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La Xylella e il complottismo ignorante hanno distrutto tutto

La Xylella arrivò in Salento nel 2013, trasportata molto probabilmente da piante di caffè del Costarica. Il caffè è un portatore passivo del batterio, cioè non ne risente, e vicino a Gallipoli ci sono grandi vivai di piante ornamentali d’importazione.

La Xylella è un batterio che può vivere all’interno dei vasi linfatici di oltre un centinaio di piante diverse, ma per alcune di queste risulta mortale, come nel caso dell’ulivo, dove provoca disseccamento in pochi mesi. Il trasporto da pianta a pianta avviene tramite un insetto vettore, che si ciba su una pianta infetta e la trasporta su una sana. L’infezione si può quindi fermare se si crea una zona cuscinetto troppo ampia per lo spostamento dei singoli insetti, altrimenti può velocemente espandersi a macchia d’olio.

Di fronte alla sua veloce diffusione, nel 2015 venne proposto esattamente questo: eradicare le piante colpite e quelle sane nel raggio di 100 metri dalle malate, creare una sorta di quarantena che ne impedisse la diffusione verso nord. Si trattava di eradicare qualche migliaio di piante, era il piano del commissario Silletti.

Si scatenò l’inferno del pensiero magico: non toccate gli ulivi, vogliono distruggere il Salento, è un complotto della Monsanto, la Xylella non è la causa del disseccamento, la Xylella si può fermare con normali pratiche agricole, eccetera.

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A metterci il carico fu però la procura di Lecce, che andò oltre il pensiero magico, tornando agli untori manzoniani. Identificò in un convegno di agronomi sulla Xylella, a Bari nel 2010, il momento in cui il batterio sarebbe volontariamente stato portato sul territorio, accusando vari ricercatori di diffusione dolosa di malattia, falso ideologico, reati ambientali. Peccato che il convegno fosse su un ceppo diverso di Xylella, che colpisce la vite e fa disastri in California, e fosse a Bari, a 200 km dall’area colpita, tre anni prima della sua diffusione. Fu indagato lo stesso Silletti e fu chiaramente la fine del suo piano, che non venne mai attuato. Ora ovviamente tutta l’indagine è stata archiviata.

Ma nel frattempo la Xylella è avanzata indisturbata: 150 chilometri in 7 anni. Non sono state eradicate le tremila piante del piano Silletti, ma sono morti 5 milioni di ulivi. Nessuna cura è stata individuata, il paesaggio del Salento è devastato, la produzione nazionale di olio è calata del 10% e nel 2020 il batterio è alle porte di Bari e dell’area di maggiore produzione nazionale.

L’unica buona notizia, in questa devastazione, è che gli agronomi italiani hanno individuato due varietà di olivo resistente alla Xylella: leccino e favolosa, che si stanno cominciando a impiantare al posto delle varietà morte. E l’anno scorso hanno prodotto i primi raccolti.

Come le biciclette hanno cambiato la storia dell’umanità

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

Se la storia non si ripete del tutto, di sicuro si ripropone in modo molto simile. Mentre assistiamo a un’impennata nella richiesta di biciclette e a Paesi che si preparano a spendere miliardi per ridisegnare le città con una rinnovata attenzione a pedoni e ciclisti, vale la pena di ricordare in che modo l’avvento della bicicletta alla fine del XIX secolo ha trasformato la società in tutto il mondo.

Era una tecnologia altamente innovativa, facilmente paragonabile a quella dei moderni smartphone. Nei ruggenti anni intorno al 1890, la bicicletta era l’oggetto irrinunciabile per eccellenza: un veloce, affidabile ed elegante mezzo di trasporto in grado di portarti ovunque, in qualunque momento e gratuitamente.

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

La società si trasformò. Le donne furono particolarmente entusiaste, abbandonarono le ingombranti gonne in stile vittoriano a favore dei pantaloni e di abiti più “razionali” e si riversarono nelle strade. “Penso che l’andare in bicicletta abbia avuto il ruolo più significativo per l’emancipazione femminile di qualsiasi altra cosa al mondo”, affermò Susan B. Anthony in un’intervista al New York Sunday World nel 1896. “Ogni volta che vedo una donna che si muove su due ruote mi fermo a guardarla e mi rallegro… l’immagine di un’autentica e sfrenata femminilità”.

Nel 1898 il ciclismo era diventato un’attività così popolare negli Stati Uniti che il New York Journal of Commerce affermava le perdite commerciali a ristoranti e cinema per oltre 100 milioni di dollari all’anno. La produzione di biciclette divenne uno dei settori più grandi e innovativi di tutta l’America. Un terzo di tutte le richieste di brevetti riguardavano le biciclette, un numero così alto che l’ufficio brevetti statunitense dovette costruire un nuovo edificio per poterle gestire tutte.

L’invenzione della bicicletta è generalmente attribuita a un inglese di nome John Kemp Starley. Suo zio, James Starley, aveva sviluppato il biciclo intorno al 1870. Immaginando che la richiesta di biciclette sarebbe aumentata se non fossero state così spaventose e pericolose da guidare, nel 1885 il trentenne inventore iniziò a sperimentare nella sua officina di Coventry partendo da una bicicletta azionata a catena dotata di due ruote molto più piccole. Dopo aver testato diversi prototipi, arrivò alla bicicletta di sicurezza Rover, un veicolo da 20 kg che assomigliava più o meno a quella che oggi chiamiamo bicicletta.

Quando venne presentata per la prima volta a una mostra di biciclette nel 1886, l’invenzione di Starley venne guardata con curiosità. Ma due anni dopo, quando la bicicletta di sicurezza fu abbinata allo pneumatico appena inventato, che non solo ne ammortizzava l’andatura, ma la rendeva anche più veloce del 30%, il risultato fu pura magia.

I produttori di biciclette di tutto il mondo si precipitavano a presentare le loro nuove versioni, e centinaia di nuove aziende nacquero per soddisfare le richieste. Nel 1895, in occasione della fiera Stanley Bicycle Show di Londra, circa 200 produttori misero in mostra 3.000 modelli.

Uno dei maggiori produttori era la Columbia Bicycles, il cui stabilimento di Hartford, in Connecticut, era in grado di produrre una bicicletta al minuto grazie alla catena di montaggio automatizzata, una tecnologia pionieristica che un giorno sarebbe diventata il tratto distintivo dell’industria automobilistica. Azienda all’avanguardia in un settore in piena crescita, la Columbia offriva ai suoi dipendenti anche un parcheggio per biciclette, spogliatoi privati, pasti agevolati presso la mensa aziendale e una biblioteca.

L’inarrestabile richiesta di biciclette favorì la nascita di altri settori, come quello dei cuscinetti a sfera, del filo per i raggi, dei tubi in acciaio, della produzione di utensili di precisione, che continuarono a plasmare il mondo manifatturiero anche quando la bicicletta venne relegata al reparto giocattoli. L’effetto domino si allargò anche al mondo della pubblicità. Agli artisti veniva chiesto di creare poster meravigliosi, aprendo un mercato redditizio alle tecniche litografiche appena inventate, che permettevano di stampare con colori ricchi e vivaci. Le strategie di marketing, come l’obsolescenza programmata e la presentazione di nuovi modelli ogni anno, hanno avuto inizio con il commercio delle biciclette intorno agli anni ’90 del 1800.

Patrimonio genetico e politico

Con una bicicletta tutto sembrava possibile e le persone comuni iniziarono a partire per viaggi straordinari. Nell’estate del 1890, ad esempio, un giovane luogotenente dell’esercito russo pedalò da San Pietroburgo a Londra, percorrendo circa 112 km al giorno. Nel settembre del 1894, la 24enne Annie Londonderry partì da Chicago con un cambio di abiti e un revolver con il calcio in madreperla, diventando la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta. Poco meno di un anno dopo fece ritorno a Chicago vincendo un premio da 10.000 dollari.

In Australia, tosatori di pecore nomadi macinavano centinaia di chilometri nell’entroterra desertico alla ricerca di lavoro. Partivano per questi viaggi come se fossero semplici pedalate nel parco, osservava il giornalista corrispondente C.E.W. Bean nel suo libro On The Wool Track. “Chiedeva la strada, accendeva la pipa, montava sulla bicicletta e partiva. Se fosse cresciuto in città, come molti tosatori, molto probabilmente sarebbe partito con indosso un cappotto nero e una bombetta… proprio come per andare a bere il tè a casa delle zie”.

E nell’America occidentale, durante l’estate del 1897, il 25° Reggimento dell’Esercito americano, un’unità afroamericana conosciuta con il nome di Buffalo Soldiers (Soldati bisonte, NdT), completò l’eccezionale percorso di oltre 3.000 km da Fort Missoula in Montana, fino a St. Louis nel Missouri, per dimostrare l’utilità delle biciclette per i militari. Trasportando l’attrezzatura completa e le carabine e viaggiando lungo sentieri impervi e fangosi, i Buffalo Soldiers percorrevano circa 80 km al giorno, due volte più velocemente di un’unità di cavalleria e a un terzo del costo.

L’avvento della bicicletta influì praticamente su ogni aspetto della vita, l’arte, la musica, la letteratura, la moda e persino il patrimonio genetico. I registri parrocchiali in Inghilterra mostrano un notevole aumento dei matrimoni tra villaggi diversi durante il periodo d’oro delle biciclette dell’ultimo decennio del 900. I giovani resi improvvisamente liberi girovagavano per la campagna a piacere, socializzavano lungo le strade, si incontravano in villaggi lontani e, come facevano notare i severi sostenitori dei principi morali, spesso lasciavano indietro i loro vecchi chaperon.

Nel 1892 il cantautore inglese Henry Dacre ottenne un notevole successo su entrambe le sponde dell’Atlantico con la canzone Daisy Bell e il suo famoso ritornello “a bicycle built for two” (una bicicletta per due, NdT). Lo scrittore H.G. Wells, appassionato ciclista e acuto osservatore della società, scrisse diversi romanzi dedicati al ciclismo, opere leggere incentrate sulle possibilità di questo nuovo e meraviglioso mezzo di trasporto, che offriva romanticismo, libertà e l’opportunità di abbattere le barriere sociali.

Wells non era l’unico visionario che capì come la bicicletta sarebbe riuscita a modellare il futuro. “L’effetto [delle biciclette] sullo sviluppo delle città sarà senza alcun dubbio rivoluzionario”, affermò nel 1892 uno scrittore in una rivista americana di sociologia. In un articolo intitolato “Influenze economiche e sociali della bicicletta” l’autore prevedeva città più pulite, più verdi, più tranquille, con abitanti più felici, più sani e più aperti al mondo esterno. Grazie alla bicicletta, scriveva, i giovani “vedono una fetta più ampia di mondo e allargano i loro orizzonti. Mentre altrimenti potrebbero solo raramente spingersi oltre le distanze percorribili a piedi da casa, in bicicletta invece si spostano costantemente da una cittadina all’altra, imparando a conoscere tutte le contee e, durante le vacanze, esplorando non di rado diversi stati. Queste esperienze aiutano a sviluppare un carattere più energico, autonomo e indipendente…”.

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Il peso politico di milioni di ciclisti e di una delle industrie più grandi del Paese ha portato a rapidi miglioramenti nelle vie di città e nelle strade di campagna, mentre i ciclisti spianavano letteralmente la strada per l’era dell’automobile, all’epoca ancora imprevedibile. Nel 1895 Brooklyn inaugurò uno dei primi percorsi del Paese dedicati alle biciclette, da Prospect Park a Coney Island. Il primo giorno fu utilizzato da circa 10.000 ciclisti. Due anni dopo, la città di New York adottò il primo codice della strada del Paese in risposta al numero sempre crescente di “bolidi”, ciclisti che sfrecciavano a tutta velocità. Il capo della polizia, Teddy Roosevelt, introdusse la figura del poliziotto in bicicletta, in grado di fermare i velocisti, perché il “ronzino del popolo” era ancora l’oggetto più veloce sulla strada.

Ma tutto questo non sarebbe durato a lungo. Prima della fine del decennio, gli appassionati di meccanica su entrambe le sponde dell’Atlantico si resero conto che le ruote a raggi, la trasmissione a catena e i cuscinetti a sfera potevano essere combinati con i motori per realizzare veicoli ancora più veloci, sebbene non silenziosi come le biciclette e non così economici da utilizzare, ma divertenti da guidare e redditizi da produrre. A Dayton, in Ohio, due meccanici di biciclette, i fratelli Wilbur e Orville Wright, stavano esplorando l’idea di una macchina volante “più pesante dell’aria”, fissando le ali alle biciclette per testare le possibilità aerodinamiche e finanziando la loro ricerca con i profitti del loro negozio di bici.

Tornando alla cittadina di Coventry, nell’Inghilterra settentrionale, James Kemp Starley, la cui bicicletta di sicurezza Rover è stata all’origine di tutto negli anni ’80 del 1800, morì improvvisamente nel 1901 all’età di 46 anni. Ma nel frattempo la sua azienda stava passando dall’umile bicicletta alla produzione di motociclette e successivamente di automobili. Era la strada del futuro: nella lontana America, un altro ex meccanico di biciclette di nome Henry Ford stava diventando piuttosto bravo.

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La storia del basket nasce nei cestini per raccogliere le pesche

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

Le reti usate dagli atleti per fare canestro con la palla e segnare punti nel tanto amato gioco del basket si sono evolute dalle pesche o, per meglio dire, dalle ceste che venivano usate per raccogliere le pesche. Sono proprio questi gli oggetti che un giovane direttore atletico decise di utilizzare in una fredda giornata d’inverno del 1891 per un nuovo gioco che aveva inventato per mantenere attivi i suoi studenti.

James Naismith era un 31enne laureato che insegnava educazione fisica presso la International YMCA Training School (oggi conosciuta con il nome di Springfield College) nella cittadina di Springfield in Massachusetts, nel periodo in cui gli studenti erano obbligati a rimanere al chiuso per giorni a causa di una tempesta che si era abbattuta sul New England, la regione nord-orientale degli Stati Uniti. Le normali attività sportive invernali erano la marcia, il corpo libero e l’allenamento con gli attrezzi, attività che nei ragazzi non suscitavano nemmeno lontanamente l’entusiasmo del football o del lacrosse, praticati durante le stagioni più miti.

Naismith voleva creare un gioco semplice da capire ma abbastanza complesso da risultare interessante. Doveva poter essere giocato al chiuso e coinvolgere diversi giocatori alla volta, inoltre doveva prevedere molto esercizio per gli studenti, ma senza la fisicità di football, calcio o rugby, tutti giochi in cui si rischiano lesioni ben più gravi se vengono praticati in uno spazio ristretto.

Naismith si rivolse all’addetto alle pulizie della scuola chiedendogli due scatole quadrate da utilizzare come obiettivi. L’addetto tornò con due ceste per la raccolta delle pesche che Naismith fissò al parapetto inferiore della balconata della palestra, una per ciascun lato. L’altezza della balconata era di circa 3 metri. Gli studenti giocavano in squadre e l’obiettivo era far entrare la palla nella cesta della propria squadra; una persona stava all’estremità di ogni tribuna per recuperare la palla dalla cesta e rimetterla in gioco. La prima partita disputata tra gli studenti si trasformò in un’autentica rissa.

“I ragazzi iniziarono ad affrontarsi, a darsi calci e pugni nello stomaco, fino a quando la partita si trasformò in un ‘tutti contro tutti’ al centro della palestra, prima che riuscissi a dividerli”, raccontò Naismith durante un programma radiofonico del 1939 su WOR a New York, chiamato “We the People”, nell’unica registrazione che abbiamo di lui. “Un ragazzo finì a terra, molti altri avevano un occhio nero e uno addirittura una spalla slogata”, proseguì Naismith. “Dopo quella prima partita, temevo che si uccidessero a vicenda; invece mi pregarono di farli giocare di nuovo, quindi ho aggiunto qualche altra regola”.

Gli umili inizi dell’unico sport agonistico nato negli Stati Uniti hanno posto le basi per l’odierno business multimiliardario. L’attuale campionato “March Madness” della NCAA (National Collegiate Athletic Association) riunisce le migliori 68 delle oltre 1.000 squadre dei college americani in stadi da migliaia di spettatori e con ricchi contratti televisivi.

Regole originali del gioco

Naismith non ha inventato tutte le regole in una sola volta ma ha continuato a modificarle fino a ottenere quelle che ora sono considerate le 13 regole originali. Alcune fanno ancora parte del gioco moderno. Le regole originali inventate da Naismith sono state vendute all’asta per 4,3 milioni di dollari (quasi 3,7 milioni di euro).

Nelle regole originali: la palla poteva essere lanciata in qualsiasi direzione con una o entrambe le mani, mai con il pugno. Il giocatore non poteva correre con la palla ma doveva lanciarla dal punto in cui l’aveva ricevuta. I giocatori non potevano spingere, fare lo sgambetto né colpire gli avversari. La prima infrazione veniva considerata un fallo; in caso di secondo fallo, il giocatore veniva squalificato fino al canestro successivo. Se però il fallo appariva intenzionale, allora il giocatore veniva squalificato per l’intera partita.

Gli arbitri servivano da giudici di gara, prendevano nota dei falli e potevano squalificare i giocatori. Decidevano quando la palla era entro i limiti, a quale squadra assegnarla e gestivano il tempo di gioco. Gli arbitri decidevano quando era stato segnato un punto e tenevano il conto dei punti realizzati.

In caso di tre falli consecutivi da parte di una squadra, veniva assegnato un punto agli avversari.

Per segnare un punto la palla doveva essere lanciata, oppure fatta rimbalzare dal pavimento, fin nel canestro, per poi restarvi. Se la palla si fermava sui bordi e l’avversario spostava la cesta, veniva considerato un punto. Quando la palla usciva dai limiti del campo da gioco, veniva rilanciata all’interno dalla prima persona che la toccava. Per il lancio della palla c’era un tempo massimo di cinque secondi, superati i quali, la palla passava all’avversario. In caso di contestazione, era l’arbitro a lanciare la palla in campo. Se una delle due squadre ritardava volutamente il gioco, l’arbitro segnava un fallo.

La partita prevedeva due tempi da 15 minuti con un intervallo di 5 minuti tra i due. La squadra che segnava più punti nel tempo stabilito era la vincitrice. In caso di pareggio, la partita proseguiva fino al successivo canestro.

Prime partite pubbliche di basket

La prima partita pubblica di basket si è svolta in una palestra YMCA ed è stata documentata dal giornale Springfield Republican il 12 marzo del 1892. Gli studenti giocarono contro gli insegnanti. Circa 200 spettatori assistettero al nuovo sport, mai visto né conosciuto prima di allora. L’articolo del Republican riportò che gli insegnanti si distinsero per la loro “agilità”, ma la “scienza” degli studenti li condusse alla vittoria per 5-1.

Nel giro di poche settimane la fama dello sport crebbe velocemente. Gli studenti che frequentavano altre scuole presentarono il gioco alle rispettive YMCA. Le regole originali furono stampate sulla rivista di un college che fu poi spedita per posta alle altre YMCA di tutto il Paese. Grazie alla presenza di studenti internazionali nei vari college, lo sport si diffuse anche in altri Paesi al di fuori degli USA. Le scuole superiori iniziarono a introdurlo e, già nel 1905, il basket era ufficialmente riconosciuto come sport invernale.

L’NCAA documenta la prima partita di pallacanestro tra due college: nel 1893 gli articoli pubblicati sui rispettivi giornali di due scuole riportarono la cronaca di partite di basket disputate tra college diversi.

Nel 1892, meno di un anno dopo che Naismith aveva inventato lo sport, l’istruttrice di ginnastica dello Smith College Senda Berenson, introdusse il gioco nello sport femminile. La prima partita intercollegiale tra donne si svolse tra la Stanford University e l’Università della California, a Berkley nel 1896.

Mentre la fama di questo sport cresceva, attirò l’attenzione del Comitato Olimpico Internazionale, che decise di includerlo nei Giochi olimpici del 1904 a St. Louis come evento dimostrativo. Fu solo nel 1936 che il basket venne riconosciuto come sport ufficiale delle Olimpiadi. Il basket femminile è stato incluso come sport ufficiale solo a partire dai giochi di Monaco del 1976.

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Man mano che questo sport continuava rapidamente a diffondersi, in tutti gli Stati Uniti cominciarono a formarsi delle leghe professionistiche. I fan della pallacanestro accoglievano le neonate squadre locali. La prima lega professionistica fu la National Basketball League (NBL) fondata nel 1898, composta da sei squadre del nord-est degli Stati Uniti, ma durò solo cinque anni. Dopo il suo scioglimento nel 1904, fu reintrodotta 33 anni dopo, nel 1937, con un sistema di supporto totalmente nuovo: le grandi aziende Goodyear, Firestone e General Electric erano i proprietari e la lega era composta da 13 squadre.

Mentre le leghe sportive professionistiche si facevano conoscere a livello nazionale, anche le partite di basketball nei college diventavano eventi di rilievo. Il primo campionato NCAA, che comprendeva otto squadre, si svolse nel 1939 presso la Northwestern University. Il primo college nominato campione nazionale fu l’Università dell’Oregon, che sconfisse la Ohio State University.

Come d’uso nella maggior parte degli Stati Uniti dall’inizio alla metà circa del 1900, anche nella pallacanestro era presente la segregazione razziale. Questa situazione cambiò soltanto nel 1950 quando Chuck Cooper fu ingaggiato dai Boston Celtics. Prima di allora, c’erano gruppi di squadre nere nel Paese, conosciute da tutti con il nome di “the black five” (letteralmente, “i cinque neri”, NdT), con riferimento ai cinque giocatori di una squadra di basket inizialmente in campo. I team interamente composti da giocatori neri spesso venivano chiamati con nomi simili come “colored quints” o “negro cagers”. Queste squadre ebbero origine a New York, Washington D.C., Pittsburgh, Philadelphia, Chicago e in altre città dove erano presenti comunità afroamericane numericamente consistenti. Erano squadre di dilettanti, semi professionisti e professionisti.

Delle oltre 1.000 squadre di basket dei college in tutte le divisioni dell’NCAA, 68 giocano nell’annuale campionato chiamato “March Madness”. Le migliori squadre di ciascuna “Conference” del Paese competono per ottenere un posto tra le cosiddette “Sweet 16”, “Elite Eight” (ovvero quelle che raggiungono le semifinali) poi le “Final Four” (che partecipano alle finali) e, infine, per partecipare al campionato finale. Anche se la pallacanestro non si gioca più secondo le regole inventate da Naismith — le ceste per le pesche sono state sostituite da reti, cerchi in metallo e tabelloni di plexiglass — la sua evoluzione prova che questo gioco è riuscito a superare il secolo d’età.

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Ugo Gobbato: il papà dell’industria italiana

A partire dal 1929 la FIAT gli assegnò alcuni incarichi all’estero; in quell’anno fu inviato in Germania, a Heilbronn, presso la NSU, un’azienda che produceva motociclette e automobili e che la FIAT aveva rilevato. Nel 1930 fu in Spagna, dove la FIAT, in collaborazione con la Hispano-Suiza, aveva avviato due iniziative a Barcellona e a Guadalajara: nonostante le difficoltà della congiuntura internazionale, Ugo Gobbato riuscì a ottenere buoni risultati, per esempio con l’assemblaggio del modello 514 che, per un certo periodo, circolò in Spagna. Nell’estate 1931 la direzione FIAT lo mandò a Mosca, con l’incarico di costruire il primo stabilimento russo di cuscinetti a sfera.

Ugo Gobbato nacque il 16 luglio 1888 a Volpago del Montello, nel Trevigiano, da Pietro e Anna Agnoletti, in una famiglia di piccoli agricoltori. Compì studi tecnici e si diplomò perito industriale a Vicenza presso l’istituto Alessandro Rossi. Durante le vacanze scolastiche si occupò come apprendista in una piccola azienda idroelettrica locale, dove, appena diplomato, divenne capofficina.

Dopo queste prime esperienze lavorative, studiò in Germania, laureandosi in ingegneria al Politecnico di Zwickau, in Sassonia. Rientrato in Italia nel 1909, espletò un anno di servizio militare, quindi, nel 1912, venne assunto alla Ercole Marelli dove per tre anni diresse un reparto di produzione in serie di piccoli motori industriali e di ventilatori elettrici. Nel 1916 sposò Dianella Marsiaj. Durante il primo conflitto mondiale Gobbato, di fede nazionalista, partì volontario.

Come militare venne impegnato in mansioni tecniche: prima, al fronte, nel genio, con i minatori, per scavare trincee e camminamenti, poi, a Firenze, nella produzione di motori per l’aviazione; infine passò all’officina del campo di aviazione di Taliedo, creato da G. Caproni. Terminata la guerra, Gobbato iniziò a lavorare per la FIAT, divenendo direttore del nuovo complesso del Lingotto, dove rimase dal 1921 al 1929.

In questi anni il complesso era ancora in fase di avviamento e quindi a Ugo Gobbato venne affidato anche il compito di gestire il trasferimento degli impianti nel nuovo edificio; nel periodo in cui diresse il Lingotto, viaggiò negli Stati Uniti, nel 1922 e nel 1926, visitando vari stabilimenti di fabbriche automobilistiche, per esempio quelli della Ford, della General Motors e della Chrysler, allo scopo di studiarne le esperienze. In particolare la sua attenzione si indirizzò verso l’analisi dei modelli organizzativi, individuati come i veri fattori del successo delle aziende americane. L’importanza del fattore organizzativo fu ampiamente sottolineato dal G. in due manuali, che raccolgono le lezioni da lui tenute presso il regio istituto industriale di Torino, intitolati Organizzazione dei fattori della produzione (I-II, Torino 1928-30).

A partire dal 1929 la FIAT gli assegnò alcuni incarichi all’estero; in quell’anno fu inviato in Germania, a Heilbronn, presso la NSU, un’azienda che produceva motociclette e automobili e che la FIAT aveva rilevato. Nel 1930 fu in Spagna, dove la FIAT, in collaborazione con la Hispano-Suiza, aveva avviato due iniziative a Barcellona e a Guadalajara: nonostante le difficoltà della congiuntura internazionale, Ugo Gobbato riuscì a ottenere buoni risultati, per esempio con l’assemblaggio del modello 514 che, per un certo periodo, circolò in Spagna. Nell’estate 1931 la direzione FIAT lo mandò a Mosca, con l’incarico di costruire il primo stabilimento russo di cuscinetti a sfera.

Si trattava di un’opera colossale, varata nell’ambito del piano quinquennale sovietico, che prevedeva l’allestimento di una fabbrica destinata a occupare 15.000 operai. Divenne il principale artefice di questa impresa, consistente nella consegna dell’impianto “chiavi in mano” e, tra il 1931 e il 1933, riuscì a portare a termine il progetto, in collaborazione con tecnici di notevole valore come G. Ciocca e S. Marocco.

Al rientro in Italia rimase fermo alcuni mesi fino a quando, nel dicembre 1933, probabilmente su diretta indicazione di B. Mussolini, venne chiamato, in qualità di direttore generale, all’Alfa Romeo, appena entrata nell’ambito dell’Istituto per la ricostruzione industriale.

Fin dal primo anno fu avviata un’ampia ristrutturazione dell’azienda che portò al rinnovamento degli impianti e dei macchinari e all’incremento dei dipendenti che, in pochi mesi, passarono da circa 1000 a oltre 3500 unità. Il rilancio dell’Alfa Romeo si inseriva nelle linee di politica economica del regime fascista, il cui interesse verso l’azienda era, però, indirizzato più allo sviluppo delle sue potenzialità militari, orientato in particolare sull’industria aeronautica, che non a quello del settore automobilistico. In questa prospettiva si inserì la militarizzazione dell’azienda, avvenuta nel 1935, in diretta connessione con il conflitto in Etiopia e la partecipazione dell’Italia alla guerra civile spagnola.

La necessità di una più razionale organizzazione del lavoro e le nuove esigenze, sopravvenute con il mutamento della politica aziendale voluto dal regime, influenzarono anche le direttive commerciali dell’Alfa Romeo guidata da Ugo Gobbato: lo Stato divenne cliente pressoché unico; le filiali presenti in Italia furono ridotte a tre (Roma, Bologna e Verona, ma successivamente si riaprirono le filiali di Milano, Trieste e Genova); infine, fu costituita una più ampia rete di concessionari. Quest’impostazione si rifletté, ovviamente, anche sulle scelte produttive: dagli anni Trenta fino alla fine della seconda guerra mondiale, l’Alfa Romeo ridusse drasticamente la produzione automobilistica (tra il 1936 e il 1938 dalla fabbrica del Portello uscirono appena 918 vetture), impegnandosi prevalentemente nella produzione di autocarri e, soprattutto, in quella di motori per l’aviazione, al primo posto fra gli interessi aziendali.

Dall’esperienza acquisita in precedenza con la costruzione dei motori Mercury e Pegasus, nacque la serie dei motori Alfa Romeo 125, 130, 126, 128, 129 e 135; fra il 1937 e il 1945 la gran parte dei velivoli italiani da trasporto e da bombardamento fu dotata di motori di questa serie. Proprio nel 1939, l’Alfa Romeo aveva iniziato la produzione del nuovo motore 135, a 18 cilindri a doppia stella, che sviluppava circa 2000 CV: al momento, il motore più potente a livello mondiale. In questi stessi anni venne potenziata anche la produzione di motori leggeri: i celebri Alfa 110 e Alfa 115 a 4 e 6 cilindri, raffreddati ad aria, che sviluppavano una potenza rispettivamente di 120 e 190 CV.

Nella scala gerarchica delle priorità dell’Alfa Romeo di Ugo Gobbato, alla produzione aeronautica seguiva quella di autocarri e autobus. Si ricordano soprattutto i modelli 85, 350 e 500: intere unità dell’esercito italiano furono equipaggiate con autocarri e furgoni Alfa Romeo. In particolare sono da sottolineare le capacità innovative sviluppate negli anni dell’autarchia: l’Alfa Romeo fu una delle prime aziende che tentò di risolvere il problema della carenza di combustibile con la progettazione e la produzione di veicoli a gas. Questa esperienza nacque da una collaborazione con il Politecnico di Milano per quanto riguardava la produzione del cosiddetto combustibile di sostituzione, che portò alla produzione in serie degli autoveicoli a metano 85 M e 110 M.

Anche per il settore automobilistico, nonostante la perdita di centralità nel quadro della strategia produttiva aziendale, l’epoca del Gobbato rappresentò una decisiva fase di svolta sia per la tecnica progettuale sia per le esperienze di sperimentazione. In particolare si segnalano i risultati raggiunti nella collaborazione con W. Pelago Ricart, l’ingegnere spagnolo cui il G. affidò la guida dei progetti e della sperimentazione del settore a partire dal 1938, in sostituzione di V. Jano. Nel 1938 si registrò anche la trasformazione della scuderia Ferrari in Alfa corse sotto la direzione di E. Ferrari.

In generale gli anni della direzione di Gobbato rappresentarono un periodo di forte crescita delle dimensioni aziendali dell’Alfa Romeo. Nel 1936 gli operai impiegati al Portello erano 6000 e nel 1938 si cominciò a costruire il nuovo stabilimento di Pomigliano d’Arco; nel 1940 venne costituita la nuova s.a. Alfa Romeo Africa Orientale, preventivamente preparata dalla strutturazione di una fitta rete di vendita e assistenza nelle colonie africane. Inoltre Gobbato, nel 1936, dispose la costituzione di una biblioteca aziendale, seguita da quella di un archivio di lastre fotografiche, primo fondamento di un archivio storico aziendale. Un’attenzione particolare fu poi da lui dedicata alla formazione professionale, concretata nella scuola aziendale di apprendistato, nella collaborazione con l’istituto dell’Opera nazionale dei Piccoli di padre Beccaro, di Milano, e nella costituzione, nel 1942, del centro preparazione personale, che prevedeva corsi di specializzazione per ingegneri, periti industriali e giovani apprendisti. Infine, nella prospettiva di migliorare il clima tra le maestranze, nel 1936, nell’ambito delle attività del dopolavoro aziendale, fu costituito un settore per il gioco del calcio.

L’entrata in guerra dell’Italia comportò una serie di problemi anche per la direzione dell’Alfa Romeo: in particolare, gli stabilimenti subirono attacchi aerei diretti, tra cui i più disastrosi furono quelli del 14 febbraio e del 13 agosto 1943 e del 20 febbraio 1944.

I danni derivanti da queste incursioni furono notevoli tanto che, dopo il bombardamento del 14 febbraio che aveva danneggiato significativamente il Portello, venne deciso il decentramento delle principali officine. Tale rilocalizzazione avvenne tra il 1943 e il 1944, con il trasferimento della lavorazione in varie località sia al Nord per gli stabilimenti del Portello (Vanzago, Canegrate, Vittuone, Melzo, Orta con Armeno, Vacciago e altri) sia per i reparti di Pomigliano d’Arco (Marigliano, grotte di San Rocco).

Dopo l’8 settembre 1943 l’autonomia decisionale della dirigenza Alfa Romeo si ridusse drasticamente. Nel 1944 l’azienda, su pressione dei Tedeschi, si unì in un consorzio, alla cui presidenza venne eletto Gobbato, dapprima con l’Isotta Fraschini e, in seguito, anche con le Officine reggiane, costituendo una società denominata CARIM, per la costruzione di alcune parti del motore Junkers.

Le officine della nuova società furono sistemate all’interno delle grotte di Costozza, nei pressi di Vicenza. La gestione della CARIM risentì significativamente delle imposizioni tedesche; fu applicato il cosiddetto contratto O.T. Verlag-Italien e per le modalità di finanziamento, il trattamento degli operai e le scelte produttive si dovette sottostare alle indicazioni della OT (Organisation Todt), massima autorità per la gestione dell’economia italiana. Nel maggio 1944 si giunse a un’intesa tra il ministero dell’Aeronautica tedesco e la CARIM, per cui le autorità germaniche avrebbero partecipato per il 50% alle spese mentre il Consorzio avrebbe mantenuto a disposizione del Reich le proprie capacità produttive fino a un anno dalla fine della guerra. Ma, nei primi mesi del 1945, quando la OT abbandonò la gestione, la situazione finanziaria della CARIM precipitò.

Lo stretto inevitabile rapporto con il regime fascista condizionerà molto, in futuro, il ricordo di un personaggio che indubbiamente ha fatto la storia dell’automobile. E fu proprio a causa di questo che fu processato e assolto dal Tribunale del Popolo e, il 28 aprile del 1945, Ugo Gobbato fu ucciso a Milano, in zona Fiere, da un commando di tre uomini. Il delitto fu dichiarato “per motivi politici” e gli autori dell’omicidio, tra cui uno dei due operai che testimoniò contro di lui al processo richiesto dal Cnl, mai condannati grazie all’amnistia del 1959.

La grande eredità culturale e scientifica di Ugo Gobbato fu raccolta dal figlio Pierugo che seguì le sue orme fin da giovanissimo e, dopo aver lavorato alla Grandi Motori della Fiat, divenne direttore generale della Ferrari e, in seguito, della Lancia dove fu promotore e ideatore del progetto “Lancia Stratos”, che portò la Lancia a diventare dominatrice incontrastata dei campionati del mondo rally.

Pane ciambella è una bestemmia: si chiama Pitta

Lo dico e lo sottolineo che Pitta non è una parolaccia, anche perché dopo questo simpatico aneddoto, in quel supermercato di Torino, ho chiesto a qualche commessa e commesso se lì si vendesse il pane Pitta. Le Pitte, come avremmo detto giù, scendendo verso l’equatore. Preciso: gliel’ho chiesto davanti al “pane ciambella”. Mi hanno detto: “No, non credo”, “Non saprei dirle”, “Non ho idea, mi spiace”.

Si chiama Pitta e non “pane ciambella”. È un antico pane calabrese e non un pane inventato per caso non si sa dove e neppure per quale motivo. Lungi dal polemizzare, ma trovo simpaticamente tragicomico se una mamma torinese s’inventa al supermercato una storia di “giocolieri” assunti in un forno nel Canavese che non sapendo cosa fare tra un pane e una pizza, si sono inventati un “pane ciambella”.

Non andò così e non credo proprio che avvenne nel Canavese. Calabresi a Torino ce ne sono tanti e potranno confermare il brivido epidermico del sentire rinominato un prodotto che un nome lo ha e che, per la verità, oltre al nome ha anche un’identità precisa e ben definita. E questo al di là delle sigle IGP, ICP, IPP ed URRÀ.

Vale la pena ironizzare, ovviamente, e auspicare che, almeno, gli amici Torinesi, da ora in poi sappiano che mangiano una morbida, fragrante (spero calda) Pitta con lievito naturale. “Pane ciambella” è un idioma assunto al nord e al centro quando, tanti calabresi, erano timorosi a vantare prodotti e tradizioni della propria terra. Comprensibile in un momento storico in cui l’accoglienza era quella di cartelli con su scritto: “Non si affitta ai meridionali”.

Lo dico e lo sottolineo che Pitta non è una parolaccia, anche perché dopo questo simpatico aneddoto, in quel supermercato di Torino, ho chiesto a qualche commessa e commesso se lì si vendesse il pane Pitta. Le Pitte, come avremmo detto giù, scendendo verso l’equatore. Preciso: gliel’ho chiesto davanti al “pane ciambella”. Mi hanno detto: “No, non credo”, “Non saprei dirle”, “Non ho idea, mi spiace”.

Sghignazzando rispondevo ogni volta: “Grazie”. Non è colpa loro. Non è colpa di nessuno. Sbagliare è umano, perseverare è diabolico. Quindi, ora tramandiamo questa storia come quella della Bagna Cauda e del Bicerin, o di Tommaso Campanella e di Camillo Benso di Cavour, ridando a Cesare quel che è di Cesare. Pitta non è una bestemmia. Perché sbagliano a Torino, quanto a Milano e a Treviso.

Ci viene incontro Wikipedia.it con una semplice, persino banale ricerca: “La Pitta è un tipico prodotto di panetteria calabrese. La pitta generalmente è una specialità da forno (tipo una focaccia) preparata con l’impasto per il pane che accompagna tradizionalmente il Morzeddhu a la catanzarisi”. Storicamente, infatti, la Pitta (scusate se mi ostino a scriverla con l’iniziale maiuscola) era un prodotto secondario del forno, e ritenuto di minor pregio rispetto al pane. La pitta veniva usata come verifica della temperatura ottimale del forno a legna per la preparazione del pane.

Secondo il Rohlfs il nome deriva dal greco “πιττα” (Pitta), come del resto anche la lestopitta, ancora oggi presente nell’area grecanica. Inoltre è interessante ricordare che in Grecia e nel Medio Oriente è ancora oggi presente un pane dal nome simile, la pita. Il termine pitta non ha un significato univoco in tutta la regione. Nelle provincie di Vibo Valentia e Reggio Calabria con pitta si intende una forma di pane “normale”, tondeggiante con il buco al centro, da consumarsi possibilmente in giornata.

In provincia di Vibo Valentia è chiamata col nome jettata, letteralmente “buttata”, forse ad indicare il fatto che venisse buttata per provare il forno. In contrapposizione per quanto riguarda la durata, il prodotto a più lunga conservazione è invece il “pani tostu” (pane duro) disidratato ottenuto aprendo alcune forme di pane e lasciandole nel forno ancora caldo per una notte.

Così trattato poteva durare varie settimane e si poteva consumare bagnandolo velocemente sotto l’acqua in uno scolapasta o duro, per accompagnare salumi, formaggi, o anche come biscotto nel latte a colazione o come alimento per i bambini, se cotto ottenendo una pappa.

Nikolaj Dzhurmongaliev: il russo che mangiava uomini

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Nikolaj Dzhurmongaliev nasce come Nikolaj Dzhumagaliev nel 1952 nella zona di Alma-Ata, in Kazakistan. È noto anche come Metal Fang ed è uno dei peggiori assassini dell’area sovietica, insieme ad Andrej Chikatilo e Gennadij Michasevič. Fino al 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, lo stato kazako appartiene all’Urss e non è uno stato a sé. Il padre è kazako e la madre è russa. Non si conosce nulla della sua infanzia. È accusato di aver commesso circa cinquanta omicidi a sfondo cannibalistico.

Nel corso degli anni perde alcuni denti dell’arcata anteriore e se ne fece impiantare alcuni finti in metallo bianco: da qui gli deriva il soprannome Metal Fang. Nikolaj Dzhurmongaliev presta il servizio militare e viaggia in Europa e nelle zone del Circolo Polare Artico. I colleghi lo conoscono come una persona educata, solitaria, accompagnato da una calma insolita. Ha una buona parlantina e cura molto il suo aspetto esteriore ed il suo vestiario. In poche parole, è un gentiluomo. Ma se viene provocato, è in grado di sferrare colpi molto violenti. Sottolinea sempre la sua superiorità agli altri facendosi chiamare “il discendente del Gengis Khan”.

Compie il suo primo omicidio nel 1970 Nikolaj Dzhurmongaliev: smembra una vittima e ne butta i pezzi in un barile. L’anno dopo compie il secondo omicidio: la vittima sta tornando a casa dopo le preghiere serali e viene trovata morta con dei grossi tagli sul corpo. Lo arrestano e trascorre solo un anno in cella. La polizia è al corrente solo del secondo omicidio. L’esame di un istituto psichiatrico lo descrive come uno schizofrenico ed un folle.

Dopo la scarcerazione, Nikolaj Dzhurmongaliev inizia a lavorare come operaio. Tutti gli altri omicidi partirono dal 1980 e terminano al suo arresto, che avviene un anno dopo. La zona colpita è la Repubblica del Kirghizistan. Le sue vittime sono donne che vengono avvicinate in un parco locale quando fa buio. Le stupra e le uccide con un’ascia o un coltello, che porta sempre con sé. Sceglie le sue vittime per bellezza.

Il cadavere poi viene macellato e alcune parti le mette in un sacco per portarsele a casa. Ci cucina dei piatti etnici che mangia, oppure che offre agli amici durante alcune cene che organizza con un’alta frequenza. Pare che il fatto di vedere delle persone ignare che mangiano la carne umana lo eccita sessualmente. Nikolaj Dzhurmongaliev uccide perché detesta le donne e le prostitute. Non si conosce il movente del suo cannibalismo.

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Alcuni documenti ufficiali descrivono in modo abbastanza preciso un suo delitto. In quest’occasione, si nasconde dietro a delle rocce in attesa che qualcuno gli passi vicino. Trovata la vittima ideale, salta fuori e la uccide con una coltellata sul collo. Dopo che ne beve il sangue la porta in una discarica e, lontano da occhi indiscreti, fa sesso con il cadavere. Quando finisce, smembra il corpo in vari pezzi. Una parte li seppellisce.

L’altra parte la portò con sé per cucinarla. Nel 1981 due ubriachi, che il Nikolaj Dzhurmongaliev invita in casa con la promessa di dargli da mangiare, trovano nel frigorifero la testa decapitata di una donna ed il suo intestino. Scappano dalla casa e allertano la polizia, che lo arresta il giorno successivo. Durante il processo vengono accertati sette dei quarantasette omicidi di cui è incriminato e dei cento di cui è fortemente sospettato. Viene confinato in un istituto mentale a Tashkent. Dopo alcuni anni, una visita medica conferma che il suo stato mentale sta migliorando costantemente.

Non rappresenterebbe più un pericolo per la società. Può essere trasferito in un altro istituto. Non essendo più un pericolo, non gli viene affiancata alcuna scorta. Nel 1989, proprio durante il trasferimento, scappa dalla custodia, composta unicamente da un infermiere. Nell’agosto del 1991 viene nuovamente arrestato a seguito della segnalazione di una donna che lo riconosce a Fergana, in Uzbekistan. Dopo qualche anno di istituto mentale in Uzbekistan, torna in libertà nel mese di gennaio del 1994. Vive con i parenti da qualche parte nell’Europa orientale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Mostro di Firenze: 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

Mostro di Firenze, 30 anni dopo riemerge proiettile dai reperti: e così se da un lato, adesso, i carabinieri sperano che in questo strano ritrovamento ci sia almeno una risposta alle tante domande del caso, dall’altro si infittisce sempre più il mistero che aleggia intorno al Mostro o ai Mostri di Firenze.

Quella del 18 agosto 2019 è una data storica, ma forse anche un po’ imbarazzante: i carabinieri del Ros, che indagano sui delitti del Mostro di Firenze senza sosta da decenni e brancolando sempre nel buio più totale di uno dei grandi misteri italiani, sono emozionati. Sono contenti perché hanno scoperto che il loro ritrovamento era impresso nel filmato con cui, il 23 dicembre del 2015.

Praticamente, a guardare bene il filmato si notava appena il rinvenimento “storico”: un proiettile, sparato dalla calibro 22 dell’assassino, è andato a vuoto, che si è conficcato in un cuscino della tenda di Nadine Mauriot e Jean Michel Kraveichvili, le ultime due vittime del Mostro di Firenze del 1985.

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I reperti dei delitti del serial killer si trovavano nel palazzo di giustizia di Firenze. I carabinieri hanno praticamente rimontato tutta la tenda, come da filmato in loro possesso per cercare altre eventuali tracce biologiche da analizzare. Su un cuscino c’era ancora il segno di un proiettile entrato, ma mai uscito.

Dopo aver palpato il cuscino e aver capito che dentro c’era ancora qualcosa, armati di bisturi e pinzetta da chirurgo, gli investigatori aprono il cuscino e ritrovano il proiettile del Mostro di Firenze, che è lì da 30 anni. Ora c’è la speranza che quel nuovo reperto possa dare preziose indicazioni balistiche o genetiche. C’è la quasi certezza che i segni sul nuovo proiettile siano compatibili con la Beretta del Mostro di Firenze, quella mai ritrovata fino ad oggi.

Storie di Serial Killer è una collana di pubblicazioni. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

Le serial killer: storie di donne che uccidono per piacere

Il fenomeno dell’omicidio seriale non ha sesso, ma le donne sono sottovalutate anche in questo campo. Tra le più celebri assassine seriali della storia mondiale dal 1600 in poi si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine LaLaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverley Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Le serial killer uccidono per passione? Certo che sì. Lo racconto nel libro e nell’ebook “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”, che nasce da un’inchiesta giornalistica diventata un viaggio nel mondo delle donne serial killer, anche in questo caso sottovalutate rispetto agli uomini, che sono solo numericamente di più e decisamente più brutali e violenti nelle modalità sperimentate per assassinare.

Oltre cento monografie aggiornatissime che si tingono di rosso ed entrano nella collana “Storie di Serial Killer“. Come nasce l’idea di raccontare le vite e le carriere criminali delle principali cento donne serial killer della storia? Mai nulla avviene davvero per caso. Come se ci fosse un disegno dietro ogni cosa importante. Metti una sera a cena un giornalista molto curioso, un giovane scrittore e studioso del fenomeno dei serial killer.

Poi metti che, sempre casualmente, a questa cena si unisce un fraterno amico criminologo ed inevitabilmente appassionato di omicidi seriali. I commenti, le battute un po’ ciniche, gli elogi e le critiche sulle storie scelte si sprecano. Un bicchiere di vino, due bicchieri e, al terzo: “Certo che anche le donne… Ce ne sono alcune che non hanno nulla da invidiare ai peggiori serial killer del “sesso forte”, così lo chiamano”. A pensarci su un micro-secondo, viene da esclamare: “Eh… sì, Altro che sesso debole!”.

Passione e perversione per l’omicidio: donne troppo sottovalutate

Il fenomeno dell’omicidio seriale non ha sesso, ma le donne sono sottovalutate anche in questo campo. Tra le più celebri assassine seriali della storia mondiale dal 1600 in poi si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine LaLaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverley Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Nomi che mettono i brividi al solo pronunciarli. “Sì, ma solo le più celebri”. La cena si trasforma in una piacevole “riunione di lavoro” da cui, al termine, prenderà vita l’embrione del progetto di un altro libro: “Le Serial Killer – Storie di donne che uccidono per passione”.

Chi sono le più importanti della storia? E quelle meno note per tanti altri motivi, come la censura imposta dei regimi dittatoriali e monarchici, o l’inadeguatezzadelle indagini, oppure ancora gli errori giudiziari? Bella domanda. Le più note al mondo sono una ventina in tutto.

Molte assassine seriali sono considerate “vedove nere”, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime. Una differenza importante dai serial killer maschi, che arrivano ad uccidere al termine di un grande coinvolgimento fisico, con l’inclusione di armi bianche, armi da fuoco, o qualsiasi oggetto che possa fungere da arma.

Quando immaginiamo un serial killer, anche per come la televisione ci ha venduto il proprio prodotto di market(t)ing “assassino seriale”, proiettiamo immediatamente il nostro cervello sulla figura dell’uomo. Raramente pensiamo ad una donna affascinante dai lunghi capelli biondi e dai modi dolci e gentili. La verità è che dalla notte dei tempi gli uomini uccidono e anche le donne. E questo è un dato inconfutabile.

Ecco le motivazioni e i moventi (diversi) della serial killer

Cambiano le prospettive ma sono le statistiche a delinearne nel corso dei secoli proporzioni, confini e prerogative. Un altro grave errore: si è soliti ritenere che la criminalità seriale sia da ricondurre esclusivamente alla sfera delle pulsioni sessuali presenti con una carica maggiore nell’uomo. Non è assolutamente così. Sebbene l’affermazione precedente sia vera, è altrettanto vero che non è possibile escludere questa carica anche nella donna seppur con connotazioni differenti.

A fronte di ciò è importante, anzi è fondamentale, non ricondurre ogni forma di criminalità seriale alla sfera sessuale. Ma piuttosto concentrarsi su molte altre dinamiche psichiche chepossono sfociare, presto o tardi, nell’omicidio seriale: dal desiderio di onnipotenza dei dominatori e dei fanatici religiosi, alle devianze non sessuali di tantissime altre serial killer, dipendenti dal gioco d’azzardo oppure maniache dello shopping, sino ad arrivare ad alcune patologie psichiatriche.

Le motivazioni psicologiche dell’assassina seriale possono essere estremamente diverse, ma in molti casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassina seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati a traumi infantili: umiliazioni, bullismo, abusi sessuali o una condizione socio-economica deprimente.

In questi casi, il crimine costituisce una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza, di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé, sia dalla convinzione di poter superare con astuzia la polizia. L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune alle assassine seriali e ai colleghi di sesso maschile, è descritta con aggettivi come “psicopatia” o “sociopatia”.

Le assassine seriali uccidono per sadismo, potere e ricchezza

Associata al sadismo e al desiderio di potere, quest’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle vittime può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo. E data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica della condotta criminale dell’assassina seriale, non ci si stupisca se nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale.

Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti d’America, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini delle assassine seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

Molte serial killer hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono state maltrattate da bambine, sia fisicamente, sia psicologicamente, sia sessualmente, anche se ci sono dei casi documentati, per la verità così pochi da non rappresentare una percentuale interessante, che si sono determinati in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

L’elemento di fantasia nelle assassine seriali non deve essere sovraenfatizzato. Iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche e sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

PROMEMORIA > Il libro fa parte della collana Storie di Serial Killer, di cui fa parte anche Assassini Seriali: leggi la recensione

Quali sono i vari modus operandi delle serial killer?

Alcune assassine sono influenzate da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere loro stesse responsabili di campi di concentramento. Comunque, in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che le ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione. Per dirla brutalmente: hanno solo una gran voglia di sangue.

I risultati degli studi condotti nell’ultimo secolo hanno permesso di evidenziare delle connotazioni simili tra uomo e donna serial killer, soprattutto in relazione alla prima infanzia. Anche le donne, d’intelligenza solitamente superiore alla media, in questa fase della vita presentano una spiccata attitudine a compiere atti di violenza verso gli animali domestici e vivono la paura del buio e i conseguenti stati di angoscia legati al timore di essere abbandonate.

Spesso i problemi legati al sonno conducono ad un’alterazione del ciclo sonno-veglia. Le tappe della crescita sono molto più veloci dalle rispettive coetanee, nonostante il periodo di maggior turbamento resti l’adolescenza, caratterizzata dalla totale assenza di disciplina, di rispetto delle regole e da una contestuale forma d uniformazione collegata al desiderio di scrivere (spesso diari segreti) annotando tutti i pensieri in cui prendono forma scene di violenze.

Seppure non attualissimo, uno degli studi più completi sulle donne serial killer è quello condotto da Kelleher&Kelleher nel 1998, la cui classificazione è a oggi la più esaustiva e utilizzata in ambito scientifico. La donna serial killer solitaria, similmente al suo omologo maschile, predilige un “modus operandi” pianificato e accurato. Sovente si tratta di donne dalla personalità forte, predisposte all’utilizzo di armi, veleni, soffocamenti, iniezioni letali. Leggere la storia di quest e donne, capire i traumi subiti e le perversioni sviluppate, completa il quadro. Ecco perché ho scritto “Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione”.

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Il libro e l’ebook dedicato alle donne che uccidono per piacere

Nel libro, 280 pagine in formato regale (15,24 x 22,86 centimetri), dopo averle divise in sette capitoli, racconto le storie di: Giulia Tofana, Maria I d’Inghilterra, Mariam Soulakiotis, Catherine Deshayes Montvoisin, Gaetana Stimoli, Hieronyma Spara, Sylvia Alexandre, Enriqueta Martí Ripollés, Lucusta, Joanna Dennhey, Leonarda Cianciulli, Alice Mitchell, Alexe Popova, Vera Renczi, Luisa De Jesus, Maria Swanenburg, Mary Ann Cotton, Gesche Gottfried, Lee Thanh, Lydia Sherman, Nannie Doss, Louise Vermilyea, Giovanna Bonanno, Rhonda Belle Martin, Martha Marek, Janie Lou Gibbs, Bertha Gifford.

E ancora Elfriede Blauensteinet, Sophie Ursinus, Francisca Ballesteros, Thofania D’Adamo, Amy Archer-Gilligan, Ottilie Gburek, Margie Velma Barfield, Caroline Grills, Blanche Taylor Moore, Hannah Hanson Kinney, Delfina e María De Jesús, Susi Olàh e Julia Fazekas, “Angeli della morte di Lainz”, Raya e Sakina Abdel-Al, Ivanova e Olga Tamarin, Le 20 matrone, Sara Aldrete e Adolfo De Jesus, Sarah Sutcliffe e John Makin, Famiglia Bender, Rosemary e Fred West, Williams e Gerald Gallego, Dagmar Overbye e Carl Svendsen, Junko Ogata e Futoshi Matsunaga, Faye e Ray Copeland, Amelia Sach e Annie Walters, Gwendolyn Graham e Cathy Wood.

Senza dimenticare: Myra Hindley e Ian Brady, Lyudmila e Sasha Spesivtsev, Catherine Harrison e David Birnie, Martha Beck e Raymond Fernandez, Marie-Madeleine D’Aubray e Godin De Sainte-Croix, Suzan Barnes e James Carson, Karla Homolka e Paul Bernardo, Lavinia e John Fisher, Carol M. Bundy e Doug Clark, Sarah e Sarah Morgan Metyard, Catalina de los Ríos y Lisperguer, Juana Barraza, Margareth Davey, Marie Delphine LaLaurie, Anna-Rozalia Liszty, Jeanne Weber, Maria Noe.

E per concludere: Aileen Carol Pittman, Hèléne Jegado, Waneta Ethel Hoyt, Kathleen Folbigg, Martha Ann Johnson, Louise Peete, Theresa Knorr, Mary Flora Bell, Amelia Dyer, Margaret Waters, Marybeth Roe Tinning, Miyuki Ishikawa, Jane Toppan, Antoinette Sceri, Christine Malèvre, Marianne Nölle, Sonya Caleffi, Anne Marie Hahn, Kristen Heather Gilbert, Beverly Gail Allitt, Marie Fikáčková, Genene Jones, Erzsébet Báthory, Dar’ja Nikolaevna Saltykova, Magdalena Solís, Belle Soreson Gunnes, Dorothea Helen Puente, Anna Margaretha Zwanziger, Dana Sue Gray, Daisy Louisa C. De Melker.

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Confessioni di una studentessa universitaria in crisi e in trappola

Un Parco del Valentino vuoto, anche gli spacciatori sono in ferie. I tossici no. Loro sono malati e, in questa vita, probabilmente non andranno in vacanza. In questo spaccato da cartolina stropicciata e stracciata, non ti aspetti di raccogliere la confessione di una studentessa universitaria in crisi d’identità.

Confessioni di una studentessa universitaria in crisi e in trappola in uno di quei giorni di sole, che illuminano gli angoli più adombrati, quelli più protetti da una vegetazione fitta ma in asfissia. Anche i sassi hanno caldo. Ma un caldo che fa evaporare il Po di una Torino inspiegabilmente chiusa per fare dispetto ai turisti stranieri.

Un Parco del Valentino vuoto, anche gli spacciatori sono in ferie. I tossici no. Loro sono malati e, in questa vita, probabilmente non andranno in vacanza. In questo spaccato da cartolina stropicciata e stracciata, non ti aspetti di raccogliere la confessione di una studentessa universitaria in crisi d’identità.

In realtà, neppure ti aspetti di incontrare qualcuno con cui parlare. Poi, con quel caldo umido, forse non ci sarebbe neppure la voglia di scambiare due-quattro-sei chiacchiere impegnative con sconosciuti. Vero, ma se vedi una persona in lacrime, magari una donna, in quel contesto non puoi fare il “mi sai nen” e tirare dritto. Potrebbe essere stata vittima di uno scippo, di una violenza. Alla fine, non sarebbe la prima volta.

Scusa stai bene? Hai bisogno? Non voglio disturbarti, ma solo sapere se posso aiutarti. Forse, Giada aspettava questa domanda da un po’, o forse no. Forse se la stava facendo inconsciamente già da mesi. È un fiume in piena. Senza alzare lo sguardo da terra, con un filo di voce si sfoga.

Mastica amaro. “Arriva un momento in cui vorresti non ti importasse. E invece ti importa. Devo scegliere del mio futuro, ma in realtà stanno scegliendo gli altri per me. Ridicolo come io non riesca ad esprimere ciò che voglio, o come in realtà io riesca ad esprimerlo, ma alla fine non conti nulla per nessuno. Mi sento continuamente sotto pressione, obbligata ad essere all’altezza delle aspettative altrui”. 

“Sto aspettando solo di crollare, semplicemente di lasciare che tutto mi soffochi al punto tale da non voler più reagire, e provare il lusso di piangere senza nessuna barriera. Vorrei potermi arrendere, staccare la spina e non essere una delusione.  Perchè arrendersi non è concesso? Perchè mostrarsi debole non è accettato come mostrarsi infallibile?”. 

Ed ecco che viene fuori il cuore ferito di Giada, studentessa universitaria in crisi d’identità come tante nostre figlie o cugine, o serelle. “A volte vorrei semplicemente sentirmi dire: non fa niente, non è la fine del mondo se dovessi sbagliare scelta. Università, lavoro, stato d’animo. Vorrei semplicemente che smettesse di importarmi delle aspettative della mia famiglia, dello sguardo di mio padre, e per una volta riuscire a sognare. E invece mi importa eccome”.

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate?

Chissà come ci si sente ad essere pieni di amici, di quelli veri però, quelli ai quale dici “sto male” e che si presentano a casa tua al massimo un quarto d’ora dopo. Chissà come ci si sente ad essere sempre la prima o il primo scelto, mai messi in disparte, mai inutili. Chissà come ci si sente ad avere fiducia in sé stessi.

Come si sentono le persone belle, desiderate e amate? Già, chissà come ci si sente ad essere talmente belle o belli da attirare lo sguardo dei passanti, il sabato mattina, con i capelli spettinati e senza né trucco né occhiali da sole. Chissà come ci si sente ad essere pieni di amici, di quelli veri però, quelli ai quale dici “sto male” e che si presentano a casa tua al massimo un quarto d’ora dopo.

Chissà come ci si sente ad essere sempre la prima o il primo scelto, mai messi in disparte, mai inutili. Chissà come ci si sente ad avere fiducia in sé stessi. Chissà come ci si sente ad essere amati, ma amati sul serio, di quegli amori che vengono scritti sui muri o tra le pagine di un libro. Quegli amori che ti mettono a soqquadro lo stomaco, e che non ti fanno battere solo il cuore, ma tutta la gabbia toracica. Già, chissà…

Richard Leonard Kuklinski: serial killer e sicario della mala

È l’inizio degli anni settanta del secolo scorso. Kuklinski ha già ucciso per conto suo oltre sessanta persone, prima di raggiungere i trent’anni. Il suo nome ben presto circola in tutte le famiglie mafiose che chiedono sempre più frequentemente i suoi servizi e richiedono a volte piccoli spostamenti a New York, altre volte grandi viaggi che lo portano a girare per tutti gli Stati Uniti d’America, Brasile, Svizzera…

Richard Leonard Kuklinski, uno dei più feroci e spietati killer della storia statunitense, nasce a Jersey City l’11 aprile 1935. È molto spesso al servizio della mafia italo-americana e si contraddistingue per i suoi metodi brutali e sadici nell’uccidere e torturare le vittime, che lo rendono un vero e proprio assassino seriale.

Il soprannome che gli viene attribuito dai media è “l’uomo di ghiaccio”, perché il primo cadavere a lui ricondotto viene tenuto congelato per due anni in un frigorifero. Nella sua carriera colleziona circa duecento e cinquanta omicidi. Secondo figlio di quattro fratelli, nasce nella periferia di Jersey City, da Stanley Kuklinski e Anna McNally.

Il padre, di origine polacca, e la madre, di origine irlandese, contribuiscono, attraverso le loro violenze, alla crescita della rabbia interiore di Richard Kuklinski che inizia con l’uccidere animali randagi e prosegue col suo primo vero omicidio: Charley Lane. Si tratta di un ragazzo che vive nella zona in cui abita Kuklinski e che, insieme alla sua banda, continua a maltrattare Richard, appena sedicenne. Un giorno, Richard Kuklinski perde la pazienza e lo uccide a colpi di bastone. Poi si libera del cadavere occultandolo fuori città.

Col passare degli anni, Richard Kuklinski diventa capo di una banda che si specializza nelle irruzioni nei supermercati, furti con scasso e saccheggi di alcolici. La vera svolta nella vita di Kuklinski è la conoscenza di un mafioso italo-americano, al servizio della famiglia De Cavalcante, Carmine Genovese.

È l’inizio degli anni settanta del secolo scorso. Kuklinski ha già ucciso per conto suo oltre sessanta persone, prima di raggiungere i trentanni. Il suo nome ben presto circola in tutte le famiglie mafiose che chiedono sempre più frequentemente i suoi servizi e richiedono a volte piccoli spostamenti a New York, altre volte grandi viaggi che lo portano a girare per tutti gli Stati Uniti d’America, Brasile, Svizzera…

Le modalità di esecuzione di alcuni omicidi del killer vanno oltre ogni immaginazione. Richard Kuklinski, in particolare, va fiero per un metodo che gli consentiva di sbarazzarsi dei corpi. Dopo aver stordito o ferito gravemente la sua vittima, la porta in una grotta e, dopo averla legata, lascia in registrazione una telecamera fissa sul corpo.

Una volta finito va via per tornare il giorno dopo e vedere come i topi di campagna hanno mangiato il malcapitato senza averne lasciato traccia. Il filmato poi viene fatto vedere al mandante dell’omicidio. Predilige il coltello, ma nel corso degli anni si specializza sempre di più nell’ottenere una miscela di cianuro con il cui effluvio, ad una certa distanza, garantisce la morte in meno di cinque secondi.

L’autopsia non rileva una dose tale da far supporre ad un omicidio e lasciando adito di pensare ad un arresto cardiaco. La spaventosa lista delle vittime di Richard Kuklinski contempla anche uccisioni con balestre, per asfissia tramite sacchetti di plastica, con pugni e calci. Il killer, di frequente, scaraventa le sue vittime da edifici o le annega.

Ha anche un metodo molto personale per impiccare una persona. Dopo avergli stretto la corda al collo, si limita a issare la vittima sulle spalle dietro di sé fino a quando non muore. Richard Kuklinski è un uomo alto quasi due metri e pesa cento e tranta chili, ma ciò non gli impedisce di muoversi rapidamente per raggiungere una vittima o non dare nell’occhio durante i pedinamenti.

Richard Kuklinski uccide con spietatezza

Tuttavia, nonostante i metodi strazianti che usa nell’uccidere, Kuklinski ha un codice che non infrange mai nel corso degli anni: non uccide bambini e donne e infligge strazianti morti a chi fa del male a queste persone. Kuklinski ha tre figli da Barbara Pedrici, una ragazza italo-americana. Si chiamano Merrick, Chris e Dwayne. Con i tre ha un rapporto amorevole, soprattutto con la figlia Merrick, che è molto malata. La polizia lo arresta a New York, nei pressi della sua abitazione, con l’aiuto di un infiltrato, il 17 dicembre 1987.

Nella celebre intervista rilasciata all’HBO nel 2001, lo stesso Kuklinski si era confessato senza rimorso: “Ero una persona in grado di fare del male a chiunque in qualsiasi momento… senza alcun rimorso! Potevo rifarlo in continuazione senza che questo mi turbasse”. E poi disse: “Non andai al funerale di mio padre. Lo odiavo da vivo, perché avrei dovuto vederlo da morto? Ero contento che fosse morto…”. Da anni le forze dell’ordine cercano di accumulare prove per incastrarlo. Viene condannato a sei ergastoli ma, a causa della totale mancanza di testimoni oculari degli omicidi, non lo si può condannare alla pena capitale, nonostante le vittime collezionate siano ben oltre duecento.

“Li ammazzavo per tenermi in esercizio. L’ho fatto in tutti i modi, non mi manca proprio nulla… Non sentivo mai nulla, era deludente. Fu allora che pensai che dovevo essere pazzo. Immagino che avrei dovuto provare qualche sentimento, qualcosa… Ho ucciso più o meno 200 persone. Un centinaio quando ero ancora giovane e non conoscevo nessuno. In un periodo della mia vita uccidevo senza motivo, bastava un’occhiata storta, li accoltellavo o gli sparavo. Il vero rebus è perché? Perché sono fatto in questo modo: così spietato, cattivo, alieno alla sofferenza degli altri, al loro dolore? Sono nato così o lo sono diventato?“.

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Lo rinchiudono all’interno della prigione del New Jersey, nella quale si trova anche il fratello, accusato, pochi anni prima, di aver violentato e ucciso una ragazzina di dodici anni. Kuklinski si rifiuta di vederlo poiché, all’interno del suo personale codice, la violenza su donne e bambini costituisce un comportamento inaccettabile. Kuklinski prende parte agli omicidi più importanti dell’ambiente mafioso italo-americano, tra cui quello di “Big” Paul Castellano e Carmine Galante. Durante la detenzione, rilascia interviste, partecipa a documentari e accetta di scrivere insieme a Philip Carlo la sua biografia, in cui confessa tutti gli innumerevoli delitti. Muore nell’ospedale di Trenton il 5 marzo del 2006, all’età di settantuno anni.

Ancora oggi le cause della morte non sono del tutto chiare. Pare che Kuklinski soffrisse da tempo di sbalzi di pressione e desse segni di demenza e perdita di memoria. Ma lui, in realtà, è convinto di essere stato avvelenato giorno dopo giorno. Considerato che si tratta di uno dei sicari più operativi della mafia, che tra l’altro sembra sempre più a suo agio nel rilasciare interviste sulle sue attività criminali, non è improbabile che possa essere stato messo a tacere da qualcuno dei suoi ex mandanti.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Javed Iqbal Mughal era il Mostro Pakistano: rapisce e strangola

Al processo viene condannato a morte tramite impiccagione per cento omicidi. Si impicca in cella insieme ad un complice. Dopo la sua morte, ventisei bambini che si pensavano morti vengono ritrovati vivi. Le sue vittime sono orfani e ragazzi di strada che fuggono dalle proprie famiglie. Hanno tutti tra i sei e i sedici anni. Li avvicina con promesse di cibo e lavoro. Dopo che conquista la loro fiducia e li convince a seguirlo in casa, li droga, li stupra e li strangola con una catena di ferro. Infine, smembra e scioglie il corpo in una tinozza riempita di acido cloridrico. Questo era Javed Iqbal Mughal.

Javed Iqbal Mughal è un assassino seriale, che balza alle cronache col soprannome di Mostro Pakistano perché, attorno al 1999 rapisce e strangola circa un centinaio di bambini vagabondi. I corpi li fa a pezzi e, con l’aiuto di alcuni complici, li scioglie nell’acido. I resti vengono versati nelle fogne, oppure in un fiume nella zona di Lahore, che è la sua città di nascita. Javed Iqbal Mughal nasce nel 1956. Inizia ad uccidere perché nutre un profondo risentimento verso la polizia, che lo arresta una volta e per errore con l’accusa di violenza su minori e lo picchia. È il sesto figlio di un commerciante.

Non si hanno notizie sull’infanzia di Javed Iqbal Mughal. Attorno al 1978 inizia a lavorare mentre si trova al college. Suo padre gli compra due case a Shadbagh. In una delle due, Javed Iqbal Mughal vuole fondare un’impresa di rifusione di acciaio. Vive lì per anni, insieme a dei ragazzi. Nel 1995 e nel giugno 1998 gli vengono mosse alcune accuse di sodomia verso minorenni. Nel primo caso nessun tribunale lo condanna mai. Nel secondo lo liberano su cauzione. Si fece arrestare nel mese di dicembre 1999, dopo che invia una lettera al giornale locale.

Al processo viene condannato a morte tramite impiccagione per cento omicidi. Si impicca in cella insieme ad un complice. Dopo la sua morte, ventisei bambini che si pensavano morti vengono ritrovati vivi. Le sue vittime sono orfani e ragazzi di strada che fuggono dalle proprie famiglie. Hanno tutti tra i sei e i sedici anni. Li avvicina con promesse di cibo e lavoro. Dopo che conquista la loro fiducia e li convince a seguirlo in casa, li droga, li stupra e li strangola con una catena di ferro. Infine, smembra e scioglie il corpo in una tinozza riempita di acido cloridrico. Questo era Javed Iqbal Mughal.

Ai delitti partecipano tre complici, degli adolescenti che dividono la casa con Iqbal. Inizialmente i resti liquefatti vengono scaricati nelle fognature, ma dopo che i vicini si lamentano del cattivo odore, per non rischiare ulteriormente, li getta nel fiume Ravi. I complici si occupano soprattutto di scattare le foto alle vittime. Iqbal annota i nomi, le età e le date della morte in un diario e in un notebook. Le scarpe e i vestiti li conservava in alcuni scatoloni per non lasciare tracce. Ogni delitto gli costa centoventi rupie, meno di tre dollari. I soldi vengono spesi spesi per comprare l’acido da una persona chiamata Ishaq Billa.

Nel tempo si scatena una caccia all’uomo che coinvolge dozzine di persone. Nonostante numerosi arresti, le indagini non danno risultati. Nel dicembre del 1999 invia una lettera alla polizia e ad un giornale locale, dove confessa l’omicidio di cento ragazzi, ammette di non provare rimorsi e di odiare il mondo. Il 30 dicembre, per paura che la polizia lo uccida, si consegna presso la sede del giornale Daily Jang. Viene arrestato poco dopo da un esercito composto da almeno cento soldati. Anche i suoi complici vengono fermati. Si trovavano nella zona del Sohawa e stavano chiedendo l’elemosina ai passanti.

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Un terribile serial killer colpevole di 100 omicidi

Durante la perquisizione di casa sua, gli agenti trovano le prove, macchie di sangue sulle pareti e sui pavimenti, la catena con cui strangola le vittime, alcune bottiglie di alcol e acido, delle maschere antigas, una raccolta di circa cento foto appartenenti alle vittime, un grosso mucchio di vestiti, il diario e il notebook. In una tinozza blu ci sono i resti di due bambini. In casa non si trovano altri corpi.

Fuori dall’abitazione c’è un fusto riempito d’acido che contiene altri resti. Una delle due vittime si chiama Ijaz. Con le foto e i vestiti, i parenti di alcuni bimbi scomparsi identificano i loro figli morti per mano di Iqbal. Il 16 marzo 2000, il giudice Allah Bukhsh Ranjha lo trova colpevole di cento omicidi, di alcuni abusi su minorenni e lo condanna a morte. È previsto che sia portato in un famoso parco, dove un boia lo strangola con una catena di ferro davanti ai parenti delle vittime, lo taglia in cento pezzi e poi scioglie nell’acido.

La sentenza, ovviamente, crea scalpore e le massime autorità religiose islamiche la contestano immediatamente. A questo punto la corte la commuta in una semplice impiccagione. Anche il complice Sajid Ahmad viene condannato alla pena capitale. L’altro complice, un ragazzo di nome Muhammad Sabir, viene condannato a quarantadue anni di carcere, quando ha tredici anni.

A Nadeem Mohammad, l’ultimo complice, il giudice dà centottantadue anni di carcere, quando ha quindici anni ed è accusato di tredici omicidi. Iqbal e il suo complice Sajid Ahmad vengono trovati morti la mattina dell’8 ottobre del 2001 nel carcere di Kot Lakhpat.

La prima versione racconta che si sono avvelenati. La seconda sostiene che si sono impiccati con le lenzuola quattro giorni dopo l’appello. Al momento della morte Iqbal ha quarantacinque anni, Ahmad quasi diciassette. L’autopsia sul cadavere di Iqbal indica segni di tortura: sul corpo e sul viso sono presenti segni di pestaggio e traumi. Se qualcuno lo ha ucciso non viene mai accertato fino in fondo.

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Anatoly Onoprienko: il più spietato assassino dell’Ucraina

Anatoly Onoprienko e Sergei Rogozin, che agiscono senza maschere, decidono, per essere ancora liberi, di sterminare l’intera famiglia. Uccidono a colpi di pistola i due coniugi e i loro otto figli. Da quel momento, Anatoly Onoprienko interrompe i rapporti con Rogozin. Passano alcuni mesi e commette il suo primo omicidio in solitaria. Una notte si avvicina ad un’auto, dove dorme un’intera famiglia di cinque persone. Vuole derubarli, ma qualcosa va storto e decide di ucciderli tutti e cinque a colpi di fucile. Uccide anche due testimoni.

Anatoly Onoprienko è l’assassino seriale ucraino più prolifico che, tra il 1989 e il 1996, uccide a caso famiglie intere. Gli spara col fucile o li prende a colpi d’ascia. Anatoly Onoprienko uccide anche i testimoni delle sue stragi e le persone che incontra in giro mentre fugge. Purtroppo, scampa molte volte alla cattura. Nasce a Laski nel luglio del 1959 e perde la madre ad appena quattro anni. Il padre fatica ad accudire da solo i due figli, fino a quando, dopo tre anni, decide di affidare Anatoly ad un orfanotrofio russo, tenendo con sé il primogenito.

Questa scelta peserà molto sulla psiche di Anatoly Onoprienko, che commette i suoi primi due omicidi già a trent’anni, nel 1989. In quel periodo è amico di un uomo di nome Sergei Rogozin, conosciuto in una palestra. Un giorno di quell’anno, i due decidono di diventare criminali, mettendo a segno alcuni furti e svaligiando piccoli appartamenti. Tutto fila liscio per qualche tempo, fino a quando, una notte, mentre stanno svaligiando una casa isolata fuori città, i due vengono sorpresi dai proprietari della casa, la famiglia Bratkovychi.

Anatoly Onoprienko e Sergei Rogozin, che agiscono senza maschere, decidono, per essere ancora liberi, di sterminare l’intera famiglia. Uccidono a colpi di pistola i due coniugi e i loro otto figli. Da quel momento, Anatoly Onoprienko interrompe i rapporti con Rogozin. Passano alcuni mesi e commette il suo primo omicidio in solitaria. Una notte si avvicina ad un’auto, dove dorme un’intera famiglia di cinque persone. Vuole derubarli, ma qualcosa va storto e decide di ucciderli tutti e cinque a colpi di fucile. Uccide anche due testimoni.

Gli omicidi si susseguono, uno dietro l’altro, senza alcuna pietà, fino a superare i cinquanta morti ammazzati. Tutti uccisi a colpi di fucile o di ascia da Anatoly Onoprienko, che dopo questi due massacri si trasferice da un suo cugino. Riesce a tenere a bada i suoi istinti omicidi per più di cinque anni. Ma la notte del 24 dicembre 1995, in un piccolo villaggio dell’Ucraina, una zona rurale, uccide senza motivo la famiglia Zajčenko, composta da un insegnante, sua moglie e i due figli, a colpi di fucile a canne mozze e incendia la casa.

Nove giorni dopo, il 2 gennaio 1996, Anatoly Onoprienko uccide a colpi di pistola i quattro i componenti di un’altra famiglia. Mentre fugge dalla scena del crimine, l’assassino incrocia un altro uomo che passa di lì e, senza pensarci due volte, spara anche a lui. Passano quattro giorni e uccide quattro persone.

In autostrada è deciso ad uccidere il maggior numero di automobilisti che può. Riesce a fermare tre auto. Muore un marinaio, un taxista e un cuoco con sua moglie. Passano solo undici giorni e stermina un’altra famiglia. Il 17 gennaio 1996 penetra nella casa della famiglia Pilat a Bratkoviči, composta da cinque persone. Muoiono tutti sotti i colpi del fucile, compreso un bambino di sei anni.

Esce dalla casa in fiamme e trova casualmente sulla sua strada un’operaia delle ferrovie di ventisette anni, ed un uomo di cinquantasei anni e, senza perdere tempo, li uccise entrambi. Passano solo due settimane e, il 30 gennaio, a Fastov, un villaggio ucraino, uccide una ragazza di ventotto anni, i suoi due figli e un amico di trentadue anni a colpi di fucile.

Poco tempo dopo, nell’oblast’ di Žytomyr, a Olevsk, la famiglia Dubčak, composta da quattro persone, viene massacrata. Onoprienko uccide a colpi di fucile il capofamiglia e il figlio, poi si accanisce a martellate contro la moglie, costringendola ad aprire la cassaforte. Al rifiuto, le spacca il cranio. Dopo aver ucciso ancora tre persone, Onoprijenko si accorge che una bambina è ancora viva e assistite terrorizzata allo sterminio della sua famiglia.

Anatoly Onoprienko massacra senza pietà pure lei. Qualche settimana dopo, il 27 febbraio 1996, a Leopoli, nell’estremo ovest dell’Ucraina, Onoprijenko entra nella casa dei Bodnarčuk, e uccide marito e moglie a colpi di fucile, mentre le due figlie di sette e otto anni vengono fatte letteralmente a pezzi a colpi di ascia. Un uomo d’affari vicino di casa della famiglia uccisa, si trova a passeggiare e Onoprijenko decide di ucciderlo con una fucilata. Il 22 marzo, nel piccolo villaggio di Busk, viene sterminata la famiglia Novosad, di quattro persone, e la casa viene data alle fiamme. È l’ultimo massacro, che compie.

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Il 7 aprile, quasi tre settimane dopo, l’ultimo sterminio, Pëtr Onoprijenko, cugino di Anatolij, telefona alla polizia raccontando di aver trovato nascosta in un armadio del cugino, una gran quantità di armi. Aggiunge di aver mandato via il cugino e di essere stato minacciato di morte.

Anatolij si trasferisce a Žytomyr, insieme ad una donna e al figlio di lei, portando con sé tutto l’armamentario. La polizia, che prende molto seriamente la situazione, e si reca a casa di Anatolij pochi giorni dopo e lo arresta. Il mostro rifiuta di rispondere alle domande e nega la responsabilità nelle uccisioni, nonostante una valanga di accuse contro. L’ispettore Bohdan Teslja riesce a convincerlo e Onoprijenko inizia una lunga confessione, che dura alcuni giorni.

Il processo inizia il 12 febbraio del 1999 e alla fine i giudici lo trovano colpevole di cinquantadue omicidi, ma si pensa siano di più, e lo condannano alla pena di morte tramite fucilazione. L’esecuzione è prevista per il 31 marzo 1999, ma siccome l’Ucraina in quel periodo vorrebbe entrare nell’Unione Europea, la pena viene commutata in ergastolo. Sergej Rogozin, complice di Onoprijenko nel primo massacro, quello della famiglia Bratkovyči nel 1989, viene condannato a tredici anni di reclusione. Onoprijenko muore in carcere per insufficienza cardiaca il 27 agosto del 2013, all’età di cinquantaquattro anni, mentre sconta la sua pena nella prigione di Zytomyr.

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Giancarlo Giudice: l’assassino seriale delle prostitute di Torino

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

Camionista torinese, Giancarlo Giudice uccide in tre anni, tra il 1983 e il 1986, nove prostitute di età compresa tra i 37 e i 64 anni, che identificava con la matrigna. Condannato a trent’anni di reclusione più tre di manicomio criminale, esce di prigione nel 2008, dopo aver scontato ventidue anni di carcere.

Gli omicidi seriali di Giancarlo Giudice, il cosiddetto “Mostro di Torino”, iniziano il 28 dicembre 1983 con l’uccisione di Francesca Pecoraro, il cui cadavere non viene identificato fino al momento dell’arresto del suo assassino, cioè il 29 giugno 1986. Il cadavere viene ritrovato carbonizzato nel bagagliaio di una Bianchina rubata alle Basse di Stura, periferia est di Torino. Irriconoscibile.

Passano due settimane e sulla superstrada per Chivasso viene trovato il corpo di Annunziata Pafundo, di quarantotto anni. Fino a giugno del 1986 Giudice colpisce nell’area di Torino nove volte, uccidendo altrettante prostitute. Quella che sembra essere la terza vittima si salva. Lucia Geraci, con la pistola sulla tempia, supplica Giudice di lasciarla in vita per i suoi tre figli.

Dopo una denuncia, Giudice viene condannato per lesioni a sei mesi di reclusione. Nel mese di aprile del 1985 uccide due donne, che il Po restituisce cadaveri. Si tratta di Addolorata Benvenuto, di quarantasette anni, e di Giovanna Bichi, di sessantaquattro anni, una donna costretta a fare la vita per mantenere il figlio disoccupato e tossicodipendente.

A marzo del 1986, Giudice uccide Maria Corda, una sua amica di quarantaquattro anni, ritrovata nel canale Depretis vicino a Caluso. Giudice aveva con questa donna un rapporto di amicizia da molti anni. Il 30 marzo muore Maria Galfrè, anche lei di quarantaquattro anni, uccisa con un colpo di pistola calibro 22. Dopo averle sparato, l’assassino trasporta il cadavere in una baracca vicino alla Stura e poi appicca il fuoco.

A inizio aprile tocca alla sessantasettenne Laura Belmonte, anche lei ritrovata in un canale con i polsi legati con un cavo elettrico ad un gancio da rimorchio. Il mese dopo, il 22 maggio è la volta di Clelia Mollo, strangolata e abbandonata nel suo appartamento di via XX settembre a Torino, dopo essere stata stordita dall’assassino con cocaina e marijuana. Il 28 giugno, Giudice uccide Maria Rosa Paoli, trentasette anni, affiliata ai “nuclei armati proletari”, con un colpo da distanza ravvicinata. Il corpo lo getta nella vegetazione della collina torinese.

È questo il giorno in cui viene fermato inaspettatamente. Sorpreso dalla polizia stradale in una piazzola della Torino-Piacenza in atti osceni solitari, non può nascondere il sangue della Paoli, morta da poche ore. Le forze di polizia, in realtà, collegano ad un unico autore solo sei dei nove omicidi, attribuendo gli altri tre a regolamenti di conti negli ambienti della prostituzione o della tossicodipendenza.

Quando ormai a Torino si è ampiamente diffusa la psicosi del “serial killer delle prostitute”, durante un controllo di routine ad un posto di blocco a Santhià la polizia ferma Giancarlo Giudice, che all’epoca ha trentasette anni, fa il camionista ed è già schedato come pregiudicato. Sulla sua auto vengono trovate due pistole, munizioni e un asciugamano intriso di sangue.

L’arresto di Giancarlo Giudice e l’ultimo omicidio

Lo stesso sedile del passeggero, a lato del guidatore, è completamente imbevuto di sangue fresco, dal momento che proprio quel pomeriggio Giudice ha ucciso la sua ultima vittima. Dopo un mese di carcere, l’omicida confessa tutti i suoi delitti, facendo appunto salire il numero delle vittime a lui attribuite da sei a nove e permettendo il riconoscimento dell’identità del cadavere di Francesca Pecoraro. Giudicato capace di intendere e di volere, Giancarlo Giudice nel marzo 1989 viene condannato all’ergastolo, pena ridotta in appello a trent’anni di reclusione più tre di casa di cura.

Uno dei motivi che rallenta le indagini e fa supporre solo dopo parecchio tempo che i delitti sono collegati, è che l’assassino uccide in modi differenti e si comporta in vario modo con i corpi. Sei sono le donne che strangola, una quella sgozzata e due vengono freddate con colpi d’arma da fuoco.

Due cadaveri li dà alle fiamme, quattro li abbandona e gli altri li butta in acqua. Un comportamento poco usuale se si esamina la metodologia classica degli assassini seriali. Giancarlo Giudice cresce in collegio e perde la madre a tredici anni. Viene informato solo a funerali celebrati e tenta il suicidio senza esitazione.

Il padre è un alcolista ed è totalmente assente. Un anno dopo essere diventato vedovo, lascia il figlio a Torino e si trasferisce in Calabria con la nuova moglie. Ed è proprio quest’ultima la donna che Giudice odia. È questo il motivo che lo spinge ad uccidere. Dice di sentire voci. Soprattutto, ammette finalmente, odiava quelle donne trasandate perché gli ricordavano la sua matrigna: sua madre era infatti morta quando era ancora piccolo, lui l’aveva assistita per un cuore malfunzionante.

E quando era morta il trauma lo aveva portato a tentare il suicidio a soli 13 anni. Con la matrigna la famiglia si era trasferita in Calabria e a lui era toccato il collegio. Un’infanzia devastante, con un padre alcolista. Uccidendo le prostitute in là con gli anni si sentiva meglio perché pensava di ammazzare lei, la matrigna arrivata al posto di mamma.

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Il ragazzo inizia a fare uso di cocaina ed lsd e cambia continuamente occupazione. Una virata avviene quando inizia a fare il camionista. Guida giorno e notte senza fermarsi. I colleghi lo definiscono “un mulo del volante”, e ignorano la sua dipendenza dalle droghe.

Nella sua residenza di via Cravero regna il caos e il disordine. Si cammina su un tappeto di riviste pornografiche. In quella stessa casa conserva armi e piccole refurtive, oltre ad una collezione dei suoi scatti con le passeggiatrici che sono la sua unica vera compagnia. Giudice non ha amici e non ha familiari.

Erano gli anni Ottanta, gli anni in cui tutto era lecito. Gli anni in cui il crimine passava spesso inosservato. Era una vita piena: c’era chi sguazzava nell’agio degli anni d’oro, chi tirava a campare arrangiandosi con quel che poteva. Ma erano anche gli anni in cui il boom delle droghe cominciava a mietere vittime.

Tutto aveva il suo posto negli anni Ottanta. Ma nessuno, né negli anni Ottanta né in qualsiasi altra epoca, meriterebbe che il suo posto sia a terra, mangiato dai i vermi, qualsiasi scelta di vita abbia mai attuato. Giancarlo Giudice è tornato in libertà e vive un regime di protezione che ne garantisce la privacy.

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Assassine seriali o vedove nere: etimologia della parola

I metodi che utilizzano per l’omicidio sono spesso dissimulati o di basso profilo, l’avvelenamento è comunque il più utilizzato (cosa che ricorda ancora il ragno che le denomina), soprattutto perché può nasconderne facilmente la causa del decesso, sotto ad un’apparente morte naturale o attacco improvviso.

Vedova nera è un termine utilizzato in criminologia per indicare una categoria di serial killer, che agiscono soprattutto nell’ambiente familiare. Con tale termine si indicano quasi esclusivamente serial killer donne, ma non mancano “vedovi neri” di sesso maschile.

Questa definizione deriva dal ragno, la vedova nera appunto, che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando degli incidenti domestici. Di solito si risposano molte volte per poter tornare ad attuare tale crimine. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle polizze assicurative sulle loro vite.

Alcuni studi hanno dimostrato che le donne serial killer tendono ad uccidere soprattutto per guadagni economici e di solito vittime emotivamente vicine con cui hanno una relazione di tipo sessuale o sentimentale, che poi uccidono quando non sono più utili, da qui la tradizionale immagine delle vedove nere.

Le vittime non sono esclusivamente mariti o amanti, si possono includere soprattutto figli o parenti anziani. Vedove nere figlicide furono: Tillie Klimek, Daisy de Melker e Vera Renczi. Sono rari i casi in cui le vittime delle vedove nere siano donne, in tal caso l’assassina colpisce con la motivazione di eliminare una possibile rivale che possa rovinare i piani o allontanare la “preda maschile”. Come nel caso di Kathi Lyukas che uccise diverse donne per facilitare i suoi scopi.

I metodi che utilizzano per l’omicidio sono spesso dissimulati o di basso profilo, l’avvelenamento è comunque il più utilizzato (cosa che ricorda ancora il ragno che le denomina), soprattutto perché può nasconderne facilmente la causa del decesso, sotto ad un’apparente morte naturale o attacco improvviso.

L’arsenico è il veleno maggiormente utilizzato dalle vedove nere, ma non mancano esempi di altri veleni (stricnina o cloruro di potassio), anche poco comuni. Altre raramente utilizzano armi da fuoco, Jane Taylor Quinn utilizzò una revolver per eliminare i mariti. Di solito commettono gli omicidi in luoghi familiari o conosciuti, come la loro casa o una struttura sanitaria.

Alcune invece, dopo aver ucciso i propri partner, cominciano ad aiutare altre vedove nere a sbarazzarsi dei mariti. Così fecero Susi Olàh (e la sorella Lydia) insieme a Julia Fazekas, che crearono una vera e propria attività vendendo ossido arsenioso a circa 30-50 donne. Susi Olàh e Julia Fazekas aiutarono a eliminare tra le 50 e le 300 persone, soprattutto mariti e figli indesiderati.

La tipica vedova nera comincia a compiere i primi omicidi superati i 20-30 anni di età. Molte vedove nere si fingono “cuori solitari” in cerca dell’anima gemella, pubblicano su riviste, giornali o siti di incontri, annunci che attirano l’attenzione della nuova preda. Belle Gunness, Ada Wittenmye, Kanae Kijima e Nannie Doss utilizzarono maggiormente questo metodo.

In Europa le vedove nere sono più prolifiche, uccidendo in media 16 vittime, in America il numero si abbassa tra le 6-8 vittime. Le vedove nere, di solito, non infieriscono sui cadaveri con manifestazioni di overkilling, mutilazioni, smembramenti, aggressione sessuale o torture; ma molte hanno confessato di aver provato piacere nel vederli contorcere dal dolore.

Ad esempio Caroline Pryzgodda somministrò appositamente ai mariti piccole dosi di arsenico affinché potesse godere delle loro sofferenze vedendoli morire lentamente. Alcune ricerche hanno portato alla luce 140 casi di vedove nere che hanno ucciso due o più mariti.

Segue poi un elenco di 22 donne, che uccisero (o tentarono di uccidere) 4 o più mariti. È da notare che quasi tutti questi casi sono stati dimenticati o cancellati dalla storia, questo forse perché soprattutto nei secoli passati la donna è sempre stata considerata come innocua o insospettabile assassina. Si ritiene che la prima vedova nera della storia sia stata la regina Ji Xia (Cina), che nel 1600 avanti Cristo uccise 3 mariti e un figlio.

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Le vedove nere più prolifiche della storia

  • 42 avanti Cristo – la regina Anula di Anuradhapura (Sri Lanka) uccise 5 mariti affinché i suoi amanti diventassero re e infine lei regina
  • 1196 – la contessa Mahaut de Bourgogne uccise 4 mariti per ereditare il controllo della contea di Tonnerre (Francia)
  • 1324 – la dama Alice Kyteler uccise 4 mariti e ciò la portò ad essere accusata di stregoneria
  • 1613 – Dona Catherina uccise 5 mariti
  • 1869 – A Gardiner (Maine) una donna avvelenò 4 mariti, dopo l’arresto riuscì a lasciare lo Stato e non venne mai processata
  • 1884 – A Varanda (Ungheria) una donna ammise di aver avvelenato i suoi 3 mariti e altre 100 persone
  • 1886 – A Slesia una donna venne arrestata con l’accusa di aver avvelenato i precedenti 4 mariti
  • 1891 – Jane Dorsey venne accusata di aver ucciso i suoi 4 mariti e altre 4 persone (parenti delle vittime)
  • 1891 – Caroline Sorgenfrie uccise 4 mariti avvelenandoli con del “verde di Parigi”, ovvero acetoarsenico di rame (veleno per topi)
  • 1899 – Lulu Johnson avvelenò con l’arsenico 6 mariti
  • 1899 – Lisa Triku avvelenò con massicce dosi di arsenico 4 mariti
  • 1903 – Caroline Pryzgodda avvelenò 4 mariti e tentò di ucciderne un quinto
  • 1905 – Malvina Roester uccise 4 fidanzati con del veleno estratto da fiori
  • 1906 – A Knez (Ungheria) una donna avvelenò 4 mariti
  • 1908 – Belle Gunness uccise 2 mariti e altre 40-60 persone
  • 1912 – Frau Kapruczan confessò di aver ucciso i propri 4 mariti ed aiutato ad ucciderne 5
  • 1916 – Amy Archer Gilligan uccise 2 mariti e altre 5-48 persone
  • 1918 – Taitù Batùl uccise con metodi differenti i suoi 10 mariti
  • 1921 – Lyda Trueblood Southard uccise 4 mariti, il fratello, e l’unica figlia
  • 1923 – Tillie Klimek uccise 4 mariti e un’altra dozzina di persone tra cugini e parenti
  • 1923 – Marie Torosian uccise 6 mariti, anche sua figlia Elize Potegian diventò una vedova nera
  • 1931 – Margaret Summers uccise 5 mariti, 1 nipote e un’altra dozzina di persone tra inquilini e vicini
  • 1954 – Nannie Doss uccise 4 mariti e fu accusata della morte della madre, di due figlie e di altri membri della famiglia
  • 1983 – Judias Welty Buenoano uccise con metodi differenti 4 persone tra fidanzati e mariti, e anche un figlio
  • 1985 – Betty Lou Beets uccise con metodi differenti 5 mariti, fu condannata a morte per iniezione letale
  • 2008 – Betty Neumar venne accusata dell’uccisione di 5 mariti

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Serial killer o assassino seriale: etimologia della parola

Una caratterizzazione che i criminologi chiamano “firma”. Firma dell’omicidio. Una firma che tragicamente si ripete, trasformandosi spesso in una sfida a chi svolge le indagini. La natura compulsiva dell’azione dell’assassino seriale, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotiva e di quella sessuale.

Inevitabilmente tutti, chi prima e chi dopo, ci siamo chiesti: ma chi sono i serial killer? Cosa distingue un assassino seriale da un comune pluriomicida? L’assassino seriale è un pluriomicida, ma con una natura compulsiva. Uccide persone spesso totalmente estranee alla sua vita, con o senza regolarità temporale e con un modus operandi caratteristico.

Una caratterizzazione che i criminologi chiamano “firma”. Firma dell’omicidio. Una firma che tragicamente si ripete, trasformandosi spesso in una sfida a chi svolge le indagini. La natura compulsiva dell’azione dell’assassino seriale, talvolta priva di movente, è in genere legata a traumi della sfera emotiva e di quella sessuale.

Ma prima di imparare a comprendere chi è un assassino seriale, bisogna capire a fondo il senso dell’espressione serial killer. Tradotta successivamente in italiano come assassino seriale, viene usata a partire dagli anni ‘70 del Novecento, decennio in cui negli Stati Uniti d’America giungono sotto i riflettori della cronaca i primi casi eclatanti: Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Anche se, in realtà, è dalla notte dei tempi che questa tipologia di criminale agisce.

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La definizione di serial killer, usata la prima volta dal profiler dell’FBI Robert Ressler, ha principalmente lo scopo di distinguere il comportamento di chi uccide ripetutamente nel tempo, concedendosi alcune pause di raffreddamento, dagli omicidi plurimi che si rendono colpevoli di stragi, ossia gli spree killer, come l’autore del massacro al Virginia Polytechnic Institute, o quello del disastro della Bath School, quello della Strage di Utoya o del massacro della Columbine High School.

Tecnicamente, dopo oltre quarant’anni di studi di un fenomeno che da sempre vede al primo posto come numero di assassini gli Stati Uniti d’America, al secondo la Gran Bretagna e al terzo l’Italia, si considera assassino seriale quel tipo di criminale che compie due o più omicidi distribuiti in un arco relativamente lungo di tempo, intervallati da periodi di raffreddamento durante i quali l’assassino seriale torna a condurre una vita sostanzialmente normale, spesso senza essere costretto a reprimere irrefrenabili e sanguinosi istinti.

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La geografia degli omicidi seriali: dove si uccide di più

Diversi fattori possono contribuire a ciò. Le tecniche di investigazione sono migliori nelle nazioni sviluppate. Le molteplici vittime di uno stesso soggetto vengono rapidamente individuate come collegate, quindi l’arresto del colpevole avviene più rapidamente di quanto non avvenga in una nazione dove la polizia ha meno risorse a disposizione.

Ci sono rapporti decisamente contrastanti circa l’estensione degli omicidi seriali. Negli anni ‘80 del Novecento l’FBI sosteneva che in ogni dato momento ci sono all’incirca 35 serial killer attivi negli Stati Uniti, indicando con ciò che gli assassini seriali in questione hanno commesso il loro primo omicidio e non sono ancora stati assicurati alla giustizia o fermati con altri mezzi, per esempio suicidio o morte naturale.

Questi numeri di omicidi seriali sono spesso esagerati. Nel suo libro del 1990 “Serial Killers: The Growing Menace”, Joel Norris sostiene che esistono 500 assassini seriali attivi negli Usa in ogni dato momento, che provocano 5.000 vittime all’anno, il che significa approssimativamente un quarto degli omicidi seriali noti della nazione. Queste statistiche sono considerate sospette e non sostenute da prove.

Alcuni hanno affermato che coloro che studiano o scrivono degli omicidi seriali, siano essi impegnati in una professione legale o giornalisti, abbia un interesse nascosto nell’esagerare la minaccia di tali soggetti. In termini di casi riportati appaiono esserci molti più assassini seriali attivi nelle nazioni occidentali sviluppate che altrove.

Diversi fattori possono contribuire a ciò. Le tecniche di investigazione sono migliori nelle nazioni sviluppate. Le molteplici vittime di uno stesso soggetto vengono rapidamente individuate come collegate, quindi l’arresto del colpevole avviene più rapidamente di quanto non avvenga in una nazione dove la polizia ha meno risorse a disposizione.

Le nazioni sviluppate hanno mezzi di informazione altamente competitivi, quindi i casi di omicidi seriali sono riportati più velocemente. I mezzi di informazione negli Usa e nell’Europa Occidentale hanno evitato la censura su larga scala sancita dallo Stato, censura che esiste in certe altre nazioni nelle quali le storie relative a omicidi seriali sono state eliminate.

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Un esempio è il caso dell’Ucraina con il serial killer Andrej Romanovic Cikatilo, le cui attività continuarono non citate e scarsamente investigate dalla polizia dell’ex Unione Sovietica, a causa dell’idea che solo nelle ipoteticamente corrotte nazioni capitaliste occidentali questo tipo di assassini proliferava.

Dopo il crollo dell’Urss spuntano diversi rapporti prolifici su assassini seriali i cui crimini vengono precedentemente nascosti dietro la Cortina di ferro. Le differenze culturali potrebbero render conto di un più ampio numero di assassini seriali, non solo di un maggior numero di casi riportati.

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Chi sono i serial killer e perché uccidono per piacere

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

Tra le più celebri serial killer donne si possono ricordare Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Rosemary West, Erzsébet Báthory, Delphine Lalaurie, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Ann Cotton, Jeanne Weber, Beverly Allitt, Karla Homolka e le sorelle Delfina e María de Jesús González.

Molte serial killer sono considerate vedove nere, cioè donne che uccidono prevalentemente per ragioni economiche o di guadagno, e che preferiscono avvelenare o strangolare le loro vittime, mentre per i serial killer maschi l’omicidio comprende un grande coinvolgimento fisico e ciò include quindi armi bianche, armi da fuoco, oppure qualsiasi altro oggetto che possa essere utilizzato come arma.

Le motivazioni psicologiche del serial killer nell’omicidio possono essere estremamente diverse, ma in buona parte dei casi sono legate a pulsioni verso l’esercizio del potere o a pulsioni sessuali, soprattutto con connotazioni sadiche. La psicologia dell’assassino seriale è spesso caratterizzata da una sensazione di inadeguatezza e da un basso livello di autostima, legati talvolta a traumi infantili come umiliazioni, bullismo o abusi sessuali, oppure a una condizione socio-economica particolarmente deprimente.

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Il crimine costituisce per il serial killer, in questi casi, una fonte di compensazione da cui trarre una sensazione di potenza e di riscatto sociale. Queste sensazioni possono derivare sia dall’atto omicida in sé sia dalla convinzione di poter superare in astuzia la polizia.

L’incapacità di provare empatia con la sofferenza delle proprie vittime, altra caratteristica comune agli assassini seriali, è frequentemente descritta con aggettivi come “psicopatica” o “sociopatica”. Associata al sadismo e al desiderio di potere, può condurre alla tortura delle proprie vittime o a tecniche di uccisione che coinvolgono un supplizio prolungato nel tempo della vittima.

Data la natura morbosa, psicopatica e sociopatica, della condotta criminale del serial killer, nella maggior parte dei processi l’avvocato difensore invoca l’infermità mentale. Questa linea di difesa fallisce però quasi sistematicamente nei sistemi giudiziari come quello degli Stati Uniti, in cui l’infermità mentale è definita come l’incapacità di distinguere bene e male nel momento in cui l’atto criminale si è consumato. I crimini degli assassini seriali sono quasi sempre premeditati e l’omicida stesso trova non raramente la propria motivazione nella consapevolezza del loro significato morale.

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Nella testa dell’omicida seriale: perché uccide le vittime

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano. È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

Proviamo ad entrare nella testa dell’omicida seriale e capire perché uccide le vittime. Molti assassini seriali hanno disfunzioni di fondo. Frequentemente sono stati maltrattati da bambini fisicamente, psicologicamente e sessualmente, anche se ci sono stati dei casi documentati determinatisi in assenza di abusi di qualunque tipo. Da questo potrebbe derivare una vicina relazione tra gli abusi subiti durante l’infanzia e i loro crimini.

Per esempio John Wayne Gacy veniva spesso malmenato dal padre, deriso come “femminella” e insultato. Da adulto, Gacy avrebbe stuprato e torturato trentatré ragazzi accusandoli di essere “finocchi” e “femminelle”. Anche Albert Fish all’età di cinque anni viene preso a frustate nell’orfanotrofio. Da qui sviluppa le sue parafilie. Gacy è sposato con una donna ed identificato come eterosessuale.

Carroll Cole, invece, è stato violentato dalla madre, che voleva dei rapporti extra-matrimoniali e forzava Cole a vedere, picchiandolo e ordinandogli di assicurarle che non avrebbe mai rivelato al padre quel terribile segreto. In età adulta, Cole uccide ogni donna “persa” che gli ricordasse sua madre, in particolar modo quelle donne sposate che cercavano avventure sessuali all’insaputa dei mariti.

Pedro Alonso López, che nutre un grande odio verso la madre, commette almeno 110 omicidi: tutte le vittime sono donne che vuole punire per la misoginia che sviluppa negli anni. Henry Lee Lucas vagabonda per gli Stati Uniti – uccidendo – con il compagno Ottis Toole un numero compreso tra le 11 e le oltre 130 persone perché sua madre era solita a picchiarlo e dominarlo da piccolo.

Edmund Kemper viene malmenato dalla madre e da qui sviluppa le sue fantasie violente. Sia Lucas sia Kemper da grandi uccidono la madre. Ed Gein è figlio di una donna luterana e fanatica religiosa, aveva trasmesso ai figli il concetto dell’innata immoralità del mondo, l’odio verso l’alcolismo e che tutte le donne (esclusa lei) fossero prostitute.

Inoltre, il sesso è accettabile soltanto al fine di procreare. Ogni pomeriggio, Kemper legge ai propri figli la Bibbia, in particolare passi dell’Antico Testamento dove si parla di morte, omicidio e punizione divina. Una volta, sorprendendolo mentre si masturbava nella vasca da bagno, gli afferrò i genitali chiamandoli la “maledizione dell’uomo” e lo immerse nell’acqua bollente per punirlo.

Alcuni assassini seriali non sembrano essere soggetti a nessun tipo di abuso durante l’infanzia, anche se possono non essere stati riconosciuti e ceduti per l’adozione, o sono solo passati di parente in parente, creando il sentimento e la sensazione di non essere desiderati e senza radici, come ad esempio Ted Bundy o Gerald Stano.

È spesso impossibile sapere esattamente cosa sia successo durante l’infanzia di ognuno, così alcuni di loro possono negare di aver subito abusi, mentre altri possono ingiustamente dichiarare proprio di aver subito abusi. In tal modo sperano di catturare la compassione delle altre persone e dire agli psicologi ciò che desiderano sentirsi dire.

L’elemento di fantasia negli assassini seriali non deve essere sovraenfatizzato. Essi iniziano spesso fantasticando circa l’assassinio durante l’adolescenza o anche prima. Le loro vite immaginarie sono molto ricche ed essi sognano ad occhi aperti in modo compulsivo di dominare e uccidere le persone, spesso con elementi molto specifici della fantasia omicida che diverranno evidenti nei loro crimini reali.

Alcuni assassini sono influenzati da letture sull’Olocausto e fantasticano sull’essere responsabili di campi di concentramento. Comunque in questi casi non è l’ideologia politica del nazismo ciò di cui godono o che li ispira, ma semplicemente l’attrazione per la brutalità e il sadismo della sua applicazione.

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Omicida seriale, i segnali della Triade di MacDonals

Altri serial killer godono della lettura delle opere del Marchese de Sade, dal cui nome deriva il termine “sadismo” per via delle sue storie zeppe di stupri, perversioni, torture e omicidi. Molti fanno uso di pornografia, spesso del tipo violento che riguarda il bondage, anche se leggono pure riviste in cui vengono narrati veri casi di omicidio. Altri possono essere affascinati ed eccitati da materiale meno discutibile. Jeffrey Dahmer, per esempio, affascinato dal personaggio dell’Imperatore Palpatine de “Il ritorno dello Jedi”, comprò addirittura delle lenti a contatto gialle per poter somigliare al personaggio malvagio, mentre diversi assassini seriali affermano che le loro fantasie sono state influenzate dalla Bibbia, in particolare dal Libro dell’apocalisse.

È il caso di Earle Nelson, omicida statunitense che strangola e abusa dei cadaveri di almeno 22 o 25 donne. Alcuni assassini seriali mostrano nella fanciullezza uno o più segnali di avvertimento noti come Triade di MacDonald.

  • Accendere fuochi (piromania) invariabilmente solo per il gusto di distruggere le cose.
  • Crudeltà verso gli animali (zoosadismo). Molti bambini possono essere crudeli verso gli animali, per esempio strappando le zampe ai ragni, ma i futuri serial killer spesso uccidono e abusano di animali più grossi come cani e gatti, frequentemente solo per il loro piacere solitario, invece che per impressionare i loro pari.
  • Bagnare il letto (enuresi) oltre l’età in cui i bambini cessano tale comportamento.

Questa triade che viene teorizzata nel 1963, recentemente, è stata messa in discussione dai ricercatori. Molti bambini e adolescenti accendono fuochi o nuocciono ad animali per diverse ragioni quali noia, imitazione delle punizioni date dagli adulti agli animali domestici, esplorazione di un’identità da “duro”, o perfino sentimenti di frustrazione. È quindi difficile sapere se queste variabili siano davvero rilevanti per l’eziologia dell’assassinio seriale e, se così fosse, quanto lo siano con precisione. Molti assassini seriali dichiarano di aver compiuto il loro primo omicidio verso i 20-25 anni, anche se questo dato può variare anche di molto.

Ce ne sono alcuni che dichiarano di aver ucciso per la prima volta verso i 38 anni, mentre altri a 15 anni ammettono di aver compiuto quattro omicidi nei due anni precedenti. Per esempio, Mary Bell massacra con la complice due bambini all’età di 11 anni. Jesse Pomeroy e Seito Sakakibara compiono due omicidi all’età di 14 anni.

Giorgio William Vizzardelli uccide per la prima volta a circa 15 anni. Pedro Rodrigues Filho fa le sue prime due vittime a 14 anni. Cayetano Santos Godino uccide la sua prima vittima, un neonato, all’età di 7 anni. Valentino Pesenti nel 1976 uccide a coltellate la sua prima vittima all’età di 16 anni. Jean Grenier nel 1600 uccide e cannibalizza alcuni bambini all’età di 15 anni. L’adolescente americano Rod Ferrell, ha solo 16 anni quando nel 1996 uccide una coppia sposata in Florida e beve il loro sangue.

Tuttavia esiste anche una piccola percentuale di serial killer che decide di dare libero sfogo alla propria furia omicida solamente dopo aver raggiunto la mezza età o addirittura oltre. Per esempio, Andrej Romanovič Čikatilo, il Mostro di Rostov autore di almeno 53 omicidi, commette il suo primo delitto quando ha 42 anni. Albert Fish uccide per la prima volta a circa trent’anni.

Continua a uccidere e commettere stupri e atti di cannibalismo fin quando ha quasi sessant’anni. Vasili Komaroff, il Lupo di Mosca, inizia a uccidere e derubare le sue vittime a partire dagli anni Venti del secolo scorso, all’età di circa 50 anni. Questa, secondo molte teorie, sarebbe una specie di tattica evasiva in quanto, anche se l’assassino dovesse essere preso dalla polizia, non dovrebbe affrontare il problema di trascorrere una vita intera in carcere, ma semplicemente viverci i pochi anni che gli restano.

Molti esperti sostengono che una volta compiuto il primo omicidio, è praticamente impossibile o comunque molto raro che un assassino seriale si fermi. Recentemente questa posizione è stata ripresa in considerazione in quanto nuovi assassini seriali sono stati catturati grazie a mezzi come il test del DNA oggi a disposizione degli investigatori. In particolar modo gli assassini seriali che sono stati catturati grazie a questi test sono proprio quelli che non sono in grado di controllare i propri impulsi omicidi. Così questi assassini seriali sono fortemente presenti nelle statistiche degli uccisori assicurati alla giustizia.

La frequenza con cui reclamano le loro vittime può anch’essa variare molto. Juan Corona uccide almeno 25 persone in sole sei settimane mentre Frederick West e sua moglie Rosemary fecero 12 vittime in un periodo di venti anni. Valentino Pesenti fa 4 vittime in quindici anni, mentre Josef Schwab ne fa 5 in cinque giorni. Jeffrey Dahmer uccide 17 ragazzi in tredici anni, mentre Donato Bilancia uccide 17 persone in sei mesi. Luis Alfredo Garavito ammazza a colpi di machete almeno 140 (si pensa fino a 172 bambini) in circa 8 anni, mentre Hu Wanlin avvelena almeno 146 persone in un anno e mezzo circa.

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La criminologia per capire assassini e omicidi seriali

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia è l’insieme ordinato delle conoscenze empiriche sul crimine, sul criminale, compresi i serial killer, sulla condotta socialmente deviante e sul controllo di tale condotta e sulla vittima. Dal punto di vista storico, i primi albori della criminologia si hanno con l’affermarsi della cultura illuminista nel XVIII secolo e in particolare con l’intellettuale giurista italiano Cesare Beccaria e il suo trattato “Dei delitti e delle pene”. Nasce in questo contesto la cosiddetta scuola classica, imperniata sui concetti liberistici del diritto penale.

Successivamente, nell’XIX secolo, con lo sviluppo delle scienze empiriche (psicologia, sociologia, antropologia), nasce la scuola positiva, che si articola in due direzioni: lo studio dell’uomo che delinque secondo l’approccio medico-biologico dell’antropologia criminale (Cesare Lombroso), e lo studio sociologico delle condizioni che favoriscono la commissione “differenziale” di reati in funzione del ceto sociale di appartenenza.

In seguito, con il moltiplicarsi delle ricerche e delle conoscenze psicologiche, la scuola positiva assume un indirizzo psicopatologico e psichiatrico. La delusione conseguente alle eccessive aspettative che si erano formate in relazione alla possibilità di affrontare scientificamente i problemi della criminalità porterà all’emergere degli approcci di criminologia critica (di impostazione marxista) e di “anticriminologia” da un lato, e dall’altro al riemergere della scuola classica nel filone oggi denominato “neoclassico”: questo in Italia, caratterizzato, come è noto, dall’avversione per le scienze sociali da parte delle ideologie politicamente dominanti.

Negli Stati Uniti e nei paesi anglosassoni, diversamente che in Italia, la criminologia, a partire dagli anni venti del XX secolo, si qualifica come disciplina prevalentemente sociologica. Può dirsi, in definitiva, che la criminologia costituisca il punto di incontro e di dibattito di tutti i contributi scientifici al problema del delinquente in quanto persona e della criminalità come fenomeno sociale, oltre che a quello delle forme più adeguate a fini di prevenzione, trattamento e controllo della criminalità.

La criminologia moderna non può essere definita una scienza in senso stretto, ma come un fascio di discipline definite dal loro oggetto comune, il reo e/o il reato. Essa, in realtà, si esaurisce nelle discipline che, a vario titolo, si occupano, ciascuna dal proprio punto di vista, di tale oggetto: fra le scienze empiriche troviamo la sociologia, la psicologia, la psichiatria, la biologia, la genetica, le neuroscienze in generale (anche se il loro contributo alla criminologia è stato grandemente sopravvalutato), e fra le scienze normative il diritto penale e il diritto penitenziario.

La criminologia studia i reati e gli autori

Oggetti fondamentali di studio sono i reati, la cui definizione è sociale e normativa, e i loro autori. Sono stati fatti in passato tentativi di arrivare a definire dei delitti “naturali”, condivisi come tali da tutte le culture, ma essi hanno portato sostanzialmente a un nulla di fatto. Il delitto, in questo senso, non può essere inteso come fatto biologico o “assoluto”, ma come frutto di una certa definizione sociale che varia in funzione del tempo (storia) e dello spazio (geografia), ossia varia da cultura a cultura. Crimine, diritto e cultura sono pertanto concetti profondamente interrelati tra loro.

Tradizionalmente la criminologia si è occupata dello studio della personalità del delinquente, cui hanno contribuito le principali scuole sviluppatesi in ambito psicologico-clinico a partire dalla nascita della psicologia come scienza nell’Ottocento (psicologia sperimentale, antropologia criminale, psicoanalisi e principali scuole psicodinamiche, scuole comportamentistiche e più recentemente cognitiviste, scuole psicologico-sociali, scuole sistemiche e di dinamica familiare; studio della delinquenza tramite i principali reattivi psicodiagnostici).

Per ottenere questi risultati, la criminologia si è avvalsa sia di tecniche quantitative di indagine, sia di tecniche qualitative (attualmente in fase di sviluppo dopo l’ondata quantitativa degli anni ‘70-‘80 del secolo scorso) più tese a studiare in profondità casi singoli o piccoli gruppi di autori. Non vanno dimenticate le metodologie connesse alle scuole interazioniste, dell’“osservazione partecipante”, in cui lo studioso partecipa direttamente al fenomeno che intende studiare.

Dal punto di vista descrittivo, la criminologia si occupa sia dell’epidemiologia dei principali delitti, ossia il modo in cui essi si manifestano concretamente: omicidio, violenza sessuale, reati legati al consumo di sostanze stupefacenti, crimini economici e dei colletti bianchi, delinquenza comune e organizzata, terrorismo, etc; sia delle caratteristiche degli autori dei delitti stessi, della loro maggiore o minore propensione a delinquere, nonché dei fattori di rischio correlati al comportamento criminale.

L’analisi epidemiologica della criminalità ha evidenziato, ad esempio, che la tendenza all’agire criminale è molto più frequente (circa dieci volte di più) nei maschi che nelle femmine, e si concentra nelle fasce giovanili di età, dai 20 ai 35 anni soprattutto. In Italia le statistiche ufficiali della criminalità sono raccolte, elaborate e pubblicate dall’Istituto Nazionale di Statistica. Esse forniscono in particolare i tassi relativi ai vari reati. Il “tasso” di un reato è il numero di casi del reato in questione, registrato in un determinato anno, ogni centomila abitanti. Per esempio un tasso di omicidio volontario dell’1,5 per 100.000 significa che in quell’anno, ogni 100.000 abitanti, si è verificato in media un caso e mezzo di omicidio volontario.

I ricercatori svolgono indagini campionarie

Indagini campionarie a scopo criminologico sono svolte, oltre che dai ricercatori nelle università, anche da altri enti di ricerca, per esempio dal Censis e dalla Doxa. Esse consentono, a titolo di esempio, di studiare la percezione dell’opinione pubblica in materia di criminalità e di misurare quante persone sono state vittime di reati (in questo caso si tratta delle cosiddette “indagini di vittimizzazione”).

Il confronto fra i reati ufficialmente denunciati e quelli realmente commessi, quali risultano dagli studi di vittimizzazione, consente una sia pur sommaria valutazione del “numero oscuro” (i reati commessi ma non denunciati né rilevati ufficialmente, e quindi sempre in numero maggiore rispetto ai reati ufficialmente “contabilizzati”). Il problema della valutazione del “numero oscuro” è una delle maggiori sfide metodologiche per la criminologia.

Un ramo applicativo della criminologia viene denominato “criminologia clinica”. Essa si propone, soprattutto attraverso l’analisi e l’intervento su singoli specifici casi, di formulare una diagnosi, una prognosi e una possibile terapia di trattamento relativamente agli autori di reati. La “diagnosi” punta a ricostruire i fattori e le condizioni che hanno portato alla genesi e all’esecuzione del reato (rispettivamente, “criminogenesi” e “criminodinamica”), la “prognosi” cerca di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale del soggetto, la “terapia” prevede interventi di rieducazione e di assistenza psicologica, con l’obiettivo di risocializzare il reo e di consentirgli una piena reintegrazione sociale.

Un tempo l’analogia con la medicina era interpretata in modo abbastanza letterale, come provano ad esempio gli studi di Lombroso che avevano appunto un carattere marcatamente antropologico-medicale. Oggi invece i termini diagnosi, prognosi e terapia in criminologia vengono usati prevalentemente come metafore di un processo conoscitivo, interpretativo e trattamentale che non pretende più di avere una valenza medica.

Per quanto riguarda la dimensione prognostica, che ha l’obiettivo fondamentale di valutare la maggiore o minore pericolosità sociale di un soggetto, nonché di stimare le maggiori o minori probabilità di recupero sociale per quel soggetto, un modello previsionale che ha avuto notevole successo in passato è quello sviluppato dai coniugi Eleanor e Sheldon Glueck.

Questo modello ipotizza che tre gruppi di variabili consentano di prevedere la maggiore o minore probabilità di incorrere in una “carriera criminale”:

Variabili legate alla famiglia di origine: clima familiare, atteggiamenti dei genitori, valori o controvalori trasmessi…

Variabili legate alla struttura della personalità del soggetto: stabilità o instabilità emotiva, resistenza o meno alla frustrazione, maggiore o minore impulsività…

Variabili legate ai concreti comportamenti espletati dal soggetto: maggiore o minore precocità di manifestazione di episodi devianti, tendenza o meno alla recidiva, tendenza o meno a fare uso di sostanze voluttuarie o stupefacenti…

Lo studio delle tossicodipendenze e quello delle malattie mentali, nei possibili risvolti criminologici, è di competenza della criminologia clinica e della psichiatria e psicopatologia forense: queste ultime discipline, in Italia, a differenza di quanto avviene all’estero, sono piuttosto vicine alla criminologia in senso stretto. Tale fenomeno discende dalla collocazione accademica prevalentemente medica della disciplina in Italia, a differenza dai Paesi anglosassoni e dalla maggioranza degli altri paesi europei.

Il maggiore campo applicativo della criminologia

Il maggiore campo applicativo di queste discipline riguarda la questione dell’imputabilità, a sua volta collegata alla valutazione della capacità di intendere e di volere. Per la legge italiana, se manca pienamente la capacità di intendere o di volere, chi ha commesso il reato non è imputabile, e nei suoi confronti vengono disposte misure di sicurezza a carattere anche terapeutico. Se invece la capacità di intendere o di volere è grandemente scemata, il criminale è imputabile ma la pena è diminuita e vengono disposte misure di sicurezza.

Parzialmente sovrapponibile alla psichiatria forense (ma non sostitutiva) è la criminologia clinica: la psichiatria si pone prevalentemente il compito della diagnosi, mentre la criminologia clinica, più specificatamente, quello dello studio della criminodinamica e della criminogenesi, per usare l’antica ma ancora efficace terminologia di Etienne de Greeff.

Spesso si confonde, da parte dei mass media, la criminologia con la criminalistica, o con l’investigazione criminale: mentre la criminologia è una scienza che studia i reati, gli autori di reato e le possibili misure per prevenire, trattare e controllare il delitto, l’investigazione concerne attività volte a scoprire “chi” abbia commesso il delitto in modo specifico, messe in atto dalle forze di polizia giudiziaria e dalla difesa dell’indagato/imputato di reati, e la criminalistica fornisce alla stessa le metodologie applicative per le indagini, mutuate dalle scienze forensi.

Dai tempi della scoperta delle impronte digitali, la criminalistica ha percorso un lungo cammino. Oggi, ad esempio, l’analisi del dna fornisce un nuovo tipo di impronta, che consente di risalire con notevoli livelli di precisione alla individuazione dell’autore di alcuni reati. La cronaca mostra che, sempre con maggiore frequenza, i casi delittuosi vengono affrontati attraverso sofisticate metodologie d’indagine che fanno appello alle scienze forensi, e cioè a quelle svariate discipline che si occupano dell’esame di reperti e tracce rinvenute sulla scena di un reato.

Si può ritenere che anche la psicologia criminale e la psicologia investigativa appartengano alle scienze criminali, la prima alle scienze criminologiche, e la seconda alle scienze forensi. Nel caso dell’atto criminale una relazione interpersonale si instaura tra il criminale e la vittima. Dunque le modalità e le motivazioni che stanno dietro le azioni criminali di un soggetto sono direttamente collegabili a quelle che lo accompagnano in qualunque altro rapporto interpersonale.

Uno degli obiettivi della psicologia criminale e investigativa è quello di contribuire alla definizione del cosiddetto “profilo psicologico” del possibile autore di una serie di reati, attraverso una serie di comparazioni fra le evidenze investigative (ad esempio, i rilievi fotografici) e le evidenze psicologico-relazionali (come gli elementi indicatori di aspetti psicologici e cognitivi della persona che ha commesso il reato). Questa operazione è generalmente chiamata profilazione criminale.

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Cos’è la criminalistica? Cosa studia dei serial killer?

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

La criminalistica è la disciplina che serve a studiare e successivamente ad archiviare e a diffondere dati e indici statistici sulla criminalità. Queste statistiche sono rilevate e registrate da molti Paesi e sono oggetto di studio da parte di diverse organizzazioni internazionali, tra cui l’Interpol e le Nazioni Unite. Le istituzioni legali in alcune nazioni, come ad esempio l’FBI negli Stati Uniti e l’Home Office nel Regno Unito pubblicano periodicamente degli indici che servono come fonti principali per molte ricerche.

Esistono diversi metodi di misurazione per la criminalistica, tra cui questionari “porta a porta”, rilevazioni provenienti dal pronto soccorso o dalle scienze attuariali, registri della polizia o altre istituzioni di difesa sociale. Queste ultime sono le più frequenti, ma molti reati non sono rilevati affatto. Alcune ricerche sono molto più interessanti ed utili rispetto ai dati ufficiali che, per la propria natura autoreferenziale, non coprono tutti i casi e raramente servono a prevenire il crimine, visto che spesso ignorano la fase processuale penale prima della condanna definitiva.

Alcuni dei più frequenti metodi della criminalistica per rilevare i reati sono le banche dati delle forze di polizia che riportano solo i reati denunciati e le vittimizzazioni rilevate, le denunce occasionali che sono più appetibili per reati meno frequenti quali gli omicidi e le rapine a mano armata. In Italia vi sono varie agenzie che offrono indici statistici, Doxa, Censis e Istat. Un’altra fonte sono i servizi postali che rilevano dati sul crimine informatico e sulla pedofilia, il Ministero dell’Interno e alcune riviste tra cui Rassegna Penitenziaria e Criminologica.

Una ricerca condotta in 18 Paesi europei ha scoperto che il livello di criminalità in Europa è diminuito rispetto ai livelli del 1990, e che il livello dei reati comuni mostra un trend calante in America e in Australia e in altri Stati industrializzati. Ricerche europee sono concordi nell’attribuire al mutamento demografico come la causa principale di tale trend. Sebbene gli omicidi e le rapine siano aumentati in America negli anni ‘80 del secolo scorso, nel 2000 erano diminuiti del 40%.

La pratica criminalistica si differenzia non solo tra i Paesi e le giurisdizioni, ma anche tra i diversi sistemi di polizia che, in base alla propria discrezionalità, hanno la facoltà di determinare quanto la criminalità è registrata in base alle proprie pratiche di rilevazione. Inoltre, un ufficiale di un ente pubblico potrebbe registrare un dato e trasferirlo in un’altra agenzia, senza contare che potrebbe passare inosservato a meno che non sia appositamente inserito nelle statistiche ufficiali. Di conseguenza, alcuni reati come la delinquenza minorile potrebbe risultare sottostimata in situazioni dove gli agenti non registrano adeguatamente i reati.

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La criminalistica e l’utilità del tasso criminale

Similmente altre categorie di reati di una certa gravità potrebbero essere rilevate quando c’è qualche forma di incentivo per le forze di polizia. Quasi tutte le infrazioni autostradali, ad esempio sono rilevate tramite sistemi di videosorveglianza perché sono previste delle multe che serviranno a rimpinguare le casse dell’erario ma, allo stesso tempo, è molto difficile che le contravvenzioni effettuate dalla polizia stradale siano registrate a causa della difficoltà di seguire tali eventi caso per caso.

Il tasso criminale è utile per diversi scopi, come la valutazione dell’efficacia delle politiche tese a prevenire la criminalità (difesa sociale) di un quartiere a rischio o di un’intera città o di tutta la nazione, oppure servono dai politici per guadagnare proseliti sull’elettorato. Il computo del tasso criminale serve anche ad arricchire il data base di altri sistemi giudiziari o per stimolare altre ricerche commissionate dal governo. Il metodo comparativo, invece, risulta problematico a causa della differenza esistente tra i sistemi giudiziari di ogni Paese.

A causa della relativa carenza di standard universali, il metodo comparativo a livello internazionale soffre di un severo limite di applicabilità. Molti Stati, comunque, hanno adottato una serie di convenzioni per il computo della criminalità. Innanzitutto, il reato deve essere stato commesso prima di essere registrato, ad esempio quando la polizia trova un’evidenza che sia stato commesso o riceve una verificabile memoria da parte di qualcuno che lo ha denunciato, mentre alcuni Paesi calcolano il reato solo quando inizia il processo.

Molteplici denunce dello stesso reato spesso sono calcolate come una sola, mentre alcuni Stati calcolano ogni denuncia separatamente, alte effettuano il calcolo per ogni vittima. Quando capita che diversi reati sono commessi insieme, solo quello più grave è considerato, mentre alcune nazioni registrano ogni reato separatamente, altre calcolano il caso in base all’autore che ha commesso il fatto.

Quando molti aggressori sono coinvolti nello stesso crimine, il calcolo è effettuato in base ad uno solo di questi, mentre gli altri rientrano nel computo solo in base all’arresto. La delinquenza è rilevata nel momento in cui il fatto assurge agli onori della cronaca, mentre altri paesi effettuano il computo arbitrariamente. I reati per i quali non sono previste sanzioni penali sfuggono alla rilevazione, come i suicidi ed il vagabondaggio.

Studi che vanno oltre le banche dati della polizia

Le banche dati della polizia spesso tendono a riflettere la produttività degli agenti di polizia e possono trascurare diverse evidenze, in quanto gli agenti rilevano solo ciò che sono intenti a fare, come gli omicidi e i furti, mentre i reati da phishing sono rilevati da altre agenzie. Le statistiche dunque, in mano a personale differente, possono risultare fuorvianti.

Per capirci: se la polizia interviene, dopo una telefonata del vicinato, nel bel mezzo di una violenza domestica, gli agenti possono decidere di arrestare qualcuno della coppia, in particolare l’uomo, perché nell’immaginario collettivo la donna si occupa della cura dei figli, a monte del reale motivo della lite. Tale prassi giudiziaria non considera il punto di vista della vittima in quanto non si basa su alcuna evidenza empirica. In questi casi c’è un generale orientamento a valutare un crimine più per ciò che rappresenta a livello sociale che in base al caso particolare.

Un modo per scoprire come le indagini vittimologiche siano utili, è quando evidenziano quei tipi di reati che non sono rilevati normalmente dalle forze di polizia, mentre altri tipi di reati sono sottostimati. Le ricerche in proposito offrono alcuni dettagli su come sono registrati i crimini e su come la gravità dell’offesa può servire ad aumentare il livello di attenzione, mentre l’opportunità della rilevazione, il coinvolgimento di altri partner nonché la natura dell’offesa tendono a ridurlo.

Ciò permette di assegnare degli intervalli di confidenza alle statistiche, come i furti di motocicli sono generalmente denunciati perché la vittima può aver bisogno del risarcimento dalla polizza assicurativa, mentre la violenza domestica, l’abuso minorile e la violenza sessuale sono spesso sottostimati a causa dell’intimità delle relazioni coinvolte o dell’imbarazzo che può inibire la vittima a denunciare il proprio carnefice.

I tentativi di impiegare il metodo comparativo delle indagini vittimologiche tra diverse nazioni sono falliti in passato. Una ricerca recente, però, permette di contrastare tale trend. Si tratta del “International Crime Victims Survey” iniziata nel 1989 e rifinanziata per ben sei volte fino al 2009 pubblicando una serie di risultati interessanti in merito.

Come classificare i reati criminali

Allo scopo di rilevare il crimine con efficacia, alcuni reati hanno bisogno di essere classificati e distinti in gruppi o categorie particolari in modo da essere comparati secondo una visuale olistica. Mentre molti sistemi giudiziari possono probabilmente convenire su cosa rappresenta un delitto, classificare un omicidio può, invece, sembrare più ostico, mentre un reato contro la persona può ampiamente differenziarsi. Differenti sistemi penali, dunque, spesso indicano diverse evidenze criminali che variano in base alle diverse giurisdizioni.

La sanzione per un reato può distinguersi, inoltre, in base alla cauzione o in base al tipo di reclusione. Il livello di sanzione può determinare cosa rappresenta o meno un reato: alcune giurisdizioni possono avere certe fattispecie penali che non esistono in altre. I sistemi di classificazione sono orientati a superare tali limiti, sebbene differenti giurisdizioni rilevano le categorie di reati in maniera differente. Alcuni sistemi si concentrano su specifiche categorie quali l’omicidio, la rapina, il furto con scasso e la sottrazione di beni di valore. Altri sistemi come quello australiano tendono ad essere di tipo olistico.

I criminologi sono intenti ad implementare degli indicatori sempre più efficaci ed universali. Indicatori statistici semplici, in particolare, includono cifre sui reati, sulla vittimizzazione, sul tasso criminale, generalmente con rilevazioni a lungo termine. Indicatori più complessi presentano dati su vittime ed aggressori sulla base della continuità e della recidiva. La vittimizzazione può essere misurata quando la stessa persona subisce la reiterazione del medesimo reato, spesso dal medesimo aggressore. Il tasso di recidiva serve per valutare l’efficacia degli interventi e di trattamenti di assistenza sociale per i liberati dal carcere. Ecco cos’è la criminalistica.

C’è assassino e assassino: tutte le tipologie di serial killer

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

I criminologi e le istituzioni come l’FBI identificano diversi tipi di assassini seriali. In generale, i serial killer sono classificabili in due grandi categorie: assassino seriale organizzato e assassino seriale disorganizzato. Un’altra classificazione in parte indipendente riguarda invece le motivazioni specifiche dell’omicida. Gli assassini seriali possono essere anche classificati in differenti categorie in base alle motivazioni che li spingono a uccidere, cioè al “movente” dei delitti.

L’assassino organizzato è un uccisore lucido, spesso molto intelligente, metodico nella pianificazione dei crimini. I serial killer organizzati mantengono un alto livello di controllo sull’andamento del delitto. Non di rado hanno conoscenze specifiche sui metodi della polizia, che applicano allo scopo di occultare scientificamente le prove. Seguono con attenzione l’andamento delle indagini attraverso i mass media e concepiscono i loro omicidi come progetti di alto livello. Spesso questo tipo di assassino ha una vita sociale ordinaria: amici, amanti, o addirittura una famiglia.

L’assassino disorganizzato agisce impulsivamente, uccidendo quando se ne verifica l’occasione, senza una reale pianificazione. Spesso, l’assassino disorganizzato ha un basso livello culturale e un quoziente intellettivo non eccelso. Non sono metodici, non occultano le tracce, sebbene siano talvolta in grado di sfuggire alle indagini per qualche tempo, principalmente spostandosi velocemente e grazie alla natura intrinsecamente “disordinata” del loro comportamento su lunghi archi di tempo. Questo genere di assassino in genere ha una vita sociale e affettiva estremamente carente e a volte qualche forma di disturbo mentale.

Questa classificazione si riflette sulla scena del crimine attraverso indicatori, più o meno significativi, che possono aiutare gli investigatori a tracciare un primo profilo del responsabile. In particolare il livello di organizzazione si potrà evincere dalla presenza o meno sulla scena del delitto dell’arma utilizzata, dal tipo di quest’ultima, dalla verifica della corrispondenza tra luogo dell’uccisione e luogo del ritrovamento, dalla presenza di tracce o altri elementi utili all’individuazione del responsabile.

Nello specifico possiamo dire che un assassino organizzato tende a portare sul luogo del delitto l’arma o le armi che utilizzerà per commetterlo, così come provvederà a portarle via una volta completato il suo disegno criminoso. Viceversa un tipo disorganizzato tenderà ad utilizzare oggetti trovati sul luogo del delitto e, a volte, potrà lasciarli sul posto all’atto della fuga. La presenza di tracce quali impronte latenti sulla scena rivela una disorganizzazione tipica del secondo tipo mentre ben difficilmente troveremo elementi utili qualora il responsabile appartenga alla prima categoria.

Va detto che questi, come altri indicatori, entrano a far parte di un profilo criminologico dell’autore che, lungi dall’essere prova certa ed inconfutabile, può comunque costituire un valido aiuto nella ricerca del responsabile. Un esempio d’omicida seriale disorganizzato è Richard Trenton Chase.

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Cosa spinge un assassino seriale ad uccidere

Visionari e allucinati. Contrariamente a quanto si potrebbe supporre, non è frequente che l’assassino seriale abbia disturbi mentali importanti, per esempio schizofrenia. In qualche raro caso, tuttavia, un assassino seriale può corrispondere a questo stereotipo e letteralmente uccidere “seguendo le istruzioni di voci nella sua testa” o come conseguenza di esperienze di tipo allucinatorio. Herbert Mullin massacrò tredici persone perché una voce gli diceva che questo sacrificio avrebbe salvato la California dal terremoto. Ed Gein pensava di poter preservare l’anima di sua madre mangiando il corpo di donne che le assomigliavano fisicamente.

Missionari e rituali. Alcuni serial killer concepiscono i loro omicidi come una missione. Per esempio, lo scopo di un assassino seriale “in missione” può essere quello di “ripulire la società” da una certa categoria (spesso prostitute, come per i casi di Saeed Hanaei, Benjamin Atkins e Gary Ridgway, o membri di determinati gruppi etnici, come Elias Xitavhudzi).

Spesso sono dei fanatici religiosi (come Earle Nelson e il satanista Richard Ramirez) o politici, e lasciano dei messaggi per rivendicare e motivare le proprie azioni (come “Jack lo Squartatore”, David Berkowitz, Albert Fish, Zodiaco o la coppia italiana nota come Ludwig, secondo molti anche il Mostro di Firenze). In altri casi pensano di ricevere dei poteri magici dalle uccisioni (come talvolta è successo in Indonesia: il caso più noto è quello di Ahmad Suradji).

In un altro caso dell’inizio Novecento, una fattucchiera di nome Enriqueta Martí rapì e uccise almeno 10 bambini a Barcellona per bollirli e ricavarci delle pozioni magiche che vendeva a personaggi di spicco. Arrestata, fu uccisa in carcere. Infine Leonarda Cianciulli nel 1940 uccise tre donne a Correggio e ne trasformò i cadaveri in saponette e biscotti (che lei stessa mangiò) perché pensava che il loro sacrificio le salvasse i figli.

Gilles de Rais nel Quattrocento torturò, stuprò e uccise almeno 140 bambini perché pensava che il loro sacrificio avrebbe liberato il suo castello da una maledizione. Thug Behram tra il 1790 e il 1830 circa strangolò almeno 125 persone con il lembo del suo mantello. Sacrificò le vittime alla dea Kali. Sachiko Eto, una donna giapponese arrestata nel 1995, uccise a bastonate 6 membri di una sua setta esoterica per “esorcizzarli”.

Tipu Sahib (1750-1799), il sultano di Mysare (India), si credeva il servitore scelto da Maometto che avrebbe dovuto punire gli “infedeli”: allora si mise a sodomizzare ogni europeo che incontrava, forse perché li odiava. In particolare si accanì sui bambini: li castrava, li stuprava sotto un pesante effetto di droghe, li bruciava su un rogo o li defenestrava.

Muti murders. Più in generale, in alcune zone dell’Africa, del Messico e di Haiti esistono dei riti (Palo Mayombe, JuJu, Jambola, Las Matanzas, Voodoo e maolti altri) in cui si praticano dei sacrifici umani. Spesso vengono sacrificati dei bambini. Le uccisioni dell’assassino seriale hanno lo scopo di “portare fortuna” alla persona che ne ha fatto richiesta. Questi omicidi sono detti muti murders, o omicidi per guarigione.

Adolfo Constanzo e Sara Aldrete uccisero a Matamoros tra le 38 e le 60 persone ispirandosi a questi riti. Il loro obbiettivo era quello di proteggere i narcotrafficanti. Costanzo inoltre era in possesso di una collana di vertebre umane. In Sudafrica Moses Mokgethi uccise sei bambini e li squartò. Vendette il loro cuore, fegato e genitali ad un affarista per “migliorare la sua fortuna”. Ad Haiti in alcuni rituali si fa cadere in un coma molto profondo una persona con una sostanza speciale. Dopo alcuni giorni, il sacerdote la fa risvegliare con l’antidoto apposito.

In alcuni casi il muti murderer non la risveglia, causando così la sua morte. I casi di omicidio rituale-propiziatorio si fanno risalire alla preistoria e al mondo antico. Un caso molto noto è quello degli Aztechi, un popolo precolombiano sterminato nel 1500 dai Conquistadores: il sacerdote disponeva la vittima ancora viva su un altare collocato in cima ad un alto tempio, con un coltello di pietra le strappava il cuore e lo offriva al Dio del Sole, Huitzilopochtli. Peraltro i culti del Messico sono ispirati a quello azteco.

Edonistici. Questo assassino seriale uccide con lo scopo di provare piacere. Alcuni amano la “caccia” più che l’omicidio in sé. Altri torturano o violentano le loro vittime mossi da sadismo. Altri ancora uccidono le vittime velocemente per indulgere in altre forme di attività come la necrofilia o il cannibalismo. Il piacere per questi uccisori seriali è spesso di natura sessuale, o ha un analogo andamento e un’analoga intensità pur non essendo riconducibile ad alcun atto esplicitamente sessuale (David Berkowitz, per esempio, provava un piacere sconvolgente nello sparare a coppie appartate, ma non si avvicinava neppure alle vittime).

Dominatori. È il tipo più comune di assassino seriale. Il principale scopo dell’assassino in questo caso è quello di esercitare potere sulle proprie vittime, in tal caso contribuendo al rafforzamento della propria stima di sé nel senso della propria forza fisica e morale. Questo tipo di comportamento è spesso inteso (inconsciamente o consciamente) come compensazione di abusi subiti dall’omicida nell’infanzia o nella vita adulta. Molti uccisori che violentano le proprie vittime non ricadono nella categoria “edonistica” perché il piacere che provano da questa violenza è secondario, se non addirittura assente. La violenza stessa riproduce, fedelmente o simbolicamente, una violenza subita in passato. Ted Bundy rappresenta il prototipo ideale di questa categoria di assassino seriale.

Angeli della morte. Detti anche angeli della misericordia, sono gli assassini seriali che agiscono in ambito medico. La denominazione deriva dal soprannome dato al medico nazista Josef Mengele, famoso per la sua freddezza e per il pieno potere che aveva riguardo alla vita e alla morte dei prigionieri. Gli angeli della morte commettono i loro omicidi iniettando sostanze letali ai pazienti di cui si prendono cura e, anche se dichiarano di agire convinti di liberare le loro vittime dalle sofferenze, in realtà sono mossi dal desiderio di decidere della vita e della morte altrui, come prova il fatto che buona parte delle loro vittime siano in condizioni di salute non gravi al momento dell’omicidio.

Le vittime variano in base al compito che svolgono, ma spesso sono neonati, bambini, anziani o invalidi. A volte questi criminali non uccidono i loro pazienti, ma li mettono deliberatamente in pericolo per poi salvarli e guadagnare l’ammirazione dei colleghi. Casi famosi sono quelli di Sonia Caleffi, di Stephan Letter o dell’inglese Harold Shipman, uno degli assassini seriali più efferati della storia. Le sostanze più utilizzate sono dei medicinali pericolosi, facilmente giustificabili nel caso di un’autopsia, quali morfina, atropina o tiopental sodico. La Caleffi, invece, iniettava aria nelle vene dei suoi pazienti per provocare delle embolie sulle quali sperava di intervenire, ma che in almeno quattro o cinque casi risultarono letali.

Motivati dal guadagno. La maggior parte degli assassini che agiscono per ottenere dei vantaggi materiali, per esempio a scopo di rapina o come sicari, non sono in genere classificati come assassini seriali. Tuttavia, esistono casi limite che sono considerati tali. Marcel Petiot, per esempio, era un assassino seriale che agiva in Francia durante l’occupazione nazista. Fingeva di appartenere alla resistenza e attirava ebrei benestanti a casa propria, asserendo di poterli aiutare a fuggire dal Paese, per poi ucciderli e derubarli. Nei suoi 63 omicidi, Petiot ottenne solo qualche decina di borse, vestiti e qualche gioiello. La sproporzione fra il numero di vittime e il bottino materiale che Petiot ne ricavò fanno supporre un substrato morboso di altro genere. Anche il serial killer italiano Donato Bilancia uccise sei delle sue 17 vittime per motivi di denaro.

Vedove nere. La maggior parte delle assassine seriali donne rientra in questa categoria. Le vedove nere agiscono in modo simile al ragno che ha ispirato la loro denominazione: sposano uomini ricchi e, dopo essersi appropriate delle loro proprietà, li uccidono, solitamente avvelenandoli o simulando incidenti domestici. A volte uccidono anche i loro figli, dopo aver stipulato delle assicurazioni sulle loro vite. Casi celebri sono quelli di Mary Ann Cotton e di Belle Gunness, mentre si segnala come uniche varianti maschili il francese Henri Landru e il tedesco Johann Otto Hoch. Anche George Chapman (vero nome Seweryn Kłosowski), uno dei sospetti nel caso di Jack lo squartatore, poteva essere apparentato a questa categoria: difatti uccise tre delle sue mogli per avvelenamento, dopo aver tentato di uccidere anche la sua prima moglie.

Altre motivazioni. Ci sono però numerosi casi di assassini seriali che presentano caratteristiche proprie di più di una di queste categorie, e che possono quindi venire assegnati contemporaneamente all’una e all’altra. Per esempio, Albert Fish soffrì di disturbi mentali con deliri di tipo paranoide già prima di commettere il primo omicidio, pare che torturasse e uccidesse le sue vittime con l’intento di “purificare se stesso e gli altri tramite la sofferenza”, e in ultimo si eccitava sessualmente e provava piacere nell’atto dell’omicidio.

Quindi si potrebbe assegnarlo indifferentemente alla categoria degli assassini seriali “visionari” a quella dei “missionari” e a quella degli “edonistici”. Lo stesso si può dire di David Berkowitz che con ogni probabilità soffriva di schizofrenia con stati deliranti ricorrenti e al tempo stesso provava piacere nel tendere agguati alle sue vittime. Pare spesso si masturbasse dopo aver ucciso e considerasse i suoi delitti alla stregua di “avventure”.

Le stesse considerazioni valgono nel caso di quei serial killer il cui movente varia da un delitto all’altro, e di quelli che non hanno un tipo di vittima preferito e sembrano spinti a uccidere da un “bisogno interno”, una compulsione omicida che si impone sopra qualsiasi altra considerazione razionale. Questi sono ovviamente i casi più difficili da classificare per uno studioso del fenomeno.

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Maurizio Minghella: il serial killer di Genova e Torino

Minghella comincia a covare un odio profondo per il compagno della madre. Frequenta la scuola senza riuscire a superare la seconda elementare: a dodici anni è ancora alla prima classe. In città si racconta che a scuola prende i compagni con cui litiga per il collo e tappa loro il naso o la bocca. Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista. Però, la sua attività principale e più redditizia resta il furto di scooter, moto, Fiat 500 o Fiat 850.

Maurizio Minghella riceve una condanna a centotrentuno anni di carcere per aver commesso dieci omicidi di prostitute fra il 1996 e il 2001 a Torino. Uccide le malcapitate quando è in semilibertà, dopo aver assassinato nel 1978 cinque donne a Genova, la città in cui nasce il 16 luglio 1958. Viene anche condannato per rapina, sequestro di persona e fuga dal carcere. Cresce nel quartiere di Bolzaneto, in val Polcevera. Quando ha sei anni la madre si separa dal marito e inizia a crescere da sola i cinque figli, compreso Maurizio. In seguito, la madre si lega ad un nuovo compagno che picchia tutta la famiglia.

Minghella comincia a covare un odio profondo per il compagno della madre. Frequenta la scuola senza riuscire a superare la seconda elementare: a dodici anni è ancora alla prima classe. In città si racconta che a scuola prende i compagni con cui litiga per il collo e tappa loro il naso o la bocca. Lasciata la scuola si trova a fare piccoli lavoretti tra cui il piastrellista. Però, la sua attività principale e più redditizia resta il furto di scooter, moto, Fiat 500 o Fiat 850. Considerato un gran donnaiolo, perché sempre in compagnia di ragazze diverse, viene soprannominato il “Travoltino della val Polcevera” anche in considerazione della sua passione per la discomusic. Si appassiona al pugilato e inizia a praticarlo, ma poi viene espulso.

È più o meno di questo periodo un episodio che avrà forti ripercussioni sulla sua psiche: la morte del fratello, che si schianta in moto. Minghella comincia a sviluppare una morbosa attrazione per i morti, specialmente di giovane età. Riformato dal servizio di leva per disturbi psichici, sposa nel 1977 un po’ per scommessa e un po’ per caso, come lui stesso dichiara, la quindicenne Rosa Manfredi, che è dipendente da psicofarmaci. Il matrimonio ha vita breve. Minghella è un assiduo frequentatore di prostitute e la ragazza muore in seguito ad una overdose da farmaci in un momento di depressione dopo un aborto spontaneo, che traumatizza ulteriormente la fragile personalità di Minghella.

Il primo omicidio avviene il 18 aprile del 1978: muore a Genova Anna Pagano. L’8 luglio uccide Giuseppina Jerardi, sempre nel capoluogo ligure. Il suo cadavere viene trovato in un’auto rubata e abbandonata. Il 18 luglio tocca a Maria Catena “Tina” Alba, di appena quattordici anni. La ritroveranno a Valbrevenna, nuda, il giorno successivo: il corpo è legato con una specie di garrota ad un albero. Il 22 agosto, dopo una notte in discoteca, è la volta di Maria Strambelli. L’ultima vittima del mostro è Wanda Scerra, amica di Maria Strambelli e scomparsa il 28 novembre. Il cadavere si trova nella scarpata che costeggia la ferrovia Genova-Milano nei pressi di Genova. La vittima viene prima violentata e poi uccisa per strangolamento.

Minghella viene arrestato la notte tra il 5 e il 6 dicembre 1978 e confessa l’uccisione della Strambelli e della Scerra, ma nega le responsabilità degli altri omicidi. Le prove ci sono e nel 1981 arriva la condanna all’ergastolo della Corte d’Assise di Genova per i 5 omicidi da scontare presso il carcere di massima sicurezza di Porto Azzurro. Si è sempre proclamato innocente e negli anni Ottanta anche don Andrea Gallo chiese la revisione del processo. Nel 1995, ottiene la semilibertà. Lo trasferiscono al carcere delle Vallette di Torino.

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Maurizio Minghella e gli omicidi seriali di Torino

Entra nella comunità di don Ciotti, in una cooperativa del Gruppo Abele, dove lavora come falegname nel turno pomeridiano. Contemporaneamente vengono assassinate alcune prostitute. Nel marzo 1997 muore Loredana Maccario in casa sua, in via Principe Tommaso, nel quartiere di San Salvario. A maggio viene strangolata con il laccio di una tuta da ginnastica a Caselette Fatima H’Didou. Il 14 febbraio 1998, a Rivoli, nel torinese, strangola con una sciarpa la prostituta albanese Floreta Islami, di 29 anni.

Il 30 gennaio 1999 strangola con un foulard una prostituta originaria di Taranto, Cosima Guido detta “Gina” nell’appartamento in cui riceve i suoi clienti, in largo IV Marzo, nel centro di Torino. Sulle scale del pied-à-terre della donna vengono ritrovati due pezzi di carta assorbente da cucina con tracce biologiche di Minghella. Florentina “Tina” Motoc, muore nella notte tra il 16 e il 17 febbraio 2001. Percossa brutalmente al volto e al capo. È l’ultimo omicidio di Minghella: le tracce di dna, impronte complete o parziali ritrovate nei luoghi dei delitti, le modalità simili degli omicidi e la fascia oraria in cui sono avvenuti, tutti dopo le 17, portano la polizia ad arrestarlo.

Le manette scattano il 7 marzo 2001: a casa sua vengono trovati i cellulari delle vittime con il numero di matricola cancellato. Il cellulare di Minghella viene rintracciato nella zona dove si trova la Motoc la sera del delitto. Condotto nel carcere delle Vallette, nella primavera del 2001 tenta di evadere fuggendo dalla lavanderia, ma riesce ad arrivare solo al primo muro di cinta.

Rinchiuso nel carcere di Biella, la mattina del 2 gennaio 2003 si fa ricoverare per dolori al petto e al braccio nel pronto soccorso del capoluogo. Riesce a fuggire da un bagno. Viene arrestato alle ventidue dello stesso giorno nei pressi della stazione ferroviaria. Sospettato di dieci omicidi di prostitute, il 4 aprile del 2003 viene condannato dalla Corte d’Assise di Torino all’ergastolo per l’omicidio della Motoc e a trent’anni di carcere per gli omicidi di Cosima Guido e Fatima H’Didou.

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Gennadij Modestovich Michasevich: stupratore seriale

Torna ad uccidere a maggio del 1975. La vittima è giovane e l’omicidio avviene nei pressi del villaggio di Duy. La donna viene soffocata e massacrata con le forbici nella campagna di Polotsk. Tutte le vittime sono donne che vengono prima stuprate e poi strangolate o con le mani nude o con mezzi improvvisati: sciarpe, corde, lacci emostatici o le tracolle delle loro borse. Una volta morte, le rapina.

Killer bielorusso che, tra maggio del 1971 e il novembre 1985, strangola alcune donne a Vitebsk e a Polotsk. Gennadij Modestovich Michasevich inizia ad uccidere dopo che la fidanzata lo lascia. Questo trauma lo porta a nutrire un profondo risentimento verso le donne. Nel 1971, dopo aver prestato servizio nell’esercito, all’età di ventiquattro anni, compie il suo primo omicidio.

La molla che fa scattare la furia assassina in Gennadij Modestovich Michasevich è legata alla decisione della ragazza di lasciarlo e di sposare un altro. Questo fatto lo sconvolge al punto che inizia a nutrire un tale risentimento verso le donne, che lo induce a diventare un’omicida seriale. La sera di maggio in cui viene lasciato si trova a Vitebsk, nella Bielorussia orientale. Deve prendere l’autobus per Polotsk. È talmente triste che cerca un posto per impiccarsi, quando, per strada, incontra una donna, Lyudmila Andaralova: la stupra e la strangola a mani nude.

Il corpo viene trovato nei pressi di un campo di alberi di mele. Qualche mese dopo, Gennadij è protagonista di un tentato omicidio. Si avvicina a una donna, e, mentre le chiede l’ora, le mette una corda al collo. Non riesce a soffocarla perché le urla della vittima attirano degli studenti, che lo individuano e lo mettono in fuga. Il giorno dopo uccide per la seconda volta. Il cadavere della donna viene trovato in un campo di abeti, appoggiato ad un tronco: la vittima è stata soffocata con una sciarpa infilata con forza in gola. Uccide ancora due donne l’anno successivo nei pressi della stazione di Luchesa, alla periferia di Vitebsk.

Torna ad uccidere a maggio del 1975. La vittima è giovane e l’omicidio avviene nei pressi del villaggio di Duy. La donna viene soffocata e massacrata con le forbici nella campagna di Polotsk. Tutte le vittime sono donne che vengono prima stuprate e poi strangolate o con le mani nude o con mezzi improvvisati: sciarpe, corde, lacci emostatici o le tracolle delle loro borse. Una volta morte, le rapina.

Nel 1976, si trasferisce a Salonicco, si sposa ed ha due figli, un maschio e una femmina. Gennadij non diviene mai un sospettato. Appare agli occhi degli altri come un premuroso padre di famiglia. Cambia anche le zone degli omicidi: da Polotsk e Novopolotsk ripiega sui villaggi Koptevo, Ropno e Perhanschina, iniziando a prediligere donne in attesa nei pressi delle fermate degli autobus. Dopo molti altri omicidi, cambia il proprio modus operandi: con il suo fascino avvicina e rapisce giovani autostoppiste che si trovano in luoghi isolati. Due morti a luglio, due ad agosto, uno a settembre e un altro ad ottobre del 1982.

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L’arresto di Gennadij Modestovich Michasevich

Dopo questo susseguirsi particolarmente frenetico di omicidi, si prende un’altra pausa di quasi un anno. Il 16 agosto 1985 lo “strangolatore”, questo il soprannome che si guadagna, nel tentativo di sviare le indagini, invia una lettera anonima a due giornali locali, il “Business Vitebsk” e il “Vitebsk Worker”. Scrive di essere un membro di un’immaginaria organizzazione chiamata “Patrioti di Vitebsk”, che ha il compito di uccidere, per vendetta, donne ritenute volgari e adultere.

Lo stesso identico messaggio lo lascia nella bocca delle sue ultime due vittime, trovate il 27 ottobre e il 7 novembre 1985. Le lettere sono scritte a mano. Gli agenti possono eseguire una perizia calligrafica sui residenti di sesso maschile della regione. Dopo l’analisi di oltre cinquecentomila campioni e più di trecentomila passaporti, viene trovato il presunto killer. Lo arrestano il 9 dicembre 1985.

Tre squadre di agenti giungono sul posto il giorno prima per arrestarlo, ma Gennadij Modestovich Michasevich è in congedo per andare a visitare dei parenti nel villaggio di Goryana. Ha un biglietto aereo per Odessa e le valigie pronte. Sta per fuggire nell’Ucraina meridionale. Al momento dell’arresto rimane impassibile. Alla centrale di polizia, davanti al detective confessa quantatré omicidi e porta gli agenti ad un pozzo dove sono nascosti alcuni effetti personali delle vittime.

Altre prove che lo incastrano vengono rinvenute in casa sua. Accompagna gli agenti nei luoghi in cui si trovano i cadaveri di cinque donne che risultano disperse. Al termine del processo, in cui viene condannato per trentatré omicidi e un tentato omicidio, arriva la condanna a morte tramite fucilazione, che viene eseguita nel 1987. Secondo la polizia di Vitebsk, a Michasevič sono da attribuirsi, mediamente tra i trentasei e i sessantatré omicidi. Nel corso delle indagini, quattordici persone innocenti vengono condannate per i suoi crimini.

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Fritz Haarmann: il macellaio licantropo di Hannover

Fritz Haarmann viene scoperto quando diversi resti ossei, scaricati nel fiume Leine, tornano alla luce. A parte la crudeltà di quello che Haarmann amette, ancor più scandaloso è il coinvolgimento della polizia nel caso. Fritz Haarmann, con precedenti per furto e ricovero in manicomio, è usato regolarmente dalla polizia come informatore ed è amico intimo di alcuni agenti, che occasionalmente ricevono da lui vestiti come “dono” e chiudono un occhio sulla sua frequentazione di giovanissimi prostituti. Non dimentichiamo che l’omosessualità è illegale in quel periodo.

Fritz Haarmann è un assassino seriale tedesco, che nasce ad Hannover il 25 ottobre 1879. Uccide le vittime mordendole alla gola. Poi ne vende la carne e ne butta i resti in un fiume. Dopo l’arresto, lo trovano colpevole di un elevato numero di omicidi commessi e lo condannano a morte nel 1925. Per l’efferatezza dei suoi crimini, Fritz Haarmann viene soprannominato “il macellaio di Hannover” o “il licantropo di Hannover”.

Il suo è uno dei casi più celebri della storia, fra tutti quelli che coinvolgono i “serial killer”. Dal 1919 al 1924, Haarmann uccide senza pietà i cosiddetti “ragazzi di strada”, che vagabondano attorno alle stazioni ferroviarie. Li porta nel proprio appartamento e poi li uccide mordendoli alla gola in uno stato di frenesia sessuale. Assieme a lui processano il complice, Hans Grans, un giovane ladruncolo e prostituto, amante fisso e convivente di Fritz Haarmann, che rivende i vestiti delle vittime.

Fritz Haarmann viene scoperto quando diversi resti ossei, scaricati nel fiume Leine, tornano alla luce. A parte la crudeltà di quello che Haarmann amette, ancor più scandaloso è il coinvolgimento della polizia nel caso. Fritz Haarmann, con precedenti per furto e ricovero in manicomio, è usato regolarmente dalla polizia come informatore ed è amico intimo di alcuni agenti, che occasionalmente ricevono da lui vestiti come “dono” e chiudono un occhio sulla sua frequentazione di giovanissimi prostituti. Non dimentichiamo che l’omosessualità è illegale in quel periodo.

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Haarman approfitta di questo ruolo adescando col ricatto nell’atrio della stazione di Hannover alcuni minorenni, vagabondi o prostituti fuggiti di casa, minacciando di denunciarli alla polizia se non lo accompagnano a casa sua. Durante il processo Grans sostienne la sua estraneità ai crimini. Spiega di essersi limitato a rivendere gli abiti dei defunti. Haarman invece lo implica quale complice in tutti i reati, riuscendo a convincere la giuria della sua colpevolezza. Il tribunale, che lo dichiara capace di intendere e di volere, lo giudica colpevole e lo condanna alla pena di morte: lo decapitano il 15 aprile 1925.

Restano seri dubbi sul suo stato di mente. Grans riceve inizialmente una condanna a morte, per incitamento all’omicidio. Dopo l’esecuzione capitale di Haarmann, la polizia trova una sua lettera che scagiona Grans completamente. Questo conduce ad un nuovo processo che commuta la condanna a dodici anni di prigione. Grans sconta la sua pena e poi continua a vivere ad Hannover, fino alla sua morte che avviene intorno al 1980.

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Donato Bilancia: l’assassino che terrorizzava la Liguria

Inizialmente, Donato Bilancia uccide per motivi economici, il gioco d’azzardo l’ha ridotto in bancarotta, poi ci prende gusto. Si sposta usando le linee ferroviarie. Il 16 ottobre 1997 Bilancia uccide Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con del nastro adesivo. Il 24 ottobre, anche in questo caso per motivi di vendetta legati al gioco, ammazza nella loro casa Maurizio Parenti e la moglie Carla Scotto, sottraendo tredici milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni oggetti di valore, di cui poi si libera.

Donato Bilancia è un assassino seriale che uccide donne, conoscenti e prostitute, a colpi di pistola. Soprannominato “Walter”, Donato Bilancia nasce a Potenza il 10 luglio del 1951 e uccide, nel giro di circa sei mesi. Si trasferisce con la famiglia prima ad Asti, poi a Capaccio in provincia di Salerno e nel 1956 a Genova. Sin da piccolo ha un rapporto difficile con madre, padre e fratello. Inizia ben presto a rubare.

A quindici anni i primi guai con la giustizia, continuati nel 1974 con un arresto in flagranza di reato per furto e nel 1976 per rapina. Ma Donato Bilancia riuscirà ad evadere dal carcere. Alla professione di ladro si unisce anche il vizio del gioco d’azzardo. Nel 1987 il suicidio del fratello Michele che, con in braccio il figlio piccolo di 4 anni, Davide, si getta sotto un treno presso la stazione di Genova Pegli, lo segna definitivamente, amplificando dei disturbi mentali presenti da tempo. Nel 1990 Donato Bilancia è vittima di un incidente stradale e, come diciotto anni prima, nel 1972, rimane in coma per alcuni giorni.

Inizialmente, Donato Bilancia uccide per motivi economici, il gioco d’azzardo l’ha ridotto in bancarotta, poi ci prende gusto. Si sposta usando le linee ferroviarie. Il 16 ottobre 1997 Bilancia uccide Giorgio Centanaro nella sua casa, soffocandolo con del nastro adesivo. Il 24 ottobre, anche in questo caso per motivi di vendetta legati al gioco, ammazza nella loro casa Maurizio Parenti e la moglie Carla Scotto, sottraendo tredici milioni e mezzo di lire in contanti e alcuni oggetti di valore, di cui poi si libera.

Il 27 ottobre, Donato Bilancia uccide Bruno Solari e Maria Luigia Pitto, introducendosi nella loro casa a scopo di rapina. Il 13 novembre, nella cittadina di confine di Ventimiglia, fredda Luciano Marro, un cambiavalute, a cui sottrae quarantacinque milioni di lire. Il 25 gennaio 1998 colpisce un metronotte, al solo scopo di rivalsa contro le forze dell’ordine. Si tratta dell’omicidio di Giangiorgio Canu, che avviene a Genova. Il 20 marzo successivo rapina e uccide un altro cambiavalute, nuovamente a Ventimiglia: si tratta di Enzo Gorni. Il cognato della vittima lo vede allontanarsi con una Mercedes nera. E poi ci sono le prostitute. Il 9 marzo a Varazze spara a Stela Truya. Il 18 marzo a Pietra Ligure fredda con un colpo in testa Ljudmyla Zubskova.

Il 24 marzo a Novi Ligure si apparta in una villa con la transessuale Lorena, che intuisce le sue intenzioni assassine e fugge. Il 29 marzo a Cogoleto assassina Tessy Adobo. Questo omicidio rappresenta la svolta delle indagini, in quanto lo si ricollega a quello di Stela Truya e, in seguito, agli altri omicidi delle prostitute, essendosi riconosciuta l’unicità dell’arma utilizzata. Il 12 aprile sull’Intercity La Spezia-Venezia fa valere le sue doti di scassinatore: apre il bagno del vagone e spara ad Elisabetta Zoppetti, uccidendola.

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Donato Bilancia alla prova del DNA che lo incastra

Il 14 aprile torna ad uccidere una prostituta, Kristina Valla. Il 18 aprile colpisce di nuovo su un treno, sulla tratta Genova-Ventimiglia, assassinando Maria Angela Rubino e masturbandosi sul suo cadavere. Il caso del “mostro della Liguria” sale al clamore delle cronache: l’assassino, da un ambiente limitato e relativamente isolato come quello della prostituzione, passa a colpire con assoluta casualità sui treni.

Il 21 aprile, ad Arma di Taggia si compie l’ultimo dei delitti di Bilancia, che rapina ed uccise il benzinaio Giuseppe Mileto. La svolta del caso avviene quando giunge ai carabinieri la notizia che, da un abitante del posto, non viene resa una Mercedes nera data in prova. I carabinieri vanno a verificare di chi si tratta, scoprendo una corrispondenza quasi perfetta tra Bilancia e l’identikit creato in base alla descrizione data da Lorena, la transessuale sfuggita alla morte. A quel punto vengono confrontate le tracce dei pneumatici sulle scene di alcuni degli omicidi con quelle della Mercedes, che si rivelano compatibili.

La prova definitiva consiste nel prelievo del dna del Bilancia da alcuni mozziconi di sigaretta e da una tazzina di caffè, confrontato con quello dell’omicida, rinvenuto sul corpo di Maria Angela Rubino. Non ci sono dubbi. È lui. Lo arrestano il 6 maggio 1998, appena uscito da casa sua in via Leonardo Montaldo a Marassi, i carabinieri. Dopo pochi giorni, rende confessione spontanea di tutti gli omicidi, attribuendosi anche il primo, quello di Giorgio Centenaro, appunto archiviato come morte naturale.

Bilancia viene condannato a tredici ergastoli per i diciassette omicidi e a sedici anni di reclusione per il tentato omicidio di Lorena Castro, con sentenza del 12 aprile 2000 del tribunale di Genova, confermata in corte d’appello e in corte di cassazione. Sconta inizialmente la sua pena al carcere di Marassi, poi al carcere di Chiavari, infine nel carcere Due Palazzi di Padova.

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Harry Strauss: il serial killer di professione mafioso

Nel 1934 lo arrestano diciassette volte solo a New York, ma ogni volta ne esce indenne, finché non lo riconoscono colpevole di omicidio insieme a Hitman Martin “Bugsy” Goldstein e a Abe Reles. Nel 1937, Harry Strauss uccide Harry Millman, della Purple Gang, in un affollato ristorante di Detroit. Lo catturano e lo arrestano definitivamente con l’accusa di sei omicidi: quello di Irving “Puggy” Feinstein e almeno altri cinque.

Noto anche come “Pittsburgh Phil”, Harry Strauss è principalmente un killer della mafia statunitense che, la polizia sospetta, compie un centinaio di omicidi attorno al 1930. Alcuni storici gliene attribuiscono fino a cinquecento. “Pep”, così lo chiamano molti suoi colleghi, nasce il 28 luglio del 1909 a Brooklyn e, per il suo modus operandi può essere annoverato a tutti gli effetti tra i serial killer, cioè tra coloro che commettono omicidi in serie e provano piacere nel leggere il terrore e la sofferenza nelle proprie vittime.

Harry Strauss uccide sparando, accoltellando, annegando, strangolando con una corda, seppellendo vive le persone, o perforando il corpo con picconi di ghiaccio… È abilissimo nell’usare corde, piccozze, coltelli e pistole. È anche un uomo che si preoccupa tanto per la sua famiglia. È spesso ammirato per la sua bellezza. Harry Strauss è orgoglioso del suo mestiere e spesso, volontariamente, uccide solo per il puro piacere.

Una sorta di allenamento. Compie anche svariati furti, aggressioni e spaccia droga. È uno dei capi della cosiddetta “anonima omicidi” o “brownsville boys” o anche “murder inc”, insieme a Frank Abbandando, Luigi Capone, Harry “Happy” Maione, Allie “Tic Toc” Tannenbaum, Seymour “Blue Jaw” Magoon, Mendy Weiss, e Charles “Charlie Bug” Workman.

Nel 1934 lo arrestano diciassette volte solo a New York, ma ogni volta ne esce indenne, finché non lo riconoscono colpevole di omicidio insieme a Hitman Martin “Bugsy” Goldstein e a Abe Reles. Nel 1937, Harry Strauss uccide Harry Millman, della Purple Gang, in un affollato ristorante di Detroit. Lo catturano e lo arrestano definitivamente con l’accusa di sei omicidi: quello di Irving “Puggy” Feinstein e almeno altri cinque.

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Questo è possibile grazie all’aiuto di un informatore, un altro membro dell’agenzia, Abe Reles, conosciuto come “Kid Twist”, anche lui arrestato per omicidio. Al processo lo trovano colpevole e lo condannano a morte tramite sedia elettrica. Prova più volte a dimostrarsi insano di mente, ma inutilmente.

Lo giustiziano il 12 giugno del 1941, all’età di trentatré anni. Nonostante il suo successo come killer, Harry Straussmuore senza un soldo. Spende tutto per sostenere le proprie spese legali e per mettere una taglia sulla testa di Reles. A proposito, Reles finisce per fare un volo dal sesto piano dell’Half Moon Hotel di Coney Island. Ufficialmente si tratta di un suicidio.

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Leoluca Bagarella: mafioso, serial killer o entrambi?

“Don Luchino” nasce a Corleone il 3 febbraio del 1942 ed è legato a Cosa nostra sin dalla nascita. Quarto figlio del mafioso Salvatore, Leoluca Bagarella entra a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore, Calogero, diventa uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio, di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Leoluca Biagio Bagarella è uno dei più spietati assassini della mafia siciliana. Le autorità nazionali lo ritengono responsabile di centinaia di omicidi durante la seconda guerra di mafia, oltre che diretto responsabile di alcuni tra i più gravi fatti di sangue di Cosa nostra, tra cui la strage di Capaci, l’uccisione di Boris Giuliano e quella del piccolo Giuseppe Di Matteo.

Le modalità con cui Leoluca Bagarella uccide persone innocenti, senza preoccuparsi minimamente di quante possano essere le vittime, e la freddezza con cui incassa le numerose condanne all’ergastolo, lo rendono a tutti gli effetti uno dei più prolifici assassini seriali.

“Don Luchino” nasce a Corleone il 3 febbraio del 1942 ed è legato a Cosa nostra sin dalla nascita. Quarto figlio del mafioso Salvatore, Leoluca Bagarella entra a far parte della cosca di Corleone dopo che suo fratello maggiore, Calogero, diventa uno dei fedelissimi del boss Luciano Liggio, di Totò Riina e Bernardo Provenzano.

Calogero viene ucciso dal boss Michele Cavataio nella strage di viale Lazio nel 1969 e Leoluca, per salvarsi, si dà alla latitanza. Nel 1974, sua sorella sposa in segreto Totò Riina, seguendolo nella latitanza. Il 21 luglio 1979, Leoluca Bagarella uccide in un bar di Palermo il commissario Boris Giuliano, capo della squadra mobile della polizia, che sta indagando su di lui dopo essere riuscito a scoprire il suo nascondiglio.

Un appartamento in via Pecori Giraldi, da dove però Leoluca Bagarella riesce a fuggire in tempo. All’interno dell’appartamento gli uomini del commissario Giuliano scoprono armi, quattro chili di eroina e documenti falsi con fotografie che ritraggono Bagarella e i suoi amici mafiosi. Il 10 settembre 1979, due mesi dopo l’omicidio del commissario Giuliano, Bagarella si fa arrestare a Palermo ad un posto di blocco dei Carabinieri.

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Dopo essere stato scarcerato nel 1990, dal 1992 è di nuovo latitante. Dopo l’arresto di Riina, Leoluca Bagarella prende il comando dell’ala militare di “cosa nostra”, composta da Giovanni Brusca, Matteo Messina Denaro e Giuseppe Graviano, tutti favorevoli alla continuazione della cosiddetta “strategia stragista” iniziata da Riina, contrapponendosi ad una fazione più moderata guidata da Bernardo Provenzano e composta da Antonino Giuffré, Pietro Aglieri, Benedetto Spera, Raffaele Ganci, Salvatore Cancemi e Michelangelo La Barbera, contrari alla strategia degli attentati dinamitardi.

Lo arrestano definitivamente gli uomini della divisione investigativa antimafia il 24 giugno 1995. Finisce in carcere, sottoposto al regime di 41 bis nel carcere dell’Aquila. Nel 1997 la corte di cassazione conferma per Bagarella la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Boris Giuliano, e conferma anche l’ergastolo per la strage di Capaci.

Nel 2002 viene condannato all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Di Matteo. Bagarella è condannato all’ergastolo anche per l’omicidio del vicebrigadiere Antonino Burrafato, oltre che ad un ulteriore ergastolo per l’omicidio di Salvatore Caravà.

Nel marzo del 2009, una sentenza della prima sezione della corte d’assise d’appello di Palermo, condanna, grazie alle dichiarazioni di Giovanni Brusca, all’ergastolo i capimafia Leoluca Bagarella e Giuseppe Agrigento, boss del paese in cui viene commesso il delitto per l’assassinio di Ignazio Di Giovanni, ucciso nel suo cantiere per essersi rifiutato di cedere alcuni sub-appalti che aveva ottenuto. Nel luglio del 2009, subisce una ulteriore condanna all’ergastolo, questa volta per l’omicidio avvenuto nel 1977 di Simone Lo Manto e Raimondo Mulè, morti per futili motivi.

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Dean Arnold Corll: tortura e stupra i ragazzi che incontra

Le vittime di Dean Corll hanno dai tredici ai vent’anni. Spesso le attira con l’aiuto di uno dei suoi due conoscenti dal quartiere di Houston Heights, a nordest di Houston. Le vittime sono amici dei complici. Due sono dei lavoratori della pasticceria di Corll.

Dean Arnold Corll, meglio noto come CandyMan, nasce a Fort Wayne il 24 dicembre del 1939. Commette almeno ventinove omicidi in Texas con dei complici. La catena della morte è nota anche come gli “omicidi di massa di Houston”. Diventa il vicepresidente della Corll Candy Company, inizia ad aggraziarsi alcuni ragazzi e studenti regalando loro dei dolciumi.

Nel 1967, Dean Corll conosce per la prima volta David Owen Brooks, un ragazzo di dodici anni. Gli dà sia dolci sia soldi. Brooks, due anni più tardi, arriva anche a prostituirsi a Corll. Nel frattempo ingaggia degli adolescenti che lo aiutano nella pasticceria. Ogni tanto, Dean Corll gli fa delle avances.

Nell’inverno del 1971 David Brooks presenta a Corll un ragazzo di nome Elmer Wayne Henley, che diventerà il suo complice. Corll lo attira perché intende ucciderlo, poi cambia idea e gli propone di portare degli schiavi sessuali in casa sua in cambio di duecento dollari a persona. Henley accetta.

Gli omicidi cominciano a settembre del 1970 e si concludono tre anni dopo, ad agosto del 1973. Corll commette almeno ventinove omicidi. I corpi trovati sono ventisette, ma è certo che abbia commesso almeno altri due omicidi. Nell’area di Houston, dal 1970, spariscono quarantadue ragazzi.

Le vittime di Dean Corll hanno dai tredici ai vent’anni. Spesso le attira con l’aiuto di uno dei suoi due conoscenti dal quartiere di Houston Heights, a nordest di Houston. Le vittime sono amici dei complici. Due sono dei lavoratori della pasticceria di Corll.

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Attirate in casa, vengono indebolite con alcol o droghe e ammanettate o prese con forza. Successivamente vengono spogliate e legate o al letto di Corll o in un tavolo delle torture. Vengono ripetutamente stuprate, torturate e uccise, tramite strangolamento o con un colpo di pistola calibro ventidue. Non sempre muoiono subito. In questi casi, le torture durano diversi giorni.

Talvolta costringe le vittime a chiamare i genitori o a scrivergli una lettera per rassicurarli con una scusa. I cadaveri li mette in dei sacchi di plastica e li seppellisce in vari luoghi. La sera del 7 agosto 1973, Henley invita Cordell Kerley a partecipare ad una festa da Corll.

Lui accetta e si trasforma in potenziale vittima. I due vanno a casa sua, sniffano della droga, bevono e si assentano per andare a comprare dei sandwich. Henley poi passa a casa di Rondha Williams, una ragazza orfana di madre che è stata appena aggredita verbalmente dal padre ubriaco, e la invita ad unirsi a loro. Lei accetta. David Brooks non è presente.

Alle tre del mattino circa il trio arriva in casa. Corll prende Henley in disparte, lo rimprovera per avere portato una ragazza in casa e gli dice che ha rovinato tutto. Henley gli spiega che Rondha è stata aggredita dal padre, quindi Corll si calma. Offre ai tre della birra e una dose di marijuana da fumare.

Dopo due ore di festa si addormentano. Henley si risveglia ammanettato e con le caviglie legate. Kerley e la Williams sono legati con del nylon e dormivano ancora. Corll è furioso e grida a Henley che li vuole uccidere tutti quanti. Henley lo calma e lo convince a farsi slegare. Fatto ciò, Corll nasconde la pistola in bagno e Henley lega i due ragazzi sul tavolo delle torture. In quel momento, i due si svegliano.

Henley chiede se può portare Rhonda in un’altra stanza, Corll non lo ascolta e prova invano a stuprare Kerley. Henley va in bagno e trova la pistola. La prende e la punta addosso al Brook. Indietreggia e spara un colpo che va a segno, ma Corll continua ad avvicinarsi. Henley spara altri due colpi, che lo centrarono. Prova a fuggire, ma lo raggiungono altri tre colpi alla spalla e in fondo alla schiena. Corll cade a terra e muore.

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Serial killer: Vasilij Ivanovic Komarov, alias Lupo di Mosca

Fa carriera militare e diventa un comandante di plotone. Nel 1919, durante una battaglia, Vasilij Ivanovic Komarov si fa catturare dai volontari dell’esercito del generale Anton Ivanovič Denikin, ma riesce a fuggire. Per evitare un processo del tribunale militare rivoluzionario, e la certa condanna a morte, cambia nome in Vasili Ivanovich Komaroff. Ufficialmente, gli omicidi partono dal febbraio 1921 e finiscono all’inizio del 1923, anno in cui lo catturano.

Più conosciuto come il Lupo di Mosca, Vasilij Ivanovic Komarov è un mercante russo con vizio dell’omicidio seriale: è uno dei più spietati serial killer russi. Tra il 1921 e il 1923, attira le vittime in casa sua con la scusa di mostrargli il suo allevamento di cavalli. Poi, le strangola o le uccide a martellate e butta i corpi tra i rifiuti o nel fiume. Scoperto dalla polizia, scappa ma viene catturato di nuovo.

Nasce come Vasily Petrov Terentievich nel 1877 a Vicebsk, una città bielorussa. Ha cinque fratelli. I suoi genitori sono alcolizzati. Vasilij, a quindici anni, diventa anche lui un alcolista cronico. Uno dei fratelli di Vasilij Ivanovic Komarov finisce in carcere perché uccide una persona mentre è ubriaco. Da giovane si arruola nell’esercito russo e vi milita per quattro anni. A ventotto anni si sposa per la prima volta e durante la guerra tra Russia e Giappone viaggia (e probabilmente uccide) nell’Estremo Oriente.

Vasilij Ivanovic Komarov rapina un magazzino, ma lo arrestano e rimane in carcere per un anno. In quel momento la moglie muore di colera. Scarcerato, si trasferisce a Riga, dove sposa una vedova polacca di nome Sofia, che ha due figli. Vasilij picchia spesso lei e i figli a causa del suo alcolismo. Dopo la rivoluzione d’ottobre del 1917 Vasilij entra nell’armata rossa e impara a leggere.

Fa carriera militare e diventa un comandante di plotone. Nel 1919, durante una battaglia, Vasilij Ivanovic Komarov si fa catturare dai volontari dell’esercito del generale Anton Ivanovič Denikin, ma riesce a fuggire. Per evitare un processo del tribunale militare rivoluzionario, e la certa condanna a morte, cambia nome in Vasili Ivanovich Komaroff. Ufficialmente, gli omicidi partono dal febbraio 1921 e finiscono all’inizio del 1923, anno in cui lo catturano.

Vasilij attira a sé la vittima con la scusa di fargli visitare la sua scuderia di cavalli. Arrivata al suo allevamento, la fa ubriacare con vodka e la strangolava con una corda. Altre volte la massacrava a martellate. Il sangue lo fa colare dal cranio spaccato in un sacco o in una ciotola. Adotta questo metodo dopo che i vestiti della prima vittima si erano macchiati. Generalmente tutte le vittime sono di sesso maschile. Nel 1921 compie almeno diciassette omicidi.

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Dal 1922 alla metà del 1923 ne compie almeno dodici. Il movente degli omicidi è fondamentalmente economico: Vasilij deruba le sue vittime. Ottiene circa ottanta centesimi a cadavere. La moglie Sofia gli fa da complice nell’occultamento dei corpi. La polizia si sensibilizza sul caso all’inizio del 1923, a seguito dell’ennesimo ritrovamento. E così, scopre che tutte le vittime spariscono con regolarità ogni mercoledì e venerdì, nella zona del mercato, luogo dove Vasilij le abbordava. La polizia continua le indagini e si insospettisce di Komaroff.

Si scopre che le persone che vanno a vedere i suoi cavalli non tornano più indietro. Casualmente spariscono di mercoledì e venerdì pomeriggio. I corpi vengono trovati giovedì e sabato, il giorno dopo la visita alla scuderia. Vasilij abita nel distretto di Shabolovki, dove avvengono le sparizioni e i ritrovamenti.

Scatta la prima ipotesi che il serial killer possa essere lui. I corpi vengono ritrovati in vari luoghi. Quindi, scatta la seconda ipotesi: il killer è uno dei tanti tassisti di Mosca. Sulla testa di un cadavere viene ritrovato un pannolino fresco, che forse serve ad assorbire il sangue. Quindi scatta la terza ipotesi: potrebbe avere un figlio appena nato. Per coincidenza, Komaroff possiede tutte queste caratteristiche.

Poco tempo dopo, il 17 marzo, gli agenti entrano in casa sua con la finta accusa di contrabbando di liquore per sottoporlo ad un interrogatorio. Durante la perquisizione di una stalla trovano un cadavere avvolto in un sacco, nascosto sotto al fieno. Vasilij, vistosi scoperto e preso dal panico, salta da una finestra e scappa, sebbene l’edificio fosse circondato dalle forze dell’ordine.

Durante i controlli di casa sua, gli investigatori trovano nell’armadio un corpo ancora caldo, con la testa sfracellata. Elude gli agenti per un po’ di tempo, ma ormai le autorità sono sulle sue tracce e l’hanno identificato. Lo arrestano il giorno dopo la fuga a Nikolski, villaggio a pochi chilometri da Mosca. In carcere confessa trentatré omicidi.

Ventuno sono già noti ai poliziotti. Altri undici cadaveri vengono trovati il giorno successivo nel fiume Moscova e nelle discariche. In questo clima rovente inizia il processo, che vede coinvolta anche la moglie. All’alba dell’8 giugno, Vasilij Ivanovic Komarov viene trovato colpevole di trentatré omicidi. Sua moglie Sofia è accusata e condannata per complicità. Vengono entrambi condannati a morte tramite fucilazione. I figli vengono mandati all’orfanotrofio.

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Gerard John Schaefer era un serial killer e anche un poliziotto

Gerard John Schaefer utilizza il fatto di essere un poliziotto per ingannare giovani autostoppiste. Una volta in trappola le lega e tortura. Spesso tutto ciò avviene nei boschi. A luglio del 1972, dopo aver legato ad un albero due giovani autostoppiste nel Martin Country, dei poliziotti lo chiamano alla radio di servizio.

Gerard John Schaefer è un assassino seriale statunitense che si annida nella polizia. Tra il 1965 e il 1973 compie almeno trenta delitti. Da adolescente è ossessionato dalla biancheria intima femminile. Pratica il cross-dressing e diventa un voyeur. Spia di continuo una ragazza del suo quartiere di nome Leigh Hainline.

Gerard John Schaefer pratica anche lo zoosadismo, provando piacere a torturare e uccidere gli animali. Questo mostro nasce nel Wisconsin e cresce ad Atlanta, in Georgia, fino al 1960, anno in cui la famiglia si trasferisce a Fort Lauderdale, in Florida. È il primo di tre fratelli, l’unico a non avere buoni rapporti con il padre. Nel 1964, supera la scuola superiore in Florida e si iscrive al liceo.

Nello stesso periodo si sposa Gerard John Schaefer. Nel 1969 diventa un insegnante, ma il preside lo licenzia per comportamenti inappropriati. Prova invano a diventare prete. Alla fine del 1971 diventa un agente di pattuglia. Ha venticinque anni.

Gerard John Schaefer utilizza il fatto di essere un poliziotto per ingannare giovani autostoppiste. Una volta in trappola le lega e tortura. Spesso tutto ciò avviene nei boschi. A luglio del 1972, dopo aver legato ad un albero due giovani autostoppiste nel Martin Country, dei poliziotti lo chiamano alla radio di servizio.

Così parte, lasciando le due ragazze legate, pensando di tornare in seguito per continuare i suoi macabri intenti. Durante la sua assenza, le due giovani riescono a liberarsi e danno l’allarme alla stazione di polizia più vicina. Se fossero scivolate, la corda stretta intorno al loro collo le avrebbe strangolate.

Quando torna indietro e non le vede, Schaefer chiama la stazione spiegando di aver compiuto una “stupidaggine”. Racconta di aver legato le ragazze per spaventarle in modo che non praticassero più l’autostop, che ritiene un mezzo irresponsabile per viaggiare. Ovviamente nessuno gli crede e lo arrestano con l’accusa di falso arresto e assalto.

Gerard John Schaefer viene rilasciato il 24 luglio del 1972 in cambio di una cauzione di quindicimila dollari. Il 27 settembre 1972 tortura e uccide Susan Place, diciassette anni, e Georgia Jessup, sedici anni. Seppellisce i loro corpi nella Hutchinson Island, che si trova nei pressi della Contea di Saint Lucie.

A novembre del 1972 viene processato per l’assalto alle due autostoppiste. Il 22 dicembre il giudice lo condanna per assalto aggravato. Deve scontare un anno di carcere. La pena è la più lieve, perché Schaefer patteggia con la polizia. Esce dal carcere nel giugno 1973, dopo circa sei mesi. Nell’aprile del 1973, vengono ritrovati i corpi decomposti e macellati delle due vittime assassinate l’anno precedente.

Esaminandoli, la polizia nota che sono stati legati ad un albero e collega la somiglianza con il modus operandi di Schaefer. Chiede ed ottiene un permesso per perquisirgli la casa. Nella sua camera da letto trovano un mucchio di storie scritte da lui che descrivono stupri, torture e omicidi ai danni di donne.

Si riferisce a loro con l’appellativo di “whores”, cioè “prostitute”. La polizia trova anche un mucchio di oggetti appartenenti a donne scomparse. Si contano diari, gioielli e addirittura denti. Spuntano anche undici pistole e cento foto di donne e di Schaefer che indossa della biancheria femminile.

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Lo arrestano definitivamente il 7 aprile del 1973 e lo incriminano per i due delitti del 18 maggio. Il processo inizia il 17 settembre e vede come testimoni le due ragazze che aveva sequestrato nel 1972. Il 4 ottobre, il tribunale lo condanna al carcere a vita.

Una delle prove che lo inchioda è la borsa che appartiene a Susan Place. Inoltre, la madre della Place identifica Gerard John Schaefer come la persona che vede con la figlia e la Jessup per l’ultima volta. Schaefer presenta più volte ricorso contro la sua condanna, dichiarandosi innocente, mentre in provato, intercettato, si vanta di aver ucciso più di trentaquattro donne e ragazze. Tutti gli appelli gli vengono rifiutati. Muore a Raiford il 3 dicembre 1995.

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Alexander Pichuskin: i morti e la casella da barrare

È il secondo serial killer più prolifico della Russia, dopo Andrej Čikatilo. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco, anche perché buona parte la trascorre in un centro per la salute mentale. Nel 1992 conosce Michail Odijčuk, che presto diventa il suo grande amico. I due un giorno progettano un omicidio, ma il giorno prestabilito Michail si rifiutò di compierlo. Alexander Pichuskin, per paura che possa confessare il progetto a qualcuno, lo uccide. Passa del tempo e trova lavoro come magazziniere presso un supermercato e la sua vita torna a scorrere normalmente. Dieci anni dopo, nel 2002, Alexander Pichuskin torna ad uccidere.

All’anagrafe Aleksandr Jur’evič Pičuškin, Alexander Pichuskin è un assassino seriale russo che vive per realizzare un sogno terribile. Ha intenzione di uccidere sessantaquattro persone per barrare con una croce le sessantaquattro caselle di una scacchiera. Alexander Pichuskin nasce a Mosca il 9 aprile 1974, si apposta in un parco e uccide i malcapitati a martellate. I corpi li nasconde nelle fognature. Si fa arrestare nel 2004. Lo trovano colpevole di almeno quarantotto omicidi, che si sospetta possano essere sessantadue, e lo condannano all’ergastolo.

È il secondo serial killer più prolifico della Russia, dopo Andrej Čikatilo. Della sua infanzia e adolescenza si sa poco, anche perché buona parte la trascorre in un centro per la salute mentale. Nel 1992 conosce Michail Odijčuk, che presto diventa il suo grande amico. I due un giorno progettano un omicidio, ma il giorno prestabilito Michail si rifiutò di compierlo. Alexander Pichuskin, per paura che possa confessare il progetto a qualcuno, lo uccide. Passa del tempo e trova lavoro come magazziniere presso un supermercato e la sua vita torna a scorrere normalmente. Dieci anni dopo, nel 2002, Alexander Pichuskin torna ad uccidere.

Ha un progetto che definisce grandioso: uccidere e segnare per ogni vittima una croce sulle caselle di una scacchiera che possiede. Il luogo in cui tutti gli omicidi si consumano è il parco di Biza a Bitcevskij, località nei pressi di Mosca. Le vittime vengono avvicinate con la scusa di un sorso di vodka o la richiesta di una spalla amica su cui piangere la morte dell’amato cane. Uccide la vittima colpendola in testa con la bottiglia stessa o con un martello. Solitamente la colpisce mentre è girata, così non si sporca i vestiti di sangue. Non sempre usa martelli e bottiglie. Talvolta fa perdere l’equilibrio al malcapitato e lo fa cadere nella fognatura.

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Alexander Pichuskin inizia così una lunga serie di violenze che lo porta ad uccidere decine e decine di persone. Non lo arrestano mai, né tantomeno lo sospettano, nonostante frequenti abitualmente il parco. Nel 2006 arrestano un transessuale e lo accusano di alcune sparizioni nel parco di Biza. Trovano un martello nella sua borsetta. Adirato nel vedere la sua opera attribuita ad un transessuale, Alexander Pichuskin, che è anche fortemente omofobo, mette a punto un piano per farsi arrestare, rinunciando all’idea di uccidere le sessantaquattro persone. Invita a cena una collega, Marina Moskalëva.

Prima si accerta che il figlio sia al corrente della sua uscita e poi la uccide a martellate nel parco di Biza, senza occultare il corpo. Gli agenti trovano subito il cadavere sfigurato nel parco. Trovano anche Pičuškin, che minaccia il suicidio, cosa che rende il suo arresto più difficoltoso. Catturato, confessa tutti gli omicidi all’ispettore Isakandar Glimov. Nella lunga confessione, che venne anche trasmessa in televisione, Alexander Pichuskin affermò davanti ad un investigatore di essere l’assassino del parco di Biza, rivelò il proprio modus operandi, il proprio movente, il luogo dove i corpi erano stati nascosti e il suo primo omicidio.

La polizia controlla il parco di Biza e trovò nelle fognature quarantotto cadaveri, che insieme a quello di Michail, la vittima del 1992, fa quarantanove vittime accertate. Alexander Pichuskin ne confessa sessantadue in totale. Riconosciuto fin dall’inizio capace di intendere e di volere, il 29 ottobre 2007 è giudicato colpevole dal giudice di quarantotto omicidi, una delle vittime trovate nelle fogne riesce a sopravvivere, e lo condannano all’ergastolo. I parenti delle vittime chiedono la pena capitale.

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Moses Sithole: serial killer stupratore sudafricano

A volte telefona alle famiglie e si prende gioco di loro. Dopo diverso tempo il panico si diffonde a livello nazionale e la polizia chiede la consulenza dell’Fbi. Moses Sithole, con i suoi modi di fare molto ordinari, è insospettabile. Ad agosto del 1995 lo vedono in compagnia di una delle sue future vittime. Quindi, lo identificano e scoprono i suoi precedenti per stupro. Diviene ricercato. Gli agenti provano ad arrestarlo seguendo le telefonate che effettua, ma sfugge tre volte. Lo arrestano a Johannesburg, grazie alla segnalazione di un suo parente.

Assassino seriale sudafricano, dopo un arresto per stupro, Moses Sithole inizia ad uccidere le donne attirandole in un luogo appartato con false offerte di lavoro. Poi le stupra e le strangola. Arrestato nel 1995 dopo un periodo di latitanza, gli investigatori lo trovano colpevole di almeno trentotto omicidi e il tribunale lo condanna al carcere a vita. Alcune delle sue vittime sono state confuse con quelle di David Selepe, un altro serial killer sudafricano. In realtà, il bodycount di Sithole potrebbe essere leggermente più alto. Inizialmente, la polizia lo accusa di undici omicidi.

Moses Sithole nasce il 17 novembre del 1964 a Vosloorus, un quartiere povero di Boksburg in Sudafrica. Rimane orfano del padre, Simon Tangawira Sithole, ad appena cinque anni. La madre Sophie, qualche tempo dopo essere rimasta vedova, incapace di prendersi cura dei figli, li porta in una stazione, chiama i poliziotti e gli dice che quei bambini accanto a lei sono zingari e lei non è la madre. I poliziotti le credono e prendono in custodia i ragazzini. Sithole passa la sua infanzia in un orfanotrofio con i quattro fratelli. Viene spesso maltrattato.

Dopo tre anni, Moses Sithole fugge e torna dalla madre, che lo costringe a tornare indietro. Tutti questi fatti provano la psiche di Sithole, al punto di portarlo a sviluppare una forma grave di misoginia. Esce dall’orfanotrofio e si trasferisce con il fratello Patrick a Venda. Riesce a guadagnarsi poco da vivere facendo lavori umili e lavorando nelle miniere d’oro di Johannesburg. In questo periodo, Moses Sithole violenta alcune donne. Lo arrestano e lo condannano al carcere, dove subisce uno stupro. Nel 1994 torna in libertà. Dal 1995 inizia ad uccidere. Tutte le sue vittime sono donne, con l’eccezione di un bambino. Gli omicidi avvengono sempre in pieno giorno e si svolgono tutti nel 1995, in un anno circa.

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Partono dalla città di Atteridgeville, continuano a Boksburg e terminarono a Cleveland, che è un sobborgo di Johannesburg, e a Pretoria. Moses Sithole abborda le sue vittime dove capita e le attira in un luogo isolato. La scusa che usa è quella di essere un ricco uomo d’affari che vuole offrire loro un lavoro per un’organizzazione di beneficenza. Poi, le stupra e le strangola con la loro biancheria intima. Accanto a loro lascia ammucchiati degli oggetti: coltelli, specchi, croci, bibbie bruciate e uccelli morti impalati e trafitti da spilloni.

A volte telefona alle famiglie e si prende gioco di loro. Dopo diverso tempo il panico si diffonde a livello nazionale e la polizia chiede la consulenza dell’Fbi. Moses Sithole, con i suoi modi di fare molto ordinari, è insospettabile. Ad agosto del 1995 lo vedono in compagnia di una delle sue future vittime. Quindi, lo identificano e scoprono i suoi precedenti per stupro. Diviene ricercato. Gli agenti provano ad arrestarlo seguendo le telefonate che effettua, ma sfugge tre volte. Lo arrestano a Johannesburg, grazie alla segnalazione di un suo parente.

Non è facile prenderlo, in quanto è armato, ma alla fine un poliziotto gli spara due volte per catturarlo, colpendolo vicino allo stomaco. È collegato a decine e decine di omicidi. Lui ne confessa trentotto. Il 5 dicembre 1997, a conclusione del processo, il giudice accerta i trentotto omicidi e quaranta stupri e lo condanna a duemilaquattrocentodieci anni di carcere. Al suo arrivo in prigione, si scopre che ha contratto il virus dell’hiv che causa l’aids. Lo curano con un trattamento medico, mentre moglie e figlio muoiono di questa terribile malattia, perché non possono beneficiare di coperture mediche.

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Yang Xinhai: il cinese col vizio dell’omicidio seriale

Inizia a guadagnarsi da vivere facendo piccoli lavori saltuari sotto assunzione. Inizialmente lavora in una miniera di carbone. Nel 1988 lo arrestano con l’accusa di furto con scasso e lo condannano ai lavori forzati. Esce di prigione, ma nel 1991 lo arrestano nuovamente con la stessa accusa e lo condannano ad altri lavori forzati.

Noto come Yang Zhiya, Yang Ganggang e Yang Liu, Yang Xinhai è un assassino seriale cinese che, prima di essere arrestato per l’ultima volta, trascorre gli anni ad entrare ed uscire dalla prigione. Dopo essere stato mollato dalla ragazza, inizia ad entrare nelle case di notte per massacrarne gli occupanti con machete, martelli e badili.

Colpisce in molte province nell’arco di circa quattro anni. Viene arrestato per caso nel novembre del 2003 e, al processo, lo giudicano colpevole di sessantasette omicidi e lo condannano a morte tramite fucilazione, eseguita il 14 febbraio 2004. Yang Xinhai nasce a Zhumadian, in una famiglia molto povera, il 17 luglio del 1968.

È il più giovane di quattro figli. Ha due fratelli e una sorella. Tutti lo considerano una persona tranquilla, intelligente, che ha l’hobby di dipingere, ma introversa. Nel 1985, a diciassette anni lascia la scuola e decide di non tornare più dalla sua famiglia.

Inizia a guadagnarsi da vivere facendo piccoli lavori saltuari sotto assunzione. Inizialmente lavora in una miniera di carbone. Nel 1988 lo arrestano con l’accusa di furto con scasso e lo condannano ai lavori forzati. Esce di prigione, ma nel 1991 lo arrestano nuovamente con la stessa accusa e lo condannano ad altri lavori forzati.

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Nel 1996 mostra i primi segni di squilibrio quando prova a stuprare una persona. Lo condannano a cinque anni di carcere, ma esce nel 1999, circa tre anni dopo. In questo periodo si trova una ragazza che, quando scopre che Yang è stato imprigionato per stupro, lo lascia. Siamo nel 2000.

È questa la molla che fa scattare la furia omicida. Inizia ad uccidere il 19 settembre dello stesso anno e finisce tre anni dopo, l’8 agosto del 2003. Il suo modus operandi è sempre identico: aspetta che cali la notte, poi si introduce di nascosto nelle case isolate. Talvolta uccide l’intera famiglia, usando asce, mannaie, martelli e badili. Mentre gli uomini e i bambini vengono uccisi subito, le donne sono prima violentate e poi assassinate.

In molti altri casi commette degli abusi sessuali anche sui cadaveri. Viene processato a porte chiuse nella corte di Luohe, in provincia di Henan. L’1 febbraio del 2004, in meno di un’ora, il tribunale lo riconosce colpevole di sessantasette omicidi ai danni di donne adulte e minori, ventitré stupri, svariate rapine e dieci ferimenti. Viene inflitta la condanna a morte per ogni reato. Lo giustiziano nel carcere di Henan con un colpo di fucile alla testa il 14 febbraio del 2004. Pochi fortunati, anche se in gravissime condizioni, si riescono a salvarsi dalla sua furia.

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Gli interessi e le atrocità della mafia nigeriana in Italia

La criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

“Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”. Poche righe chiarissime: si parla di mafia nigeriana. Non pronunciate in un convegno da un criminologo, ma inserite in una informativa riservata del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma. Dopo pochi anni, quello della mafia nigeriana diventa un preoccupante caso nazionale. Una storia di cronaca. Anzi, una delle tante storie di cronaca.

Gli adepti di queste congreghe che si rifanno alla mafia nigeriana sono violenti, spietati e sanguinari e cercano di importare in Italia le metodologie tribali nigeriane, puntando a controllare il mercato della droga e della prostituzione, soprattutto eroina e cocaina, a colpi di machete, pugnalate e torture di vario genere. Dunque, ancora una volta l’Italia si scopre salotto buono delle mafie. Non più solo la ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra campana e la sacra corona unita pugliese, ma adesso anche la mafia nigeriana, che si somma alle varie altre mafie straniere che negli anni hanno fatto affari d’oro in Italia, come quella russa, quella rumena e quella albanese. Un vero fallimento dello Stato. Anzi, il vero fallimento dello Stato.

Dove comanda la mafia, la democrazia, la Costituzione e tutte le leggi hanno fatto un passo indietro, per impotenza, per imperizia e perché all’interno dell’apparato statale dilaga la corruzione. La mafia nigeriana, detta anche mafia di Langtan, dall’omonima cittadina della Nigeria, è ormai una delle più potenti organizzazioni criminali internazionali che si è sviluppata in Nigeria e si è auto esportata in mezza nel bacino del mediteraneo. Nasce agli inizi degli anni Ottanta, in seguito alla crisi del petrolio, risorsa chiave del Paese, che portò i gruppi dirigenti a cercare l’appoggio della criminalità locale per mantenere i loro privilegi.

Così protetta, la criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

Il modello strutturale della mafia nigeriana è formato da gruppi autonomi sciolti e, allo stesso tempo, dipendenti da un vertice unico. Si tratta di un sistema in cui cellule criminali più strutturate si accompagnano a cellule contingenti che, diversamente dalle precedenti, nascono in corrispondenza di un singolo affare criminale e si sciolgono al termine di quest’ultimo. I gruppi criminali sono di genere maschile, soprattutto per le attività di narcotraffico e truffe telematiche, femminile per quanto riguarda in particolare lo sfruttamento della prostituzione con la figura delle madame, tipicamente ex vittime di tratta che gestiscono il sistema di sfruttamento e vi sono anche gruppi misti.

La mafia nigeriana frusta e tortura i suoi prigionieri

Uno dei riti di iniziazione più frequenti è il sottoporsi a frustate da parte del boss dell’organizzazione. In Nigeria operano più che altro confraternite e bande criminali sotto il controllo di un capo. Le prime, formate principalmente da studenti, si dedicano a intimidire i professori con minacce pesanti per avere buoni risultati a scuola. Le seconde sono dedite al traffico di droga, armi e alla prostituzione delle nigeriane. A partire dagli anni Ottanta la mafia nigeriana si è espansa in molti Paesi tra cui l’Italia dove opera per lo più nelle zone meridionali, Campania e Sicilia. L’organizzazione dei Black Axe è nata negli anni Settanta a Benin City in Nigeria. Elementi di questa organizzazione criminale sono già stati rilevati a Brescia e Torino.

Il 15 gennaio 2007 con l’operazione Viola vengono arrestati sessantasei presunti appartenenti alla mafia nigeriana, di cui 23 già in ottobre 2007, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di esseri umani e narcotraffico in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Il 18 febbraio 2010 vengono arrestati cinque nigeriani nell’operazione Piovra Nera: gestivano un traffico di cocaina a Genova. Nel 2009 a Brescia viene decapitata l’organizzazione capeggiata da Frank Edomwonyi con l’arresto di 12 persone.

A Torino nel 2010 vengono condannati per associazione mafiosa alcuni affiliati ai Black Axe e Eiye che si erano fatti una guerra che aveva macchiato di sangue e gettato nel terrore diverse periferie della città della Mole già nel 2003. Voci non confermate ufficialmente ma non smentite sostengono che l’Aisi, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, dal 2012 controlli il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, che gestirebbe i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. La roccaforte dell’organizzazione è Castelvolturno.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un’organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa. In particolare, viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l’egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Infatti, nel regno che fu di Riina e Provenzano per la prima volta viene contesta l’aggravante mafiosa a un’organizzazione straniera. Il gruppo controllava spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali.

Qualche mese prima dell’omicidio di Di Giacomo, gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova gang. È il 27 gennaio 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto. Affettati come in macelleria.

L’organizzazione si muove tra spaccio e prostituzione

Una vera e propria associazione criminale di stampo mafioso, con tanto di capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento spietati e violenti, protetta dalla più terribile forma d’immunità: l’omertà. Dopo un secolo e mezzo di storia criminale siciliana legata a Cosa nostra, si scopre che una nuova mafia ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e arrivando a comandare tra i vicoli del centro storico. Nuovi boss che vengono da lontano e non parlano il siciliano. Nuove organizzazioni consolidate nel continente africano che si riuniscono sotto il nome di Black Axe, Ascia Nera, nata appunto negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa, li chiamano culti, e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra arrivano anche in Italia. Guarda caso, i nuovi capi nigeriani iniziano a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra, ma con ancor meno scrupoli.

Le indagini si indirizzano su altri tre cittadini della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. I loro nomi sono Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Picchiati perché molestato mia donna” ha ammesso Johnbull, il capo dei tre, sperando che la scusa utilizzata anche in altre città per giustificare le risse tra nigeriani, possa servire a distrarre l’attenzione degli investigatori dai suoi reali interessi. I sostituti procuratori Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono e scoprono che Johnbull è il capo del trio e, probabilmente, è uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è proprio tra quei vicoli che indisturbato gestiva lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che volevano provare a vendere la roba senza sottomettersi alla sua banda.

Il giornalista Mario Portanova, de Il Fatto Quotidiano, spiega che: “La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. Se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche”.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati. Molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti. E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano”, ha raccontato Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più affermati e autorevoli quotidiani della Nigeria.

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I criminali arrivano in Italia sui barconi alla conquista del nord

Non chiederti come c’è arrivata fin qui la mafia nigeriana. Poco alla volta e sui barconi. Si rifocillavano nei centri di prima accoglienza e poi sparivano, andando ad ingrossare le fila della mafia nigeriana, che intento si ramificava rapidamente lungo la Penisola. Sempre più organizzata e pericolosa. Sempre più potente. In tutte le città. A Ferrara, a Novara, a Padova, a Biella, a Brescia, a Rimini… Un primo pentito nigeriano ha parlato agli investigatori di Novara. Uno degli aggrediti ha rivelato: “Aye mi aveva chiesto di aderire alla società occulta mafiosa che dà protezione ai membri che opprimono e sfruttano i connazionali. Io non ho accettato. Allora mi ha accompagnato nel cortile e lì, mentre uno mi teneva fermo, un altro mi ha spaccato una bottiglia in testa”.

Il meccanismo del racket della prostituzione è semplice. Contatti di Torino mi hanno spiegato che le ragazze, anche minorenni, firmano un contratto a casa loro impegnandosi a versare cinquantamila euro in cambio di un lavoro onesto quando saranno a destinazione. La ragazza viene affidata ad un accompagnatore che l’aiuta a superare indenne il Togo, il Ghana e la Costa d’Avorio, per raggiungere la Libia. Da lì sarà imbarcata sui gommoni e prelevata in mare insieme ai compagni da una Ong o da una nave di Frontex. In Sicilia, una donna dell’organizzazione, una maman, la istruirà tra riti vudù e altre perversioni su come comportarsi per saldare il debito di cinquantamila euro. Chi non rispetta i patti causa la condanna a morte dei parenti in terra di origine e viene brutalmente picchiata.

A Torino, la mafia nigeriana è sempre più potente a Torino. Bisognerebbe domandarsi come sia riuscita a penetrare nel territorio torinese gestendo diversi tipi di traffici illeciti nonostante la presenza di forze dell’ordine e della ndrangheta. “Chi segue questi culti nigeriani a Torino controllava una fetta di territorio. In molti casi erano piccole zone, pezzi o intere vie cittadine in cui riuscivano a esercitare un controllo totale su alcune attività come spaccio e prostituzione. In altre zone si dedicavano ad estorcere denaro a commercianti della loro stessa nazionalità”, ha detto Marco Martino, dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Torino.

Attento conoscitore di Torino e di determinate dinamiche, Martino ha anche evidenziato come “Il controllo del territorio in certe aree del nord Italia non è appannaggio della mafia italiana, che per forza di cose lascia alcune zone scoperte, questo è chiaro. Ecco perché in quei luoghi si registra una maggiore penetrazione dei sodalizi criminali stranieri. Ci sono tante zone in cui, fortunatamente, non c’è il controllo della criminalità organizzata. Al contrario, dove la mafia italiana è forte, per le mafie straniere è davvero molto difficile espandersi. A Torino, per fare un esempio, i rumeni della gang della Brigada, i cinesi, così come la mafia russa, difficilmente riescono a radicalizzare sul territorio”.

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Ludwig e quelle idee neonaziste contro i ”deviati” e i poveri

I due serial killer che si celano dietro la sigla Ludwig sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona.

Ludwig non è un serial killer, bensì lo pseudonimo di due serial killer nazisti che terrorizzarono il nordest d’Italia per sette lunghi anni. Mi riferisco a Wolfgang Abel, originario di Düsseldorf, nasce il 25 marzo del 1959. Marco Furlan, invece, nasce a Padova il 16 gennaio del 1960.

Insieme appiccano incendi e uccidono spinti da idee neonaziste. Commettono i delitti nel nordest dell’Italia, in Germania e nei Paesi Bassi, tra il 25 agosto 1977 e l’8 gennaio 1984. Dopo aver ucciso, spediscono delle lettere alla polizia e rivendicavano gli omicidi o gli attentati. Si firmano come Ludwig.

L’aspetto che maggiormente colpisce l’opinione pubblica al momento dell’arresto dei membri del gruppo Ludwig è l’origine sociale di Furlan e Abel, figli dell’alta borghesia di Verona e provenienti dal quartiere di Borgo Trento, uno dei più prestigiosi del capoluogo scaligero.

Wolfgang Abel è figlio di un consigliere delegato di una compagnia assicurativa tedesca e vive a Negrar, in provincia di Verona, pur avendo abitato a Monaco di Baviera. Si laurea in matematica a pieni voti e lavora col padre nella medesima compagnia assicurativa. Marco Furlan è figlio del primario del centro ustionati dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona – sintomatico il fatto che molte delle vittime di Ludwig vengono arse vive – ed al momento dell’arresto risulta in procinto di laurearsi in fisica presso l’Università di Padova.

I due sono parte di un gruppo di giovani che, all’epoca, sono soliti incontrarsi nella piazza Vittorio Veneto di Borgo Trento. Condividono l’idea di ripulire il mondo da barboni, omosessuali, tossicodipendenti e preti. Il primo omicidio avviene il 25 agosto 1977, quando il senzatetto zingaro Guerrino Spinelli viene bruciato nella sua Fiat 126 a Verona.

Segue, il 17 dicembre 1978, l’accoltellamento del cameriere omosessuale Luciano Stefanato, assassinato con trenta coltellate. Quasi un anno dopo, il 12 dicembre 1979, a Venezia, Furlan e Abel uccidono con una trentina di coltellate il tossicodipendente ventiduenne Claudio Costa. Il 25 novembre 1980 una lettera arriva alla redazione di Mestre del giornale locale Il Gazzettino.

Nella missiva si rivendicano tre omicidi avvenuti in Veneto tra il 1979 e il 1980 e porta la firma Ludwig, posta lungo le ali di un’aquila del Terzo Reich posata sopra una svastica. A corredo del tutto, una serie di informazioni dettagliate sulle molotov e i coltelli usati nei delitti, a prova della veridicità della rivendicazione.

Gli omicidi rivendicati sono quelli di Guerrino Spinelli, un senzatetto bruciato nella sua macchina a Verona nell’agosto 1977, Luciano Stefanato, cameriere omosessuale ucciso a coltellate a Padova nel dicembre 1978 e Claudio Costa, tossicodipendente ucciso a coltellate a Venezia nel 1979. Tre omicidi seriali uniti da un filo conduttore: tre persone che agli occhi di persone che perseguivano le idee del nazismo risultavano deviate.

Infatti, circa un mese dopo la lettera inviata al Gazzettino, una quarta uccisione di una persona appartenente a una categoria posta al di fuori di quello che per LuLudwig ra l’ordine: Alice Maria Beretta, prostituta uccisa a colpi di ascia e martello a Vicenza nel dicembre 1980.

Ludwig non sceglie personalità in vista, esponenti di una fazione politica opposta, né cerca la strage in nome del terrore. Tutto questo in anni in cui l’Italia ancora non era pratica nel fronteggiare i moderni serial killer, e proprio nel periodo in cui inizierà ad apprendere i primi metodi di contrasto a fenomeni di questo tipo per fronteggiare il primo assassino seriale di stampo maniacale in Italia nell’era moderna, il Mostro di Firenze.

Wolfang Abel e Marco Furlan dietro il serial killer Ludwig

Il pensiero di Ludwig si espliciterebbe meglio in una nuova rivendicazione, arrivata tuttavia in seguito ad un’azione che in sede processuale non gli viene attribuita. Il 25 maggio 1981 viene data alle fiamme la torretta di San Giorgio, una fortificazione delle mura di Verona usata come ritrovo da senzatetto e tossicodipendenti.

In quel terribile rogo muore il diciassettenne Luca Martinotti. In seguito a questo episodio, una lettera a firma Ludwig arriva alla redazione de La Repubblica. Si legge: “Ludwig – La nostra fede è nazismo, la nostra giustizia è morte, la nostra democrazia è sterminio”, e nelle righe successive viene rivendicato il rogo della torretta di San Giorgio.

A conclusione del testo, la frase “Gott mit Uns”, motto dell’esercito tedesco per secoli fino ai tempi della Germania nazista. Gli omicidi successivi firmato Ludwig sono quelli del 20 luglio 1982: tocca prima a padre Gabriele Pigato e poi a padre Giuseppe Lovato, entrambi frati settantenni del Santuario della Madonna di Monte Berico a Vicenza, aggrediti mentre stanno passeggiando in via Cialdini e uccisi a colpi di martello dai due giovani.

Nel febbraio 1983 a Trento viene ucciso padre Armando Bison, cui viene conficcato in testa un punteruolo con attaccato un crocifisso. Si tratta del primo delitto compiuto fuori dai confini del Veneto. E purtroppo non sarà assolutamente l’unico. Ludwig evolve ad un livello superiore di violenza. Ludwig fa un passo avanti nella sua opera di morte, passando dai singoli omicidi alle stragi.

Il 14 maggio 1983, i due serial killer danno fuoco al cinema a luci rosse Eros di Milano, uccidendo sei persone, compreso il medico Livio Ceresoli, entrato nella sala per prestare soccorso, morto ustionato e poi insignito della medaglia d’oro al valor civile. Perché non esportare il messaggio nazista di Ludwig all’estero? E così, nel mese di dicembre Ludwig colpisce per la prima volta fuori dall’Italia, per la precisione ad Amsterdam, dando fuoco al sexy club Casa Rossa e causando la morte di tredici persone.

Il mese successivo, cioè a gennaio del 1984, viene data a fuoco la discoteca Liverpool di Monaco di Baviera, in cui rimane uccisa una cameriera, Corinne Tatarotti, e altre sette persone restano ustionate. La furia moralizzatrice di Ludwig si evince chiaramente nella rivendicazione, in cui viene scritto ‘al Liverpool non si scopa più’.

Il 4 marzo 1984, Ludwig compare alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere in provincia di Mantova e lì, dopo sette anni, compie un passo falso: all’interno si trovano quattrocento ragazzi mascherati per la festa di carnevale. Wolfang Abel e Marco Furlan si introducono nel locale portando due borse contenenti altrettante taniche di benzina.

Cercano di dare fuoco alla moquette, senza tenere conto che i locali pubblici ormai sono dotati di rivestimenti fatti in materiali ignifughi, dopo il rogo del cinema Statuto, avvenuto a Torino nel febbraio del 1983. Scoperti, tentano di aggredire il buttafuori, ma vengono sopraffatti e consegnati alla Polizia, che li salva dal linciaggio.

Ludwig si lascia dietro ventotto morti e trentanove feriti. Wolfang Abel e Marco Furlan vengono condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero aveva chiesto per tutti e due l’ergastolo, per quindici omicidi e due incendi, in cui muoiono altre tredici persone.

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Abel e Furlan scontano la pena e tornano in libertà

Abel viene sottoposto a perizia psichiatrica, richiesta anche dai difensori di Furlan, Tiburzio De Zuani e Piero Longo: l’imputato rifiuta di sottoporsi ai colloqui. Gli specialisti Balloni e Reggiani affermano che Abel ha una ridotta capacità di intendere e di volere durante gli omicidi, inoltre affermarono che è cresciuto senza le attenzioni affettive che permettono di costruire una personalità sana. La perizia viene contestata. Il 10 febbraio 1987 vengono entrambi condannati a trent’anni di carcere, mentre il pubblico ministero chiede per tutti e due l’ergastolo. Ad entrambi viene riconosciuto un vizio parziale di mente.

Il 15 giugno 1988, la Corte d’assise d’Appello di Venezia rimette in libertà entrambi per decorrenza dei tempi di carcerazione e ordina a Furlan il soggiorno obbligato a Casale di Scodosia, un paese in provincia di Padova, da cui Furlan fugge nel febbraio del 1991, poco prima della definitiva condanna in Cassazione. Lo catturano nel maggio del 1995 a Creta, dove vive sotto falso nome e lo riportano in Italia.

Intanto, il 10 aprile del 1990 la Corte d’appello di Venezia, presieduta da Nicola Lercario, lo condanna in contumacia a ventisette anni di carcere, condanna confermata l’11 febbraio 1991 dalla Corte di Cassazione. Nella stessa occasione anche Abel viene condannato a ventisette anni. Poco dopo l’arresto a Creta, Furlan tenta il suicidio in carcere, provando a impiccarsi alle sbarre con un lenzuolo, ma rimanendo sostanzialmente illeso.

La sigla Ludwig fu ripresa da altri fanatici dell’estrema destra italiana, che non avevano mai avuto contatti con Abel e Furlan, ma attraverso i giornali erano attratti dalle loro idee razziste, e che quindi decisero di organizzare nella città di Firenze, il 27 febbraio 1990, un pestaggio di massa ai danni dei venditori ambulanti e spacciatori immigrati presenti nelle varie zone della città, lasciando ai giornali italiani alcuni volantini in cui rivendicavano l’aggressione firmandosi come Ludwig.

In seguito passarono ad attacchi bomba contro i campi nomadi in Toscana, facendo numerosi feriti tra i rom (particolarmente cruento fu un attacco bomba fatto al campo nomadi nella Provincia di Pisa, dove una bambina perse un occhio e una mano). Queste azioni violente suscitarono molto clamore poiché alcune vittime degli attacchi bomba erano bambini.

Questo aumentò le pressioni dell’opinione pubblica per un intervento della Polizia Italiana e dei Carabinieri, che arrestarono gli autori degli attentati. I colpevoli erano ragazzi più giovani di Abel e Furlan, provenivano da città diverse e, quando furono interrogati, dissero di non aver mai conosciuto di persona i membri di Ludwig, ma di volerli emulare. Il 18 aprile 2008 viene diffusa la notizia della decisione del Tribunale di sorveglianza di Milano di affidare Marco Furlan in prova ai servizi sociali.

Furlan, attraverso il suo legale, l’avvocato milanese Corrado Limentani, aveva chiesto di poter lasciare il carcere di giorno per tornarvi la notte e nei fine settimana. L’organismo giudiziario ha rifiutato la semilibertà, ma ha concesso l’affidamento ai servizi sociali, tenendo conto della buona condotta del serial killer e dell’ormai imminente fine pena, prevista per l’inizio del 2009.

La notizia non ha mancato di suscitare polemiche nell’opinione pubblica: proteste al riguardo sono pervenute alle redazioni di quotidiani e settimanali. Il 24 aprile 2008 Furlan ha preso la seconda laurea con lode in ingegneria informatica, mentre il 12 novembre 2010 è stato rimesso in libertà per la buona condotta tenuta durante il periodo in libertà vigilata.

Nel 2009, la misura detentiva residua a carico di Wolfgang Abel è stata commutata negli arresti domiciliari, scontati nella casa di famiglia in Valpolicella. Scaduto il termine di pena, dopo un ulteriore periodo di libertà vigilata e obbligo di firma a Negrar, il 24 novembre 2016 il magistrato di sorveglianza competente ha revocato anche quest’ultimo provvedimento, sancendo il ritorno in libertà di Abel. Intervistato dal Corriere del Veneto, Abel ha affermato di essere pronto a rendere ulteriori dichiarazioni e testimonianze inedite sulla sua esperienza criminale.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Mostro di Firenze: storia di un mistero intriso di sangue

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

Il 21 agosto del 1968 si consumava un duplice omicidio, quello di una coppietta, che apparentemente poteva sembrava l’assassinio compiuto da un maniaco, o da un guardone disturbato, ma poteva sembrare anche un omicidio passionale dettato dalla gelosia. Le vittime erano due amanti. Nulla fece pensare che in quella terribile scena del delitto, con corpi abilmente martoriati ci fossero tutti gli elementi per raccontare il più grande mistero che aleggia intorno ad un serial killer, o ad una congrega di assassini seriali, identificato con il soprannome di Mostro di Firenze. E di serial killer si tratterebbe anche se il movente fosse il satanismo, come più volte indicato dalle indagini.

Il problema di fondo è che cinquant’anni non sono bastati a capire e ad arrivare alla verità. Cinquant’anni dopo il primo delitto firmato dalla calibro 22 del Mostro di Firenze, la procura indaga ancora sui suoi terribili ed efferati delitti. Cinquant’anni dopo si dice che non si brancola più nel buoi. Si dice. Anzi, gli inquirenti sono fermamente convinti che la soluzione definitiva di questo mistero sanguinario – fatto di ben sedici omicidi e una lunghissima inchiesta giudiziaria, più che mai intricata, piena di abbagli e depistaggi – risieda proprio nell’omicidio datato 21 agosto del 1968 e avvenuto a Castelletti, vicino Signa, in provincia di Firenze. Mostro di Firenze è lo pseudonimo usato in Italia per indicare un assassino seriale dall’identità controversa che, dal mese di settembre del 1968 a quello di settembre del 1985, uccide a colpi di pistola otto coppiette appartate in auto nei dintorni del capoluogo toscano.

Negli anni successivi agli omicidi vengono indagate e arrestate diverse persone. L’inchiesta della procura di Firenze porta alla condanna in via definitiva di due uomini identificati come autori materiali di quattro duplici omicidi, i cosiddetti “compagni di merende”: Mario Vanni e Giancarlo Lotti. Il terzo, Pietro Pacciani, che in primo grado colleziona diversi ergastoli per sette degli otto duplici omicidi, per poi essere assolto in appello, muore prima di essere sottoposto ad un nuovo processo, da celebrarsi a seguito dell’annullamento nel 1996 della sentenza di assoluzione da parte della Corte di Cassazione. I crimini del Mostro di Firenze si sviluppano nell’arco di diciassette anni e coinvolgono coppie appartate nella campagna fiorentina in cerca di intimità. Le costanti della vicenda attengono ai mezzi usati e al “modus operandi”.

Tranne nel duplice omicidio del 1985, in cui le vittime sono in una tenda da campeggio, tutte le altre coppie uccise sono all’interno delle loro vetture. Luoghi appartati e notti di novilunio, o molto buie. Quasi sempre in estate. L’omicida usa la stessa arma da fuoco, una pistola Beretta calibro 22, modello 74 da dieci colpi. Generalmente, il serial killer spara prima al ragazzo e poi alla ragazza che, quando subisce le escissioni o viene martoriata con un’arma da taglio, è trascinata fuori dall’auto e allontanata dal partner. Le procure di Firenze e Perugia focalizzano l’attenzione delle indagini su un possibile movente di natura esoterica, che potrebbe spingere una o più persone a commissionare i delitti.

L’assassino seriale toscano crea una vera e propria psicosi nella popolazione. In quattro degli otto duplici omicidi, l’assassino asporta il pube delle donne uccise, servendosi di un’arma bianca che, secondo gli inquirenti dovrebbe essere un coltello da sub. Negli ultimi due casi, asporta anche il seno sinistro delle vittime femminili. I luoghi dei delitti sono stradine di campagna sterrate o piazzole nascoste, solitamente frequentate da coppie in cerca di intimità e da guardoni. Ciò porta a pensare che l’assassino sia una persona che conosce bene quei territori e che, in alcuni casi, pedina le vittime prima di ucciderle. Le indagini sui delitti del Mostro di Firenze e sui “compagni di merende” conducono gli inquirenti ad ipotizzare l’esistenza di una sovrastruttura mandante degli omicidi.

Il primo terribile omicidio del Mostro di Firenze

La notte del 21 agosto 1968, all’interno di un’Alfa Romeo Giulietta posteggiata presso una strada vicino al cimitero di Signa, muoiono assassinati Antonio Lo Bianco, muratore siciliano di ventinove anni, sposato e padre di tre figli, e Barbara Locci, casalinga di trentadue anni, di origini sarde. I due sono amanti. La donna è sposata con Stefano Mele, un manovale sardo. Le indagini conducono al marito della donna, che il 23 agosto confessa il delitto, anche se risulta incapace di maneggiare un’arma. Poi, Mele ritratta in parte la confessione, e coinvolge come complice Salvatore Vinci, per scagionarlo poche ore dopo.

Nel marzo del 1970 Stefano Mele è condannato dal tribunale di Perugia alla pena di quattordici anni di reclusione, perché viene riconosciuto parzialmente incapace di intendere e di volere. Durante il processo, Giuseppe Barranca, cognato di Antonio Lo Bianco, collega di lavoro di Mele, anch’egli amante della Locci, racconta che la donna, pochi giorni prima del delitto, si rifiuta di uscire con lui raccontandogli che c’è un uomo che la segue in motorino. Una deposizione analoga viene resa da Vinci.

Il 14 settembre 1974 ha luogo il primo duplice omicidio di apparente natura maniacale. Pasquale Gentilcore di diciannove anni, impiegato alla Fondiaria Assicurazioni, e Stefania Pettini, di diciotto, segretaria d’azienda presso un magazzino di Firenze, vengono uccisi in una strada sterrata nella frazione di Rabatta. Il pomeriggio prima, la Pettini confida ad un’amica di aver fatto uno “strano” incontro con una persona che l’ha turbata. Gli inquirenti esaminano il diario della ragazza ma senza trovare annotazione insolite.

Il primo dei due duplici omicidi del 1981 viene commesso nella notte tra il 6 ed il 7 giugno nei pressi di Mosciano di Scandicci. Le vittime sono Giovanni Foggi, trent’anni, e la sua ragazza, Carmela De Nuccio, di ventuno. Entra in scena Vincenzo Spalletti, trentenne, sposato e padre di tre figli, accusato da alcuni testimoni. Durante l’interrogatorio, Spalletti mente e viene accusato di falsa testimonianza. Il sospetto è che l’assassino sia lui. Mentre Spalletti si trova in carcere, sua moglie e suo fratello ricevono telefonate anonime, in cui qualcuno assicura che il loro caro sarà scagionato, cosa che accade ad ottobre dello stesso anno, dopo il nuovo duplice delitto.

Il 23 ottobre 1981, a Travalle di Calenzano, vicino a Prato, lungo una strada sterrata che attraversa un campo, a poca distanza da un casolare abbandonato, vengono uccisi Stefano Baldi, di ventisei anni, e Susanna Cambi, di ventiquattro. I due giovani devono sposarsi. La Cambi fa capire alla madre di essere pedinata da qualcuno. La notte del 19 giugno 1982, a Baccaiano di Montespertoli muoiono assassinati Paolo Mainardi, di ventidue anni, e Antonella Migliorini di diciannove. L’assassino, per la prima volta, non esegue escissioni dei feticci e non ha il tempo di infierire sui cadaveri. Questo omicidio viene scoperto subito. Antonella è già morta, ma Paolo respira ancora. Trasportato all’ospedale di Empoli, muore il mattino seguente.

Pietro Pacciani diventa il sospettato numero 1

Successivamente al delitto di giugno del 1982, che porta gli inquirenti a collegare alla serie di omicidi maniacali, tra cui quello avvenuto quattordici anni prima a Signa, le indagini si rivolgono verso Francesco Vinci, pastore pluripregiudicato, di Montelupo Fiorentino, già chiamato in causa da Stefano Mele nell’omicidio del 1968. Vinci viene trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme ad un amico, Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, sono rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si pensa a collegamenti col “Mostro” e a vendette in ambienti della malavita sarda. Ma intanto, il caso resta irrisolto.

Il 9 settembre 1983, a Giogoli, vengono assassinati due turisti tedeschi, Jens-Uwe Rüsch e Horst Wilhelm Meyer, entrambi di ventiquattro anni, studenti presso l’Università di Münster, che al momento dell’aggressione si trovano a bordo del loro furgone. I ragazzi vengono raggiunti e uccisi da sette proiettili, sparati con precisione attraverso la carrozzeria. Si pensa che il killer, non potendo essere Mele e neppure Vinci, possa essere un altro personaggio appartenente alla loro cerchia di frequentazioni e conoscenze. Vengono indagati Giovanni Mele, fratello di Stefano, e Piero Mucciarini, cognato di Giovanni Mele. Successivamente, i due vengono scarcerati, non essendoci a loro carico indizi gravi.

Le vittime del penultimo delitto del Mostro di Firenze sono Claudio Stefanacci, di ventuno anni, e Pia Gilda Rontini, di diciotto. Vengono uccise il 29 luglio 1984. L’omicida spara attraverso il vetro della portiera destra colpendo il ragazzo quattro volte, di cui una alla testa, e due volte la ragazza, al volto e al braccio. In seguito, l’assassino infierisce con diverse coltellate sui corpi dei due ragazzi, colpendo due volte alla gola Pia e una decina di volte Claudio. Pia viene trascinata, ancora viva anche se in agonia, fuori dalla vettura, in un campo, dove le vengono asportati il pube e il seno sinistro.

L’ultimo duplice delitto avviene il 7 settembre nella campagna di San Casciano Val di Pesa. Le vittime sono due francesi, Jean-Michel Kraveichvili, di venticinque anni, e Nadine Mauriot, di trentasei. Le modalità dell’aggressione sono simili a quelle precedenti, tranne che per il fatto che le vittime non sono in auto ma in tenda. Il 2 ottobre, arrivano in procura tre buste anonime indirizzate ai tre sostituti procuratori che si occupano del caso: Pier Luigi Vigna, Paolo Canessa e Francesco Fleury. Le tre buste contengono la fotocopia di un articolo ritagliato dalla Nazione, una cartuccia Winchester calibro 22 serie “H”, come quelle usate negli omicidi, e un foglietto di carta con scritto: “Uno a testa vi basta”.

Dopo l’ultimo omicidio, le indagini proseguono intensamente ma, fino al 1991, non ci sono sviluppi. Pietro Pacciani, nato ad Ampinana il 7 gennaio 1925, ex partigiano soprannominato il “Vampa” per via del suo carattere irascibile, diventa il sospettato numero 1 della Sam nel 1991, proprio mentre è in carcere per aver stuprato le sue due figlie. Anche una lettera anonima del 1985 invita ad indagare su di lui. Pacciani è un uomo collerico, depravato e brutale. Viene arrestato con l’accusa di essere l’omicida delle otto coppie di giovani il 17 gennaio 1993. Ma non c’è solo lui nel mirino degli inquirenti.

Mario Vanni, Giancarlo Lotti e Pietro Pacciani

L’1 novembre 1994, il tribunale di Firenze condanna Pacciani come responsabile di quattordici dei sedici omicidi. Non colpevole solo del duplice omicidio del 1968. Il 13 febbraio 1996, però, la Corte d’Appello lo assolve per non aver commesso il fatto e lo scarcera. Il 12 dicembre 1996, la Cassazione annulla l’assoluzione e dispone un nuovo processo d’appello. Il 22 febbraio 1998, alla vigilia dell’inizio del secondo processo a suo carico, Pacciani viene trovato morto nella sua abitazione di Mercatale.

Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa il 23 dicembre 1927. Detto “Torsolo”, per il suo fisico esile, diventa famoso come inventore involontario della locuzione “compagni di merende”, a causa di una risposta che dà ad un magistrato durante un’udienza del processo a Pacciani: “Io sono stato a fa’ delle merende co’ i’ Pacciani no?”, facendo supporre che sia stato istruito a dare precise risposte. Viene condannato al carcere a vita per quattro degli otto duplici omicidi dalla Corte di Cassazione nel 2000. Nel 2004 la pena viene sospesa per gravi motivi di salute. Muore il 13 aprile 2009 all’ospedale di Ponte a Niccheri.

Giancarlo Lotti, soprannominato “Katanga”, viene condannato a trent’anni anni di reclusione per i delitti del Mostro di Firenze. Come Mario Vanni nasce a San Casciano in Val di Pesa, ma il 16 settembre 1940. A differenza di Vanni e Pacciani, che professano la loro innocenza, Lotti rende confessione e accusa Pacciani e Vanni, fornendo particolari sugli omicidi a cui assiste e autoaccusandosi di quello dei due tedeschi del 1983. Le testimonianze di Lotti vengono ritenute decisive nel chiarire molti aspetti della vicenda. Lotti esce dal carcere il 15 marzo 2002 per gravi motivi di salute e il 30 marzo muore all’ospedale San Paolo di Milano.

Sul ritrovamento di un possibile simbolo esoterico, una piramide tronca di granito colorato, una rara varietà di una pregevole pietra ornamentale, nota come breccia africana, rinvenuta ad alcuni metri dai corpi esanimi dei ragazzi uccisi in occasione del delitto dell’ottobre 1981, va ricordato che quel tipo di oggetto viene usato come fermaporte nelle campagne toscane. Altri presunti riscontri di un possibile movente esoterico, però, si sono avuti in occasione dell’ultimo delitto della serie, quello del 1985 a danno dei due turisti francesi.

Le frequentazioni di Pacciani e Vanni durante gli anni degli omicidi alimentano un filone d’inchiesta su possibili moventi esoterici e riti legati al satanismo alla base dei delitti. Pacciani e Vanni frequentano Salvatore Indovino, di professione mago e cartomante presso una cascina situata nelle campagne di San Casciano, dove, a detta di molti, si consumano orge e riti collegabili all’occultismo. Durante le perquisizioni della polizia, a casa di Pacciani vengono rinvenuti almeno tre libri ricollegabili alla magia nera e al satanismo.

Su Firenze e sul Mostro lo spettro del satanismo

Le sentenze che condannano i “compagni di merende” si basano principalmente sulle discusse testimonianze di Pucci e, soprattutto, di Lotti. Ciò, impedisce l’individuazione di un movente certo, organico e globale, che sia valido per tutti i delitti. Lotti cambia più volte versione sui motivi per cui Pacciani e Vanni uccidono. Nel 1996, dichiara che i delitti sono atti di rabbia per approcci sessuali che le vittime respingono. Un anno più tardi, fornisce un’altra versione sul movente, affermando che la volontà di Pacciani è quella di uccidere per poi dare da mangiare i feticci alle figlie.

Come tanti misteri tutti italiani, anche il caso del “Mostro di Firenze”, ha diversi sviluppi negli anni. Una tesi seguita successivamente è quella secondo cui il serial killer sarebbe un individuo legato al “clan dei sardi”, già indagato marginalmente nelle vicende degli omicidi seriali. Un’altra ipotesi di rilievo, contrastante e critica con le sentenze giudiziarie, è quella espressa dell’avvocato fiorentino Nino Filastò nel suo libro “Storia delle Merende Infami”. Nell’ipotesi di Filastò il mostro è un serial killer affetto da una grave patologia sessuale, attivo perlomeno dal 1968 al 1993, compresi gli omicidi di Francesco Vinci e Milva Malatesta, e mai entrato nelle indagini. Alcuni elementi, come per esempio il libretto di circolazione trovato fuori posto nella macchina di una coppietta uccisa, oppure la capacità del Mostro di avvicinarsi agevolmente alle vetture, portano l’avvocato ad inquadrare il serial killer come un uomo in divisa.

Il caso del Mostro di Firenze è un evento e un’indagine dalla durata pressoché cinquantennale. È inevitabile, dunque, una grande varietà di opinioni. Secondo il criminologo Francesco Bruno, il Mostro è un uomo mai individuato. Un assassino seriale d’intelligenza superiore alla media, mosso da delirio religioso e suggestioni moralistiche, che agisce sempre da solo, sin dal 1968. Invece, Francesco Ferri, giudice che assolve Pacciani nel processo d’appello, si riallaccia all’idea originaria dell’ignoto serial killer “lust murder”, indicato anche da una relazione dell’Fbi.

Ufficialmente la vicenda del Mostro di Firenze termina con la condanna ai “compagni di merende”. Tuttavia una serie di misteriosi avvenimenti accaduti sia nel periodo dei delitti, sia negli anni precedenti e seguenti ai processi riguardanti il caso, hanno dato adito a molte supposizioni sul fatto che la vicenda non solo non sia stata mai completamente chiarita, ma che, al contrario, abbia lasciato molti punti oscuri.

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Tutti i misteri connessi alla storia del Mostro

  • Il 22 agosto 1968, il piccolo Natalino Mele, di 6 anni, raggiunge al buio, scalzo e scioccato, un casolare a oltre due chilometri di distanza da dove è parcheggiata l’automobile in cui sono stati appena uccisi la madre ed il suo amante. I calzini puliti del bambino ed il fatto che il campanello del casolare sia situato ad un’altezza irraggiungibile da parte del piccolo, lasciano pensare che il bambino abbia effettivamente raggiunto il casolare con l’aiuto di qualcuno. Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequenta con Mario Vanni, viene torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Natalino Mele, una volta cresciuto, rilasciò un’intervista a Mario Spezi nella quale affermò di avere nella memoria tanti vuoti che lo avrebbero convinto a sostenere che le sue non erano amnesie provocate dallo choc subito da piccolo, ma qualcosa di più complesso. Egli sosteneva di essere stato vittima di un lavaggio del cervello ma non esiste alcuna prova che tali definizioni siano vere. L’8 marzo 2011 la casa di Natalino Mele e della sua compagna Loredana venne distrutta da un incendio. Da quel momento si sono perse le sue tracce fino al 2014, quando è stato fotografato da un giornalista mentre partecipava ad una manifestazione, sotto il palazzo prefetturale di Firenze, contro gli sgomberi delle case occupate.
  • Nel gennaio 1980 un pensionato viene ritrovato morto nel parco delle Cascine di Firenze ucciso da un corpo contundente.
  • Il 23 dicembre 1980 il contadino Renato Malatesta, marito di Antonietta Sperduto, donna che era stata amante di Pacciani e Vanni, venne ritrovato impiccato nella stalla della sua casa. A detta della moglie autori del delitto sarebbero stati proprio Pacciani e Vanni ed a supporto di questa affermazione la donna disse che un giorno Pacciani l’aveva minacciata dicendole ‘attenta a non parlare di quello che ti abbiamo fatto, ti si fa fare la stessa fine che abbiamo fatto fare a tuo marito’.
  • Nell’ottobre 1983, nei pressi di Fiesole in località Cave di Maiano, un cercatore di funghi vouyeurista venne massacrato a coltellate.
  • Il 14 dicembre 1983 la prostituta Clelia Cuscito, che si frequentava con Mario Vanni, venne torturata con un’arma da taglio e soffocata con il filo del telefono.
  • Tre giorni dopo il delitto di Baccaiano, l’autista dell’ambulanza che estrasse Paolo Mainardi ancora vivo dall’auto, sembra che abbia ricevuto una misteriosa ed inquietante telefonata da parte di un uomo che, spacciandosi per un magistrato, cercò di ottenere dettagli su cosa avesse detto la vittima prima di morire. Al rifiuto dell’autista di parlare della cosa per telefono, l’uomo avrebbe cominciato a minacciarlo qualificandosi come l’assassino. L’episodio non poté mai essere verificato quindi non è possibile affermare con certezza sia che esso sia avvenuto sia che la telefonata sia stata realmente fatta dall’assassino.
  • Nel settembre 1985, pochi giorni prima del delitto degli Scopeti, un altro uomo venne ucciso nel parco delle Cascine di Firenze con una coltellata alla schiena.
  • Poco dopo il delitto dei due giovani francesi, una donna, mentre si trova in treno nella zona di Scandicci, viene avvicinata da un uomo distinto che le dice che in quel giorno è stato fatto pervenire al magistrato Della Monica un brandello di seno di una vittima del Mostro di Firenze. La donna non dà grande peso alla cosa fino a quando venti giorni dopo legge sul giornale la notizia della lettera anonima alla dottoressa Della Monica contenente un pezzo di seno. Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, lo trovano assassinato il 7 agosto 1993.
  • Francesco Vinci, uno dei vari sospettati iniziali, fu trovato assassinato il 7 agosto 1993 insieme a un amico, tal Angelo Vargiu, in una pineta nei pressi di Chianni. I loro corpi, incaprettati, erano stati rinchiusi nel bagagliaio di una Volvo data alle fiamme. Si ipotizzò un collegamento con la vicenda del “mostro”, ipotesi però quasi subito scartata. Più probabilmente, date anche le modalità del delitto, era da ritenersi una vendetta nata in ambienti malavitosi sardi attorno ai quali pare che Vinci gravitasse. Il caso è rimasto sostanzialmente insoluto.
  • La prostituta Milva Malatesta, figlia di Renato ed Antonietta Sperduto, amante di Pacciani e Vanni, viene trovata, insieme al figlio Mirko Rubino, di soli tre anni, bruciata nella sua Panda il 17 agosto del 1993.
  • Il 25 maggio 1994, la prostituta Anna Milvia Mattei, la quale convive con Fabio Vinci, il figlio di Francesco, viene strangolata e bruciata nella sua casa di San Mauro. La prima moglie del procuratore Pier Luigi Vigna, in un’intervista al settimanale Gente, accusa l’ex marito di essere il Mostro di Firenze. Qualche giorno dopo, la donna muore in un incidente.
  • Claudio Pitocchi, operaio di Tavarnelle che aveva testimoniato al processo Pacciani, muore in un incidente stradale l’8 dicembre 1995.
  • Quando nel 1996 Pietro Pacciani venne assolto in appello e fece ritorno a casa non vi trovò più la moglie Angiolina Manni. La donna infatti, non volendo più avere nessun rapporto con l’uomo, pare se ne fosse andata via di casa e nel luglio dello stesso anno avviò anche le pratiche per la separazione dal marito. Pacciani non convinto dell’allontanamento volontario presentò una denuncia per sequestro di persona affermando che qualcuno (forse la locale USL) aveva portato via la moglie e l’aveva fatta internare in una casa di cura. A sostegno di questa tesi vi sono le affermazioni di alcuni vicini di casa che asserirono di aver visto la donna trascinata via di forza da diverse persone. Tali denunce caddero comunque nel vuoto e la Manni non ricontattò più in alcun modo il marito, nonostante che questi lanciò diversi appelli a giornali e televisioni, in cui chiedeva alla moglie, inesorabilmente invano, di tornare a vivere assieme a lui. Angiolina Manni è deceduta il 23 novembre 2005, in una casa di riposo di Radda in Chianti dove risiedeva da diverso tempo, all’età di 80 anni.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Henry Howard Holmes e quel maledetto hotel degli orrori

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo Holmes commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna. Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Henry Howard Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo.

Serial killer statunitense vissuto nel 1800, attirava le vittime nella sua abitazione a Englewood per intrappolarle nelle camere in affitto, gasarle, scioglierle nell’acido e venderne gli scheletri. Henry Howard Holmes nacque il 16 maggio 1861 a New Hampshire in una famiglia abbastanza agiata. Contrariamente a tanti altri serial killer ebbe un’infanzia più o meno normale: non subì nessun abuso degno di essere ricordato. Al contrario da piccolo gli piaceva torturare con sadici esperimenti animali randagi. Sognava sempre di essere un dottore: questo sarà il suo futuro lavoro.

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo Holmes commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna. Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Henry Howard Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo.

Dopo averle avvelenato il marito con la scusa di aiutarlo, Henry Howard Holmes fece una proposta all’anziana signora: lei gli avrebbe ceduto la farmacia e lui l’avrebbe gestita. Lui in cambio le avrebbe dato un reddito mensile. La donna accettò. Qualche tempo dopo avergli chiesto il debito, che puntualmente non le arrivava mai, sparì anche lei: è stata la terza vittima di Henry Howard Holmes. Un giorno fuggì dalla casa, che gli venne bruciata dai creditori, e riuscì ad eludere la polizia, solo per un certo periodo.

In casa sua furono trovati almeno un centinaio di scheletri. Arrestato dopo il periodo di latitanza, Henry Howard Holmes confessò inizialmente ventisette omicidi, poi nella sua biografia confermò di avere ucciso centotrentatré persone. La polizia gli attribuì più di duecento vittime. Fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1895 per soli nove omicidii e giustiziato nel marzo 1896; la sua abitazione fu poi rasa al suolo da un altro incendio.

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Stragi seriali: Milan Lukic e i morti delle Aquile Bianche

Chi tenta di scappare viene crivellato di colpi. Due settimane dopo, il 27 giugno, ripetono il delitto. In una casa a Bikavac rinchiudono e danno fuoco ad altre settanta persone di religione musulmana. Milan Lukic e le sue Aquile Bianche sono accusati anche di due sequestri e dell’uccisione di trentasei civili musulmani e di un croato. Nel 1993 fermano un treno che va da Belgrado al Montenegro, prelevano diciotto civili musulmani e un croato e li uccidono.

Ex comandante della formazione paramilitare denominata le Aquile Bianche, Milan Lukic è un assassino seriale jugoslavo, originario di Foča. Nasce il 6 settembre del 1967, ma della sua infanzia non esistono notizie certe. Nel 1992, durante le guerre che insanguinano la ex Jugoslavia, si rende responsabile di numerose stragi e crimini contro l’umanità nella città di Višegrad, uccidendo personalmente più di centotrenta persone.

Il giudice dell’Aja Dermot Groome definisce l’efficacia dello stile di Milan Lukic al pari delle tecniche dell’olocausto. Il 14 giugno del 1992, Milan Lukic e i suoi paramilitari chiudono un gruppo di musulmani, principalmente donne, bambini e anziani, in una casa di Višegrad. Barricano porte e finestre e appiccano il fuoco. In quell’occasione sessantasei persone vengono bruciate vive. Milan Lukic e i suoi uomini aspettano fuori, con i fucili automatici pronti a sparare.

Chi tenta di scappare viene crivellato di colpi. Due settimane dopo, il 27 giugno, ripetono il delitto. In una casa a Bikavac rinchiudono e danno fuoco ad altre settanta persone di religione musulmana. Milan Lukic e le sue Aquile Bianche sono accusati anche di due sequestri e dell’uccisione di trentasei civili musulmani e di un croato. Nel 1993 fermano un treno che va da Belgrado al Montenegro, prelevano diciotto civili musulmani e un croato e li uccidono.

L’operazione viene ripetuta al villaggio di Mioce, il famigerato “massacro di Sjeverin”. Fermano un autobus, prelevano diciassette persone di fede musulmana e li portano a Višegrad, dove li torturano e uccidono. La polizia lo cattura nel 2005 in Argentina. il 20 luglio 2009 viene condannato all’ergastolo dal Tribunale Penale Internazionale per l’ex-Jugoslavia assieme al cugino Sredoje.

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Argiria: quella pericolosa verità sull’argento colloidale

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni. Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

L’argento colloidale è una sospensione di particelle metalliche argento submicroscopiche in una base colloidale. L’uso a lungo termine di preparati d’argento può portare all’argiria, una condizione in cui i sali d’argento si depositano nella pelle, negli occhi e negli organi interni e la pelle diventa grigio-cenere. Molti casi di argiria si sono verificati durante l’era pre-antibiotica, quando l’argento era un ingrediente comune nei picchietti.

Quando la causa divenne evidente, i medici smisero di raccomandare il loro uso e i produttori smisero di produrli. Le guide ufficiali sui farmaci, United States Pharmacopeia and National Formulary, non hanno elencato i prodotti d’argento colloidale dal 1975. Quelli in circolazione oggi sono decisamente più blandi, ma c’è chi crede nella loro utilità. Io voglio parlarti di una pericolosa verità. L’unica.

Nel 1999, la Food and Drug Administration degli Stati Uniti ha stabilito che i prodotti d’argento colloidale non possono essere considerati sicuri o efficaci, al pari di quelli fitoterapici. I prodotti d’argento colloidale commercializzati per scopi medici o promossi per usi non dimostrati sono sostanzialmente considerati dei “falsi” senza approvazione.

Non ci sono più farmaci da banco o da assumere con prescrizione approvati dalla Fda contenenti argento e da assumere per via. Tuttavia, ci sono ancora prodotti d’argento colloidale venduti come rimedi omeopatici e integratori alimentari. Per quel che riguarda l’omeopatia, sono tra coloro che sostengono che è inutile gettare una goccia nell’oceano.

Negli ultimi anni, i prodotti contenenti argento sono stati commercializzati con affermazioni infondate, come quelle che li vorrebbero efficaci contro l’Aids, il cancro, le malattie infettive, i parassiti, l’affaticamento cronico, l’acne, le verruche, le emorroidi, l’ingrossamento della prostata e molte altre malattie e condizioni.

Alcuni esperti di marketing affermano che l’argento colloidale è efficace contro centinaia di malattie, più di seicento: bronchite, sindrome dell’affaticamento cronico, digestione, infezioni dell’orecchio, enfisema, avvelenamento del cibo, infezioni fungine, malattie gengivali, malattia di Lyme, influenza e il raffreddore, rosacea, infezioni del seno, ulcera allo stomaco, tubercolosi, infezioni da lieviti…

Durante il 1997 e il 1998, la rivista della International, una società multilivello con base in Florida, dichiarò: “Il nostro argento colloidale contiene particelle di argento puro al 99,99% sospese indefinitamente in acqua demineralizzata che uccide batteri e virus”.

“Può essere applicato localmente o assorbito nel flusso sanguigno sub-linguale (sotto la lingua), evitando così gli effetti negativi degli antibiotici tradizionali che uccidono i batteri buoni nel tratto digestivo inferiore. Un’alternativa antibiotica naturale nella forma più pura disponibile. La presenza di argento colloidale vicino a un virus, funghi, batteri o altri patogeni a cellula singola disabilita il suo enzima metabolico dell’ossigeno, il suo polmone chimico, per così dire. I patogeni soffocano e muoiono e vengono eliminati dal corpo dai sistemi immunitario, linfatico e di eliminazione”.

A differenza degli antibiotici che distruggono gli enzimi benefici, l’argento colloidale lascerebbe intatti questi enzimi benefici. Quindi l’argento colloidale sarebbe assolutamente sicuro per l’uomo, i rettili, le piante e tutti i materiali viventi multicellulari. Peccato che sia un metallo.

In più aggiungeva: “È impossibile che i germi unicellulari si trasformino in forme resistenti all’argento, come accade con gli antibiotici convenzionali. Inoltre, l’argento colloidale non può interagire o interferire con altri farmaci presi. L’argento colloidale è davvero un rimedio naturale e sicuro per molti mali dell’umanità. L’argento colloidale può essere assunto indefinitamente, perché il corpo non sviluppa una tolleranza ad esso”.

Argento colloidale e quelle balle (mega) galattiche

La Seasilver International, una compagnia multilivello con base in California, aveva affermato che gli americani soffrivano di “carenza d’argento”. Sebbene l’argento non sia una sostanza nutritiva essenziale, le informazioni sul prodotto pubblicate sul sito web dell’azienda diversi anni fa affermavano: “L’esaurimento dei minerali nel nostro suolo ci ha lasciato carenti di argento, uno dei nostri minerali traccia più essenziali, causando un drastico aumento dei disordini del sistema immunitario nella nostra società nell’ultimo decennio”.

E proseguiva sostenendo che la ricerca ci ha insegnato che tutte le malattie possono manifestarsi a causa di un sistema immunitario indebolito. In oltre venti anni di ricerche a livello mondiale sull’argento colloidale, numerose interviste con agenzie governative, operatori sanitari e loro pazienti, nessun altro nutriente, erba o farmaco è sicuro ed efficace contro tutte le forme conosciute di virus, batteri e funghi ostili. Inoltre, mentre è generalmente noto che la maggior parte degli antibiotici uccide solo sei o sette diversi organismi patogeni, i rapporti hanno dimostrato che l’argento colloidale è stato usato con successo nel trattamento di oltre seicentocinquanta malattie”.

Nel 1995, un distributore di erbe chiamato Leslie Taylor ha testato nove prodotti colloidali comunemente commercializzati in argento disponibili nei negozi di alimenti naturali e ha concluso: due dei prodotti erano contaminati da microrganismi, la quantità di argento sospeso in soluzione variava da prodotto a prodotto e diminuiva gradualmente nel tempo, solo cinque prodotti mostravano effettivamente attività antibatterica in un test di laboratorio.

Per eseguire il test, ha preparato una piastra di coltura con batteri di Staphylococcus aureas, che possono causare infezioni nell’uomo. Quindi ha posizionato una goccia da ciascun prodotto sul piatto e ha utilizzato i dischi di due comuni antibiotici come controlli. Dopo otto ore di incubazione, ha scoperto che la crescita batterica era stata inibita attorno agli antibiotici e a quattro dei prodotti.

Naturalmente, il fatto che un prodotto inibisca i batteri in una coltura di laboratorio non significa che sia efficace (o sicuro) nel corpo umano. In effetti, i prodotti che uccidono i batteri in laboratorio sarebbero più propensi a causare argiria, perché contengono più ioni d’argento che sono liberi di depositare nella pelle dell’utente.

Studi di laboratorio della Fda hanno rilevato che la quantità di argento in alcuni campioni di prodotto varia dal 15,2% al 124% della quantità elencata nelle etichette del prodotto. La quantità di argento richiesta per produrre argiria è sconosciuta. Tuttavia, la Fda ha concluso che il rischio di utilizzare prodotti in argento supera qualsiasi beneficio non comprovato. Finora, sono stati segnalati undici casi di argiria correlati ai prodotti in argento.

Tra l’ottobre 1993 e il settembre 1994, la Fda ha emesso lettere di avvertimento a cinque venditori di argento colloidale. Nell’ottobre 1996, ha proposto di vietare l’uso di argento colloidale o di sali d’argento in prodotti da banco. Una regola finale che vieta tale uso è stata emessa il 17 agosto 1999 ed è entrata in vigore il 16 settembre.

La norma si applica a tutti i prodotti di argento colloidale o di argento senza prescrizione dichiarati efficaci nella prevenzione o nel trattamento di qualsiasi malattia. I prodotti in argento possono ancora essere venduti come integratori alimentari, a condizione che non vengano presentate indicazioni sulla salute. Nel corso del 2000, la Fda ha emesso avvisi a più di 20 società i cui siti web stavano facendo affermazioni terapeutiche illegali per i prodotti d’argento colloidale.

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L’argento è un metallo e si deposita negli organi

Nel 2002, l’Australian Therapeutic Goods Administration ha modificato le sue regole in modo che i prodotti per il trattamento delle acque contenenti sostanze come l’argento colloidale per le quali sono state fatte indicazioni terapeutiche debbano soddisfare i requisiti dei farmaci inclusi nel Registro australiano dei prodotti terapeutici. Ciò significa che tali prodotti non possono più essere legalmente commercializzati senza la prova che sono sicuri ed efficaci per lo scopo previsto.

L’emendamento si basava sulle seguenti conclusioni: ci sono poche prove a supporto delle indicazioni terapeutiche fatte per i prodotti d’argento colloidale, il rischio per i consumatori di tossicità da argento supera il valore di provare un trattamento non comprovato e può verificarsi la resistenza batterica all’argento, dovrebbero essere fatti sforzi per frenare la disponibilità illegale di prodotti d’argento colloidale, che è un problema significativo di salute pubblica.

Esistono ancora molti annunci in internet per le parti di un generatore che produce argento colloidale in casa. Le persone che producono argento colloidale casalingo non potranno in nessun modo valutare la purezza o la forza del prodotto. E ci sono molti rimedi che sono molto più sicuri e più efficaci dell’argento colloidale.

Nonostante queste preoccupazioni sulla sicurezza e l’efficacia, le persone acquistano ancora argento colloidale come integratore alimentare e lo usano per una vasta gamma di disturbi, tra cui infezioni, cancro, diabete, artrite e molti altri, ma non ci sono prove scientifiche a supporto di questi usi.

L’unica certezza è che è pericoloso. L’argento colloidale può uccidere certi germi legandosi e distruggendo le proteine. Ma è inefficace per problemi oculari dei neonati e con tutte le patologie elencate in precedenza. L’argento, come ogni metallo, viene depositato in organi come la pelle, il fegato, la milza, i reni, i muscoli e il cervello.

Questo può portare a una pelle bluastra irreversibile che appare per la prima volta nelle gengive. Può anche stimolare la produzione di melanina nella pelle, e le aree esposte al sole diventeranno sempre più scolorate. Può attraversare la placenta. L’aumento dei livelli di argento nelle donne in gravidanza è stato collegato allo sviluppo anormale dell’orecchio, del viso e del collo nei loro bambini.

Per chi sceglie di assumerlo, nonostante tutto, si sconsigliano una serie di abbinamenti di cui vado a parlare. Tra questi ci sono gli antibiotici che interagiscono con l’argento. L’assunzione di argento colloidale insieme agli antibiotici potrebbe ridurre l’efficacia di alcuni antibiotici. Anche le penicilline interagiscono con l’argento colloidale.

La penicillamina è usata, ad esempio, per la malattia di Wilson e l’artrite reumatoide. L’argento colloidale può ridurre la quantità di penicillamina assorbita dal corpo e diminuire l’efficacia del farmaco. A questo punto, qualcuno si starà domandando: esiste una dose appropriata di argento colloidale? Dipende da diversi fattori come l’età dell’utente, la salute e molte altre condizioni. Troppi sé e troppi ma che confermano che ci sono troppe poche informazioni.

Balsamo di Gerusalemme: una vera panacea per l’intestino

Dalla Torino dei misteri che aleggia tra leggende ed esoterismo, viene fuori la storia di un rimedio universale, la cui ricetta è da secoli tenuta segreta nelle stanze della Regia Farmacia di Torino, quella di via XX Settembre. Mi riferisco al quasi sacro Balsamo di Gerusalemme, definito da tutti coloro che lo usano una vera e propria panacea per tutti i mali. La ricetta ha un’origine molto antica, che affonda le sue radici nella leggenda. La storia narra di un chierico al seguito di una crociata in Terrasanta, che si imbatte nella formula di un già antico e collaudato rimedio in grado di curare tutti i mali.

Siamo nel 1719, nella farmacia dei francescani gerosolimitani nel centro storico Gerusalemme. Lì, il monaco Antonio Menzani da Cuna idea un balsamo che farà parlare di lui per secoli. Questa ricetta torna in Europa con il chierico sopravvissuto alla crociata, per la precisione in Francia e inizia ad usare la ricetta, che approda velocemente anche alla corte dei Savoia, a Torino. Nel 1824, il farmacista Schiapparelli ricava dalla formula un elisir dall’aroma speciale, molto apprezzato dagli intellettuali della Torino risorgimentale che iniziano a sorseggiarlo spesso nelle sale ottocentesche della Regia Farmacia. Ancora preparato seguendo l’antica e segreta ricetta, il balsamo di Gerusalemme offre un’esperienza che attraversa i secoli e oggi si propone come uno dei tesori torinesi. Un tesoro per la salute.

Negli ultimi anni, la storia delle scienze e, in particolare, quella della medicina hanno suscitato una crescente attenzione. La nostra attenzione si concentra, in questo caso, sull’attività svolta dall’infermeria dei francescani di Gerusalemme. L’attività fitoterapica e farmaceutica dei francescani gerosolimitani è famosa per diverse soluzioni, ma soprattutto per il cosiddetto balsamo di Gerusalemme. Questo medicamento composto principalmente da boswellia sacra, un genere di pianta impiegata nella produzione di incenso, mirra, aloe e lentisco, lavorati secondo una precisa preparazione, venne ideato da padre Antonio Menzani da Cuna, vissuto tra il 1650 e il 1729, e rimase per circa due secoli un rimedio contro varie malattie, tanto in Medio Oriente quanto in Europa.

Alla pratica medica e farmacologica si affiancava, ovviamente, una raccolta libraria che forniva gli strumenti per l’esercizio delle cure e l’assistenza ai malati. Una raccolta che restava vicino agli strumenti del mestiere: ne sono testimoni un volume del 1833, gravemente danneggiato da esalazioni acide che, con ogni probabilità, si sono sviluppate nel laboratorio farmaceutico dei frati e alcune note scritte a mano, apposte su altri volumi. Altro esempio interessante, a dimostrazione del fatto che questi libri erano oggetti d’uso quotidiano, è un esemplare del 1645: tra le sue pagine si sono conservate alcune foglie essiccate di diverse piante, che corrispondono a quelle descritte dall’autore del trattato.

Di quella biblioteca medica resta traccia nella raccolta di argomento farmaceutico e medicinale conservata presso la Biblioteca Generale della Custodia di Terra Santa a Gerusalemme. Tornando al balsamo di Gerusalemme e alla sua storia, non si può non partire dal 10 marzo 1824, quando Giovan Battista Schiapparelli, acquista da Giovanni Brero, la Farmacia collegiata di Piazza San Giovanni, a Torino, che nel tempo diventerà la Regia Farmacia XX Settembre, posta quasi di fronte al Duomo. Un simbolo per Torino. La nuova Farmacia Schiapparelli, grazie a preparazioni galeniche particolari, diventa il punto di partenza per molti produttori di farmaci.

Poi, arriva il balsamo di Gerusalemme e la farmacia diventa famosa, diventa un appuntamento irrinunciabile per molti cittadini e piemontesi (perché vengono anche da lontano per acquistarlo) che vogliono solo il balsamo di Gerusalemme, venduto come un tonico digestivo dalla natura misteriosa e naturalmente dalla composizione segreta. Il suo profumo è floreale ed è famoso (sono molte le ordinazioni che si ricevono anche dall’estero) per curare ogni tipo di malattia. La farmacia, che risale al 1500, conserva ancora gli arredi dell’epoca, in noce e ricco di quadri in cui sono raffigurati gli stemmi di casa Savoia.

Balsamo della Regia Farmacia: la ricetta a Gerusalemme

Alla fine dell’Ottocento la Regia Farmacia Schiapparelli, aveva progressivamente allargato la sua produzione, che ad esempio comprendeva la preparazione del ”Gengivario della Regina Clotilde”, oltre alla vendita di prodotti importati, uno fra tutti l’olio di merluzzo norvegese. Nei decenni seguenti la vocazione galenica della farmacia di via XX settembre è proseguita, tanto che ancora oggi è tra le poche realtà torinesi a preparare farmaci naturali in un moderno e grande laboratorio. Perché ho parlato di esoterismo all’inizio del post? Perché questa e altre preparazioni arrivavano in Occidente per via delle crociate. Gli “elisir” orientali, venivano importati, come nuova concezione di realtà curativa.

A metà tra il liquore e l’idea di un farmaco miracoloso, il balsamo di Gerusalemme potrebbe essere una variante dell’aliksir, che in arabo significa addirittura Pietra Filosofale, mentre in piemontese indica bevande curative ricavate da un paziente lavoro tra alambicchi e distillatori. Riguardo al balsamo va detto che esistono ancora due manoscritti riguardo la sua misteriosa preparazione. Sono datati diversamente, ma con la stessa calligrafia. Li ha scritti Pietro Andreis di Savigliano, centro del cuneese, che faceva il liquorista-pasticcere e conservava un quaderno del 1881, arrivato indenne ad oggi.

Le ricette fornite, appunto modificate nel tempo, sono due e hanno poche differenze come ingredienti. Nella prima ricetta c’è la triacha, la valeriana, l’angelica, il rabarbaro, la noce moscata e l’immancabile aloe succotrina (che è l’aloe vera), ginepro pesto, la buccia di quattro limoni e di quattro aranci, venti chinotti e un po’ di acqua di rose. Nella seconda ricetta viene aggiunta la mirra, il rabarbaro, la china, la radice di angelica e l’agarico bianco. Entrambe le preparazioni vanno lasciate in infusione per quindici giorni nell’alcol etilico e poi devono essere filtrate.

È nel 2005 che i ricercatori israeliani dell’Università di Gerusalemme, lavorando sulla chimica delle piante medicinali, decidono di scoprire che cosa si nasconda nei registri della farmacia del convento di San Salvatore, una delle più belle del mondo cristiano e tra le più antiche della città. E in un grimorio trovano una formula a base di quattro ingredienti – mirra, incenso (boswellia), aloe (aloe vera) e lentisco (pistacchio) – che attira la loro attenzione. Si tratta proprio del medicamento chiamato balsamo di Gerusalemme, ampiamente noto e utilizzato da più di due secoli, impiegato come una panacea contro varie malattie tanto in Medio Oriente quanto in Europa e dalla fama inalterata sino alla fine del 1900.

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Incuriositi, i ricercatori decidono di replicare la formula secondo la ricetta e studiarla con i moderni metodi di indagine scientifica. Scoprono e confermano le proprietà antinfiammatorie, antimicrobiche e antiossidante. Tutti i test dimostrano infatti un effetto positivo del balsamo Gerusalemme, e i risultati scientifici vengono pubblicati dalla rivista Journal of Ethnopharmacology. Il balsamo di Gerusalemme può essere utile ed efficace in tanti problemi, anche cronici: della pelle, in caso di ustioni superficiali, punture d’insetto, micosi interdigitali o labiali, infiammazioni delle gengive, labbra secche, ma anche come coadiuvante per dolori muscolari e articolari.

La mirra sin dai tempi antichi è usata per le sue proprietà conservanti, antinfiammatorie e antisettiche. Incenso è il nome genericamente attribuito alle oleoresine, la più importante delle quali è la boswellia sacra. Le proprietà terapeutiche dell’incenso sono molte: è un antinfiammatorio naturale, è espettorante e balsamico, possiede ottime proprietà antimicrobiche e agisce sulle vie respiratorie, possiede proprietà astringenti e antiemorragiche, vanta un’azione benefica nei confronti dell’epidermide, agendo come antisettico ed è particolarmente utile per contrastare l’invecchiamento.

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Giovanni Brusca: il profilo del serial killer di Cosa Nostra

È fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina, Giovanni Brusca. In accordo con Bernardo Provenzano prende il comando dei corleonesi, dopo l’arresto di Riina e Leoluca Bagarella. Lo arrestano il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere Cannatello, in via Papillon, al civico 34, dove un fiancheggiatore gli mette a disposizione un villino. Al momento della cattura guarda proprio il film sulla strage di Capaci.

Noto anche come lo Scannacristiani o Verru, cioè Porco, Giovanni Brusca è un assassino della mafia che all’arresto confessa un gran numero di omicidi e di avere partecipato all’uccisione di Giuseppe Di Matteo, il figlio tredicenne di un collaboratore di giustizia che viene rapito, strangolato e sciolto nell’acido nitrico l’11 gennaio 1996. Inoltre, confessò di aver partecipato ai delitti del magistrato Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, dei tre agenti della scorta e del giudice Rocco Chinnici e di aver commissionato quasi centocinquanta omicidi, molti per futili motivi. Il suo modus operandi, violento, brutale, spietato, lo pone sullo stesso piano di un qualunque assassino seriale.

Giovanni Brusca nasce a San Giuseppe Jato il 20 febbraio del 1957. È uno dei più importanti membri di “cosa nostra” e successivo collaboratore di giustizia, condannato per oltre un centinaio di omicidi. Ricopre un ruolo fondamentale nella strage di Capaci: è l’uomo che spinge il tasto del radiocomando a distanza che fa esplodere il tritolo piazzato in un canale di scolo sotto l’autostrada. Figlio del famoso boss Bernardo, nato nel 1929 e morto nel 2000, Giovanni Brusca entra nella cosca del padre fin da giovanissimo per diventarne ben presto il reggente.

È fiancheggiatore dei corleonesi capeggiati da Totò Riina, Giovanni Brusca. In accordo con Bernardo Provenzano prende il comando dei corleonesi, dopo l’arresto di Riina e Leoluca Bagarella. Lo arrestano il 20 maggio 1996 ad Agrigento, nel quartiere Cannatello, in via Papillon, al civico 34, dove un fiancheggiatore gli mette a disposizione un villino. Al momento della cattura guarda proprio il film sulla strage di Capaci.

Inizialmente condannato all’ergastolo, dopo il suo pentimento la pena gli viene ridotta a diciannove anni e undici mesi di reclusione. È artefice, oltre che della strage di Capaci e dell’omicidio di Giuseppe Di Matteo, anche della strage di via d’Amelio. Giovanni Brusca era detenuto nel carcere romano di Rebibbia dal 20 maggio del 1996, ma nel 2004 grazie ad una decisione del tribunale di sorveglianza di Roma gli vengono concessi dei permessi premio per buona condotta, che gli consentono di poter uscire dal carcere ogni quarantacinque giorni e di poter far visita alla propria famiglia, in una località protetta.

Sempre nello stesso anno, Giovanni Brusca perde il diritto alle uscite dal carcere concesse in premio, a causa dell’uso di un telefono cellulare, in aperta violazione alle norme sui benefici carcerari. Nel 2010 riceve, in carcere, un’accusa di riciclaggio, di intestazione fittizia di beni e di tentata estorsione. Il 17 settembre di quell’anno, i carabinieri del gruppo di Monreale, per ordine della procura della repubblica di Palermo effettuano una perquisizione nella sua cella e, in contemporanea, anche nelle abitazioni di suoi familiari, confiscando a Brusca una parte del suo patrimonio che, secondo gli inquirenti, continuerebbe a gestire dal carcere.

L’8 agosto 2015 i giudici della sezione misure di prevenzione del tribunale di Palermo accolgono la richiesta della procura distrettuale disponendo il sequestro di beni intestati ai prestanome del pentito, ma a lui finanziariamente riconducibili. In realtà, Brusca si smaschera da solo con una lettera inviata ad un imprenditore in cui ammette di aver “omesso spudoratamente di riferire di quei beni ai giudici”. Precedentemente, durante una perquisizione, la polizia trova cento e novantamila euro a casa della moglie.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Hu Wanlin, il cinese che uccide col solfato di sodio

Tre vittime conosciute sono Wang Baoran, un ingegnere che muore di cancro ai reni, Liu Famin, il sindaco della città di Luohe in Henan, e He Suyun, un’insegnante in pensione. Hu Wanlin, che fino ad allora era rimane insospettato, viene arrestato il 18 gennaio del 1999, all’età di cinquant’anni a Shangqiu con l’accusa di praticare medicina senza la licenza obbligatoria. Successivamente, lo connettono a più di centonovanta omicidi e lo trovano colpevole di centoquarantasei di questi.

Hu Wanlin nasce a Mianyang, nella provincia di Sichuan, nel 1949. Spietato e prolifico assassino seriale cinese, da bambino frequenta la scuola, ma completa solo l’educazione primaria. Le informazioni sulla sua vita si perdono qui. Riprendono quando, da adulto, viene arrestato per omicidio, truffa, rapimento e traffico umano. Mentre è in carcere, nel 1993, apre uno studio medico, in cui lavora.

Rilasciato nel 1997, Hu Wanlin continua a praticare medicina illegalmente a nord della provincia di Shanxi e Shaanxi. In questo periodo lavora in due ospedali e avvelena diversi pazienti. Nel febbraio del 1998 le autorità locali lo allontanano. Si trasferisce a Henan nel giugno dello stesso anno. Hu Wanlin riceve i pazienti che si facevano fare alcuni trattamenti psicofarmacologici da lui.

Gli dà da assumere preparati a base di erbe che contengono una quantità enorme di solfato di sodio, una sostanza pericolosissima se inalata nelle alte dosi che lui prepara. Tutti quelli che assumono il preparato muoiono. Hu Wanlin sostiene di essere un dottore onnipotente, un esperto praticante dell’arte millenaria del Qigong, cosa che gli conferisce poteri curativi, con cui può diagnosticare e rimuovere il cancro, l’epatite e la pressione alta ai pazienti. In realtà li truffa. In breve tempo diventa molto conosciuto grazie ai suoi “miracoli medici”, facendo al contempo anche molte vittime.

Tre vittime conosciute sono Wang Baoran, un ingegnere che muore di cancro ai reni, Liu Famin, il sindaco della città di Luohe in Henan, e He Suyun, un’insegnante in pensione. Hu Wanlin, che fino ad allora era rimane insospettato, viene arrestato il 18 gennaio del 1999, all’età di cinquant’anni a Shangqiu con l’accusa di praticare medicina senza la licenza obbligatoria. Successivamente, lo connettono a più di centonovanta omicidi e lo trovano colpevole di centoquarantasei di questi.

Venti pazienti vengono uccisi nell’area dello Shaanxi e altri trenta nel Weida Hospital a Shangqiu da Hu Wanlin. L’1 ottobre del 2000, a processo concluso, Wanlin viene condannato a scontare quindici anni di carcere e a pagare una multa di centocinquantamila yuan. Tuttora è fortemente sospettato di altri omicidi. L’aspetto più curioso che riguarda questo assassino seriale è che non viene condannato a morte, nonostante in Cina, in quel periodo, le esecuzioni capitali siano frequenti anche per reati minori. Wanlin uccide da poco meno d centocinquanta persone a quasi duecento. Torna in libertà nel 2015.

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La storia di Aurora Leveroni: ecco chi è ”Nonna Marijuana”

Non fuma e non si sballa come potresti pensare. A novantaquattro anni suonati, cucina ricette italiane con cannabis medica per aiutare i malati. Vive a San Francisco dove la legislazione è decisamente più tollerante e più moderna rispetto a quella del “Belpaese delle Banane”. La Leveroni in poche settimane è diventata famosa in tutto il mondo grazie ad un video caricato su Youtube dove insegna a cucinare gustosi manicaretti a base di cannabis.

Di vita ce n’è una sola, si sa. E lo sa bene anche Aurora Leveroni, alias ”Nonna Marijuana”. Ma nel corso di una vita se ne possono vivere parecchie. Non è semplice, però. Bisogna avere coraggio per lasciarsi alle spalle certezze e abitudini, talvolta occorre rinnegare ciò a cui si è sempre creduto. Ancora più difficile, prendere atto del proprio fallimento, per decidere di ricominciare. I greci, questo tipo di decisione, questa tensione al cambiamento lo chiamano κρίσις. Noi la chiamiamo crisi.

Quella dell’Italia manifatturiera, ad esempio, che però può diventare un villaggio turistico globale, e quella delle sue aree dismesse, che ancora non si sa bene cosa farne. O ancora, la seconda vita degli oggetti usati che, a causa della crisi, la gente non butta via, ma preferisce riparare. E poi tante storie, che si intrecciano su questo mio “diario elettronico”. Oggi voglio raccontarti la storia di ”Nonna Marijuana”, che nella sua vita è stata capace di… Aspetta. Basta una parola: il suo soprannome è Nonna Marijuana.

Non fuma e non si sballa come potresti pensare. A novantaquattro anni suonati, cucina ricette italiane con cannabis medica per aiutare i malati. Vive a San Francisco dove la legislazione è decisamente più tollerante e più moderna rispetto a quella del “Belpaese delle Banane”. La Leveroni in poche settimane è diventata famosa in tutto il mondo grazie ad un video caricato su Youtube dove insegna a cucinare gustosi manicaretti a base di cannabis.

La sua “storia” con la marijuana inizia in tarda età, quando a sua figlia, che si chiama Valerie, viene diagnosticata l’epilessia. Aurora decide di iniziare a coltivare piante di marijuana nel proprio giardino per poi impiegarle nelle ricette in cucina. Così facendo aiuta la figlia a gli attacchi. “Cucino con la marijuana per curare le persone e mai per divertimento. Se vuoi divertirti, fatti una bella passeggiata in spiaggia e poi buttati in acqua”, queste le sue parole.

Tutto ciò è stato possibile grazie al fatto che in California l’uso e la coltivazione di cannabis sono legali se utilizzati per scopi terapeutici. In Italia, l’arzilla signora sarebbe finita in galera, dove però non finiscono quasi mai ladri, politici, corrotti, delinquenti conclamati e col colletto della camicia stirato… Conscia del potere curativo della cannabis, Nonna Marijuana registra un video e mostra tutti i passaggi per un’ottima torta al cioccolato a base di marijuana.

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E così, il video di Nonna Marijuana diventa virale

Non ti sembri per nulla strano il fatto che, in pochissimo tempo, il video è diventato talmente tanto virale che Vice America ha offerto alla Leveroni la conduzione di un programma televisivo per lanciare il canale tematico Munchies. Ma chi è Aurora? Una tenera nonna di due nipoti, figli della figlia, un maschio ed una femmina, due bisnipoti dai capelli rossi ereditati dal marito che era originario di Genova, e due nipoti maschi e due nipoti femmine che sono i figli dei suoi fratelli.

Cominciò a cucinare con la cannabis per aiutare i pazienti che avevano subito chemio o radioterapia e che avevano dovuto avere a che fare con i loro effetti collaterali, come la forte nausea, la mancanza di appetito e l’impossibilità di dormire profondamente, il tutto sotto la raccomandazione della figlia, Valerie che, dopo essere rimasta vittima di un incidente, fondò un’organizzazione che offre assistenza ai pazienti. Ovviamente, dopo aver ottenuto una ricetta dal proprio medico curante. Furono notevoli i benefici che Valerie ottenne dalla Cannabis. A differenza dei farmaci normalmente prescritti, la Marijuana è ormai nota per curare totalmente alcuni tipi di carcinomi maligni e altri mali.

“Era il 1973, io e la mia famiglia stavamo attraversando il Nevada in macchina quando un pilota di un piccolo aereo privato trovò divertente volare a bassa quota proprio sopra la nostra testa: piombò sulla nostra macchina facendola uscire fuori strada e facendola rotolare per diversi metri. L’impatto su fortissimo ed io e suo padre pensammo che nostra figlia si fosse rotta l’osso del collo a causa della forte pressione che subì. All’inizio i medici ci dissero che non ebbe subito alcun trauma, invece dopo qualche giorno, cominciò a soffrire di forti attacchi epilettici”, ha raccontato ”Nonna Marijuana”.

“I cinque diversi farmaci che prendeva per tenere sotto controllo l’epilessia non la aiutarono per niente. Valerie a quei tempi, 1974, frequentava un giovane uomo che lesse per caso su un giornale di medicina che la cannabis avrebbe potuto aiutarla. Fu allora che decise di provarla, abbiamo supportato fin da subito la sua decisione e nel giro di tre settimane non ebbe più alcuna crisi”.

Un’amica di mia figlia, Suzy Wouk, mi filmò mentre cucinavo cibo con la Marijuana e il video diventò virale su YouTube. Suppongo che il mio essere così anziana abbia qualcosa a che vedere col fatto che sia diventata tanto popolare, nonostante io non senta affatto l’età che ho! Sono sempre stata di mentalità aperta quindi non ho avuto alcun problema a cucinare con l’erba. Negli anni Settanta abbracciai il pensiero liberale ed alcuni amici, scherzando, dicevano che mi avrebbero incarcerata perché andava contro lo stato e le leggi federali”.

“Io rispondevo sempre “se mi dovessero rinchiudere, che mi mettano in cucina!”. Tornando al discorso, penso di essere stata ripresa quattro volte e intervista molte altre. Poi partecipai al programma “Bong Appetit”, una pietra miliare per il mondo cannabico. Eppure non ho mai fumato neppure una canna nel corso della mia giovinezza, ma ammetto che i miei figli mi chiesero di provare e, nonostante non fossi incline, insistettero finché non accettai. Allora feci giusto una tirata molto leggera e non mi fece alcun effetto”.

La storia del rock raccontata nel libro di Guaitamacchi

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori.

Nel suo libro La storia del rock Guaitamacchi lo dice forte e chiaro: “Il rock è una forma d’arte”. E in alcuni casi, una forma d’arte suprema paragonabile per valori, influenza e longevità alle più straordinarie espressioni di talento, creatività e fantasia della storia dell’uomo. Ma è una forma d’arte popolare. Indissolubilmente legata a tempi, luoghi e contesti socio-culturali che l’hanno generata. Per capirla, apprezzarla, o amarla ancora di più, questo libro ne racconta la storia. Una storia lunga sessanta anni e che inizia il 5 luglio 1954, nel giorno in cui Elvis Presley ha inciso a Memphis il suo primo singolo. Ma che ha radici più lontane e profonde, tra il continente africano e la cultura e le tradizioni anglo-scoto-irlandesi.

Da allora, sino a oggi, il rock e le musiche a lui connesse o che dal rock si sono sviluppate sono state una colonna sonora fantastica per le vite di centinaia di milioni di giovani (e meno giovani) in tutto il pianeta Terra, accompagnando l’evoluzione dell’uomo del Novecento. Proprio così. Seguimi, in questa recensione che è un viaggio nella storia di una delle arti musicali più belle. Questa popular music sviluppatosi negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. È un’evoluzione del rock and roll, ma trae le sue origini anche da numerose forme di musica dei decenni precedenti, come il rhythm and blues e il country, con occasionali richiami anche alla musica folk.

il rock è incentrato sull’uso della chitarra elettrica, solitamente accompagnata dal basso elettrico e dalla batteria. A partire dagli anni Sessanta in poi, la musica rock si è diramata in una enorme varietà di sottogeneri: si è mescolata con il blues per dar vita al blues rock e al southern rock, poi con il jazz e altre forme di musica orchestrale per creare la fusion e il rock progressivo. Allo stesso tempo, il rock ha anche incorporato influenze dal soul, dal funk e dalla musica latina. Nel corso degli anni sono nati altri generi derivati come il pop rock, l’hard rock, il rock psichedelico, il glam rock, l’heavy metal, e il punk rock.

Gli anni Ottanta hanno visto sbocciare il filone new wave, l’hardcore punk, il rock elettronico e l’alternative rock, mentre negli anni novanta si è assistito alla diffusione del grunge, del britpop, dell’indie rock e del post-rock. La musica rock ha contribuito al diffondersi di movimenti culturali e sociali, portando alla nascita di sottoculture come i mod e i rocker nel Regno Unito e la controcultura hippie, che, da San Francisco, si diffuse negli Stati Uniti negli anni Sessanta. In modo analogo, la cultura punk degli anni Settanta ha poi portato alla nascita delle sottoculture goth ed emo. Continuando una parte della tradizione folk delle canzoni di protesta, una delle manifestazioni iniziali del rock è stata espressione della rivolta giovanile contro il consumismo e il conformismo, fenomeno poi ribaltato a partire dagli anni Ottanta con la diffusione del glam e del pop rock.

Le sonorità del rock si improntano prevalentemente sull’utilizzo di strumenti elettrici, in particolare la chitarra elettrica, che in genere viene accompagnata da una sezione ritmica costituita da basso elettrico e batteria. Frequente negli anni Sessanta fu la presenza dell’organo elettronico, come il Vox Continental e l’Hammond. Dagli anni Settanta e poi sempre più frequentemente hanno cominciato a fare la loro comparsa anche i sintetizzatori. Altri strumenti di contorno, ad esempio il sassofono e l’armonica a bocca, sono usati per lo più in qualità di solisti. Nelle composizioni più elaborate, o nelle ballad, sono talvolta presenti arrangiamenti per archi e ottoni.

Il termine Rock and Roll venne utilizzato per la prima volta nel 1951 dal Dj Alan Freed, per indicare la musica R&B trasmessa nel corso del suo programma radiofonico “The Moondog House Rock’n Roll Party”. Basato sul connubio di vari elementi appartenenti alla tradizione musicale americana e africana (notevoli sono state le influenze jazz, country, blues, folk, gospel, boogie-woogie e R&B), il rock and roll ha rappresentato non solamente un nuovo genere musicale, ma anche un vero e proprio fenomeno sociale, specchio della cultura e della società del tempo, esaudendo così la necessità di emancipazione e i fermenti dei “neri e dei bianchi”.

Tra i precursori rientrano Big Joe Turner nel 1939, con il singolo Roll ‘Em Pete, e Sister Rosetta Tharpe nel 1944, con Strange Things Happening Every Day. Nel 1951 Jackie Brenston and his Delta Cats registrarono quello che da molti è considerato come il primo vero e proprio rock and roll, Rocket 88, presso la Memphis Recording Service di Sam Phillips, raggiungendo il primo posto nella classifica R&B. Verso la metà degli anni Cinquanta iniziarono a riscuotere notevole successo Rock Around The Clock di Bill Halley & The Comets (1954), e soprattutto That’s All Right (Mama) di Elvis Presley (1954), registrata negli Sun Studio di Memphis, che diede origine al cosiddetto “rockabilly”.[14]

Nel 1955 Chuck Berry pubblicò il suo primo singolo Maybelline, unendo country e R&B, e sempre nello stesso anno, uscirono Tutti Frutti di Little Richards e Whole Lotta Shakin’ Goin’On di Jerry Lee Lewis, a rappresentare il massimo splendore del rock and roll. Verso il finire del decennio, numerosi eventi negativi sancirono la fine degli anni d’oro del rock and roll: la morte di Buddy Holly, The Big Bopper e di Ritchie Valens in un incidente aereo. La partenza di Elvis per il servizio militare. I numerosi problemi giudiziari di Chuck Berry e Jerry Lee Lewis. L’ultimo evento culminante fu la morte di Eddie Cochran, il 17 aprile 1960, in un incidente automobilistico, in cui perse la vita il musicista Gene Vincet.

Il rock and roll americano anni Cinquanta riscosse in tutto il mondo un enorme successo, soprattutto in Europa, dove all’inizio degli anni Sessanta Elvis Presley, Chuck Berry e Buddy Holly erano gli artisti d’oltreoceano più amati. Le influenze maggiori si fecero sentire nel Regno Unito, grazie a un crescente numero di giovani che iniziarono a fondare i loro gruppi musicali. Nacquero così gruppi come Beatles, Rolling Stones, Animals, Them, che iniziarono ad entrare nelle classifiche di tutto il mondo grazie a cover di canzoni d’origine statunitense, riuscendo a fondere, in modo originale, il rock and roll con l’R&B.

Iniziò il fenomeno musicale, sociale e culturale della British Invasion, che elevò la Gran Bretagna a fulcro dello sviluppo della nuova generazione anni Sessanta. Il sogno dei giovani artisti divenne presto quello di conquistare la scena negli Stati Uniti. Tra i primi, l’inglese Cliff Richard tentò invano d’imporsi nel mercato americano, proponendosi come l’alternativa inglese a Elvis, e come lui molti altri. Però soltanto nei primi mesi del 1963, con il singolo I Want To Hold Your Hand, i Beatles, con la loro innovativa freschezza, divennero i primi britannici a scalare la classifica statunitense, dando origine al fenomeno Beatlemania, che celermente spopolò in tutto il mondo.

Dai Beatles ai Buzzcocks: viaggio nella storia del rock

Il 9 febbraio del 1964, i Beatles, parteciparono all’Ed Sullivan Show, incollando davanti ai televisori circa settantatré milioni di persone. L’enorme successo dei Beatles aprì la strada all’invasione di altre band inglesi, come gli Animals, che nello stesso anno raggiunsero il successo mondiale con The House Of Rising Sun, mentre I Kinks, con You Really Got Me, realizzarono la prima canzone hard rock della storia. I Rolling Stones, invece, nel 1965, con (I Can’t Get No) Satisfaction, diventarono l’alternativa ai Beatles, portando sonorità derivate dal blues e dal rock, creando uno stile fresco e al contempo fortemente ribelle, rispecchiando i i malumori e le tensioni della società del tempo.

Londra in questo periodo divenne così “la città più di tendenza del mondo”, e la capitale della controcultura giovanile, dando origine anche al movimento “mod” (abbreviazione di modernismo), che abbracciò dal punto di vista musicale band come i The Who, resi noti dal singolo My Generation, e gli Small Faces. Molti gruppi folk rock statunitensi, come i Byrds, con la cover elettrica di Mr Tambourine, i Beau Brummels e i Lovin’ Spoonful, iniziarono a trarre ispirazione dalle band britanniche, nel tentativo di contrastare il loro enorme successo. Si vola. Si passa attraverso tante bellissime correnti artistiche: garage rock, blues rock, surf music, psychedelic rock, jazz rock, west coast rock, progressive canonico, glam rock, passando per la “ribellione punk”.

Stanchi del rock “intellettuale”, come poteva essere definito il rock progressive, una nuova corrente sconvolse il discorso musicale dalla seconda metà degli anni Settanta: il punk. Secondo alcuni critici il pensiero punk nacque negli anni Sessanta grazie ai Velvet Underground. Nelle loro canzoni si parlava già di droga, sesso, vita di strada, degradazione e le loro intenzioni e idee musicali non avevano nulla a che vedere con quelle dei loro contemporanei. Per questo vengono etichettati come proto-punk, e lo storico leader, Lou Reed, venne successivamente riconosciuto dai punk come uno dei padri fondatori del movimento, divenendo un’icona dello stesso tanto da guadagnarsi la copertina del primo numero della rivista Punk Magazine.

Ci furono anche altri gruppi precursori del punk, tra i più famosi si possono citare gli MC5 e Stooges, che avevano il sound rozzo e sporco caratteristico del punk. Durante i primi anni Settanta assistiamo alla nascita del proto-punk, ovvero quel filone di gruppi di ispirazione garage che precedettero l’ondata punk rock dei metà anni Settanta, come i già citati MC5 e Stooges, Patti Smith, o New York Dolls, che diedero alla luce i primi accenni di punk rock proprio sulle basi del garage. Il punk rock sarà considerato un genere direttamente discendente dal garage rock per le sue caratteristiche generalmente più grezze e distorte rispetto al rock and roll più tradizionale. Quindi si può facilmente affermare che il punk nacque molti anni prima dell’avvento di gruppi come Ramones e Clash, ma è nel 1977 che nacquero il movimento e la moda punk.

I primi gruppi oggi riconosciuti con tale etichetta nacquero a New York, tuttavia essi non si identificavano in un genere ben preciso, rivendicando comunque l’appartenenza alla cosiddetta Blank Generation. Fu in questo periodo che i media americani iniziarono ad utilizzare termini come punk, apertamente rifiutato da artisti e fan soprattutto per la sua accezione dispregiativa, e New wave. Solo in seguito questi due termini assunsero una vita propria e distinsero due epoche differenti. Teorico del punk fu il poeta, scrittore, attore, giornalista e musicista Richard Hell. I Ramones, i Sex Pistols ed i Clash furono i primi gruppi “punk” per definizione a livello di moda globale (pur questo non limitando il valore della loro musica).

I Sex Pistols in particolare furono in gran parte plasmati dalla mente del manager Malcolm McLaren (affascinato dagli articoli e dal modo di vestirsi di Richard Hell nei suoi soggiorni newyorkesi) e dalla oggi nota stilista Vivienne Westwood, ma indubbiamente trainati dalla grande personalità del cantante Johnny Rotten (in seguito fondatore dei Pil). Per questo motivo i Sex Pistols sono stati ironicamente definiti “la grande truffa del rock & roll”. La situazione di malcontento e di tumulto durante la crisi del governo thatcheriano in Gran Bretagna fecero sì che il movimento assumesse una forma più massificata rispetto agli Stati Uniti.

L’avvento del punk decretò definitivamente la fine del rock progressive e la fine di quel decennio di sperimentazione e contaminazione: abbandonati i violini, i flauti, i fiati, i sitar, le tastiere, gli organi elettrici, si ritornò alla formazione “originaria” del rock&roll: chitarra, basso e batteria. Dal punto di vista strutturale e armonico delle composizioni, i brani tornarono ad essere di due, tre, massimo quattro minuti, così da poter essere trasmessi per radio, armonicamente più “orecchiabili” e “lineari”, e composti dall’alternarsi di strofe e ritornello. L’ondata di ribellismo dei primi anni punk è testimoniata dagli album Ramones dei Ramones, Never Mind the Bollocks, Here’s the Sex Pistols dei Sex Pistols e il primo disco dei Clash.

I Sex Pistols crearono molte controversie durante la loro breve carriera, attirando l’attenzione su di loro e mettendo spesso in secondo piano la musica. I loro show e i loro tour erano ripetutamente ostacolati dalle autorità, e le loro apparizioni pubbliche spesso finivano disastrosamente. I Clash erano famosi per la loro varietà musicale (nel loro repertorio trovano posto reggae, dub, rap, rockabilly e altri generi), per la sofisticatezza lirica e politica che li distingueva dalla maggior parte dei loro colleghi appartenenti al movimento punk e per le loro esibizioni dal vivo particolarmente intense. I Clash con il loro album London Calling marcarono per sempre la storia del rock.

Sempre alla fine degli anni Settanta, sulla scia del punk inglese dei Sex Pistols e dei Clash, si formarono i Police, che diedero vita ad un nuovo sound soprannominato reggae n’ roll, ad evidenziare la particolare inclinazione verso il lato reggae del punk, tra i loro hit, Roxanne, Message in a Bottle. Forse per la prima volta in Gran Bretagna musica rock e politica si incontrarono, ma si persero velocemente di vista: erano iniziati gli anni Ottanta e la filiazione di questo genere di rock approdò alla New wave. Verso la fine degli anni Settanta nacque anche il post-punk, che fonde il punk rock con elementi sperimentali provenienti da artisti come i newyorkesi Velvet Underground, Roxy Music e David Bowie e da generi come disco, dub e krautrock (soprattutto i Can e i Kraftwerk).

Non è da intendere come un genere musicale vero e proprio, ma piuttosto come un’etichetta utilizzata per quei gruppi che intorno al 1980 iniziarono ad unire il punk rock con vari altri generi musicali. Il genere si sviluppò verso i fine anni Settanta tramite l’ondata punk 77, negli Stati Uniti e in contemporanea nel Regno Unito. Con il loro apprezzamento verso i Beach Boys ed il bubblegum pop della fine degli anni Sessanta, i Ramones gettarono le basi per quello che sarebbe poi stato conosciuto come pop punk. Alla fine degli anni Settanta, gruppi del Regno Unito come i Buzzcocks o i The Undertones (successivamente influenzati fortemente dal glam rock) combinarono la velocità e la caoticità delle sonorità punk rock con la musica pop nei toni e nei temi distaccandosi in parte dal punk nella sua rappresentazione classica.

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Dai Green Day agli U2, passando per i Depeche Mode

Il successo vero e proprio del genere però ha inizio verso la fine degli anni Ottanta e primi anni novanta con l’avvento della nuova corrente detta punk revival. I gruppi a saper meglio sfruttare il potenziale commerciale di questi generi e a lanciare il “revival” furono i Green Day, Weezer, The Offspring, seguiti poi da Nofx, classificabili comunque nel melodic hardcore punk, e Rancid, che affermarono il genere a livello mondiale. Alla fine degli anni novanta questo sotto genere è stato poi portato a nuove vette commerciali con i Blink-182. Nel nuovo millennio continua il momento positivo dell’ondata Pop-punk, inizialmente con blink-182 e Sum 41 e poi soprattutto con l’exploit, ancora una volta, dei Green Day da metà decennio in poi, grazie all’apogeo di American Idiot.

Questo bellissimo libro, “La storia del rock”, scava a fondo in correnti come hard rock ed heavy metal, southern rock, new wave of British heavy metal, hair metal, metal estremo e nu metal. Si approda agli anni Ottanta. Sono gli anni della nascita del canale televisivo musicale Mtv, dell’edonismo diventato uno stile di vita, del predominio dell’immagine, delle capigliature cotonate, gellate e laccate, anni che vedono l’esplosione di altri fenomeni musicali come l’hip hop ed il rap, oltre al dilagare della dance. Non sono più i tempi delle radio che promuovono la musica, superate da mirate trasmissioni televisive. Il rock è ancora in evoluzione, in trasformazione, i confini fra pop e rock e altri generi si assottigliano ancora di più, per questo per parlare di rock è doveroso citare anche altri generi.

MTV Europe inaugura le sue trasmissioni con il videoclip di Money for Nothing dei Dire Straits, brano che paradossalmente può essere interpretato anche come una sorta di invettiva contro le rockstar che appaiono in televisione. I Dire Straits sono considerati un unicum nel panorama del periodo, poiché il loro stile musicale risulta del tutto fuori moda e in netta contrapposizione rispetto alle tendenze dell’epoca: la band britannica – guidata dal chitarrista, cantante e compositore Mark Knopfler – propone infatti un rock limpido ed essenziale, ispirato principalmente al blues, al country e al rock and roll americano delle origini. Le loro canzoni, caratterizzate spesso da un tono introspettivo, presentano inoltre testi ricercati e connotati da una forte impronta narrativa.

Il rock si diluisce e si orienta verso il pop, quello mistificato delle grandi multinazionali della musica (o major), alle quali non basta più scoprire nuovi talenti e lanciarli commercialmente, ma astutamente comincia a crearli, svilupparli e lanciarli sul mercato come fossero un qualunque prodotto commerciale, come ad esempio i casi dei New Kids on the Block e dei Milli Vanilli. Ma la scena non è dominio esclusivo di queste operazioni: in questi anni emergono comunque molti gruppi o cantanti che, pur in parte indulgendo alle regole del mercato discografico in materia di promozione dell’immagine, sono dotati di talento. L’album più venduto degli anni Ottanta è stato Thriller di Michael Jackson, mentre la classifica dei singoli vede come vincitori i Bon Jovi con Livin’ on a Prayer. La new wave e la sua sottocultura sbocciano assieme ai primi gruppi punk rock, a tal punto che, inizialmente, punk e new wave sono considerati quasi sinonimi.

Un sottogenere che spicca è inoltre il synth pop, con forti influenze dei Kraftwerk e del compositore francese Jean-Michel Jarre. Il synth pop trova seguaci anche in Italia, come nel caso dei Rockets, che si presentano in pubblico camuffati da alieni e sempre con la pelle ricoperta di crema argentata. Alcune band britanniche come i Depeche Mode e i Pet Shop Boys riscuotono notevole successo. Un personaggio fuori dagli schemi, che emerge in questi anni e che incarna perfettamente il concetto di artista pop rock, è il cantautore Prince, che grazie all’album Purple Rain, dall’arrangiamento innovativo, diventerà uno degli artisti più influenti della musica nera americana.

Il rock degli anni Ottanta sposa l’attivismo politico, che ebbe il suo picco di popolarità negli anni ottanta col singolo “Do They Know It’s Christmas?” del 1984 e il concerto Live Aid per l’Etiopia del 1985, che, oltre ad aver sensibilizzato con successo l’opinione pubblica riguardo alla povertà mondiale e ad aver raccolto fondi per gli aiuti umanitari, è stato anche criticato, insieme ad eventi simili, per aver fornito un palcoscenico per l’accrescimento della popolarità e dei guadagni delle star coinvolte. Gli anni Ottanta vedono il risorgere degli show concepiti come spettacoli di dimensioni sempre più imponenti, che solo a volte sono concerti di beneficenza. A beneficiare del clamore mediatico legato ai mega eventi degli anni ottanta non sono solo i nuovi idoli pop, ma anche gruppi rock già presenti negli anni settanta che raggiungono però l’apice del loro successo nel decennio successivo: gruppi Glam rock come i Kiss o i Queen.

I Queen parteciparono, il 13 luglio 1985, al Live Aid. Nei 20 minuti a disposizione, i Queen suonarono Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga, Hammer to Fall, Crazy Little Thing Called Love, We Will Rock You e We Are the Champions. Sia la stampa, sia i settantaduemila spettatori di Wembley, sia gli artisti considerarono la loro interpretazione memorabile, una delle migliori di tutti i tempi. Mercury costruì in questa esibizione “il mito di insuperabile frontman”. La partecipazione al Live Aid diede nuovo entusiasmo ai Queen, che grazie a questo successo tornarono nuovamente a essere un gruppo coeso. Assente dal Live Aid ma personaggio emblematico del rock anni ottanta è Bruce Springsteen, esponente del cosiddetto “Heartland Rock”, caratterizzato da uno stile musicale semplice e rimandi alla vita operaia americana.

Un’altra band emblema del Live Aid, e del rock anni ottanta in generale, è quella degli U2. La band irlandese è caratterizzata dall’utilizzo massiccio di tematiche religiose, politiche e socioeconomiche, che contribuiranno a costruire l’immagine del frontman Bono Vox come guru di un’intera generazione. Gli U2 ottennero il successo planetario con l’album The Joshua Tree, che raggiunse i venticinque milioni di copie vendute. Un tour americano consoliderà la fama della band anche in quel Paese. L’immagine del gruppo negli anni successivi ha continuato ad essere legata alle numerose iniziative umanitarie contro la guerra nei Balcani e a favore della cancellazione del debito dei paesi del terzo mondo. Ma da qui in poi, è un’altra storia. La storia della nascita dell’alternative rock, del grunge, del post-grunge, del britpop, dell’indie rock, del gothic metal e di tutto quello ci siamo portati nel nuovo millennio.

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Rock files: 500 storie che hanno fatto storia del rock

A sessant’anni di distanza dal giorno in cui “un bel ragazzo con le basette” registrò a Memphis una canzone per la sua mamma, il rock’n’roll è considerato una delle più importanti forme artistiche del Novecento, nonché un’invenzione di assoluta rilevanza socio-culturale. Questo è un libro indispensabile per chiunque ritiene di essere un appassionato di rock. Ma lo è anche per i musicisti. Tutte storie che devono essere conosciute. Scrittura da giornalista, quindi sintetica ma precisa, senza inutili fronzoli, ricca di riferimenti a cd da ascoltare per ritenersi un vero rockettaro.

Dall’apprezzata firma di Ezio Guaitamacchi arriva Rock files: 500 storie che hanno fatto la storia. Non sai di che si tratta? Ti provoco con una domanda: cosa sarebbe successo se Elvis avesse continuato a fare il camionista? E poi un’altra: e se i Beatles fossero rimasti ad Amburgo? E un’altra ancora: e se Dylan non avesse infilato il jack nella sua chitarra, Hendrix avesse abbandonato l’esercito americano e Morrison non si fosse lasciato convincere da Manzarek a fare il cantante? Probabilmente, il rock non sarebbe esistito. E le vite di tutti noi sarebbero state diverse.

Invece, a sessant’anni di distanza dal giorno in cui “un bel ragazzo con le basette” registrò a Memphis una canzone per la sua mamma, il rock’n’roll è considerato una delle più importanti forme artistiche del Novecento, nonché un’invenzione di assoluta rilevanza socio-culturale. Questo è un libro indispensabile per chiunque ritiene di essere un appassionato di rock. Ma lo è anche per i musicisti. Tutte storie che devono essere conosciute. Scrittura da giornalista, quindi sintetica ma precisa, senza inutili fronzoli, ricca di riferimenti a cd da ascoltare per ritenersi un vero rockettaro.

Eccoli, uno dietro l’altro, fatti e misfatti degli autori e delle canzoni che hanno giocato un ruolo importante nella storia del rock. Piacevole la lettura e la rivelazione di alcune perle sconosciute. Se sei amante del rock non puoi perdere queste bellissime perle, tra l’altro associate a brani da ascoltare: cinquecento storie, aneddoti, curiosità, dagli anni Cinquanta ai giorni nostri, alcune storie già conosciute ma molte altre veramente interessanti e particolari, da leggere e rileggere.

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Sono tanti i momenti che hanno segnato la storia di questa musica e scandito un’evoluzione stilistica e concettuale che l’ha portata a essere, al tempo stesso, fenomeno di aggregazione giovanile, espressione di movimenti controculturali, voce di nuove tendenze, moda commerciale. Si tratta di fatti, episodi, aneddoti ormai assurti allo status di leggenda ma dei quali spesso non si conosce la reale portata se non addirittura i veri retroscena. 500 di queste storie sono state estratte dai grandi “archivi del rock”, selezionate in virtù della loro forza narrativa e dell’alone di fascino che ancora oggi le circonda. Molte hanno davvero fatto epoca, altre sono semplicemente eventi curiosi, eccentrici, originali, a volte anche oltraggiosi o scandalistici, perfetti però per far capire qual è stato l’impatto del rock.

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Memorie ritrovate: La busta gialla di Marco Francalanci

La busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

E’ proprio il caso di dirlo: sono memorie ritrovate quelle contenute nel libro La Busta Gialla, in cui si racconta una vicenda realmente accaduta (e documentata) durante la Seconda Guerra Mondiale a Genova e casualmente scoperta settant’anni dopo dall’autore, che ne è anche il protagonista. Durante una seduta fisioterapica, a Marco viene segnalata la presenza di cicatrici che evidenziano un numero elevatissimo di iniezioni lombari. Chiede spiegazioni sulle loro origini all’anziana madre, Paola, che fa un vago riferimento, peraltro subito ritrattato, a una “busta gialla”.

Il protagonista, giornalista da cinquant’anni, insospettito, va alla ricerca del misterioso involucro nella casa dei genitori, dove fa una clamorosa scoperta: in un vecchio armadio trova alcune scatole metalliche semiarrugginite e una busta gialla. Dentro, un centinaio di lettere fra i suoi genitori quando il padre Luigi era al fronte, che raccontano la loro storia d’amore da quando si conoscevano appena a quando si erano sposati, nel 1943. E poi altrettante fotografie, il diario della mamma, tenuto giorno per giorno nei primi anni di guerra.

Infine, la busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

Contemporaneamente, però, dato che sembrava efficace anche contro le malattie veneree, veniva sperimentato anche sui militari della Wehrmacht, l’esercito di occupazione in Italia. Questa circostanza ha permesso al padre, Luigi, di reperire il farmaco dopo settimane di ricerca, sotto i bombardamenti durante la guerra civile, in una farmacia nei pressi di una caserma tedesca. Tutte queste circostanze vengono confermate dall’Archivio storico della Bayer in Germania, dal quale sentenziano: “Marco si è salvato per aver fatto lui stesso da cavia a un farmaco che poi, trasformato in vaccino, ha salvato migliaia di vite”.

Nel frattempo l’anziana madre, che non ha più motivo di tenere segreti (non voleva condizionare la vita del figlio con l’annuncio che aveva subito una così grave malattia) racconta i suoi anni di guerra attraverso la sua trasformazione obbligata da spensierata ragazzina sedicenne come appare dalle prime foto e dal diario, a una vera e propria “madre coraggio”, che affronta per due volte un ufficiale nazista per impedire che il marito e tutta la sua famiglia vengano deportati in Germania: Luigi, infatti, come reduce dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre era obbligato a entrare a far parte dell’esercito della Repubblica di Salò.

Non avendolo fatto, aveva ricevuto la cartolina precetto in vista della deportazione nel tristemente noto in campo di lavoro di Kassel, nella Ruhr. Due faccia a faccia drammatici, al termine dei quali l’ufficiale tedesco “salva” l’uomo e la sua famiglia con una motivazione ancora oggi misteriosa: un atto di generosità o il gesto interessato di un gerarca nazista che, alla fine di una guerra ormai perduta cerca di rifarsi un a verginità in vista di un probabile prossimo processo? Ancora oggi la donna propende per la generosità, le associazioni partigiane per l’interesse personale.

La cartolina di deportazione e l’idea del libro

L’autore, il giornalista Marco Francalanci, al Secolo XIX cronista di nera, politica, giudiziaria, costume, inviato di sport, vicecapocronista nel 1975, dopo una breve parentesi alla conduzione della Terza Pagina, capocronista dal 1978, negli anni più difficili del terrorismo brigatista e di quello neofascista a Genova, nel 1990 passa a La Repubblica come capocronista nella redazione appena aperta a Torino per l’edizione locale. È lui il Marco della storia e sapientemente ha strutturato “La Busta Gialla” come un romanzo storico di guerra. Nel prologo si accenna alla recente scoperta delle tracce di punture lombari e al primo colloquio con la madre, che fa riferimento alla “busta gialla”, il cui ritrovamento viene lasciato in sospeso.

Comincia qui un lunghissimo flashback attraverso il quale la madre racconta la storia della sua famiglia da quando si è trasferita a Genova da Livorno negli anni Trenta dopo la morte del padre, ufficiale di polizia. L’incontro con Luigi (nato a Genova dopo che il padre, un anarchico fiorentino, era fuggito in seguito a gravi disordini) precede il racconto di quegli anni che agli occhi di una ragazzina sembrano sereni, ma sui quali incombono prima la promulgazione delle leggi razziali, poi l’entrata in guerra, con le drammatiche conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Attraverso testimonianze, fotografie, resoconti dei giornali dell’epoca, Paola racconta la guerra attraverso la vita di ogni giorno, i razionamenti, le tessere annonarie, il terrore durante i bombardamenti, la distruzione della sua casa, nella quale si salva solo un tavolino di vimini, davanti al quale si fa fotografare con la mamma e manda l’immagine al fidanzato impegnato con la contraerea in Sicilia. Parallelamente, attraverso un appassionato epistolario, scorre la vicenda del fidanzamento tra i due giovani che si sono incontrati di persona solo una volta o due perché lui è troppo timido per dichiararsi, mentre per lettera riesce a esprimere la profondità dei suoi sentimenti.

Dopo lo smembramento dell’esercito seguito all’8 settembre, Luigi parte da Catania e raggiunge la Toscana, dove Paola vive sfollata e la sposa. La coppia torna a Genova, nella speranza che i combattimenti siano alla fine, ma si trova coinvolta in una guerra civile che a Genova ha vissuto risvolti tragici, tra attentati partigiani, esecuzioni sommarie, rappresaglie dei nazifascisti e sequestri di centinaia di operai nei cantieri per essere inviati nelle fabbriche di armi in Germania e mai più tornati. È in questo clima che Paola affronta per due volte il gerarca nazista per salvare la sua famiglia.

Ma pochi giorni dopo il secondo e decisivo incontro, nel quale l’ufficiale tedesco strappa la cartolina di deportazione, Marco si ammala di meningite, restando un mese in agonia, prima di essere salvato al Gaslini con il farmaco trovato da Luigi. Il racconto si avvia alla fine con lo straziante incontro tra Paola, con il bimbo ormai guarito, e il luminare del Gaslini che l’ha salvato: il professor De Toni, infatti, pochi giorni prima ha perso il figlio partigiano, ucciso dai fascisti nel giorno della Liberazione, proprio dietro l’ospedale. E il lungo flashback si conclude con la consapevolezza da parte di Paola che il figlio si è salvato grazie agli esperimenti condotti sui piccoli prigionieri dei campi di concentramento.

Nell’epilogo, infine, l’autore racconta l’emozione di quando ha scoperto il contenuto della busta gialla e come abbia condotto la lunga e rigorosa inchiesta su se stesso e la sua famiglia, con l’aiuto del Gaslini e la decisiva collaborazione da parte del dottor Thore Grimm, responsabile dell’Archivio storico della Bayer. A completamento del tutto, una postfazione dello storico professor Giangiacomo Migone, non a caso proprietario dell’omonima villa genovese (ora un museo) nella quale l’esercito tedesco, unico caso in Italia, si arrese alle formazioni partigiane, che lo consegnarono poi agli Alleati. Per questa resa il generale tedesco Meinhold, che rinunciò alla distruzione del porto già minato, fu inutilmente condannato a morte da un Hitler ormai agli ultimi giorni di vita.

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Il robot sommelier creato all’istituto alberghiero Gae Aulenti

Sfruttando una tecnologia object tracking è in grado di memorizzare ogni etichetta, creando una sorta di piccolo catalogo di vini. Procede poi all’assaggio vero e proprio, attraverso sensori digitali e manuali. I giudizi che fornisce sono molto simili a quelli di un intenditore.

Segnatevi questa data: 27 maggio 2018. Cade di domenica e debutta a Biella, in un noto centro commerciale, il robot sommelier creato all’alberghiero dagli studenti del Gae Aulenti, già visto in occasione di Vinitaly. Che a pensarci su una frazione di secondo, dopo l’euforia del momento, sembra anche un ottimo modo per far sostituire il sommelier da una macchina e mettere definitivamente in ginocchio anche questa professione. Ma si sa, l’evoluzione tecnologica non si ferma e l’uomo non si sostituisce, così dicono…

Domenica, tutti i visitatori possono osservare il robot all’opera, mentre effettua l’analisi di alcuni vini, sia tramite un “assaggio” sia attraverso la lettura e l’elaborazione delle loro etichette. Beppe, questo il nome dell’automa, è in grado di individuare la provenienza del vino, di elencarne le caratteristiche e di suggerire i piatti da abbinare, proprio come un essere umano. A guidare il gruppo di studenti che ha progettato e poi concretamente realizzato il robottino sono stati i professori Giuseppe Aleci e Roberto Donini.

“Sfruttando appositi sensori può analizzare il ph e dare informazioni sul livello di acidità, la presenza di solfiti, il grado alcolico, persino il colore del vino. Questi parametri gli consentono di specificare la temperatura a cui dovrebbe essere servito e i piatti migliori a cui accompagnarlo”, ha detto il professor Giuseppe Aleci. Beppe, che quando era ancora un prototipo si chiamava “Sommelierobot”, impiega i servizi Microsoft cognitive per il riconoscimento visivo, ottenendo così una descrizione precisa di ciò che inquadra, bottiglia, calice di vino…

Sfruttando una tecnologia object tracking è in grado di memorizzare ogni etichetta, creando una sorta di piccolo catalogo di vini. Procede poi all’assaggio vero e proprio, attraverso sensori digitali e manuali. I giudizi che fornisce sono molto simili a quelli di un intenditore.

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Il robot è anche in grado di colloquiare con chi gli sta davanti grazie a un chatbot realizzato dai nostri ragazzi e simile ai più famosi assistenti virtuali come Siri e Cortana.  L’idea nasce dallo sviluppo di un progetto già avviato dalla stessa scuola lo scorso anno per le Olimpiadi di robotica e il Maker Faire di Roma, la fiera europea sull’innovazione.

In presenza di una connessione wifi, il robot sommelier è in grado di collegarsi a internet per attingere a nuove informazioni. Altrimenti il codice per continuare a interagire con l’uomo si scrive automaticamente, così da essere sempre in grado di fornire risposte precise alle sollecitazioni esterne. “Non potrà mai sostituire l’uomo per la varietà infinita di sensazioni che il nostro palato è in grado di provare. Può rivelarsi però un valido strumento per un controllo generale all’interno della cantina. Per valutare i parametri più importanti e dirci se sta procedendo tutto bene”, ha affermato Aleci.

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L’agenda rossa di Paolo Borsellino: un libro lacrime e sangue

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti”. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci, quella di Via D’Amelio e l’agenda rossa

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Molotov: storia di terrorismo immaginario in un libro

In questo libro l’autrice, Rosamaria Aquino, racconta se stessa e una spiacevole vicenda che l’ha pesantemente condizionata, al punto da costringerla a cambiare città, e l’ha professionalmente menomata, per poi farla rinascere dalle sue stesse ceneri e farla tornare più forte di prima. “Molotov, storia di terrorismo immaginario” non è un romanzo. È una presa diretta. Una giornalista giovane e in gamba. Retta, seria. Ama il suo lavoro malgrado mille problemi – precariato su tutti – sempre alla ricerca della verità. Considera l’informazione obbiettiva un dovere assoluto.

Cosa hanno in comune l’inchiesta giornalistica su una piazza, un’indagine su una molotov abbandonata davanti alla questura e le intromissioni della politica e dei poteri forti sulla libertà di stampa? È l’estate del 2012 quando Margherita, una giornalista professionista, viene indagata dalla Digos. Prima per un procurato allarme al Comune di cui scrive cronache quotidiane, poi per una molotov indirizzata alla Questura.

In pochi giorni, Margherita, da indagatrice si ritrova indagata, con tanto di prelievo di impronte, interrogatori e analisi del Dna. Un vortice che cambia la sua vita e inevitabilmente anche la sua visione delle cose. Una tra le tante storie vere di libertà di stampa negate in questo Paese, dove il potere spesso si muove nell’ombra e si tutela mettendo il bavaglio.

In questo libro, l’autrice, Rosamaria Aquino, racconta se stessa e una spiacevole vicenda che l’ha pesantemente condizionata, al punto da costringerla a cambiare città, e l’ha professionalmente menomata, per poi farla rinascere dalle sue stesse ceneri e farla tornare più forte di prima. “Molotov, storia di terrorismo immaginario” non è un romanzo. È una presa diretta. Una giornalista giovane e in gamba. Retta, seria. Ama il suo lavoro malgrado mille problemi – precariato su tutti – sempre alla ricerca della verità. Considera l’informazione obbiettiva un dovere assoluto.

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Indaga, denuncia, lotta. Viene apprezzata finché non porta alla luce una disonestà dilagante, marcia, profonda. A questo punto diviene scomoda. Bastano false prove ed omertà per farla precipitare in un incubo. Diventa l’imputata, il capro espiatorio di un sistema corrotto alle fondamenta. Deve di nuovo lottare, questa volta per se stessa.

Molte opere trattano argomenti simili. Questa si distingue per uno stile rapido, senza fronzoli, quasi una sequenza di fotogrammi autobiografici espressi con l’esasperazione di chi sente la propria coscienza calpestata, per aver tentato – per dirla alla Marco Tullio Giordana – di “lasciare il mondo un po’ migliore di come lo ha trovato”. Il libro è edito da Bao Pubblishing.

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Biagio Conte: la bella storia del San Francesco di Palermo

A sedici anni abbandona la scuola media e inizia precocemente a lavorare nell’impresa edile della sua famiglia, ma a causa di una profonda crisi spirituale decide di allontanarsi dalla famiglia nel 1983, andando a vivere a Firenze. Nel maggio 1990 decide di vivere come eremita, ritirandosi nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio interamente a piedi verso la città di Assisi.

Biagio Conte non è come gli altri. Fratel Biagio è la parte buona di ciascuno di noi. La tentazione di vivere in un altro modo. Che certe volte uno pensa, basta mollo tutto e ricomincio daccapo. Ecco, Biagio è questo. Punto. Un medioevale folle di Dio, ma laico. Non è un prete e non celebra messe. Non si riempie la bocca di parole. Dà la vita per gli altri. Ha lasciato la famiglia, rinunciando ad un futuro da imprenditore, per seguire il suo istinto sacro. Da eremita ha vissuto fra le montagne siciliane, ha viaggiato a piedi fino ad Assisi. Poi è tornato a Palermo, nella sua Palermo, ed ha diviso la strada coi barboni.

Le sue città della gioia, attualmente, sono tre: la Cittadella del povero, la Missione speranza e carità (che è la prima a nascere) e l’Accoglienza femminile. Ogni giorno seicento persone hanno un tetto e tre volte al giorno un pasto caldo. Un racconto religioso che costringe a guardare l’altra faccia delle nostre città. Una rivoluzione. Intensa come la verità. Dolce come la carità. Musulmani, indù, cristiani, perseguitati dalle dittature, dalle guerre. Uomini soli. Tutti insieme, pronti a ripartire. Ed è bello sapere che c’è un posto così.

Biagio nasce nella splendida Palermo il 16 settembre del 1963 ed è la più bella immagine che definisce il missionario laico. Al posto di divertirsi con le ricchezze di famiglia ha sempre pensato agli altri, dando vita, come detto, alla Missione di speranza e carità, per cercare di rispondere alle drammatiche situazioni di povertà ed emarginazione della sua città natale. Figlio di imprenditori edili, a tre anni viene portato in Svizzera in un collegio di suore. Ritorna a Palermo a nove anni ed entra nel collegio di San Martino delle Scale per quattro anni.

A sedici anni abbandona la scuola media e inizia precocemente a lavorare nell’impresa edile della sua famiglia, ma a causa di una profonda crisi spirituale decide di allontanarsi dalla famiglia nel 1983, andando a vivere a Firenze. Nel maggio 1990 decide di vivere come eremita, ritirandosi nelle montagne dell’entroterra siciliano e successivamente facendo un viaggio interamente a piedi verso la città di Assisi. Il viaggio è stato reso noto alle cronache per gli appelli della famiglia d’origine alla trasmissione Rai “Chi l’ha visto?”, dove Biagio ha risposto in diretta informando del suo cammino verso Assisi, dove arriva il 7 giugno 1991.

Torna quindi a Palermo per salutare i familiari, con l’intenzione di trasferirsi in Africa come missionario, ma lo stato di miseria in cui ritrova la sua città lo porta a cambiare idea. In un primo momento è attivo nel portare conforto ai senzatetto della Stazione di Palermo Centrale, per i quali si batte attraverso diverse proteste ed un digiuno, grazie al quale ottiene l’utilizzo di alcuni locali in via Archirafi, all’interno dei quali fonda nel 1993 la “Missione di Speranza e Carità”, che oggi accoglie più di 200 persone.

Il pensiero di Biagio Conte, un vero Fratello di Palermo

Le sue parole dovrebbero fare riflettere tante persone, dovrebbero fare vergognare quelle persone che abusano di altre in tutti i campi e anche quelle che fingono di non vedere, senza neppure mettere la testa sotto la sabbia. “Fino a 25 anni non mi rendevo conto, distratto dalle cose del mondo, di tutto il materialismo e il consumismo di questa società. Pur avendo tutto, mi lamentavo ed ero sempre insoddisfatto. Schiavo del materialismo non mi accorgevo dei peccati e degli errori che commettevo. Però, guardando la mia città e quello che mi stava attorno, cominciavo ad accorgermi d i tanti volti pieni di sofferenza: persone che dormivano per terra alla stazione, sulle panchine, mi accorgevo di tanti bambini dei quartieri degradati di Palermo con i volti tristi, giocare in mezzo all’immondizia“.

“Quei volti sofferenti continuavano a ritornarmi nella mente e nel cuore, mi sentivo ferire; mi sentivo in colpa, ma non riuscivo a trovare nessuna risposta, nessuna soluzione per quei volti sofferenti che chiedevano aiuto. Fu allora che sentii di lasciare, in silenzio, mio padre, mia madre, il lavoro e la ditta, per donare totalmente la mia vita ai poveri. A questa scelta sono arrivato attraverso un duro cammino. In un primo momento decisi di andare a vivere da solo, sulle montagne all’interno della Sicilia. Ho voluto vivere in silenzio staccato da tutto e da tutti, soprattutto dalle cose materiali. In quei luoghi, in mezzo alla natura ho trovato quello che non riuscivo a trovare in città”.

“All’inizio ho vissuto da eremita, dopo un pastore mi ha aiutato. Ero felice, lì avevo la possibilità di lavorare, di meditare e di vivere in silenzio. Dopo un periodo vissuto così, ho lasciato quei luoghi per affrontare un viaggio fino ad Assisi, dove aveva vissuto San Francesco, perché sentivo nel mio cuore di condividere il suo pensiero. Ho attraversato diverse regioni, vivendo di totale carità. L’unico mio compagno in questo viaggio è stato un cagnolino che avevo salvato e ho chiamato Libertà. Come unico sostegno avevo un bastone. In testa portavo un cappellino ricavato da una manica di maglione che mi ha riscaldato tanto”.

“Ritornato a Palermo è subentrato in me un momento di indecisione. Volevo andare in Africa a fare il missionario, dedicare la mia vita ai poveri. Invece, ho sentito qualcosa che mi bloccava. Così me ne sono andato sotto i portici della stazione con uno zaino pieno di latte e the caldo, per aiutare e stare vicino a quelli che la società ha dimenticato: li chiamano barboni, alcolisti, giovani sbandati, stranieri, prostitute, ma che io sento nel mio cuore di chiamare fratelli e sorelle”. Oggi è adorato, stimato, rispettato, ma soprattutto ascoltato. Nel 2015 partecipa alla parata del Palermo Pride, l’annuale manifestazione cittadina in favore del diritti lgbt per portare ai partecipanti un messaggio di pace e fratellanza.

La sua “Missione” è un luogo di sostegno in cui è possibile dormire, mangiare e contribuire concretamente, offrendo la propria disponibilità lavorativa al servizio della comunità; ogni comunità è dotata di cucina e mensa autonome dove vengono distribuiti tre pasti al giorno, è attivo inoltre un forno che garantisce il pane per il fabbisogno delle tre comunità. È dotata, inoltre, di ambulatori medici con medici volontari che garantiscono le prestazioni mediche di base (convenzione Asp con ricettario medico) e assistenza farmaceutica. I bisognosi che vengono accolti sono liberi di professare qualunque fede e di pregare secondo i dettami della propria religione.

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Palermo e la missione della fratellanza alla San Francesco

La “Missione”, inoltre, fornisce assistenza a tante famiglie indigenti di Palermo con beni di prima necessità e latte pediatrico per i neonati. Contemporaneamente, è attivo un servizio di missione notturna: si tratta di un camper che ogni sera con a bordo cinque volontari della Missione, gira per la città per incontrare le persone emarginate (tossicodipendenti, senzatetto, prostitute) e fornire loro una bevanda calda e assistenza. È previsto un ampliamento dell’attività missionaria a Giacalone, rivolta all’assistenza di donne e bambini maltrattati. Nel dicembre 1998 viene aperta presso l’ex convento di Santa Caterina l’accoglienza femminile, destinata a circa centoventi tra donne singole e mamme con bambini.

Nel 2002, a seguito dell’emergenza profughi, viene aperta la terza comunità della Missione “La cittadella del povero e della speranza” presso l’ex caserma dell’Aeronautica di via Decollati che accoglie circa settecento extracomunitari, di passaggio e non, da Palermo. Nel 2018, dopo la morte di alcuni senzatetto nelle strade di Palermo, in segno di protesta contro la povertà decide di dormire in strada, sotto i portici del Palazzo delle Poste centrali, iniziando uno sciopero della fame durato dieci giorni; in seguito la Regione ha finanziato l’ampliamento della missione di via Decollati.

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Il 16 gennaio 2014 è stato reso noto che Biagio Conte, da anni costretto su una sedia a rotelle a causa di vertebre schiacciate a seguito delle spossanti fatiche cui si è sottoposto nella Missione, già dalla scorsa estate aveva ripreso a camminare dopo un’immersione nelle acque di Lourdes. La Curia di Palermo ha ufficialmente dichiarato che ritiene si tratti di miracolo. I suoi collaboratori lo ricordano inchiodato per anni sulla sedia a rotelle a causa di un forte dolore alla schiena.

Poi dopo un pellegrinaggio dalla Madonna di Lourdes, Conte, è ritornato a camminare. E a Palermo si grida al miracolo. Di certo c’è che adesso Fra’ Biagio, molto conosciuto in città per le sue battaglie in difesa degli indigenti, può proseguire la sua missione senza difficoltà. La vicenda viene ricostruita anche dal sito dell’Arcidiocesi di Palermo, con un’intervista a Conte che è stato in Cattedrale in occasione della celebrazione interculturale “Epifania dei popoli”, presieduta dal cardinale Paolo Romeo per il trentesimo anniversario di consacrazione episcopale.

Nelle tre strutture gestite dal missionario sono ospitati novecento tra immigrati, poveri, senza casa ed ex tossicodipendenti. “Per me è stata una grazia inaspettata – racconta – che ho ricevuto dal buon Dio che ha incaricato la sua madre Maria. Io ho sempre avuto a cuore la Vergine, ma non mi ero mai recato nel santuario di Lourdes, un viaggio che è stato possibile grazie all’Unitalsi che mi ha invitato insieme ai malati”.

Conte, inizialmente non voleva andare in Francia anche per motivi di salute ed arrivato a Lourdes non voleva nemmeno fare il bagno nella vasca. “Non pretendevo nulla ed anzi ho dato la precedenza agli altri malati – ha detto il missionario laico – poi mi sono deciso e subito dopo essermi immerso ho avvertito come un fuoco dentro che mi ha permesso di tornare non a camminare, ma a correre verso le tante persone che me lo chiedono. Dopo il bagno in piscina non ho sentito più il bisogno della sedia a rotelle e del bastone che però non lascio perché mi ricorda il viaggio fatto da Palermo ad Assisi, infatti da allora lo porto sempre con me e adesso mi fa riassaporare i momenti in cui correvo da una parte all’altra della città”.

Tra il 2014 e il 2015 è stato prodotto un film intitolato “Biagio”, dal regista palermitano Pasquale Scimeca. La visione del film, uscito nel febbraio 2015, è stata dedicata in particolare agli studenti delle scuole affinché potessero conoscere meglio il personaggio di Biagio Conte, un uomo che lotta per i deboli e che dall’1 marzo 2018 ha raddoppiato la capacità di ospitalità per i senza fissa dimora nella Missione Speranza e carità. La Regione Sicilia, infatti, ha finanziato con quasi centosessantamila euro l’esecuzione di alcune opere che consentiranno alla struttura di utilizzare altri duemila metri quadrati di capannoni già esistenti da adibire a nuovi posti letto.

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Mattia Cattapan e quel bellissimo sogno del crossabili

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione.

Questa è una storia “diversa”. Nel senso che, in genere, è sempre più facile raccontare la storia di qualcuno che ce l’ha fatta. Diverso è quando scriviamo la storia di chi lotta per farcela e ce la sta facendo. Anno dopo anno, mese dopo mese, settimana dopo settimana, giorno dopo giorno. Di chi cresce nella sofferenza e deve andare avanti diversamente da come immaginava e certamente sognava, ma che ciò nonostante riesce con la sua contagiosa forza d’animo a trasformare il dolore in felicità, il disagio in opportunità, la disabilità in abilità. O come la chiama lui, “crossabili”. Il suo nome è Mattia Cattapan, classe 1990, di San Martino di Lupari, in provincia di Padova.

A otto anni gli regalano la prima moto da cross. I motori sono da sempre la sua passione. “Io e i miei amici abbiamo dedicato interi pomeriggi alla nostra passione chiamata “motorino”, fra odore di benzina e mani sporche d’olio. Cresco, passano gli anni e cambiano anche le moto. Matteo Rubin mi fa da maestro e mi appassiono alla disciplina dell’enduro. Partecipo così a gare e campionati specialmente nel Triveneto. Parallelamente, dall’età di quindici anni, inizio a lavorare nell’attività di famiglia di lavorazione del ferro”. Ad ottobre del 2012 si classifica terzo alla finale del Trofeo Attimis XCC. “Quel risultato mi ha spinto a voler dedicare più tempo all’allenamento e alla preparazione fisica prima delle gare”.

Il 3 marzo 2013, mentre corre in una gara di enduro country a coppie a Sacile, nel Pordenonese, resta vittima di un brutto incidente in gara e si rompe la quarta e la quinta vertebra dorsale, lesionandosi il midollo spinale. Senza giri di parole: resta paraplegico. Trasportato in eliambulanza a Udine, lo operano alla colonna vertebrale, con un intervento di stabilizzazione. “Sono rimasto in camera intensiva per la fase acuta, successivamente sono stato trasferito all’Unità Spinale di Vicenza e dopo qualche mese sono stato trasferito all’Unità Spinale Unipolare di Niguarda. Dopo l’incidente è come se fossi tornato bambino e nei sette mesi successivi di ospedale mi sono rimboccato le maniche per riuscire a riprendere in mano la mia vita: ho imparato per la seconda volta a spostarmi, muovermi, lavarmi, vestirmi, andare in bagno”.

Grazie al supporto della famiglia e al suo spirito reagisce. La forza della vita ha la meglio. “Da ricoverato, a Milano, ho tanto desiderato e tanto sospinto l’equipe medica a far sì che i pazienti possano intraprendere l’iter per conseguire la patente B speciale, a partire dalla visita in commissione medica fino alle prove degli adattamenti auto possibili. Durante il ricovero ho avuto l’opportunità di conoscere Nicola Dutto, primo pilota paraplegico a tornare in moto per fare cross ed enduro. Nonostante l’incidente, l’amore e la passione per i motori è stata quella che mi ha spinto ad andare avanti, perché la voglia di tornare su un mezzo a motore si è sempre fatta sentire e, negli anni dopo l’incidente, sempre più forte”.

Prova diversi sport, dal basket al tennis in carrozzina, il ping pong. “Ma nulla mi fa sentire vivo come l’idea di tornare ai motori. Ritorno a lavorare e a vivere la mia quotidianità, con lo spirito di sempre. Il mio ritorno nel mondo dei motori ha inizio a fine aprile 2016. Pista di Maggiora, per la prima volta vedo e mi approccio al mondo del kart cross, capendo subito la potenzialità e l’ottimo compromesso fra sicurezza e adrenalina. Da quel giorno, non ho smesso di pensare a come raggiungere il mio sogno di tornare fra i motori, la polvere e l’odore della benzina. Un sorprendente anno di incontri, alcuni tanto sperati, altri tanto cercati ma alcuni anche voluti dal destino…”.

Mattia Cattapan e il crossabili sempre meno sogno

A maggio 2016, dopo il matrimonio della sorella, alle tre di notte parte con gli amici per andare a vedere la gara di Moto GP al Mugello. Per dodici anni di fila non ha mai saltato una gara di MotoGP al Mugello. Il mese successivo, Alvaro Dal Farra, manager del Daboot, scuola di Fmx, lo invita a un evento di motocross freestyle e di mototerapia a Ponte nelle Alpi, in provincia di Belluno. “Provo la guida del quad e della motoslitta. Il team Daboot vede protagonisti Davide Rossi, Jannik Anzola, Leonardo Fini, Max Bianconcini, Matteo Botteon, Maurizio Poggiana e Vanni Oddera, piloti che organizzano eventi di Fmx in Italia e partecipano a eventi internazionali.

Sempre a giugno 2016, il rapporto con i ragazzi del Daboot cresce e Vanni Oddera insieme a Ilaria Naef, ragazza in carrozzina che pratica Wheelchair Freestyle, lo invitano allo skate Park di Brescia. Prova anche il lancio dalla rampa in carrozzina, volo nella piscina di gommapiuma e diventa il protagonista di un aneddoto che Vanni e Ilaria raccontano da quel giorno. Ad agosto 2016 parte per una vacanza “diversa”: torna a vivere la montagna con adrenalina.

Va a Sestriere, dove l’associazione Freewhite con Gianfranco Martin propone una settimana multisport. “Sono partito da casa con l’idea di provare il downhill. Per tutta la settimana faccio discese in downhill, ritrovando libertà e velocità in un ambiente come quello della montagna, fino a quel momento impensabile da vivere”. L’esperienza con Freewhite lo entusiasma così tanto che decide di partecipare a una settimana di campeggio nelle Langhe. “Chi avrebbe mai pensato di fare campeggio in carrozzina, con tende Ferrino e tour fra i vigneti con le Jeep di Fiat autonomy. A settembre c’è la tappa della GP a Misano. Non si può perdere”.

“La sera prima della GP, all’Arena 58, incontro gli amici Daboot che mi regalano i pass per entrare ai paddock. Dall’invasione di pista passo così all’atmosfera dei paddock e perfino a quella dei box, grazie all’amico Roberto Marinoni, meccanico Aprilia. Assaporo la gara da tutt’altro punto di vista”. Quindi, ad ottobre “organizzo a Vicenza una giornata in kart, facendo tornare alla guida altri 10 ragazzi in carrozzina da tutto il Nord Italia”. Una giornata vissuta all’insegna delle sfide e del sano confronto, nel clima del vero e autentico spirito sportivo.

Tante altre emozioni e a novembre incontra Valentino e Graziano Rossi, insieme ad altri piloti della VR46 Academy: Bulega, Bagnaia, Andrea Migno e anche Mauro Sanchini. Il viaggio per l’Italia, a trovare gli amici in carrozzina, “mi spinge a voler creare un progetto coi motori in cui coinvolgere in maniera sicura tutti coloro che proprio a causa dei motori sono in carrozzina me ma che nei motori trovano ancora un motivo per andare avanti. Inizio dicembre: Monza Rally Show. Un mio amico che lavora come meccanico presso la Delta Rally mi invita ad andare a Monza. Nel giro di una settimana per la seconda volta incontro Valentino”.

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Mattia Cattapan e l’incontro con Alex Zanardi

Il 2017 si apre all’insegna del monosci, a Sestriere, con Freewhite. Continua a pensare al progetto di tornare ai motori, orientandosi verso gli sport automobilistici. Inizialmente pensa di orientarsi verso l’autocross, vedendolo come un buon compromesso fra divertimento e prezzo, ma poi l’idea non si riesce a realizzare. I mesi passano e, ad aprile 2017, Mattia Cattapan torna al kart cross. Una Pasqua a tavoletta. Quello stesso mese, Mattia parla dei suoi progetti col titolare dell’Autodromo del Salento, Fabio Serinelli. Nasce Crossabili, un progetto che vuole aprire al mondo delle persone disabili la disciplina del kart cross. “Si fanno le ore piccole, parlando di come poter rendere fattibile il progetto”.

I kart cross sono mezzi sicuri, con un assetto modificabile a seconda del terreno e con un ottimo rapporto peso-potenza. “Sono al settimo cielo e penso già a tutti gli amici in carrozzina che non vedrebbero l’ora di provarlo”. Riprende la rotta di casa, facendo tappa a Civitanova Marche, per fare la consueta revisione del mio Triride. Il destino a volte crea l’occasione ed è così che incontra Alex Zanardi.

“Pranzo insieme a lui, facendo domande, chiacchierando e confrontandoci. Alex ha in mente le ruote dell’handbike e vorrebbe portare dei ragazzi in carrozzina alle para-olimpiadi. Ma io gli chiedo del suo passato e del suo presente nel mondo automobilistico, nell’ottica di creare una scuola di guida su pista per persone in carrozzina in cui ci siano degli esperti come tutor”. Crea un altro evento in kart aperto ai ragazzi in carrozzina.

Poi, da veneto, contatta “Il Veneto Imbruttito” per fare un video che trasmetta a tutti la sua quotidianità. Con luci e ombre, difficoltà e forza d’animo. Il buon Andreas Ronco accetta, convinto di fare la “solita” intervista al tavolo. Ma Mattia lo prende in contropiede e lo aspetta a casa e gli prepara una carrozzina con Triride.

“Trascorriamo insieme una giornata intera in carrozzina fra le vie della città, al mercato, in orto e nell’azienda di famiglia di lavorazione ferro. Una vera scoperta per Ronco, che mi chiede a fine giornata di fare una richiesta, di esprimere un desiderio. Chiedo così di lanciarmi dal palco dei Rumatera (un gruppo musicale che canta in veneto e racconta in musica la cultura veneta, ndr), avendo come finalità il creare una occasione, un obiettivo da raggiungere e da condividere. Ho scelto di lanciarmi dal palco per mostrare ai ragazzi nella mia situazione che nella vita si può fare qualunque cosa, basta decidere e mettersi in moto”.

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Dai crossabili all’incontro con la famiglia Regazzoni

L’Associazione Uguale lo contatta, dopo aver visto il video de “Il Veneto Imbruttito”. Uguale organizza un festival contro ogni tipo di barriera a Marghera e suoneranno i Rumatera. Ecco che il desiderio espresso poche settimane prima si avvera. “Uno sponsor trovato dall’associazione rende possibile il noleggio di un bus per raggiungere il Festival con i miei amici, che accettano ad occhi chiusi e lo fanno per sostenermi. L’obiettivo è veramente raggiunto: tutti i miei amici presenti, regalo ad ognuno una maglia verde con un logo da me pensato e costruito. Il momento del lancio, commovente, ha visto una folla verde sostenermi, nel vero senso della parola”.

Si va a Milano, a Niguarda, dove è stato ricoverato. “Ho lasciato il segno nei cuori dell’equipe del Niguarda e, conoscendo la mia passione e i miei progetti mi invitano ad una giornata dedicata a Clay Regazzoni, pilota F1 rimasto paraplegico e inventore degli adattamenti auto. Per l’occasione mi informo, studio e sono orgoglioso e onorato di poter presentare il mio progetto alla famiglia di Clay. La moglie e la figlia Regazzoni mi ascoltano con interesse, perché con la morte “del Clay” si sono spenti anche tutti i progetti in ambito automobilistico per persone in carrozzina. La buona occasione per confrontarsi e scambiarsi i contatti, guardiamo entrambi verso la medesima direzione e loro attraverso il Clay hanno già vissuto questa realtà”.

A luglio 2017 si tengono i Redbull X Fighters, a Madrid. Questa volta vola con gli amici nella capitale spagnola per assistere allo spettacolo di freeestyle motocross. Il suo amico Alvaro Dal Farra gli fa un altro bel regalo: i pass per i box e per vivere i retroscena all’interno dell’arena a Plaza de Toros.

“Mi mette in contatto con Inigo Perez, che ha reso possibile il mio giro all’interno dei box. Conosco di persona i piloti Tom Pagès, Clinton Moore, a cui porto una bottiglia di Aperol direttamente dal Veneto e da parte di Alvaro, e Levi Sherwood”. Il mese dopo, Mattia prende contatti con il proprietario di una start-up che realizza cambi al volante, pensando a come adattare i kart cross per la guida alle persone paraplegiche. L’incontro è a Ravenna. Si parla e si discute di comandi al volante.

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Ad Ascoli Piceno, ad agosto, si corre una gara di kart cross. Si ritrovano volti noti, fra cui un pilota salentino che vende il proprio kart cross. Ormai i giochi sono quasi fatti, è a pochi passi dal suo sogno. Bisogna trovare uno sponsor che sostenga i costi di acquisto degli adattamenti e dei test. Ormai è tempo di vacanza. Si torna a Sestriere, per le discese in downhill. A settembre arriva lo sponsor: il gruppo AGF88 Holding.

E in più si ritrova a posare come modello per B.Barber: scatti che vogliono raccontare la sua storia, sempre di traverso e sopra alla famosa Eleanor di “Fuori in 60 secondi”. Ad ottobre, Cattapan inizia la preparazione fisica con un personal trainer per guidare il kart cross e il mese successivo incontra la famiglia Regazzoni per la realizzazione di un set fotografico per il Memorial Room di Lugano e per trascorrere una giornata con ragazzi delle scuole in visita al Memorial.

“Si parte verso la Svizzera, indosso tuta e guanti e la moglie e la figlia del Clay mi fanno salire sulle auto adattate del campione ticinese! Che emozione e che gran voglia di proseguire nel mio progetto, portando avanti quello che il Clay ha reso possibile, mettendosi in gioco in prima persona per gli altri. Questo è quello che vorrei fare ed è il motivo che mi ha spinto negli anni a fare chilometri, a metterci la faccia: seguire la passione per i motori, poter tornare in pista non come singolo, ma coinvolgendo e offrendo la possibilità ai ragazzi in carrozzina come me di provare ad accostarsi allo sport automobilistico in sicurezza e con divertimento”. Intanto, il 2018 lo vede protagonista con il suo kart cross TMR. A tavoletta.

Ecco tutti i peggiori serial killer nel mondo fino al 1800

Una prima puntata, questa, che abbraccia un arco temporale che va dall’anno 150 avanti Cristo alla fine del 1800 dopo Cristo (in alcuni casi si spinge fino agli inizi del 1900). Tante donne, spesso in gruppo: annoiate dalla routine, incattivite dalla vita, impazienti di ereditare importanti fortune. Tantissimi uomini, maniaci, pervertiti, pedofili, condottieri, sacerdoti, barbieri e sconosciuti… Curiosando un po’ qua e un po’ la, scopri che le prime serial killer della storia erano donne, delle avvelenatrici vissute nel 331 avanti Cristo.

Serial killer, o assassini seriali che dir si voglia, chi sono i peggiori nell’antichità? La domanda guida è una, secca: quanti ce ne sono stati e chi erano i più importanti criminali seriali della storia mondiale? Ne ho rintraccianti tanti, troppi, al punto che, dopo averli filtrati, ho dovuto dividerli in due diverse puntate.

Una prima puntata, questa, che abbraccia un arco temporale che va dall’anno 150 avanti Cristo alla fine del 1800 dopo Cristo (in alcuni casi si spinge fino agli inizi del 1900). Tante donne, spesso in gruppo: annoiate dalla routine, incattivite dalla vita, impazienti di ereditare importanti fortune. Tantissimi uomini, maniaci, pervertiti, pedofili, condottieri, sacerdoti, barbieri e sconosciuti… Curiosando un po’ qua e un po’ la, scopri che le prime serial killer della storia erano donne, delle avvelenatrici vissute nel 331 avanti Cristo.

Dopo di loro arriva la cattiveria e l’ingratitudine di Liu Pengli, figlio di un principe cinese e cugino di un imperatore, fino allo spietato cinismo di Jane Toppan, l’infermiera che uccideva i pazienti usandoli come cavie. Senza dimenticare, ovviamente, i più famosi Peter Stubbe, Jack lo Squartatore, Sweeney Todd, Brendan Burke e William Hare, Gesche Gottfried, John e Lavinia Fisher, Amelia Elisabeth Dyer, Robert Clay Allison, Henry Howard Holmes, Anna-Rozalia Liszty, Il Sarto di Chalons, Callisto Grandi, Vincenzo Verzeni o Vampiro della Bergamasca e tanti tanti altri.

Liu Pengli

Risulta il secondo serial killer della storia – ci cono testimonianze che lo collocano a livello temporale tra gli anni 184 e 105 avanti Cristo – appartenente alla dinastia reale cinese degli Han, che contò addirittura alcuni imperatori. Era il terzo figlio del principe Xiao di Liang, nipote dell’imperatore Wen Han e e cugino dell’imperatore Jing Han.

Prima di lui vennero solo un gruppo di donne avvelenatrici esistite nel 331 avanti Cristo, di cui però si hanno pochissime informazioni. Il suo caso è stato raccontato dallo storico Sima Quian. Liu Pengli divenne re della città di Jidong durante il regno dei Jing. Era il 144 avanti Cristo. Gli altri suoi quattro fratelli presero le altre parti del regno.

Ventinove anni dopo l’instaurazione del suo governo, insieme ad un modesto esercito di giovani schiavi ha organizzato una moltitudine di saccheggi ai danni delle famiglie del suo regno e sequestrato loro tutto ciò che possedevano per puro divertimento. Derubò e uccise più di cento suoi sudditi prima di essere denunciato all’imperatore. Inizialmente fu condannato a morte, ma in seguito l’imperatore revocò la condanna. Dopo averlo reso povero, lo esiliò. Le informazioni si perdono a partire da quel momento.

Hasan ibn Sabbah

Era il leader della Setta degli Assassini, fanatici che compivano omicidi a sfondo politico-religioso. Era una setta sciita ismailita. Il gruppo di assassini si formò nel 1090 in Iran. A diciassette anni incontrò per la prima volta un missionario ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la verità suprema, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a trantacinque anni, verso il 1071.

La setta si formò intorno al 109o in Iran, dopo che era stato qualche anno ad al Cairo, in Egitto. Per problemi politici dovette tornare in Persia nel 1080. Lì passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso. Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malikshāh, Niẓām al-Mulk. Nel 1090, a più di 50 anni, fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamut, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio.

Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici. La prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe. Estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria. Nel 1125 Sabbah morì, ma la setta rimase attiva. Si diffuse in Siria ed entrò a contatto con i crociati, nel periodo della Terza Crociata. In questo momento, la loro figura e il termine “assassino” si diffondono in Europa. Le loro informazioni si perdono nel 1300 circa.

Gilles de Rais

Era un nobile condottiero francese che, nel 1400, rapiva, stuprava, uccideva e necrofilizzava bambini per stupide superstizioni religiose. Dopo una carriera militare di tutto rispetto, che lo portò addirittura fino al titolo di maresciallo di Francia, venne accusato di praticare l’alchimia e la stregoneria, oltre che di aver torturato, stuprato ed ucciso bambini e adolescenti. Di bambini e adoloscenti ne uccise oltre un centinaio, centoquaranta per la precisione, a Tiffauges.

Gilles, per via dei beni ereditati e delle ricchezze della moglie, era uno degli uomini più ricchi del suo tempo, ma per una serie di vicissitudini, ad un certo punto della sua vita, si era ritrovato senza nulla. Aveva perso anche il castello in cui abitava. Senza soldi e senza beni. Per cercare di ritrovare la perduta fortuna, Gilles cominciò a interessarsi all’occultismo, motivo per cui affidò al suo cappellano, Eustache Blanchet, il compito di procacciargli alchimisti ed evocatori di demoni. Fu proprio Blanchet a recarsi in Toscana e ad incontrare a Firenze Francesco Prelati, un giovane monaco spretato aretino dedito all’occultismo, che assoldò e portò con sé in Francia nel 1439.

Prelati, impegnato nel tentativo di ottenere la pietra filosofale, convinse de Rais di avere al proprio servizio un demone personale, di nome “Barron“. Non essendo ovviamente in grado di soddisfare i desideri del suo mecenate, che ogni giorno era più bisognoso di denaro, Prelati richiese a nome del demone il sacrificio di un cadavere di bambino. Da lì, prese il via una vera strage. Arrestato, confessò in modo dettagliato i crimini e fu condannato a morte tramite impiccagione insieme ai suoi complici. E’ in assoluto l’assassino francese più prolifico finora conosciuto della storia.

Zu Shenatir

Era un ricco e potente mercante di Aden, quello che è l’attuale Yemen. E’ vissuto nel 1400, ma su di lui le informazioni sono pochissime. Non si conosce neppure il numero preciso delle sue vittime. Shenatir attirava bambini in casa sua con le promesse di cibo, ma li violentava e li uccideva. Spesso, dopo aver sodomizzato le sue vittime, le gettava fuori da una finestra dei piani superiori della sua grande casa. Fu accoltellato all’ano da una delle sue potenziali vittime, pare si trattasse di un giovane di nome Zerash.

Margaret Davy

Si tratta di una serva, una cuoca inglese, che tra il 1530 circa e il 1542, quindi in un arco temporale di dodici anni, avvelenò una serie di sguatteri e le rispettive famiglie. Anche sul caso Davy ci sono poche informazioni. Gli omicidi venivano commessi apparentemente senza motivo. Dopo essere stata arrestata e trovata colpevole dei delitti, fu bollita viva il il 28 marzo 1542. La legge che autorizzava la bollitura a morte fu abolita nel 1547, dopo la morte di Enrico VIII.

PROMEMORIA > La storia di Margaret Davy la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Peter Stubbe

Era un assassino licantropo tedesco che soffriva di seri problemi mentali: si credeva un lupo mannaro. Assaliva donne e bambini. Dopo averli uccisi a coltellate o a morsi, se li mangiava. Due donne erano incinta. Uccise anche un suo figlio, mangiando il cervello. Uccideva le sue vittime tagliando o mordendo loro la gola, dopodiché ne portava il cadavere in un posto isolata per poterne bere il sangue e, con l’ausilio di un coltello, estrarre le viscere. In particolare, ammazzò uno dei suoi figli spaccandogli la testa con un’ascia, per poterne estrarre il cervello.

Di notte si aggirava nelle stalle sventrando e mangiando sul posto alcuni capi di bestiame. Fu arrestato nell’ottobre 1559 a seguito di un tentato omicidio, quando un passante lo vide e lo interruppe urlando. Era conosciuto come una persona normale. Fu torturato e giustiziato insieme alla sua famiglia. Nella sua deposizione, ottenuta mediante la tortura, raccontò di aver ricevuto dal diavolo una cintura magica, con la quale poteva trasformarsi in lupo ogni volta che la indossava.

Condannato a morte dal Tribunale di Bedburg il 28 ottobre 1589, la sentenza fu eseguita il 31 ottobre: venne sottoposto al supplizio della ruota, poi gli furono asportate varie parti del corpo con una tenaglia incandescente, con un’ascia gli furono amputati mani e piedi e infine fu decapitato. La testa venne infilzata su un palo come monito, mentre i suoi resti vennero bruciati sul rogo. Anche la compagna di Stubbe, Katherine Tropin, e la figlia Beel furono riconosciute complici del killer, venendo così condannate al rogo e bruciate lo stesso giorno dell’esecuzione di Stubbe.

Il Sarto di Chalons

Questo è un altro caso di licantropia. Si sa solo che si trattava di un assassino francese giustiziato nel 1598 per avere ucciso e cannibalizzato alcuni bambini che attirava nel suo negozio o che rapiva direttamente nel bosco. Fu arrestato a seguito di una perquisizione effettuata nel suo appartamento. Gli agenti rinvennero in una cassa delle ossa e dei brandelli di carne umana. Fu condannato all’impiccagione.

Jacques Roulet

Vagabondo e assassino francese, ad Angers uccise e cannibalizzò alcuni ragazzi. Arrestato anche lui nel 1598, come il sarto di Chalons, confessò molti omicidi, ma fu processato per uno solo. Fu condannato a morte, pena poi commutata in due anni di reclusione in un manicomio. Sarebbe dovuto essere istruito alla religione, ma da questo momento le informazioni su di lui si perdono.

Erzsébet Bathory

Nata nella seconda metà del 1500 in una famiglia nobile in Ungheria, la Contessa Dracula, o Contessa Sanguinaria, rapì, torturò con vari metodi e uccise un numero alto di giovani contadine e si fece il bagno nel loro sangue. Fu una leggendaria serial killer ungherese, considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria. Lei e quattro suoi collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne.

Le vittime oscillerebbero tra le cento accertate e altre trecento di cui era fortemente sospettata all’epoca. Secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero seicentocinquanta, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita. Per passare il tempo, quando il marito era lontano da casa, Erzsébet cominciò a far visite alla contessa Karla, una sua zia, e a partecipare alle orge da lei organizzate.

Conobbe nello stesso periodo Dorothea Szentes, un’esperta di magia nera che incoraggiò le sue tendenze sadiche. Dorothea conosciuta come Dorkò e il suo servo Thorko insegnarono a Erzsébet la stregoneria. La Báthory provava piacere nel torturare e umiliare. La Báthory pensava che il bagno fatto nel sangue delle vergini mantenesse viva la sua bellezza. Solitamente, feriva le vittime con armi da taglio. Oppure, ne bruciava la carne o le mutilava mentre erano ancora vive. Beveva il sangue, dopo averle dilaniate con un paio di cesoie.

In altre occasioni le spogliava e le lasciava morire assiderate in mezzo al freddo o le ricopriva di miele e le faceva sbranare vive dagli insetti. Anche il marito era un uomo tendenzialmente violento. La Báthory aveva appreso nozioni di magia nera. Arrestata dopo centinaia di rapimenti e uccisioni, fu murata viva nel suo castello, dove si lasciò morire nell’agosto 1614. I suoi complici, la balia Ilona Joo e il nano deforme Ficzko, vennero giustiziati. Le vittime accertate si aggirano tra le cento e le trecento.

PROMEMORIA > La storia di Erzsébet Bathory la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Anna-Rozalia Liszty

Si tratta di una nobile ungherese, una contessa per l’esattezza, nata nel 1583. Dal 1610, poco dopo il suo matrimonio combinato, iniziò a manifestare un comportamento violento ed ebbe molti attacchi isterici, oltre che epilettici, seguiti da periodi di depressione. Venne arrestata nel 1637 per l’omicidio di otto o nove cameriere e di una nobile. Le cameriere le bastonò a morte. Riuscì a fuggire e si nascose in Polonia, sotto l’appoggio del re. Le sue informazioni si perdono dal 27 marzo 1638.

PROMEMORIA > La storia di Anna-Rozalia Liszty la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Hieronima Spara

Era una veggente e avvelenatrice romana che compì gli omicidi attorno al 1660 insieme ad un gruppo di dodici donne: diede loro del veleno a base di arsenico per uccidere i loro mariti e continuò a commettere altri delitti. Il bodycount è sconosciuto, ma se si tiene conto che le dodici complici avrebbero avvelenato i rispettivi mariti, i morti accertati sarebbero almeno dodici. Questo a rigor di logica e in assenza di prove che dimostrino altri omicidi. Quando fu arrestata, dopo essere stata sottoposta a tortura, fu impiccata insieme alle altre dodici donne.

PROMEMORIA > La storia di Hieronima Spara la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Catherine Deshayes Monvoisin

Nota come la “voisin” (la megera), era una donna parigina che tra la prima e la seconda metà del 1600 convinse alcune donne sposate ad uccidere i mariti, i padri e i conoscenti. Doveva liberarle di queste persone ritenute scomode e autoritarie, vendeva loro delle pozioni magiche a base di arsenico e altre sostanze velenose. Alle donne afflitte da problemi d’amore prescriveva e organizzava dei riti satanici, dove si svolgevano sacrifici di bambini e riti sessuali. Commise anche degli aborti. Scoperta per caso, fu coinvolta nel processo dei veleni che vide protagonisti importanti personaggi della corte di Luigi XIV. Venne arrestata, trovata colpevole dei delitti e condannata a morte. Fu bruciata viva a 40 anni, nel 1680 in una piazza di Parigi.

PROMEMORIA > La storia di Catherine Deshayes Monvoisin la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Luìsa de Jesus

Spietata e cinica assassina seriale portoghese nata nei pressi di Lisbona nel 1750, nel suo modus operandi decideva di prendere in adozione un bambino abbandonato dai genitori per ricevere una dote di 600 reis e dei vestiti. Per intascarsi i soldi avvelenava il bambino. Ripeté il procedimento trentatre volte, usando sia il suo vero nome sia un nome falso. Arrestata, confessò ventotto omicidii e venne condannata a morte. Fu giustiziata nel 1772, a 22 anni: fu portata per le strade di Lisbona, insultata, strangolata con una garrota e bruciata in pubblico. Luìsa de Jesus è stata l’ultima donna ad essere stata giustiziata in Portogallo.

PROMEMORIA > La storia di Luisa de Jesus la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Lewis Hutchinson

Era un serial killer scozzese, tra i più prolifici. Nato nel 1733, attorno al 1760 è emigrato in Giamaica e si è stabilizzato nella zona di Edinburgh Castle. Attirava le vittime, che in genere erano o pellegrini o ospiti, nel suo castello. Poi le uccideva a fucilate. I resti li smembrava. Se ne liberava gettandoli in uno stagno. Commetteva i delitti per piacere. Vista l’abitudine di assassinare i suoi ospiti e di sparare a tutti coloro che passavano nei pressi del castello, Hutchinson si guadagnò il soprannome di “dottore pazzo”.

Fu arrestato perché sparò John Callendar, un soldato inglese che stava provando ad arrestarlo. La polizia, dopo un controllo in casa sua, trovò un numero enorme di vestiti e circa quarantatré orologi appartenenti alle vittime. Fu processato e condannato a morte per l’omicidio del militare britannico. Venne impiccato il 16 marzo 1773. Le rovine della sua abitazione sono ancora in piedi.

Tipu Sultan

Il suo nome vero era Fateh Ali Tipu, ma era più conosciuto come Tigre del Mysore, Tippu Sultan o Tippoo Sahib. Era il sultano della città indiana di Mysare. Nacque nel 1751 e morì nel 1799. Ali Tipu fu anche un intellettuale, un soldato e un poeta, parlando fluentemente kannada, industani, persiano, arabo, inglese e francese. Nonostante la maggior parte della popolazione fosse induista egli era un devoto musulmano e acconsentì, su richiesta francese, alla costruzione della prima chiesa cristiana a Mysore.

In virtù dell’alleanza con i francesi e dell’ostilità verso gli inglesi sia Fateh che il padre Hyder Ali non esitarono ad utilizzare il loro esercito, addestrato dagli stessi francesi, contro l’Impero Maratha, Malabar, Coorg, Sira e Bednur. Durante l’infanzia di Tipu, suo padre raggiunse una grande posizione di potere a Mysore ed alla morte di quest’ultimo nel 1782, Tipu gli succedette a capo di un grande regno che andava dal fiume Krishna River sino al mare d’Arabia ed all’Oceano Pacifico.

Rimase un implacabile nemico della Compagnia britannica delle Indie orientali, rinnovando anche antichi conflitti mai sopiti col vicino regno di Travancore nel 1789. Riteneva di essere il servitore scelto di Maometto e di avere la missione di sterminare gli infedeli. Rapiva e sodomizzava ogni europeo che incontrava. Commise anche un numero impreciso di infanticidi: alcuni bambini venivano bruciati su un fuoco lento, altri li stuprava sotto effetto di droghe, o li buttava dalla finestra o li castrava.

Dar’ja Nikolaevna Saltykova

Morta nel 1801, commise tutti gli omicidi nel 1700. Nota anche come l’Orchessa, era una ricca proprietaria terriera russa appartenente all’importante famiglia dei Saltykov di Mosca. Ma è principalmente ricordata per essere stata una delle serial killer più spietate di sesso femminile. Uccideva le persone che lavoravano per lei. Fu arrestata con l’accusa di ben centotrentotto omicidi e fu trovata colpevole di trentotto di questi e condannata a morte. Poi la pena fu commutata al carcere. Morì murata viva in una stanza.

PROMEMORIA > La storia di Dar’ja Nikolaevna Saltykova la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Margareth Waters

Era una serial killer inglese vissuta nel 1800. Uccise almeno diciannove bambini. Usava lo stesso modus operandi della Dyer: per intascarsi i soldi del mantenimento, prendeva bambini in adozione e li uccideva drogandoli con il laudano e facendoli morire di fame e sete. Pare che assistesse con piacere alla loro agonia.

PROMEMORIA > La storia di Margareth Waters la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Sweeney Todd

Nella vita di tutti i giorni era uno sconosciuto Barbiere inglese. Detto il Barbiere Demonio nacque a Londra il 16 ottobre 1756 e morì nella capitale del Regno Unito il 25 gennaio 1802. E’ stato uno dei più bizzarri e brutali assassini seriali che l’Inghilterra abbia mai avuto, con i suoi centosessanta omicidi. Di lui non sono mai pervenuti ritratti, ma si parla di un un giovane con i capelli rossi, sopracciglia folte, occhi scuri, viso chiaro, carattere burrascoso e lo sguardo di un diavolo.

La maggior parte degli storici ritiene che Todd sia frutto di una leggenda popolare e che non sia mai esistito. Il suo caso è stato escluso dalla maggior parte delle enciclopedie di assassini seriali, eccetto dalla Newton e dalla Haining che, studiando il caso, avrebbero trovato elementi per dimostrare che Todd sia realmente esistito. Sgozzava i suoi clienti e ne occultava i corpi insieme ad una complice, Margery Lovett. Arrestato dopo la scoperta di alcuni cadaveri, fu processato e trovato colpevole di ben centosessanta omicidi. Margery Lovett si avvelenò in cella. Todd fu impiccato nel 1802.

Maximilian Wyndham

Ufficiale dei Dragoni inglesi, dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo si trasferì in Germania. Attorno al 1816, sterminò almeno dieci famiglie in pochi mesi. Il motivo di questa serie di efferati delitti erano da collegare ad un motivo pretestuoso che lo stesso Wyndham avrebbe sostenuto: cioé che queste famiglie avevano incolpato o offeso la moglie e la sorella di un qualcosa che non è ben chiaro. Finì gli omicidi e lasciò una confessione scritta e si suicidò.

Mark Jeffries

Killer australiano che, all’inizio del 1800, cannibalizzò almeno quattro uomini in Tasmania. Iniziò a uccidere dopo che evase dalla prigione di Macquarie Harbour: solo sei persone nella storia riuscirono a fuggire da questo carcere. Tra le vittime si conta un neonato di cinque mesi: lo prese per le gambe e gli sbatté la testa su un albero per farlo smettere di piangere. Successivamente accorse il padre, a cui sparò. Fu arrestato nel 1825 a Launceston e condannato a morte. Fu impiccato il 4 maggio 1826 nella prigione di Hobart.

Brendan Burke e William Hare

Anche noti come Assassini di West Port, erano una coppia di assassini scozzesi che ospitavano le vittime nel loro albergo di Edimburgo, le uccidevano, le scarnificavano e ne vendevano gli scheletri alle università. L’Università di Edimburgo era molto rinomata per le scienze mediche. Agli inizi del 1800 la scienza medica cominciò a fiorire, ma allo stesso tempo gli unici cadaveri che potevano essere usati – ovvero quelli delle esecuzioni dei criminali – cominciavano a scarseggiare a causa di una forte riduzione del tasso di esecuzione, portato dall’abrogazione del bloody code. Erano disponibili solo due o tre corpi all’anno, ma gli studenti erano molti.

Questa situazione attirò i criminali che volevano ottenere denaro in ogni modo. I furti dei cadaveri suscitò particolare sdegno e paura nella popolazione. Il passo tra il rubare cadaveri e l’omicidio fu breve. Le uccisioni vennero attribuite agli immigrati irlandesi Brendan Dynes Burke e William Hare, che vendettero i cadaveri delle loro diciassette vittime. Uno dei loro clienti fu il dottor Robert Knox, un docente privato di anatomia i cui studenti arrivavano dall’Edinburgh Medical College.

Tra i loro complici troviamo la compagna di Burke, Helen M’Dougal, e la moglie di Hare, Margaret Laird. Dal loro particolare modo di uccidere le vittime deriva il termine burking, che significa soffocare e comprimere volutamente il petto di una vittima. Arrestati, Burke fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1829, mentre Hare riuscì a salvarsi in quella occasione, ma anni dopo venne ucciso da un barbone.

Gesche Gottfried

Killer tedesca che, tra l’1 ottobre 1813 e il 24 luglio 1827, avvelenò con l’arsenico quindici persone tra Brema e Hannover. Tra le vittime si contano i genitori, i suoi figli, due mariti e un fidanzato. Più di quindici persone. Si prendeva cura delle vittime poco prima che morissero: questo le creava simpatie da parte della popolazione, addirittura la soprannominava Angelo di Bremen. I genitori li uccise per ostilità, gli altri delitti erano apparentemente motivati da fattori economici.

La prima vittima fu il marito, John Milton. Pensò che potesse dissipare tutta l’eredità ricevuta dal padre, che era il loro unico sostentamento, e lo fece fuori. Venne arrestata dopo che il padrone di casa, insospettito, aveva dato ad un medico una fetta di prosciutto che la killer teneva in casa: sopra di esso c’erano dei granuli molto piccoli, composti da arsenico. Oltre diciannove dei suoi amici si salvarono dall’avvelenamento. Fu arrestata la sera del 6 marzo 1828. Che era il giorno del suo compleanno. Processata, venne condannata a morte. Fu decapitata con una spada la mattina del 21 aprile 1831. Dove si trovava il patibolo e dove rotolò la testa decapitata si trova un insieme di pietre, detto Spuckstein, in cui i turisti ancora oggi sputano sopra per il disgusto.

PROMEMORIA > La storia di Gesche Gottfried la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Thug Behram

E’ stato il killer indiano più prolifico. Strangolò almeno centoventicinque vittime con un lembo del suo mantello in onore della sua dea, Kali. Era il capo dei Thug, una setta esoterica indiana che compiva sacrifici rituali. Appartenente al culto indiano Thuggee, è stato a lungo definito il serial killer più prolifico. Secondo numerose fonti, egli avrebbe ucciso novecentotrentuno vittime attraverso lo strangolamento con il suo vestito cerimoniale, il rumal, tra il 1790 e il 1830.

L’attribuzione di molte uccisioni a questo killer sono però dovute alla confusione o ad errori delle autorità e dei giornalisti dell’epoca. L’originale manoscritto della confessione di Behram scritto da James Paton conclude che l’uomo ha ucciso tra i venticinque e i cinquanta uomini. È probabile però che Thug non avesse confessato tutti i crimini commessi. Infatti in un manoscritto trovato più di recente Behram confessa l’uccisione per strangolamento di 125 persone e la partecipazione visiva all’uccisione di altre centocinquanta. Un numero enorme se si pensa che tra la prima e l’ultima vittima c’è un arco di tempo di quarant’anni. Arrestato, confessò le centoventicinque uccisioni. Venne processato e impiccato nel 1840.

Marie Delphine LaLaurie

Torturava i suoi schiavi e infine li uccideva. Nata a New Orleans, LaLaurie si è sposata tre volte nel corso della sua vita. Ha occupato un’alta posizione nei circoli sociali della città fino al 10 aprile 1834, quando per spegnere un incendio scoppiato nella sua residenza a Royal Street furono scoperti nella casa degli schiavi con evidenti segni di tortura e anche dei cadaveri. La dimora della LaLaurie venne saccheggiata da una folla di cittadini indignati. Si pensa che lei fuggì a Parigi, dove si crede che sia morta.

PROMEMORIA > La storia di Marie Delphine LaLaurie la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Sophie Charlotte Elisabeth Ursinus

Questa assassina seriale tedesca, tra il 1797 e il 1801, commise tre omicidi. Nacque come Sophie Weingarten il 5 maggio 1760 a Glatz, oggi Kłodzku, nella Bassa Slesia. A 19 anni sposò un consigliere della Corte Suprema, Theodor Ursinus. Vissero a Stendal e poi a Berlino. Nel 1797 avvelenò con l’arsenico l’amante, un ufficiale olandese di nome Rogay. Inizialmente la morte venne attribuita alla tubercolosi. Theodor morì avvelenato l’11 settembre 1800, il giorno dopo il suo compleanno.

Il 24 gennaio 1801 morì, a Charlottesburg, la zia di Sophie, Christiane Witte, dopo una breve malattia: l’aveva avvelenata con l’arsenico e combinazione ereditò molti beni, soldi e gioielli. Alla fine del febbraio 1803 si ammalò un servo di Sophie, Benjamin Klein: lei gli aveva dato una zuppa avvelenata qualche tempo dopo avere litigato con lui. Klein si insospettì quando lei gli diede delle prugne: le fece esaminare da un chimico, che scoprì tracce di veleno. Arrestata, i corpi del marito e della zia vennero riesumati e analizzati: i medici scoprirono che erano stati uccisi. Processata, il 12 settembre 1803 fu condannata al carcere a vita, ma uscì dopo trent’anni. Morì a Glatz il 4 aprile 1836.

PROMEMORIA > La storia di Sophie Charlotte Elisabeth Ursinus la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

John Lynch

Era un criminale australiano che, tra il 1835 e il 1841, uccise almeno nove uomini nella zona di Berrima, nel Nuovo Galles del Sud. Commetteva furti e litigava con le persone, che poi uccideva spaccandogli la testa con un’ascia. In un caso sterminò un’intera famiglia. Era stato imprigionato per il primo omicidio con dei complici, ma era stato liberato e i suoi complici erano stati impiccati. Fu nuovamente arrestato nel 1935, dopo che lasciò alcuni indizi su una scena del crimine. Disse che aveva ascoltato Dio. Quale Dio non si capì mai. Fu impiccato il 22 aprile 1842.

Hèléne Jegado

Era una badante francese che avvelenava le persone per cui lavorava. Arrestata, fu trovata colpevole di ventitré omicidi, poi elevati a trentasei dagli studiosi, e condannata a morte e uccisa il 26 febbraio del 1852. Nata nel 1803, si crede abbia ucciso trentasei persone con l’arsenico, sicuramente nel corso di un periodo lungo 18 anni, ma con una pausa. Infatti, dopo un periodo iniziale di attività criminale compreso tra il 1833 e il 1841, sembra essersi fermata per quasi dieci anni, per poi organizzare un “gran finale” nel 1851.

Proveniva da una piccola fattoria di Plouhinec, nel Morbihan, nei pressi di Lorient in Bretagna. Aveva perso la madre all’età di sette anni e fu mandata a lavorare con due zie che erano serve nella canonica di Bubry. Il primo avvelenamento si verificò nel 1833, quando Hèléne fu assunta da un altro sacerdote, don François Le Drogo, nel villaggio di Guern. In tre mesi, dal 28 giugno al 3 di ottobre, sette membri della famiglia morirono improvvisamente, compreso il sacerdote stesso, la sua anziana madre e il padre, e sua sorella in visita, Anne Jégado. L’apparente dolore e il comportamento pio e casto erano così convincenti che per questi omicidi non si era sospettato di lei.

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John e Lavinia Fisher

Questa famosa coppia di assassini seriali statunitensi avvelenò, tra il 1810 e il 1820, i clienti del loro hotel, che si trovava a Charleston, nella Carolina del Sud. Si chiamava Six Mile Wayfarer House e si trovava, non a caso, a sei miglia dalla città. Solitamente gli offrivano bevande avvelenate, poi il marito John si occupava di entrare nella stanza della vittima e si accertava che fosse morta accoltellandola. Altre volte, Lavinia tirava una leva che faceva sprofondare il letto in un pozzo pieno di aculei.

Un giorno, Lavinia invitò in hotel John Peeples. Gli offrì del tè, che lui finse di bere perché detestava, e gli fece tante strane domande per capire se avesse soldi con sé. Peeples si allarmò. Per paura di essere derubato, si spostò a dormire su una sedia vicino alla porta. Il rumore di un letto che, nella notte, collassava all’improvviso lo spaventò. Riuscì a fuggire dalla finestra e chiamò la polizia, che arrestò i due. Dopo l’arresto, lo sceriffo di Charleston perquisì a fondo la Six Mile Wayfarer House scoprendo un gran numero di passaggi segreti tra le stanze e una soffitta alla quale era possibile accedere unicamente tramite una porta nascosta.

In quel locale lo sceriffo dichiarò di avere rinvenuto oggetti riferibili a centinaia di viaggiatori che i Fisher avrebbero ucciso. Nel seminterrato e nel terreno circostante la casa furono rinvenuti resti umani. In carcere, i due misero in atto anche un tentativo di fuga. John riuscì ad evadere, ma Lavinia rimase intrappolata nella cella. John decise di non fuggire e fu catturato di nuovo. Processati, il 4 febbraio 1820 i due vennero condannati a morte. Lavinia fu impiccata la mattina del 18 febbraio 1820, all’età di circa 26 anni. Lavinia Fisher è la prima serial killer di cui si ha notizia in America ed è la prima donna morta per impiccagione negli States.

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Joseph Phillippe

Non esistono molte informazioni su questo serial killer francese, noto in quel periodo come il Terrore di Parigi. Nei cinque anni a cavallo tra il 1861 e il 1866, squartò otto prostitute ed un bambino. Le squartò come capre. Per fortuna arrestato prima che commettesse altri omicidi, fu condannato a morte e poi ghigliottinato nel luglio del 1866.

Thomas Piper

Era un sacrestano di Boston che, tra il 1873 e il 23 maggio 1875, commise quattro omicidi. Nel 1873, durante un tentato stupro, uccise una cameriera di nome Bridget Landregan a bastonate sul cranio. Venne indagato, ma mai incriminato. Nel dicembre 1873 stuprò e uccise a bastonate una giovane donna di nome Sullivan e, attorno al luglio 1874, uccise sempre allo stesso modo una prostituta, Mary Tynam. Il 23 maggio fu la volta, ma con una mazza da cricket, di una bambina di 5 anni, Mabel Young. L’aveva attirata nel campanile con il pretesto di farle vedere i piccioni. Arrestato, venne soprannominato il Mostro del Campanile. Si proclamò innocente ma, dopo poco tempo, confessò i crimini. Processato, fu condannato a morte e giustiziato il 26 maggio 1876.

Eusebius Pieydagnelle

Questo è un caso tutto italiano. Eusebius era un macellaio italiano con gravi problemi psichiatrici. Era ossessionato dal sangue, dal colore della carne macellata e del suo odore. Infatti, la scelta di fare il macellaio non fu per nulla casuale. Attorno al 1870 uccise sei persone e ne bevve il sangue. Preso dal rimorso, si consegnò alla polizia e confessò i delitti. Al processo, che iniziò nel 1871 e lo vide imputato di quattro omicidi, chiese la pena di morte. Non è stato specificato cosa gli successe dopo. Probabilmente fu giustiziato. Il suo caso venne descritto da Richard von Krafft-Ebing nel suo libro Psychopathia Sexualis del 1886 insieme a quello di Vincenzo Verzeni, uno stupratore, assassino seriale, mutilatore, emofago e cannibale italiano che uccise due donne attorno allo stesso periodo.

Jack lo squartatore

Noto anche come Jack the Ripper, è stato un famoso serial killer inglese che sgozzò, mutilò e sventrò cinque prostitute a Londra tra l’agosto e il settembre 1888. In alcuni casi, inviò lettere di sfida alla polizia. Non è mai stato identificato ma, durante le indagini, la polizia trovò alcuni sospettati. Agì a Londra, nel degradato quartiere di Whitechapel e nei distretti adiacenti, nell’autunno del 1888. Il nome Jack the Ripper è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l’assassino.

Durante la sua attività criminale sono state attribuite a Jack lo squartatore cinque vittime, ma secondo alcuni studiosi il numero di persone che lo squartatore avrebbe ucciso arriverebbe a sedici, esclusivamente prostitute che assassinava sgozzandole. Durante il periodo in cui sono avvenuti i delitti, la polizia e i giornali hanno ricevuto molte migliaia di lettere riguardanti il caso.

Alcune erano di persone ben intenzionate che fornivano informazioni per la cattura del killer. La maggioranza, però, sono state considerate inutili e di conseguenza ignorate. Le più interessanti erano forse quelle centinaia scritte da persone che si dichiaravano gli assassini. La maggior parte di queste sono state considerate non attendibili. Molti esperti ritengono che nessuna di esse fosse autentica. Il dottor Thomas Bond, su incarico degli investigatori di Scotland Yard, cercò di profilare la personalità di Jack lo squartatore. Nelle sue note menzionò la natura sessuale degli omicidi, senza tuttavia violenza sessuale, associata a elementi collerici e di apparente misoginia.

La profilazione evidenziava come gli omicidi fossero stati commessi da un solo individuo maschio fisicamente prestante, audace e imperturbabile al tempo stesso. Lo sconosciuto sarebbe apparso innocuo, forse un uomo di mezza età e ben vestito, probabilmente con un mantello, probabilmente per nascondere i sanguinosi effetti dei suoi attacchi. Egli ipotizzò anche che il soggetto soffrisse di una condizione chiamata “satiriasi”, ipersessualità, promiscuità.

Robert Clay Allison

Pistolero statunitense, tra il 1870 e il 1877 commise almeno quindici omicidi in Texas e nel Nuovo Messico. Era una delle personalità più famose del vecchio West. Sparava alle vittime mentre era ubriaco. Nato il 2 settembre 1840 nel Tennessee, fu il quarto dei nove figli di Jeremiah Scotland Allison e della moglie Mariah Brown. Il padre era un ministro presbiteriano che allevava mucche e pecore per sfamare la famiglia. Si dice che Clay Allison sia stato irrequieto fin dalla nascita. Infatti, da giovane divenne famoso per gli sbalzi d’umore e il temperamento scostante.

Era noto per avere scatti d’ira frequenti. Quando si arruolò nell’esercito gli vennero diagnosticati dei problemi mentali. Il 15 ottobre 1861 si arruolò nel Confederate States Army nella batteria di artiglieria. Ma appunto, tre mesi dopo fu congedato per una vecchia ferita alla testa. “Incapace di svolgere i doveri di un soldato a causa di un colpo ricevuto molti anni fa. L’eccitamento emotivo o fisico ne causa un carattere misto, in parte epilettico e in parte maniacale”, scrivevano sul congedo. Fece parte del Ku Klux Klan, un’organizzazione razzista.

Nell’ottobre del 1870 un uomo di nome Charles Kennedy era detenuto nella prigione locale ad Elizabethtown, accusato di essere impazzito ed avere ucciso numerosi stranieri e la propria figlia. Una folla guidata da Clay Allison irruppe nella prigione, prese Kennedy dalla sua cella e lo impiccò. Si dice che Allison abbia tagliato la testa dell’uomo e l’abbia portato in un sacco per quarantasette chilometri a Cimarron, dove la espose su un palo davanti al Saint James Inn. Nonostante Charles Kennedy sia morto per mano di Clay, la sua testa non poté essere portata al Lambert’s saloon dato che fu fondato in seguito.

Allison fu coinvolto in numerosi scontri in questo periodo, spesso in combattimenti corpo a corpo con i coltelli. Si credeva veloce con la pistola, ma cambiò idea quando fu battuto in una competizione amichevole da Mason Bowman. Bowman ed Allison divennero amici, e si dice che Mace Bowman abbia aiutato Allison a migliorare le proprie capacità. In un altro episodio di violenza, tirò i denti ad un dentista. Clay nel 1877, a Dodge City, fece amicizia con un poliziotto, Wyatt Earp, ma i due si rispettarono reciprocamente. Clay morì in Texas l’1 luglio 1887, a 47 anni. Cadde da un vagone e finì sotto le ruote.

Matti Haapoja

Killer finlandese, tra il 6 dicembre 1867 e l’8 ottobre 1890, commise più di tre delitti e sei tentati omicidi accoltellando le vittime. Tutti uomini. Ad una sparò alla gamba e in faccia. La sua carriera criminale iniziò con il furto di cavalli. La prima vittima fu un suo compagno di bevute, che finì accoltellato. Il killer venne condannato a scontare dodici anni di carcere a Turku. Evase quattro volte per continuare la sua attività criminale con delle rapine.

Il 12 agosto 1876 avrebbe derubato e ucciso con un’arma da fuoco una donna che lo nascondeva in casa dopo avere litigato con lei. Nuovamente arrestato, ebbe il carcere a vita. Chiese successivamente di essere esiliato in Siberia. La proposta fu accettata, quindi nel 1880 venne mandato a Omsk. Nel 1886 avrebbe ucciso un’altra vittima. Nel settembre 1890 tornò in Finlandia. Lì l’8 ottobre derubò e strangolò una prostituta, Maria Jemina Salo, la seconda vittima accertata. Fu catturato a Porvoo alcuni giorni dopo.

Al processo ebbe un atteggiamento arrogante. Ebbe di nuovo il carcere a vita. Il 10 ottobre 1894 provò ad evadere: nel tentativo uccise a coltellate una guardia, Juho Rosted, e ne ferì altre due. Dopo che il tentativo fallì si accoltellò, ma sopravvisse. Quindi, decise di impiccarsi in cella l’8 gennaio 1894. Il corpo venne tenuto per lungo tempo nel museo del crimine di Vantaa. Nel 1995 è stato seppellito a Ylistaro. E’ fortemente sospettato di almeno venticinque delitti, di cui tre certi.

Frances Lydia Alice Knorr

Conosciuta anche come Minnie Thwaites, è stata una killer londinese. Nel 1893, uccise alcuni neonati a Melbourne, in Australia. Nel 1887, a diciannove anni, la famiglia la mandò in Australia dopo che ebbe molte relazioni promiscue con dei ragazzi. Raggiunse Sydney. Lì, il 2 novembre 1889 sposò un criminale tedesco, Rudolph Knorr. Dopo che le nacque una figlia, Gladys, Rudolph venne arrestato con l’accusa di frode e trascorse diciotto mesi in carcere.

Uscito, iniziò a lavorare come baby sitter con Frances. Per intascarsi dei soldi facili decise di prendere in affidamento dei bambini per poi strangolarli con un nastro. Così, le famiglie dei bambini, rimaste ignare delle loro morti, continuavano a pagarle i soldi dell’affidamento. Arrestata nel 1893 a seguito della segnalazione di alcune madri, venne processata, trovata colpevole di tre omicidii e condannata a morte tramite impiccagione. Fu giustiziata il 15 gennaio 1894.

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Amelia Elisabeth Dyer

Badante inglese, adottava bambini in cambio di denaro. Una volta a casa li lasciava deperire o li soffocava con un nastro di stoffa. Venne soprannominata Jill the Ripper poiché il suo caso era cronologicamente vicino a quello di Jack lo squartatore. Inoltre, a causa dei suoi crimini, venne sospettata di essere la stessa persona, tuttavia si trattava di un’ipotesi molto remota. La Dyer contattava le famiglie che volevano lasciarle il figlio per contrattare lo scambio.

Lei in cambio chiedeva una cifra di denaro e dei vestiti adatti per il bambino. Loro accettavano la proposta e glielo consegnavano. Faceva tutto ciò per intascarsi quella cifra e lasciava morire di fame il bambino, che ormai non le serviva più. La Dyer eluse per molto tempo le forze dell’ordine. Inoltre in quel periodo molte badanti, quando si trovavano in casi di difficoltà economica mentre crescevano il bambino, lo uccidevano. I metodi più usati erano quelli di lasciarlo deperire di fame, non allattarlo e intossicarlo in modo costante con forti dosi di alcol e oppio.

Amelia Dyer fu arrestata nel 1879, quando un medico che certificava l’operato della Dyer scoprì che, sotto le sue cure, erano morti molti bambini. Non fu condannata per il reato di omicidio plurimo ma per quello di “negligenza”. Passò sei mesi ai lavori forzati, che la provarono psicologicamente. Da questo momento in poi sviluppò tendenze alla depressione e al suicidio e iniziò a consumare sempre di più alcolici e sostanze oppiacee. Al rilascio tentò di riprendere la carriera da infermiera e continuò a uccidere con lo stesso metodo. La Dyer tornò nuovamente ad eludere le forze dell’ordine e a tenere lontana l’attenzione dei genitori.

Per fare ciò teneva un basso profilo, si trasferiva molto spesso da una città all’altra e usava molti pseudonimi, tra cui quello di Signora Thomas. Dopo che un corpo fu ripescato dal Tamigi, la polizia la tenne d’occhio e la arrestò, attribuendole fino a quattrocento omicidi commessi in vent’anni, ma le vittime accertate sono di fatto sei. Processata, fu trovata colpevole di un solo omicidio e impiccata nel 1896. Sarebbe la killer inglese più prolifica insieme della storia insieme al medico Harold Shipman.

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Henry Howard Holmes

Killer statunitense vissuto nel 1800, attirava le vittime nella sua abitazione a Englewood per intrappolarle nelle camere in affitto, gasarle, scioglierle nell’acido e venderne gli scheletri. Nacque il 16 maggio 1861 a New Hampshire in una famiglia abbastanza agiata. Contrariamente a tanti altri serial killer ebbe un’infanzia più o meno normale: non subì nessun abuso degno di essere ricordato. Al contrario da piccolo gli piaceva torturare con sadici esperimenti animali randagi. Sognava sempre di essere un dottore: questo sarà il suo futuro lavoro.

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna.

Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo. Dopo averle avvelenato il marito con la scusa di aiutarlo, Holmes fece una proposta all’anziana signora: lei gli avrebbe ceduto la farmacia e lui l’avrebbe gestita; lui in cambio le avrebbe dato un reddito mensile. La donna accettò.

Qualche tempo dopo avergli chiesto il debito, che puntualmente non le arrivava mai, sparì anche lei: è stata la terza vittima di Holmes. Un giorno fuggì dalla casa, che gli venne bruciata dai creditori, e riuscì ad eludere la polizia, solo per un certo periodo. In casa sua furono trovati almeno un centinaio di scheletri. Arrestato dopo il periodo di latitanza, confessò inizialmente ventisette omicidi, poi nella sua biografia confermò di avere ucciso centotrentatré persone. La polizia gli attribuì più di duecento vittime. Fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1895 per soli nove omicidii e giustiziato nel marzo 1896; la sua abitazione fu poi rasa al suolo da un altro incendio.

Joseph Vacher

Era un assassino francese che mostrava segni di squilibrio già da piccolo. Da giovane si arruolò nell’esercito e, nel 1890, provò a suicidarsi tagliandosi la gola. Da quel momento divenne ossessionato dal sangue. Dopo un fallimento in amore si sparò in testa. Sopravvisse ma perse l’uso di un occhio. Tra il 1894 e il 1897 vagabondò per la Francia, squartando e necrofilizzando le sue vittime, in gran parte giovani donne. Sei anni dopo gli avvenimenti che afflissero la Londra Vittoriana nel 1888, con le gesta di Jack lo Squartatore, la Francia si apprestava ad avere un suo emule, ma con un esito finale diverso: lo squartatore francese avrebbe avuto un nome.

Il primo omicidio avviene il 20 maggio del 1894, a Vienne. Eugènie Delhomme aspetta sul ciglio della strada il suo fidanzato. Quel giorno il ragazzo ritarda, per cui la giovane decide di andargli incontro. La strada è deserta, lei incrocia Vacher e il suo destino risulta già scritto. L’uomo la raggiunge e la strozza, poi finisce il suo orrendo lavoro trascinandola dietro un cespuglio, violentandola e squartandola fino a farle fuoriuscire le budella. Arrestato a seguito di un tentato omicidio, la polizia gli attribuì tra i quattordici e le ventisei vittime. Venne ghigliottinato il 31 dicembre 1898 per undici omicidi.

Belle Sorenson Gunness

Era una donna norvegese di origine ma statunitense di adozione che, con degli annunci romantici, attirava uomini ricchi in casa sua per derubarli e ucciderli con un’ascia. Uccise anche alcune figlie usando del veleno. Brynhild nacque nella regione del Trondelag nella Norvegia centrale da una famiglia povera. Il padre, Paul Pedersen Storset, lavorava come tagliapietre e possedeva una piccola fattoria che bastava a malapena a sfamare la famiglia. La madre, Berit Olsdatter, era una casalinga.

La giovane Brynhild, la più piccola dei suoi otto fratelli, si manteneva come tante altre ragazze della sua età e della sua condizione sociale portando le pecore al pascolo. Circa due anni dopo essersi stabilita in America, Belle conobbe Mads Sorensen, un sorvegliante notturno, con il quale ben presto si sposò. Nel 1890 si trasferirono in un sobborgo di Chicago, ad Austin. Belle adottò in quel periodo una bambina di otto mesi, Jenny Olsen, il cui padre alla morte della moglie non si era sentito di crescere da solo.

Quando però questi si risposò e volle riprendersi la figlia con sé, nacque una battaglia legale per la custodia di Jenny, dalla quale uscì vincitrice la Gunness. Gli omicidi partirono dal 1896 e si conclusero nel 1908. Le sue tracce si persero quando la sua fattoria andò a fuoco. Lì furono trovati i cadaveri. Sembra che la Gunness avesse innescato l’incendio per fuggire con il bottino e coprire le tracce. Il suo corpo non fu mai trovato. La polizia provò a cercarlo nella casa incendiata e ne recuperò uno, che non era il suo.

Callisto Grandi

Assassino seriale italiano che, nella seconda metà del 1800, uccise quattro bambini. Nacque a Incisa Valdarno, nel 1849. Veniva spesso preso in giro da loro e da tutto il paese per le sue deformazioni fisiche: bassa statura, calvizie, testa enorme, un piede con sei dita per cui lo chiamavano Ventundito. Orfano e zitello, l’uomo era inoltre molto povero e di scarsa intelligenza.

Grandi uccise infatti quattro bambini, nel periodo che va dal 1873 al 1875, rei di averlo preso in giro. Esausto, l’uomo andò a lamentarsi con il sacerdote e il maestro del paese, dicendo che i bambini lo importunavano, lo schernivano, andavano nel suo negozio per rubare gli attrezzi e a volte gli dipingevano il viso. Per vendicarsi li attirò nella sua bottega di carradore, li colpì con una pala e ne seppellì i cadaveri in buche poco profonde. Arrestato mentre cercava di uccidere il quinto, confessò gli omicidi e fu condannato ai lavori forzati. Morì nel 1911.

Maria Swanenburg

Avvelenatrice olandese, tra il 1880 e il 1883, con l’arsenico causo la morte di parenti, gente anziana e malati. Il tutto per intascarsi le loro eredità o le loro assicurazioni sulla vita. Nata il 9 settembre 1839 a Leida, nei Paesi Bassi, era figlia di un operaio, Clemens Swanenburg, e di una casalinga, Johanna Dingjan. Crebbe nella periferia del povero quartiere di Leida, dove si occupò dei malati: li lavava, svolgeva i compiti di casa al loro posto e si offriva di fargli la spesa. Quando aveva dodici anni Maria si trasferì con i genitori e i fratelli perché la famiglia, a causa di alcuni affitti arretrati, era stata sfrattata.

Da giovane ebbe due figlie, che morirono in tenera età. Il 13 maggio 1868, all’età di circa 30 anni, si sposò con un fabbro che lavorava presso una fucina, un certo Johannes van der Linden. Da lui ebbe cinque figli e due figlie. Il loro matrimonio durò fino al 29 gennaio 1886. Continuò a prendersi cura di anziani e malati. A seguito delle sue gentilezze si prese poi il soprannome di Goeie Mie (Buona Mie). Gli omicidi partirono nel 1880 e si conclusero nel 1883. Tutte le vittime erano suoi conoscenti, quasi tutti anziani e malati, che avvelenava con l’arsenico.

Le prime due vittime furono i suoi genitori. Poi passò alla sorellastra Cornelia van der Linden, che morì il 30 maggio 1881. Anche la cugina Willem il 15 luglio 1881 fece la stessa fine. L’1 novembre dello stesso anno uccise un’altra vittima identificata, un certo Arend. Quando diventò più avida, iniziò a sterminare intere famiglie, compresi i bambini. Pare abbia anche ucciso due dei suoi figli più piccoli. Il marito, una delle persone più vicine a lei, fu risparmiato. Almeno cinquanta persone che provò ad avvelenare sopravvissero. Molte altre morirono. Quarantacinque sopravvissuti ebbero problemi alla salute di varie proporzioni dopo l’ingestione del veleno. Arrestata nel dicembre 1883, a seguito di alcuni tentati omicidi, fu condannata al carcere a vita per almeno 27 omicidi. Morì l’11 aprile 1915.

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John e Sarah Makin

Questa coppia di serial killer australiani, dal 1890 al 1892, compì alcuni omicidi nel New South Wales. Sarah Jane Makin, originaria di Sutcliffe, era nata il 20 dicembre 1845. Si sposò per la prima volta nel 1865, ma poi si risposò con John Makin (nato il 14 febbraio 1845) nel 1871. I due ebbero cinque figli e cinque figlie. Lavoravano come badanti per figli illegittimi. Nel 1892 sparirono dopo essersi presi cura di un bambino scomparso, Horace Murray, nato quello stesso anno. La coppia, dopo averlo ucciso, era scappata a Macdonaldtown.

L’11 ottobre 1892 un lavoratore, James Hanoney, trovò in uno scarico intasato nel sotterraneo di una casa abitata in precedenza dai Makin, che intanto si erano nuovamente spostati a Chippendale, i cadaveri di quattro bambini. I Makin vennero arrestati insieme a 4 figli. Nei cortili di undici case che avevano occupato a partire dal 1890 vennero alla luce altri corpi, per un totale di tredici. I due furono condannati a morte e i loro appelli non furono accettati. John fu impiccato il 15 agosto 1893 nel carcere di Darlinghurst Goal. La pena di Sarah fu commutata in carcere a vita e lavori forzati. Uscì sulla parola nel 1911. Morì a Marrickville il 13 settembre 1918.

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Vincenzo Verzeni

Nato a Bottanuco l’11 aprile 1849, era soprannominato il Vampiro della Bergamasca e lo Strangolatore di donne. Fu condannato per l’omicidio di due donne e l’aggressione di altre sei tra il 1867 e il 1872. Il suo caso fu studiato da Cesare Lombroso. La sua era una famiglia di contadini e la sua infanzia è segnata dalle condizioni economiche disagiate della famiglia: il padre è alcolizzato e violento, mentre la madre soffre di epilessia. Verzeni manifesta i primi segni di aggressività all’età di diciotto anni. Nel 1867 aggredisce nel sonno la cugina Marianna e tenta di morderle il collo, ma fugge spaventata dalle sue grida. Non risultano denunce in seguito all’aggressione.

Nel 1869, un’altra contadina, Barbara Bravi, viene aggredita da uno sconosciuto che fugge appena la donna oppone resistenza. La Bravi non è in grado di identificare l’aggressore ma, ciò nonostante, anni dopo, in seguito all’arresto di Verzeni per due omicidi, non escluderà che potesse trattarsi di lui. Nello stesso anno, Verzeni aggredisce Margherita Esposito: nella colluttazione l’uomo viene ferito al volto e successivamente identificato dalla polizia. Anche in questo caso non risultano provvedimenti penali in seguito all’aggressione. Il primo omicidio risale all’8 dicembre 1870 quando la quattordicenne Giovanna Motta, che si stava recando nel vicino comune di Suisio per visitare alcuni parenti, scompare nel nulla.

Il suo cadavere viene ritrovato quattro giorni più tardi, mutilato: il collo mostra segni di morsi, le interiora e gli organi genitali sono stati asportati e la carne di un polpaccio è stata strappata. Alcuni spilloni trovati accanto al cadavere fanno pensare che Verzeni abbia praticato del piquerismo durante o dopo le sevizie. Vincenzo Verzeni è arrestato solo nel 1873. Gli infermieri del manicomio criminale di Milano dichiarano di averlo trovato morto il 13 aprile 1874, impiccato nella sua cella. Ma non tutte le fonti storiche concordano.

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Jane Toppan

L’ultima importante assassina seriale della storia nato nel 1800 era un’infermiera statunitense che, tra il 1885 e il 1901, avvelenò con morfina, atropina e stricnina più di trentuno persone. Appartiene alla sfera degli Angeli della Morte. Nacque con il nome di Honora Kelley nel 1857, a Boston. Rimase in giovane età orfana di madre. Il padre, un alcolizzato, era anche pazzo e passò la giovinezza in un orfanotrofio. Nel novembre 1864, meno di due anni dopo, Honora diventò la serva della signora Ann Toppan a Lowell. Sebbene non fosse mai stata adottata ufficialmente dai Toppan, prese il cognome della famiglia per cui lavorava. In questo periodo ebbe inizio la sua carriera di infermiera nel Massachussets.

Nel 1885 la Toppan cominciò ad esercitarsi a diventare un’infermiera nel Cambridge Hospital. Si divertiva a usare i pazienti come cavie umane per esperimenti con la morfina e l’atropina: gli alterava le dosi prescritte per vedere i loro effetti sul sistema nervoso. In particolare le piaceva l’atropina a causa dei sintomi animati a cui è associata. Altre volte compilava false cartelle cliniche e spendeva molto tempo da sola con i pazienti. Con delle altre medicine gli faceva perdere conoscenza per poi andarci a letto.

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Non è chiaro se abbia svolto attività sessuali con loro. Commise anche diversi omicidi. Somministrava alle vittime una mistura di droghe per poi abbracciarle nel letto mentre morivano. Compiva questo gesto per soddisfazione, non per motivi economici. Fu arrestata il 26 ottobre 1901. Confessò di avere commesso i delitti per puro piacere. Inoltre, provava molto risentimento per non essersi potuta costruire una famiglia. Nel 1902 fu confinata in un manicomio in considerazione della sua comprovata insanità mentale. Morì a Taunton il 17 agosto del 1938.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Storie di ordinario sfruttamento nel mondo del lavoro

Storie di ordinario sfruttamento nel mondo del lavoro. Quando ho visto questa foto, mi è subito venuto in mente che mi capitava e mi capita sovente di leggere sui mezzi d’informazione o di sentir parlare titolari e amministratori di aziende, quelli che i napoletani non a caso definiscono “i managgér”, che lamentano di non trovare quasi mai le risorse giuste da inserire nella propria squadra e di essere costretti a continui cambi di personale.

Questo non è adatto a quel tipo di lavoro, a quello manca la grinta, l’altro non si impegna a sufficienza, quell’altro ancora non ha bisogno di lavorare, un altro non è determinato. Poi, per curiosità, domando le reali possibilità di guadagno offerte ad un profilo da poco inserito oppure da inserire e… Indovinate un po’? Si materializzano tutte le storie al limite del disumano raccontate da amici e conoscenti. Appunto, storie di ordinario sfruttamento.

Quando va bene, vengono proposti compensi al limite della sopravvivenza, minacce, ricatti, e turni da dodici o tredici ore al giorno con un’ora di pausa pranzo (che se poi la salti è meglio), preferibilmente con contratto part-time, senza reali e oggettive prospettive di crescita economica. Con la scusa della crisi, la tendenza è il risparmio che rasenta l’accattonaggio. Si cerca di comprare professionalità a basso costo, con la presunzione di dire successivamente che le persone non hanno voglia di lavorare o che non mettono passione in ciò che fanno.

“Dovrebbero ringraziarmi e invece…”, “io li ho creati…”, “mordono la mano che li nutre” e mille altri deliri di onnipotenza e onniscienza. Da qui, prima con la scusa dei co.co.co, poi dei “cocode”, poi con quella degli stagisti e ora con il JobsAct (alias una “scopa nel culo”), gli interminabili turnover, continui annunci per la ricerca di personale e quant’altro. Potrei capire l’inserimento di un profilo junior, tenendo conto che quando il dipendente maturerà professionalmente, cercherà la crescita economica, com’è giusto che sia. Certo, ci sono anche persone che puntano alla carriera e che sono disposte ad essere sottopagate.

Levatemi tutto (anche lo stipendio) ma non il mio titolo, magari in inglese, sul biglietto da visita in carta patinata lucida e stampato in quadricromia… Però, c’è un esercito di professionisti, seri, preparati, capaci, orientati al risultato, che sono in grado di contribuire e non poco alla crescita di un business, a riorganizzarlo, alla formazione di un gruppo e molto altro. Bisognerebbe essere consapevoli dell’importante contributo che possono offrire ed evitare di guardarli come un costo.

Ci sono due soggetti: i sottopagati e gli scalatori

Perché il punto è proprio questo: risparmiare sulle risorse umane è un errore. Oggi, il dipendente perfetto deve avere 18 anni d’età, 36 anni di esperienza lavorativa alle spalle e costare non più di 15 euro al giorno. E chissenefrega se la storia ci insegna che è una strategia sbagliata: i fallimenti si contano ogni giorno. Un vero professionista non “svenderà” mai la propria professionalità e se ciò dovesse accadere, certo che non farà il vostro interesse, ma il proprio.

E quelli che sono disposti a lavorare sottopagati? Stanno male, si fanno venire il fegato marcio, ma non si lamentano, per evitare di sentirsi dire dai colleghi (magari sottoposti ad ammortizzatore sociale) che sono dei vermi. Sono quelli che vengono inseriti nelle redazioni dei giornali a poco più di 10 euro a pagina, una al giorno “sette-giorni-su-sette” e le foto e i video li fai tu. Già i video.

C’è anche il sito internet, che però diventa volontariato. “…Visto che ci sei, fai anche un video per il sito internet…”. Gli “scalatori sociali” sono quelli che vivono con mamma e papà, ai quali raccontano di essere diventati manager product o menate varie, e vanno a fare i porta a porta truffando la povere gente e sognando di fottere anche i loro capi.

Anche loro poveri, se si considera che le provvigioni, quando vengono riconosciute, sono bassissime e il compenso fisso promesso dopo le prime sei ore di assunzione è diventato una chimera. A proposito dei porta a porta. Ricordate le recenti truffe dei finti dipendenti dell’Enel? Quei ragazzotti carini e ben vestiti che pur di entrare in possesso del codice clienti scritto sulla bolletta avrebbero venduto l’anima? Il codice clienti è quel banale numero che consente di poter sottoscrivere nuovi contratti per la fornitura dell’energia elettrica all’insaputa dell’utente. Una truffa bella e buona.

Fino a qualche tempo fa il sistema era semplice: si spacciavano per incaricati Enel e proponevano un nuovo contratto. Per farlo chiedevano una vecchia bolletta per dimostrare, conti alla mano, la convenienza della propria proposta. Fin qui niente di strano. Fra l’altro nella maggior parte dei casi questi venditori non si mostravano particolarmente insistenti. Il perché è presto detto: a loro bastava vedere la bolletta. Da lì, utilizzando il codice cliente (in teoria noto al solo utente), potevano sottoscrivere un nuovo contratto (all’insaputa del consumatore) sul quale il venditore riscuoteva la provvigione. Il sistema per un po’ ha funzionato, e c’è chi prova ancora a utilizzarlo.

Ma il passaparola tra utenti fregati con quel sistema aveva cominciato a diffondersi, e il contatto diretto tra venditore e consumatore presentava rischi crescenti: non sono mancate denunce. La fantasia dei truffatori non conosce limiti, ed ecco che per un trucco scoperto se ne inventa un altro. Non più visite porta a porta per chiedere la bolletta. Del resto la stessa Enel avvisa sulle sue lettere di non inviare incaricati o di fare transazioni al domicilio dell’utente. Allora basta una telefonata. Chiamano a casa della famiglia presa di mira e, spacciando la possibilità di fantasmagorici sconti, chiedono la lettura di una bolletta qualsiasi, facendosi dare anche qui il “numerino magico”, ossia il codice utente. Se si trattasse davvero di una chiamata di Enel, dovrebbe essere già in possesso di chi telefona. O no?

Sfruttamento porta a porta ne vuoi? No grazie

Sempre più specchio di una realtà che dovrebbe incutere paura, Facebook, attraverso una delle sue pagine, ti fa imbattere nella testimonianza di una ragazza: “Vorrei esporre in maniera anonima la mia esperienza. Chiedo l’anonimato perché ho intenzione di provare a procedere legalmente per più di un torto che ritengo di aver subito, ma non ho ancora parlato con nessun avvocato, né denunciato l’accaduto. Era da tempo che cercavo lavoro finché mio padre un giorno mi diede un numero di telefono. Un’azienda che cercava personale”.

“Decido di telefonare, ma durante l’arco della telefonata non mi dissero esattamente di cosa si trattava. Fissato il colloquio vado nell’ufficio e parlo con il titolare, dicendo che cercava sia una segretaria sia gente esterna, non spiegando bene l’utilizzo che ne avrebbe fatto all’esterno. Parla di un fisso di 800 euro per il primo mese, e di oltre 1000 euro successivamente. Mica male di questi tempi. Gli lascio il curriculum e dopo qualche giorno mi chiama e mi dice di andare il lunedì per la giornata di prova”.

“Arriva il giorno fatidico, mi presento puntuale e dopo pochi minuti io ed altre due selezioni andiamo in macchina con il trainer, quando in realtà il titolare aveva detto che sarei rimasta in ufficio. Dopo che il trainer offre la colazione, parcheggia la macchina e ci fa vedere il lavoro. Un porta a porta. Giuro, dire che ero delusa era poco. Alla fine della giornata torno in ufficio, faccio il test e lo passo e vengo presa”.

“Dopo quasi una settimana firmo la lettera d’assunzione, o meglio la lettera d’incarico per il porta a porta. Mi hanno licenziata dopo 29 giorni: sono stati furbi a licenziarmi il giorno prima che facessi il mese, così non mi hanno dato il fisso. Tutti i giorni sveglia alle 6 del mattino, per essere in ufficio alle 8. Addirittura una volta sono arrivata con 10 minuti di ritardo e non mi hanno aperto la porta dell’ufficio”.

“Io sono uscita e me ne sono andata in giro, in zona. Dopo un po’ mi ha chiama il trainer e io gli ho chiesto: “Ma cos’è, volete licenziarmi?”. E lui mi dice di no. Con l’agenzia per fortuna non ho più niente a che fare, ovviamente ho preso una miseria, 100 euro a marzo e 37 euro ad aprile. Mai e poi mai più un lavoro così. Anzi, non è nemmeno un lavoro, è puro e proprio sfruttamento”.

Il problema è che questo tipo di sfruttamento è autorizzato da leggi che tutelano solo l’imprenditore e permettono questo far west. Dicono che l’imprenditore si espone al richio d’impresa. Non è vero. Ormai con la semplicità con cui si accede alla cassa integrazione e ai contratti di solidarietà o al fallimento (spesso pure concordato), il rischio d’impresa è una barzelletta. Tanto è tutto a carico della comunità. Sì, quella fatta da gente strozzata dalle tasse, sfrattata dalle case quando rimane sul lastrico… Quello della ragazza che ha raccontato del porta a porta per 137 euro in un mese e 29 giorni non è un caso fortuito, se in men che non si dica ci si può imbattere in un’altra significativa testimonianza.

E poi ti imbatti in un gruppo famoso e di prestigio

“Vi racconto la mia esperienza con un gruppo famoso, “Gruppo P***e” nel quale mi sono imbattuto per caso in un centro commerciale. Erroneamente indotto a credere che lavorassero direttamente per un noto brand di telefonia e desideroso di lavorare, ho lasciato i miei dati e dopo qualche giorno sono stato contattato. Mi presento al colloquio dove vengo accolto dal direttore della filiale locale che fa un monologo su quanto questo lavoro sia flessibile, dinamico, motivante, improntato alla crescita personale e, soprattutto, meritocratico. E poi si guadagna bene. Addirittura puoi scegliere quanto guadagnare, a seconda dei contratti che farai. Comunque, non preoccuparti, c’è pur sempre un fisso di 400 euro. E me lo scrive su un foglio che ancora conservo, hai visto mai…”.

“Il giorno successivo firmo un mandato di collaborazione in bianco e comincio a lavorare. Dovevo stare nella galleria commerciale, fermare la gente e cercare di portarla alla postazione Flexi dove, il mio store manager, li avrebbe sapientemente convinti a sottoscrivere un contratto. I primi giorni, infatti, non conoscevo il prodotto e non potevo presentarlo da solo, poiché non mi era stata fatta nessuna formazione. Dopo avermi mandato in prova all’interno di un punto vendita Mediaworld, sono tornato sul flexi dove ogni tanto cambiavano lo store manager”.

“Nel frattempo, continuavano a fare colloqui ogni giorno e vedevo passare tanti ragazzi e ragazze che resistevano al massimo una settimana e poi, magicamente, sparivano per le più svariate motivazioni. Verso la fine del mese, lo store manager di turno mi dice che sono indietro e devo recuperare, altrimenti niente stipendio. Come? Esatto, niente fisso. Solo provvigioni sui contratti attivati, non sottoscritti, entro una data del mese successivo e il pagamento a 60 giorni. Sempre che si raggiunga la quota da loro stabilita…”.

“Poiché per andare a lavorare impiegavo oltre mezz’ora con la mia auto, rimettendoci benzina e tempo, il gioco sembrava non valesse la candela. Decido comunque di darmi un altro mese di tempo, durante il quale subisco persino una serie di aggressioni verbali da parte di uno store manager, che mi insulta toccando anche la mia sfera personale. Ingoio il rospo per quieto vivere. Nel mentre, trovo un lavoro vicino casa”.

“A fine mese vado via ma non lo dico a nessuno e continuo a lavorare come nulla fosse. Due giorni prima di andarmene – il preavviso, come da contratto – lo comunico al mio responsabile che, per tutta risposta, mi dice di restituire il cartellino e andarmene immediatamente, dandomi dell’ingrato irrispettoso nei confronti dell’azienda e delle persone che mi avevano accolto e aiutato come fossero benefattori”.

Qualche giorno da infiltrato, giusto per capire

Incuriosito da queste e altre mille storie simili, ho deciso di infiltrarmi “indirettamente” in una di queste aziende a struttura piramidale, parola che odiano visto che questa pratica è vietata dalla legge. L’ho fatto a Torino. Oltre a confermare le situazioni raccontate, due delle quali avete appena letto, reputo importante lasciarvi alcuni punti di riflessione. È fondamentale capire i retroscena di determinate situazioni lavorative, altrimenti si corre il rischio di avere un quadro parziale e non sufficientemente stupefacente.

Ci sono le “feste-premiazioni” che sono obbligatorie per tutti. Si tengono una volta al mese e si fanno balletti aziendali, si ascoltano discorsi motivazionali e il solito ritornello dei soldi a palate, quando il direttore ha detto che un ragazzo avrebbe guadagnato uno stipendio che un laureato neppure potrebbe sognare… Il tutto condito da una buona dose di alcool, generosamente offerto dalla cara azienda. Chi non si presenta alla festa è un ingrato e viene cacciato via in malo modo, senza se e senza ma.

Poi c’è il concetto di “meritocrazia”, ovvero un parolone di cui si riempiono la bocca questi cosiddetti leader senza conoscerne il significato. Un po’ come quando parlano di rispetto. I colleghi, all’inizio, ti aiutano ma, in fondo, è pur sempre una guerra a chi si accaparra un contratto. Una guerra tra poveri, comunque. Nella loro catena alimentare tutti i nuovi entrati e i non raccomandati sono un’insalata. Poi c’erano i colleghi “anziani” e poi ancora gli store manager che guadagnano percentuali sulle provvigioni dei sottoposti.

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Senza dimenticare i gruppi WhatsApp, sui quali ogni giorno si postano le foto dell’arrivo allo stand e si forniscono prove fotografiche dei contratti fatti con metodi quasi mai trasparenti. I toni usati dai direttori sono, per usare un eufemismo, minacciosi anche se solo dimentichi di rispondere a una qualsiasi domanda. Per lo più, quelle che forniscono una scelta sono: “Venite alla festa stasera, sì o sì? Se non venite stasera, state a casa anche domani”.

Appena uno viene cacciato, viene subito rimosso dal gruppo dove i soliti “motivatori” scrivono che chi non ha voglia di lavorare fa la stessa fine. Gli adepti delle sette sataniche hanno più personalità di questo branco di replicanti. L’accesso ai profilo personali, dai quali potreste controllare lo stato di lavorazione dei vostri contratti, spesso resta magicamente avvolto nel mistero per mesi. Se riuscite ad accedervi, significa che stanno per mandarvi via…

In ogni caso, quando riuscirete a controllare, scoprirete anomalie su molti contratti attivati e mai inseriti sotto il vostro codice. Volatilizzati. I compensi per un mese di lavoro variano dai 130 ai 160 euro. Quando riuscite a farvi pagare… Non sono violento per natura, ma voi dite che questa gente non andrebbe presa a sprangate nelle rotule? Sappiate che la legge, addirittura, li difende…

La coraggiosa storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay

Il fondatore di Arcigay, Marco Bisceglia, fu il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche.

Merita più di una semplice riflessione la storia di Don Marco Bisceglia e dell’Arcigay, che sono legate da un filo indissolubile. In vita mia, preti davvero coerenti con se stessi ne ho conosciuti pochi. Sicuramente, sarà dovuto al fatto che sin dai tempi dell’università mi sono tenuto a debita distanza da quell’esercito di uomini che dice di rappresentare Dio in terra. La maggior parte di quelli davvero coerenti con le proprie idee non ho fatto in tempo a conoscerli.

Qualcuno è vissuto prima di me, vedi San Francesco d’Assisi, vedi Padre Pio e tanti altri, qualcun altro è andato via mentre ero un bambino, vedi Papa Giovanni Paolo II, e qualcun altro che mi piacerebbe conoscerlo, vedi Papa Francesco. Difficilmente parlo di religione. Essendo che rispetto le idee di tutti, soprattutto quelle che non condivido, voglio evitare di influenzare qualcuno con le mie idee. In fondo, la fede è una cosa molto personale. Un po’ come la sessualità.

Parlo poco di religione anche per via di tutti gli scandali pedofili, eterosessuali e anche omosessuali, in cui è rimasta coinvolta la chiesa negli ultimi vent’anni. E non parliamo di quelli precedenti solo perché ormai se n’è persa traccia. C’è poi un altro uomo di chiesa che non ho conosciuto e che è morto il 22 luglio del 2001. Marco Bisceglia era un sacerdote lucano, un uomo vero, un uomo che ha seguito la propria fede e quando la chiesa politica decise di emarginarlo, continuò a seguire la propria fede e da credente ritenne di battersi per dare voce agli omosessuali in Italia. Grazie a lui nacque l’associazione che da anni si batte per il riconoscimento dei diritti della comunità lgbt, Arcigay.

Il fondatore di Arcigay, Marco Bisceglia, fu il parroco omosessuale della Chiesa del Sacro Cuore di Lavello, centro del potentino in cui era nato il 5 luglio 1925, in cui aveva svolto per decenni la sua missione (l’ordinazione presbiterale di Bisceglia è avvenuta l’11 luglio 1963, quando aveva 38 anni, per la Diocesi di Melfi-Rapolla-Venosa), con amore, dedizione e rigore, e in cui si trova sepolto oggi. Figura discussa e controversa quella di Bisceglia, saltato agli onori delle cronache perché aveva il “vizio” di unire in matrimonio i fratelli “omo” e le sorelle lesbiche.

Fu il primo e l’unico attivista cattolico lucano a perorare in modo concreto la causa degli omosessuali presso una sorda Santa Sede. Marco Bisceglia era un uomo che credeva nelle sue idee e pur di non rinnegarle sarebbe stato disposto a tutto. Anche a morire per loro. Non ha mai fatto mistero di aver aderito sin da giovane alla teologia della liberazione. Scelta che gli era costata diversi scontri con le rigide gerarchie ecclesiastiche. Si era addirittura schierato a favore della legge sul divorzio, nonostante le “romane indicazioni” fossero palesemente contrarie.

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Per questo suo carattere innatamente anticonformista non solo non era ben visto dalla Chiesa, ma neppure dalla Democrazia Cristiana. Non a caso le simpatie di Bisceglia erano rivolte al Partito Comunista Italiano. Quello vero. Il prelato potentino sapeva di essere nel mirino di un fucile pronto a sparare rancori religiosi e politici. Per questo era molto prudente in pubblico. Al di là della sua ideologia, diversa da quella cattolica, voleva comunque evitare la rottura con l’istituzione a cui aveva fatto voto di fede.

Ciò nonostante non rinunciava a unire in matrimonio coppie dello stesso sesso con rito privato. I problemi nacquero quando due giornalisti, Bartolomeo Baldi e Franco Jappelli, redattori del settimanale di destra “Il Borghese”, finsero di dichiararsi omosessuali e gli chiesero di sposarli. Bisceglia ingenuamente acconsentì. E il matrimonio divenne un dettagliato reportage. Due redattori del Borghese si fingono omosessuali e vengono benedetti dal “don Mazzi del Sud”.

“Il vostro rapporto è già un sacramento davanti a Dio”. Così il giornale presentò il servizio, che cominciava testualmente: “Ci siamo sposati a Lavello, provincia di Potenza. Sia pure in maniera informale. A “benedire” la nostra (ovviamente finta) relazione omosessuale, è stato don Marco Bisceglia, parroco di Lavello, le cui vicende di prete ultra progressista e filo marxista hanno raggiunto le pagine dei più noti settimanali di sinistra”. Anni dopo i due cronisti ammisero a Pier Giorgio Paterlini, nel suo libro “Matrimoni”: “L’importante era trovare un pretesto per coinvolgerlo in uno scandalo e far sospendere a divinis il prete comunista”. E così fu.

La Chiesa lo scomunicò a divinis. Padre Bisceglia querelò Baldi e Jappelli che, però, furono assolti. Diritto di cronaca. A questo punto, l’ormai ex parroco iniziò a collaborare con l’Arci. Poi, nel 1980, con l’aiuto di un obiettore di coscienza omosessuale che sognava la carriera politica, Nichi Vendola, e di altri pochi e fidati amici, tra cui Lillo Di Mauro, diede vita al primo circolo omosessuale. Lo fondò all’interno della sezione Arci di Palermo. La prima associazione gay di sinistra.

Una sinistra già allora disattenta al grido di liberazione omosessuale. Il nome del circolo? ArciGay. Finalmente era nato il primo nucleo di quella che oggi è la più importante organizzazione per i diritti gay in Italia. Trascinatore di folle, don Marco nella capitale frequentò i radicali di Marco Pannella (che lo volle candidato alle legislative nel 1979, ma i 6 mila consensi non furono sufficienti per farlo eleggere) e tanto anche quei movimenti vicini alla sinistra radicale dediti a portare avanti le sue stesse battaglie per i diritti.

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Siamo ormai a metà degli anni Ottanta, di lui si perdono le tracce, la voce più illuminata del movimento gay del tempo decide di abbandonare il terreno dell’impegno politico a causa di malattie e difficoltà varie. Gli ultimi anni della vita di Bisceglia furono difficili. Molto difficili. Era malato di Aids. Si indeboliva sempre di più. E questo lo allontanò dal cosiddetto “mondo gay”. Si riavvicinò alla Chiesa. Dal 1996 alla morte, 22 luglio 2001, fu il vicario coadiutore della Parrocchia di San Cleto, nella Capitale. Fu sepolto nella sua città. Quella Lavello che aveva tanto amato, ma che solo in parte lo aveva ricambiato. Nato a luglio, ordinato sacerdote a luglio, morto a luglio. Anche questa sembra essere coerenza, ma è pura coincidenza.

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La tragedia di Rigopiano e Italia al muro del pianto

Nel pomeriggio, avviene un nuovo movimento tellurico. Successivamente si verificano una serie di scosse sismiche consequenziali, di minore intensità rispetto alle altre, che creano una valanga di neve e detriti di grandi proporzioni che si distacca dalle pendici sovrastanti il massiccio orientale del Gran Sasso, tra il Vado di Siella e il Monte Siella, incanalandosi nella Grava di Valle Bruciata (che significa appunto “frana”, “brecciaio”), un canalone coperto da un faggeto, sino a raggiungere l’albergo Rigopiano, che pare essere sorto su un pianoro di detriti venuti giù a valle con altre valanghe e che costituiva l’ampliamento di un ex rifugio di montagna precedentemente gestito dal Cai.

Chiamatela “valanga di Rigopiano”, per me resta una tragedia che si poteva evitare. Avvenuta il 18 gennaio 2017 presso l’omonima località, situata nel comune di Farindola, in Abruzzo. La slavina, distaccatasi da una cresta sovrastante, ha investito l’albergo “Rigopiano-Gran Sasso Resort” e provocato ventinove vittime. La tragedia più grave causata da una valanga in Italia dal 1916 e in Europa dal 1999. Un triste primato che abbiamo per il triste vizio di costruire in zone a rischio. Tanto le disgrazie capitano sempre agli altri…

A gennaio 2017, l’Italia viene stata interessata da un’ondata di freddo che provoca copiose nevicate, in particolare sull’Appennino centrale, dove gli accumuli raggiungono anche il metro e mezzo, isolando numerosi centri abitati a causa dell’inagibilità della rete stradale e dell’interruzione nella fornitura di energia elettrica. Il giorno 17 e 18 il bollettino del servizio nazionale di previsione neve e valanghe emesso da Meteomont indica per l’area della Maiella e del Gran Sasso un grado di “pericolo 4” su una scala da 1 a 5, con questa condizione di manto nevoso “Strati di neve fresca asciutta a debole coesione su strati debolmente consolidati.

Il manto nevoso è debolmente consolidato e per lo più instabile su tutti i pendii ripidi” per il giorno 18. Quella stessa mattina, tre scosse sismiche con magnitudo maggiore di 5, attribuite a repliche del terremoto di Amatrice, interessano il centro Italia. Nel frattempo la forte nevicata blocca l’unica via di comunicazione che collega l’albergo col fondovalle e, nonostante i solleciti e gli appelli che fanno leva sui due fattori ambientali, non viene trovata alcuna turbina spazzaneve per liberare la strada e permettere l’evacuazione della struttura.

Nel pomeriggio, avviene un nuovo movimento tellurico. Successivamente si verificano una serie di scosse sismiche consequenziali, di minore intensità rispetto alle altre, che creano una valanga di neve e detriti di grandi proporzioni che si distacca dalle pendici sovrastanti il massiccio orientale del Gran Sasso, tra il Vado di Siella e il Monte Siella, incanalandosi nella Grava di Valle Bruciata (che significa appunto “frana”, “brecciaio”), un canalone coperto da un faggeto, sino a raggiungere l’albergo Rigopiano, che pare essere sorto su un pianoro di detriti venuti giù a valle con altre valanghe e che costituiva l’ampliamento di un ex rifugio di montagna precedentemente gestito dal Cai.

La valanga travolge inesorabilmente la struttura alberghiera, sfondandone le pareti e spostandola di circa dieci metri verso valle rispetto alla posizione originaria. Dopo la tragedia, il primo allarme con l’indicazione dell’avvenuta valanga viene dato alle ore 17.40: si tratta di una telefonata, fatta col cellulare di Giampiero Parete al proprio datore di lavoro, Quintino Marcella: “È caduto, è caduto l’albergo!”. Scatta l’allarme, dopo una certa incredulità iniziale da parte dei responsabili dei soccorsi in zona. Incredulità, che causa un ritardo alla colonna dei soccorsi, per quella che si rivelerà una difficile marcia di avvicinamento alla zona del disastro.

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Momenti drammatici nell’Hotel Rigopiano

Al momento dell’impatto, si trovavano nell’area dell’hotel quaranta persone, ventotto ospiti, di cui quattro bambini e dodici membri del personale, da ore bloccate nel rifugio a causa dell’abbondante nevicata. L’allarme viene lanciato, a mezzo dei loro telefoni cellulari, da Fabio Salzetta, operaio manutentore dell’albergo, e Giampiero Parete, ospite, che si trovavano entrambi immediatamente fuori dalla struttura, il primo nel locale caldaia e il secondo presso la propria automobile, rimasti solo marginalmente coinvolti dalla slavina.

Come detto, la macchina dei soccorsi si attiva solo dopo le 19.30, in quanto le prime telefonate non vengono considerate attendibili dalla prefettura di Pescara. Essendo interrotte le vie di comunicazione ed ostacolata l’avanzata della turbina spazzaneve dalla presenza di tronchi e detriti mescolati a neve sulla strada, vista la nevicata incessante e nell’impossibilità di utilizzare elicotteri per il maltempo, i soccorritori della guardia di finanza e del corpo nazionale soccorso alpino e speleologico decidono di staccarsi dalla colonna dei mezzi di soccorso che proseguiva con la turbina spazzaneve, avanzando con gli sci e dirigendosi alla volta dell’hotel.

Dopo più di due ore di avvicinamento, il gruppo riesce a raggiungere la struttura alberghiera verso le quattro del mattino, soccorrendo i due superstiti che nel frattempo hanno trovato rifugio in un’autovettura. Iniziano quindi le ricerche, che portano al ritrovamento della prima salma. Solo verso mezzogiorno la colonna motorizzata dei mezzi dei soccorsi riesce a raggiungere l’albergo.

Il 20 gennaio attorno alle 12, dopo oltre trenta ore vengono trovati sei sopravvissuti nel locale cucine, salvati da un solaio e localizzati anche grazie alle indicazioni di uno dei superstiti, il manutentore, che ha voluto ritornare sul luogo per aiutare la ricerca dei sopravvissuti. In tutto vengono recuperate vive nove persone intrappolate nell’edificio, cinque adulti e quattro bambini. Gli ultimi superstiti vengono estratti cinquantotto ore dopo la caduta della valanga.

Terminate il 26 gennaio le operazioni di ricerca, delle quaranta persone che si trovavano nel rifugio il bilancio finale risulta di ventinove vittime e undici superstiti. I risultati delle autopsie hanno mostrato che quasi tutte le vittime morirono per traumi a seguito dell’impatto della valanga e asfissia e non per ipotermia. Una delle vittime, in base all’analisi dei messaggi contenuti nel telefono cellulare, sarebbe tuttavia sopravvissuta per oltre quaranta ore dopo la valanga. I superstiti si trovavano fuori dall’albergo, le rimanenti estratte vive si trovavano tutte al piano terra dell’edificio, nella sala da biliardo e nell’area del camino del bar.

La procura di Pescara, ha aperto un’inchiesta sull’accaduto per accertare eventuali responsabilità circa l’idoneità della struttura portante dell’albergo, il luogo della costruzione dell’edificio rispetto al rischio valanghe e il presunto ritardo dei soccorsi a partire dalle comunicazioni della tragedia. L’albergo, a seguito della ristrutturazione del 2007 con l’introduzione di un centro benessere, era stato al centro di una inchiesta per presunto reato di occupazione abusiva di suolo pubblico, ma gli indagati erano poi stati tutti assolti nel 2016 perché “il fatto non sussiste”.

Nel 1999 uno studio evidenziava che l’albergo sorgeva effettivamente in una zona a rischio, senza tuttavia che ciò abbia influito sui lavori di ristrutturazione e forse l’edificio stesso era stato costruito sui detriti di una precedente valanga del 1936. L’osservazione di alcune fotografie scattate negli anni 1945 e del 1954 con altre scattate negli anni 1975 e 1985 sembrano indicare, secondo alcuni osservatori, un rimboschimento di un’area precedentemente denudata del versante sinistro del canalone, confermando, secondo un geologo l’ipotesi una valanga avvenuta nel 1936 che avrebbe distrutto la copertura boschiva.

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I serial killer al cinema: storie di assassini seriali

Già dai primi anni ‘30 del Novecento un’importante casa cinematografica, la Universal Pictures, fa di questi personaggi serial killer un suo cavallo di battaglia, lanciando nei cinema i famigerati Mostri della Universal. È stato sul finire degli anni ‘70, però, e in tutti gli anni ‘80 e seguenti che una serie di criminali, prevalentemente adusi all’omicidio di serie, ha creato una sfilza di saghe cinematografiche. Nascono i personaggi serial killer di Leatherface, Jason Voorhees, Michael Myers, Freddy Krueger, Pinhead, Ghostface e Chucky.

I serial killer, nella finzione cinematografica, hanno da sempre un ruolo rilevante nel cinema horror. Sin dagli albori della cinematografia, infatti, la figura dello scienziato pazzo, come il dottor Henry Jekyll o il dottor Mabuse, oppure del criminale dotato di poteri paranormali o frutto della perversione di un suo creatore, vedi i vari Dracula, Frankenstein, Uomo invisibile, o più semplicemente scherzo della natura, è il caso dell’uomo lupo, del mostro della laguna nera, ha sviluppato la creatività di registi e sceneggiatori.

Già dai primi anni ‘30 del Novecento un’importante casa cinematografica, la Universal Pictures, fa di questi personaggi serial killer un suo cavallo di battaglia, lanciando nei cinema i famigerati Mostri della Universal. È stato sul finire degli anni ‘70, però, e in tutti gli anni ‘80 e seguenti che una serie di criminali, prevalentemente adusi all’omicidio di serie, ha creato una sfilza di saghe cinematografiche. Nascono i personaggi serial killer di Leatherface, Jason Voorhees, Michael Myers, Freddy Krueger, Pinhead, Ghostface e Chucky.

Questi, in un certo modo, sono riconducibili alle gesta del primo vero serial killer, che diede vita a una serie di film, che la cinematografia ricordi e cioè Norman Bates, interpretato dall’attore Anthony Perkins, protagonista del film di Alfred Hitchcock, Psyco (1960). Ma ancor prima di Bates (nel 1931), i crimini seriali di Hans Beckert in M – Il mostro di Düsseldorf di Fritz Lang, “Mr. Owen” in Dieci piccoli indiani (1945) di René Clair e Harry Powell in La morte corre sul fiume (1955) di Charles Laughton facevano la loro comparsa nei cinema.

Di seguito è approfondita la personalità dei principali serial killer cinematografici, elencati in ordine cronologico di apparizione nei loro rispettivi film, senza considerare che alcuni di loro provengono da romanzi e che in realtà potrebbero esistere da prima di altri.

Dottor Jekyll e Mister Hyde

Henry Jekyll è un serial killer scienziato che durante i suoi studi sulla psiche umana riesce, miscelando particolari ingredienti chimici, a mettere a punto una pozione che può separare le due nature dell’animo umano, quella buona e quella malvagia. La sua personalità diventa così scissa in due metà speculari che, alternativamente, bevendo la pozione o l’antidoto, prendono possesso del suo corpo, trasfigurandone anche l’aspetto. Ma le due identità sono contrapposte sia nel modo di apparire che in quello di essere. Dottor Jekyll è rispettabile ed educato, con le mani “pulite” e alto.

Mister Edward Hyde al contrario è malvagio, basso, con le braccia corte e le mani pelose e tozze. Ha tutte le sembianze di un uomo primitivo. Il personaggio è stato creato nel 1886 dalla penna di Robert Louis Stevenson e compare per la prima volta nel romanzo “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde”. Nella versione cinematografica del 1931 viene introdotta una relazione (inesistente nel romanzo, ma ripresa da varie versioni cinematografiche) tra Jekyll e Muriel Carew, figlia della prima vittima di Hyde, il generale Danvers Carew, membro del parlamento.

La relazione del dottor Jekyll con la figlia di Carew viene ripresa anche nel film del 1941 diretto da Victor Fleming. Inoltre, il protagonista avrà una storia d’amore anche con una cameriera innamorata di lui.

Norman Bates

Norman Bates è un serial killer fittizio creato dallo scrittore Robert Bloch, protagonista della serie di romanzi “Psycho”. Sconvolto dalla morte della madre Norma Bates, da lui stesso uccisa per gelosia, ne ha assunto la personalità fino al punto di travestirsi da donna prima di compiere gli omicidi di cui si macchia, oltre che a tenerne il corpo impagliato.

Anthony Perkins ha interpretato Norman Bates per 30 anni nei quattro film della serie tra il 1960 e il 1990, mentre nel remake di Gus Van Sant del 1998 il personaggio è stato interpretato da Vince Vaughn. Nelle pellicole, la personalità di Bates è scissa in lui e sua madre, nei romanzi anche in sé stesso bambino. Come Leatherface anch’egli è ispirato alla figura di Ed Gein.

Leather Face

Leatherface (ma anche Faccia di Cuoio o Faccia di Pelle) è il serial killer della saga di film horror “Non aprite quella porta”, fu creato da Tobe Hooper e Kim Henkel per la prima volta rappresentato dall’attore Gunnar Hansen. Il suo vero nome è Jedidiah Sawyer e nel rifacimento Thomas Hewitt. L’assassino non appare mai senza la sua maschera di pelle che nasconde la sua faccia sfigurata da una malattia.

Leatherface è diverso da ogni altro cattivo dei film dell’orrore, in quanto non commette i suoi crimini perché crudele o sadico. Lui è solamente ritardato mentalmente e per questo costretto dalla sua famiglia a commettere questi atti brutali. Il personaggio è ispirato al reale serial killer Ed Gein. Leatherface veste principalmente molte maschere, le quali riflettono la sua personalità nel momento della scena.

Michael Myers

Noto anche come l’Ombra della Strega, il Signore della Morte, l’Uomo Nero e l’Ombra, Michael Myers è il principale serial killer antagonista della saga di “Halloween”. John Carpenter e Debra Hill concepirono il personaggio per il film, che originariamente doveva intitolarsi “The Babysitter Murders”. Questo serial killer non parla mai e la sua faccia da adulto si vede di rado nelle pellicole.

Nella prima stesura del copione, indossa la maschera del capitano Kirk di Star Trek, che viene modificata allargando i buchi degli occhi, togliendo i capelli e dipingendo di bianco la pelle. Il personaggio indossa una divisa blu scuro da meccanico e stivali neri. Le maschere seguenti, differenti per ogni pellicola, si basano sulla maschera originale.

Michael Myers è stato interpretato da vari attori di altezza notevolmente diversa, dai 178 centimetri di Nick Castle, suo primo interprete, ai 2,03 metri di Tyler Mane nei due episodi reboot di Rob Zombie. Questo modo di rappresentarlo sempre di più come un uomo molto possente sta a voler dimostrare la sua forza sovrumana insieme al suo comportamento da animale quando è in cerca di vittime: di conseguenza, egli perde tutte le caratteristiche dell’animo umano.

Egli è una rappresentazione iconografica del male, apparentemente imbattibile. Michael è stato inoltre definito come “diverso” dagli altri killer in quanto è solo un ragazzo mascherato. Carpenter lo chiamò così per gratitudine a un Michael Meyers realmente esistito, che era stato il distributore europeo della sua seconda pellicola, “Distretto 13: le brigate della morte”.

Jason Voorhees

Jason Voorhees è il serial killer nato dalla fantasia di Sean Cunningham e protagonista di 10 episodi (più un crossover con Freddy Krueger e un remake) della serie di film “Venerdì 13”. Jason è vestito talvolta con una camicia a quadri, dei jeans e, dal terzo film in poi, una maschera da portiere di hockey.

Nel secondo, dove compare per la prima volta da adulto, indossa un sacco di juta intrecciata. Inoltre, porta sempre con sé un machete. Nei film dimostra di avere forza e resistenza sovrumane, e dal sesto all’ottavo capitolo della serie acquisisce l’immortalità. L’attore che lo ha interpretato il maggior numero di volte è lo stuntman Kane Hodder che è stato Jason dal VII a X capitolo.

Freddy Krueger

Freddy Krueger è il serial killer “mostro dei sogni” protagonista della saga di film horror “Nightmare”, che tormenta gli incubi dei figli dei responsabili della sua morte. Quand’era ancora vivo, la popolazione era terrorizzata dalla sua presenza, che lo aveva battezzato con il nome di Squartatore di Springwood (l’uomo era un pedofilo assassino), in quanto aveva adescato e ucciso dozzine di bambini.

Il mostro venne interpretato nei film dal mitico Robert Englund ed è così famoso che l’attore è di solito associato al personaggio (come si può vedere in Nightmare – Nuovo incubo). Strafottente e scherzoso, ma nonostante ciò terribilmente crudele, Freddy è in grado di trasformare il mondo onirico a suo piacimento, in modo tale da avere sempre la meglio sulle sue vittime.

Hannibal Lecter

Hannibal Lecter è un serial killer di fantasia, soggetto letterario e cinematografico, nato dalla mente di Thomas Harris e protagonista assoluto dei suoi libri. È un serial killer con l’ossessione del cannibalismo, da cui gli deriva il soprannome Hannibal the cannibal. Ha un aspetto caratteristico, contrassegnato da un’ampia gabbia toracica e dai capelli lisciati all’indietro.

Gli occhi, marroni e profondi, sono molto attivi e guizzano nelle orbite come anguille. Ha una mente attiva e veloce, è molto abile a leggere nel pensiero altrui e nella mente stessa degli assassini. Sente profumi e odori particolari anche da lontano. Il suo comportamento è gentile ed educato, da autentico gentiluomo.

Tra le passioni di Hannibal, la cucina, il disegno e la musica classica, ma non disdegna la lettura dei classici, di cui la sua cella è piena. Curiosamente, sebbene nei romanzi il personaggio venga descritto come affetto da polidattilia (ha due dita medie sulla mano sinistra), questo dettaglio non è né presente né accennato nei film, e neanche nel romanzo sulla gioventù di Lecter, Hannibal Lecter – Le origini del male.

Pinhead

Pinhead, tradotto in italiano come Puntaspilli, è il nome che viene assegnato al Cenobita della serie Hellraiser a partire dal primo capitolo. Il personaggio, che appare in tutti e dieci i film, quindi per un arco di 31 anni, è stato interpretato dall’attore Doug Bradley nei primi otto film, da Stephan Smith Collins nel nono film e da Paul Taylor nel decimo film.

Chucky

Chucky è un serial killer creato da Don Mancini per il film “La bambola assassina”, Child’s Play del 1988. Originariamente era un serial killer di nome Charles Lee Ray che in punto di morte trasferì la sua anima nella bambola e presto le diede vita continuando così a perpetrare i suoi crimini con estrema facilità. Nei sei film della saga tenta di rubare il corpo a varie persone per tornare umano. Charles Lee Ray era interpretato da Brad Dourif, che poi continuò a dare la voce al bambolotto Chucky nella versione originale.

Pennywise

Pennywise è il serial killer protagonista del romanzo “It” di Stephen King, e dell’omonimo film che ne fu tratto nel 1990, dove a interpretare il personaggio fu Tim Curry, con la voce italiana di Carlo Reali. Si tratta di un clown malvagio di nome Bob Gray, principale incarnazione di un’entità aliena (chiamata “IT” dai protagonisti del romanzo), che rapisce e uccide i bambini nella città immaginaria di Derry, nel Maine. L’entità, la cui forma reale ricorda un Aranea, giunse lì in tempi antichissimi, quando Derry era solo una selva.

Stravolta dall’odio verso la vita che tutto divora, condannò la cittadina a un sinistro e perverso legame simbiotico: in cambio di pace e stabilità, ogni 30 anni circa la creatura si destava per divorare bambini. Il suo “risveglio” era preannunciato da un evento catastrofico come l’incendio al Punto nero o l’esplosione delle Ferriere Kitchener in cui compariva sempre sotto le sembianze di Pennywise.

Oltre a quella del Clown, It poteva assumere altre forme, trasformandosi nelle paure delle sue giovani vittime (come licantropi, mummie, uccelli di grandi dimensioni). Pennywise incontrò sette ragazzini, detti “I Perdenti”, tra cui Bill Denbrough, il cui fratello era stato ucciso dal Clown, che riuscirono dapprima a ferirlo e poi a ucciderlo, 30 anni più tardi, strappandogli il cuore.

Candyman

Candyman è una terrificante anima tormentata, un tempo figlio di uno schiavo che venne brutalmente torturato ed ucciso. La leggenda racconta che se una persona guarda in uno specchio e ripete il nome “Candyman” per cinque volte, lo evocherà, ma a costo della propria vita: il suo arrivo viene preceduto da uno sciame di api. Uccide le sue vittime servendosi dell’uncino fissato al moncherino destro. In tutti e tre gli episodi cinematografici è stato interpretato dall’attore Tony Todd.

Ghostface

Ghostface è il serial killer della quadrilogia di Scream, ed è stato ispirato dalle gesta del reale killer Danny Rolling. In ogni film il killer è una persona diversa: nel primo è il fidanzato e l’amico della protagonista, nel secondo è la madre del killer del primo film e un amico della protagonista, nel terzo è il fratello della ragazza e nel quarto è la cugina e l’amico di Sidney.

Tall Man

Tall Man, tradotto in italiano come Uomo Alto, è presente in cinque film della serie Phantasm, sempre interpretato da Angus Scrimm per 36 anni nei cinque film della serie tra il 1979 e il 2014. Tall Man è un becchino particolarmente alto con l’hobby di trafugare cadaveri e, occasionalmente, tende a procurarsi da solo le sue vittime. Il suo potere principale è la telecinesi, grazie alla quale solleva e lancia gli oggetti come la sua “famigerata” sfera volante.

A coadiuvare Tall Man nelle sue malefatte è un piccolo esercito di schiavi nani. Il guardiano del cimitero per l’anagrafe è il dottor Jebediah Morningside, anche se il nome verrà rivelato soltanto nel IV capitolo della saga, e già dal primo capitolo inquieta lo spettatore percorrendo, con andatura lenta e passo lungo, gli asettici corridoi del mausoleo di cui è custode.

Nel corso della saga il mostro passa a gestire un servizio di pompe funebri e addirittura nel terzo capitolo non seppellisce i morti, ma li trasforma in zombi-killer al suo servizio.

Jigsaw

Jigsaw, il cui vero nome è John Kramer, è un malato terminale di cancro, protagonista dei film della serie “Saw”. Jigsaw ha una strana caratteristica per essere un riabilitatore: riabilita le persone e le sottopone a dei giochi che essi dovranno superare per avere salva la vita.

Nel terzo episodio non è lui ma la sua discepola a strutturare i giochi, ma non comprendendo il principio di Jigsaw crea giochi dove le vittime non hanno possibilità di salvarsi. Per questa sua tendenza al gioco, in Italia, almeno nei primi due film, è stato chiamato anche L’enigmista. È interpretato dall’attore Tobin Bell.

Benjamin Willis

Benjamin è un uomo che è stato investito da quattro ragazzi che, credendolo morto, lo hanno buttato in mare. Un anno dopo uccide i ragazzi per vendetta. È stato creato da Kevin Williamson e Lois Duncan tratto dal libro “So cosa hai fatto” e dai film “So cosa hai fatto”, “Incubo finale” e “Leggenda mortale”. È interpretato nei primi due film da Muse Watson e nel terzo ed ultimo film da uno stuntmen Don Shanks, che aveva già interpretato nel 1989 l’assassino Michael Myers in Halloween 5. Il personaggio è sempre vestito da pescatore e per uccidere usa un uncino.

Samara Morgan

Samara Morgan è una tenebrosa bambina dalla pelle diafana e i lunghi capelli scuri che manifesta insoliti poteri paranormali. Samara sembra in grado di trasmettere, con la propria mente, immagini allucinanti a persone e a imprimerle sulle pellicole. Una leggenda metropolitana racconta che chi guarda anche solo una di queste pellicole riceve una minacciosa telefonata in cui viene annunciata la morte entro 7 giorni. Dopo 7 giorni, Samara uccide la persona designata con un potente potere psichico a meno che la stessa persona non ne faccia una copia e la mostri a un’altra persona. Samara compare in “The Ring”, in “The Ring 2”, in “The Ring 3” e in “The Ring 4”.

Altri serial killer al cinema

A

Acconciatore (Domenico De Chirico) – film TV Souvenirs della saga 6 Passi nel Giallo

Angelo della Morte (Luisa Forlei) – miniserie TV Viso d’Angelo

Autostoppista (Jack) di The Hitcher II – film Ti Stavo Aspettando…

Autostoppista (John Ryder) – film della serie The Hitcher

Annabelle – film della serie Annabelle

Nano Assassino (Lorenzo Betti) – film Non ho sonno

Angela Baker (Peter Baker) – film della serie Sleepaway Camp

B

Bàrbara di Sexykiller – film Moriràs por ella

Babadook (Amelia Vanek) – film Babadook

Johnny Bartlett – film Sospesi nel Tempo

Patrick Bateman – film American Psycho

Belfagor – film Il fantasma del Louvre

Buffalo Bill (Jame Gumb) – film Il silenzio degli Innocenti

Cristiano Berti – film Tenebre

Belial Bradley – film della serie Basket Case

Earl Brooks – film Mr. Brooks

Philip Brouchard – film serie TV Walker Texas Ranger

Frau Brückner – film Phenomena

Peter Bunch – film Lo squartatore di New York

Ted Bundy – film Ted Bundy e Ted Bundy, Il serial killer e Il mostro

Roy Burns (emulatore di Jason Voorhees) – film Venerdì 13 parte V, Il terrore continua

Boogeyman – film Boogeyman, L’uomo Nero e Boogeyman 3

C

I cannibali Dente di Sega, Guercio e Tre Dita – film della saga Wrong Turn

Carahueca – film Intruders

Il Cartaio (Carlo Sturni) – film Il Cartaio

Dottor Casoni – film Il Gatto a 9 Code

Chaco – film I quattro dell’Apocalisse

Charlie (David Callaway) – film Nascosto nel Buio

Anton Chigurh – film Non è un Paese per Vecchi

Chiodo Arrugginito (Rusty Nail) – film della saga di Radio Killer

Guido Clerici – film TV Sotto Protezione della saga 6 Passi nel Giallo

Ezra Cobb – film Deranged, Il Folle

Il Corvo (Ivan) – film The Raven

Creeper – film della serie Jeepers Creepers

Victor Crowley – film Hatchet

Cristina Cuomo – film Sei Donne per l’Assassino

Cupido (Adam Carr) – film Appuntamento con la Morte

Sammi Curr – film Morte a 33 giri

D

Dama Rossa (Rose Mary Müller) – film La Dama Rossa Uccide Sette Volte

Phillip Decker – film Cabal

Ben Dexter – film Captivity

Djinn – film della serie Wishmaster

John Doe – film Seven

Francis Dolarhyde – film Manhunter, Frammenti di un omicidio e Red Dragon

Otis B. Driftwood – film della serie La Casa dei 1000 Corpi

Alex Dunkelman – film Il Cacciatore di Anime

E

Erik, il Fantasma – film della saga Il Fantasma dell’Opera

F

Baby Firefly – film La Casa dei 1000 Corpi e La Casa del Diavolo

Gianni Fontana – serie TV Sangue caldo

Tom Fuller (emulatore di Norma Bates) – film Il Motel della Paura

Francesco Koch – film Buio Omega

Dottor Jacob Freudstein – film Quella Villa accanto al Cimitero

Braccio di Ferro (Sergio Giansanti) – miniserie TV La terza verità

G

Giallo (Flavio Volpe) – film Giallo

Commissario Gianrico Lariano – film TV Io ti Assolvo

Jacob Goodnight – film Il Collezionista di Occhi

Alfredo Grossi – film La sindrome di Stendhal

I

L’Impagliatore (Professor Avildsen) – film Occhi di Cristallo

J

Jack lo squartatore – film della serie Jack lo Squartatore

Max Jenke – film La Casa 7

K

Blood Blue Killer (Paul Guell) – film Curdled

Night Killer (Sherman Floyd) – film Non aprite quella porta 3

Zodiac Killer – film ispirato al Killer dello Zodiaco

Leena Klmammer – film Orphan

L

Leprechaun – film della serie Leprechaun

Mark Lewis -film L’occhio che Uccide

Henry Lee Lucas – film Confessions of a Serial Killer, Henry: Pioggia di Sangue, Drifter: Henry Lee Lucas

M

M il Mostro (Hans Beckert) – film Il Mostro di Düsseldorf

Il macellaio di Water Street – film The Poughkeepsie Tapes

Madre dei Sospiri (Elena Markos) – film Suspiria

Madre delle Tenebre – film Inferno

Madre delle Lacrime – film La Terza Madre

Maniac Cop (Matt Cordell) – film della serie Maniac Cop

Mantello Nero (Professor Massimo Curcio) – miniserie TV Il Bosco

Mantello Nero (Ispettore Luca Damiani) – miniserie TV Il Bosco

Anna Manni – film La sindrome di Stendhal

Leonard Marliston di Cherry Falls – film Il Paese del Male

Marta – film Profondo Rosso

Trevor Moorehouse – film della serie Bloody Murder

Dexter Morgan – film Dexter

Il Maestro (professor Alain Fournier) – miniserie TV Zodiaco, Il libro perduto

Massimo Morlacchi – film Sei donne per l’Assassino

Morte – film della serie Final Destination

N

Peter Neal – film Tenebre

Vittorio Nobile – miniserie TV Ultima Pallottola

Candice Norman – film Murderock, Uccide a Passo di Danza

Jasper “Buddy” Noone – film Debito di Sangue

P

Benoit “Ben” Patard – film Il Cameraman e l’Assassino

Paul – film della serie Funny Games

Peter – film della serie Funny Games

Adriana Petrescu – film Trauma

Horace Pinker – film Sotto shock

Stefano Pistolesi – miniserie TV L’isola dei Segreti, Korè

Abel Plenkov di – film Il Cacciatore di Anime

Harry Powell – film La morte Corre sul Fiume

Il Predatore (Mark) – film TV Presagi della saga 6 Passi nel Giallo

Lo psicopatico senza nome – film Angst

Pumpkinhead – film della saga Pumpkinhead

Henry Porter – film Boogeyman 2, Il Ritorno dell’Uomo Nero

R

Monica Ranieri – film L’Uccello dalle Piume di Cristallo

Alberto Ranieri – film L’Uccello dalle Piume di Cristallo

S

Giulio Sacchi – film Milano Odia: la Polizia non può Sparare

Rick Stump – film Ritorno dalla morte

Kayako Saeki – film della saga Ju-on

Commissario Alan Santini – film Opera

Fante di Spade (Antonio Principato) – miniserie TV L’Ombra del Destino

Scarman (Brad) – film Il Tagliagole

Lothar Schramm – film Schramm

Max Seed – film Seed

Mary Shaw – film Dead Silence

Bo, Vincent e Lester Sinclair – film La Maschera di Cera

Jobe Smith – film Il Tagliaerbe

Capitano Spaulding – film della serie La Casa dei 1000 Corpi

Beverly R. Sutphin – film La Signora Ammazzatutti

Dottor Egon Swharz – film Un Gatto nel Cervello

T

Niko Tanopulos – film Rosso Sangue

Tiffany – film della serie La Bambola Assassina

Nina Tobias – film 4 Mosche di Velluto Grigio

Sweeney Todd (Benjamin Barker) – molti film sul suo personaggio

Jack Torrance – miniserie TV Shining e film Shining di Stanley Kubrick

Andre Toulon – film della serie Puppet Master

V

Nito Valdi – serie TV Il Peccato e la Vergogna

Padre Alberto Vallone – film Non si Sevizia un Paperino

Henri Verdoux – Monsieur Verdoux

Leslie Vernon (Leslie Mancuso) – film Behind the Mask, Vita di un Serial Killer

Boris Volkoff – film Maschera di Cera

Pamela Voorhees – film della saga Venerdì 13

W

Irving Wallace – film Deliria

Harry Warden (Axel Palmer) – film Il Giorno di San Valentino

Harry Warden (Tom Hanniger) – film San Valentino di sangue

Carrie White – film su Carrie

Franziska Wildenbrück – film La Dama Rossa Uccide Sette Volte

Anne Wilkes – film Misery non Deve Morire

Klaus Wortmann – film Antropophagus

Z

Frank Zito – film e remake Maniac

Zodiaco (Matteo Rossi/Carlo Musso) – miniserie TV Zodiaco e Zodiaco, Il Libro Perduto

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Criminografia per implementare strategie di difesa

La criminografia è un metodo di analisi criminologica utilizzata dalle forze dell’ordine per visualizzare gli eventi criminali. Si tratta di un elemento chiave per implementare nuove strategie di difesa sociale che si basa sulle tecnologie dell’informazione e sui sistemi informativi geografici per localizzare le zone più dense dal punto di vista dei reati, delle tendenze criminali e dei modelli comportamentali.

I primi studi sulla criminografia risalgono al 1986 quando l’Istituto Americano di Giustizia finanziò un progetto per esplorare la localizzazione del crimine per supportare la polizia municipale. Il progetto fu coordinato con il Dipartimento di polizia di Chicago di concerto con l’Università dell’Illinois e quella di Northwestern. Il successo del progetto permise alla polizia di sperimentare il “Programma di analisi del mercato della droga” in cinque città e di sviluppare tali tecniche su tutto il territorio americano incluso il New York City Police Department’s Compstat.

Tramite il Sistema Informativo Geografico (Sig), è possibile monitorare una grande quantità di informazioni quali il censimento demografico, la posizione delle persone o delle istituzioni per meglio comprendere le cause del crimine e aiutare il governo a pianificare efficaci strategie per affrontare i problemi. Il Sig è utile anche nelle situazioni di emergenza e cioè nel coordinare l’intervento delle volanti e negli inseguimenti.

Nel sottolineare le teorie che servono per spiegare il comportamento dei criminali, occorre includere la sicurezza urbana e dell’ambiente suddivisa nei due filoni della routine activity theory (André-Michel Guerry) e della scelta razionale (Michael Maltz). Recentemente, la criminografia ha compreso anche l’insieme delle tecniche di analisi spaziale che aggiungono una serie di elementi aggiuntivi quali il rigore statistico, l’autocorrelazione e l’eterogeneità spaziale.

I criminologi ricorrono alla criminografia per aiutare le forze dell’ordine ad assumere le migliori decisioni possibili, a gestire le risorse e formulare ipotesi di intervento, così come avviene nell’analisi strategica: previsione del crimine, profiling… New York è riuscita ad applicare questi strumenti tramite il modello CompStat, sebbene quel modo di pensare si adatta bene al breve termine.

Ci sono altri approcci correlati che includono le politiche informative, l’intelligence, la sicurezza orientata ai problemi e la sicurezza urbana. In alcune postazioni di polizia, i criminologi lavorano in posizioni civili mentre altre istituzioni sono guardie giurate. In base ai risultati di una ricerca sulle politiche di sicurezza, la criminografia è utilizzata per comprendere modelli penitenziari nonché la recidiva, risparmiare le risorse obiettivo e migliorare i programmi sulla difesa sociale o sulla valutazione della qualità sui servizi di prevenzione ed assistenza alle vittime.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco

Ecco l’ultimo pensiero di tredici assassini seriali

Tra le varie macabre curiosità che ruotano intorno ai serial killer e alle loro terribili storie, ce n’è una in particolare che TV, cinema e documenti pubblicati sui mass media ci hanno in parte svelato. Cosa pensano gli assassini seriali dopo anni di carcere e prima della morte?

In fondo, morire non dovrebbe rendere felice nessuno e difficilmente si riesce a concepire chi odia la vita. E questo a prescindere dalle vicissitudini personali. Ma dobbiamo ricordare che gli assassini seriali non sono una persone normali, non sono persone che amano la vita. Non quella degli altri.

Amelia Dyer (1837-1896), colpevole dell’uccisione di 400 bambini nel periodo vittoriano: “Non ho niente da dire”.

Henry Howard Holmes (1861-1896) è considerato come uno dei primi serial killer della storia americana: “Prenditi il tuo tempo, fallo bene”.

Tom Ketchum (1863-1931), noto come come “Black Jack”, uccise molte persone, ma fu giustiziato per una rapina in un treno: “Sarò all’inferno prima di colazione”.

Albert Fish (1870-1936), nel 1920, ha confessato di aver ucciso almeno 100 bambini e di averne mangiato alcuni: “Non capisco perché mi trovo qui”.

Friederich Haarman (1879-1925), soprannominato “il Vampiro di Hannover” perché azzannava alla gola le sue vittime, tutte ragazzini: “Mi pento, ma non ho paura della morte”.

Peter Kurten (1883-1931), soprannominato “il Vampiro di Dusseldorf” poiché beveva il sangue delle sue vittime: “Ditemi, dopo che la mia testa sarà mozzata sarò in grado di sentire, almeno per qualche istante, il sangue che sgorga dal tronco del collo? Sarebbe un piacere immenso”.

Carl Panzram (1891-1930) uccise 22 persone e violentò circa 1000 donne: “Sbrigati bastardo di un boia prima che uccida altri 10 uomini”.

Earle Nelson (1897-1928), che durante gli anni ‘20 uccise 22 donne con la scusa di cercare una stanza in affitto: “Giuro davanti a Dio di essere innocente. Vi perdono, Dio abbia pietà di voi”.

Ronald Gene Simmons (1940-1990) uccise metodicamente 14 membri della sua famiglia durante le vacanze di Natale del 1987: “Lasciate che la tortura e la sofferenza in me abbiano termine”.

John Wayne Gacy (1942-1994), che uccideva le sue vittime, precisamente 33 ragazzi, travestito da clown: “Baciatemi il culo”.

“Ted” Bundy (1946-1989): “Vi amo, amici miei”.

Aileen Wuornos (1956-2002), tra il 1989 e 1990, uccise 7 uomini con la scusa che provarono a violentarla: “Vorrei solo dire che navigherò con The Rock e che tornerò con Gesù, come in Independence Day, il 6 giugno, come il film, con la grande astronave madre e tutto il resto. Tornerò più forte di una roccia”.

Jeffrey Dahmer (1960-1994), conosciuto come “il Cannibale di Milwaukee”, era un necrofilo, stupratore, cannibale: “Non mi importa se vivo o muoio. Vai avanti e uccidimi”.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Date un’occhiata ai nostri titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

La storia dei cani e della bella amicizia con l’uomo

Il cane è prevalentemente un carnivoro e viene generalmente considerato onnivoro. I più recenti studi basati sulla genetica, supportati da ritrovamenti paleontologici, hanno portato a ritenere valido il riconoscimento del lupo grigio (canis lupus) come progenitore del cane domestico, riconosciuto come sottospecie (canis lupus familiaris). Ancora incerte sono le ipotesi sul processo di domesticazione.

La storia del cane, anzi la storia dei cani. Quella dell’evoluzione di questo splendido e orgoglioso animale da compagnia, da guardia, da lavoro, è una storia lunga, affascinante e bella, ma anche ricca. Nel 2001 la popolazione stimata di cani era di 400 milioni. Secondo altre fonti, nel 2015 sono aumentati fino a diventare 530 milioni e circa 550 milioni nel 2017.

Come ci ricordano le enciclopedie, vero patrimonio dell’umanità, nel nostro caso Wikipedia.it: Il cane, canis lupus familiaris linnaeus (1758) è un mammifero appartenente all’ordine carnivora, della famiglia dei canidi. Con l’avvento dell’addomesticazione si è distinto dal lupo, del quale rappresenta una forma neotenica (anche se al riguardo ci sono opinioni divergenti”. Rispetto al lupo, ha canini meno aguzzi, zanne bianche, zampe più estese, intestino più lungo ed è privo di artigli affilati.

L’addomesticazione del cane da parte dell’uomo ha origini antichissime, che si perdono nella notte dei tempi. Per quanto ci è dato sapere, i più antichi resti fossili di cane in uno stanziamento umano sono stati rinvenuti in una tomba natufiana, e risalgono a 11 mila-12 mila anni fa. In realtà si ipotizza che l’origine del rapporto fra le due specie si collochi molto più indietro nel tempo, fra 19 mila e 36 mila anni fa. Lo studio di un cranio di “canide simile a un cane” ma non direttamente collegato al cane moderno, rinvenuto nei monti Altaj in Siberia, ha fatto supporre che le diverse razze canine moderne non abbiano un unico progenitore comune, ma discendano da diversi distinti processi di addomesticamento dei lupi in diverse aree del mondo.

I cani sono molto vari nelle loro caratteristiche biologiche, per la selezione operata dalla natura, per i diversi luoghi di provenienza, per le varie specie nate nel corso dei secoli, e soprattutto per via della selezione fatta dall’uomo. Questa varietà è tale da richiedere, secondo alcuni a divisione in sottospecie e morfologie. Il peso dell’adulto può variare da 700 grammi circa ai 111 chili. Ha un ciclo estrale che si ripete due volte l’anno – mentre il lupo ha un periodo d’estro l’anno – dovuta in parte alla selezione effettuata nei secoli dall’uomo per facilitare l’allevamento, in parte alla selezione naturale.

Tuttavia in cani particolarmente primitivi come il cane lupo cecoslovacco o il cane lupo di saarloos il “calore”, come nel lupo, avviene una volta l’anno e talora viene inibito da condizioni ambientali sfavorevoli, ad esempio conflitti sociali tra cani che convivono. Per tutte le razze il periodo di gestazione è di circa 62 giorni. Vengono alla luce da 1 a 10 piccoli, a seconda della taglia dell’animale. Notevoli sono i cambiamenti apportati nel corso dei secoli dalla selezione operata dall’uomo, sia come caratteristiche fisiche sia come caratteristiche di socializzazione. Notevole importanza è stata posta da sempre nell’educazione e nel comportamento del cane.

Solo un domesticamento naturale del lupo?

Il cane è prevalentemente un carnivoro e viene generalmente considerato onnivoro. I più recenti studi basati sulla genetica, supportati da ritrovamenti paleontologici, hanno portato a ritenere valido il riconoscimento del lupo grigio (canis lupus) come progenitore del cane domestico, riconosciuto come sottospecie (canis lupus familiaris). Ancora incerte sono le ipotesi sul processo di domesticazione.

Una delle più accreditate è la tesi quella dei coniugi Ray e Lorna Coppinger, biologi, che propongono la teoria di un domesticamento naturale del lupo, una selezione naturale di soggetti meno abili nella caccia, ma al contempo meno timorosi nei confronti dell’uomo, che avrebbero cominciato a seguire i primi gruppi di cacciatori nomadi, nutrendosi dei resti dei loro pasti, ma fornendo inconsapevolmente un prezioso servizio di “sentinelle”, stabilendosi in seguito nei pressi dei primi insediamenti, e dando il via ad una sorprendente coabitazione tra due specie di predatori, con reciproci vantaggi.

Alcuni di questi “cani selvatici” sarebbero poi stati avvicinati ed adottati nella comunità umana dando il via ad un perfetto esempio di coevoluzione. Quasi certamente, come dimostrato anche dagli studi di Dimitri Belayev, la naturale selezione basata sulle attitudini caratteriali al domesticamento ha provocato la comparsa di mutamenti fisici (dalla riduzione del volume cranico, all’accorciamento dei denti, ma anche la comparsa di caratteri quali le chiazze bianche sul mantello e le code arricciate.

In una ricerca pubblicata nel 2013 sulla rivista scientifica “Science”, alcuni ricercatori dell’Università di Turku in Finlandia hanno utilizzato il dna mitocondriale, comparando il genoma di 18 canidi preistorici europei e americani con uno spettro del genoma di cani e di lupi attuali. Le somiglianze risultanti dalla comparazione indicherebbero che filogenicamente tutti i cani moderni sono maggiormente simili ai cani europei, sia moderni che preistorici. Le analisi molecolari suggerirebbero come datazione che i primi casi di addomesticamento del cane dal lupo risalirebbero ad un periodo compreso tra il 18.800 e 32.100 anni fa, in popolazioni nomadi di cacciatori raccoglitori europee.

Questo studio contraddice la tesi secondo la quale le prime domesticazioni sarebbero avvenute in Asia in popolazioni stanziali. In Europa primo resto archeologico di cane è stato ritrovato in Belgio nella caverna di Goyet, nelle Ardenne, e risale a 31 mila anni fa. Scoperto nel 1870 si è ritenuto per molto tempo che fosse un lupo ma nel 2007 è stato ristudiato e ricatalogato. Inoltre, nei siti archeologici più antichi, numerosi sono i ritrovamenti di resti di cani, che testimoniano le prime differenze dall’antenato selvatico. La testimonianza più antica di un legame fra cani ed umani risale al Gravettiano (circa 28 mila anni fa) e sono le orme di un bambino e di un cane ritrovate presso la grotta di Chauvet, nel sud della Francia.

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La storia dei cani inizia 28 mila anni fa

Sono stati scoperti siti tombali risalenti allo stesso periodo (25 mila-28 mila anni fa) che dimostrano una sepoltura rituale di cani: introduzione di un osso di mammut nella bocca di uno dei tre cani ritrovati. Tuttavia, la prima testimonianza di un legame affettivo tra uomo e cane risale al più recente periodo natufiano (circa 12 mila anni fa) presso il sito di Ein Mallaha in Israele con una tomba che conserva i resti di un uomo anziano coricato su un fianco in posizione fetale che protende un braccio verso i resti di un cucciolo di cane.

Alla luce delle esperienze in cui si è tentato di addomesticare il lupo, va ricordato che si tratta di tentativi miseramente falliti, o di ibridazione dello stesso con i cani (gli unici tre tentativi riusciti sono il cane lupo cecoslovacco, il saarloos e il lupo italiano) sembra alquanto inverosimile che la prima differenziazione tra razze diverse sia da attribuire alle diverse sottospecie di lupo (che, secondo la tradizione, vennero addomesticate quasi contemporaneamente in diverse parti del mondo, in situazioni geografiche e climatiche altrettanto dissimili.

Appare più logico, invece, che le prime razze siano state selezionate in maniera molto più semplicemente empirica tramite l’accoppiamento di “cani pariah” con caratteristiche analoghe: ad esempio, i levrieri ancestrali possono essere stati il frutto di selezione fra cani snelli, veloci ed abili predatori, così come gli antenati del Basenji furono selezionati accoppiando cani di piccola taglia con gambe snelle particolarmente abili nel cacciare i topi.

Successivamente, i soggetti più dotati fisicamente e attitudinalmente per i diversi impieghi, furono selezionati con metodi sempre più efficaci: a quanto pare i primi ad effettuare un processo selettivo sistematico furono i romani intorno al III-IV secolo avanti Cristo. Può essere interessante osservare come le grandi variazioni morfologiche che hanno permesso al lupo di “trasformarsi” in alano, chihuahua oppure bassotto, si siano presentate nel corso dei secoli in forma involontaria, vere e proprie mutazioni spontanee che l’uomo ha successivamente saputo sfruttare. E’ il caso di bizzarrie genetiche, quali il nanismo acondroplasico, arti corti su corpi normali, utili in cani adibiti a seguire la selvaggina nel folto dei cespugli, o dentro le tane.

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Questione Meridionale lettera B: Bixio Nino, Banche e Bronte

I brontesi si ribellavano perché non volevano sottostare all’occupazione militare dei piemontesi. Il 10 agosto del 1860 è la data che ricorda, attraverso uno dei tanti episodi simbolo, quando la famiglia Savoia, volendo evitare a tutti i costi il fallimento del proprio regno da una crisi causata dalla loro stessa mala gestione, nel tentativo di conquistare con la forza e con le armi il Regno delle Due Sicilie, si resero autori di una lunga ed efferata serie di crimini nei confronti dei meridionali.

Potrebbe sembrare una provocazione B: come Bixio, Banche e Bronte. Non lo è assolutamente. E’ una cartolina sulla questione Meridionale. E’ un qualcosa che mi fa incazzare veramente. Anche quest’anno è giunto il 10 agosto. Una data terribile e orribile al contempo. Altro che notte di San Lorenzo e di stelle cadenti, dedicata soprattutto agli innamorati che sulla spiaggia si scambiano una promessa per ogni stella che vedono venir giù…

Questa è solo una storia di market(t)ing bancario e religioso. Quindi, una storia di morti ammazzati. Il 10 agosto è una data di sangue, di morti ammazzati. Di innocenti giustiziati come fossero i peggiori criminali solo perché bisognava poter dire ai propri superiori che erano stati individuati, processati (da un tribunale di guerra, ovviamente) e giustiziati i colpevoli della celebre rivolta di Bronte, in cui furono trucidate sedici persone.

Da sottolineare che i brontesi si ribellavano perché non volevano sottostare all’occupazione militare dei piemontesi. Il 10 agosto del 1860 è la data che ricorda, attraverso uno dei tanti episodi simbolo, quando la famiglia Savoia, volendo evitare a tutti i costi il fallimento del proprio regno da una crisi causata dalla loro stessa malagestione, nel tentativo di conquistare con la forza e con le armi il Regno delle Due Sicilie, si resero autori di una lunga ed efferata serie di crimini nei confronti dei meridionali. In questo caso dei siciliani. Il tutto solo per soldi, per fare in modo che circolasse più moneta e che le banche piemontesi potessero rifocillarsi, grazie a beni e tesori dei meridionali.

Nino Bixio e lo scontro tra culture in antitesi

Anche in questo caso, non si può fare a meno di sottolineare come al sud ci fosse una razza e al nord un’altra e soprattutto come fossero in antitesi le rispettive culture… In nome di ciò, il 10 agosto 1860 avvenne il massacro di Bronte. Mi viene in mente proprio quando, girando con l’auto dentro Torino, leggo “via Nino Bixio”. Non mi era mai capitato di incrociare questa via il 10 agosto, nella ex-capitale del Regno della Sardegna.

Mi sono venuti i brividi ed ho pensato: qualunque essa sia, una città non può ritenersi civile se intitola una strada ad un criminale e poi ne intitola un’altra a Giovanni Falcone, a Paolo Borsellino e a tanti altri uomini onesti.

Ancor di più per una questione di opportunità, non ci dovrebbe essere una via intitolata ad un criminale nella ex capitale da cui partì la famigerata “spedizione dei mille”. Ma vi ricordate che alle scuole elementari dovevamo scriverla con le iniziali maiuscole ‘sta “spedizione dei mille”? Da quel momento in poi, da quando maestri e professori ci insegnarono a colorare entro i margini, sparì l’arte. Sparì anche l’arte del libero pensiero e del libero arbitrio.

Quella notte del 10 agosto 1860 ‘sto Nino Bixio, Gerolamo all’anagrafe, nato a Genova il 2 ottobre 1821 e cresciuto politicamente sotto Giuseppe Mazzini, rispettando l’ordine di Garibaldi, applicò lo stato d’assedio e pesanti sanzioni economiche alla popolazione di Bronte.

Poi, costituì un tribunale di guerra e, in poche ore, portò a giudizio circa centocinquanta persone. E di queste, cinque furono condannate all’esecuzione capitale. Non c’è prova che fossero colpevoli. E non facciamoci prendere in giro con frasi “ad hoc” come, ad esempio, “…ma in guerra successero tante atrocità, si cercava di unire l’Italia”.

I Savoia, il nord e le banche: ma quale unità?

Unire l’Italia un corno. I calabresi hanno combattuto fino alla morte dell’ultimo brigante per non farsi conquistare dai piemontesi e dall’esercito guidato da Giuseppe Garibaldi. E quando persero la terra, le case, le ricchezze, per non perdere anche la dignità e la cultura emigrarono in massa in America, dove c’era un nuovo sogno di libertà. Dite che, quei calabresi, non difendevano la propria terra? Dite che, quei calabresi, non difendevano la propria cultura? E vi risulta che Napoli ha accolto con champagne e caviale gli uomini armati inviati da Torino?

Tornando a Bronte, la storia è questa: quando l’11 maggio del 1860 il generale Garibaldi sbarcò con i mille nel porto di Marsala, sapeva benissimo che, per chiudere con successo la sua impresa, gli sarebbe stato assolutamente necessario l’appoggio e la partecipazione attiva dei siciliani. Questo sarebbe avvenuto solo se fosse stato accolto non solo come il liberatore dalla tirannide borbonica, ma anche come colui che poteva dare le possibilità di nascere a una nuova società, libera dalla miseria e dalle ingiustizie.

Con questo intento, il 2 giugno, aveva emesso un decreto dove prometteva soccorso ai bisognosi e la tanto attesa divisione delle terre. A Bronte, sulle pendici dell’Etna, era forte la contrapposizione fra la nobiltà latifondista, rappresentata dalla britannica Ducea di Nelson, proprietaria terriera, e la società civile. Il 2 agosto al malcontento popolare si aggiunsero persone provenienti dai paesi limitrofi, tra i quali Calogero Gasparazzo, e scattò la scintilla dell’insurrezione sociale.

A Bronte la caccia all’uomo fu una carneficina

Fu così che vennero appiccate le fiamme a decine di case, al teatro e all’archivio comunale. Cominciò una caccia all’uomo e sedici furono i morti fra nobili, ufficiali e civili, tra cui anche il barone del paese con la moglie e i due figlioletti, il notaio e il prete, prima che la rivolta si placasse. Il Comitato di guerra creato per volere di Garibaldi e Crispi, decise di inviare a Bronte un battaglione di garibaldini agli ordini del genovese Nino Bixio per sedare la rivolta e fare giustizia in modo esemplare.

Secondo Gigi Di Fiore, da “Controstoria dell’unità d’Italia”, e secondo tanti altri studiosi, gli intenti di Garibaldi non erano solo volti al mantenimento dell’ordine pubblico, ma anche a proteggere gli interessi commerciali e terrieri dell’Inghilterra, che aveva favorito lo sbarco dei Mille. E soprattutto serviva a calmarne l’opinione pubblica. Quando Bixio cominciò la propria inchiesta sui fatti accaduti, larga parte dei responsabili era fuggita altrove, mentre alcuni ufficiali colsero l’occasione per accusare gli avversari politici.

Il tribunale misto di guerra, in un frettoloso processo durato meno di quattro ore, giudicò ben centocinquanta persone e condannò alla pena capitale l’avvocato Nicolò Lombardo (prima acclamato sindaco e poi capo rivolta, senza alcuna prova), insieme con altre quattro persone: Nunzio Ciraldo Fraiunco, Nunzio Longi Longhitano, Nunzio Nunno Spitaleri e Nunzio Samperi. La sentenza venne eseguita mediante fucilazione all’alba del giorno successivo, il 10 agosto: per ammonizione, i cadaveri furono lasciati esposti al pubblico insepolti.

Nino Bixio e i suoi maledetti plotoni d’esecuzione

“Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva! ma niuno osò muoversi”, scrisse Cesare Abba da Quarto al Volturno su “Noterelle d’uno dei Mille”. La notte che precedette la fucilazione, una donna chiese il permesso di portare delle uova al Lombardo, ma Bixio, nel respingerla malamente, le rispose che il detenuto non aveva bisogno di uova, l’indomani avrebbe avuto due palle piantate in fronte. All’alba, i condannati vennero portati nella piazzetta antistante il convento di Santo Vito e collocati dinanzi al plotone d’esecuzione.

Alla scarica di fucileria morirono tutti ma nessun soldato ebbe la forza di sparare a Fraiunco che risultò incolume. Il poveretto, che era lo “scemo del villaggio” affetto da demenza, nell’illusione che la Madonna Addolorata lo avesse miracolato, si inginocchiò piangendo ai piedi di Bixio invocando la vita. Ricevette una palla di piombo in testa e morì, colpevole solo di aver soffiato in una trombetta di latta canticchiando “Cappeddi guaddattivi, l’ura dù judiziu s’avvicina, populu nun mancari all’appellu”.

Verità scomode coperte dopo la strage di Bronte

Alla luce delle successive ricostruzioni storiche si è appurato come anche Lombardo fosse totalmente estraneo alla rivolta. Invitato a fuggire si sarebbe rifiutato per poter difendere il proprio onore. Dopo questo assurdo massacro, il 15 agosto Bixio fu promosso maggiore generale, gli venne affidato il comando della quindicesima divisione, sbarcò a Melito di Porto Salvo e nella notte del 21 agosto prese d’assalto la città di Reggio Calabria.

Che poi conquistò nella “battaglia di piazza Duomo”. Durante i combattimenti il suo cavallo fu abbattuto da 19 pallottole e Bixio se la cavò con una semplice ferita al braccio sinistro. Il 2 ottobre dello stesso anno, sconfisse definitivamente il grosso delle truppe borboniche nella battaglia del Volturno. E il 24 ottobre 1860, in piazza Vittoria, dopo tutti i morti che aveva causato viene insignito dal prodittatore Mordini della medaglia commemorativa dei mille di Marsala. Ora capite da dove nascono alcuni dei nostri odierni paradossi, come quello di continuare a concedere privilegi a chi continua a conquistarci senza voto democratico e continua a comandarci grazie alla firma di un decreto presidenziale firmato da “re” Giorgio Napolitano?

I casi più recenti sono quello di Mario Monti, professore bocconiano amico della Bce, quello di Enrico Letta, nipote del più noto e potente Gianni, o quello di Matteo Renzi, a capo della corrente interna al PD contrapposta a Pier Luigi Bersani, che almeno dalle elezioni c’era passato. Poco dopo l’incontro tra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, passato alla storia come “l’incontro di Teano”, Bixio organizzò i plebisciti che sancirono l’annessione dell’Italia centro meridionale al Regno di Sardegna. E indovinate un po’?

Nino Bixio promosso da qualcuno a deputato

Ma indovinate un po’? Una combinazione di quella “Italietta” che ancora oggi ci condiziona più nel male che neUn anno dopo venne eletto deputato per conto del seggio dislocato a Genova e sedette tra le file della destra. Capito un po’ da quando tempo in Parlamento sono ammessi i criminali e gli assassini?

Dall’inizio… Più volte rieletto – è proprio vero che sguazziamo tra i fantasmi del passato – il genovese dedicò la propria attività parlamentare nel promuovere ogni possibile azione per liberare Venezia e Roma. Ma soprattutto Venezia. Ed è anche notoriamente risaputo che i cosiddetti Veneti, non avendo le forze per tornare ad essere una repubblica indipendente, stavano meglio con l’Austria. Al punto che ce lo rinfacciano ancora oggi…

Scrive Vittorio Gleijeses in “La storia di Napoli”: “L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia, e per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia”.

E ancora: “I meridionali pagavano più degli altri, perché costretti a rifondere pure le spese affrontate per la loro “liberazione”, tanto agognata che ci vollero anni di occupazione militare, stragi, rappresaglie, carcere, campi di concentramento, esecuzioni di massa e alla spicciolata, distruzione di decine di paesi”. Al Sud erano così ottusi che combatterono dodici anni (quando fu ucciso l’ultimo brigante in Calabria), pur di non farsi liberare e di non stare meglio in un Paese solo. E quando capirono che la resistenza armate era persa, i meridionali se ne andarono a milioni al di la dell’oceano, piuttosto che godersi la compagnia dei loro rapaci liberatori.

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L’intervento delle banche e la Questione Meridionale

In parte corrisponde al vero che il nostro meridione era campagna e che i pochi ricchi stavano alla grande in Calabria, in Sicilia e in Campania, mentre tutti gli altri intorno morivano di tutto, meno che di morte naturale. Ma è altrettanto vero che i Savoia, derubando i ricchi sfruttatori e schiavisti del popolo del sud, derubarono il sud delle proprie ricchezze. E mai più aiutarono quel sud ad rialzarsi in piedi economicamente. Lasciarono che nascessero ben quattro mafie, una per ogni grande regione. Quattro cancri – mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita – che solo a nominarli pensi: erano meglio i borboni, gli svevi, i bizantini e i greci tutti quanti insieme.

Insomma, senza offesa per gli amici piemontesi, terra in cui lavoro e che per fortuna oggi e tutta un’altra cosa, è innegabile che un regno di montanari e di straccioni conquistò un altro popolo solo per brama di denaro. Una pagina nerissima che mina le basi su cui si fonda l’attuale repubblica, oltre che una vergogna senza fine per le offese ricevute dai nostri antenati per decenni e decenni. Il tutto solo frutto di vigliaccheria e ignoranza.

Ignoranza che non pare sparita nel momento in cui in tante città d’Italia ci sono statue, piazze e vie intitolate a Nino Bixio. Un’ignoranza senza vergogna nel momento in cui a Torino, dove fu concepito questo massacro, si dedica una via a questo criminale. Non una via normale. La via che costeggia il Palazzo di Giustizia di Torino e che incrocia via Paolo Borsellino. Ecco, non abbiamo capito niente. E non c’è neppure speranza di imparare. Bronte non è solo la cronaca di un massacro che i libri di storia hanno voluto dimenticato. E poi ci si chiede dell’importanza della Questione Meridionale?

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Trattamento Sanitario Obbligatorio: davvero nessuno è Stato?

”La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”.

L’ultima vittima nota del Trattamento Sanitario Obbligatorio, al momento in cui scrivo, è del 2015 e si chiama Andrea Soldi. Era di Torino. Aveva 45 anni al momento della morte. I referti dell’autopsia dicevano che non era stato strangolato, ma era evidente una forte compressione a livello del petto. Testimone di una morte violenta, confermata dalla consulenza autoptica consegnata dal medico legale Valter Declame al procuratore Raffaele Guariniello.

Andrea è morto strozzato. Strozzato dal Trattamento Sanitario Obbligatorio. Soffocato dal braccio di un vigile che lo ha stretto al collo con troppa forza, tanto da provocare un “violenta asfissia da compressione”. La sua storia racconta che era affetto da schizofrenia, che era esuberante, stravagante, che era un omone molto amato nel quartiere, conosciuto e benvoluto da tutti. Potenziamente innocuo. Però è morto.

E’ deceduto in ambulanza dopo un trattamento sanitario obbligatorio. Anche lui. Mi restano due domande umane e intime: si poteva evitare il suo decesso? Si poteva evitare il tso? La stessa domanda che mi sono posto, insieme ad altre migliaia di persone, anche se in questo caso il tso non ha colpe dirette, quando il 30 luglio 2015 è morto Mauro Guerra, che avrebbe rifiutato un trattamento sanitario obbligatorio, aggredito un carabiniere e tentato di scappare.

A quel punto è stato freddato dal collega del militare nei campi di Carmignano di Sant’Urbano. Prima ancora mi ero fatto la stessa domanda il 12 luglio 2015 quando, in ambulanza, mentre veniva sottoposto a tso, era deceduto l’imprenditore di Penna San Giovanni, Amedeo Testarmata. L’uomo, disoccupato, viveva con i genitori e la sorella e da tempo manifestava problemi psichici e depressione.

Quella sera, la sorella si accorse che Amedeo non stava bene e chiamò il medico curante. Testarmata vietò l’ingresso in camera al medico e questi chiese l’intervento dei carabinieri e del 118 per sottoporre il suo paziente al trattamento sanitario obbligatorio. Cercò di impedire anche l’ingresso del personale medico.

Accusò un malore e fu trasferito nell’ambulanza, dove morì. E indovinate cosa mi domandai il 24 settembre 2014, quando morì un pensionato di 64 anni, che soffriva di problemi psichiatrici, dopo essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio al Sant’Ambrogio di Torino? E non si poteva fare diversamente il 31 luglio del 2009 quando morì Francesco Mastrogiovanni, deceduto nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno?

Quello di Mastrogiovanni è un caso eclatante, che ebbe anche molto eco mediatico. Fu prelevato dalle forze dell’ordine in un campeggio del Silento dove si trovava in vacanza. Il sindaco del comune di Pollica, Angelo Vasallo (ucciso nel 2010 in un attentato a matrice camorristica) aveva ordinato il tso perché sembrava avesse disturbato la quiete pubblica guidando in maniera spericolata.

Eppure, il soggetto da sottoporre a tso in ospedale si era mostrato tranquillo. Nonostante ciò lo avevano legato mani e piedi al letto per più di 82 ore consecutive. Lo hanno slegato solo dopo la morte per edema polmonare. A testimoniare la sua agonia un filmato pubblicato per volere dei familiari nel sito dell’Espresso. Nudo o con addosso solo un pannolone, che sanguina per via dei lacci ai polsi e alle caviglie. Quando il sangue tocca terra qualcuno lo pulisce, nessuno però lo asciuga dal suo corpo.

Articolo 32

Carta Costituzionale

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”

L’allucinante caso Uva col trattamento sanitario obbligatorio

Visto che abbiamo citato un caso eclatante come quello di Mastrogiovanni, come dimenticarsi di Giuseppe Uva, morto a 43 anni? Era stato fermato ubriaco alle 3 del mattino, a Varese. Era il 14 giugno del 2008. Lui e un suo amico furono portati in caserma.

Qui Uva, secondo la ricostruzione fatta dal senatore Pd Luigi Manconi, “è rimasto in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all’interno della caserma di via Saffi”. Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un’ambulanza. “Stanno massacrando un ragazzo”, sussurra all’operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l’autoambulanza.

“Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi”. E infatti, alle 5 del mattino dalla caserma di via Saffi parte la richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, Uva viene trasferito al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Circolo.

Il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso. Anche nell’ultima notte di vita di Uva, c’è molto da chiarire. Ferite, lividi sul volto, sangue sui vestiti, una macchia rossa tra pube e regione anale. Perché il 118 non è intervento dopo una telefonata tanto chiara, che riporto di seguito?

  • Biggiogero: “Sì buonasera sono Alberto Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?”.
  • Operatore del 118: “Sì, cosa succede?”.
  • Biggiogero: “Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo”.
  • Operatore del 118: “Ma in caserma?”.
  • Biggiogero: “Eh sì”.
  • Operatore del 118: “Ho capito. Va bene adesso la mando eh”.
  • Biggiogero: “Grazie”.
  • Operatore del 118: “Salve salve”.
  • L’uomo che risponde al centralino del 118 ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza.
  • Carabinieri: “Carabinieri”.
  • Operatore del 118: “Sì salve, 118”.
  • Carabinieri: “Sì?”.
  • Operatore del 118: “Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?”.
  • Carabinieri: “No, ma chi ha chiamato scusi?”.
  • Operatore del 118: “Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza”.
  • Carabinieri: “Un attimo che chiedo”.
  • Dopo qualche minuto…
  • Carabinieri: “No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi”.
  • Operatore del 118: “Sì, sì, non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao, ciao”.

Nella denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrisse così la scena dell’incontro tra Uva e un militare dell’Arma: “Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”, quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse”.

Stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un militare che avrebbe coinvolto anche altri suoi colleghi. Sette anni di indagini non sono riusciti a chiarire cosa sia successo durante quelle due maledette ore in caserma. Dopo dieci anni di processo, i due carabinieri e i sei poliziotti rinviati a giudizio sono stati assolti.

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Il TSO è una pratica incivile di uno Stato incivile

Non c’è dubbio sul fatto che ottenere l’autorizzazione per praticare un trattamento sanitario obbligatorio, qui in Italia, è troppo facile. Il tso può uccidere e a volte al solo nominarlo si può abbinare un decesso. Non a caso è nato il Comitato d’iniziativa antipsichiatrica, che porta avanti liberamente, una campagna per la tutela e la difesa dei diritti dei soggetti sottoposti a tso.

“Chi ha a cuore il diritto all’autodeterminazione proprio di ciascun essere umano, sa che la strada maestra non è tanto rappresentarlo davanti ai poteri forti o, peggio ancora, come fa la psichiatria delle “buone pratiche”, far passare tale diritto come una concessione benevola del tecnico illuminato che ne gestisce gli spazi di libertà. Dovrebbe essere chiaro che dovremmo essere pronti, attrezzati e orientati piuttosto a sostenere materialmente chi autonomamente sceglie, in maniera più o meno condivisa dal suo contesto socio-familiare, di fare a meno della psichiatria e rivendicare il proprio diritto di scelta e la propria visione delle cose”.

Ancor più chiaro Renato Foschi, docente e ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato che “la morte di Francesco Mastrogiovanni, che ha scoperchiato un “vaso di Pandora” fatto di coercizioni e morti durante un trattamento sanitario che vorrebbe solo aiutare il paziente. I morti durante i tso non sono un numero irrilevante. Il tso è un dispositivo contenuto nella legge 180/78, la Legge Basaglia, e poi nella 833/78, legge di istituzione del Servizio sanitario nazionale, che consente la sospensione della libertà individuale e il ricovero coatto sulla base di una ordinanza del sindaco e due certificati medici che sanciscano l’urgenza del caso. Le condizioni per attuare un tso sono: l’urgenza, la mancanza di possibilità di cura extra-ospedaliera e il rifiuto di cure da parte del paziente”.

E prosegue. “Il tso dura sette giorni ed è ripetibile una volta in sequenza e più volte nel corso della vita. Il mio libro, “La libertà sospesa. Il trattamento sanitario obbligatorio e le morti invisibili” fa luce su alcuni aspetti giuridici, psicologici e psichiatrici legati al tso su cui ritengo sia bene riflettano sia medici, infermieri, psicologi, sia i pazienti. A mio parere, il problema principale dell’epistemologia della medicina è la difficoltà a fare i conti con la ragionevolezza di certe “malattie”, continuando a “ristrutturarle” sulla base di nuove cure e terapie…“.

Le malattie psichiatriche, sotto questo aspetto, sono prototipiche. Certo se poi qualcun altro che non sia il malato, ci guadagna, sarà difficile andare oltre la retorica. Ad esempio, quanto costa un tso al giorno? Quanto costa la somministrazione di un nuovo farmaco antipsicotico? Una giornata di ricovero in Italia varia dai seicento ai novecento euro e ci sono neurolettici che possono arrivare a costare molto“.

Infine, Foschi cala l’affondo: “I reparti psichiatrici italiani sulla base di circa diecimila tso all’anno, dati Istat, riescono ad avere quindi dei rimborsi milionari. Inoltre, a prescindere dalla bontà dei sistemi di cura e di diagnosi psichiatrica, che sono costantemente messi sotto accusa da un numero crescente di studiosi ed ex pazienti, le cure coercitive partono dall’idea che ci siano casi in cui sia necessario sospendere la libertà individuale come se il paziente potesse sempre essere potenzialmente un pericoloso criminale”.

“Come generalmente si temono i criminali, così si si può temere il malato di mente. Si crea un sistema di controllo valido per entrambi. La preoccupazione dei fautori del tso per il malato potrebbe in primo luogo mascherare preoccupazioni di altro genere. E ci sono alcuni progetti di legge che vogliono che diventi una pratica più lunga”.

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Quello di Peppino Impastato è un omicidio di mafia e politica

È il 9 maggio 1978, quella notte muore a Palermo, ucciso dalla mafia (che è una montagna di merda) Peppino Impastato, l’uomo che combatte la delinquenza raccontandola a tutti i livelli e che proprio per questo motivo viene abbandonato dalla sinistra e dallo Stato. Trentanove anni dopo la sua morte, a Palermo decidono di aprire al pubblico, almeno nelle giornate commemorative, il casolare in cui venne ucciso il giornalista e conduttore radiofonico (di proprietà della signora Luisa Venuti) che scelse di non abbandonare mai la sua terra, anzi di sfidare la mafia e di combatterla raccontandola. Non è per questo che decido di parlarne sul mio blog.

Racconto la storia di Peppino Impastato perché, a mio parere, lui e Moro sono simboli di due Italie che cercano di lottare, negli “Anni di Piombo”, contro differenti mali: la mafia e il terrorismo. Infatti, quel 9 maggio del 1978, mentre l’Italia è sotto choc per il ritrovamento del cadavere del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che avviene in via Caetani a Roma, dopo cinquantacinque giorni di prigionia, in un paesino della Sicilia che si affaccia sul mare, Peppino muore dilaniato da una violenta esplosione. Siamo a Cinisi, trenta chilometri da Palermo, alle spalle dell’aeroporto di Punta Raisi, che oggi porta i nomi dei giudici antimafia Falcone e Borsellino. Giuseppe Impastato è un coraggioso giovane di 30 anni che milita nella sinistra extraparlamentare. Come molti altri ragazzi si batte contro la mafia che uccide la sua terra.

Nasce a Cinisi il 5 gennaio 1948 da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. La famiglia Impastato è bene inserita negli ambienti mafiosi locali. Una sorella di Luigi ha sposato il capomafia Cesare Manzella, considerato uno dei boss che individuano nei traffici di droga il nuovo terreno di accumulazione di denaro. Frequenta il Liceo Classico di Partinico ed appartiene a quegli anni il suo avvicinamento alla politica, particolarmente al Psiup, formazione politica nata dopo l’ingresso del Psi nei governi di centro-sinistra. Assieme ad altri giovani fonda un giornale, “L’Idea Socialista” che, dopo alcuni numeri, viene sequestrato. Di particolare interesse un servizio di Peppino sulla “Marcia della protesta e della pace” organizzata da Danilo Dolci nel marzo del 1967.

Il rapporto con Danilo, sia pure episodico, lascia un notevole segno nella formazione politica di Peppino Impastato, che in una breve nota biografica scrive: “Arrivai alla politica nel lontano novembre del 1965, su basi puramente emozionali: a partire cioè da una mia esigenza di reagire ad una condizione familiare ormai divenuta insostenibile. Mio padre, capo del piccolo clan e membro di un clan più vasto, con connotati ideologici tipici di una civiltà tardo-contadina e preindustriale, aveva concentrato tutti i suoi sforzi, sin dalla mia nascita, nel tentativo di impormi le sue scelte e il suo codice comportamentale. È riuscito soltanto a tagliarmi ogni canale di comunicazione affettiva e compromettere definitivamente ogni possibilità di espansione lineare della mia soggettività. Approdai al Psiup con la rabbia e la disperazione di chi, al tempo stesso, vuole rompere tutto e cerca protezione. Creammo un forte nucleo giovanile, fondammo un giornale e un movimento d’opinione, finimmo in tribunale e su tutti i giornali. Lasciai il Psiup due anni dopo, quando d’autorità fu sciolta la Federazione Giovanile”.

E aggiunge: “Erano i tempi della rivoluzione culturale e del “Che”. Il Sessantotto mi prese quasi alla sprovvista. Partecipai disordinatamente alle lotte studentesche e alle prime occupazioni. Poi l’adesione, ancora ’na volta su un piano più emozionale che politico, alle tesi di uno dei tanti gruppi marxisti-leninisti, la Lega. Le lotte di Punta Raisi e lo straordinario movimento di massa che si è riusciti a costruirvi attorno. E’ stato anche un periodo, delle dispute sul partito e sulla concezione e costruzione del partito: un momento di straordinario e affascinante processo di approfondimento teorico. Alla fine di quell’anno l’adesione ad uno dei due tronconi, quello maggioritario, del Pcd. Il bisogno di un minimo di struttura organizzativa alle spalle (bisogno di protezione), è stato molto forte.

Commistioni di mafia e politica in Sicilia nell’omicidio

“Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa: la costruzione di un vastissimo movimento d’opinione a livello giovanile, il proliferare delle sedi di partito nella zona, le prime esperienze di lotta di quartiere, stavano lì a dimostrarlo. Ma io mi allontanavo sempre più dalla realtà, diventava sempre più difficile stabilire un rapporto lineare col mondo esterno, mi racchiudevo sempre più in me stesso”, prosegue.

“Mi caratterizzava sempre più una grande paura di tutto e di tutti e al tempo stesso una voglia quasi incontrollabile di aprirmi e costruire. Da un mese all’altro, da una settimana all’altra, diventava sempre più difficile riconoscermi. Per giorni e giorni non parlavo con nessuno, poi ritornavo a gioire, a riproporre: vivevo in uno stato di incontrollabile schizofrenia. E mi beccai i primi ammonimenti e la prima sospensione dal partito”, scrive ancora.

Poco più avanti, nella sua nota si legge: “Mi trascinai in seguito, per qualche mese, in preda all’alcool, sino alla primavera del 1972 (assassinio di Feltrinelli e campagna per le elezioni politiche anticipate). Aderii, con l’entusiasmo che mi ha sempre caratterizzato, alla proposta del gruppo del “Manifesto”: sentivo il bisogno di garanzie istituzionali: mi beccai soltanto la cocente delusione della sconfitta elettorale. Furono mesi di delusione e disimpegno: mi trovavo, di fatto, fuori dalla politica. Autunno 1972. Inizia la sua attività il Circolo Ottobre a Palermo, vi aderisco e do il mio contributo. Mi avvicino a “Lotta Continua” e al suo processo di revisione critica delle precedenti posizioni spontaneistiche, particolarmente in rapporto ai consigli: una problematico che mi aveva particolarmente affascinato nelle tesi del “Manifesto”. Conosco Mauro Rostagno: è un episodio centrale nella mia vita degli ultimi anni”.

Il tentativo di superare la crisi complessiva dei gruppi che si ispirano alle idee della sinistra “rivoluzionaria”, verificatasi intorno al 1977 porta Giuseppe Impastato e il suo gruppo alla realizzazione di Radio Aut, un’emittente autofinanziata che indirizza i suoi sforzi e la sua scelta nel campo della controinformazione e soprattutto in quello della satira nei confronti della mafia e degli esponenti della politica locale. Nel 1978 partecipa con una lista che ha il simbolo di Democrazia Proletaria, alle elezioni comunali a Cinisi. Viene assassinato il 9 maggio 1978, qualche giorno prima delle elezioni e qualche giorno dopo l’esposizione di una documentata mostra fotografica sulla devastazione del territorio operata da speculatori e gruppi mafiosi: il suo corpo è dilaniato da una carica di tritolo posta sui binari della linea ferrata Palermo-Trapani. Le indagini sono, in un primo tempo orientate sull’ipotesi di un attentato terroristico consumato dallo stesso Impastato, o, in subordine, di un suicidio “eclatante”.

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Il ”caso Peppino Impastato” e quelle strane condanne tardive

Nel gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Gaetano Badalamenti. Nel maggio del 1992 il Tribunale di Palermo decide l’archiviazione del “caso Impastato”, ribadendo la matrice mafiosa del delitto ma escludendo la possibilità di individuare i colpevoli e ipotizzando la possibile responsabilità dei mafiosi di Cinisi alleati dei “corleonesi”. Nel maggio del 1994 il Centro Impastato presenta un’istanza per la riapertura dell’inchiesta, accompagnata da una petizione popolare, chiedendo che venga interrogato sul delitto Impastato il nuovo collaboratore della giustizia Salvatore Palazzolo, affiliato alla mafia di Cinisi.

Nel marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, riguardanti in particolare il comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto. Nel giugno del 1996, in seguito alle dichiarazioni di Salvatore Palazzolo, che indica in Badalamenti il mandante dell’omicidio assieme al suo vice Vito Palazzolo, l’inchiesta viene formalmente riaperta. Nel novembre del 1997 viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti, incriminato come mandante del delitto. Il 10 marzo 1999 si svolge l’udienza preliminare del processo contro Vito Palazzolo, mentre la posizione di Badalamenti viene stralciata.

I familiari, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei Giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Il 23 novembre 1999, Gaetano Badalamenti rinuncia alla udienza preliminare e chiede il giudizio immediato. Nell’udienza del 26 gennaio 2000 la difesa di Vito Palazzolo chiede che si proceda con il rito abbreviato, mentre il processo contro Gaetano Badalamenti si svolgerà con il rito normale e in video-conferenza. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si è costituito un Comitato sul caso Impastato e il 6 dicembre 2000 è stata approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. Il 5 marzo 2001 la Corte d’Assise ha riconosciuto Vito Palazzolo colpevole e lo ha condannato a 30 anni di reclusione. L’11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti è stato condannato all’ergastolo.

Detto questo, c’è poco altro da aggiungere, a parte ribadire che la mafia è una montagna di merda. Ragazzi, ricordatelo sempre quando nella vita sarete chiamati a fare una scelta tra onestà e disonestà!

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Ahmad Suradji: peggiore assassino seriale indonesiano

L’idea gli viene dopo che sogna il padre che gli impartisce di uccidere settanta donne. È trigamo Ahmad Suradji. Come professione è un dukun, ossia uno stregone. Il suo soprannome è Datuk Maringgi. Le sue vittime sono tutte giovani donne di età compresa tra gli 11 e i 30 anni, che si recano in casa sua per farsi dare consigli spirituali su come diventare più belle, sane e ricche in cambio di soldi. Lo stregone Ahmad Suradji, dopo averle ospitate, le strangola con un cavo, ne beve la saliva, le spoglia e le seppellisce nella piantagione di canna da zucchero, non distante da casa sua.

Noto anche come Nasib Kelewang, Ahmad Suradji è il killer indonesiano più prolifico. È un finto sciamano indonesiano che, con l’aiuto di alcune complici, strangola con un cavo le donne che riceve in casa. Gli omicidi consentirebbero ad Ahmad Suradji di acquisire poteri magici che gli permetterebbero di diventare un vero sciamano guaritore. I corpi li seppellisce nella sua piantagione di canna da zucchero.

L’idea gli viene dopo che sogna il padre che gli impartisce di uccidere settanta donne. È trigamo Ahmad Suradji. Come professione è un dukun, ossia uno stregone. Il suo soprannome è Datuk Maringgi. Le sue vittime sono tutte giovani donne di età compresa tra gli 11 e i 30 anni, che si recano in casa sua per farsi dare consigli spirituali su come diventare più belle, sane e ricche in cambio di soldi. Lo stregone Ahmad Suradji, dopo averle ospitate, le strangola con un cavo, ne beve la saliva, le spoglia e le seppellisce nella piantagione di canna da zucchero, non distante da casa sua.

Nessuno sospetta di Ahmad Suradji per molti anni, perché è molto conosciuto dalla gente della zona per i suoi “poteri” curativi. Arrestato a seguito di una segnalazione, viene trovato colpevole di almeno quarantadue omicidi e condannato a morte tramite fucilazione eseguita nel 2008. Poco dopo la sua morte viene arrestato Verry Henyansyha, che massacra undici persone.

Storie di Serial Killer è una collana di libri. Dai un’occhiata ai titoli: Le Serial Killer: Donne che uccidono per passione di Marco Cariati e Assassini Seriali: i più spietati di Primo Di Marco.

La maledizione della famiglia Rampi: da Alfredino a Riccardo

Ci si portava la radio in spiaggia anche se la musica era indecente e i notiziari molto ma molto rari. Quel giorno, il 10 giugno, Alfredino cadde in un pozzo artesiano, in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, e dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, morì ad una profondità di 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sui media italiani, in special modo grazie alla copertura televisiva che la Rai garantì nelle ultime 18 ore di evoluzione del caso. La famiglia Rampi – papà Ferdinando, mamma Francesca, nonna Veja e i figli Alfredo e Riccardo – stavano trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa.

Sono rimasti mamma e papà, da soli. I loro principali motivi di vita, i figli, se ne sono andati. Chi prima chi dopo. Apprendere della morte di Riccardo Rampi, il fratello più piccolo di Alfredino, ha riaperto una ferita che pensavo essere ormai cicatrizzata. Ha risvegliato un grande dispiacere che avevo vissuto in modo affannosamente doloroso quando ero un bimbo e la mia massima aspirazione era diventare una Giovane Marmotta di “disneyana memoria” (non so in quanti ricordano che a Paperopoli c’era un’organizzazione immaginaria di scout che si chiamavano appunto Giovani Marmotte).

Riccardo è morto a 36 anni, mentre festeggiava l’addio al celibato di un amico. Un infarto. Inutili i tentativi di rianimarlo. Come inutili furono i tentativi di salvare Alfredino, morto a 6 anni, quando Riccardo ne aveva solamente 2, dopo giorni di agonia trascorsi all’interno di un profondo pozzo artesiano a Vermicino, nei pressi di Frascati, in cui era caduto. Eravamo nel 1981, era il mese di giugno. All’epoca ero un “enfante terrible”. Ero in vacanza al mare con i miei genitori, a Fregene, in provincia di Roma.

Ci si portava la radio in spiaggia anche se la musica era indecente e i notiziari molto ma molto rari. Quel giorno, il 10 giugno, Alfredino cadde in un pozzo artesiano, in via Sant’Ireneo, in località Selvotta, e dopo quasi tre giorni di tentativi falliti di salvataggio, morì ad una profondità di 60 metri. La vicenda ebbe grande risalto sui media italiani, in special modo grazie alla copertura televisiva che la Rai garantì nelle ultime 18 ore di evoluzione del caso. La famiglia Rampi – papà Ferdinando, mamma Francesca, nonna Veja e i figli Alfredo e Riccardo – stavano trascorrendo un periodo di riposo nella loro seconda casa.

Alfredo uscì a fare una passeggiata con il padre e alcuni suoi amici. Sulla strada del ritorno, quando erano circa le 19.20, Alfredo chiese al papà di poter continuare il cammino verso casa da solo, attraverso i prati. Ferdinando acconsentì, ma quando giunse a casa, poco prima delle 20, scoprì che il bambino non era arrivato. Dopo circa mezz’ora, i genitori cominciarono a cercarlo nelle vicinanze di casa. Non trovandolo, alle 21:30 circa allertarono le forze dell’ordine. Giunsero sul posto Polizia, Vigili urbani e Vigili del fuoco, oltre ad alcuni abitanti del posto, attratti dal via-vai. Tutti parteciparono alle ricerche, che vennero portate avanti anche con l’ausilio di unità cinofile.

La nonna Veja ipotizzò per prima che Alfredo fosse caduto in un pozzo profondo circa 80 metri, recentemente scavato in un terreno adiacente, ove si stava edificando una nuova abitazione. Il pozzo, però, fu trovato coperto da una lamiera tenuta ferma da sassi. Difficile sospettare che qualcuno potesse essere caduto dentro. Un agente di polizia, il brigadiere Giorgio Serranti, pretese di ispezionare ugualmente il pozzo artesiano in questione.

Trovato Alfredino Rampi: si sentono i lamenti

Fece rimuovere la copertura, infilò la testa nell’imboccatura e sentì i flebili lamenti di Alfredo (successivamente si scoprì poi che il proprietario del terreno aveva messo la lamiera sulla fessura verso le 21 di quel giorno, non immaginando che potesse esserci qualcuno dentro). Nel giro di pochi minuti i soccorritori si radunarono intorno al pozzo. Come prima cosa venne calata nella voragine una lampada, tentando invano di localizzare il bambino. La prima stima rilevò che Alfredo era bloccato a 36 metri di profondità: la sua caduta era stata arrestata da una curva o una rientranza del pozzo.

Tutt’Italia era sintonizzata su RadioRai per gli aggiornamenti, che erano diventati frequenti, o incollati alla Tv, sempre sulla Rai, per capire se tutta quella genete era riuscita a salvare il povero Alfredino. Le operazioni di soccorso si rivelarono subito difficili. L’imboccatura era larga appena 28 centimetri e aveva una profondità di 80 metri, con pareti irregolari, piene di sporgenze e rientranze. Era impossibile calare dentro una persona. Si pensò di calare nell’imboccatura una tavoletta legata ad alcune corde, allo scopo di consentire al bimbo di aggrapparsi per tirarlo su. Fu un grave errore: la tavoletta si incastrò nel pozzo a 24 metri, molto sopra Alfredino, e non fu più possibile rimuoverla.

Verso l’1 di notte, alcuni tecnici della Rai piazzarono una telecamera nelle vicinanze e calarono nel budello roccioso un’elettrosonda a filo, per consentire ai soccorritori in superficie di comunicare con Alfredino, che rispondeva lucidamente. Si pensò di scavare un tunnel parallelo al pozzo, per poi aprire un cunicolo orizzontale lungo 2 metri che consentisse di arrivare poco sopra il punto in cui si supponeva fosse il bambino. Occorreva una trivella, che fu reperita grazie alla disponibilità di un giornalista del TG2, Pierluigi Pini, che ne possedeva una.

Aveva visto l’appello in su una emittente televisiva laziale. Prima dell’alba dell’11 giugno arrivano sul luogo dell’incidente un gruppo di giovani speleologi del Soccorso Alpino, che si offrirono di calarsi nel sottosuolo. Il caposquadra, Tullio Bernabei, fu il primo a scendere nel pozzo. Tentò di rimuovere la tavoletta che era rimastra incastrata, ma i restringimenti del pozzo gli consentirono di arrivare solo ad un paio di metri di distanza. Dopo si calò un secondo speleologo, ma anch’egli non riuscì a prenderla. Nel frattempo, allo scopo di evitare l’asfissia del bambino, i Vigili del fuoco avevano iniziato a pompare ossigeno nel pozzo.

Era un calvario seguire la cronaca di questa terribile vicenda d’inizio estate. Ma ormai tutti incrociavano le dita per Alfredino e tutti pregavano che si salvasse. Il comandante dei vigili del fuoco di Roma ordinò di sospendere i tentativi degli speleologi di calarsi nel pozzo artesiano e concentrare gli sforzi nella trivellazione del “pozzo parallelo”. Una geologa, Laura Bortolani, ipotizzando i substrati di terreno molto duri che si sarebbero incontrati in profondità, fece notare che sarebbe occorso un lungo tempo per la perforazione. E propose di proseguire anche con gli altri tentativi nel pozzo in cui si trovava Alfredino. Alle ore 8.30, la trivella cominciò a scavare.

Prima il terreno si rivelò friabile (2 metri in due ore), poi, come previsto dalla dottoressa Bortolani, la trivella incontrò uno strato di roccia granitica difficile da scalfire. Contemporaneamente, Alfredino iniziava a lamentare forti rumori, alternava momenti di veglia a colpi di sonno e iniziava a disidratarsi. Chiedeva continuamente acqua. Fu fatta arrivare una trivella più grossa e potente. Da questo momento in poi tutti i telegiornali Rai, prima il TG1 e poi anche il TG2 e il TG3, inizieranno la diretta, con la speranza di riprendere il salvataggio. Il problea è che lì, intorno ad Alfredino, regnava la più totale approssimazione. Attorno al pozzo si era raccolta una folla stimata in oltre 10mila persone, arrivarono anche i venditori ambulanti di cibo e bevande. La zona non era transennata e chiunque poteva arrivare fino all’imboccatura della cavità. Un colossale assembramento che rallentò notevolmente la macchina dei soccorsi.

Al lavoro la seconda trivella: famiglia Rampi disperata

Entrò in azione la seconda trivella (la prima aveva scavato un pozzo di 20 metri di profondità, contro i 25 pronosticati all’inizio) e 50 centimetri di diametro. Questa macchina era stata montata a tempo di record – 3 ore contro le 12 previste dal manuale – sottolinearono la cospicuità del problema rappresentato dal sottosuolo duro e compatto, prevedendo non meno di 12 ore di lavoro per arrivare alla profondità richiesta. Dopo 2 ore e mezza il pozzo aveva raggiunto una profondità di 21 metri. La trivella andava avanti con difficoltà. Il primario di rianimazione all’ospedale San Giovanni, si dedicò a controllare le condizioni di salute del bambino, che tra l’altro era affetto da una cardiopatia congenita in attesa di essere operata a settembre. Verso le 20 entrò in funzione una terza trivella, più piccola e agile.

Nel frattempo fu calata nel pozzo una flebo di acqua e zucchero, per tentare di dissetare Alfredino. Alle 21:30 si rese necessaria una pausa nella trivellazione. Dopo 1 ora e mezza fu autorizzato a scendere nel pozzo un volontario, Isidoro Mirabella, che, a causa di ostacoli, non riuscì ad avvicinarsi a sufficienza al bambino, ma poté parlargli. Alle 7.30 del 12 giugno la trivella era scesa soltanto a 25 metri di profondità, ma grazie ad un terreno più morbido, poco dopo le 10, lo scavo parallelo era arrivato ad una profondità di 30 metri. Un ingegnere dei vigili del fuoco rivede al ribasso la stima della profondità cui si trovava il bimbo: 32 metri e mezzo invece di 36. Sul luogo dell’incidente giunse anche il Presidente della Repubblica, Sandro Pertini.

La nuova valutazione fatta condusse alla decisione di accelerare i lavori e di iniziare immediatamente a scavare il raccordo orizzontale fra i due pozzi, prevedendo di sbucare un paio di metri sopra Alfredino. Arrivò sul posto una scavatrice a pressione per scavare il tunnel di connessione, ma si bloccò poco dopo l’accensione. I vigili del fuoco iniziarono a scavare a mano. Nel frattempo Alfredino aveva smesso di rispondere, e i medici presenti sul posto, che ascoltavano il suo respiro, riferirono che stava peggiorando. Parlarono di 48 espirazioni al minuto. Alle 19 il cunicolo orizzontale fu completato e finalmente il pozzo di Alfredino fu posto in comunicazione con il pozzo parallelo, a 34 metri di profondità. Fu terribile prendere atto del fatto che Alfredino non era più nelle vicinanze del foro appena aperto.

Anche a causa delle vibrazioni causate dalla trivellazione, era scivolato molto più in basso, a 60 metri. Restava una sola possibilità: la discesa di qualche volontario lungo il pozzo artesiano, fino a quota -60 metri. Ci provò uno speleologo, Claudio Aprile, che si pensò di introdurre nel pozzo artesiano dal cunicolo orizzontale. Ma l’apertura di comunicazione era troppo stretta e il giovane speleologo dovette desistere. Un coraggioso volontario sardo, Angelo Licheri, piccolo di statura e molto magro, autista-facchino presso la tipografia romana “Quintini”, si fece calare nel pozzo artesiano per tutti e 60 i metri di distanza dal bambino. Licheri, iniziata la discesa poco dopo la mezzanotte fra il 12 ed il 13 giugno, riuscì ad avvicinarsi al al povero Alfredino, tentò di allacciargli l’imbracatura per tirarlo fuori dal pozzo, ma per ben tre volte l’imbracatura si aprì.

L’Italia era col fiato sospeso. Tutti stavamo vivendo quel dramma insieme alla famiglia di Alfredino e a tutti quegli uomini che disperatamente stavano tentando di salvarlo. Il volontario tentò di prendere il bambino per le braccia, ma gli scivolò. Alfredino andò ancora più giù. Per di più, nell’effettuare il suo coraggioso tentativo, involontariamente gli spezzò anche il polso sinistro. In tutto, Licheri rimase a testa in giù ben 45 minuti, contro i 25 considerati soglia massima di sicurezza in quella posizione. Dovette tornare in superficie senza Alfredino. Verso le 5 del mattino iniziò il tentativo di un altro speleologo, Donato Caruso.

Anch’egli raggiunse Alfredino e provò ad imbracarlo, ma le fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato, e che avrebbero dovuto assicurare una sorta di effetto cappio, scivolarono via al primo strattone. Caruso si fece tirare su fino al cunicolo di collegamento, dove si fermò per riposare e poi ritentare. Effettuò altri tentativi con delle manette, metodo molto più pericoloso anche per il soccorritore (erano legate alla stessa sua corda di sicurezza). Quando Caruso tornò in superficie annunciò la probabile morte di Alfredino. Pochi minuti dopo, nell’edizione straordinaria del TG2 del 13 giugno, Giancarlo Santalmassi disse le parole che nessuno avrebbe mai voluto sentire: “Volevamo vedere un fatto di vita, e abbiamo visto un fatto di morte. Ci siamo arresi, abbiamo continuato fino all’ultimo. Ci domanderemo a lungo prossimamente a cosa sia servito tutto questo, che cosa abbiamo voluto dimenticare, che cosa ci dovremo ricordare, che cosa dovremo amare, che cosa dobbiamo odiare. È stata la registrazione di una sconfitta, purtroppo: 60 ore di lotta invano per Alfredo Rampi”.

La signora Rampi dal Presidente della Repubblica

Di tutti gli errori e le manchevolezze la madre di Alfredino, la signora Franca, parlò al Presidente Pertini, intervenuto sul luogo della tragedia, promuovendo di fatto la nascita della Protezione Civile, all’epoca ancora solo sulla carta. Il corpo senza vita di quel bimbo quasi mio coetaneo fu poi recuperato da tre squadre di minatori della miniera di Gavorrano l’11 luglio seguente, 28 giorni dopo la morte del bambino. Da notare che i ventuno minatori furono allertati quando ormai ogni speranza era sfumata e si trattava soltanto di recuperare la salma per darle sepoltura.

Raggiunsero Vermicino il 4 luglio e, dopo aver piazzato le loro attrezzature, si calarono nel tunnel parallelo profondo 70 metri con un diametro di 90 centimetri scavato dai vigili del fuoco a 16 metri dal pozzo artesiano nel quale era caduto Alfredino. Il loro compito era quello di realizzare una galleria per raggiungere il punto esatto dove giaceva il corpo del bambino. Fu un intervento complesso e pericoloso. I minatori lavorarono in tre turni continui per sei giorni, fino alla mezzanotte del 10 luglio. Composero la squadra: Italico Neri, Floriano Matteini, Leonello Lupi, Renato Bianchi, Ledo Mancini, Sirio Mengozzi, Giovanni Anedda, Mario Balatresi, Franco Montanari, Lauro Tognoni, Alberto Torresi, Spartaco Stacchini, Rino Paradisi, Silvano Monaci, Alberto Brachini, Renzo Galdi, Mario Zanaboni, Mario Deidda, Aldo Tommasselli, Pellegrino Falconi e Torello Martinozzi.

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Esaminando le fotografie del corpo congelato di Alfredino, si notò una fettuccia che lo avvolgeva. Durante l’interrogatorio di Angelo Licheri, il volontario disse che era stato lui a metterla ad Alfredino quando si era calato per il tentativo di salvataggio. Questa tesi fu contestata dai vigili del fuoco, i quali sostennero che una simile imbracatura non poteva essere stata assicurata al corpo del bambino nel ristrettissimo spazio disponibile dentro il pozzo artesiano. Fu ascoltato il caposquadra del soccorso speleologico, che riconobbe la fettuccia come appartenente al gruppo di speleologi e dichiarò, come tutti gli altri soccorritori, che era la stessa utilizzata nel tentativo di salvataggio di Alfredino.

L’impressione, anche per quel che riguardava le indagini, era che la Procura brancolasse nel buio. Durante le indagini vennero interpellati i costruttori del pozzo, i quali affermarono che, data la complessità della sua apertura, era praticamente impossibile che un bambino vi fosse caduto accidentalmente. Vi furono però versioni discordanti riguardo al diametro del pozzo all’imboccatura, considerato che i primi volontari vi si erano calati senza troppa difficoltà. I costruttori in seguito cambiarono versione riguardo alla copertura del pozzo, cosicché non si poté risalire a eventuali responsabilità per il fatto di averlo lasciato aperto.

Ad aumentare il mistero furono le stesse parole pronunciate dal piccolo Alfredo nelle ore di agonia. Il bambino non aveva la benché minima idea di dove si trovasse e nemmeno di come vi fosse capitato: “sfondate la porta ed entrate nella stanza buia”. Il sostituto procuratore della Repubblica Giancarlo Armati formulò l’ipotesi che Alfredino non fosse caduto accidentalmente nel pozzo, ma vi fosse stato calato – dopo essere stato addormentato – utilizzando l’imbracatura trovata sul suo corpo.

Le indagini da lui condotte, tuttavia, non consentirono di raccogliere prove univoche sufficienti per suffragare tale ipotesi di reato, cosicché lo stesso pubblico ministero chiese l’archiviazione del caso. Successivamente, si arrivò addirittura ad ipotizzare che la lunga agonia di Alfredino, oggetto di una copertura mediatica senza precedenti in Italia, potesse essere servita a sviare l’attenzione dell’opinione pubblica da notizie di particolare rilievo politico, come ad esempio la scoperta, in quegli stessi giorni, dei primi elenchi degli iscritti alla loggia massonica segreta P2.

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