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Ugo Gobbato: il papà dell’industria italiana

Ugo Gobbato nacque il 16 luglio 1888 a Volpago del Montello, nel Trevigiano, da Pietro e Anna Agnoletti, in una famiglia di piccoli agricoltori. Compì studi tecnici e si diplomò perito industriale a Vicenza presso l’istituto Alessandro Rossi. Durante le vacanze scolastiche si occupò come apprendista in una piccola azienda idroelettrica locale, dove, appena diplomato, divenne capofficina.

Dopo queste prime esperienze lavorative, studiò in Germania, laureandosi in ingegneria al Politecnico di Zwickau, in Sassonia. Rientrato in Italia nel 1909, espletò un anno di servizio militare, quindi, nel 1912, venne assunto alla Ercole Marelli dove per tre anni diresse un reparto di produzione in serie di piccoli motori industriali e di ventilatori elettrici. Nel 1916 sposò Dianella Marsiaj. Durante il primo conflitto mondiale Gobbato, di fede nazionalista, partì volontario.

Come militare venne impegnato in mansioni tecniche: prima, al fronte, nel genio, con i minatori, per scavare trincee e camminamenti, poi, a Firenze, nella produzione di motori per l’aviazione; infine passò all’officina del campo di aviazione di Taliedo, creato da G. Caproni. Terminata la guerra, Gobbato iniziò a lavorare per la FIAT, divenendo direttore del nuovo complesso del Lingotto, dove rimase dal 1921 al 1929.

In questi anni il complesso era ancora in fase di avviamento e quindi a Ugo Gobbato venne affidato anche il compito di gestire il trasferimento degli impianti nel nuovo edificio; nel periodo in cui diresse il Lingotto, viaggiò negli Stati Uniti, nel 1922 e nel 1926, visitando vari stabilimenti di fabbriche automobilistiche, per esempio quelli della Ford, della General Motors e della Chrysler, allo scopo di studiarne le esperienze. In particolare la sua attenzione si indirizzò verso l’analisi dei modelli organizzativi, individuati come i veri fattori del successo delle aziende americane. L’importanza del fattore organizzativo fu ampiamente sottolineato dal G. in due manuali, che raccolgono le lezioni da lui tenute presso il regio istituto industriale di Torino, intitolati Organizzazione dei fattori della produzione (I-II, Torino 1928-30).

A partire dal 1929 la FIAT gli assegnò alcuni incarichi all’estero; in quell’anno fu inviato in Germania, a Heilbronn, presso la NSU, un’azienda che produceva motociclette e automobili e che la FIAT aveva rilevato. Nel 1930 fu in Spagna, dove la FIAT, in collaborazione con la Hispano-Suiza, aveva avviato due iniziative a Barcellona e a Guadalajara: nonostante le difficoltà della congiuntura internazionale, Ugo Gobbato riuscì a ottenere buoni risultati, per esempio con l’assemblaggio del modello 514 che, per un certo periodo, circolò in Spagna. Nell’estate 1931 la direzione FIAT lo mandò a Mosca, con l’incarico di costruire il primo stabilimento russo di cuscinetti a sfera.

Si trattava di un’opera colossale, varata nell’ambito del piano quinquennale sovietico, che prevedeva l’allestimento di una fabbrica destinata a occupare 15.000 operai. Divenne il principale artefice di questa impresa, consistente nella consegna dell’impianto “chiavi in mano” e, tra il 1931 e il 1933, riuscì a portare a termine il progetto, in collaborazione con tecnici di notevole valore come G. Ciocca e S. Marocco.

Al rientro in Italia rimase fermo alcuni mesi fino a quando, nel dicembre 1933, probabilmente su diretta indicazione di B. Mussolini, venne chiamato, in qualità di direttore generale, all’Alfa Romeo, appena entrata nell’ambito dell’Istituto per la ricostruzione industriale.

Fin dal primo anno fu avviata un’ampia ristrutturazione dell’azienda che portò al rinnovamento degli impianti e dei macchinari e all’incremento dei dipendenti che, in pochi mesi, passarono da circa 1000 a oltre 3500 unità. Il rilancio dell’Alfa Romeo si inseriva nelle linee di politica economica del regime fascista, il cui interesse verso l’azienda era, però, indirizzato più allo sviluppo delle sue potenzialità militari, orientato in particolare sull’industria aeronautica, che non a quello del settore automobilistico. In questa prospettiva si inserì la militarizzazione dell’azienda, avvenuta nel 1935, in diretta connessione con il conflitto in Etiopia e la partecipazione dell’Italia alla guerra civile spagnola.

La necessità di una più razionale organizzazione del lavoro e le nuove esigenze, sopravvenute con il mutamento della politica aziendale voluto dal regime, influenzarono anche le direttive commerciali dell’Alfa Romeo guidata da Ugo Gobbato: lo Stato divenne cliente pressoché unico; le filiali presenti in Italia furono ridotte a tre (Roma, Bologna e Verona, ma successivamente si riaprirono le filiali di Milano, Trieste e Genova); infine, fu costituita una più ampia rete di concessionari. Quest’impostazione si rifletté, ovviamente, anche sulle scelte produttive: dagli anni Trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’Alfa Romeo ridusse drasticamente la produzione automobilistica (tra il 1936 e il 1938 dalla fabbrica del Portello uscirono appena 918 vetture), impegnandosi prevalentemente nella produzione di autocarri e, soprattutto, in quella di motori per l’aviazione, al primo posto fra gli interessi aziendali.

Dall’esperienza acquisita in precedenza con la costruzione dei motori Mercury e Pegasus, nacque la serie dei motori Alfa Romeo 125, 130, 126, 128, 129 e 135; fra il 1937 e il 1945 la gran parte dei velivoli italiani da trasporto e da bombardamento fu dotata di motori di questa serie. Proprio nel 1939, l’Alfa Romeo aveva iniziato la produzione del nuovo motore 135, a 18 cilindri a doppia stella, che sviluppava circa 2000 CV: al momento, il motore più potente a livello mondiale. In questi stessi anni venne potenziata anche la produzione di motori leggeri: i celebri Alfa 110 e Alfa 115 a 4 e 6 cilindri, raffreddati ad aria, che sviluppavano una potenza rispettivamente di 120 e 190 CV.

Nella scala gerarchica delle priorità dell’Alfa Romeo di Ugo Gobbato, alla produzione aeronautica seguiva quella di autocarri e autobus. Si ricordano soprattutto i modelli 85, 350 e 500: intere unità dell’esercito italiano furono equipaggiate con autocarri e furgoni Alfa Romeo. In particolare sono da sottolineare le capacità innovative sviluppate negli anni dell’autarchia: l’Alfa Romeo fu una delle prime aziende che tentò di risolvere il problema della carenza di combustibile con la progettazione e la produzione di veicoli a gas. Questa esperienza nacque da una collaborazione con il Politecnico di Milano per quanto riguardava la produzione del cosiddetto combustibile di sostituzione, che portò alla produzione in serie degli autoveicoli a metano 85 M e 110 M.

Anche per il settore automobilistico, nonostante la perdita di centralità nel quadro della strategia produttiva aziendale, l’epoca del Gobbato rappresentò una decisiva fase di svolta sia per la tecnica progettuale sia per le esperienze di sperimentazione. In particolare si segnalano i risultati raggiunti nella collaborazione con W. Pelago Ricart, l’ingegnere spagnolo cui il G. affidò la guida dei progetti e della sperimentazione del settore a partire dal 1938, in sostituzione di V. Jano. Nel 1938 si registrò anche la trasformazione della scuderia Ferrari in Alfa corse sotto la direzione di E. Ferrari.

In generale gli anni della direzione di Gobbato rappresentarono un periodo di forte crescita delle dimensioni aziendali dell’Alfa Romeo. Nel 1936 gli operai impiegati al Portello erano 6000 e nel 1938 si cominciò a costruire il nuovo stabilimento di Pomigliano d’Arco; nel 1940 venne costituita la nuova s.a. Alfa Romeo Africa Orientale, preventivamente preparata dalla strutturazione di una fitta rete di vendita e assistenza nelle colonie africane. Inoltre Gobbato, nel 1936, dispose la costituzione di una biblioteca aziendale, seguita da quella di un archivio di lastre fotografiche, primo fondamento di un archivio storico aziendale. Un’attenzione particolare fu poi da lui dedicata alla formazione professionale, concretata nella scuola aziendale di apprendistato, nella collaborazione con l’istituto dell’Opera nazionale dei Piccoli di padre Beccaro, di Milano, e nella costituzione, nel 1942, del centro preparazione personale, che prevedeva corsi di specializzazione per ingegneri, periti industriali e giovani apprendisti. Infine, nella prospettiva di migliorare il clima tra le maestranze, nel 1936, nell’ambito delle attività del dopolavoro aziendale, fu costituito un settore per il gioco del calcio.

L’entrata in guerra dell’Italia comportò una serie di problemi anche per la direzione dell’Alfa Romeo: in particolare, gli stabilimenti subirono attacchi aerei diretti, tra cui i più disastrosi furono quelli del 14 febbraio e del 13 agosto 1943 e del 20 febbraio 1944.

I danni derivanti da queste incursioni furono notevoli tanto che, dopo il bombardamento del 14 febbraio che aveva danneggiato significativamente il Portello, venne deciso il decentramento delle principali officine. Tale rilocalizzazione avvenne tra il 1943 e il 1944, con il trasferimento della lavorazione in varie località sia al Nord per gli stabilimenti del Portello (Vanzago, Canegrate, Vittuone, Melzo, Orta con Armeno, Vacciago e altri) sia per i reparti di Pomigliano d’Arco (Marigliano, grotte di San Rocco).

Dopo l’8 settembre 1943 l’autonomia decisionale della dirigenza Alfa Romeo si ridusse drasticamente. Nel 1944 l’azienda, su pressione dei Tedeschi, si unì in un consorzio, alla cui presidenza venne eletto Gobbato, dapprima con l’Isotta Fraschini e, in seguito, anche con le Officine reggiane, costituendo una società denominata CARIM, per la costruzione di alcune parti del motore Junkers.

Le officine della nuova società furono sistemate all’interno delle grotte di Costozza, nei pressi di Vicenza. La gestione della CARIM risentì significativamente delle imposizioni tedesche; fu applicato il cosiddetto contratto O.T. Verlag-Italien e per le modalità di finanziamento, il trattamento degli operai e le scelte produttive si dovette sottostare alle indicazioni della OT (Organisation Todt), massima autorità per la gestione dell’economia italiana. Nel maggio 1944 si giunse a un’intesa tra il ministero dell’Aeronautica tedesco e la CARIM, per cui le autorità germaniche avrebbero partecipato per il 50% alle spese mentre il Consorzio avrebbe mantenuto a disposizione del Reich le proprie capacità produttive fino a un anno dalla fine della guerra. Ma, nei primi mesi del 1945, quando la OT abbandonò la gestione, la situazione finanziaria della CARIM precipitò.

Lo stretto inevitabile rapporto con il regime fascista condizionerà molto, in futuro, il ricordo di un personaggio che indubbiamente ha fatto la storia dell’automobile. E fu proprio a causa di questo che fu processato e assolto dal Tribunale del Popolo e, il 28 aprile del 1945, Ugo Gobbato fu ucciso a Milano, in zona Fiere, da un commando di tre uomini. Il delitto fu dichiarato “per motivi politici” e gli autori dell’omicidio, tra cui uno dei due operai che testimoniò contro di lui al processo richiesto dal Cnl, mai condannati grazie all’amnistia del 1959.

La grande eredità culturale e scientifica di Ugo Gobbato fu raccolta dal figlio Pierugo che seguì le sue orme fin da giovanissimo e, dopo aver lavorato alla Grandi Motori della Fiat, divenne direttore generale della Ferrari e, in seguito, della Lancia dove fu promotore e ideatore del progetto “Lancia Stratos”, che portò la Lancia a diventare dominatrice incontrastata dei campionati del mondo rally.

Pane ciambella è una bestemmia: si chiama Pitta

Si chiama Pitta e non “pane ciambella”. È un antico pane calabrese e non un pane inventato per caso non si sa dove e neppure per quale motivo. Lungi dal polemizzare, ma trovo simpaticamente tragicomico se una mamma torinese s’inventa al supermercato una storia di “giocolieri” assunti in un forno nel Canavese che non sapendo cosa fare tra un pane e una pizza, si sono inventati un “pane ciambella”.

Non andò così e non credo proprio che avvenne nel Canavese. Calabresi a Torino ce ne sono tanti e potranno confermare il brivido epidermico del sentire rinominato un prodotto che un nome lo ha e che, per la verità, oltre al nome ha anche un’identità precisa e ben definita. E questo al di là delle sigle IGP, ICP, IPP ed URRÀ.

Vale la pena ironizzare, ovviamente, e auspicare che, almeno, gli amici Torinesi, da ora in poi sappiano che mangiano una morbida, fragrante (spero calda) Pitta con lievito naturale. “Pane ciambella” è un idioma assunto al nord e al centro quando, tanti calabresi, erano timorosi a vantare prodotti e tradizioni della propria terra. Comprensibile in un momento storico in cui l’accoglienza era quella di cartelli con su scritto: “Non si affitta ai meridionali”.

Lo dico e lo sottolineo che Pitta non è una parolaccia, anche perché dopo questo simpatico aneddoto, in quel supermercato di Torino, ho chiesto a qualche commessa e commesso se lì si vendesse il pane Pitta. Le Pitte, come avremmo detto giù, scendendo verso l’equatore. Preciso: gliel’ho chiesto davanti al “pane ciambella”. Mi hanno detto: “No, non credo”, “Non saprei dirle”, “Non ho idea, mi spiace”.

Sghignazzando rispondevo ogni volta: “Grazie”. Non è colpa loro. Non è colpa di nessuno. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Quindi, ora tramandiamo questa storia come quella della Bagna Cauda e del Bicerin, o di Tommaso Campanella e di Camillo Benso di Cavour, ridando a Cesare quel che è di Cesare. Pitta non è una bestemmia. Perché sbagliano a Torino, quanto a Milano e a Treviso.

Ci viene incontro Wikipedia.it con una semplice, persino banale ricerca: “La Pitta è un tipico prodotto di panetteria calabrese. La pitta generalmente è una specialità da forno (tipo una focaccia) preparata con l’impasto per il pane che accompagna tradizionalmente il Morzeddhu a la catanzarisi”. Storicamente, infatti, la Pitta (scusate se mi ostino a scriverla con l’iniziale maiuscola) era un prodotto secondario del forno, e ritenuto di minor pregio rispetto al pane. La pitta veniva usata come verifica della temperatura ottimale del forno a legna per la preparazione del pane.

Secondo il Rohlfs il nome deriva dal greco “πιττα” (Pitta), come del resto anche la lestopitta, ancora oggi presente nell’area grecanica. Inoltre è interessante ricordare che in Grecia e nel Medio Oriente è ancora oggi presente un pane dal nome simile, la pita. Il termine pitta non ha un significato univoco in tutta la regione. Nelle provincie di Vibo Valentia e Reggio Calabria con pitta si intende una forma di pane “normale”, tondeggiante con il buco al centro, da consumarsi possibilmente in giornata.

In provincia di Vibo Valentia è chiamata col nome jettata, letteralmente “buttata”, forse ad indicare il fatto che venisse buttata per provare il forno. In contrapposizione per quanto riguarda la durata, il prodotto a più lunga conservazione è invece il “pani tostu” (pane duro) disidratato ottenuto aprendo alcune forme di pane e lasciandole nel forno ancora caldo per una notte.

Così trattato poteva durare varie settimane e si poteva consumare bagnandolo velocemente sotto l’acqua in uno scolapasta o duro, per accompagnare salumi, formaggi, o anche come biscotto nel latte a colazione o come alimento per i bambini, se cotto ottenendo una pappa.

Nikolaj Dzhurmongaliev: il russo che mangiava uomini

Nikolaj Dzhurmongaliev nasce come Nikolaj Dzhumagaliev nel 1952 nella zona di Alma-Ata, in Kazakistan. È noto anche come Metal Fang ed è uno dei peggiori assassini dell’area sovietica, insieme ad Andrej Chikatilo e Gennadij Michasevič. Fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, lo stato kazako appartiene all’Urss e non è uno stato a sé. Il padre è kazako e la madre è russa. Non si conosce nulla della sua infanzia. È accusato di aver commesso circa cinquanta omicidi a sfondo cannibalistico.

Nel corso degli anni perde alcuni denti dell’arcata anteriore e se ne fece impiantare alcuni finti in metallo bianco: da qui gli deriva il soprannome Metal Fang. Nikolaj Dzhurmongaliev presta il servizio militare e viaggia in Europa e nelle zone del Circolo Polare Artico. I colleghi lo conoscono come una persona educata, solitaria, accompagnato da una calma insolita. Ha una buona parlantina e cura molto il suo aspetto esteriore ed il suo vestiario. In poche parole, è un gentiluomo. Ma se viene provocato, è in grado di sferrare colpi molto violenti. Sottolinea sempre la sua superiorità agli altri facendosi chiamare “il discendente del Gengis Khan”.

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Dopo la scarcerazione, Nikolaj Dzhurmongaliev inizia a lavorare come operaio. Tutti gli altri omicidi partirono dal 1980 e terminano al suo arresto, che avviene un anno dopo. La zona colpita è la Repubblica del Kirghizistan. Le sue vittime sono donne che vengono avvicinate in un parco locale quando fa buio. Le stupra e le uccide con un’ascia o un coltello, che porta sempre con sé. Sceglie le sue vittime per bellezza.

Il cadavere poi viene macellato e alcune parti le mette in un sacco per portarsele a casa. Ci cucina dei piatti etnici che mangia, oppure che offre agli amici durante alcune cene che organizza con un’alta frequenza. Pare che il fatto di vedere delle persone ignare che mangiano la carne umana lo eccita sessualmente. Nikolaj Dzhurmongaliev uccide perché detesta le donne e le prostitute. Non si conosce il movente del suo cannibalismo.

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Alcuni documenti ufficiali descrivono in modo abbastanza preciso un suo delitto. In quest’occasione, si nasconde dietro a delle rocce in attesa che qualcuno gli passi vicino. Trovata la vittima ideale, salta fuori e la uccide con una coltellata sul collo. Dopo che ne beve il sangue la porta in una discarica e, lontano da occhi indiscreti, fa sesso con il cadavere. Quando finisce, smembra il corpo in vari pezzi. Una parte li seppellisce.

L’altra parte la portò con sé per cucinarla. Nel 1981 due ubriachi, che il Nikolaj Dzhurmongaliev invita in casa con la promessa di dargli da mangiare, trovano nel frigorifero la testa decapitata di una donna ed il suo intestino. Scappano dalla casa e allertano la polizia, che lo arresta il giorno successivo. Durante il processo vengono accertati sette dei quarantasette omicidi di cui è incriminato e dei cento di cui è fortemente sospettato. Viene confinato in un istituto mentale a Tashkent. Dopo alcuni anni, una visita medica conferma che il suo stato mentale sta migliorando costantemente.

Non rappresenterebbe più un pericolo per la società. Può essere trasferito in un altro istituto. Non essendo più un pericolo, non gli viene affiancata alcuna scorta. Nel 1989, proprio durante il trasferimento, scappa dalla custodia, composta unicamente da un infermiere. Nell’agosto del 1991 viene nuovamente arrestato a seguito della segnalazione di una donna che lo riconosce a Fergana, in Uzbekistan. Dopo qualche anno di istituto mentale in Uzbekistan, torna in libertà nel mese di gennaio del 1994. Vive con i parenti da qualche parte nell’Europa orientale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

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I reperti dei delitti del serial killer si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Le serial killer, storie di donne che uccidono per piacere

Le serial killer uccidono per passione? Certo che sì. Lo racconto nel libro e nell’ebook “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”, che nasce da un’inchiesta giornalistica diventata un viaggio nel mondo delle donne serial killer, anche in questo caso sottovalutate rispetto agli uomini, che sono solo numericamente di più e decisamente più brutali e violenti nelle modalità sperimentate per assassinare.

Oltre cento monografie aggiornatissime che si tingono di rosso ed entrano nella collana “Storie di Serial Killer“. Come nasce l’idea di raccontare le vite e le carriere criminali delle principali cento donne serial killer della storia? Mai nulla avviene davvero per caso. Come se ci fosse un disegno dietro ogni cosa importante. Metti una sera a cena un giornalista molto curioso, un giovane scrittore e studioso del fenomeno dei serial killer.

Poi metti che, sempre casualmente, a questa cena si unisce un fraterno amico criminologo ed inevitabilmente appassionato di omicidi seriali. I commenti, le battute un po’ ciniche, gli elogi e le critiche sulle storie scelte si sprecano. Un bicchiere di vino, due bicchieri e, al terzo: “Certo che anche le donne… Ce ne sono alcune che non hanno nulla da invidiare ai peggiori serial killer del “sesso forte”, così lo chiamano”. A pensarci su un micro-secondo, viene da esclamare: “Eh… sì, Altro che sesso debole!”.

Passione e perversione per l’omicidio: donne troppo sottovalutate

Il fenomeno dell’omicidio seriale non ha sesso, ma le donne sono sottovalutate anche in questo campo. Tra le più celebri assassine seriali della storia mondiale dal 1600 in poi si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine LaLaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverley Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Nomi che mettono i brividi al solo pronunciarli. “Sì, ma solo le più celebri”. La cena si trasforma in una piacevole “riunione di lavoro” da cui, al termine, prenderà vita l’embrione del progetto di un altro libro: “Le Serial Killer – Storie di donne che uccidono per passione”.

Chi sono le più importanti della storia? E quelle meno note per tanti altri motivi, come la censura imposta dei regimi dittatoriali e monarchici, o l’inadeguatezzadelle indagini, oppure ancora gli errori giudiziari? Bella domanda. Le più note al mondo sono una ventina in tutto.

Molte assassine seriali sono considerate “vedove nere”, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime. Una differenza importante dai serial killer maschi, che arrivano ad uccidere al termine di un grande coinvolgimento fisico, con l’inclusione di armi bianche, armi da fuoco, o qualsiasi oggetto che possa fungere da arma.

Quando immaginiamo un serial killer, anche per come la televisione ci ha venduto il proprio prodotto di market(t)ing “assassino seriale”, proiettiamo immediatamente il nostro cervello sulla figura dell’uomo. Raramente pensiamo ad una donna affascinante dai lunghi capelli biondi e dai modi dolci e gentili. La verità è che dalla notte dei tempi gli uomini uccidono e anche le donne. E questo è un dato inconfutabile.

Ecco le motivazioni e i moventi (diversi) della serial killer

Cambiano le prospettive ma sono le statistiche a delinearne nel corso dei secoli proporzioni, confini e prerogative. Un altro grave errore: si è soliti ritenere che la criminalità seriale sia da ricondurre esclusivamente alla sfera delle pulsioni sessuali presenti con una carica maggiore nell’uomo. Non è assolutamente così. Sebbene l’affermazione precedente sia vera, è altrettanto vero che non è possibile escludere questa carica anche nella donna seppur con connotazioni differenti.

A fronte di ciò è importante, anzi è fondamentale, non ricondurre ogni forma di criminalità seriale alla sfera sessuale. Ma piuttosto concentrarsi su molte altre dinamiche psichiche chepossono sfociare, presto o tardi, nell’omicidio seriale: dal desiderio di onnipotenza dei dominatori e dei fanatici religiosi, alle devianze non sessuali di tantissime altre serial killer, dipendenti dal gioco d’azzardo oppure maniache dello shopping, sino ad arrivare ad alcune patologie psichiatriche.

Le motivazioni psicologiche dell’assassina seriale possono essere estremamente diverse, ma in molti casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassina seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati a traumi infantili: umiliazioni, bullismo, abusi sessuali o una condizione socio-economica deprimente.

In questi casi, il crimine costituisce una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza, di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé, sia dalla convinzione di poter superare con astuzia la polizia. L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune alle assassine seriali e ai colleghi di sesso maschile, è descritta con aggettivi come “psicopatia” o “sociopatia”.

Le assassine seriali uccidono per sadismo, potere e ricchezza

Associata al sadismo e al desiderio di potere, quest’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle vittime può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo. E data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica della condotta criminale dell’assassina seriale, non ci si stupisca se nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale.

Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti d’America, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini delle assassine seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

Molte serial killer hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono state maltrattate da bambine, sia fisicamente, sia psicologicamente, sia sessualmente, anche se ci sono dei casi documentati, per la verità così pochi da non rappresentare una percentuale interessante, che si sono determinati in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

L’elemento di fantasia nelle assassine seriali non deve essere sovraenfatizzato. Iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche e sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

PROMEMORIA > Il libro fa parte della collana Storie di Serial Killer, di cui fa parte anche Assassini Seriali: leggi la recensione

Quali sono i vari modus operandi delle serial killer?

Alcune assassine sono influenzate da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere loro stesse responsabili di campi di concentramento. Comunque, in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che le ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione. Per dirla brutalmente: hanno solo una gran voglia di sangue.

I risultati degli studi condotti nell’ultimo secolo hanno permesso di evidenziare delle connotazioni simili tra uomo e donna serial killer, soprattutto in relazione alla prima infanzia. Anche le donne, d’intelligenza solitamente superiore alla media, in questa fase della vita presentano una spiccata attitudine a compiere atti di violenza verso gli animali domestici e vivono la paura del buio e i conseguenti stati di angoscia legati al timore di essere abbandonate.

Spesso i problemi legati al sonno conducono ad un’alterazione del ciclo sonno-veglia. Le tappe della crescita sono molto più veloci dalle rispettive coetanee, nonostante il periodo di maggior turbamento resti l’adolescenza, caratterizzata dalla totale assenza di disciplina, di rispetto delle regole e da una contestuale forma d uniformazione collegata al desiderio di scrivere (spesso diari segreti) annotando tutti i pensieri in cui prendono forma scene di violenze.

Seppure non attualissimo, uno degli studi più completi sulle donne serial killer è quello condotto da Kelleher&Kelleher nel 1998, la cui classificazione è a oggi la più esaustiva e utilizzata in ambito scientifico. La donna serial killer solitaria, similmente al suo omologo maschile, predilige un “modus operandi” pianificato e accurato. Sovente si tratta di donne dalla personalità forte, predisposte all’utilizzo di armi, veleni, soffocamenti, iniezioni letali. Leggere la storia di quest e donne, capire i traumi subiti e le perversioni sviluppate, completa il quadro. Ecco perché ho scritto “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”.

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Il libro e l’ebook dedicato alle donne che uccidono per piacere

Nel libro, 280 pagine in formato regale (15,24 x 22,86 centimetri), dopo averle divise in sette capitoli, racconto le storie di: Giulia Tofana, Maria I d’Inghilterra, Mariam Soulakiotis, Catherine Deshayes Montvoisin, Gaetana Stimoli, Hieronyma Spara, Sylvia Alexandre, Enriqueta Martí Ripollés, Lucusta, Joanna Dennhey, Leonarda Cianciulli, Alice Mitchell, Alexe Popova, Vera Renczi, Luisa De Jesus, Maria Swanenburg, Mary Ann Cotton, Gesche Gottfried, Lee Thanh, Lydia Sherman, Nannie Doss, Louise Vermilyea, Giovanna Bonanno, Rhonda Belle Martin, Martha Marek, Janie Lou Gibbs, Bertha Gifford.

E ancora Elfriede Blauensteinet, Sophie Ursinus, Francisca Ballesteros, Thofania D’Adamo, Amy Archer-Gilligan, Ottilie Gburek, Margie Velma Barfield, Caroline Grills, Blanche Taylor Moore, Hannah Hanson Kinney, Delfina e María De Jesús, Susi Olàh e Julia Fazekas, “Angeli della morte di Lainz”, Raya e Sakina Abdel-Al, Ivanova e Olga Tamarin, Le 20 matrone, Sara Aldrete e Adolfo De Jesus, Sarah Sutcliffe e John Makin, Famiglia Bender, Rosemary e Fred West, Williams e Gerald Gallego, Dagmar Overbye e Carl Svendsen, Junko Ogata e Futoshi Matsunaga, Faye e Ray Copeland, Amelia Sach e Annie Walters, Gwendolyn Graham e Cathy Wood.

Senza dimenticare: Myra Hindley e Ian Brady, Lyudmila e Sasha Spesivtsev, Catherine Harrison e David Birnie, Martha Beck e Raymond Fernandez, Marie-Madeleine D’Aubray e Godin De Sainte-Croix, Suzan Barnes e James Carson, Karla Homolka e Paul Bernardo, Lavinia e John Fisher, Carol M. Bundy e Doug Clark, Sarah e Sarah Morgan Metyard, Catalina de los Ríos y Lisperguer, Juana Barraza, Margareth Davey, Marie Delphine LaLaurie, Anna-Rozalia Liszty, Jeanne Weber, Maria Noe.

E per concludere: Aileen Carol Pittman, Hèléne Jegado, Waneta Ethel Hoyt, Kathleen Folbigg, Martha Ann Johnson, Louise Peete, Theresa Knorr, Mary Flora Bell, Amelia Dyer, Margaret Waters, Marybeth Roe Tinning, Miyuki Ishikawa, Jane Toppan, Antoinette Sceri, Christine Malèvre, Marianne Nölle, Sonya Caleffi, Anne Marie Hahn, Kristen Heather Gilbert, Beverly Gail Allitt, Marie Fikáčková, Genene Jones, Erzsébet Báthory, Dar’ja Nikolaevna Saltykova, Magdalena Solís, Belle Soreson Gunnes, Dorothea Helen Puente, Anna Margaretha Zwanziger, Dana Sue Gray, Daisy Louisa C. De Melker.

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