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Un secolo dalla fine della Prima Guerra Mondiale: cosa resta

Per favore, silenzio: oggi sono dispiaciuto. Mi sento mortificato. L’11 novembre 1918 finiva la Prima Guerra Mondiale, una immane strage promossa dall’uomo il 28 luglio 1914 per uccidere i suoi simili. Sono passati cento anni. Un secolo. Un centenario che dovrebbe rappresentare una festa. Invece, ne abbiamo quasi perso la memoria. Chi se lo è ricordato? Chi ha pensato ai milioni di persone che hanno sacrificato la loro vita per darci un futuro (speravano) migliore? Ci penso da stamattina, ma ho aspettato. Ho aspettato che qualche esimio collega o qualche grande esempio di leone da tastiera della comunicazione sociale, se ne ricordasse a dovere. Insomma, aspettavo che qualcuno mi facesse leggere un bel dossier, un insieme di artcioli, di storie… sulla ricorrenza. Storie sulla nostra storia. Ho aspettato inutilmente.

Sono italiano, nipote di un partigiano che ha provato i campi di concentramento durante la Seconda Guerra Mondiale, che è passato dalla Sinfrà salvandosi e che mi ha cresciuto con dei valori tricolore e un certo rispetto nei confronti della Carta Costituzionale. Però, oggi, dopo cento anni dalla fine della Prima Guerra Mondiale, mi sento un pesce fuor d’acqua. Un portaborse fallito che cerca rifugio in un museo. Sveglia, i nostri antenati sono morti in quella maledetta guerra iniziata 104 anni fa e finita da un secolo. La Prima Guerra Mondiale fu un conflitto armato che coinvolse le principali potenze mondiali e molte di quelle minori tra il luglio del 1914 e il novembre del 1918.

Chiamata inizialmente dai contemporanei Guerra Europea, con il coinvolgimento successivo delle colonie dell’Impero britannico e di altri paesi extraeuropei tra cui gli Stati Uniti d’America e l’Impero giapponese prese il nome di guerra mondiale o anche Grande Guerra: fu infatti il più grande conflitto armato mai combattuto fino alla Seconda Guerra Mondiale. Non si può perdere la memoria di un evento che cambiò radicalmente gli interessi e le politiche mondiali. Il conflitto ebbe inizio, come dicevo, il 28 luglio 1914 con la dichiarazione di guerra dell’Impero austro-ungarico al Regno di Serbia in seguito all’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este, avvenuto il 28 giugno 1914 a Sarajevo.

A causa del gioco di alleanze formatesi negli ultimi decenni del XIX secolo, la guerra vide schierarsi le maggiori potenze mondiali, e rispettive colonie, in due blocchi contrapposti: da una parte gli Imperi centrali (Germania, Impero austro-ungarico e Impero ottomano), dall’altra gli alleati rappresentati principalmente da Francia, Regno Unito, Impero russo e, dal 1915, Italia. Oltre settanta milioni di uomini furono mobilitati in tutto il mondo (sessanta milioni solo in Europa) di cui oltre 9 milioni caddero sui campi di battaglia. Si dovettero registrare anche circa 7 milioni di vittime civili, non solo per i diretti effetti delle operazioni di guerra ma anche per le conseguenti carestie ed epidemie.

Le prime operazioni militari del conflitto videro la fulminea avanzata dell’esercito tedesco in Belgio e nel nord della Francia, azione fermata però dagli anglo-francesi nel corso della prima battaglia della Marna nel settembre 1914. Il contemporaneo attacco dei russi da est infranse le speranze tedesche in una guerra breve e vittoriosa, e il conflitto degenerò in una logorante guerra di trincea che si replicò su tutti i fronti e perdurò fino al termine delle ostilità. A mano a mano che procedeva, la guerra raggiunse una scala mondiale con la partecipazione di molte altre nazioni, come Bulgaria, Romania, Portogallo e Grecia. Determinante per l’esito finale fu, nel 1917, l’ingresso in guerra degli Stati Uniti d’America a fianco degli alleati.

Alle origini della Prima Guerra Mondiale

Lo scoppio della guerra nel 1914 segnò la fine di un lungo periodo di pace e sviluppo economico della storia europea, noto come Belle Époque, e pose termine anche a un più lungo periodo di stabilità politica europea: iniziato nel 1815 con la sconfitta definitiva della Francia napoleonica e continuato per tutto il XIX secolo, vide svolgersi solo conflitti a carattere limitato che tuttavia finirono col minare e inasprire progressivamente i rapporti diplomatici tra le potenze europee e i relativi giochi di alleanze. Per individuare le cause fondamentali del conflitto bisogna risalire innanzitutto al ruolo preponderante della Prussia nella creazione dell’Impero tedesco, alle concezioni politiche di Otto von Bismarck, alle tendenze filosofiche prevalenti in Germania e alla sua situazione economica. Un insieme di fattori eterogenei che concorsero a trasformare il desiderio della Germania di assicurarsi sbocchi commerciali nel mondo.

A questi andarono collegandosi i problemi etnici interni all’Impero austro-ungarico e alle ambizioni indipendentiste di alcuni popoli che ne facevano parte, il timore che la Russia generava oltre frontiera soprattutto nei tedeschi, la paura che tormentava la Francia fin dal 1870 di una nuova aggressione che aveva lasciato una forte animosità verso la Germania e infine l’evoluzione diplomatica del Regno Unito da un atteggiamento di isolamento a una politica di attiva presenza in Europa.

Sotto la guida politica del suo primo cancelliere Bismarck, la Germania si assicurò una forte presenza in Europa tramite l’alleanza con l’Impero austro-ungarico e l’Italia e un’intesa diplomatica con la Russia. L’ascesa al trono nel 1888 del kaiser Guglielmo II di Germania portò sul trono tedesco un giovane governante determinato a dirigere da sé la politica, nonostante i suoi dirompenti giudizi diplomatici. Dopo le elezioni del 1890, nelle quali i partiti del centro e della sinistra ottennero un notevole successo, a causa della disaffezione nei confronti del cancelliere, Guglielmo II fece in modo di ottenere le dimissioni di Bismarck.

Gran parte del lavoro dell’ex cancelliere venne disfatto negli anni seguenti, quando Guglielmo II mancò di rinnovare il trattato di controassicurazione con i russi offrendo così alla Francia l’opportunità di concludere nel 1894 un’alleanza franco-russa. Altro passaggio fondamentale nel percorso verso la guerra mondiale fu la corsa al riarmo navale: il kaiser riteneva che solo un massiccio incremento della Kaiserliche Marine avrebbe reso la Germania una potenza mondiale e nel 1897 fu nominato alla guida della marina l’ammiraglio Alfred von Tirpitz. La Germania iniziò una politica di riarmo che risultò una vera e propria sfida aperta al secolare predominio navale britannico, favorendo un accordo anglo-francese nel 1904 e uno tra Russia e Regno Unito nel 1907, che chiudeva un secolo di rivalità fra le due potenze nello scacchiere asiatico.

Il Regno Unito tentò inoltre di rafforzare la propria posizione in altre direzioni, alleandosi con l’Impero giapponese nel 1902. Nonostante la proposta di Joseph Chamberlain di un trattato con Germania e Giappone per avvantaggiarsi congiuntamente nel Pacifico, la Germania continuò nella sua politica bellicosa aumentando l’attrito con le potenze europee. Da quel momento in poi le grandi potenze europee furono di fatto, anche se non ufficialmente, divise in due gruppi rivali. Negli anni seguenti la Germania, la cui politica aggressiva e poco diplomatica aveva dato il via a una coalizione avversaria, intensificò i rapporti con l’Austria-Ungheria e l’Italia.

Europa a blocchi, barriere tra super potenze

La nuova divisione in blocchi dell’Europa non era una riedizione del vecchio equilibrio di potenza, ma una semplice barriera tra potenze. I diversi paesi si affrettarono ad aumentare i loro armamenti, che nel timore di una deflagrazione improvvisa vennero messi a completa disposizione dei militari. Il Regno Unito aveva dato il via libera alle pretese della Francia sul Marocco, in cambio del riconoscimento dei propri diritti sull’Egitto, tuttavia questo accordo fra le due principali potenze coloniali violava la convenzione di Madrid del 1880, firmata anche dalla Germania. Ne derivò la crisi di Tangeri del 1905 dove il kaiser ribadì il ruolo fondamentale della Germania nella politica extra-europea.

Una prima crisi si aprì nella penisola balcanica nel 1908: a seguito degli sconvolgimenti creati dal movimento del Giovani Turchi nell’Impero ottomano, la Bulgaria si sganciò dall’influenza turca e l’Austria si annetté le provincie di Bosnia ed Erzegovina che già amministrava dal 1879. La Russia accettò l’annessione, ottenendo il libero transito nei Dardanelli, ma l’Italia considerò tale azione un affronto e la Serbia una minaccia. La perentoria richiesta rivolta dalla Germania alla Russia di riconoscere la legittimità dell’annessione sotto pena di un attacco austro-tedesco facilitò la mossa austriaca ma creò non pochi dissapori tra la Russia e le potenze germaniche.

Altro motivo di attrito fu la crisi di Agadir, quando nel giugno 1911, per indurre la Francia a fare concessioni in Africa, i tedeschi inviarono una cannoniera nel porto di Agadir. Il Cancelliere dello Scacchiere David Lloyd George ammonì la Germania ad astenersi da simili minacce alla pace e dichiarò il Regno Unito pronto a supportare la Francia: le velleità del kaiser furono spente ma si acuì il risentimento dell’opinione pubblica tedesca, che ben vide un ulteriore ampliamento della marina da guerra. Il successivo accordo sul Marocco allentò i motivi di frizione, ma proprio in quel momento la situazione politica dei Balcani tornò a essere burrascosa.

La debolezza dell’Impero ottomano, palesata dall’occupazione italiana di Tripoli, incoraggiò Bulgaria, Serbia e Regno di Grecia a rivendicare l’egemonia sulla Macedonia come primo passo per estromettere gli ottomani dall’Europa. Con la prima guerra balcanica i turchi furono rapidamente sconfitti: alla Serbia fu assegnata l’Albania settentrionale ma l’Austria, che già ne temeva le ambizioni, mobilitò l’esercito e alla sua minaccia alla Serbia la Russia rispose con la stessa misura. Stavolta la Germania si schierò con Regno Unito e Francia scongiurando pericolosi sviluppi. Quando la crisi cessò, la Serbia conservò buona parte dei guadagni territoriali, mentre la Bulgaria dovette cedere quasi tutte le conquiste effettuate.

Questo non piacque all’Austria che nell’estate del 1913 propose di attaccare immediatamente la Serbia. La Germania frenò i propositi austriaci ma allo stesso tempo estese il proprio controllo sull’esercito turco, impedendo così il rafforzamento dell’influenza russa nei Dardanelli. Negli ultimi anni in tutti i paesi europei si moltiplicarono gli incitamenti alla guerra, discorsi e articoli bellicosi, dicerie, incidenti di frontiera. La Francia promulgò una legge (detta “dei tre anni”) che, per sopperire all’inferiorità numerica rispetto all’esercito tedesco, allungava di un anno la ferma militare, fino ad allora della durata di due anni. Ciò aggravò i rapporti con la Germania.

L’omicidio di erede al trono d’Austria-Ungheria

Il 28 giugno 1914, giorno di solenni celebrazioni e festa nazionale serba, l’arciduca erede al trono d’Austria-Ungheria Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este e la moglie Sophie Chotek von Chotkowa, recatisi a Sarajevo in visita ufficiale, furono uccisi da alcuni colpi di pistola sparati dal nazionalista diciannovenne serbo Gavrilo Princip: paradossalmente, l’arciduca era forse l’unico austriaco autorevole che fosse comprensivo verso i nazionalisti serbi, perché sognava un impero unito da un legame federativo. Da questo avvenimento scaturì una drammatica crisi diplomatica che infiammò le tensioni latenti e segnò l’inizio della guerra in Europa.

Nei giorni che seguirono, la Germania, convinta di poter circoscrivere il conflitto, sollecitò l’Austria-Ungheria affinché aggredisse al più presto la Serbia. Solo il Regno Unito avanzò una proposta di conferenza internazionale che non ebbe seguito, mentre le altre nazioni europee si preparavano lentamente al conflitto. Quasi un mese dopo l’assassinio di Francesco Ferdinando, l’Austria-Ungheria inviò un duro ultimatum alla Serbia, che accettò solo una parte delle richieste: il 28 luglio 1914 l’Austria-Ungheria dichiara guerra alla Serbia, determinando l’irrimediabile acuirsi della crisi e la progressiva mobilitazione delle potenze europee, cagionata dal sistema di alleanze tra i vari stati.

L’Italia, insieme al Portogallo, la Grecia, la Bulgaria, il Regno di Romania e l’Impero ottomano si posero in uno stato di neutralità, attendendo ulteriori sviluppi della situazione. Alla mezzanotte del 4 agosto erano cinque le potenze che ormai erano entrate in guerra (Austria-Ungheria, Germania, Russia, Regno Unito e Francia), ciascuna convinta di poter battere gli avversari in pochi mesi: era opinione diffusa che la guerra sarebbe finita a Natale, o tuttalpiù a Pasqua del 1915. Andiamo per gradi. L’1 agosto, dopo l’inizio delle ostilità fra Austria-Ungheria e Serbia, il governo tedesco dichiarò guerra alla Russia che aveva mobilitato l’esercito e due giorni dopo anche alla Francia.

La strategia tedesca era condizionata dal dover sostenere una guerra su due fronti, ulteriormente aggravata dalle concezioni belliche prettamente aggressive dei francesi che, entro pochi giorni dalla mobilitazione, prevedevano un attacco lungo il comune confine usando tutto il potenziale bellico a disposizione. La duplice dichiarazione di guerra era quindi il necessario primo passo in vista dell’attuazione del piano Schlieffen, che prevedeva la sconfitta della Francia con una “guerra lampo” di sole sei settimane prima di rivolgere l’attenzione a est contro i russi.

Il piano, ideato dal generale Alfred von Schlieffen e completato nel 1905, prevedeva di attaccare la Francia da nord attraverso Belgio e Paesi Bassi, così da evitare la lunga linea fortificata alla frontiera e consentire all’esercito tedesco di calare su Parigi con un’unica grande offensiva. Von Schlieffen continuò a lavorare al piano anche dopo essersi ritirato dall’esercito e lo sottopose a un’ultima revisione nel dicembre 1912, poco prima di morire. Il generale Helmuth Johann Ludwig von Moltke, suo successore come capo di stato maggiore dell’esercito, decise di accorciare il fronte ed escluse i Paesi Bassi dalla manovra. Confidando nella lenta mobilitazione della Russia, Moltke previde di lasciare sul fronte est una forza di dieci divisioni, considerata più che sufficiente a trattenerla fino alla neutralizzazione della Francia, dopo la quale l’esercito tedesco avrebbe potuto rivolgere tutte le forze contro la Russia.

Dalla guerra in movimento a quella in trincea

Il 2 agosto la Germania invase lo stato neutrale del Lussemburgo mentre il 4 agosto, dopo che un formale ultimatum era stato respinto, i tedeschi invasero il Belgio avanzando a gran velocità. L’azione fu il pretesto per la dichiarazione di guerra britannica alla Germania, anche se il Regno Unito non aveva truppe sul continente europeo e il suo corpo di spedizione British Expeditionary Force al comando di Sir John French doveva ancora essere radunato, armato e inviato oltre la Manica. Il 5 agosto le forze tedesche andarono all’assalto del primo vero ostacolo sul loro cammino: il campo fortificato di Liegi con la sua guarnigione di 35.000 soldati.

L’attacco durò più del previsto e solo il 7 agosto la fortezza centrale capitolò. Dopo la caduta di Liegi la maggioranza dell’esercito belga si ritirò verso ovest mentre il 25 più a nord i tedeschi bombardarono Anversa con uno Zeppelin, durante le fasi preliminari dell’assedio della città che durò fino al 28 settembre e comportò enormi devastazioni. Sempre il 12 le avanguardie del corpo di spedizione britannico attraversarono la Manica scortate da navi da guerra: in dieci giorni furono sbarcati senza perdite 120.000 uomini, non avendo la Kaiserliche Marine mai ostacolato le operazioni. Il 20 agosto le truppe tedesche entrarono a Bruxelles. All’estremità meridionale del fronte i francesi, penetrati in Alsazia il 14 agosto e vicini alla città di Mulhouse, giunsero a sedici chilometri dal Reno, ma furono bloccati dai tedeschi e non riuscirono ad andare oltre.

Più a nord le truppe francesi, penetrate in Lorena, furono sconfitte a Morhange e iniziarono a ritirarsi verso Nancy. Le truppe tedesche le inseguirono, ma furono poi sanguinosamente arrestate dalle fortificazioni francesi nel corso della battaglia del Gran Couronné. Il 22 agosto l’esercito tedesco attaccò lungo tutto il fronte ed ebbe inizio la gigantesca battaglia delle Frontiere: la quinta Armata francese fu sconfitta a Charleroi e cominciò l’aspra battaglia di Mons, battesimo del fuoco per il corpo di spedizione britannico che resistette con inaspettata tenacia. I tedeschi riuscirono comunque a superare la resistenza di French e il 23 iniziarono ad avanzare. Quello stesso giorno sia i francesi da Charleroi che i belgi da Namur cedettero alla pressione tedesca e iniziarono a ripiegare. Il 2 settembre il governo francese abbandonò Parigi e si rifugiò a Bordeaux ma gli anglo-francesi appresero da ricognizioni aeree che i tedeschi non stavano più puntando sulla capitale, avendo piegato più a sud-est verso la linea del fiume Marna dietro cui si erano attestati gli alleati.

Il giorno dopo, con i tedeschi a soli 40 chilometri da Parigi e una situazione di grande panico nelle retrovie francesi – un milione di parigini aveva abbandonato la città – il generale Joseph Simon Gallieni, governatore militare della capitale, organizzò, nel sistema di trincee e fortificazioni che l’attorniavano, una nuova armata appena costituita, mentre il comandante in capo, generale Joseph Joffre, preparava la controffensiva. Il 5 settembre i francesi passarono al contrattacco e bloccarono l’avanzata tedesca a est di Parigi durante la prima battaglia della Marna, passata alla storia nell’immaginario collettivo francese col nome di “miracolo della Marna”. I tedeschi dovettero abbandonare il piano Schlieffen ma riuscirono ad arrestare la spinta offensiva degli anglo-francesi nel corso della successiva prima battaglia dell’Aisne, 13-28 settembre.

Nei giorni successivi entrambi i contendenti diedero inizio a una serie di manovre nel tentativo di aggirarsi reciprocamente sul fianco settentrionale, rimasto scoperto, dando luogo alla cosiddetta corsa al mare: ogni tentativo fallito finiva con l’allungare sempre di più la linea del fronte, finché, per la fine di ottobre, entrambi i contendenti non raggiunsero le rive del mare nella regione delle Fiandre. In novembre un ultimo tentativo tedesco di rompere il fronte alleato portò alla sanguinosa prima battaglia di Ypres, al termine della quale i due contendenti si attestarono sulle posizioni raggiunte. La battaglia segnò la fine della guerra di movimento a occidente in favore di una logorante guerra di trincea lungo un fronte continuo di solide postazioni fortificate.

Dal fronte serbo alla spartizione dell’Africa

Prima Guerra Mondiale

Un collage di immagini della Prima Guerra Mondiale.

Benché fosse tecnicamente il luogo dove la guerra aveva preso avvio, il fronte serbo fu relegato ben presto a teatro secondario di un conflitto divenuto ormai mondiale. Con il grosso delle sue forze concentrato in Galizia contro i russi, l’Austria-Ungheria diede avvio all’invasione del territorio serbo il 12 agosto 1914: guidate dal generale Radomir Putnik e supportate anche dalle forze del Regno del Montenegro, le truppe serbe opposero un’ostinata resistenza, infliggendo agli austro-ungarici una sconfitta nella battaglia del Cer (16-19 agosto) e obbligandoli a ritirarsi oltre frontiera. Dopo una controffensiva serba al confine con la Bosnia, sfociata nell’inconcludente battaglia della Drina (6 settembre-4 ottobre), gli austro-ungarici del generale Oskar Potiorek lanciarono una nuova invasione il 5 novembre, riuscendo a occupare la capitale Belgrado.

Putnik fece arretrare lentamente le sue forze fino al fiume Kolubara, dove inflisse una disastrosa sconfitta alle truppe di Potiorek obbligandole ancora una volta alla ritirata. Il 15 dicembre 1914 i serbi ripresero Belgrado, riportando la linea del fronte ai confini prebellici. Le offensive austro-ungariche erano costate all’Impero la perdita di 227.000 uomini tra morti, feriti e dispersi, oltre a un ampio bottino di armi e munizioni di vitale importanza per il mal equipaggiato esercito serbo. Nonostante la vittoria la Serbia ebbe 170.000 caduti durante la campagna, perdite enormi per il suo piccolo esercito ulteriormente aggravate dallo scoppio di una violenta epidemia di febbre tifoide (che fece 150.000 vittime tra i civili) e dalla grave carenza di generi alimentari.

Giunta piuttosto in ritardo alla corsa per la spartizione dell’Africa, nel 1914 la Germania deteneva limitati possedimenti nel continente: isolati dalla madrepatria dal blocco navale alleato e circondati dai territori dei più ampi imperi coloniali britannico e francese, il loro destino era praticamente segnato fin dall’inizio delle ostilità. La piccola colonia del Togoland (odierno Togo) fu rapidamente occupata dalle forze anglo-francesi già verso la fine dell’agosto 1914, mentre più impegnativa fu la lotta nel Camerun tedesco: la capitale Buéa fu occupata da truppe coloniali francesi e belghe il 27 settembre 1914, ma, favorite dal terreno impervio e dalle piogge tropicali, le ultime guarnigioni tedesche non furono costrette a capitolare prima del febbraio 1916. La guarnigione dell’Africa Tedesca del Sud-Ovest (odierna Namibia) sostenne un’invasione da parte delle truppe sudafricane e benché appoggiata dall’insurrezione di alcuni ribelli boeri contro le autorità britanniche, fu infine costretta alla resa nel luglio 1915.

Molto più lunga fu la lotta nell’Africa Orientale tedesca (odierna Tanzania): al comando di un miscuglio di coloni tedeschi e truppe arruolate tra gli indigeni locali (Schutztruppe), il colonnello Paul Emil von Lettow-Vorbeck intraprese una serie di azioni di guerriglia e attacchi mordi-e-fuggi ai danni delle colonie confinanti (il Kenya britannico, il Congo belga e il Mozambico portoghese), infliggendo agli alleati diverse sconfitte. Fu necessario mettere in campo una vasta forza (arrivata a contare, tra soldati e personale ausiliario, quasi 400.000 uomini) per avere ragione delle elusive truppe di Vorbeck e occupare la colonia: gli ultimi guerriglieri tedeschi, ancora capitanati dal loro comandante, si arresero solo il 26 novembre 1918, dopo essere stati informati dell’avvenuta capitolazione della Germania.

Da tempo alleato del Regno Unito, il 23 agosto 1914 il Giappone dichiarò guerra alla Germania, segnando il destino degli sparpagliati possedimenti tedeschi situati nel Pacifico: ai primi di ottobre una squadra navale giapponese salpò alla volta della Micronesia, dove i tedeschi disponevano di una serie di piccole basi, occupando prima della fine del mese le isole Caroline, le isole Marshall e le isole Marianne praticamente senza combattere. Il 31 ottobre una forza di spedizione nipponica, rinforzata poi anche da un contingente britannico proveniente da Tientsin, pose l’assedio al porto fortificato di Tsingtao, possedimento tedesco in Cina dal 1898, obbligando la guarnigione a capitolare il 7 novembre 1914. Il resto delle colonie tedesche fu occupato dai dominion australi del Regno Unito: il 30 agosto 1914 una forza neozelandese conquistò senza spargimenti di sangue le Samoa, mentre la Nuova Guinea tedesca fu occupata dagli australiani in settembre dopo una breve campagna contro la piccola guarnigione del possedimento. L’ultimo avamposto tedesco, Nauru, cadde in mano australiana il 14 novembre 1914.

Guerra, errori e conseguenze politiche tra alleati

All’inizio delle ostilità le due principali flotte da guerra, quella britannica e quella tedesca, si fronteggiarono nelle ristrette acque del Mare del Nord. La Germania, consapevole dell’inferiorità numerica nei confronti della Grand Fleet britannica, mantenne un atteggiamento prudente, decidendo di evitare uno scontro diretto finché posamine e sommergibili non l’avessero indebolita e non avessero diminuito i commerci con le colonie. La geografia della costa nord della Germania favoriva questo tipo di strategia: le rive frastagliate, gli estuari e la protezione assicurata dalle isole come Helgoland costituivano un formidabile scudo per i porti di Wilhelmshaven, Bremerhaven e Cuxhaven e allo stesso tempo offriva un’eccellente base per rapide incursioni nel mare del Nord.

Durante il primo anno di guerra il Regno Unito si preoccupò quindi di pattugliare il Mare del Nord e permettere il trasferimento della forza di spedizione attraverso La Manica. L’unica azione di rilievo fu un’incursione nella baia di Helgoland, ove la squadra dell’ammiraglio David Beatty affondò parecchi incrociatori leggeri tedeschi confermando alla Kaiserliche Marine la necessità di continuare una tattica difensiva e di accelerare l’attività di sommergibili e posamine. La guerra nel mar Mediterraneo si aprì con un errore destinato ad avere forti conseguenze politiche per gli alleati: nel bacino si trovavano due delle più veloci navi da guerra tedesche, l’incrociatore da battaglia Goeben e l’incrociatore leggero Breslau. Ricevuto l’ordine da Berlino di puntare verso Costantinopoli, furono inseguite dalla Royal Navy, che però non riuscì a intercettarle. Il ministro della guerra turco Ismail Enver diede il suo assenso all’entrata nei Dardanelli alle due navi, ben sapendo che tale decisione rappresentava un atto ostile nei confronti del Regno Unito e che avrebbe sospinto la Turchia nell’orbita tedesca.

Per non pregiudicare la neutralità della Turchia, esse vennero comunque cedute con un finto atto di vendita. Non seguirono atti ostili e le unità furono ancorate al porto di Costantinopoli. Negli oceani invece la caccia alle unità tedesche fu l’obiettivo principale per le flotte alleate. La Germania non ebbe il tempo per far uscire le proprie unità dalle basi del Mare del Nord, così allo scoppio della guerra furono solo i pochi incrociatori dislocati all’estero a costituire una minaccia per i commerci degli alleati. Non era facile conciliare l’esigenza di concentrare le forze nel Mare del Nord in vista di un attacco a sorpresa della Germania con la necessità di pattugliare e difendere le rotte marittime dell’India e dei Dominions. Con la distruzione dell’Emden avvenuta il 9 novembre 1914, i britannici resero sicuro l’oceano Indiano, ma questo successo fu neutralizzato dalla grave sconfitta subita nella battaglia di Coronel nell’oceano Pacifico, dove la divisione dell’ammiraglio Cradock fu battuta dagli incrociatori corazzati dell’ammiraglio Maximilian von Spee.

Questo scacco fu prontamente riscattato dall’ammiraglio Doveton Sturdee, che alla guida degli incrociatori da battaglia Inflexible e Invincible appositamente distaccati dalla Grand Fleet, l’8 dicembre 1914 inseguì la squadra di von Spee nei pressi delle Isole Falkland e ne affondò l’intera divisione (tranne l’incrociatore leggero Dresden che si autoaffonderà tre mesi dopo), distruggendo l’ultimo strumento della potenza navale tedesca negli oceani. Da quel momento in poi gli alleati poterono contare su sicure vie di comunicazione oceaniche per i loro traffici di rifornimenti e truppe. Poiché le rotte oceaniche devono per forza avere un capolinea sulla terra ferma, la logica risposta tedesca fu quella d’incrementare lo sviluppo dell’arma sottomarina, che rese gradualmente più pericolose le traversate. I fronti dove si combatteva e quelli dove ci si aspettava di farlo erano ormai numerosi.

Tutti i belligeranti iniziarono a impiegare ogni risorsa a disposizione e allo stesso tempo affiorarono le prime voci di opposizione alla guerra nel Regno Unito, in Germania (dove il 1º aprile ebbe luogo una manifestazione organizzata da Rosa Luxemburg), in Francia e in Russia. L’Italia, pur restando neutrale, era in cerca dei migliori vantaggi territoriali in cambio di un proprio intervento: l’8 aprile 1915 offrì di affiancare in guerra le potenze centrali se le fossero stati ceduti Trentino, isole della Dalmazia, Gorizia, Gradisca e riconosciuto il “primato” sull’Albania. Una settimana dopo l’Austria-Ungheria rifiutò le condizioni e l’Italia fece richieste ancora più gravose alle potenze dell’Intesa, che si dissero disposte a intavolare delle trattative. Intanto sul fronte del Caucaso l’avanzata russa provocò il risentimento dei turchi contro la popolazione armena, sospettata di aver favorito le truppe dello zar. L’8 aprile iniziarono i rastrellamenti e le fucilazioni, dando avvio a una vera e propria pulizia etnica. Massacri e deportazioni divennero sistematici e gli appelli rivolti agli alleati e a Berlino perché intervenissero in qualche modo rimasero inascoltati.

Trattative segrete e complotti: la triplice alleanza

Alla fine del 1914 il ministro degli esteri Sidney Sonnino avviò contatti con entrambe le parti per ottenere i maggiori compensi possibili e il 26 aprile 1915 concluse le trattative segrete con l’Intesa mediante la firma del patto di Londra, con il quale l’Italia si impegnava a entrare in guerra entro un mese. Il 3 maggio successivo fu rotta la Triplice alleanza, fu avviata la mobilitazione e il 23 maggio fu dichiarata guerra all’Austria-Ungheria, ma non alla Germania, con cui Antonio Salandra sperava, futilmente, di non guastare del tutto i rapporti.

Il piano strategico dell’esercito italiano, sotto il comando del generale e capo di stato maggiore Luigi Cadorna, prevedeva un atteggiamento difensivo nel settore occidentale, dove l’impervio Trentino costituiva un saliente incuneato nell’Italia settentrionale, e un’offensiva a est, dove gli italiani potevano contare a loro volta su un saliente che si proiettava verso il cuore dell’Austria-Ungheria. Dopo aver occupato il territorio di frontiera, il 23 giugno gli italiani lanciarono il loro primo assalto alle postazioni fortificate austro-ungariche, attestate lungo il corso del fiume Isonzo: l’azione andò avanti fino al 7 luglio, ma a dispetto della superiorità numerica gli italiani non conquistarono che poco terreno al prezzo di molti caduti. Lo schema si ripeté identico a metà luglio, e poi ancora in ottobre e novembre: ogni volta gli assalti frontali degli italiani cozzarono sanguinosamente contro le trincee austro-ungariche attestate sul bordo dell’altopiano del Carso, che sbarrava agli attaccanti la via per Gorizia e Trieste.

Nel settembre 1915 un contingente anglo-indiano al comando del generale Charles Vere Ferrers Townshend risalì il Tigri fino a prendere l’importante città di al-Kut. Benché le linee di rifornimento fossero molto estese, l’alto comando spinse Townshend a proseguire l’avanzata verso la vicina Baghdad, un obiettivo molto più ambito, ma tra il 22 e il 25 novembre le unità britanniche subirono un arresto nella battaglia di Ctesifonte per opera delle rafforzate truppe ottomane. Townshend si ritirò dentro Kut, dove ben presto rimase tagliato fuori e assediato. Quattro distinti tentativi di soccorrere la guarnigione fallirono miseramente e dopo cinque mesi di assedio le forze anglo-indiane, ormai alla fame, capitolarono il 29 aprile 1916, lasciando 12.000 prigionieri in mano ai turchi.

Un nuovo fronte fu aperto nel sud della Palestina: l’Egitto era ufficialmente un vassallo ottomano, sebbene fosse politicamente controllato dal Regno Unito fin dal 1880, e allo scoppio delle ostilità era stato rapidamente occupato da una forza di spedizione britannica, australiana e neozelandese. Il canale di Suez rappresentava un punto vitale per gli alleati e i tedeschi fecero pressione sugli ottomani perché ne progettassero l’occupazione. L’offensiva di Suez iniziò il 28 gennaio 1915 ma dopo una settimana di scontri le forze ottomane furono respinte, anche per via della difficoltà nel mantenere i collegamenti logistici attraverso l’inospitale penisola del Sinai. Le forze alleate si mantennero rigorosamente sulla difensiva fin verso la metà del 1916, quando le continue incursioni ottomane su piccola scala contro il canale convinsero il comandante britannico Archibald Murray a passare all’offensiva: avanzando metodicamente e costruendo, strada facendo, una ferrovia e un acquedotto, le forze britanniche si spinsero attraverso la costa settentrionale del Sinai e sconfissero gli ottomani nella battaglia di Romani (3-5 agosto 1916), ricacciandoli definitivamente oltre la frontiera con la Palestina.

Falliti tutti i tentativi di aggiramento, sul fronte occidentale i due schieramenti iniziarono a fortificare le proprie posizioni scavando trincee, camminamenti, rifugi, erigendo casematte. Dal mare del Nord alle Alpi, fra uno schieramento e l’altro, si estendeva la terra di nessuno, una fascia di terreno martoriata dalle granate e continuamente contesa da entrambi gli schieramenti, che rappresenterà fino agli ultimi attacchi alleati del 1918 la prerogativa del conflitto. Nel corso del 1915, mentre i tedeschi conducevano una quasi esclusiva strategia difensiva, gli anglo-francesi progettarono una serie di offensive per tentare di rompere il fronte e tornare alla guerra di movimento.

Le stragi e la follia delle avanzate strategiche

Già il 20 dicembre 1914 i francesi lanciarono una grande offensiva nella regione della Champagne-Ardenne, proseguita fino al 20 marzo 1915 con scarsissimi guadagni territoriali. Fu poi la volta dei britannici che in marzo attaccarono a Neuve-Chapelle, nell’Artois: fu aperta una piccola breccia nel fronte ma gli attaccanti furono lenti ad approfittarne e i tedeschi la chiusero rapidamente. Tra maggio e giugno gli anglo-francesi lanciarono un nuovo attacco nell’Artois, seguito da una terza offensiva tra settembre e novembre mentre contemporaneamente i francesi attaccavano nella Champagne, prima che l’inverno rallentasse i combattimenti: ancora una volta fu guadagnato poco terreno al prezzo di pesanti perdite.

L’unica azione offensiva tedesca su vasta scala a occidente nel 1915 si ebbe il 22 aprile, quando prese avvio la seconda battaglia di Ypres: impiegando per la prima volta e su vasta scala gas venefici (cloro), i tedeschi tentarono di rompere il fronte alleato nelle Fiandre, ma schierarono troppe poche truppe per sfruttare lo sfondamento iniziale e l’attacco fu poi fermato. Iniziò così la “guerra dei gas”, che nel corso del conflitto costò 78.198 uomini fra gli alleati mettendone fuori combattimento per un periodo più o meno lungo almeno altri 908.645. Le stesse forze alleate, nonostante avessero impiegato nel corso della guerra la stessa quantità di gas dei tedeschi, inflissero alla Germania circa 12.000 morti e 288.000 intossicati, a dimostrazione della maggiore efficacia delle tattiche d’impiego tedesche.

Lo stallo sul fronte terrestre spinse entrambi i contendenti a cercare strategie innovative per uscire dall’impasse. Tra gennaio e febbraio la Germania intensificò la guerra sottomarina dichiarando legittimo attaccare tutte le navi, incluse quelle neutrali, adibite al trasporto di viveri o rifornimenti alle potenze dell’Intesa, sostenendo che si trattava di una “rappresaglia” contro il blocco esercitato dalla Royal Navy. Nel frattempo tutti gli eserciti si adoperavano per aumentare le proprie capacità aeronautiche e il 12 febbraio il Kaiser ordinò di condurre una guerra aerea contro l’Inghilterra con l’uso dei dirigibili Zeppelin. Nello stesso periodo iniziò una pratica che caratterizzò la guerra di trincea per tutto il conflitto, sia sul fronte occidentale sia, in seguito, su quello italiano: la guerra di mine. Il 17 febbraio i britannici arruolarono alcuni minatori che iniziarono a studiare le modalità per eliminare da sottoterra le postazioni tedesche.

Sul fronte carsico, dopo che in marzo un altro assalto italiano sull’Isonzo si era concluso con perdite elevate e scarse conquiste, furono gli austro-ungarici a passare all’offensiva nel Trentino: il 15 maggio 1916 ebbe inizio la Strafexpedition (“spedizione punitiva”), durante la quale l’esercito italiano venne attaccato tra la valle dell’Adige e la Valsugana. Nei venti giorni successivi gli austro-ungarici conquistarono una posizione dopo l’altra, minacciando di tagliare fuori le truppe italiane sull’Isonzo. Tuttavia, utilizzando le divisioni di riserva, il generale Cadorna riuscì a fermare gli austro-ungarici e riprendere alcune posizioni, rischiando però che un’ulteriore offensiva sull’Isonzo potesse far perdere ai suoi uomini le poche conquiste fino allora ottenute.

Non riuscendo a smuovere gli austriaci dal Trentino, Cadorna decise di concentrarsi nuovamente sull’Isonzo: il 4 agosto le truppe italiane mossero all’attacco dal Monte Sabotino al mare, raggiungendo e superando l’Isonzo, conquistando Gorizia e costringendo parte della 5ª Armata austro-ungarica a ripiegare di alcuni chilometri sul Carso. Gli austro-ungarici, però, avevano ceduto terreno solo per posizionarsi su una nuova linea difensiva già pronta, contro la quale si infransero i nuovi assalti italiani. A settembre e ottobre ebbero inizio altre due battaglie, la settima (14-16 settembre) e l’ottava (10-12 ottobre) dell’Isonzo, che causarono un ingente numero di vittime e portarono a grame conquiste territoriali: errori, condizioni meteorologiche avverse e scarsità di materiali impedirono agli italiani di sfondare le linee e raggiungere Trieste.

Il comando italiano, già dopo l’ottava offensiva, voleva dare il via a un ennesimo assalto prima che tutto il fronte fosse bloccato dalla cattiva stagione in arrivo: l’azione ebbe inizio solo il 31 ottobre contro la linea passante per Colle Grande-Pecinca-bosco Malo, ma il 2 novembre Cadorna decise di sospendere l’attacco per mancanza di rifornimenti, anche se gli scontri ripresero comunque il 3: nel complesso si avanzò solo di qualche chilometro e le perdite sofferte ammontarono a 39.000 soldati per gli italiani e a 33.000 per gli austro-ungarici.

La Prima Guerra Mondiale si sposta ad est

Prima Guerra Mondiale

Soldati francesi in trincea durante la Prima Guerra Mondiale.

L’Italia impegnata in Trentino si appellò allo zar per diminuire la pressione sul proprio fronte. I comandi russi sapevano che non era possibile sferrare nuovi attacchi per assistere gli alleati, data la precaria situazione di truppe e materiali, che andavano radunati e preparati per una prossima decisiva offensiva da compiersi durante la stagione estiva. Solamente il generale Aleksej Alekseevič Brusilov reagì positivamente alla richiesta e poiché stava organizzando un attacco in luglio, anticipò l’azione a giugno per cercare di costringere gli austro-ungarici a trasferire truppe a est. Il 4 giugno 1916 l’offensiva iniziò con un potente tiro d’artiglieria, condotto da 1.938 pezzi su un fronte di circa 350 chilometri, dalle Paludi del Pryp”jat’ fino alla Bucovina. Dopo aver sfondato in vari punti le linee austro-ungariche, in otto giorni i russi catturarono un terzo delle truppe che si opponevano (2.992 ufficiali e 190.000 soldati), 216 cannoni pesanti, 645 mitragliatrici e 196 obici. Il 17 giugno i russi presero Czernowitz, la città più orientale dell’Austria-Ungheria.

Alla fine di luglio la città di Brody, alla frontiera galiziana, cadde in mano ai russi, che nelle due settimane precedenti avevano catturato altri 40.000 austro-ungarici. Ma anche le perdite russe erano state pesanti e nell’ultima settimana di luglio von Hindenburg e Ludendorff assunsero la difesa dell’ampio settore austriaco. Ai primi di settembre Brusilov raggiunse le pendici dei Carpazi, ma lì si arrestò per le evidenti difficoltà geografiche e soprattutto perché l’arrivo di truppe tedesche da Verdun arrestò la ritirata austro-ungarica e inflisse gravi perdite ai russi. L’offensiva volse al termine e anche se non assestò un colpo mortale agli austro-ungarici, raggiunse l’obiettivo principale di distogliere importanti forze tedesche da Verdun e di costringere l’Austria a sguarnire il fronte italiano. Per converso il potenziale bellico russo calò vistosamente per problemi interni e carenze di materiali.

L’opportunità di scendere in campo con gli alleati, l’amicizia che legava Nicolae Filipescu e Take Ionescu alle potenze occidentali e il desiderio di liberare i connazionali della Transilvania dal controllo austro-ungarico, convinsero l’opinione pubblica romena che l’entrata in guerra avrebbe portato notevoli vantaggi. L’avanzata di Brusilov incoraggiò la Romania il 27 agosto 1916 a compiere il passo decisivo. Il paese avrebbe avuto qualche probabilità di successo se fosse sceso in campo prima, quando la Serbia era ancora una forza attiva e la Russia non aveva ancora intaccato il proprio potenziale. I due anni in più di preparazione avevano raddoppiato il numero di soldati a scapito dell’addestramento, quando invece gli austro-tedeschi avevano ormai sviluppato tattiche e armi adatte alla guerra in corso. L’isolamento della Romania e l’incapacità dei suoi vertici militari avevano impedito la trasformazione di un esercito composto da fanteria in una forza moderna.

L’avventata iniziativa romena si risolse in un’enorme sconfitta: la lentezza delle divisioni che attraversarono i Carpazi consentì a von Falkenhayn (da poco sostituito al comando supremo da Hindenburg e Ludendorff e ora comandante della 9ª Armata sul fronte rumeno) di ingrossare le file austro-ungariche con l’invio di divisioni tedesche e bulgare. Mentre Ludendorff arginava i romeni sui Carpazi, il generale August von Mackensen li attaccò da sud-ovest e il 23 novembre li aggirò superando il Danubio. Nonostante la reazione romena, la forza congiunta di von Falkenhayn e von Mackensen si dimostrò insostenibile per un esercito antiquato e mal comandato: il 6 dicembre gli austro-tedeschi entrarono a Bucarest continuando l’inseguimento dei romeni ormai in rotta. La maggior parte della Romania, con i suoi fertili campi di grano e i giacimenti petroliferi, fu conquistata dagli Imperi centrali, che ridussero l’esercito romeno all’impotenza e inflissero una seria sconfitta politico-strategica agli alleati.

Le enormi perdite subite dalla Russia avevano minato alle fondamenta la resistenza morale e fisica del suo esercito, tanto che al fronte molti ufficiali non riuscivano più a mantenere la disciplina. Su tutto il fronte i bolscevichi incitavano gli uomini a rifiutarsi di combattere e a partecipare ai comitati dei soldati per sostenere e diffondere le idee rivoluzionarie. Dal fronte le agitazioni si trasmisero alle città e alla capitale. Il 3 marzo 1917 a Pietrogrado scoppiò un violento sciopero nelle officine Kirov, la principale fabbrica di armamenti e munizioni: l’8 marzo gli operai in sciopero erano circa 90.000, il 10 marzo fu proclamata la legge marziale e il potere della Duma fu messo in discussione dal Soviet cittadino guidato dal menscevico Chkheidze. I soldati inviati in città si unirono alla folla che protestava contro lo zar, al quale non restò altro che abdicare il 15 marzo 1917.

Gli Stati uniti d’America dichiarano guerra alla Germania

Fu proclamata una “Repubblica russa” retta dal Governo provvisorio russo dominato dal socialista Aleksandr Fëdorovič Kerenskij, il quale si affrettò a confermare la sua alleanza con gli anglo-francesi. In luglio, tuttavia, la nuova offensiva decisa dal governo repubblicano (offensiva Kerenskij) si risolse in una decisa sconfitta per lo stremato esercito russo. Sfruttando il malcontento popolare e delle truppe verso la guerra, tra il 7 e l’8 novembre 1917 le forze bolsceviche s’impossessarono dei centri di potere russi a Pietrogrado e Mosca: la repubblica fu abbattuta e al suo posto nacque una Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa retta da Lenin, rientrato in Russia dalla Svizzera con il permesso dei tedeschi, che ne avevano esattamente stimato l’impatto politico sull’avversario.

La prima mossa del nuovo governo bolscevico fu quella di intavolare trattative per far uscire la Russia dal conflitto. Il 1º dicembre una commissione bolscevica attraversò le linee tedesche a Dvinsk e giunse alla fortezza di Brest-Litovsk, dove una delegazione degli Imperi centrali li attendeva per intavolare trattative di pace: Lenin intendeva chiudere il fronte per rivolgersi ai movimenti controrivoluzionari, che già attaccavano i bolscevichi e gli Imperi centrali colsero l’occasione reclamando condizioni di resa durissime. Dopo lunghi e complessi negoziati, il trattato di Brest-Litovsk, firmato il 3 marzo 1918, sancì la fine della partecipazione russa al conflitto e dei combattimenti sul fronte orientale.

Sebbene nel dicembre 1916 gli Imperi centrali fossero riusciti a impadronirsi di un importante canale di approvvigionamento con l’occupazione della Romania e l’acquisizione del controllo della regione danubiana, il nulla di fatto con cui si era conclusa la battaglia dello Jutland aveva lasciato ai britannici il dominio dei mari, permettendo loro di mantenere il blocco navale: esso era ormai diventato un problema ineludibile, ma d’altro canto i vertici militari nutrivano la speranza che, una volta annientato il blocco, avrebbero potuto risolvere la partita sul fronte occidentale nel giro di pochi mesi. I vertici tedeschi si risolsero quindi a estendere la guerra sottomarina, sebbene ciò aumentasse inevitabilmente il rischio di coinvolgere gli Stati Uniti d’America, già vicini politicamente all’Intesa. Il 1º febbraio 1917 la Germania formalizzò la cosiddetta guerra sottomarina indiscriminata: da quel momento in avanti ogni nave diretta ai porti dell’Intesa sarebbe stata considerata un bersaglio legittimo. Pochi giorni dopo gli Stati Uniti ruppero le relazioni diplomatiche con la Germania.

Nonostante gli incidenti susseguitisi incessantemente per due anni, a partire dall’affondamento del RMS Lusitania, il presidente Thomas Woodrow Wilson si era attenuto alla sua politica di neutralità. L’annuncio della campagna sottomarina indiscriminata mostrò che le speranze di pace di Wilson erano utopistiche e, quando a ciò seguì il deliberato affondamento di navi statunitensi e il tentativo tedesco di istigare il Messico ad attaccare gli Stati Uniti (il caso del “telegramma Zimmermann”), il presidente Wilson ruppe gli indugi. Il 4 aprile 1917 presentò al Congresso la proposta di entrare in guerra: il 6 aprile gli Stati Uniti dichiararono guerra alla Germania. Nessuno dubitava che l’impatto delle truppe statunitensi in Europa sarebbe stato potenzialmente enorme. Gli Stati Uniti avrebbero addestrato circa un milione di soldati, che a poco a poco sarebbero saliti a tre milioni. Ma ci sarebbe voluto almeno un anno, o forse più, prima che le truppe fossero addestrate, trasportate via nave in Francia e rifornite adeguatamente.

Sul fronte dell’Isonzo gli italiani sferrarono due nuove offensive a metà maggio e poi ancora ad agosto, guadagnando qualche posizione sul bordo dell’Altopiano della Bainsizza seppur al prezzo di molti caduti. Il fronte austro-ungarico fu però talmente logorato che la Germania intervenne ancora una volta. Hindenburg e Ludendorff si accordarono con il comandante in capo austro-ungarico Arthur Arz von Straussenburg per l’organizzare un’offensiva combinata. Alle 02:00 in punto del 24 ottobre 1917 le artiglierie austro-tedesche iniziarono a colpire le posizioni italiane dal monte Rombon all’alta Bainsizza, alternando lanci di gas a granate convenzionali, colpendo in particolare tra Plezzo e l’Isonzo.

Subito dopo la fanteria sfondò le linee italiane sia sulle montagne sia nella valle dell’Isonzo, dove una divisione tedesca raggiunse il pomeriggio del 24 ottobre la città di Caporetto. Quindi gli austro-tedeschi avanzarono per 150 chilometri in direzione sud-ovest raggiungendo Udine in soli quattro giorni, mentre l’esercito italiano ripiegava disordinatamente con numerosi casi di disgregazione e collasso di reparti. Cadorna, venuto a sapere della caduta di Cornino il 2 novembre e di Codroipo il 4, ordinò all’intero esercito di ripiegare sul fiume Piave, ove nel frattempo era stata rafforzata una linea difensiva grazie agli episodi di resistenza sul fiume Tagliamento. La disfatta di Caporetto, oltre al crollo del fronte italiano e alla caotica ritirata delle armate schierate dall’Adriatico fino alla Valsugana, comportò la perdita in due settimane di 350.000 uomini fra morti, feriti, dispersi e prigionieri. Altri 400.000 si sbandarono verso l’interno del paese. L’avanzata degli austro-tedeschi fu infine bloccata sulle rive del Piave a metà novembre, dopo una dura battaglia difensiva.

11 novembre 1918 ore 11: lafine della guerra

Nonostante fosse sempre stata superiore in termini numerici alle potenze centrali, all’inizio del 1918 l’Intesa vide ribaltarsi la situazione, a causa delle perdite subite e del collasso della Russia: sarebbero dovuti passare parecchi mesi prima che le forze statunitensi facessero pendere nuovamente l’ago della bilancia in suo favore. Alla conferenza di Rapallo del novembre 1917 fu decisa la costituzione di un consiglio supremo di guerra dove i maggiori esponenti dei governi alleati sarebbero stati affiancati da rappresentanti militari. Di fatto questi ultimi non avevano però il potere esecutivo in quanto i capi di stato maggiore erano subordinati ai rispettivi governi, che nella conduzione della guerra anteponevano interessi economici.

Nel frattempo la Germania iniziò a trasferire decine di divisioni dal fronte orientale a ovest: per la fine di gennaio 1918 ne aveva a disposizione 177 con altre trenta in arrivo, mentre il potenziale alleato, indebolito dalle enormi perdite nel pantano di Passchendaele, scese a 172 divisioni, formate ognuna da nove battaglioni invece che dai soliti dodici. Il generale Ludendorff, cogliendo il momento favorevole e cercando di anticipare l’arrivo in forze delle truppe statunitensi, ripose le speranze di vittoria in una nuova, fulminea e imponente offensiva a occidente. Per poter utilizzare tutte le truppe disponibili era riuscito a estorcere una pace definitiva sia al governo bolscevico, sia alla Romania. Inoltre per assicurare nel possibile una base economica alla sua offensiva, fece occupare gli immensi campi di grano dell’Ucraina, incontrando solo una misera resistenza da parte di truppe cecoslovacche, ex-prigioniere dei russi.

Il 21 marzo Ludendorff lanciò la programmata offensiva che, in caso di successo, avrebbe consentito alla Germania di vincere la guerra: i tedeschi assalirono le posizioni britanniche sulla Somme, provocandone il crollo e avanzando rapidamente nelle retrovie. I risultati conseguiti dai tedeschi durante l’offensiva furono impressionanti rispetto all’esito di altre battaglie sul fronte occidentale: catturarono 90.000 prigionieri e 1.300 cannoni, inflissero agli anglo-francesi 212.000 tra morti e feriti, annientarono l’intera quinta Armata britannica. Per contro dovettero registrare 239.000 perdite tra ufficiali e soldati, con alcune divisioni ridotte alla metà dei loro effettivi e molte compagnie con appena quaranta o cinquanta uomini.

Nel tentativo di replicare il successo iniziale, Ludendorff lanciò una serie di assalti in sequenza in altre zone del fronte: in aprile i tedeschi sfondarono le linee britanniche vicino a Ypres, in maggio guadagnarono altro terreno attaccando i francesi tra Soissons e Reims, in giugno assaltarono le posizioni francesi davanti Compiègne, ma l’azione fallì e fu bloccata nel giro di pochi giorni. Contemporaneamente truppe anglo-statunitensi vennero in soccorso dei francesi contrattaccando sul fronte della Marna. Il 15 luglio Ludendorff lanciò un’ultima disperata offensiva sulla Marna, ma a inizio agosto lo slancio tedesco su tutto il fronte cessò: l’esercito imperiale, benché fosse a un soffio dalla vittoria, era però esausto e dissanguato dalle enormi perdite, perciò cessò di avanzare. Nel frattempo quasi un milione di soldati statunitensi erano giunti in Francia a dar manforte agli alleati.

Anche sul fronte italiano la fine della guerra contro la Russia aveva permesso all’Austria-Ungheria di rischierare le sue truppe e di preparare un’offensiva risolutiva. L’esercito italiano, ora guidato dal capo di stato maggiore Armando Diaz, era tuttavia bene attestato sulle rive del Piave e in fase di rapida riorganizzazione dopo la disfatta di Caporetto. L’offensiva austro-ungarica coinvolse sessantasei divisioni ed ebbe inizio il 15 giugno (battaglia del solstizio): il Piave fu superato in alcuni punti, ma la forte resistenza italiana e la piena del fiume bloccarono infine gli invasori, che il 22 giugno sospesero l’azione. Al termine dei combattimenti gli austro-ungarici avevano subito gravi perdite e logorato la loro già provata macchina bellica. Fallita l’offensiva, che nei piani doveva annientare l’Italia e dare una svolta al conflitto, l’Austria-Ungheria si avviò a un’irrimediabile crisi militare e politica.

L’offensiva alleata inflisse una serie di sconfitte all’esangue esercito tedesco, le cui truppe iniziarono ad arrendersi in numero sempre crescente. Quando gli alleati ruppero il fronte, la monarchia imperiale si dissolse e i due comandanti supremi Hindenburg e Ludendorff, dopo aver tentato invano di convincere il Kaiser a combattere a oltranza, si fecero da parte. Di fronte alla rivoluzione interna e alla minaccia delle forze alleate ormai in vista del confine nazionale, i delegati tedeschi che si erano recati a Compiègne già il 7 novembre non ebbero altra scelta che quella di accettare le gravose condizioni imposte dagli alleati. L’armistizio entrò in vigore alle 11 dell’11 novembre 1918, ponendo fine alla guerra.

Interessi e atrocità della mafia nigeriana in Italia

“Vorrei attirare la vostra attenzione sulla nuova attività criminale di un gruppo di nigeriani appartenente a sette segrete, proibite dal governo a causa di violenti atti di teppismo: purtroppo gli ex membri di queste sette che sono riusciti ad entrare in Italia hanno fondato nuovamente l’organizzazione qui, principalmente con scopi criminali”. Poche righe chiarissime. Non pronunciate in un convegno da un criminologo, ma inserite in una informativa riservata del 2011 dell’ambasciata nigeriana a Roma. Dopo pochi anni, quello della mafia nigeriana diventa un preoccupante caso nazionale. Una storia di cronaca. Anzi, una delle tante storie di cronaca.

Gli adepti di queste congreghe sono violenti, spietati e sanguinari e cercano di importare in Italia le metodologie tribali nigeriane, puntando a controllare il mercato della droga e della prostituzione, soprattutto eroina e cocaina, a colpi di machete, pugnalate e torture di vario genere. Dunque, ancora una volta l’Italia si scopre salotto buono delle mafie. Non più solo la ndrangheta calabrese, la mafia siciliana, la camorra campana e la sacra corono unita pugliese, ma adesso anche la mafia nigeriana, che si somma alle varie altre mafie straniere che negli anni hanno fatto affari d’oro in Italia, come quella russa, quella rumena e quella albanese. Un vero fallimento dello Stato. Anzi, il vero fallimento dello Stato.

Dove comanda la mafia, la democrazia, la Costituzione e tutte le leggi hanno fatto un passo indietro, per impotenza, per imperizia e perché all’interno dell’apparato statale dilaga la corruzione. La mafia nigeriana, detta anche mafia di Langtan, dall’omonima cittadina della Nigeria, è ormai una delle più potenti organizzazioni criminali internazionali che si è sviluppata in Nigeria e si è auto esportata in mezza nel bacino del mediteraneo. Nasce agli inizi degli anni Ottanta, in seguito alla crisi del petrolio, risorsa chiave del Paese, che portò i gruppi dirigenti a cercare l’appoggio della criminalità locale per mantenere i loro privilegi.

Così protetta, la criminalità organizzata ha potuto organizzarsi e strutturarsi ancora meglio e svolgere i propri traffici del tutto indisturbata, addirittura aiutata e sostenuta da una parte del mondo politico della Nigeria, oltre che dallo scarso controllo che lo Stato esercita sul vasto territorio nazionale. Composta principalmente da persone di etnia Ibo o Yoruba con un elevato grado di istruzione, la mafia nigeriana si è conquistata un posto di livello internazionale nel mondo del crimine. Presente in molti paesi – come Germania, Spagna, Portogallo, Belgio, Romania, Inghilterra, Austria, Stati Uniti, Croazia, Slovenia, Repubblica Ceca, Ungheria, Ucraina, Polonia, Russia, Brasile e Italia – gestisce oltre al traffico di eroina e di cocaina anche la prostituzione delle proprie connazionali.

Il modello strutturale della criminalità organizzata in Nigeria è formato da gruppi autonomi sciolti e, allo stesso tempo, dipendenti da un vertice unico. Si tratta di un sistema in cui cellule criminali più strutturate si accompagnano a cellule contingenti che, diversamente dalle precedenti, nascono in corrispondenza di un singolo affare criminale e si sciolgono al termine di quest’ultimo. I gruppi criminali sono di genere maschile, soprattutto per le attività di narcotraffico e truffe telematiche, femminile per quanto riguarda in particolare lo sfruttamento della prostituzione con la figura delle madame, tipicamente ex vittime di tratta che gestiscono il sistema di sfruttamento e vi sono anche gruppi misti.

Frustate e torture per affiliarsi ad uno dei gruppi

Uno dei riti di iniziazione più frequenti è il sottoporsi a frustate da parte del boss dell’organizzazione. In Nigeria operano più che altro confraternite e bande criminali sotto il controllo di un capo. Le prime, formate principalmente da studenti, si dedicano a intimidire i professori con minacce pesanti per avere buoni risultati a scuola. Le seconde sono dedite al traffico di droga, armi e alla prostituzione delle nigeriane. A partire dagli anni Ottanta la mafia nigeriana si è espansa in molti Paesi tra cui l’Italia dove opera per lo più nelle zone meridionali, Campania e Sicilia. L’organizzazione dei Black Axe è nata negli anni Settanta a Benin City in Nigeria. Elementi di questa organizzazione criminale sono già stati rilevati a Brescia e Torino.

Il 15 gennaio 2007 con l’operazione Viola vengono arrestati sessantasei presunti appartenenti alla mafia nigeriana, di cui 23 già in ottobre 2007, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di esseri umani e narcotraffico in Italia, Paesi Bassi, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Belgio, Stati Uniti e Nigeria. Il 18 febbraio 2010 vengono arrestati cinque nigeriani nell’operazione Piovra Nera: gestivano un traffico di cocaina a Genova. Nel 2009 a Brescia viene decapitata l’organizzazione capeggiata da Frank Edomwonyi con l’arresto di 12 persone.

A Torino nel 2010 vengono condannati per associazione mafiosa alcuni affiliati ai Black Axe e Eiye che si erano fatti una guerra che aveva macchiato di sangue e gettato nel terrore diverse periferie della città della Mole già nel 2003. Voci non confermate ufficialmente ma non smentite sostengono che l’Aisi, il sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica, dal 2012 controlli il presunto capo della confraternita Eyie, Grabriel Ugiagbe, che gestirebbe i suoi affari criminali da Catania, spostandosi poi in Nord Italia, Austria e Spagna. La roccaforte dell’organizzazione è Castelvolturno.

Il 19 ottobre 2015 per la prima volta in Sicilia presunti membri di un’organizzazione criminale straniera vengono accusati del reato di associazione mafiosa. In particolare, viene scoperta la confraternita nigeriana dei Black Axe che gestisce lo spaccio e la prostituzione nel quartiere Ballarò di Palermo sotto l’egida di Giuseppe Di Giacomo, boss del clan di Porta Nuova, ucciso poi il 12 marzo 2014. Infatti, nel regno che fu di Riina e Provenzano per la prima volta viene contesta l’aggravante mafiosa a un’organizzazione straniera. Il gruppo controllava spaccio e prostituzione a Ballarò con il beneplacito dei boss locali.

Qualche mese prima dell’omicidio di Di Giacomo, gli investigatori palermitani iniziano ad accorgersi che sotto il monte Pellegrino c’è una nuova gang. È il 27 gennaio 2014: quella notte in via del Bosco – quartiere Ballarò – due cittadini nigeriani vengono aggrediti a pugni, calci e chirurgici colpi di ascia da sei connazionali. Quella che gli agenti della squadra mobile scorgono nell’oscurità è un scena raccapricciante: alla fine della spedizione punitiva, infatti, le due vittime vengono marchiate con un taglio profondo, eseguito probabilmente con un machete, che gli sfregia la parte superiore del volto. Affettati come in macelleria.

La mafia nigeriana tra spaccio di droga e prostituzione

Una vera e propria associazione criminale di stampo mafioso, con tanto di capi e gregari, riti d’iniziazione e affari, metodi di convincimento spietati e violenti, protetta dalla più terribile forma d’immunità: l’omertà. Dopo un secolo e mezzo di storia criminale siciliana legata a Cosa nostra, si scopre che una nuova mafia ha messo radici a Palermo, tessendo alleanze e arrivando a comandare tra i vicoli del centro storico. Nuovi boss che vengono da lontano e non parlano il siciliano. Nuove organizzazioni consolidate nel continente africano che si riuniscono sotto il nome di Black Axe, Ascia Nera, nata appunto negli anni Settanta all’università di Benin City, in Nigeria, come una confraternita di studenti.

All’inizio è una gang a metà tra un’associazione religiosa, li chiamano culti, e una banda criminale, che stabilisce riti d’iniziazione e impone ai suoi affiliati di portare un copricapo, un basco con un teschio e due ossa incrociate, come il simbolo dei corsari. Da qualche anno, però, i tentacoli di questa nuova piovra arrivano anche in Italia. Guarda caso, i nuovi capi nigeriani iniziano a dettare legge nei sobborghi di città come Brescia e Torino: droga, spaccio, gestione delle prostitute e un regime di terrore molto simile a quello che è il marchio di fabbrica delle mafie di casa nostra, ma con ancor meno scrupoli.

Le indagini si indirizzano su altri tre cittadini della Nigeria che vivono tra i vicoli di Ballarò. I loro nomi sono Austine Ewosa, detto Johnbull, Vitanus Emetuwa, detto Acascica e Nosa Inofogha. “Picchiati perché molestato mia donna” ha ammesso Johnbull, il capo dei tre, sperando che la scusa utilizzata anche in altre città per giustificare le risse tra nigeriani, possa servire a distrarre l’attenzione degli investigatori dai suoi reali interessi. I sostituti procuratori Gaspare Spedale e Sergio Demontis, però, non ci credono e scoprono che Johnbull è il capo del trio e, probabilmente, è uno dei boss della Black Axe a Palermo. Ballarò è il suo regno, ed è proprio tra quei vicoli che indisturbato gestiva lo spaccio di droga, minacciando e massacrando tutti quelli che volevano provare a vendere la roba senza sottomettersi alla sua banda.

Il giornalista Mario Portanova, de Il Fatto Quotidiano, spiega che: “La rete criminale arriva in Piemonte, Lombardia, Veneto, Campania (area domiziana), Sicilia (Palermo, in particolare). Regola i conti con pestaggi e aggressioni a colpi di machete, asce, coltelli, bottiglie rotte. Sembrano volgari risse da strade, ma dietro si nasconde una mafia globale, che dalla Nigeria si è sparsa in ottanta Paesi, secondo l’Fbi, conquistando spesso il primato nel traffico di droga – dall’eroina alla cocaina al crack –, nello sfruttamento della prostituzione e nelle truffe economiche, anche ai danni di grandi aziende. Se le gang originarie del Paese più popolato dell’Africa sono ormai da decenni all’attenzione delle polizie di mezzo mondo fino a questo momento la criminalità organizzata nigeriana ha avuto vita abbastanza facile in patria. Forte, come ogni mafia che si rispetti, di salde protezioni politiche”.

“Hanno persone ai massimi livelli governativi che li sostengono sistematicamente, così riescono a sfuggire alle indagini e alle pene più severe quando vengono arrestati. Molti politici assoldano questi gruppi per attaccare gli oppositori, specie nelle competizioni elettorali per le cariche più importanti. E anche i criminali trasferiti in altri Paesi hanno appoggi che rendono più difficile un contrasto efficace alla reale minaccia che rappresentano, ha raccontato Eric Dumo, reporter di The Punch, uno dei più affermati e autorevoli quotidiani della Nigeria.

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Nigeriani in Italia sui barconi alla conquista del nord

Non chiederti come c’è arrivata fin qui la mafia nigeriana. Poco alla volta e sui barconi. Si rifocillavano nei centri di prima accoglienza e poi sparivano, andando ad ingrossare le fila della mafia nigeriana, che intento si ramificava rapidamente lungo la Penisola. Sempre più organizzata e pericolosa. Sempre più potente. In tutte le città. A Ferrara, a Novara, a Padova, a Biella, a Brescia, a Rimini… Un primo pentito nigeriano ha parlato agli investigatori di Novara. Uno degli aggrediti ha rivelato: “Aye mi aveva chiesto di aderire alla società occulta mafiosa che dà protezione ai membri che opprimono e sfruttano i connazionali. Io non ho accettato. Allora mi ha accompagnato nel cortile e lì, mentre uno mi teneva fermo, un altro mi ha spaccato una bottiglia in testa”.

Il meccanismo del racket della prostituzione è semplice. Contatti di Torino mi hanno spiegato che le ragazze, anche minorenni, firmano un contratto a casa loro impegnandosi a versare cinquantamila euro in cambio di un lavoro onesto quando saranno a destinazione. La ragazza viene affidata ad un accompagnatore che l’aiuta a superare indenne il Togo, il Ghana e la Costa d’Avorio, per raggiungere la Libia. Da lì sarà imbarcata sui gommoni e prelevata in mare insieme ai compagni da una Ong o da una nave di Frontex. In Sicilia, una donna dell’organizzazione, una maman, la istruirà tra riti vudù e altre perversioni su come comportarsi per saldare il debito di cinquantamila euro. Chi non rispetta i patti causa la condanna a morte dei parenti in terra di origine e viene brutalmente picchiata.

A Torino, la mafia nigeriana è sempre più potente a Torino. Bisognerebbe domandarsi come sia riuscita a penetrare nel territorio torinese gestendo diversi tipi di traffici illeciti nonostante la presenza di forze dell’ordine e della ndrangheta. “Chi segue questi culti nigeriani a Torino controllava una fetta di territorio. In molti casi erano piccole zone, pezzi o intere vie cittadine in cui riuscivano a esercitare un controllo totale su alcune attività come spaccio e prostituzione. In altre zone si dedicavano ad estorcere denaro a commercianti della loro stessa nazionalità”, ha detto Marco Martino, dirigente della sezione criminalità organizzata della squadra mobile di Torino.

Attento conoscitore di Torino e di determinate dinamiche, Martino ha anche evidenziato come “Il controllo del territorio in certe aree del nord Italia non è appannaggio della mafia italiana, che per forza di cose lascia alcune zone scoperte, questo è chiaro. Ecco perché in quei luoghi si registra una maggiore penetrazione dei sodalizi criminali stranieri. Ci sono tante zone in cui, fortunatamente, non c’è il controllo della criminalità organizzata. Al contrario, dove la mafia italiana è forte, per le mafie straniere è davvero molto difficile espandersi. A Torino, per fare un esempio, i rumeni della gang della Brigada, i cinesi, così come la mafia russa, difficilmente riescono a radicalizzare sul territorio”.

Alex Zanardi: successi, incidenti e rivincite

Alex Zanardi, Alessandro all’anagrafe, 52 il 23 ottobre 2018, bolognese del 1966, è una delle più belle leggende che lo sport italiano possa vantare. Era ‘solo’ un pilota, dopo il terribile incidente che gli ha causato la perdita degli arti inferiori, è diventato la conferma vivente di quanto lo sport possa essere terapeutico e di quanta influenza possa avere sulla società. Lo sport e i sogni aiutano a superare la malattia, aiutano a superare anche l’handicap. Chi è oggi Alex Zanardi? È ancora il più rappresentativo pilota automobilistico, ma anche il più famoso paraciclista e conduttore televisivo italiano paraplegico.

Nell’automobilismo si è laureato campione Cart nel 1997 e 1998, e campione italiano superturismo nel 2005. Nel paraciclismo ha conquistato quattro medaglie d’oro ai Giochi Paralimpici di Londra 2012 e Rio 2016, e otto titoli ai campionati mondiali su strada. Alex Zanardi nasce da Anna e Dino Zanardi. La madre era una sarta, mentre il padre faceva l’idraulico. Da bambino si trasferisce a Castel Maggiore, a pochi chilometri dal capoluogo emiliano e qui sviluppa la passione per i motori, appassionandosi alla Formula 1. Ha anche una sorella maggiore, Cristina, morta a seguito di un incidente stradale nel 1979. Diplomatosi come geometra, Alex è sposato con Daniela, ed è padre di Nicolò.

A quattordici anni il padre gli regala il suo primo kart e Zanardi comincia a praticare regolarmente la sua passione con alcuni amici. Il suo esordio avviene a Vado, in una gara sponsorizzata dalla Pubblica assistenza nel 1980. Dopo un paio di anni di apprendistato, in cui affina il suo stile di guida, tanto da guadagnarsi il soprannome di Parigino per la sua abilità nella gestione del mezzo, comincia a ottenere risultati di rilievo e nel 1982 si iscrive al campionato nazionale, nella categoria 100cc.

Nonostante possa contare su un mezzo scarsamente competitivo e solamente sull’assistenza del padre che gli fa da meccanico, a fine anno riesce a concludere terzo in classifica generale e attira l’attenzione del proprietario di un’azienda produttrice di pneumatici per kart che gli garantì la sponsorizzazione necessaria per passare alla categoria 100 Super e fare le prime apparizioni in gare di livello internazionale. Dopo aver disputato una buona stagione nel 1983 e una più altalenante nel 1984, Zanardi comincia a cogliere diversi successi: correndo come pilota non ufficiale per il team di Achille Parrilla, riesce a conquistare il titolo italiano nel 1985, vincendo tutte le gare tranne una, e si impone al Gran Premio di Hong Kong, risultato che ripete nel 1988.

Si riconferma campione italiano e vince il Campionato Europeo nella categoria 135 cc nel 1987. Proprio in quell’anno è protagonista di un episodio singolare in una gara a Göteborg: protagonista di un lungo duello con Massimiliano Orsini, all’ultimo giro viene speronato da quest’ultimo, che si ritira. Nel tentativo di portare comunque a termine la gara, decide di spingere il kart fino al traguardo, ma viene bloccato dal padre di Orsini, che nel frattempo è entrato in pista scavalcando le barriere. Questo episodio permette a Michael Schumacher, fino a quel momento in terza posizione, di laurearsi campione europeo nella categoria 100 cc.

Dopo il karting, la F3 e la F3000 per Alex

Nel 1988 esordisce nella F3 italiana, con una Dallara-Alfa Romeo del team di Coperchini, grazie anche all’aiuto del padre di Max Papis, con cui ha stretto amicizia ai tempi dei kart, che lo sostiene finanziariamente e ad alcuni sponsor personali. Durante questa stagione ha alcune difficoltà ad adattarsi al nuovo tipo di vetture e non va oltre un quinto posto. L’anno seguente passa nella squadra di Ruggero Zamagna e si ritrova a guidare una Ralt-Toyota, con cui ottiene le prime soddisfazioni, come la pole position nella gara inaugurale di Vallelunga, conclusa poi al secondo posto, ma per via delle fragilità del motore nipponico e anche a causa del passaggio da parte della scuderia a una benzina senza piombo per la prima vittoria deve attendere il 1990.

Quell’anno fa la conoscenza della donna destinata a divenire sua moglie e compagna di vita, Daniela. Con il passaggio al team RC Motorsport riesce a imporsi in due appuntamenti e sfiora il titolo italiano, giungendo secondo a tre punti da Roberto Colciago. Parte in pole position al Gran Premio di Monaco di Formula 3 e vinse la Coppa Europa in prova unica a Le Mans (dopo la squalifica di Schumacher). Nel 1991 decide di passare in Formula 3000, categoria nella quale ha già esordito a fine 1989 in una gara, guidando per il team Il Barone Rampante, al volante di una Reynard.

Nonostante diversi interrogativi antecedenti l’inizio della stagione, che in particolare riguardano il fatto che pilota e scuderia siano praticamente esordienti, vince la gara d’esordio a Vallelunga, ripetendosi un paio di mesi dopo al Mugello. Nonostante le otto partenze in prima fila su dieci gare (tra cui le pole position di Pau, Mugello, Pergusa e Brands Hatch) non riesce a conquistare il titolo, che va a Christian Fittipaldi, in particolare a causa di problemi di affidabilità che colpiscono Zanardi durante la stagione. Viene comunque premiato da Autosprint alla cerimonia dei Caschi d’oro come miglior pilota italiano dell’anno ed ha modo di testare per la prima volta una vettura di Formula 1, guidando una Footwork Arrows.

Le convincenti prestazioni in Formula 3000, attirano l’attenzione di diversi addetti ai lavori di Formula 1. Nel 1991 Zanardi viene contattato, dopo il Gran Premio del Belgio, sia da Eddie Jordan, manager dell’omonima squadra, che cerca un pilota che sostituisca Michael Schumacher, in procinto di passare alla Benetton, sia dalla stessa squadra anglo-italiana per tutelarsi nel caso il passaggio non fosse andato a buon fine. Fallita l’occasione di esordire al Gran Premio d’Italia, il debutto capita al successivo Gran Premio di Spagna, quando Jordan decide di sostituire Roberto Moreno, che non rientra nei piani della scuderia, con Zanardi per le ultime tre gare stagionali.

Nonostante non sia riuscito a eseguire alcun test preliminare, in quanto impegnato a disputare le ultime gare di Formula 3000, il pilota italiano si qualifica ventunesimo, dietro al compagno di squadra De Cesaris, e in gara ottiene il nono posto assoluto. Dopo un ritiro per la rottura del cambio a Suzuka mentre si trova in ottava posizione e dimostra una buona competitività, replica il risultato della gara d’esordio in Australia in una corsa interrotta dopo pochi giri a causa della pioggia.

Zanardi e l’ingiusto ‘precariato’ in F1

Nonostante i buoni risultati ottenuti e il desiderio da parte di Eddie Jordan di confermarlo per la stagione successiva, il team irlandese versa in una situazione finanziaria precaria e necessita di ingenti sponsor di cui Zanardi non dispone. Il budget per disputare la stagione venne trovato solo grazie all’accordo con la Sasol, che però impose come secondo pilota Maurício Gugelmin. Quindi è costretto a cercare un’altra scuderia e firma un contratto con Ken Tyrrell per correre la prima gara stagionale con la sua squadra, ma il maggior introito economico garantito da De Cesaris fa sì che il bolognese si ritrovi senza un volante.

Flavio Briatore gli propone allora di assumerlo come collaudatore e terza guida per la Benetton, affidandogli il compito di svolgere test aerodinamici per lo sviluppo della vettura. A metà stagione, poi, Gian Carlo Minardi gli dà l’occasione di disputare tre corse in sostituzione di Christian Fittipaldi, infortunatosi durante le prove del Gran Premio di Francia. La scarsa confidenza con la monoposto della Minardi, unita a una forma fisica non perfetta dovuta alla sostanziale inattività agonistica, non favorirono il pilota bolognese nell’ottenere buoni risultati.

Dopo aver mancato la qualificazione in Gran Bretagna, in Germania è costretto al ritiro nel corso del primo giro per la rottura del cambio. L’ultima gara stagionale fu, per lui, il Gran Premio d’Ungheria, in cui manca nuovamente la qualificazione, dopodiché ritorna alla Benetton per proseguire i test, dedicandosi a sessioni di collaudo del nuovo sistema di sospensioni attive che sarebbe stato utilizzato nel 1993. L’anno seguente viene ingaggiato dalla Lotus come seconda guida di Johnny Herbert dopo che in una simulazione di gara a Le Castellet realizza tempi più veloci di Michael Schumacher, attirando le attenzioni del team inglese. Zanardi firma un contratto triennale con un’opzione di rinnovo annuale da esercitarsi da parte della squadra.

Nella prima parte di stagione, pur esibendo buone doti velocistiche, ha un andamento altalenante: ottiene il primo punto mondiale piazzandosi in sesta posizione al Gran Premio del Brasile, in cui è pure rimasto vittima di un infortunio durante la corsa, guidando per gli ultimi venti giri con una mano sola. A Imola si rende protagonista di una lunga rimonta fino al quinto posto, ma durante un duello con JJ Lehto per la quarta posizione, ingannato da una frenata anticipata del rivale finlandese, va in testacoda perdendo la possibilità di ottenere un buon piazzamento. Seguono un altro ritiro in Spagna, mentre occupa la sesta posizione, e un settimo posto a Monaco. A questo punto della stagione, però, la Lotus decide di evolvere ulteriormente il suo sistema di sospensioni attive, ma questo causa frequenti problemi di affidabilità. Inoltre Zanardi, nel tentativo di conquistare qualche risultato utile, comincia a prendere maggiori rischi in pista e spesso è costretto al ritiro.

A un incidente fuori dai circuiti, in cui viene investito mentre si trova in bicicletta a Bologna, se ne somma un altro durante le prove del Gran Premio del Belgio. Un guasto alle sospensioni fa sì che il pilota si schianti a oltre 240 chilometri orari contro le barriere del Raidillon, costringendolo a concludere anticipatamente la stagione. Per la notevole forza che si scarica sulla sua schiena Zanardi diventa più alto di 3 centimetri. Esce comunque dall’incidente senza gravi lesioni, nonostante perda conoscenza durante lo scontro. Si riprende abbastanza in fretta dall’urto, ma la Lotus decise di sostituirlo con Pedro Lamy in virtù, soprattutto, della dote finanziaria portata dal portoghese, ritrovandosi quindi di nuovo senza un volante per la stagione successiva.

La riscossa di Alex Zanardi: dalla F1 alla Cart

Perso il posto nel 1994 a vantaggio di Lamy, mantiene comunque quello di collaudatore nel team inglese, anche grazie alle sue buone capacità di fornire indicazioni agli ingegneri durante i test. Il portoghese è vittima di un incidente durante una sessione di test a Silverstone, a causa del cedimento improvviso dell’alettone posteriore, e si rompe entrambe le gambe. La squadra decide di promuovere nuovamente Zanardi a pilota titolare. Si ritrova a utilizzare una monoposto lenta e non aggiornata, oltre che scarsamente affidabile: le principali novità tecniche sono riservate in prima battuta a Herbert, pilota di punta della scuderia. Tutto ciò impedisce nel corso della stagione a Zanardi di collezionare punti iridati.

Inoltre la crisi economica della Lotus spinge il team a rimpiazzarlo in alcune gare con il belga Philippe Adams, pilota pagante che garantisce una dote di sponsor abbastanza ingente. Ciò non è comunque sufficiente per le casse della scuderia che, a fine anno, abbandona la Formula 1, lasciando Zanardi senza un volante. Rimasto senza un contratto per il 1995, Zanardi non prende parte ad alcun evento sportivo, se si eccettua la partecipazione alla Porsche Supercup a Imola, e trascorre gran parte dell’anno a fare l’istruttore nella scuola di guida sicura di Siegfried Stohr. Prende contatti con Rick Gorne, direttore commerciale della Reynard, che conosce già dai tempi della Formula 3000, per sapere se fosse in grado di offrirgli qualche prospettiva per proseguire la sua carriera nelle categorie minori.

Gorne lo mette in contatto con alcune squadre impegnate in Formula Cart, ma i suoi tentativi di fargli prendere parte a gare per l’anno in corso sono infruttuosi. Zanardi riesce ad accordarsi per lo svolgimento di alcuni test con Carl Wells, che intende entrare con un proprio team nella serie l’anno seguente. Entro la fine della stagione disputa poi due ulteriori corse nella categoria GT3 ottenendo discreti risultati. Chip Ganassi è, però, alla ricerca di un secondo pilota da affiancare a Jimmy Vasser per la stagione 1996 e Gorne gli fece il nome di Zanardi: decide quindi di organizzare una sessione di test comparativa con Jeff Krosnoff, in cui il pilota bolognese ben figura, ottenendo i migliori parziali. Nell’ottobre del 1995 firma il contratto con Ganassi valido per i tre anni seguenti. Zanardi si ambienta velocemente nella serie e già nei test invernali ha tempi veloci e vicini a quelli di Vasser.

Instaura un proficuo rapporto con Morris Nunn, il suo ingegnere di macchina, e con il resto della squadra. Nonostante un ritiro al primo appuntamento mondiale, dovuto a un errore dei meccanici nell’avvitamento di una ruota durante la sosta ai box, alla successiva corsa in Brasile conquista la sua prima pole position nella serie. In gara ottiene anche i suoi primi punti, giungendo quarto dopo che scivola in fondo al gruppo per un errato calcolo nella strategia di sosta. Nella prima parte di stagione, però, i risultati tardano ad arrivare, nonostante alcune prestazioni convincenti, sia a causa di alcuni errori di Zanardi sia per alcuni guasti meccanici. A partire dalla gara di Portland, il pilota italiano comincia a installarsi stabilmente nelle prime posizioni, entrando nella lotta al titolo: oltre a conquistare pole position e giro veloce, ottenne la prima vittoria stagionale.

Nelle gare seguenti spesso riesce a giungere a podio e, negli ultimi quattro appuntamenti stagionali, riesce sempre a qualificarsi al primo posto. In tali occasioni si aggiudica due gare, tra cui l’ultimo appuntamento a Laguna Seca, in cui si rende protagonista di un difficile sorpasso alla curva Cavatappi (o Corkscrew), durante l’ultimo giro, ai danni del più esperto Bryan Herta, che fino a quel momento è rimasto in testa. L’enorme risonanza mediatica data all’evento contribuisce allo sviluppo di una rivalità sportiva tra i due piloti, che si svilupperà negli anni seguenti. Zanardi chiude la stagione al terzo posto, mentre il suo compagno di squadra si assicura la vittoria del campionato. Vince il titolo di Rookie of the Year, come miglior debuttante. Durante quest’esperienza, il suo ingegnere di pista Morris Nunn lo soprannomina Pineapple, per la sua insistenza nell’analizzare l’assetto dell’auto per cercare correzioni di comportamento del mezzo.

Successo nella Cart e ritorno in Formula 1

Alex Zanardi

Alex Zanardi sulla Williiams Supertec al GP del Canada 1999.

Nel 1997 Zanardi parte tra i favoriti nella lotta al titolo, visto il finale in crescendo che caratterizza la stagione precedente. Nella prima parte del campionato, pur ottenendo una vittoria a Long Beach e due pole position, rimedia oltre trenta punti di distacco dal leader della classifica Paul Tracy, perdendo punti anche in alcuni circuiti, quali Nazareth e Milwaukee, in cui la monoposto non riusciva a essere competitiva. Torna a imporsi a Cleveland, in cui partì in pole e vinse dopo aver subito due penalità da parte dei giudici di gara, rimontando dal quintultimo posto al primo. A questo punto, Zanardi giunge secondo a Toronto e ottenne tre successi di fila che lo portarono in testa alla classifica con un ampio margine nei confronti dei suoi inseguitori.

Al penultimo appuntamento mondiale, a Laguna Seca, giunge terzo e si laurea per la prima volta campione di Formula Cart. Salta anche l’ultima gara per un incidente durante le prove e, per precauzione, decide di non correre, venendo sostituito dall’olandese Arie Luyendyk. Considerato ormai il favorito per la lotta al titolo, nel 1998 Zanardi va incontro alla sua migliore stagione nella categoria: per sette volte conquista la vittoria e sale sempre sul podio, tranne che in quattro occasioni. Il primo successo arriva alla terza gara stagionale, a Long Beach, in cui, dopo un contatto al via che lo aveva fatto sprofondare nelle ultime posizioni e doppiato di un giro, incitato dal pubblico, riesce a rimontare posizione su posizione fino a cogliere la vittoria.

Nella prima parte di stagione, solo Greg Moore riesce a mantenere il passo del pilota italiano, ma a partire dalla corsa di Detroit, Zanardi inanella quattro vittorie consecutive che gli permettono di staccare i rivali. A Mid-Ohio è protagonista di una controversa prestazione: pur giungendo dodicesimo e prendendo un punto, durante la gara rimane coinvolto in un incidente con PJ Jones e JJ Letho, che poi danneggia anche Michael Andretti. Ritenuto responsabile dell’accaduto, gli viene tolto il risultato ottenuto, e lo multano per 50 mila dollari. Lo stile di guida di Zanardi è spesso criticato da molti suoi colleghi perché ritenuto troppo aggressivo e in varie occasioni fu attaccato durante le riunioni dei piloti.

Nel frattempo, viene contattato da diverse squadre di Formula 1 per sondare il suo interesse a un’eventuale ritorno nella categoria. In particolare Frank Williams si dimostra molto interessato a ingaggiare il pilota italiano e il contratto viene ufficializzato a settembre, nonostante già a luglio si raggiunga un accordo tra i due. A Vancouver si laurea, con quattro gare d’anticipo, campione di Formula Cart per la seconda volta consecutiva e chiude il campionato con 285 punti, staccando di oltre cento lunghezze il compagno di squadra Jimmy Vasser.

Nel luglio del 1998 Zanardi prende contatti con Frank Williams per partecipare al Campionato Mondiale di Formula 1 1999, dopo che il suo nome è stato accostato anche alla Ferrari. L’italiano firma dunque un contratto triennale con il team inglese. Durante i test, però, mostra difficoltà sul giro singolo, mentre il suo passo gara è discreto. Inoltre il pilota deve adattarsi alle nuove vetture, completamente differenti sia da quelle a cui è abituato negli Stati Uniti sia da quelle con cui ha corso negli anni precedenti, incontrando diverse difficoltà nello sviluppo della monoposto e nella messa a punto della stessa.

Ritorno alla Formula Cart: l’incidente del Lausitzring

Già dalla prima gara stagionale Ralf Schumacher, suo compagno di squadra, ottiene prestazioni migliori e va a podio, mentre l’italiano è costretto al ritiro. Nonostante il sostegno da parte del suo team in questa fase iniziale del campionato, le pressioni su di lui vanno aumentando a fronte anche di risultati non eccellenti, e nel giro di poche gare la fiducia del team nei suoi confronti comincia a calare. Rimase spesso vittima di guasti meccanici che complicano il suo percorso nella serie. In Brasile ricevet una multa di cinquemila dollari per aver superato il limite di velocità nella corsia dei box.

A Imola, invece, sembra poter conquistare il primo punto, ma scivola sull’olio lasciato dal motore della vettura di Herbert, ritirandosi mentre occupa la sesta posizione. Il prosieguo della stagione, però, è deludente e raramente Zanardi riesce a concludere le gare, venendo spesso costretto al ritiro o a posizioni di rincalzo. Durante l’estate, poi, viene resa nota l’intesa tra Williams e Bmw per la fornitura dei motori a partire dal 2000 e si diffuse la voce che il pilota italiano a fine stagione avrebbe abbandonato la scuderia. Nonostante ciò in Belgio ripete il suo miglior risultato in qualifica dell’anno e sembra avviarsi verso la conquista dei primi punti stagionali quando, negli ultimi giri, a causa di un errato calcolo della quantità di benzina da immettere nel pit-stop, è costretto a rientrare ai box per un ulteriore rifornimento, perdendo diverse posizioni.

A Monza ottiene la sua miglior qualifica in carriera piazzandosi quarto, ma la rottura del fondo piatto al terzo giro, mentre occupa la terza posizione, non gli permette di mantenere tempi sul giro veloci e termina la gara settimo. Ormai demoralizzato, Zanardi non ottiene più nessun risultato di rilievo, terminando la stagione a zero punti. Pilota e squadra risolvono il contratto, pare per circa quattro milioni di dollari, e l’italiano si ritrova senza un volante per l’anno seguente. Uscito demotivato dall’esperienza in Formula 1 Zanardi si allontanò momentaneamente dal mondo dell’automobilismo. Nel luglio del 2000 torna negli Stati Uniti per sostenere dei test con il team di Mo Nunn, suo ingegnere all’epoca dei titoli conquistati in Champ Car e ora proprietario di una scuderia, che lo ingaggia per la stagione 2001. Lo stesso anno prese parte al Rally di Monza, unica competizione a cui partecipò durante l’anno.

Fin dall’inizio del campionato si evidenziano diversi problemi, tra cui le difficoltà di Zanardi a trovare un buon assetto per le qualifiche e l’inesperienza del team. Errori di strategia della squadra o inconvenienti tecnici gli impediscono più volte di salire sul podio, tanto che il suo miglior risultato è un quarto posto a Toronto. La squadra sta acquisendo fiducia grazie ai progressi della monoposto, e il 15 settembre 2001 Zanardi si presenta motivato all’appuntamento europeo del Lausitzring. Le qualifiche non vengono disputate a seguito di un violento acquazzone e la griglia fu determinata in base alla posizione in campionato.

Nonostante parta ventiduesimo riesce a recuperare posizione su posizione, portandosi al primo posto. A tredici giri dalla fine, dopo aver compiuto la sua ultima sosta, uscendo dai box, dopo aver tolto il limitatore di giri, Zanardi perde improvvisamente il controllo della vettura (pare per la presenza di acqua e olio sulla traiettoria di uscita) che, dopo un testacoda, si intraversa lungo la pista, mentre sulla stessa linea sopraggiunge ad alta velocità Patrick Carpentier e Alex Tagliani. Il primo riesce a evitare lo scontro, il secondo no e l’impatto è violentissimo: la vettura di Tagliani colpisce perpendicolarmente la vettura del pilota bolognese all’altezza del muso, dove sono alloggiate le gambe, spezzando letteralmente in due la Reynard Honda.

Zanardi torna alle corse e poi si dà al paraciclismo

Alex Zanardi

Alex Zanardi alla maratona di New York.

Prontamente raggiunto dai soccorsi, Zanardi appare subito in condizioni disperate: lo schianto ha provocato l’istantanea amputazione di entrambi gli arti inferiori e il pilota rischia di morire dissanguato. Per salvargli la vita, Steve Olvey, capo dello staff medico della Cart, tappa le arterie femorali del pilota per tentare di fermare la grave emorragia. Dopo aver ricevuto l’estrema unzione dal cappellano della serie automobilistica, viene caricato sull’elicottero e condotto all’ospedale di Berlino, dove rimane in coma farmacologico per circa quattro giorni e gli viene rimosso chirurgicamente il ginocchio destro, irrimediabilmente compromesso. Dopo sei settimane di ricovero e una quindicina di operazioni subite, Zanardi lascia l’ospedale per cominciare il processo di riabilitazione, nel quale ha un ruolo fondamentale Claudio Costa, medico del motomondiale.

Nel dicembre dello stesso anno si presenta alla premiazione dei Caschi d’oro promossa dalla rivista Autosprint, in cui si alza dalla sedia a rotelle, suscitando una grande emozione tra i presenti. Zanardi decide di riavvicinarsi al mondo delle corse. Scherzando sulla sua menomazione afferma che, se si dovesse rompere di nuovo le gambe, questa volta basterebbe soltanto una chiave a brugola per rimetterlo in piedi, e che ora non rischia più di buscarsi un raffreddore camminando scalzo. Nel 2002 la Cart dà al pilota la possibilità di far partire una gara della stagione a Toronto, Canada e nel 2003 Zanardi torna nel circuito tedesco nel quale due anni prima è stato vittima del terribile incidente, per ripercorrere simbolicamente i restanti 13 giri della gara del 2001 a bordo di una vettura appositamente modificata.

I tempi registrati sul giro furono velocissimi e gli avrebbero permesso di partire dalla quinta posizione se il pilota fosse stato iscritto al campionato. Grazie anche a questo fatto Zanardi torna a correre e nel 2005 torna alla vittoria aggiudicandosi a bordo di una Bmw 320si WTCC del team Italy-Spain la seconda gara del Gran Premio di Germania il 28 agosto a Oschersleben, gara valida per il Mondiale Turismo. Il bolognese, sempre nello stesso anno, riesce a conquistare il Campionato Italiano Superturismo. Nell’ottobre del 2005 vince la prima manche del Campionato Europeo Superturismo a Vallelunga, ma nella seconda corsa gli svedesi Bjork e Goransson dilagano impedendogli di vincere il titolo.

Nel 2006 partecipa ancora con la Bmw al Campionato Italiano Superturismo e al WTCC, nel quale conquista la seconda vittoria in campo internazionale dall’incidente del Lausitzring nella gara 1 della tappa turca del WTCC a Istanbul. Nel 2009 si impone in gara-1 a Brno. Nel 2014 prende parte alla Blancpain Sprint Series alla guida di una BMW Z4 GT3 per il team Roal Motorsport. Nel 2015 partecipa alla sola 24 Ore di Spa, mentre nel 2016 partecipa alla gara di chiusura del Campionato Italiano Gran Turismo 2016, al Mugello, vincendo gara 2. Apprezzato sia come atleta sia come persona per l’atteggiamento positivo verso la vita e le sue avversità, dopo l’incidente del Lausitzring Zanardi comincia a partecipare a varie manifestazioni per atleti disabili, e dopo il ritiro dalle corse automobilistiche intraprende una nuova carriera sportiva nel paraciclismo, dove corre in handbike nelle categorie H4 e successivamente H5.

Prende parte alla sua prima gara partecipando alla maratona di New York nel 2007, in cui coglie un sorprendente quarto posto. Il 19 giugno 2010, ai campionati italiani di ciclismo su strada di Treviso, conquista la maglia tricolore. Ai campionati mondiali del 2011 a Roskilde, in Danimarca, vince la medaglia d’argento nella prova a cronometro, e ottiene un quinto posto nella prova in linea. Il 6 novembre 2011 si aggiudica la maratona newyorkese, stabilendo nell’occasione anche il nuovo record della categoria handbike. Il 18 marzo 2012 centra la maratona di Roma, timbrando anche stavolta il record del percorso. Nell’estate del 2012 si presenta al via dei XIV Giochi paralimpici estivi di Londra, con ambizioni di medaglia sia a cronometro sia su strada. Il 5 settembre conquista l’oro nella gara contro il tempo svoltasi sul circuito di Brands Hatch.

Nella stessa pista, il 7 settembre ottiene il suo secondo titolo paralimpico, stavolta nella prova su strada. Il giorno dopo riesce a ottenere la sua terza medaglia, questa volta d’argento, nella staffetta a squadre mista H1-4, assieme a Francesca Fenocchio e Vittorio Podestà. Al termine della Paralimpiade, viene scelto come portabandiera azzurro per la cerimonia di chiusura dei Giochi. Il 4 ottobre seguente, in virtù dei risultati conseguiti a Londra, viene eletto “Atleta del mese” da un sondaggio online del Comitato Paralimpico Internazionale. L’anno successivo, Zanardi si conferma ai massimi livelli della sua categoria.

In Canada, nello spazio di pochi giorni, dapprima vince la Coppa del mondo, e ai successivi campionati mondiali su strada di Baie-Comeau inanella tre medaglie d’oro, confermandosi dopo la Paralimpiade nelle prove a cronometro[56] e su strada, e trionfando stavolta anche nella staffetta mista assieme a Vittorio Podestà e Luca Mazzone. L’anno successivo ai mondiali statunitensi di Greenville, Zanardi trionfa nuovamente nella cronometro e nella staffetta, mentre nella gara in linea conquista la medaglia d’argento alle spalle del sudafricano Ernst Van Dyk. Nel 2015, ai campionati mondiali su strada di Nottwil in Svizzera, si ripete aggiudicandosi i due titoli della categoria H5, a cronometro e in linea, e la staffetta mista in terzetto con Vittorio Podestà e Luca Mazzone.

Nel 2010 debutta come conduttore televisivo, conducendo su Rai 3 il programma di divulgazione scientifica E se domani, sulla scienza e le nuove tecnologie. Il programma ottiene buoni riscontri per via del carattere di semplicità del linguaggio divulgativo sollecitato dal conduttore che, non essendo addentro alla materia, svolge più il ruolo di “curioso” che non di “conoscitore”. Dal 2012 conduce il programma di divulgazione sportiva Sfide, sempre su Rai 3. Nella parte di se stesso, è inoltre apparso varie volte come guest star nella sitcom Camera Café.