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La storia del basket nasce nei cestini per raccogliere le pesche

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

Le reti usate dagli atleti per fare canestro con la palla e segnare punti nel tanto amato gioco del basket si sono evolute dalle pesche o, per meglio dire, dalle ceste che venivano usate per raccogliere le pesche. Sono proprio questi gli oggetti che un giovane direttore atletico decise di utilizzare in una fredda giornata d’inverno del 1891 per un nuovo gioco che aveva inventato per mantenere attivi i suoi studenti.

James Naismith era un 31enne laureato che insegnava educazione fisica presso la International YMCA Training School (oggi conosciuta con il nome di Springfield College) nella cittadina di Springfield in Massachusetts, nel periodo in cui gli studenti erano obbligati a rimanere al chiuso per giorni a causa di una tempesta che si era abbattuta sul New England, la regione nord-orientale degli Stati Uniti. Le normali attività sportive invernali erano la marcia, il corpo libero e l’allenamento con gli attrezzi, attività che nei ragazzi non suscitavano nemmeno lontanamente l’entusiasmo del football o del lacrosse, praticati durante le stagioni più miti.

Naismith voleva creare un gioco semplice da capire ma abbastanza complesso da risultare interessante. Doveva poter essere giocato al chiuso e coinvolgere diversi giocatori alla volta, inoltre doveva prevedere molto esercizio per gli studenti, ma senza la fisicità di football, calcio o rugby, tutti giochi in cui si rischiano lesioni ben più gravi se vengono praticati in uno spazio ristretto.

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

“I ragazzi iniziarono ad affrontarsi, a darsi calci e pugni nello stomaco, fino a quando la partita si trasformò in un ‘tutti contro tutti’ al centro della palestra, prima che riuscissi a dividerli”, raccontò Naismith durante un programma radiofonico del 1939 su WOR a New York, chiamato “We the People”, nell’unica registrazione che abbiamo di lui. “Un ragazzo finì a terra, molti altri avevano un occhio nero e uno addirittura una spalla slogata”, proseguì Naismith. “Dopo quella prima partita, temevo che si uccidessero a vicenda; invece mi pregarono di farli giocare di nuovo, quindi ho aggiunto qualche altra regola”.

Gli umili inizi dell’unico sport agonistico nato negli Stati Uniti hanno posto le basi per l’odierno business multimiliardario. L’attuale campionato “March Madness” della NCAA (National Collegiate Athletic Association) riunisce le migliori 68 delle oltre 1.000 squadre dei college americani in stadi da migliaia di spettatori e con ricchi contratti televisivi.

Regole originali del gioco

Naismith non ha inventato tutte le regole in una sola volta ma ha continuato a modificarle fino a ottenere quelle che ora sono considerate le 13 regole originali. Alcune fanno ancora parte del gioco moderno. Le regole originali inventate da Naismith sono state vendute all’asta per 4,3 milioni di dollari (quasi 3,7 milioni di euro).

Nelle regole originali: la palla poteva essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, mai con il pugno. Il giocatore non poteva correre con la palla ma doveva lanciarla dal punto in cui l’aveva ricevuta. I giocatori non potevano spingere, fare lo sgambetto né colpire gli avversari. La prima infrazione veniva considerata un fallo; in caso di secondo fallo, il giocatore veniva squalificato fino al canestro successivo. Se però il fallo appariva intenzionale, allora il giocatore veniva squalificato per l’intera partita.

Gli arbitri servivano da giudici di gara, prendevano nota dei falli e potevano squalificare i giocatori. Decidevano quando la palla era entro i limiti, a quale squadra assegnarla e gestivano il tempo di gioco. Gli arbitri decidevano quando era stato segnato un punto e tenevano il conto dei punti realizzati.

In caso di tre falli consecutivi da parte di una squadra, veniva assegnato un punto agli avversari.

Per segnare un punto la palla doveva essere lanciata, oppure fatta rimbalzare dal pavimento, fin nel canestro, per poi restarvi. Se la palla si fermava sui bordi e l’avversario spostava la cesta, veniva considerato un punto. Quando la palla usciva dai limiti del campo da gioco, veniva rilanciata all’interno dalla prima persona che la toccava. Per il lancio della palla c’era un tempo massimo di cinque secondi, superati i quali, la palla passava all’avversario. In caso di contestazione, era l’arbitro a lanciare la palla in campo. Se una delle due squadre ritardava volutamente il gioco, l’arbitro segnava un fallo.

La partita prevedeva due tempi da 15 minuti con un intervallo di 5 minuti tra i due. La squadra che segnava più punti nel tempo stabilito era la vincitrice. In caso di pareggio, la partita proseguiva fino al successivo canestro.

Prime partite pubbliche di basket

La prima partita pubblica di basket si è svolta in una palestra YMCA ed è stata documentata dal giornale Springfield Republican il 12 marzo del 1892. Gli studenti giocarono contro gli insegnanti. Circa 200 spettatori assistettero al nuovo sport, mai visto né conosciuto prima di allora. L’articolo del Republican riportò che gli insegnanti si distinsero per la loro “agilità”, ma la “scienza” degli studenti li condusse alla vittoria per 5-1.

Nel giro di poche settimane la fama dello sport crebbe velocemente. Gli studenti che frequentavano altre scuole presentarono il gioco alle rispettive YMCA. Le regole originali furono stampate sulla rivista di un college che fu poi spedita per posta alle altre YMCA di tutto il Paese. Grazie alla presenza di studenti internazionali nei vari college, lo sport si diffuse anche in altri Paesi al di fuori degli USA. Le scuole superiori iniziarono a introdurlo e, già nel 1905, il basket era ufficialmente riconosciuto come sport invernale.

L’NCAA documenta la prima partita di pallacanestro tra due college: nel 1893 gli articoli pubblicati sui rispettivi giornali di due scuole riportarono la cronaca di partite di basket disputate tra college diversi.

Nel 1892, meno di un anno dopo che Naismith aveva inventato lo sport, l’istruttrice di ginnastica dello Smith College Senda Berenson, introdusse il gioco nello sport femminile. La prima partita intercollegiale tra donne si svolse tra la Stanford University e l’Università della California, a Berkley nel 1896.

Mentre la fama di questo sport cresceva, attirò l’attenzione del Comitato Olimpico Internazionale, che decise di includerlo nei Giochi olimpici del 1904 a St. Louis come evento dimostrativo. Fu solo nel 1936 che il basket venne riconosciuto come sport ufficiale delle Olimpiadi. Il basket femminile è stato incluso come sport ufficiale solo a partire dai giochi di Monaco del 1976.

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Man mano che questo sport continuava rapidamente a diffondersi, in tutti gli Stati Uniti cominciarono a formarsi delle leghe professionistiche. I fan della pallacanestro accoglievano le neonate squadre locali. La prima lega professionistica fu la National Basketball League (NBL) fondata nel 1898, composta da sei squadre del nord-est degli Stati Uniti, ma durò solo cinque anni. Dopo il suo scioglimento nel 1904, fu reintrodotta 33 anni dopo, nel 1937, con un sistema di supporto totalmente nuovo: le grandi aziende Goodyear, Firestone e General Electric erano i proprietari e la lega era composta da 13 squadre.

Mentre le leghe sportive professionistiche si facevano conoscere a livello nazionale, anche le partite di basketball nei college diventavano eventi di rilievo. Il primo campionato NCAA, che comprendeva otto squadre, si svolse nel 1939 presso la Northwestern University. Il primo college nominato campione nazionale fu l’Università dell’Oregon, che sconfisse la Ohio State University.

Come d’uso nella maggior parte degli Stati Uniti dall’inizio alla metà circa del 1900, anche nella pallacanestro era presente la segregazione razziale. Questa situazione cambiò soltanto nel 1950 quando Chuck Cooper fu ingaggiato dai Boston Celtics. Prima di allora, c’erano gruppi di squadre nere nel Paese, conosciute da tutti con il nome di “the black five” (letteralmente, “i cinque neri”, NdT), con riferimento ai cinque giocatori di una squadra di basket inizialmente in campo. I team interamente composti da giocatori neri spesso venivano chiamati con nomi simili come “colored quints” o “negro cagers”. Queste squadre ebbero origine a New York, Washington D.C., Pittsburgh, Philadelphia, Chicago e in altre città dove erano presenti comunità afroamericane numericamente consistenti. Erano squadre di dilettanti, semi professionisti e professionisti.

Delle oltre 1.000 squadre di basket dei college in tutte le divisioni dell’NCAA, 68 giocano nell’annuale campionato chiamato “March Madness”. Le migliori squadre di ciascuna “Conference” del Paese competono per ottenere un posto tra le cosiddette “Sweet 16”, “Elite Eight” (ovvero quelle che raggiungono le semifinali) poi le “Final Four” (che partecipano alle finali) e, infine, per partecipare al campionato finale. Anche se la pallacanestro non si gioca più secondo le regole inventate da Naismith — le ceste per le pesche sono state sostituite da reti, cerchi in metallo e tabelloni di plexiglass — la sua evoluzione prova che questo gioco è riuscito a superare il secolo d’età.

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Mattia Cattapan e quel bellissimo sogno del crossabili

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione.

Questa è una storia “diversa”. Nel senso che, in genere, è sempre più facile raccontare la storia di qualcuno che ce l’ha fatta. Diverso è quando scriviamo la storia di chi lotta per farcela e ce la sta facendo. Anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno. Di chi cresce nella sofferenza e deve andare avanti diversamente da come immaginava e certamente sognava, ma che ciò nonostante riesce con la sua contagiosa forza d’animo a trasformare il dolore in felicità, il disagio in opportunità, la disabilità in abilità. O come la chiama lui, “crossabili”. Il suo nome è Mattia Cattapan, classe 1990, di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.

A otto anni gli regalano la prima moto da cross. I motori sono da sempre la sua passione. “Io e i miei amici abbiamo dedicato interi pomeriggi alla nostra passione chiamata “motorino”, fra odore di benzina e mani sporche d’olio. Cresco, passano gli anni e cambiano anche le moto. Matteo Rubin mi fa da maestro e mi appassiono alla disciplina dell’enduro. Partecipo così a gare e campionati specialmente nel Triveneto. Parallelamente, dall’età di quindici anni, inizio a lavorare nell’attività di famiglia di lavorazione del ferro”. Ad ottobre del 2012 si classifica terzo alla finale del Trofeo Attimis XCC. “Quel risultato mi ha spinto a voler dedicare più tempo all’allenamento e alla preparazione fisica prima delle gare”.

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione. “Sono rimasto in camera intensiva per la fase acuta, successivamente sono stato trasferito all’Unità Spinale di Vicenza e dopo qualche mese sono stato trasferito all’Unità Spinale Unipolare di Niguarda. Dopo l’incidente è come se fossi tornato bambino e nei sette mesi successivi di ospedale mi sono rimboccato le maniche per riuscire a riprendere in mano la mia vita: ho imparato per la seconda volta a spostarmi, muovermi, lavarmi, vestirmi, andare in bagno”.

Grazie al supporto della famiglia e al suo spirito reagisce. La forza della vita ha la meglio. “Da ricoverato, a Milano, ho tanto desiderato e tanto sospinto l’equipe medica a far sì che i pazienti possano intraprendere l’iter per conseguire la patente B speciale, a partire dalla visita in commissione medica fino alle prove degli adattamenti auto possibili. Durante il ricovero ho avuto l’opportunità di conoscere Nicola Dutto, primo pilota paraplegico a tornare in moto per fare cross ed enduro. Nonostante l’incidente, l’amore e la passione per i motori è stata quella che mi ha spinto ad andare avanti, perché la voglia di tornare su un mezzo a motore si è sempre fatta sentire e, negli anni dopo l’incidente, sempre più forte”.

Prova diversi sport, dal basket al tennis in carrozzina, il ping pong. “Ma nulla mi fa sentire vivo come l’idea di tornare ai motori. Ritorno a lavorare e a vivere la mia quotidianità, con lo spirito di sempre. Il mio ritorno nel mondo dei motori ha inizio a fine aprile 2016. Pista di Maggiora, per la prima volta vedo e mi approccio al mondo del kart cross, capendo subito la potenzialità e l’ottimo compromesso fra sicurezza e adrenalina. Da quel giorno, non ho smesso di pensare a come raggiungere il mio sogno di tornare fra i motori, la polvere e l’odore della benzina. Un sorprendente anno di incontri, alcuni tanto sperati, altri tanto cercati ma alcuni anche voluti dal destino…”.

Mattia Cattapan e il crossabili sempre meno sogno

A maggio 2016, dopo il matrimonio della sorella, alle tre di notte parte con gli amici per andare a vedere la gara di Moto GP al Mugello. Per dodici anni di fila non ha mai saltato una gara di MotoGP al Mugello. Il mese successivo, Alvaro Dal Farra, manager del Daboot, scuola di Fmx, lo invita a un evento di motocross freestyle e di mototerapia a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. “Provo la guida del quad e della motoslitta. Il team Daboot vede protagonisti Davide Rossi, Jannik Anzola, Leonardo Fini, Max Bianconcini, Matteo Botteon, Maurizio Poggiana e Vanni Oddera, piloti che organizzano eventi di Fmx in Italia e partecipano a eventi internazionali.

Sempre a giugno 2016, il rapporto con i ragazzi del Daboot cresce e Vanni Oddera insieme a Ilaria Naef, ragazza in carrozzina che pratica Wheelchair Freestyle, lo invitano allo skate Park di Brescia. Prova anche il lancio dalla rampa in carrozzina, volo nella piscina di gommapiuma e diventa il protagonista di un aneddoto che Vanni e Ilaria raccontano da quel giorno. Ad agosto 2016 parte per una vacanza “diversa”: torna a vivere la montagna con adrenalina.

Va a Sestriere, dove l’associazione Freewhite con Gianfranco Martin propone una settimana multisport. “Sono partito da casa con l’idea di provare il downhill. Per tutta la settimana faccio discese in downhill, ritrovando libertà e velocità in un ambiente come quello della montagna, fino a quel momento impensabile da vivere”. L’esperienza con Freewhite lo entusiasma così tanto che decide di partecipare a una settimana di campeggio nelle Langhe. “Chi avrebbe mai pensato di fare campeggio in carrozzina, con tende Ferrino e tour fra i vigneti con le Jeep di Fiat autonomy. A settembre c’è la tappa della GP a Misano. Non si può perdere”.

“La sera prima della GP, all’Arena 58, incontro gli amici Daboot che mi regalano i pass per entrare ai paddock. Dall’invasione di pista passo così all’atmosfera dei paddock e perfino a quella dei box, grazie all’amico Roberto Marinoni, meccanico Aprilia. Assaporo la gara da tutt’altro punto di vista”. Quindi, ad ottobre “organizzo a Vicenza una giornata in kart, facendo tornare alla guida altri 10 ragazzi in carrozzina da tutto il Nord Italia”. Una giornata vissuta all’insegna delle sfide e del sano confronto, nel clima del vero e autentico spirito sportivo.

Tante altre emozioni e a novembre incontra Valentino e Graziano Rossi, insieme ad altri piloti della VR46 Academy: Bulega, Bagnaia, Andrea Migno e anche Mauro Sanchini. Il viaggio per l’Italia, a trovare gli amici in carrozzina, “mi spinge a voler creare un progetto coi motori in cui coinvolgere in maniera sicura tutti coloro che proprio a causa dei motori sono in carrozzina me ma che nei motori trovano ancora un motivo per andare avanti. Inizio dicembre: Monza Rally Show. Un mio amico che lavora come meccanico presso la Delta Rally mi invita ad andare a Monza. Nel giro di una settimana per la seconda volta incontro Valentino”.

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Mattia Cattapan e l’incontro con Alex Zanardi

Il 2017 si apre all’insegna del monosci, a Sestriere, con Freewhite. Continua a pensare al progetto di tornare ai motori, orientandosi verso gli sport automobilistici. Inizialmente pensa di orientarsi verso l’autocross, vedendolo come un buon compromesso fra divertimento e prezzo, ma poi l’idea non si riesce a realizzare. I mesi passano e, ad aprile 2017, Mattia Cattapan torna al kart cross. Una Pasqua a tavoletta. Quello stesso mese, Mattia parla dei suoi progetti col titolare dell’Autodromo del Salento, Fabio Serinelli. Nasce Crossabili, un progetto che vuole aprire al mondo delle persone disabili la disciplina del kart cross. “Si fanno le ore piccole, parlando di come poter rendere fattibile il progetto”.

I kart cross sono mezzi sicuri, con un assetto modificabile a seconda del terreno e con un ottimo rapporto peso-potenza. “Sono al settimo cielo e penso già a tutti gli amici in carrozzina che non vedrebbero l’ora di provarlo”. Riprende la rotta di casa, facendo tappa a Civitanova Marche, per fare la consueta revisione del mio Triride. Il destino a volte crea l’occasione ed è così che incontra Alex Zanardi.

“Pranzo insieme a lui, facendo domande, chiacchierando e confrontandoci. Alex ha in mente le ruote dell’handbike e vorrebbe portare dei ragazzi in carrozzina alle para-olimpiadi. Ma io gli chiedo del suo passato e del suo presente nel mondo automobilistico, nell’ottica di creare una scuola di guida su pista per persone in carrozzina in cui ci siano degli esperti come tutor”. Crea un altro evento in kart aperto ai ragazzi in carrozzina.

Poi, da veneto, contatta “Il Veneto Imbruttito” per fare un video che trasmetta a tutti la sua quotidianità. Con luci e ombre, difficoltà e forza d’animo. Il buon Andreas Ronco accetta, convinto di fare la “solita” intervista al tavolo. Ma Mattia lo prende in contropiede e lo aspetta a casa e gli prepara una carrozzina con Triride.

“Trascorriamo insieme una giornata intera in carrozzina fra le vie della città, al mercato, in orto e nell’azienda di famiglia di lavorazione ferro. Una vera scoperta per Ronco, che mi chiede a fine giornata di fare una richiesta, di esprimere un desiderio. Chiedo così di lanciarmi dal palco dei Rumatera (un gruppo musicale che canta in veneto e racconta in musica la cultura veneta, ndr), avendo come finalità il creare una occasione, un obiettivo da raggiungere e da condividere. Ho scelto di lanciarmi dal palco per mostrare ai ragazzi nella mia situazione che nella vita si può fare qualunque cosa, basta decidere e mettersi in moto”.

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Dai crossabili all’incontro con la famiglia Regazzoni

L’Associazione Uguale lo contatta, dopo aver visto il video de “Il Veneto Imbruttito”. Uguale organizza un festival contro ogni tipo di barriera a Marghera e suoneranno i Rumatera. Ecco che il desiderio espresso poche settimane prima si avvera. “Uno sponsor trovato dall’associazione rende possibile il noleggio di un bus per raggiungere il Festival con i miei amici, che accettano ad occhi chiusi e lo fanno per sostenermi. L’obiettivo è veramente raggiunto: tutti i miei amici presenti, regalo ad ognuno una maglia verde con un logo da me pensato e costruito. Il momento del lancio, commovente, ha visto una folla verde sostenermi, nel vero senso della parola”.

Si va a Milano, a Niguarda, dove è stato ricoverato. “Ho lasciato il segno nei cuori dell’equipe del Niguarda e, conoscendo la mia passione e i miei progetti mi invitano ad una giornata dedicata a Clay Regazzoni, pilota F1 rimasto paraplegico e inventore degli adattamenti auto. Per l’occasione mi informo, studio e sono orgoglioso e onorato di poter presentare il mio progetto alla famiglia di Clay. La moglie e la figlia Regazzoni mi ascoltano con interesse, perché con la morte “del Clay” si sono spenti anche tutti i progetti in ambito automobilistico per persone in carrozzina. La buona occasione per confrontarsi e scambiarsi i contatti, guardiamo entrambi verso la medesima direzione e loro attraverso il Clay hanno già vissuto questa realtà”.

A luglio 2017 si tengono i Redbull X Fighters, a Madrid. Questa volta vola con gli amici nella capitale spagnola per assistere allo spettacolo di freeestyle motocross. Il suo amico Alvaro Dal Farra gli fa un altro bel regalo: i pass per i box e per vivere i retroscena all’interno dell’arena a Plaza de Toros.

“Mi mette in contatto con Inigo Perez, che ha reso possibile il mio giro all’interno dei box. Conosco di persona i piloti Tom Pagès, Clinton Moore, a cui porto una bottiglia di Aperol direttamente dal Veneto e da parte di Alvaro, e Levi Sherwood”. Il mese dopo, Mattia prende contatti con il proprietario di una start-up che realizza cambi al volante, pensando a come adattare i kart cross per la guida alle persone paraplegiche. L’incontro è a Ravenna. Si parla e si discute di comandi al volante.

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Ad Ascoli Piceno, ad agosto, si corre una gara di kart cross. Si ritrovano volti noti, fra cui un pilota salentino che vende il proprio kart cross. Ormai i giochi sono quasi fatti, è a pochi passi dal suo sogno. Bisogna trovare uno sponsor che sostenga i costi di acquisto degli adattamenti e dei test. Ormai è tempo di vacanza. Si torna a Sestriere, per le discese in downhill. A settembre arriva lo sponsor: il gruppo AGF88 Holding.

E in più si ritrova a posare come modello per B.Barber: scatti che vogliono raccontare la sua storia, sempre di traverso e sopra alla famosa Eleanor di “Fuori in 60 secondi”. Ad ottobre, Cattapan inizia la preparazione fisica con un personal trainer per guidare il kart cross e il mese successivo incontra la famiglia Regazzoni per la realizzazione di un set fotografico per il Memorial Room di Lugano e per trascorrere una giornata con ragazzi delle scuole in visita al Memorial.

“Si parte verso la Svizzera, indosso tuta e guanti e la moglie e la figlia del Clay mi fanno salire sulle auto adattate del campione ticinese! Che emozione e che gran voglia di proseguire nel mio progetto, portando avanti quello che il Clay ha reso possibile, mettendosi in gioco in prima persona per gli altri. Questo è quello che vorrei fare ed è il motivo che mi ha spinto negli anni a fare chilometri, a metterci la faccia: seguire la passione per i motori, poter tornare in pista non come singolo, ma coinvolgendo e offrendo la possibilità ai ragazzi in carrozzina come me di provare ad accostarsi allo sport automobilistico in sicurezza e con divertimento”. Intanto, il 2018 lo vede protagonista con il suo kart cross TMR. A tavoletta.

Roberto Bressan alias Saracinesca: il super portiere disabile

Cioè dal giorno in cui ha iniziato a segnarsi le partite giocate al giorno in cui è stato pubblicato questo articolo. Nel quartiere in cui vive a Torino, la Vanchiglietta, lo conoscono praticamente tutti come ”Saracinesca”. E per la verità ha tantissimi amici e simpatizzanti anche nel resto della città e nella prima cintura della metropoli. Roberto, figlio di Guido e Graziella, 26 anni compiuti il 24 febbraio scorso, di cui almeno sedici trascorsi ad inseguire un pallone da parare è l’esempio più limpido e pulito di un ragazzo che ha saputo sfruttare al meglio le proprie passioni e le proprie capacità per contrastare l’effetto e il disagio psicologico della disabilità.

Ognuno di noi ha degli ostacoli da superare sul proprio percorso, anche Roberto Bressan. Chi più chi meno. È la vita che li mette lì, davanti ai piedi, in modo quasi perverso. A noi tocca imparare a conoscerli, a conviverci, a sconfiggerli facendoli diventare degli alleati e non dei nemici. Insomma, basta non sentirsi “diversi”. Nessuno è diverso e tutti lo siamo. Nei casi specifici della “normalità omologata” e della “diversità non omologata”, è vero tutto e il contrario di tutto.

Questo dovrebbe condurci a giudicare le persone sulla base di ciò che fanno e che riescono a fare e non in base a ciò che dicono, o come vestono, oppure ancora per il colore dei capelli, eccetera. Ed ecco che lo sport ci viene in aiuto. Roberto Bressan è un super portiere e un incredibile personaggio che, negli ultimi sei anni, è emerso dal palcoscenico torinese. È l’unico portiere disabile capace di disputare più 3 mila 500 partite di calcio amatoriale dal 17 maggio 2011 al 3 marzo 2018.

Cioè dal giorno in cui ha iniziato a segnarsi le partite giocate al giorno in cui è stato pubblicato questo articolo. Nel quartiere in cui vive a Torino, la Vanchiglietta, lo conoscono praticamente tutti come “Saracinesca”. E per la verità ha tantissimi amici e simpatizzanti anche nel resto della città e nella prima cintura della metropoli. Roberto, figlio di Guido e Graziella, 26 anni compiuti il 24 febbraio scorso, di cui almeno sedici trascorsi ad inseguire un pallone da parare è l’esempio più limpido e pulito di un ragazzo che ha saputo sfruttare al meglio le proprie passioni e le proprie capacità per contrastare l’effetto e il disagio psicologico della disabilità. Un traguardo da guinness dei primati.

Ovviamente, Roberto Bressan giocava anche prima ma, come detto, non aveva ancora iniziato a segnarsi giornalmente sul quaderno le partite giocate. Questo significa che, ufficialmente, le sue partite sono oltre 3 mila e 500, ma in realtà potrebbero anche essere il doppio.

Spesso gioca due o tre partite al giorno. Gli amici lo chiamano perché hanno bisogno di un buon portiere e lui non se lo fa ripetere due volte… Perché è un buon portiere. Roberto Bressan ha iniziato a giocare al parco, come succede a tanti, poi all’oratorio e infine è approdato nella sua prima squadra, la “Polisportiva Santa Giulia”, all’epoca allenata da “Enzo Manfregola”.

Roberto Bressan arriva agli Insuperabili

Da quel momento in poi gira una quindicina di squadre, tra cui la “Old Generation” e il “Cuore Matto”, ma resta sempre legato affettivamente e sportivamente alla “Polisportiva Santa Giulia” (con cui ancora gioca qualche partita), ora allenata da Gianluca Perruquet e prima di lui da Angelo Petrantoni.

Alla fine di questo percorso, che in realtà è un continuo evolversi e modificarsi e che lo porta nel 2015 a diventare campione d’Italia con il Torino di Gianfranco Bono nel trofeo nazionale organizzato dalla Uisp, Roberto Bressan approda nella squadra degli “Insuperabili”, una delle più attive scuole calcio per ragazzi disabili, che fa parte dell’associazione sportiva dilettantistica “Total Sport” diretta da Attila Malfatti e che ha in Giorgio Chiellini il principale testimonial.

Se è vero che l’appetito vien mangiando, è vero che “Saracinesca” ha ancora molta fame. “Sogno di giocare nella nazionale per disabili. E ovviamente, sogno di vincere il titolo. Nel 2007 sono stato nominato “Miglior Portiere” dell’anno, ma non mi basta”. Uno dei traguardi più importanti raggiunti è quello tagliato il 2 dicembre 2016, quando ha giocato la sua partita numero 3 mila.

Ad oggi, Roberto Bressan vanta: oltre 2 mila 100 partite vinte, 900 pareggi, 490 sconfitte. Su 3 mila 500 partite giocate si contano oltre 400 rigori e più di 220 parate. Ma anche 90 errori, o come li definisce lui… “90 papere”. Il tutto per un totale di quindici campionati vinti. E pensare che il calcio, all’inizio, neppure gli piaceva…

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Dietro Roberto Bressan, che gioca quasi tutti i giorni della settimana, spesso più volte nello stesso giorno, c’è un tenero “ragazzone” che ama seguire la moda, che vuole bene ai suoi amici, con cui divide passione e interessi. “Il calcio mi ha regalato tanti amici a cui sono molto legato e in particolare due, Juri Ferro, che gioca con me negli Insuperabili, e Davide Ferina, che giocava insieme a me nel Santa Giulia. Ma in realtà mi porto nel cuore tutti e non potrei nominarli. Mi scapperebbe qualche nome…”.

Tifa Juventus, adora Gianluigi Buffon, mangia sempre molto volentieri le mezze penne al salmone e quando può ascolta e canta Vasco Rossi. Ma non diciamolo troppo in giro che canticchia nella sua cameretta, mentre sogna i Mondiali, perché ha vergogna. È timido, ma resta un super portiere.