accuse rivoltele da Frigerio. Rosa parlerà al processo, nella successiva udienza del 3 marzo 2008: nella sua deposizione dichiara di aver confessato dietro la promessa degli arresti domiciliari. Inoltre afferma di non essere mai salita nella casa di Raffaella Castagna e smentisce di aver mai avuto diverbi con lei, sostenendo anzi che cercava di aiutarla, quando aveva bisogno, circostanza questa palesemente falsa e smentita anche da alcuni amici della Castagna, che riferirono anche che Raffaella gli aveva raccontato di un pedinamento da parte dei coniugi Romano persino pochi giorni prima della strage; i coniugi avevano assolutamente smentito di averla voluta pedinare, ma l’accusa usò poi questo avvenimento come la prova dell’inizio di un’escalation intimidatoria nei confronti della Castagna.

Il 31 marzo 2008 la difesa, invocando il cosiddetto legittimo sospetto chiede di spostare il processo lontano da Como perché i media locali avrebbero un atteggiamento ostile nei confronti degli imputati. L’istanza è respinta. Il 2 aprile 2008 viene fatta ascoltare in aula la prima dichiarazione di Mario Frigerio, che, pur gravemente ferito, descrive con precisione la dinamica della strage. Viene interpretata come una conferma della colpevolezza dei Romano. La difesa, allora, chiede la ricusazione dei giudici, sostenendo che avrebbero posizioni pregiudiziali nei confronti degli imputati. Il processo è nuovamente sospeso. Il 17 novembre 2008 la Corte di Cassazione respinge la ricusazione dei giudici. Il processo riprende con la requisitoria del pubblico ministero Massimo Astori. Il magistrato ripercorre tutte le tappe della vicenda descrivendolo come un “viaggio dell’orrore”. Vengono esibite le prove contro i Romano, a partire dalla tracce di sangue con il DNA di una delle vittime. Al termine della requisitoria, Astori chiede il massimo della pena per i due coniugi: ergastolo senza attenuanti con l’isolamento diurno per tre anni. Per il PM, la strage di Erba è stato uno dei crimini più atroci della storia d’Italia.

Il 19 novembre 2008 Olindo rilascia la sua terza dichiarazione spontanea, sostenendo di aver recitato fino a quel momento la parte del mostro, e che in questa recita rientrava la confessione rilasciata ad uno psichiatra e le frasi lasciate appositamente su una Bibbia in suo possesso, contenenti ingiurie ed invettive contro le vittime, dichiarazioni d’amore alla moglie e poesie. Le parti civili chiedono complessivamente otto milioni di euro come risarcimento.

Tutti i dubbi di Azouz Marzouk

Il 24 novembre 2008 la difesa chiede l’assoluzione o, in subordine, una perizia psichiatrica. In quella stessa udienza, Marzouk, marito di Raffaella Castagna e padre del piccolo Youssef, invia un fax dal carcere di Vigevano, dove è rinchiuso per spaccio di droga, in cui parla della visita di uno sconosciuto dai suoi parenti in Tunisia, durante la quale questo sconosciuto avrebbe dichiarato di conoscere i reali colpevoli della strage e che essi non sarebbero i coniugi Romano. Poco dopo però Marzouk spiega di essere “ancora convinto della colpevolezza di Olindo e Rosa Romano ma di essere preoccupato per la sua famiglia”. Per il pm “Marzouk vuole solo ritardare l’espulsione”, che avverrà a gennaio 2009 e la sua dichiarazione non introduce nessun nuovo quadro probatorio.

La condanna ad Olindo e Rosa

In seguito Olindo rilascia la quarta dichiarazione spontanea, ribadisce la sua innocenza e quella della moglie ed esprime cordoglio per i familiari delle vittime. La Corte d’Assise pronuncia il 26 novembre 2008 la sentenza di primo grado: i coniugi Romano sono condannati all’ergastolo con l’isolamento diurno per tre anni. La corte inoltre stabilisce come risarcimento una quota di 500 mila euro per i Frigerio, 60 mila euro a Marzouk, 20 mila per i suoi genitori residenti in Tunisia.

Processi successivi e condanna all’ergastolo

Il 20 aprile 2010 la Corte d’Assise d’Appello di Milano ha confermato l’ergastolo ai coniugi Rosa Bazzi e Olindo Romano, con la misura afflittiva supplementare dell’isolamento diurno per tre anni, il massimo consentito dalla legge. La difesa dei condannati preannunziò in seguito il ricorso per Corte di cassazione, la quale il 3 maggio 2011 ha definitivamente riconosciuto i coniugi Romano come colpevoli della strage.

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Sviluppi successivi alla condanna definitiva

Tuttora Rosa Bazzi sta scontando la pena nel carcere di Bollate, mentre Olindo Romano sta scontando la pena nel carcere di Opera. Sono autorizzati a incontrarsi ogni 15 giorni. Nel 2012, Azouz Marzouk, risposato in Tunisia, cambia completamente idea e sostiene che i Romano non siano i colpevoli, affermando di volere per loro la revisione del processo: “Olindo e Rosa sono innocenti. Mi batterò perché la loro innocenza venga a galla. Credo che giustizia non sia stata fatta. Ogni volta che ci penso, mi vengono in mente particolari sia del processo sia della vita passata di mia moglie e di mio figlio che mi convincono che a ucciderli non sono stati loro, i Romano. Vedremo per un nuovo processo. Non ho mollato il processo. Chi pensa che mi sia fatto da parte si sbaglia. Prima o poi farò uscire la verità. Sono dei poveretti che stanno pagando la loro ingenuità. Ci sono dei colpevoli in giro e degli innocenti in galera. Lo so perché ho passato anch’io il carcere da innocente, sottolineo da innocente”, ha detto dalla Tunisia.

Forse, a detta di alcuni, Marzouk, sulla base della testimonianza di un conoscente, sospetterebbe dei fratelli di Raffaella e del loro risentimento per la relazione col tunisino. Riprendono anche le voci di una vendetta trasversale contro di lui a causa del traffico di droga legato alla criminalità organizzata. Nell’agosto 2014 termina per i due coniugi l’isolamento diurno che era stato inflitto loro nei tre gradi di giudizio. Il 16 settembre 2014 muore, in una casa di cura ed all’età di 73 anni, Mario Frigerio, dopo qualche mese dalla diagnosi di una malattia terminale. Il 25 maggio 2018 muore, a 74 anni, Carlo Castagna, marito padre e nonno delle vittime.

La difesa dei Romano, gli avvocati Fabio Schembri e Luisa Bordeaux, lo stesso anno afferma invece di avere importanti elementi, sulla base dei quali potrà chiedere la riapertura del processo: intercettazioni di dialoghi privati fra i due coniugi poco dopo la strage (a differenza delle intercettazioni utilizzate come prova, in cui i Romano evitano l’argomento, in una conversazione al telefono Rosa dice al marito: “Non abbiamo niente da temere perché non abbiamo fatto niente”, alcuni capelli estranei sulla felpa di Youssef Marzouk e la testimonianza di un connazionale di Azouz, Ben Brahim Chemcoum, che avrebbe visto scappare due uomini, forse anch’essi tunisini, dalla scena del crimine.

Gli avvocati presentano un’istanza per chiedere nuovi accertamenti, ma le procure di Como e Brescia si dichiarano “non competenti”. Nell’aprile del 2017, la Cassazione ammette il riesame di sette elementi di prova presso la Corte d’Appello di Brescia concedendo a tale corte la facoltà di effettuare un incidente probatorio. Dopo che il legale chiede la proroga sulla distruzione delle prove, il pubblico ministero chiede invece a luglio la distruzione di tali reperti non esaminati, che viene bloccata però dal tribunale su sollecitazione dell’avvocato dei Romano. Nella mattinata del 12 luglio 2018, dieci ore prima della pronuncia della Cassazione sull’obbligatorietà o meno di esaminare nel contesto di un incidente probatorio la totalità dei reperti non ancora analizzati, parte di questi, quelli in custodia presso l’Ufficio corpi di reato del Tribunale di Como, vengono conferiti da un cancelliere ad un inceneritore del capoluogo che, contestualmente, ne effettua la distruzione.