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Caso Uva, otto assolti: chi è Stato?

Se non dovesse essere presentato ricorso alla Corte di Cassazione, si chiude il “caso Uva”, che dal 2008 appassiona, fa soffrire e contrappone mezza Italia. In pratica, i giudici della Corte d’Appello di Milano hanno confermato il verdetto di primo grado. Il sostituto procuratore generale, Massimo Gaballo continuava a chiedere tredici anni per i due carabinieri e dieci anni e mezzo per i sei agenti della polizia.

Le accuse erano di omicidio preterintenzionale e sequestro di persona. Invece, i giudici hanno ritenuto di assolverli, confermando in sostanza ciò che era stato ribadito nella sentenza di primo grado. “Dieci anni che infangano il nome dello zio”, ha urlato in aula la nipote di Giuseppe Uva, Angela, subito dopo la lettura del dispositivo. Dopo il verdetto, nell’aula ci sono stati momenti di forte tensione.

Uva fu fermato nel giugno 2008 da due militari mentre stava spostando delle transenne dal centro di Varese. Fu poi portato in caserma e, infine, trasportato con trattamento sanitario obbligatorio all’ospedale di Circolo di Varese, dove morì la mattina successiva per arresto cardiaco. Secondo l’accusa la morte dell’operaio fu una conseguenza, insieme ad altre cause, tra cui una sua pregressa patologia cardiaca, delle “condotte illecite” degli imputati.

Condotte scaturite dalla decisione dei due carabinieri di “dare una lezione” al quarantatreenne, che si sarebbe vantato di una presunta relazione sentimentale con la moglie di uno dei due. Diversa la tesi dei difensori degli imputati, che hanno sostenuto che non vi fu quella sera “nessuna macelleria e nessuna azione di violenza. L’accusa è stata gonfiata per effetto di un aspetto mediatico e televisivo che ha spettacolarizzato la vicenda”.

Ma cosa è successo quella notte del 14 giugno 2008 a Varese? Uva viene fermato da due militari mentre, dopo aver bevuto, sta spostando delle transenne dal centro di Varese. Sono le 3 del mattino. La città dorme. Lui e un suo amico finiscono in caserma. Qui Uva, secondo la ricostruzione fatta dal senatore Pd Luigi Manconi, “è rimasto in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all’interno della caserma di via Saffi”. Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un’ambulanza.

Un caso pazzesco quello di Giuseppe Uva

“Stanno massacrando un ragazzo”, sussurra all’operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l’autoambulanza. “Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi”. E infatti, alle 5 del mattino dalla caserma di via Saffi parte la richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, Uva viene trasferito al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Circolo. Il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso. Anche nell’ultima notte di vita di Uva, c’è molto da chiarire. Ferite, lividi sul volto, sangue sui vestiti, una macchia rossa tra pube e regione anale.

Perché il 118 non è intervento dopo una telefonata tanto chiara, che riporto di seguito? Biggiogero: “Sì, buonasera sono Alberto Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?”. Operatore del 118: “Sì, cosa succede?”. Biggiogero: “Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo”. Operatore del 118: “Ma in caserma?”. Biggiogero: “Eh sì”. Operatore del 118: “Ho capito. Va bene adesso la mando eh”. Biggiogero: “Grazie”. Operatore del 118: “Salve, salve”. L’uomo che risponde al centralino del 118 ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza.

Carabinieri: “Carabinieri”. Operatore del 118: “Sì, salve, 118”. Carabinieri: “Sì?”. Operatore del 118: “Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?”. Carabinieri: “No, ma chi ha chiamato scusi?”. Operatore del 118: “Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza”. Carabinieri: “Un attimo che chiedo”. Dopo qualche minuto… Carabinieri: “No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi”.

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Operatore del 118: “Sì, sì, non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao, ciao”. Nella denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrisse così la scena dell’incontro tra Uva e un militare dell’Arma: Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”, quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse”.

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Stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un militare che avrebbe coinvolto anche altri suoi colleghi. Sette anni di indagini non sono riusciti a chiarire bene cosa sia successo durante quelle due maledette ore in caserma. Dopo dieci anni di processo, i due carabinieri e i sei poliziotti rinviati a giudizio sono stati assolti.

Riconquista il tuo tempo con una guida

Quante volte ci siamo detti che vorremmo avere più tempo per noi stessi, le nostre passioni, le nostre ambizioni? E quante volte abbiamo accantonato i nostri sogni perché “non abbiamo tempo” per inseguirli? Con la sua chiarezza ed efficacia, “Riconquista il tuo tempo” di Andrea Giuliodori – ingegnere, ex-manager e autore del seguitissimo EfficaceMente.com – ci accompagna lungo una giornata immaginaria, e ci svela, ora dopo ora, strategie pratiche e concrete per riconquistare il nostro tempo.

Scritto con uno stile diretto e dissacrante, “Riconquista il tuo tempo” ci insegna a riappropriarci del nostro bene più prezioso e a fare spazio ai nostri veri sogni. Se anche tu in questo momento ti senti in trappola, se senti che il tuo tempo ti sta sfuggendo di mano o se senti di non averne mai abbastanza per fare quel che desideri davvero, in questo libro scoprirai una nuova filosofia per guardare alle tue giornate e consigli di immediata applicazione per tornare a investire saggiamente e, soprattutto, felicemente il tempo della tua vita.

Andrea Giuliodori ci ha abituati a contenuti di qualità, e anche in questo suo primo libro non ha deluso le aspettative. Come sempre scorrevole, con un filo di ironia, ti prende per mano e ti guida in un percorso chiaro e coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono stratagemmi miracolosi, tecniche elaborate o bacchette magiche per avere giornate di quarantotto ore. Al contrario il libro si concentra su quello che possiamo effettivamente fare per evitare di sprecare il tempo a nostra disposizione e per restare focalizzati nelle cose veramente importanti della nostra vita.

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Il complesso di Telemaco: genitori e figli

“Abbiamo tutti almeno una volta guardato il mare aspettando che qualcosa da lì ritornasse”. In questa frase è racchiuso il senso più profondo del libro “Il complesso di Telemaco: genitori e figli dopo il tramonto del padre“. Edipo e Narciso sono due personaggi centrali del teatro freudiano. Il figlio-Edipo è quello che conosce il conflitto con il padre. Il figlio-Narciso resta invece fissato sterilmente alla sua immagine. Abbiamo visto cosa significa l’egemonia del figlio-Narciso: dopo il tramonto dell’autorità simbolica del Nome del Padre, il mito dell’espansione fine a se stessa ha prodotto la tremenda crisi economica ed etica che attraversa l’Occidente.

Le nuove generazioni appaiono sperdute tanto quanto i loro genitori. Questi non vogliono smettere di essere giovani, mentre i loro figli annaspano in un tempo senza orizzonte, soli, privi di adulti credibili. Esiste un al di là del figlio-Edipo e del figlio-Narciso? Telemaco, il figlio di Ulisse, attende il ritorno del padre. Prega affinché sia ristabilita nella sua casa invasa dai Proci la Legge della parola. In primo piano è qui una domanda inedita di padre, che mostri come si possa vivere con slancio e vitalità su questa terra.

Nel nostro tempo nessuno sembra più tornare dal mare per riportare la Legge. Il processo dell’ereditare, della filiazione simbolica, sembra venire meno, e senza di esso non si dà possibilità di trasmissione del desiderio da una generazione all’altra. Telemaco ci indica la nuova direzione verso cui guardare, perché Telemaco è la figura del giusto erede. Il suo è il compito che attende anche i nostri figli: come si diventa eredi giusti? E cosa davvero si eredita se un’eredità non è fatta né di geni né di beni, se non si eredita un regno?

Massimo Recalcati, che ha pubblicato l’opera con Feltrinelli, attraverso una scrittura ricercata e filosofica, lontana dal fascino e dall’immediatezza di quando parla in pubblico, rivisita il modello mitologico di Telemaco (il rovesciamento del complesso di Edipo) operando un parallelo con le odierne strutture sociali. Nell’antico mito greco, come nella struttura familiare moderna, si avverte il vuoto, l’assenza creata dalla dissoluzione della figura del padre, che è invocato non tanto per restaurare il suo potere e la sua disciplina, ma in quanto testimonianza, riconquista della propria identità e quindi del proprio avvenire.

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Mentre prorompe il disagio della giovinezza (che si esprime con temi attualissimi: l’inesistenza del rapporto sessuale, il legame con l’oggetto tecnologico, la depressione, la violenza), Recalcati ci fa rendere conto che “la sola connessione che conta, la sola che inonda e muove la vita, è quella dell’incontro col desiderio dell’Altro”. Il saggio fonde quindi in maniera originalissima casi clinici, mito, racconti biblici, osservazione della società.

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