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Handicap e disabilità, differenze poco conosciute ma importanti

Handicap e disabilità, questi sconosciuti. Un buona parte della società in cui viviamo, soprattutto per un’educazione ipocrita e finta perbenista che ha ricevuto in famiglia e da frequentazioni abituali di estrazioni pseudo cattoliche, si vergogna di chiamare col loro nome malattie e ammalati. Faccio un esempio per essere più chiaro: di un amico o amica che ha il cancro, non si dice che è malata di cancro, si preferisce dire che “lotta contro il male”. Perché?

In una società in cui davvero molte persone passano il tempo a ricamare le problematiche, piuttosto che scendere in campo e prestare un aiuto concreto, magari con un po’ di volontariato (per questo solo pochi trovano il tempo…), un handicappato non è libero di sentirsi tale e di provare comunque a vivere felicemente la sua vita. Agli occhi di certa gente un handicappato non è un handicappato. Cioè, lo è ma non deve essere chiamato così. Non è un diverso. Cioè, lo è ma non gli va detto. Ma diverso da chi? E soprattutto, diverso su cosa? Su quale piano?

Un diversamente abile non è una persona inabile, è un uomo o una donna perfettamente in grado di svolgere alcune mansioni e alcuni lavori, in base appunto al livello di sostegno che riceve per migliorare il proprio deficit. Per alcuni studiosi, è utile definire distintamente i termini deficit ed handicap in quanto l’uso di portatore di handicap genererebbe delle confusioni tra causa ed effetto, in quanto i due termini esprimono concetti diversi, quindi suggeriscono di usare il termine “deficit” per definire la condizione soggettiva e personale di chi, a causa di un evento traumatico o morboso, abbia subito una menomazione della propria sfera biologica o psichica con conseguente minorazione organica che comporta difficoltà di apprendimento e di relazioni interpersonali.

Mentre il termine handicap esprime la situazione oggettiva di difficoltà in cui viene a trovarsi il portatore di deficit nel processo di integrazione nella comunità, che è organizzata secondo standard di potenzialità o di prestazioni considerate normali, ed è evidentemente dipendente da un rapporto spazio temporale. In altre parole un deficit è difficilmente annullabile, in quanto situazione soggettiva, non è una malattia dalla quale si può guarire, ma è uno scompenso o una imperfezione stabile, mentre l’handicap, in quanto oggettivo e dipendente dalla situazione, può essere aumentato, ridotto o anche annullato.

Forse è il caso di comprendere meglio il concetto di handicap e disabilità. Capita che in seguito a una menomazione, si sviluppi una ridotta capacità d’interazione con l’ambiente sociale che ci circonda rispetto a ciò che la stragrande maggioranza delle persone considera la “norma”. Quindi, si è meno autonomi nello svolgere determinate attività quotidiane e spesso ci si trova in condizioni di svantaggio nel partecipare alla vita sociale.

L’handicap e la capacità di intendere e di volere

Ma non si è incapaci di intendere e di volere. Per fortuna e grazie alla ricerca tecnologica e a quella scientifica, oltre che all’impegno di chi partecipa attivamente alla costruzione di una società civile, il mondo della disabilità ha vissuto trasformazioni radicali e profonde a partire dagli anni Settanta del Ventesimo secolo, momento in cui è cominciata una lenta azione di rinnovamento dei servizi e degli interventi a favore dei portatori di disabilità. Una di queste è l’abolizione delle barriere architettoniche. Questo ed altri processi d’inserimento dei portatori di handicap, oggetto delle cosiddette politiche sociali, è andato via via affinandosi, fino a diventare un processo d’integrazione.

Ci sono due termini che è importante tenere bene in mente: inclusione sociale e integrazione sociale. C’è una marcata distinzione e, considerato che affrontiamo l’argomento, è bene comprenderla. L’inclusione sociale è quella situazione in cui, in riferimento a una serie di aspetti che permettono agli individui di vivere secondo i propri valori e secondo le proprie scelte, è possibile migliorare le proprie condizioni e rendere accettabili le differenze tra persone e gruppi sociali.

L’integrazione sociale è, invece, qualcosa di più profondo. È l’inserimento delle diverse identità in un unico contesto all’interno del quale non è presente alcuna discriminazione, all’interno del quale c’è cooperazione sociale e coordinamento tra i ruoli e le istituzioni. A voler essere pignoli, parafrasando la “International classification of impairments disabilities and handicaps” del 1980 stilata dall’Organizzazione mondiale della sanità mentre la disabilità viene intesa come lo svantaggio che la persona presenta a livello personale, l’handicap rappresenta lo svantaggio sociale della persona con disabilità. Ma c’è un ma…

Negli anni Novanta, l’Oms ha commissionato a un gruppo di esperti di riformulare la classificazione precedente, tenendo conto di nuovi concetti. La nuova classificazione, detta “International classification of functioning”, definisce lo stato di salute delle persone piuttosto che le limitazioni, dichiarando che l’individuo “sano” si identifica come “individuo in stato di benessere psicofisico” e ribalta, di fatto la concezione di stato di salute.

Inoltre, introduce una classificazione dei fattori ambientali. Il concetto di disabilità cambia e secondo la nuova classificazione, questa condivisa e approvata da quasi tutte le nazioni afferenti all’Onu, diventa un termine che identifica le difficoltà di funzionamento della persona a livello personale e nella partecipazione sociale. I fattori biomedici e patologici non sono più gli unici presi in considerazione, ma si considera anche l’interazione sociale. Il nuovo approccio è multiprospettico: biologico, personale, sociale. I termini di menomazione, disabilità ed handicap, che attestavano un approccio essenzialmente clinico, si sostituiscono i termini di strutture corporee, attività e partecipazione, in quanto non si considerano più solo i fattori organici, ma anche quelli sociali.

Cos’è la pedagogia speciale di Andrea Canevaro?

Andrea Canevaro è un pedagogista ed editore di Genova. Classe 1939, professore emerito dell’Università di Bologna e studioso di prestigio internazionale, dagli anni Settanta del Novencento è impegnato sul fronte dell’inclusione sociale, con particolare nell’ambito della disabilità e dell’handicap. Il padre della scuola italiana di pedagogia speciale sostiene che: “Nel 1999 l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato la nuova “Classificazione internazionale delle menomazioni, delle attività personali, ex disabilità, e della partecipazione sociale, ex handicap o svantaggio esistenziale.

Con attività personali si considerano le limitazioni di natura, durata e qualità che una persona subisce nelle proprie attività, a qualsiasi livello di complessità, a causa di una menomazione strutturale o funzionale. Sulla base di questa definizione ogni persona è diversamente abile. Una persona è relativamente handicappata, cioè l’handicap è un fatto relativo e non assoluto, al contrario di ciò che si può dire per il deficit”.

“In altri termini – è la tesi di Canevaro – un’amputazione non può essere negata ed è quindi assoluta. Lo svantaggio, o handicap, è invece relativo alle condizioni di vita e di lavoro, quindi alla realtà in cui l’individuo amputato è collocato. L’handicap è dunque un incontro fra individuo e situazione (…). Il 22 maggio 2001, l’Oms perviene alla stesura di uno strumento di classificazione innovativo, multidisciplinare e dall’approccio universale: la “Classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute”, l’acronimo è Icf. All’elaborazione di tale classificazione hanno partecipato centonovantadue governi che compongono l’Assemblea Mondiale della Sanità. (…)”.

Ma non solo. “Il primo aspetto innovativo della classificazione emerge chiaramente nel titolo della stessa. (…) L’applicazione universale dell’Icf emerge nella misura in cui la disabilità non viene considerata un problema di un gruppo minoritario all’interno di una comunità, ma un’esperienza che tutti, nell’arco della vita, possono sperimentare. L’Oms, attraverso l’Icf, propone un modello di disabilità universale, applicabile a qualsiasi persona, normodotata o diversamente abile”. Fin qui, gli aspetti positivi di un percorso tortuoso e faticoso.

Esistono anche degli aspetti negativi. I cosiddetti “contro”, alcuni dei quali, guarda caso, legati a quella sfera di ipocrisia tangibile di cui parlavo all’inizio di questo articolo. Lasciamo che ne parli chi ne sa più di noi. E Canevaro è la persona giusta per analizzare tanto i pro quanto i contro. “Qualche anno fa, alcune persone disabili hanno avuto l’acuta e orgogliosa intuizione di sottolineare come, anche in presenza di una menomazione importante, riescano a produrre, realizzare, essere competitivi con il resto del mondo”.

“Il che talvolta è vero. Per definire questa condizione hanno coniato il neologismo “diversamente abili”. Nella loro bocca, in quel contesto, in quel momento poteva forse avere un senso. Forse. Ciò perché alla fin fine si enfatizza il concetto di abilità a tutti i costi, la concorrenza, la rincorsa ad una omologata normalità con tutti i paradossi che questa porta con sé. Ma ci sono persone, più di quante si creda, la cui principale e vitale esigenza non è quella dì trovare un lavoro e un collocamento mirato, ma quella di assicurarsi un servizio di assistenza che renda meno gravosa l’insostenibile pesantezza del quotidiano per i loro familiari a cui è delegata in toto – da distretti, comuni e servizi sociali – la loro stessa sopravvivenza”.

“Sono le persone con handicap gravissimo e se il termine urtasse le sensibilità più raffinate potremmo definirle “diversamente ospedalizzate”. Persone che al turismo accessibile non possono interessarsi, come pure alla possibilità di guidare un veicolo o alle opportunità dei servizi telematici o alla partecipazione a battaglie civili di avanguardia. La loro preoccupazione è – banalmente – sopravvivere, qualche volta malgrado i servizi socio-assistenziali pubblici. E se quei servizi verranno ulteriormente tagliati non diranno nulla perché non hanno voce. Altro che “diversamente qualcosa”.

Niente di male, lo ripeto, se una persona disabile si autodefinisce “diversamente abile”. Qualcuno potrà sorridere a qualcun altro si inumidirà il ciglio di fronte a cotanta fierezza, in qualcuno scatterà l’emulazione e la volontà di superare la provocazione definendosi financo “diversamente dotato”, evocando pruriginose rimembranze. Ma quando il termine deborda dalla boutade per assurgere a termine di uso comune, si comincia a percepire un sentore di ipocrisia.

E mai come negli ultime mesi ci è capitato di annotare quel termine – “diversamente abili” – magistralmente inchiavardato nei pubblici sermoni di politici opinionisti, operatori, funzionari, responsabili di associazioni. Sembra si voglia far intendere che l’epoca dell’invalido povero ed emarginato sia stata sepolta da una nuova cultura fatta di promozione e di integrazione, di sperimentazione e di innovazione.

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Disabilità: è necessaria una rivoluzione culturale

“Di questa “rivoluzione culturale” i “diversamente abili” sarebbero addirittura apportatori di ricchezza proprio grazie alla loro diversità. Siamo certi che le persone disabili farebbero volentieri a meno di quella ricchezza. Sono portatori semmai di esigenze particolari che tanto sono più gravi quanto meno trovano risposta. L’affermazione poi ce ne ricorda una di un po’ più datata e svagata che interpretava la malattia mentale come una condizione comunque felice perché fuori dai rigidi e stereotipati paradigmi di una società bruta e poco creativa. Pregiudizio mascherato. Voglia di negare il profondo disagio che è proprio della malattia”.

La stessa superficiale ipocrisia di chi – e non sono in pochi – sostiene che le persone con sindrome di down sono comunque felici “perché sorridono e sono socievoli”. Quindi “diversamente abili”! È quindi una definizione non stigmatizzante e che raschia di meno la crosta nelle paure di ognuno di noi, che siamo o meno disabili. “Ma è una terminologia oltre che falsa, inefficace. Falsa perché distorce la realtà spalmandola su un quadro rassicurante, una rappresentazione buona per tutti i salotti e per tutte le stagioni. Inefficace perché non evidenzia il disagio e non rimarca l’obbligo civile della presa in carico da parte di tutti”.

“L’espressione “diversamente abile” pone l’enfasi sulla differenza qualitativa nell’uso delle abilità. Esso viene utilizzato per specificare che attraverso modalità diverse si raggiungono gli stessi obiettivi. Vi sono delle situazioni di disabilità in cui questo uso può essere adeguato. Ad esempio allievi non vedenti o ipovedenti possono raggiungere lo stesso adeguati risultati scolastici e sociali utilizzando le risorse visive residue, potenziate con adeguati strumenti, o abilità compensative, ad esempio quelle verbali. Vi sono altre situazioni, come quelle riguardanti due terzi di tutti gli allievi certificati e cioè quelli con ritardo mentale, in cui l’uso della terminologia diversamente abile può risultare fuorviante”.

“Consideriamo il caso di un tipico allievo con sindrome di down. Dal punto di vista della qualità della vita forse si può anche dire che utilizzando le proprie capacità, o abilità, egli può comunque raggiungere obiettivi paragonabili a quelli di tutte le altre persone. In altre parole può raggiungere un benessere che non può essere considerato inferiore. Se questo è il riferimento, l’espressione “diversamente abile” potrebbe anche essere utilizzata. Se il riferimento diventa invece quello delle prestazioni scolastiche, sociali e di autonomia, l’espressione “diversamente abile” può risultare ingannevole, in quanto “nasconde” il fatto che tali prestazioni sono inferiori rispetto a quelle tipiche della normalità”.

Vi siete davvero mai chiesti quanti tipi di handicap esistono e quali sono? E soprattutto, sapete di cosa stiamo parlando? Ci provo io a rispondere alla domanda: autismo, malattie croniche (quindi tantissime), sordità, disabilità intellettive, difficoltà di apprendimento, perdita della memoria, malattie psichiche, disabilità fisiche, disturbi del linguaggio, cecità. Cominciamo dalla prima. L’autismo è una disabilità con caratteristiche che hanno una vasta gamma di varianti.

Sebbene le persone affette da autismo non possano essere individuate attraverso l’aspetto fisico, esse presentano di solito difficoltà nel linguaggio o nella comunicazione, nelle relazioni sociali e nel comportamento, spesso a causa di difficoltà sensoriali. I diversi livelli di autismo variano da lieve a grave.

Le malattie croniche possono iniziare in qualsiasi momento della vita, dall’infanzia alla vecchiaia. Alcune di queste malattie creano disabilità visibili, ma altre creano disabilità “invisibili” che possono non manifestarsi subito. Anche i familiari e gli altri che assistono coloro che sono affetti da una malattia cronica affrontano prove difficili.

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Handicap invisibili come la perdita dell’udito

C’è poi la perdita dell’udito, che varia da una leggera perdita alla sordità assoluta. Ad alcune persone audiolese basta indossare apparecchi acustici. Altre usano la lingua dei segni per comunicare, altre leggono le labbra e riescono a parlare e altre ancora utilizzano una combinazione di entrambi i metodi. Questa tipologia di disabili incontra difficoltà nella comunicazione, in particolare in luoghi affollati. Una difficoltà che può provocare sentimenti di solitudine, frustazione, rabbia, diminuzione dell’autostima, mancanza di speranza e depressione.

La disabilità intellettiva si riferisce a limitazioni gravi nell’apprendimento, nella capacità di pensare, nella risoluzione dei problemi, nella percezione del mondo e nello sviluppo di capacità quotidiane. Tutte le persone con disabilità intellettive sono capaci di apprendere e possono vivere una vita soddisfacente e felice. Invece, le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento.

Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento. Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. Le persone che soffrono di disturbi dell’apprendimento possono manifestare diverse difficoltà, tra le quali problemi con la lettura, la lingua parlata, la scrittura o con la capacità di ragionamento. Anche l’iperattività e la disattenzione possono essere associate ai disturbi dell’apprendimento.

Possono, inoltre, influire sul coordinamento, il comportamento e l’interazione con gli altri. A volte, oltre al normale processo di invecchiamento, si può perdere la memoria a causa di una malattia o di una lesione cerebrale. Le malattie cerebrali come l’alzheimer possono aumentare la perdita della memoria. Gli ictus sono un’altra causa ricorrente.

Ci sono molti generi di malattie psichiche che colpiscono le funzioni cerebrali. Possono avere effetto sui pensieri, sul comportamento, sulle emozioni e sulla capacità di capire le informazioni. Le malattie psichiche differiscono dalle esperienze normali dovute alla tristezza, ai sentimenti di rabbia o ai problemi quotidiani. Diverse cause e condizioni possono danneggiare la mobilità e il movimento. L’incapacità di usare bene gambe, braccia o busto a causa di paralisi, irrigidimento, dolore o altre disabilità è frequente.

Può essere il risultato di difetti di nascita, malattie, età o incidenti. Queste disabilità possono cambiare di giorno in giorno. Possono contribuire ad altre disabilità quali i disturbi alla parola, la perdita della memoria, la bassa statura e la perdita dell’udito. I disturbi della parola e del linguaggio sono vari e possono arrivare a qualsiasi età. E a proposito di disturbi della parola e del linguaggio, a prescindere dalla loro gravità, influiscono sulla capacità di una persona di interagire e di comunicare con gli altri.

Possono interferire con la capacità di capire, di esprimere i propri pensieri o di essere compresi. Le cause possono essere presenti già alla nascita, verificarsi durante l’infanzia o più avanti nella vita. Infine, ma non ultime per importanza, ci sono le difficoltà a visive: da vista confusa o sfocata alla cecità totale.

Dipendenza: come riconoscerla e soprattutto come curarla

Una dipendenza è causa dell’alterazione del comportamento. Dalla fase della comune abitudine si passa a quella esagerata e smisurata del piacere attraverso mezzi, sostanze, oppure comportamenti che sfociano in una condizione patologica cronica. E tenete bene in mente le ultime tre parole che avete letto. Più dipende, più il soggetto ammalato tende a perdere il controllo di un’abitudine. Quindi, si è dipendenti quando si fa un uso compulsivo di una sostanza a dispetto della consapevolezza delle conseguenze negative.

Ci si ammala di dipendenza quando si perde il controllo volontario del comportamento. Le tecnologie odierne delle neuroscienze stanno portando alla luce alcuni meccanismi cerebrali correlati alle dipendenze. Oltre ad anni di risultati sperimentali sui modelli animali, ora ci sono gli studi per visualizzazione in vivo delle funzioni del cervello umano, grazie alla pet e alla risonanza magnetica funzionale. Questi strumenti di indagine rilevano alterazioni funzionali e strutturali, per questo si parla di patologia cronica, del sistema nervoso centrale di persone dipendenti.

Alan Leshner, nel 1997, sulla rivista Science pubblica un articolo che ben spiega il modello concettuale della dipendenza come malattia cronica del cervello. All’epoca direttore del National Institute of Drug Abuse degli Stati Uniti d’America (prestigioso ente mondiale per lo studio e l’intervento sulle tossicodipendenze), Leshner sostiene che l’uso prolungato di sostanze modifica le strutture e le funzioni del sistema nervoso centrale facendo scattare un interruttore metaforico nel cervello.

Questo conduce alla condizione di dipendenza, caratterizzata dalla ricerca e dall’uso compulsivo. Giusto, ma non sempre. Per fortuna, infatti, capita che molte persone affette da dipendenza superino questa malattia senza ricorrere a cure. Inoltre, va tenuto conto che l’azione stessa delle sostanze psicoattive e la loro capacità di indurre dipendenza sono modulate da numerosi fattori di tipo psicologico e sociale. E se la persona non ha una sola dipendenza? Si trova certamente in una situazione peggiore, che si chiama polidipendenza.

Ci sono due tipi diversi di dipendenze e hanno effetti differenti: c’è la dipendenza fisica, che altera lo stato biologico, e la dipendenza psichica, che modifica lo stato psichico e comportamentale. Quella fisica è una dipendenza prodotta essenzialmente da condizionamenti neurobiologici ed è superabile con relativa facilità. La dipendenza psichica richiede interventi terapeutici lenti e ad ampio raggio. Spesso vanno coinvolti anche i familiari della persona dipendente.

Esiste una forma grave che comporta sia la dipendenza fisica sia quella psichica compulsiva. Un esempio è dato dal bisogno di assunzione ripetuta della droga da cui si dipende. Si cerca l’effetto e si vuole evitare l’astinenza. La compulsività si associa al bisogno di assumere la droga o la sostanza in dosi sempre maggiori, a causa dell’assuefazione che porta ad un innalzamento della soglia di tolleranza.

In pratica, il processo dell’assuefazione è uno dei più semplici. Per avere lo stesso piacere nei recettori servono quantità maggiori di dopamina e, in secondo luogo, a parità di dopamina prodotta nel cervello servono quantità sempre maggiori dello stimolante. Dal punto di vista delle cause si può dipendere patologicamente dal cibo, come nel caso della bulimia, della dipendenza da zuccheri, del disturbo da alimentazione incontrollata. Oppure si può essere dipendenti da sostanze stupefacenti, in cui rientra l’alcolismo, il caffeinismo e il tabagismo.

Esiste la dipendenza da sesso, come nel caso di dipendenza sessuale, pornografia, masturbazione compulsiva. Ed esistono le dipendenze da lavoro (work-a-holic), da gioco (gioco d’azzardo patologico), da shopping (shopping compulsivo), televisione, internet (internet dipendenza), videogame, lo sport. La dipendenza non si presenta solo con un eccesso di dopamina, ma anche con un loro deficit.

Ad esempio, ripetere sempre le stesse cose e la mania di ordine e pulizia si manifestano come una dipendenza. Sono sintomi di una carenza di serotonina. Non sempre si è dipendenti da droghe, alcol, farmaci o sostanze stupefacenti, ma si può essere dipendenti anche da oggetti di uso comune come computer, o attività quotidiane. Si chiama “dipendenza psicologica” e provoca effetti come: sbalzi di umore, perdita temporale, mal di testa. Una dipendenza abbastanza frequente è quella del gioco d’azzardo, difficile da curare.

Quali sono le aree del cervello coinvolte da questa malattia?

Uno studio del 2007 ha mostrato per la prima volta le aree del cervello coinvolte nel processo decisionale. I neuroni della corteccia orbitofrontale e della cingolata anteriore sono le aree del cervello attivate per prendere qualsiasi decisione, sia cruciali come la scelta del tipo di scuola o di lavoro, sia banali come mangiare o bere qualcosa.

Rispettivamente, l’attività neuronale viene modulata nella orbifrontale in proporzione alla gravità della decisione da assumere, serve cioè ad identificare l’alternativa migliore, e nella cingolata in base alla rispondenza alle aspettative di partenza, come seguire l’alternativa che si è valutata migliore.

La cingolata anteriore è oggetto degli stimoli più forti per il confronto fra “pay-off” atteso, probabilità di successo e costo in termini di tempo e sforzo richiesti. A riprova, chi presenta danni in queste aree tende a comportamenti autolesionistici, con la stessa dinamica delle dipendenze, vale a dire a scegliere l’alternativa peggiore (in modo consapevole e non) e meno soddisfacente per sé.

Pare che il problema sia dovuto al non adeguamento dell’attività neuronale in base all’importanza della decisione da assumere: impulsività su scelte cruciali e per contro tempi lunghi per decisioni del quotidiano. Oggi, per curare le dipendenze si predilige un approccio multidisciplinare, che prevede un intervento mirato in ambito biologico e psicologico.

In ambito biologico, lo scopo è il raggiungimento dell’astinenza, utilizzato soprattutto nelle dipendenze da sostanze come alcol e droghe. Possono essere impiegati farmaci di tipo ansiolitico e terapie farmacologiche. In ambito psicologico, di norma affrontato con psicoterapia individuale o di gruppo, invece ci si prefigge l’obiettivo di spingere il soggetto a superare l’ossessiva percezione del bisogno della sostanza o comportamento da cui è dipendente.

Esistono molte associazioni che utilizzano il programma di recupero del gruppo di “auto-aiuto” come terapia contro svariate forme di dipendenze. Quali? Alcolismo, tossicodipendenza da droghe “leggere” (hashish e marijuana) e “pesanti” (cocaina, eroina, metanfetamina e altre), bulimia e altri disturbi alimentari, relazionali (codipendenza e dipendenza affettiva), comportamentali (gioco d’azzardo compulsivo). E ancora: dipendenza dal lavoro, da shopping compulsivo, sessuale (masturbazione compulsiva, pornodipendenza o cyber-sex addiction), da tecnologiche (internet dipendenza).

Informati di più sulla dipendenza: non è solo un problema altrui

Disturbo psicosomatico: un’insidia quotidiana pericolosa

Poche ore prima di un colloquio di lavoro o di un importante riunione, ecco scatenarsi un forte mal di testa. Cosa lo provoca? Si chiama disturbo psicosomatico. Emozioni e stati d’animo possono manifestarsi anche attraverso il nostro corpo? Sì. Quindi, cos’è questo disturbo psicosomatico? Come si manifesta?

Esiste una cura naturale e qual è la più efficace per questa insidia quotidiana? Cerchiamo di capirlo e di rispondere in maniera semplice e chiara a queste domande. Considerata la delicatezza dell’argomento, la spiegazione di cosa sono i disturbi psicosomatici la traccia la psicologa Pamela Franchi, dell’ambulatorio di psicologia di Humanitas Mater Domini.

Sul disturbo psicosomatico, senza giri di parole, la dottoressa Pamela Franchi sostiene che ‘i disturbi psicosomatici possono essere considerati come il tentativo di dar voce ad un disagio psicologico o, addirittura, una emozione dolorosa. Come? Molto spesso, le nostre emozioni, gli stati di ansia o pensieri ricorrenti che disturbano la nostra serenità, si traducono in un vero e proprio sintomo corporeo”.

“Secondo una dinamica che mira a salvaguardare la nostra integrità psicofisica, un’emozione non esprimibile tramite le parole, rimane fuori dalla nostra consapevolezza per consentire al soggetto di mantenere uno stato di benessere, tuttavia può generare un malessere-sintomo fisico’. I disturbi psicosomatici non sono generati dalla nostra fantasia, ma sono disturbi corporei reali, compromettono la quotidianità e creano limitazioni non solo di tipo fisico, ma anche relazionale.

Il disturbo psicosomatico può interessare ogni parte del nostro corpo e presentarsi in forme diverse a seconda degli apparati interessati: gastrointestinale con ulcera peptica, colite spastica psicosomatica, gastrite psicosomatica, cardiocircolatorio con aritmia, ipertensione essenziale, tachicardia, respiratorio con sindrome iperventilatoria, asma bronchiale.

E ancora, può interessare l’apparato urogenitale con enuresi, dolori mestruali, impotenza, eiaculazione precoce o anorgasmia, quello tegumentario con acne, psoriasi, orticaria, dermatite psicosomatica, prurito, sudorazione profusa, secchezza della cute e delle mucose, quello muscoloscheletrico con cefalea tensiva o mal di testa, cefalea nucale, torcicollo, crampi muscolari, stanchezza cronica, fibromialgia, dolori al rachide, artrite.

Disturbo psicosomatico: quali sono i sintomi corporei

Quadri psicologici quali la depressione e quasi tutti i disturbi d’ansia, inoltre, sono accompagnati anche da sintomi corporei. La dottoressa Pamela Franchi spiega che: ‘È importante sapere che quasi tutti i disturbi che ci affliggono nella quotidianità, presentano quasi sempre anche una componente psichica. Di norma, la persona viene indirizzata inizialmente verso accertamenti e trattamenti di tipo medico, mentre un approccio integrato fra la discipline medica e psicologica rappresenta di certo un buon percorso di cura che può risultare di grande aiuto per il paziente’.

Dunque, sentimenti ed emozioni sia positive sia negative influenzano le reazioni del nostro corpo ovvero del soma: un’emozione positiva può spronare a fare meglio, mentre una negativa può indurre verso uno stato d’animo che porta a vedere solo il bicchiere mezzo vuoto e infine, riflettersi negativamente anche sullo stato di salute.

Il disturbo psicosomatico si caratterizza per la presenza di sintomi fisici come possono essere il mal di testa, il mal di stomaco, persino il mal di schiena. A volte la sintomatologia non trova riscontro in una condizione medica definita e quindi, il disturbo origina con buona probabilità, da un conflitto interno e dunque di tipo psicologico.

La comparsa di un disturbo psicosomatico è legata a un evento particolarmente stressante che non fa altro che attivare il sistema nervoso autonomo che mette in atto una risposta simile a quella che potrebbe attivare in un momento di difficoltà e paura, ecco quindi, che ci si può ritrovare a fare i conti con la tachicardia o l’iperventilazione.

In seguito, ad alcuni studi clinici messi a punto negli anni Sessanta nell’Università di Washington è stato stilato il Social Readjustement Rating Scale, una raccolta di oltre quaranta eventi o situazioni che si è visto, solitamente, preludono allo sviluppo di disturbo psicosomatico: la morte del coniuge, la separazione, un lutto, le vacanze, il Natale, il cambiamento di residenza…

Gli item menzionati non sono motivo di disturbi psicosomatici per tutti, ma possono diventarlo in base a una serie di altri criteri più intimi della persona, come possono essere l’esposizione precedente ad altri eventi stressanti che hanno determinato una certa labilità emotiva che sfocia nella somatizzazione. Eventi positivi che, però, seguono eventi meno positivi fanno saltare le nostre capacità adattogene.

Perché somatizziamo quotidianamente gli eventi

La somatizzazione degli eventi non è processo comune a tutti gli individui. A volte ci sono persone davvero provate dalla vita capaci di far fronte all’ennesimo assalto con l’adattamento e l’attuazione di meccanismi difensivi che gli permettono di superare il nuovo ostacolo senza la somatizzazione, ma magari attraverso l’umorismo o la sublimazione ovvero la ricerca della forza d’animo nelle proprie passioni come possono esserlo la musica, il ballo, la recitazione, la pittura o la scrittura. 

L’individuazione della presenza di un disturbo somatico è tutt’altro che semplice e anche la diagnosi è un percorso in salita. Immunizzarsi allo stress non è possibile, ma ci sono elementi che possono contribuire alla nostra resilienza ovvero alla capacità di adattarci e proteggerci.

Lo stress è uno degli elementi più importanti nella genesi del disturbo psicosomatico. L’agire quotidiano richiede al nostro organismo di sapersi adattare a continui e improvvisi mutamenti della realtà che ci circonda. Molti di questi cambiamenti hanno un impatto positivo sulla nostra esistenza, assicurando piccoli momenti di piacevolezza o prefigurandosi come occasioni favorevoli alla crescita personale.

Talvolta, tuttavia, le sollecitazioni ambientali possono avere un impatto negativo, generando forti pressioni, eccessiva emotività e condizione di stress. Eventi di questo tipo possono riguardare piccole seccature quotidiane, condizioni presenti della vita quotidiana, o l’esposizione ad eventi estremi e inconsueti.

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Disturbo psicosomatico da emozioni

“Contrariamente a quanto suggerito dal senso comune, che identifica semplicemente le emozioni come un vissuto soggettivo di piacevole o spiacevole, le emozioni presentano una consistenza anche biologica. Le emozioni nascono, infatti, all’interno del nostro sistema nervoso centrale e determinano importanti mutamenti a livello periferico e nei principali sistemi del nostro organismo. Un esempio lo abbiamo quando proviamo ansia o paura”.

“In questi casi possiamo avvertire diversi cambiamenti quali, per esempio: aumento del battito cardiaco, nausea, aumento della sudorazione, tremori, mal di testa, dolore al petto, nodo allo stomaco e respirazione accelerata“, spiegano all’Istituto di Terapia Cognitiva e Comportamentale.

“Le emozioni sono il ponte che collega la nostra mente a tali reazioni fisiche e sono un esempio dello stretto legame che intercorre tra mente e corpo. In virtù di questo legame una malattia organica può portare con sé alterazioni a livello psichico o di funzionamento cognitivo e, viceversa, un disturbo o una sofferenza di tipo psicologico può portare ad alterazioni del normale funzionamento dell’organismo”.

“Per queste ragioni si è ormai diffuso un modello di malattia che viene definito bio-psico-sociale. Questo modello suggerisce che per curare la malattia e promuovere la salute non si può prescindere da un’attenta considerazione del dominio biologico, psicologico e sociale. Le emozioni, quindi, hanno in tutto ciò un ruolo molto importante in quanto strumenti che ci permettono di rispondere alle richieste adattive poste dal nostro ambiente“, è la tesi della scuola di specializzazione e formazione professionale.

Se soffrite di un disturbo psicosomatico sopra elencati, chiedere aiuto ad uno psicologo può essere una buona idea, ma non in prima battuta. Certamente imparare a gestire stress ed emozioni può aiutarvi a trovare un po’ di sollievo. Anche la passiflora e la valeriana possono essere di grande aiuto. Tuttavia occorre prima stabilire quanto delle manifestazioni del disturbo siano imputabili all’intervento di fattori psicologici e sociali.

Quindi, se soffri di queste malattie è ad un medico specialista che devi affidarti prima di tutto. Solo a posteriori, se quest’ultimo riscontrerà che i sintomi e la loro comparsa sono verosimilmente influenzati da una particolare vulnerabilità allo stress, da una particolare suscettibilità o reattività emozionale, o da uno stile di vita non salutare, converrà rivolgersi ad uno psicologo. Le cure naturali psicoterapeutiche e psicofarmacologiche possono essere d’aiuto, ma solo se supportate da un’adeguata terapia.

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Mal di testa: ecco i segreti naturali per sconfiggerlo

Quello del cosiddetto mal di testa è un argomento tanto delicato quanto invalidante risulta essere la malattia, ma qui scopriremo i segreti naturali per sconfiggerlo. Clinicamente parliamo di cefalee, che si distinguono in primarie e secondarie. Entrambe le tipologie si caratterizzano per il dolore localizzato in una o più aree del capo e rappresentano una condizione di urgenza sia se la si considera come sintomo di un’altra patologia, come può essere la cefalea secondaria, sia se la si considera come malattia stessa, cioè la cefalea.

Le cefalee primarie si suddividono a loro volta in emicrania, cefalea tensiva e cefalea a grappolo. Invece quelle secondarie spesso sono di tipo post-traumatico. Il dolore avvertito alla testa durante un attacco di cefalea può essere causato da diversi meccanismi. I principali sono la distensione, la trazione o la dilatazione dei vasi sanguigni, quindi sia delle arterie sia delle vene, intra o extra-cranici.

Ma anche la compressione, trazione o infiammazione dei nervi cranici, oppure l’infiammazione, la contrattura o la compressione dei muscoli extracranici e cervicali, oltre all’infiammazione delle meningi. Dunque, come ben vedi, anche se sintetizzato in poche righe, il mal di testa ha tanti “parenti” che possono far visita per altrettanti motivi. Ecco perché chi soffre di mal di testa, come chi soffre di artrite e artrosi viene spesso definito un curato a metà.

Il mal di testa cronico tende a manifestarsi dopo i quaranta o i cinquanta anni, colpisce in prevalenza le donne e presenta numeri impressionanti. In Italia soffrono di emicrania quasi otto milioni di persone, oltre un milione e mezzo delle quali hanno una cefalea cronica quotidiana, spesso accompagnata da abuso di farmaci.

Purtroppo il mal di testa continua a essere una patologia troppo spesso sottovalutata, mal diagnosticata e mal curata. Si preferisce l’automedicazione alla visita specialistica che potrebbe risolvere in modo appropriato il problema. Oltre ad associare i farmaci adeguati alla rispettiva patologia, il neurologo può suggerire al paziente una correzione nelle abitudini alimentari e nello stile di vita che spesso sono alla base di un disagio tanto importante.

Il mal di testa è un nemico terribile, severo ed estremamente disabilitante. Non è un caso se l’Organizzazione mondiale della sanità lo piazza al dodicesimo posto assoluto tra le malattie più disabilitanti al mondo: giorni interi persi per dolore e relativa inattività, costi sociali legati a esami e terapie. Lo si ritene a torto un semplice sintomo, ma in realtà è presente dalla nascita ed è quasi sempre ereditario.

Come vedi, spesso c’è anche il fattore genetico ad alterare i meccanismi e i processi fisiologici che attivano e coinvolgono strutture sensibili allo stimolo del dolore, localizzate in alcune zone della testa e del collo: periostio del cranio, muscoli, nervi, arterie e vene, tessuti sottocutanei, occhi, orecchie, seni paranasali e mucose.

Adesso cercheremo di capire meglio, con l’auspicio che questo possa essere di aiuto o di sollievo. Inizio con la cefalea tensiva, che è la più diffusa e colpisce più le donne che gli uomini. È dovuta alla contrazione dei muscoli del collo e delle spalle e si manifesta come una morsa che stringe la testa a casco, il famoso “cerchio”. I muscoli in tensione producono una maggiore quantità di acido lattico che provoca uno stato di intossicazione delle cellule. In questo modo il mal di testa cresce e si autoalimenta. Nel novanta per cento dei casi è dovuta a stress di natura psicosociale, psicosomatica o a disturbi come l’ansia e la depressione.

Dolore episodico alla testa o cronico

Può essere episodica, per meno di quindici giorni al mese, e di durata variabile tra la mezz’ora e la settimana o cronica, con dolore presente per un totale di almeno sei mesi l’anno. I mal di testa derivanti da tensione nervosa, cominciano di solito alla nuca o alla base del cranio, per poi diffondersi e localizzarsi in un punto qualsiasi del capo, spesso nella regione occipitale, ossia nella parte media ed inferiore del capo, se è bilaterale.

Possono soffrirne coloro che rimangono a lungo chini sui libri o davanti al computer tenendo i muscoli cervicali contratti. Questa contrazione provoca una costrizione dei vasi sanguigni e della loro rete nervosa. La circolazione impoverita aumenta il dolore dello spasmo muscolare.

C’è poi la cefalea a grappolo. Le crisi si susseguono l’una all’altra ad intervalli di tempo piuttosto brevi e si raggruppano in determinati periodi del giorno e dell’anno. Gli attacchi durano da mezzora ad un’ora. Può essere episodica, da sette giorni ad alcuni mesi con intervalli superiori a due settimane, o cronica, ogni giorno per più di un anno consecutivamente. Il dolore è intenso e violento e di solito è monolaterale, localizzato attorno all’occhio e allo zigomo. Colpisce prevalentemente gli uomini, soprattutto tra i venti e i trenta anni. L’aspetto più negativo è che la ricerca scientifica, in questo caso, non è capace di individuare delle cause scatenanti con precisione.

Infine, c’è l’emicrania. Come indica il nome stesso, l’emicrania è quella forma di mal di testa caratterizzata da un dolore intenso e ricorrente che coinvolge, generalmente, un solo lato della testa. L’emicrania classica rientra nel gruppo delle cefalee primarie. In particolare, si distinguono due tipi di emicrania: con aura e senza aura. In entrambi i casi il mal di testa può durare da poche ore a tre giorni.

Nell’emicrania con aura i sintomi si presentano di solito nella fase precedente l’insorgenza del dolore tipico dell’attacco emicranico e sono rappresentati nella quasi totalità dei casi da sintomi visivi, come zigzag luminosi, annebbiamento del campo visivo dal lato colpito dal dolore, talora associati a difficoltà nel parlare e più raramente a disturbi di motilità.

L’aura interessa alternativamente solo una metà del corpo e presenta una durata variabile tra cinque e sessanta minuti. Gli attacchi di emicrania senza aura hanno una durata variabile tra le quattro e le settantadue ore, sono quasi sempre monolaterali, con dolore di tipo pulsante, di severa o moderata intensità, talora aggravato dallo sforzo fisico. Il dolore spesso è associato a nausea, fastidio per la luce e per i rumori.

Caratteristica degli attacchi emicranici è quella di essere ricorrenti e di presentarsi con una frequenza molto variabile: da pochi episodi in un anno a due o tre attacchi alla settimana. Il dolore pulsante è accompagnato da nausea, vomito, foto o fonofobia. Si ha necessità di riposare lontani da luci e rumori. L’emicrania cronica parossistica è l’unica forma di cefalea primaria a localizzazione sempre e costantemente unilaterale.

Colpisce il sesso femminile con una frequenza di attacchi che possono arrivare sino a quindici al giorno e dolori violenti simili a quelli della cefalea a grappolo. Le cause dell’emicrania non sono ancora del tutto chiare. Durante un attacco emicranico si verifica una costrizione dei vasi arteriosi con conseguente riduzione nell’apporto di sangue in particolari aree cerebrali. Questa fase corrisponde all’aura emicranica ed è seguita da una fase di dilatazione dei vasi sanguigni, che può causare la sensazione di male alla testa.

Cosa provoca quel maledetto attacco di mal di testa

Cambiamenti nell’attività del cervello provocherebbero un’infiammazione intorno ai vasi sanguigni con irritazione di alcuni terminali nervosi. A provocare il dolore durante un attacco, sembra essere una momentanea variazione nella circolazione sanguigna extra-cerebrale.

In particolare questo avviene al di sotto della leptomeninge, ossia della meninge più interna, quella che riveste il cervello) dove i vasi sanguigni prima si restringono e poi si dilatano. La conoscenza dei fattori scatenanti è di fondamentale importanza perché sia la cura sia la prevenzione dell’emicrania risultino efficaci. Mettere in relazione un determinato evento con il verificarsi di una crisi emicranica permette di evitare o correggere eventuali comportamenti sconvenienti.

Ma non solo. La ricerca scientifica, ormai sempre più proiettata verso i farmaci biologici, quindi sotto forma di proteine o di batteri, ha ha fatto una scoperta importante. Fidati, molto importante. Basta una sola seduta con una serie di iniezioni nei muscoli pericranici del collo e delle spalle, perennemente contratti, per far scomparire dolore e tensione per almeno sei mesi. Mal di testa, arrivederci.

Forse. Perché magari nel frattempo si scopre l’origine e si risolve il problema. Il merito di questo “congelamento” del fastidio deve essere attribuito al botulino, in grado di allontanare per almeno sei mesi emicrania e cefalea cronica, quella capace di farsi sentire oltre quindici volte al mese e di rendere infernale la vita di chi ne soffre.

Infatti, la terapia botulinica risolve in una sola seduta la persistente contrattura a spalle, collo e muscoli pericranici, in particolare quelli compresi tra zigomo e mandibola e quelli frontali, che accompagna il paziente affetto da cefalea. Una serie di piccole iniezioni a dosaggio opportuno distendono e rilassano i muscoli liberandolo dal persistente dolore e fastidio.

“La tossina botulinica di tipo A inibisce lo stimolo nervoso che causa la contrattura e genera il mal di testa cronico. Dopo il trattamento, il paziente sarà libero dalla tensione muscolare per sei-otto mesi, dopodiché potrà ripeterlo ottenendo un beneficio ancora più prolungato nel tempo”, sostiene il professor Lorenzo Pinessi. Chi non può permettersi questa tecnica, per qualunque motivo, può affidarsi ad altri prodotti palliativi.

Specialista in neurologia e psichiatria della Clinica Fornaca, primario emerito di neurologia della Città della salute e della scienza di Torino, oltre che Presidente onorario della Società italiana per lo studio delle cefalee, Pinessi spiega che “la terapia botulinica può risultare utile anche in fase di prevenzione: se le crisi di emicrania si intensificano e diventano così severe da essere accompagnate da tensione e dolore a spalle, collo e muscoli pericranici, il botulino può essere usato come profilassi per allontanare la minaccia”. Il trattamento con la tossina botulinica può peraltro aiutare anche nella disintossicazione da abuso di farmaci per il mal di testa, una situazione clinica sempre più frequente. Non ci credi ma lo speri?

“Si chiama medication overuse headache – aggiunge il professor Pinessi –. Il paziente abusa di farmaci che possono essere antinfiammatori, antidolorifici, antidepressivi, ansiolitici o analgesici, talvolta mescolati tra loro e spesso in dosi eccessive. Il risultato è che a lungo andare questi farmaci non servono più a nulla e, addirittura, inducono attraverso particolari vie biochimiche il mal di testa cronico”.

La disintossicazione dall’abuso di farmaci avviene attraverso una serie di terapie che prevedono anche la somministrazione di farmaci disintossicanti e un periodo di ricovero che può essere di una o due settimane. Ma ricorda, se hai questo problema, prima di tutto devi sottrarti dalla tua routine quotidiana.

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L’intestino è il secondo cervello: attenzione ai disturbi intestinali

Con l’arrivo della primavera o dell’autunno e, di conseguenza, dei primi caldi o dei primi freddi è indubbio che compaiano con più frequenza disturbi a carico del nostro apparato digerente e che si debbano affrontare enteriti, gastroenteriti o enterocoliti. Di cosa stiamo parlando? Del tuo intestino e dei tuoi disturbi intestinali.

E se non lo sai te lo dico io, il tuo intestino è il tuo secondo cervello. Visto che si sporca, bisogna mantenerlo pulito. Quindi, cominciamo col dire che l’enterite è quale processo infiammatorio che interessa la mucosa dell’intestino tenue, nella gastroenterite l’infiammazione coinvolge anche lo stomaco mentre nelle enterocoliti colpisce oltre all’intestino tenue anche il colon.

Quali sintomi caratterizzano questa problematica? Dolori addominali crampiformi e diarrea profusa. Inoltre possono associarsi febbre, nausea e vomito, disidratazione, astenia, debolezza, senso di malessere generale. Seconda domanda importante: quali cause possono scatenare questi processi infiammatori?

Essendo una malattia diarroica acuta può essere provocata da intossicazioni alimentari conseguenti all’ingestione di cibi contaminati da batteri, virus, protozoi e tossine batteriche, dall’ingestione di cibi o bevande molto fredde, da processi infettivi.

Possono in taluni casi avere un’origine allergica ed in questo caso la sintomatologia si scatena a causa di una reazione immunitaria anomala del soggetto sensibilizzato conseguente all’introduzione nell’organismo di particolari sostanze che sempre più spesso sono mal tollerate.

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Latte, uova, cioccolato, cereali, fragole, pesce e crostacei, arachidi sono alcuni degli alimenti che con più frequenza si rendono responsabili di reazioni di tipo allergico. Nelle forme più lievi, la sintomatologia si attenua gradualmente per risolversi del tutto nel giro di tre giorni.

È sufficiente per almeno ventiquattro ore sospendere l’alimentazione ed adottare una dieta esclusivamente idrica, con riposo a letto ed eventuale reidratazione. Poi ci sono anche semplici rimedi naturali. Quali? La zeolite oppure Enterosgel. Per i casi più seri che tendono a protrarsi per più giorni è opportuno consultare un medico perché potrebbe, ad esempio, essere necessaria la somministrazione di una terapia antibiotica.

Però, seguendo alcuni consigli pratici ed alcune regole di comportamento possiamo ridurre notevolmente il rischio di insorgenza di disturbi intestinali e magari salvare la buona riuscita di una vacanza tanto attesa. Con l’arrivo del caldo aumentano notevolmente i rischi di contaminazione degli alimenti da parte di microrganismi patogeni per cui è consigliabile porre la massima attenzione all’acquisto, alla conservazione ed al trattamento dei cibi.

Quindi, controllare sempre la data di scadenza prima di consumare un alimento, programmare la spesa immediatamente prima di far ritorno a casa per evitare di lasciare gli alimenti deperibili troppo a lungo fuori dal frigorifero, cuocere la quantità di cibo che si prevede di consumare al momento, evitare agli alimenti lunghe permanenze a temperatura ambiente, non consumare pesci e frutti di mare crudi o poco cotti, evitare dolci con panne e creme.

Con il caldo anche i processi digestivi sono meno efficienti e quindi si raccomanda il consumo di cibi leggeri: diminuire l’apporto di grassi e carni, dare la preferenza al pesce per l’alta digeribilità ed il minor apporto calorico, consumare grandi quantità di frutta e verdura per rimpiazzare le vitamine ed i sali minerali che vengono eliminati con il sudore, bere sempre molta acqua (non fredda per il rischio di congestioni) allo scopo di reintegrare i liquidi che si perdono a causa del caldo.

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