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Il sognatore scelto dal sogno

È il sogno a scegliere il sognatore, e non il contrario: Lazlo Strange ne è sicuro, ma è anche assolutamente certo che il suo sogno sia destinato a non avverarsi mai. Orfano, allevato da monaci austeri che hanno cercato in tutti i modi di estirpare dalla sua mente il germe della fantasia, il piccolo Lazlo sembra destinato a un’esistenza anonima. Eppure il bambino rimane affascinato dai racconti confusi di un monaco anziano, racconti che parlano della città perduta di Pianto, caduta nell’oblio da duecento anni: ma quale evento inimmaginabile e terribile ha cancellato questo luogo mitico dalla memoria del mondo?

I segreti della città leggendaria si trasformano per Lazlo in un’ossessione. Una volta diventato bibliotecario, il ragazzo alimenterà la sua sete di conoscenza con le storie contenute nei libri dimenticati della Grande Biblioteca, pur sapendo che il suo sogno più grande, ossia vedere la misteriosa Pianto con i propri occhi, rimarrà irrealizzato. Ma quando un eroe straniero, chiamato il Massacratore degli Dèi, e la sua delegazione di guerrieri si presentano alla biblioteca, per Strange il Sognatore si delinea l’opportunità di vivere un’avventura dalle premesse straordinarie.

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“Il sognatore”, primo capitolo della nuova duologia di Laini Taylor, già autrice dell’acclamata trilogia “La chimera di Praga”, non fa che confermarne il grande talento narrativo. In un mondo fantastico e allo stesso tempo perfettamente credibile, abitato da personaggi indimenticabili, il lettore è chiamato a seguire il sogno di Lazlo Strange, perdendosi con lui tra realtà e magia, amore e violenza, terrore e meraviglia. “Scritto meravigliosamente, con una lingua che è al tempo stesso oscura, rigogliosa e seducente. I lettori saranno impazienti di leggere il secondo”, ha recensito Publishers Weekly – Starred Review. Questo libro di cinquecentoventisei pagine va assaporato. Quindi meglio darsi una mossa…

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Julia Elle: Disperata e felice

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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Storia di un affondamento dimenticato

Le guerre non finiscono con le tregue e neppure con gli armistizi, ancor di meno con la sconfitta degli avversari. Le guerre sono viaggi che non sono semplici spostamenti. Non sono itinerari affascinanti, ma toccano l’anima. Non sono i luoghi, spesso, gli autentici latori della guerra, ma è un terribile vagare errante tra l’anima impaurita e il paesaggio. Sembrava volermi raccontare questo nonno Luigi, ex partigiano combattente del sud Italia, ex deportato, ex prigioniero. Un superstite, uno dei pochi, della Seconda Guerra Mondiale. Uno dei pochi dell’affondamento della Sinfra. Mi è tornato in mente questo ricordo, per cui ti racconto la storia di un affondamento dimenticato.

Un uomo che aveva visto troppo, che negli occhi esprimeva tutto il suo dolore probabilmente somatizzato. E chissenefrega del fatto che fosse stato insignito dal presidente della Repubblica… Nel suo cuore c’era il tormento. Ricordi tridimensionali sovrapposti tra loro, schiacciati in una piccola scatola cranica. Questo lo aiutava a stupirsi e a meravigliarsi per cose semplici. Diverso era quando la curiosità del nipote (io) cercava di scavare in un’armatura invisibile e impenetrabile che non riusciva a dismettere. Non amava parlare, non gli faceva piacere raccontare. Non voleva ricordare, perché non poteva dimenticare.

“Quando parti per una guerra, dici vado, ma non dici torno”. In un viaggio normale, l’anima parte sempre un po’ dopo. Ma quando vai in guerra, quando vai a vedere morire i tuoi fratelli, per un non motivo (perché non c’è mai un motivo per morire in guerra), l’anima resta intrappolata in quei luoghi. Nonno era sulla Sinfra, nave simbolo di una terribile strage che, per vergogna, si cerca di dimenticare, di tenere lontana. Un incubo che non si vuole ricordare e commemorare. Una vergogna di Stato. Migliaia di militari italiani morti ammazzati mentre cercavano di fuggire dalla Grecia, che improvvisamente era diventata un nemico ostile.

La storia della Sinfra inizia dal suo primo nome, Fernglen. Si tratta di un cargo lungo oltre centoventi metri per viaggi oceanici costruito nel 1929 in Norvegia dall’armatore Fearnley & Eger di Oslo. Nel 1934 passa all’armatore Sandahamn-Sven Salen di Stoccolma, in Svezia, e nel 1939 viene acquisita dalla Companie di Navigation a Vapeur Cyprien Fabre & Cie, di La Ciotat, in Francia. Nel dicembre del 1942 diventa del governo tedesco, che la ribattezza in Sinfra, tramite l’armatore Akers Mekaniske Verksted.

Da questo momento, la storia della Sinfra diventa la storia di una nave piena di migliaia di militari affondata dalle bombe degli alleati britannici il 19 ottobre 1943. Una storia simile a quella della Gaetano Donizetti, in cui il 23 settembre 1943 a Rodi fa mille e settecentontovantasei morti. L’Ardena, che il 27 settembre 1943 a Cefalonia di morti ne fa settecentosettantanove. La Mario Rosselli, che l’11 ottobre 1943 a Corfù deposita oltre mille e trecento cadaveri. O la Maria Amalia, che 13 ottobre 1943 a Cefalonia fa contare più di cinquecento e cinquanta vittime. O la Petrella, nave tedesca, in cui l’8 febbraio 1944 a Creta morirono duemila e seicento persone.

L’affondamento dimenticato della Sinfra

Come i migranti di oggi, anche i militari di allora fuggivano dalla guerra. Fuggivano dalla Grecia e dalle isole egee, a cominciare da Rodi e da Creta. I soldati erano ignari e incoscienti di quel che stava accadendo nel mondo. Non sapevano che l’8 settembre 1943 segnava un punto di non ritorno.  Loro continuavano a fare i soldati. Continuavano a combattere una guerra che non volevano. Che non avevano mai voluto. E così, mentre i comandi militari italiani se la squagliavano senza lasciare ordini, i militari restavano in balia delle rappresaglie degli alleati. L’aviazione inglese “giocava” al bersaglio. Pur di affondare una nave tedesca non lesinava di far morire migliaia di soldati italiani e centinaia di partigiani greci.

Anche allora il mar Egeo diventa un grande cimitero, con decine di navi affondate e migliaia e migliaia di morti italiani. Gli scafisti di ieri erano i soldati tedeschi, assolutamente senza scrupoli: costringevano i militari italiani ad imbarcarsi, sulle cosiddette carrette del mare, ossia navi malandate ed insicure. Lo facevano per liberarsi di loro e conservare qualche boccone in più per i propri connazionali. L’operazione più eclatante ebbe inizio proprio in autunno, quando i tedeschi dovettero trasferire via mare, dopo la resa delle truppe italiane, circa diciassettemila prigionieri italiani. Se avessero potuto ne avrebbero eliminati quanti più possibile.

Per questi trasporti decidono di usare vecchie carrette del mare che venivano stipate di prigionieri oltre ogni limite. Parecchie di queste navi vengono silurate da sottomarini anglo-americani, mitragliate dalle rispettive aviazioni oppure, come nel caso della Oria, scelta per il trasporto dei militari italiani, affondarono alla prima burrasca. Partita l’11 febbraio del 1944 da Rodi e diretta al Pireo aveva a bordo quattromila e quarantasei prigionieri, novanta militari tedeschi e l’equipaggio norvegese. Affondò presso Capo Sounion, colta da una tempesta. Si salvarono ventuno italiani, sei tedeschi ed un greco. Tutti gli altri persero la vita. E la Sinfra? Quella non è una carretta del mare. Al momento dell’affondamento ha poco meno di quindici anni.

Invece, la nave Sinfa arriva nel porto di Heraklion, a Creta, nei primi giorni di ottobre 1943. Da parecchi giorni i convogli ferroviari tedeschi ammassano, presso questa base, materiale bellico proveniente dagli aeroporti limitrofi. Queste bombe sono destinate ad essere sganciate dalla Luftwaffe in nord Africa, ma dopo la vittoria anglo-americana, questo arsenale costituisce un surplus, così come gli stessi aeroporti dell’isola di Creta, che erano di grande valore strategico. Il 19 ottobre il carico di bombe viene completato e la nave è quasi pronta a partire per il Pireo. L’ultima operazione è quella di trasferire il carico “umano” di migliaia di militari internati dai campi di concentramento al porto.

Molti greci erano assemblati sui lati della strada per assistere alla partenza dei soldati italiani. Verso sera il trasferimento viene completato. La Schmeisser Sinfra è una nave da carico senza cabine ed i soldati vengono ammassati nelle stive. I tedeschi permettono soltanto agli ufficiali di rimanere sui ponti aperti usando le poche cabine esistenti sui lati dei corridoi da poppa a prua. Prima del tramonto, i tedeschi consegnano agli ufficiali italiani i giubbotti di salvataggio, che ovviamente non sono sufficienti per tutti. Nessun giubbotto viene consegnato agli uomini nelle stive.

La Sinfra viene sventrata e cala a picco

Sulla nave ci sono anche molti tedeschi di passaggio ed anche un piccolo gruppo di partigiani greci, tutti cretesi, destinati ai lager tedeschi. I boccaporti delle stive sono presidiati da sentinelle tedesche armate di maschinenpistole Schmeisser. La nave ha due mitragliatrici, una a prua ed una a poppa, in funzione antiaerea. Il mare è calmo e c’era anche la luna piena. La Sinfra lascia il porto di Heraklion scortata. Nessuna luce è permessa a bordo, per evitare il pericolo d’essere individuati da aerei e da sottomarini nemici. Si può fumare solo nei locali interni.

Alle 23.30 una sentinella tedesca lancia l’allarme. Aerei nemici in arrivo. Fonti tedesche concordano che si trattasse di squadroni di bombardieri B-25 Mitchell della Usa Force e aerosiluranti Bristol Beaufighter della Raf provenienti dal nord Africa e operativi sul Mediterraneo. I ricordi di nonno, quando lo spronavi a ricordare a raccontare erano lucidi, vivi, netti. Aerei che sorvolano sopra la Sinfra. E poi un esplosione. Un boato terribile. Altri superstiti racconteranno che la bomba era entrata dalla ciminiera ed era esplosa all’interno della nave e che molti soldati italiani erano stati intrappolati all’interno nelle stive vicine all’esplosione di cui le scale di accesso erano collassate e crollate.

Anche un rapporto trovato negli archivi della Marina Italiana conferma che la bomba attraversò la ciminiera e l’esplosione procurò confusione, panico e terrore nelle stive. Ma c’è di peggio: le sentinelle tedesche che gettarono alcune granate dai boccaporti e poco dopo fecero fuoco con le Schmeisser, quando i prigionieri tentarono di risalire in coperta. Il motore della Sinfra si ferma e la nave comincia ad inclinarsi sul lato dritto. La gente inizia a saltare in mare. Ovviamente, i bombardieri alleati compiono un largo giro intorno al Sinfra, tornano indietro e terminano il loro lavoro.

La nave viene colpita di nuovo e l’incendio si propaga in breve da poppa a prua. La nave di scorta faceva segnali luminosi al Sinfra ma non si avvicinava alla nave bombardata per salvare i naufraghi finiti in mare. La nave non affonda subito e le sentinelle lasciano le postazioni presso le stive aperte. Quello è il momento atteso dai prigionieri sopravvissuti al massacro che si riversano con tutti i mezzi possibili sulla coperta della nave e si gettano in mare. Molti di loro cercano pezzi galleggianti per sostenersi e vincere la stanchezza. Le acque intorno alla nave erano piene di naufraghi che lottavano per rimanere vivi.

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Verso le 2.30, il fuoco raggiunge le bombe sistemate nelle stive. Il piroscafo esplode e scompare, inghiottito dal fuoco e dall’acqua. Le lamiere vengono sventrate da una colossale esplosione. La mattina successiva, una flotta di pescherecci greci requisiti dai tedeschi arriva sulla scena del disastro alla ricerca di naufraghi sotto le direttive di un paio di idrovolanti del Settimo Squadrone Salvataggio Marittimo tedesco della nave di scorta. Sembrerà strano, ma c’è anche gente viva in quel mare di morti. Si salveranno oltre cinquecento e venti persone. Tra questi anche il mio eroe, nonno.

Durante le operazioni di recupero e salvataggio dei naufraghi, un gruppo di caccia alleati attacca e distrugge un idrovolante tedesco. Subito dopo l’attacco, i pescherecci decidono di fare rotta verso il porto di Cania. Ad attenderli in banchina ci sono i militari tedeschi che prelevano i naufraghi italiani e li trasferiscono con mezzi pesanti nelle carceri vicine alla città. Gli ufficiali italiani, invece, vengono portati nella prigione di Panaghia dove resteranno quattro settimane prima di essere imbarcate per il Pireo. Il relitto della Sinfra si trova a sette miglia fuori della costa nord occidentale di Creta. Sempre che qualcuno riesca a riconoscerlo.