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Pane ciambella è una bestemmia: si chiama Pitta

Si chiama Pitta e non “pane ciambella”. È un antico pane calabrese e non un pane inventato per caso non si sa dove e neppure per quale motivo. Lungi dal polemizzare, ma trovo simpaticamente tragicomico se una mamma torinese s’inventa al supermercato una storia di “giocolieri” assunti in un forno nel Canavese che non sapendo cosa fare tra un pane e una pizza, si sono inventati un “pane ciambella”.

Non andò così e non credo proprio che avvenne nel Canavese. Calabresi a Torino ce ne sono tanti e potranno confermare il brivido epidermico del sentire rinominato un prodotto che un nome lo ha e che, per la verità, oltre al nome ha anche un’identità precisa e ben definita. E questo al di là delle sigle IGP, ICP, IPP ed URRÀ.

Vale la pena ironizzare, ovviamente, e auspicare che, almeno, gli amici Torinesi, da ora in poi sappiano che mangiano una morbida, fragrante (spero calda) Pitta con lievito naturale. “Pane ciambella” è un idioma assunto al nord e al centro quando, tanti calabresi, erano timorosi a vantare prodotti e tradizioni della propria terra. Comprensibile in un momento storico in cui l’accoglienza era quella di cartelli con su scritto: “Non si affitta ai meridionali”.

Lo dico e lo sottolineo che Pitta non è una parolaccia, anche perché dopo questo simpatico aneddoto, in quel supermercato di Torino, ho chiesto a qualche commessa e commesso se lì si vendesse il pane Pitta. Le Pitte, come avremmo detto giù, scendendo verso l’equatore. Preciso: gliel’ho chiesto davanti al “pane ciambella”. Mi hanno detto: “No, non credo”, “Non saprei dirle”, “Non ho idea, mi spiace”.

Sghignazzando rispondevo ogni volta: “Grazie”. Non è colpa loro. Non è colpa di nessuno. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Quindi, ora tramandiamo questa storia come quella della Bagna Cauda e del Bicerin, o di Tommaso Campanella e di Camillo Benso di Cavour, ridando a Cesare quel che è di Cesare. Pitta non è una bestemmia. Perché sbagliano a Torino, quanto a Milano e a Treviso.

Ci viene incontro Wikipedia.it con una semplice, persino banale ricerca: “La Pitta è un tipico prodotto di panetteria calabrese. La pitta generalmente è una specialità da forno (tipo una focaccia) preparata con l’impasto per il pane che accompagna tradizionalmente il Morzeddhu a la catanzarisi”. Storicamente, infatti, la Pitta (scusate se mi ostino a scriverla con l’iniziale maiuscola) era un prodotto secondario del forno, e ritenuto di minor pregio rispetto al pane. La pitta veniva usata come verifica della temperatura ottimale del forno a legna per la preparazione del pane.

Secondo il Rohlfs il nome deriva dal greco “πιττα” (Pitta), come del resto anche la lestopitta, ancora oggi presente nell’area grecanica. Inoltre è interessante ricordare che in Grecia e nel Medio Oriente è ancora oggi presente un pane dal nome simile, la pita. Il termine pitta non ha un significato univoco in tutta la regione. Nelle provincie di Vibo Valentia e Reggio Calabria con pitta si intende una forma di pane “normale”, tondeggiante con il buco al centro, da consumarsi possibilmente in giornata.

In provincia di Vibo Valentia è chiamata col nome jettata, letteralmente “buttata”, forse ad indicare il fatto che venisse buttata per provare il forno. In contrapposizione per quanto riguarda la durata, il prodotto a più lunga conservazione è invece il “pani tostu” (pane duro) disidratato ottenuto aprendo alcune forme di pane e lasciandole nel forno ancora caldo per una notte.

Così trattato poteva durare varie settimane e si poteva consumare bagnandolo velocemente sotto l’acqua in uno scolapasta o duro, per accompagnare salumi, formaggi, o anche come biscotto nel latte a colazione o come alimento per i bambini, se cotto ottenendo una pappa.

Truffa su PayPal: occhio al cambio password

Le truffe “spilla-contante” online si fanno sempre più subdole e minacciose, arrivando a colpire anche PayPal che fino a poco tempo fa restava un baluardo per i pagamenti sicuri nel web. Da 24 ore circa si è diffusa la notizia di un nuovo attacco. Una nuova ondata di mail phishing, che hanno già fatto migliaia di vittime, ma questa volta la truffa non corre per mail bensì su PayPal, marchio di proprietà della PayPal Holdings Inc, una società americana che dal 1999 (all’epoca si chiamava Confinity) offre “servizi di pagamento digitale e di trasferimento di denaro tramite Internet”.

Se è vero che ogni giorno, Google e Polizia Postale in primis, si dedicano sempre più a rendere il web un posto meno insicuro, è altrettanto vero che la professione del truffatore evolve anche sotto il profilo tecnologico, si complica, ma permette ai malintenzionati di mettere a segno colpi più fruttuosi, meno rischiosi di uno scippo o di una rapina a mano armata e anche decisamente più anonimi (per quanto la parola anonimo possa andar d’accordo con un web in cui è prassi fare operazioni in chiaro, ossia non criptate).

Nei mesi scorsi, la Polizia Postale ha diffuso allerte e ha raccolto denunce e testimonianze da vari clienti di operatori telefonici come Tim, Wind, Tre e Vodafone, vittime dell’indimenticato Sim Swap Scam (conti correnti svuotati tramite la scheda telefonica), poi è toccato ai correntisti di Unicredit, BNL e Intesa Sanpaolo attraverso un’ondata di phishing. I cyber criminali trovano sempre nuove prede. E così, visto che gli operatori telefonici e gli istituti di credito sono corsi ai ripari, alzando notevolmente i sistemi di sicurezza, adesso sono stati presi di mira i clienti di PayPal.

Scopriamo la nuova truffa su PayPal

PayPal consente di aprire un conto corrente con pochi click, si collega alla carta di credito o al conto corrente bancario e risulta subito attivo. Registrarsi è gratuito e immediato, le garanzie post-acquisto sono notevoli ed effettuare pagamenti, spostare denaro, o fare acquisti risulta decisamente semplice. Per questo, ogni giorno è usato da milioni di persone. La chiave del suo successo sono le vendite protette. Il problema sta nella facilità con cui si accede a PayPal: una mail e una password. Magari una di quelle maledette password che s’inventano per evitare di dimenticarsela: Nome1234.

La nostra mail è ovunque, anche sui social network, e chiunque può averla. Da lì ad indovinare una password il passo non è breve, ma neppure così lungo. E a ben vedere, il fattore di protezione è rimasto solo uno e non appare invalicabile. Tramite la mail scarichiamo ogni giorno sul computer e sugli smartphone (il vero tallone di Achille nel web) di tutto e di più. Basta un semplice spyware o un malware per far sì che al truffatore vengano comunicate tutte le nostre password. E il gioco è fatto. Anzi la truffa è servita, senza il bisogno di conoscere nome, cognome e orari della vittima. Come detto, a trasferire i soldi disponibili è un attimo.

Ma in questa nuova truffa c’è qualcosa di particolare e soprattutto non ci sono file da scaricare. Dal 15 settembre 2019 e non si sa per quanto tempo, “gli utenti riceveranno delle mail che con ogni probabilità supereranno i filtri anti-phishing. Non viene richiesto denaro. La mail sembra arrivare in tutto e per tutto da PayPal (ma non è così) e vi si trova un testo che avvisa l’utente di un pagamento anomalo sul proprio account PayPal e l’invito a modificare con urgenza e per ragioni di estrema sicurezza la propria password. Il consiglio è quello di effettuare la modifica attraverso un link fittizio grazie al quale i cyber criminali ruberanno i dati sensibili del malcapitato.

Come difendersi dai cybercriminali

È possibile difendersi dai cyber criminali? E come? Claudio Carusi, titolare della Link Point di San Marino, da oltre 20 anni si occupa di siti internet, forum e blog, e si occupa soprattutto di sicurezza informatica e di conseguenza della sicurezza dei suoi clienti e del loro portafoglio. L’imprenditore bolzanino spiega che è fondamentale tenere “la soglia di attenzione alta e la massima diffidenza restano due costanti, se è vero il principio che fidarsi è bene e non fidarsi è meglio. E poi, backup questo sconosciuto: fare sempre una copia dei dati che non si possono perdere e conservarla in un posto sicuro, come un hard disk esterno”.

Un buon antivirus può essere utile? “Serve, ma non per salvarsi da questa truffa che è priva di allegati. Conviene sempre prediligere antivirus che danno ottimi risultati nei test, come ad esempio e non in ordine di importanza Kapersky, Avast, Avira, Norton, AVG, Malwarebytes, eccetera. E magari prediligere la versione a pagamento che è completa. Io consiglierei un antivirus a pagamento e un anti malware gratuito. Ma il consiglio più importante è quello di attivare un filtro anti-phishing che rilevi le email sospette”.

Non tutti sanno come attivare un filtro anti-phishing, per cui Carusi precisa: “Questi filtri sono spesso contenuti negli antivirus, ma conviene attivarli anche sul browser che si usa per collegarsi ad internet e per navigare mediante apposite estensioni. Le estensioni in questione, che altro non sono che dei programmi, sono contenute nell’antivirus e, solitamente, all’installazione viene chiesto se si vuole aggiungere. Incomprensibilmente, molte persone non attivano questo filtro. Le motivazioni sono le più svariate: la paura di “appesantire” o rallentare il programma di navigazione, la distrazione, l’ignoranza”.

Un altro consiglio è quello di “rimuovere tutti i plugin installati sul browser, perché rappresentano una porta sempre aperta per cyber criminali, hacker e cacciatori di identità – prosegue Carusi -. Se per caso, l’antivirus installato non avesse un filtro anti-phishing, può risultare utile installare Web Of Trust, un programma disponibile per Internet Explorer, Firefox, Opera, Safari e Google Chrome”.

E già che ci siamo, Carusi lancia un’altra allerta: “Dal 9 settembre stiamo ricevendo diverse mail uguali con richiesta d’offerta in italiano. L’invito è quello di aprire il file allegato che è un documento .doc compresso in R11 (rar). Non apritelo, la scansione ci dà come risultato “malware”. Il fenomeno è nuovo e abbiamo inviato il file per farli analizzare. Nel frattempo diffidate anche degli annunci di compravendita: lì si annidano i truffatori professionisti”.

Scopri come difenderti al meglio dai cybercriminali

Posta del Cuore: quando gli adulti non sono capaci di un sorriso

Non ho mai pensato al mio blog come alla Posta del Cuore, però tra decine di e-mail che stavo leggendo, questa richiesta di aiuto mi è sembrata bellissima. Non solo e non tanto per la sua dolcezza e purezza, perché quando ero ragazzo leggevo Cioè (e se sono sopravvissuto a quella posta del cuore…), ma perché la domanda me l’ha posta un diversamente giovane di circa 30 anni, bloccato dalla timidezza di essere in vacanza in famiglia.

L’età di Mattia e la scusa della timidezza, dietro la quale si cela probabilmente un problema simbiotico con uno o con entrambi i genitori, portano sotto gli occhi un fenomeno in realtà noto: quello degli adulti che non sono capaci di un sorriso, che non sono in grado di esprimere un’emozione, figurarsi un sentimento… E non è questione di essere o non essere impacciati.

Quello che scrivo è una mia personale idea, che ho maturato dopo essermi scritto più messaggi con Mattia e dopo avergli, ovviamente, chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, la mia risposta (il consiglio che ho pensato di dargli) e alcune mie considerazioni in base ad altre cose che ci siamo scritti.

Come dico nel titolo, quando gli adulti non sono capaci di un sorriso vuol dire che siamo davanti ad un problema generato da problemi familiari e da problemi creati da una società che cambia molto velocemente soprattutto grazie all’utilizzo, a volte smodato, della tecnologia. Una società che ha ritmi che molti non hanno e che oggi, spesso, si trovano più indietro. Più soli. Più in difficoltà.

Da Mattia S.

Ciao Marco, seguo il tuo blog con interesse. Visto che ti occupi di tendenze e di sociale e che sembri mostrare una certa sensibilità, avrei bisogno di aiuto per un problema di cuore. Puoi risolveremo? In pratica, ho preso una cotta pazzesca per la cameriera dell’hotel dove ero in vacanza al mare, a parte qualche battuta e piccole cose, non siamo mai entrati in confidenza. Poi abbiamo iniziato a seguirci su Instagram… Io ho una voglia disperata di scriverle, di avere un contatto con lei, di vedere com’è, cosa fa, come sta. Non so davvero cosa scriverle per non cadere nel banale o imbarazzarla, voglio incuriosirla e spingerla ad avere voglia di cercarmi. Cosa si fa in questi casi?

Ciao Mattia,

non ti nascondo che mi sono trovato in difficoltà a risponderti, per il semplice fatto che non conoscendo nessuno dei due ed essendo una domanda parecchio soggettiva, non sapevo come regolarmi.

Perciò ho deciso di optare per la sincerità e la schiettezza. Insomma, è inutile girarci intorno. Ti dico cosa farei io, senza stare a contartela su cosa avrei invece fatto in vacanza.

Ho un unico consiglio: rischia!

Cavolo, devi mandarle un messaggio, neppure fosse una proposta di matrimonio.

Capisco che è al primo approccio vorresti colpirla, fare subito centro, ma non la conosci, non sai cosa le piace, non sai cosa pensa. Al contrario, la devi conoscere.

Non riporre la tua fiducia nel conquistarla con un messaggio. Non con il primo. Certo, magari hai ragione a non volerti limitare ad un “Hey”, ma che ne dici di un “Ti sei già dimenticata di me? Perché io non ci sono riuscito”?

Conosci il suo profilo Instagram, dai un’occhiata, guarda cosa pubblica e prova a capire cosa le piace e se magari piace anche a te, così da poter attaccare bottone.

Nikolaj Dzhurmongaliev: il russo che mangiava uomini

Nikolaj Dzhurmongaliev nasce come Nikolaj Dzhumagaliev nel 1952 nella zona di Alma-Ata, in Kazakistan. È noto anche come Metal Fang ed è uno dei peggiori assassini dell’area sovietica, insieme ad Andrej Chikatilo e Gennadij Michasevič. Fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, lo stato kazako appartiene all’Urss e non è uno stato a sé. Il padre è kazako e la madre è russa. Non si conosce nulla della sua infanzia. È accusato di aver commesso circa cinquanta omicidi a sfondo cannibalistico.

Nel corso degli anni perde alcuni denti dell’arcata anteriore e se ne fece impiantare alcuni finti in metallo bianco: da qui gli deriva il soprannome Metal Fang. Nikolaj Dzhurmongaliev presta il servizio militare e viaggia in Europa e nelle zone del Circolo Polare Artico. I colleghi lo conoscono come una persona educata, solitaria, accompagnato da una calma insolita. Ha una buona parlantina e cura molto il suo aspetto esteriore ed il suo vestiario. In poche parole, è un gentiluomo. Ma se viene provocato, è in grado di sferrare colpi molto violenti. Sottolinea sempre la sua superiorità agli altri facendosi chiamare “il discendente del Gengis Khan”.

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Dopo la scarcerazione, Nikolaj Dzhurmongaliev inizia a lavorare come operaio. Tutti gli altri omicidi partirono dal 1980 e terminano al suo arresto, che avviene un anno dopo. La zona colpita è la Repubblica del Kirghizistan. Le sue vittime sono donne che vengono avvicinate in un parco locale quando fa buio. Le stupra e le uccide con un’ascia o un coltello, che porta sempre con sé. Sceglie le sue vittime per bellezza.

Il cadavere poi viene macellato e alcune parti le mette in un sacco per portarsele a casa. Ci cucina dei piatti etnici che mangia, oppure che offre agli amici durante alcune cene che organizza con un’alta frequenza. Pare che il fatto di vedere delle persone ignare che mangiano la carne umana lo eccita sessualmente. Nikolaj Dzhurmongaliev uccide perché detesta le donne e le prostitute. Non si conosce il movente del suo cannibalismo.

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Alcuni documenti ufficiali descrivono in modo abbastanza preciso un suo delitto. In quest’occasione, si nasconde dietro a delle rocce in attesa che qualcuno gli passi vicino. Trovata la vittima ideale, salta fuori e la uccide con una coltellata sul collo. Dopo che ne beve il sangue la porta in una discarica e, lontano da occhi indiscreti, fa sesso con il cadavere. Quando finisce, smembra il corpo in vari pezzi. Una parte li seppellisce.

L’altra parte la portò con sé per cucinarla. Nel 1981 due ubriachi, che il Nikolaj Dzhurmongaliev invita in casa con la promessa di dargli da mangiare, trovano nel frigorifero la testa decapitata di una donna ed il suo intestino. Scappano dalla casa e allertano la polizia, che lo arresta il giorno successivo. Durante il processo vengono accertati sette dei quarantasette omicidi di cui è incriminato e dei cento di cui è fortemente sospettato. Viene confinato in un istituto mentale a Tashkent. Dopo alcuni anni, una visita medica conferma che il suo stato mentale sta migliorando costantemente.

Non rappresenterebbe più un pericolo per la società. Può essere trasferito in un altro istituto. Non essendo più un pericolo, non gli viene affiancata alcuna scorta. Nel 1989, proprio durante il trasferimento, scappa dalla custodia, composta unicamente da un infermiere. Nell’agosto del 1991 viene nuovamente arrestato a seguito della segnalazione di una donna che lo riconosce a Fergana, in Uzbekistan. Dopo qualche anno di istituto mentale in Uzbekistan, torna in libertà nel mese di gennaio del 1994. Vive con i parenti da qualche parte nell’Europa orientale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

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I reperti dei delitti del serial killer si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.