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Roberta Lanzino: storia di morte e di ndrangheta

Roberta Lanzino ha diciannove anni, vive con la sua famiglia a Rende, in provincia di Cosenza, studia scienze economiche, è bella e ha un “Sì” della Piaggio di colore blu. Questa è una storia di violenza, di morte, di ndrangheta. La conosco dai tempi del liceo. E per via della mia famiglia conoscevo anche la sua. Una ragazza solare, sorridente, con la testa al posto giusto. Sulle spalle. E ha anche un’ottima famiglia alle spalle. Quando ho saputo di Roberta, della sua atroce morte, mi sono sentito attraversare dal gelo. Ho capito che non capivo. Non potevo metabolizzare una morte orrendamente violenta per quel sorriso innocente. Però, ormai Roberta non c’era più.

Il 26 luglio 1988, Roberta Lanzino, studentessa diciannovenne di Rende, è violentata e uccisa sulla strada di Falconara Albanese. Era il 1988. Nel 2018 è stato celebrato il 30 anniversario della sua scomparsa e, dopo trent’anni, non c’è ancora un colpevole. Tre prosciolti. Ipotesi e pettegolezzo. Intanto, gente finita in carcere ce n’è stata. E poi? I ‘classici’ misteri cosentini. Quelli in odor di ndrangheta, il peggiore tumore che si nutre in quella piccola città di provincia che a volte si trasforma in un porto delle nebbie. ‘Il ricordo di questa splendida ragazza, che vidi per la prima volta quando era piccola assieme al suo papà, il mio caro collega Franco Lanzino, è sempre vivo, come vivo è il dolore della sua famiglia a distanza di 30 anni, tanti ne sono passati anche se sembra l’altro ieri, da quel maledetto pomeriggio del 26 Luglio 1988’, scrive Lettiero Licordari, collega del papà di Roberta e amico della famiglia.

La giustizia non è stata in grado di capire chi e perché abbia compiuto quell’orribile delitto e, molto probabilmente, chi c’era dietro. Nel suo programma tv ‘Blu notte’ lo scrittore Carlo Lucarelli precisa: ‘Quella di Roberta potrebbe essere soltanto la storia di un viaggio verso il mare, di un motorino e di un banale ritardo. E invece si trasforma in una storia terribile, angosciante, misteriosa’. Troppe cose strane in questi anni nelle indagini e nei processi, con prove non considerate o rimaste senza traccia. Scriveva su ‘Repubblica’ nel 1989 Pantaleone Sergi, che aveva seguito il caso anche per la Rai nella trasmissione ‘Telefono giallo’ condotta da Corrado Augias: ‘Si farà un processo terribilmente indiziario contro un pastore dall’ instabile equilibrio psichico, suo fratello e un cugino’. Francesco Forgione, ex presidente della Commissione Antimafia ha affermato: ‘Conoscere la verità in terra di omertà è un rischio, per questo hanno taciuto tutti coloro che immaginavano e sapevano. Ma hanno anche depistato coloro che, invece, nelle aule dei tribunali dovevano individuare i responsabili e assicurare giustizia’.

Licordari prosegue chiedendosi: Si perverrà un giorno alla verità? Lo sperano, soprattutto, Franco e la signora Matilde, che non hanno perso la fede religiosa ma la fiducia nella giustizia sì, ma lo spera ogni persona perbene. E la speranza che un giorno finalmente si possa fare luce, al di là di ogni burocratico grado di giudizio è costituita dall’ineguagliabile sorriso di Roberta che ci porta a essere ottimisti: fatti del genere devono necessariamente avere un reale responsabile! Il ricordo di Roberta è sempre vivo. Ma non basta intitolarle Centri Donna e tenere convegni e simposi sulla violenza e sul femminicidio, è necessario che tutti “sentano” questi problemi e che non ci sia più omertà. In una società civile la violenza è il retaggio della brutalità che scaturisce da forme ideologiche e di potere, anche subdole, che non sono e non dovranno mai essere ammissibili’.

Storia di morte: Roberta stuprata e uccisa

Sta di fatto che, Roberta Lanzino esce di casa il 26 luglio 1988, deve raggiungere l’abitazione di famiglia al mare, in contrada Miccisi, tra San Lucido e Torremezzo. Poche decine di chilometri. Avrebbero dovuto seguirla i genitori, Franco e Matilde. Roberta non attende papà e mamma, consapevole che l’auto del padre l’avrebbe raggiunta facilmente e in breve tempo. Non imbocca la strada statale 18, poco sicura per un motorino, ma la strada vecchia che porta al mare, quella che tutti chiamano Falconara. Si perde. Chiede indicazioni per tornare sulla strada giusta. Va avanti e indietro. Per avere informazioni parla con degli uomini con un furgone, che più in là racconteranno d’aver visto un’auto, una Fiat 131, con due figuri a bordo. Sembravano seguire la giovane e si erano accostati a lei poco prima che il furgoncino ripartisse.

I genitori, dopo aver caricato la macchina di provviste e di un tavolino, lasciano Cosenza dirigendosi verso il mare con l’intento di riunirsi a Roberta già in viaggio sulla strada. I signori Lanzino si fermano dapprima da un fruttivendolo sul tragitto e poi presso una fontana pubblica per riempire dei bidoni d’acqua. Tappe che fanno perdere poco tempo ma che sommate si materializzarono in importanti minuti di ritardo nel raggiungere Roberta. I genitori iniziano a preoccuparsi. Sulla strada non c’è traccia della figlia. Il padre inizia una disperata ricerca, ritornando a Cosenza e controllando la strada che avrebbe dovuto percorrere la giovane studentessa. La madre, la signora Matilde, teme un incidente stradale. Vengono allertati gli ospedali per verificare eventuali ricoveri ma senza esito. Le ricerche continuano per tutta la serata e la notte.

Su quella strada, quella su cui Robertina si era persa, i passeggeri della Fiat 131 Mirafiori chiara, di cui oggi ancora non si conosce il volto, l’aggrediscono, la violentano e la uccidono barbaramente colpendola con un coltello e soffocandola con le spalline della sua stessa camicia. Un femmincidio avvolto nel mistero, che affonda le sue radici anche nella malavita locale, probabilmente intervenuta dopo per ‘sistemare’ le cose. A Cosenza non si muove foglia che ndrangheta non voglia. Intanto, mentre Roberta urla e annega nel terrore e nella violenza più cieca, il padre, i carabinieri e gli abitanti del posto setacciano l’intera zona. La strada vecchia, tortuosa e selvaggia, sembra aver inghiottito la studentessa. Non c’è una traccia. Non c’è un indizio. Nulla di nulla. Maledizione.

Dopo la mezzanotte, sulle montagne di Falconara Albanese viene ritrovato il motorino che non appare incidentato e non risulta in panne. Roberta non si vede, è a cinquanta metri di distanza. Il corpo seminudo è rinvenuto senza vita fra gli sterpi. I suoi effetti personali sparpagliati i giro. I suoi jeans tagliati per strapparli via. L’hanno brutalmente picchiata. Lei ha lottato con tutte le sue forze, ma alla fine ha dovuto cedere. Per farla stare zitta le hanno messo in bocca due spalline da donna, strappate via dalla sua camicetta. Le spalline l’hanno soffocata e l’hanno fatta morire. Ma sarebbe morta ugualmente: due tagli alla nuca con un coltello premuto contro il corpo mentre la violentano e tre coltellate, oltre a una ferita alla gola che le ha reciso la carotide e ha provocato un’imponente emorragia.

Storia di ndrangheta: la Fiat 131 gialla

La pista della Fiat 131 gialla porta a un muratore di San Lucido, proprietario dell’auto e con qualche precedente penale. Ma la pista non regge. Successivamente irrompono sulla scena i fratelli Rosario e Luigi Frangella e il loro cugino Giuseppe Frangella. Gli atteggiamenti e le dichiarazioni dei tre contadini, residenti nella zona del delitto, non convincono gli inquirenti. Il principale è Rosario, affetto da disturbi psichici, sul quale vengono trovate delle macchie di sangue sui pantaloni. Sul luogo del misfatto viene ritrovato un fazzoletto da uomo azzurrino sporco, uno identico salterà fuori durante una perquisizione a casa di Giuseppe Frangella.

L’uomo presenta delle escoriazioni sulle braccia riconducibili a dei graffi che sostiene di essersi procurato durante il ritrovamento del motorino di Roberta. Nessuno però ricorda la presenza di Giuseppe Frangella in quel frangente. Franco Lanzino, recatosi presso l’abitazione di Frangella per chiedere se avesse visto la figlia, rimane colpito dall’ambiguo comportamento dell’uomo che suggerisce di cercare altrove. Luigi Frangella, invece, dichiara di aver dato delle informazioni stradali a Roberta mentre stava lavorando nei campi e di aver visto il cugino Giuseppe transitare con il suo furgone subito dopo il passaggio della studentessa. Lo stesso Giuseppe Frangella afferma di aver notato entrambi i suoi cugini correre in forte stato d’agitazione nel tardo pomeriggio di quel maledetto 26 luglio.

I tre agricoltori sono accusati della violenza carnale e dell’uccisione di Roberta. Seguono concitate fasi giudiziarie con i tre imputati che si proclamano estranei alle accuse. Luigi, Rosario e Giuseppe Frangella saranno giudicati non colpevoli nei tre gradi di giudizio. Non sono stati loro, ma è evidente che hanno visto gli assassini. Le indagini scientifiche dell’epoca, condotte dalla Procura di Paola e affidate a Domenico Fiordalisi sono lacunose, tardive e infruttuose e non permettono di individuare alcun indizio utile. Dove fu commessa la violenza? Secondo i medici legali in un luogo diverso da quello del ritrovamento: il posto è pieno di rovi e sul corpo di Roberta non ci sono tracce di ecchimosi. Inoltre, il taglio della carotide avrebbe procurato schizzi di sangue mai rinvenuti.

Roberta Lanzino

Roberta Lanzino è stata violentata e uccisa barbaramente.

E poi c’è il giallo degli abiti di Roberta. Nel lontano 1995 l’allora parlamentare Sergio De Julio presentò un’apposita interrogazione al ministro di Grazia e Giustizia dell’epoca. L’interrogazione era molto articolata ed evidenziava una serie di lacune che presentavano le indagini. Ma un passaggio si concentrava proprio sulla scomparsa degli indumenti indossati quel giorno dalla povera Roberta: ‘Gli abiti della vittima (pantalone, maglietta, reggiseno, mutandine, scarpe, ecc.) furono dispersi dopo essere stati trovati sul luogo del delitto. Soltanto due degli indumenti della vittima (maglietta e reggiseno) furono ritrovati dopo alcuni mesi ed affidati al perito nominato dal Tribunale di Cosenza, De Stefano dell’istituto di medicina legale dell’Università di Genova. In sede di processo d’appello De Stefano dichiarò di aver buttato via gli indumenti della vittima ed i reperti con l’unica incredibile giustificazione di un trasloco (peraltro mai accertato) dei laboratori dell’istituto di medicina legale e della mancanza di spazio’.

La vicenda passa di tribunale in tribunale e lascia aperti tanti interrogativi coinvolgendo personaggi di spicco della ndrangheta calabrese che tentano di depistare le indagini ostacolando la ricerca della verità. Non furono i fratelli Frangella, contadini e pastori della zona, assolti per non aver commesso il fatto, non furono né Sansone né Carbone, come rivelò il boss Franco Pino, assolti anche loro, dopo nove anni di processo. Roberta fu uccisa due volte. La seconda nel 2017 quando il suo processo si concluse con nulla di fatto. La prima nel 2015, il maggio, quando la Corte d’Assise di Cosenza dice: ‘Assolti per non avere commesso il fatto’. Franco Sansone, il padre Alfredo ed il fratello Remo sono stati assolti anche per il delitto di Luigi Carbone, il cui cadavere non è mai stato trovato.

Nel 2000 Franco Pino e Umile Arturi (il suo braccio destro) rendono noto di essere informati di alcuni particolari sul delitto Lanzino dai boss di San Lucido Romeo e Marcello Calvano. Eppure il primo non ha mai confermato le circostanze riferite da Pino e Arturi e il secondo è stato ucciso nell’agosto del 1999. L’inchiesta sul delitto Lanzino è stata riaperta circa sette anni dopo, nel 2007 e per istruire il processo si è dovuto attendere il 2009. Nel 2012 Franco Pino ha riferito in aula di avere saputo quello che ha detto mentre era detenuto nel carcere di Siano a Catanzaro, nel 1995, da Romeo Calvano, un uomo fidato di San Lucido con il quale Pino aveva avuto rapporti stretti prima della detenzione. Durante un colloquio in carcere, i due avrebbero parlato dell’opportunità di vendicare la morte di Luigi Carbone, definito un lupo da Pino per il suo modo di agire.

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Parla Franco Pino, pentino di ndrangheta

Franco Pino ha detto: ‘Calvano disse che la vendetta non era da mettere in atto perché Carbone si sarebbe comportato da indegno partecipante all’omicidio di un suo cugino e alla violenza mortale su Roberta Lanzino insieme a Franco Sansone. Prima venne ucciso il maresciallo Sansone della polizia penitenziaria. Poi due pastori di nome Calabria e Sansone mentre nel frattempo era stata assassinata Roberta Lanzino. Poiché quest’ultimo fatto avvenne nella stessa zona e poiché vi era coinvolto Luigi Carbone mi trovai a parlare di questo episodio con i cugini Calvano con i quali avevo antichi rapporti di amicizia e comparaggio. Tanto Marcello quanto Romeo Calvano mi dissero che a compiere la violenza sessuale e l’omicidio di Roberta Lanzino erano stati Carbone e Sansone’.

‘Per quanto riguarda le modalità di questo delitto posso solo dire che fu un fatto casuale. La ragazza si stava infatti recando al mare con il motorino quando improvvisamente si trovò in contatto con Carbone e Franco Sansone, probabilmente perché caduta dal motorino o perché doveva chiedere un’informazione. Non so poi cosa sia scattato nella testa dei due autori, fatto sta che commisero l’omicidio. Romeo Calvano, quando ci incontrammo in carcere nel 1995, aggiunse pure che, collegato all’assassinio della Lanzino, c’era l’eliminazione di una signora, facente di cognome Genovese, che era a conoscenza di particolari sull’uccisione della studentessa. La morte della signora Genovese era da addebitare, a detta di Calvano, al timore da parte dei Sansone, che potesse parlare con le forze dell’ordine dell’accaduto’.

Nonostante Romeo Calvano non confermi niente, si riaprono le indagini. Secondo Franco Pino, dunque, si sarebbe trattato di un delitto occasionale senza indagati eccellenti e maturato in un contesto di violenza e di terrore oppresso da una cappa mafiosa. La svolta arriva anche con la deposizione della confidente di Rosaria Genovese, che fugherebbe ogni dubbio circa i significativi collegamenti che legherebbero insieme qualcosa come sei omicidi. Quello della giovane Roberta, la scomparsa dell’allevatore Luigi Carbone avvenuta nel novembre del 1989, la morte per strangolamento di Rosaria Genovese nell’aprile 1990, la morte del maresciallo della polizia penitenziaria Alfredo Sansone e dei pastori Libero Sansone e Pietro Calabria, i cui corpi trucidati sarebbero stati ritrovati a Ferrera di Paola nel marzo 1989. Tutti erano a conoscenza di dettagli dell’omicidio di Roberta e per questo sono stati messi a tacere. Un intreccio di violenza e barbarie.

L’assoluzione per l’omicidio Lanzino era stata chiesta dal pm dopo che il Dna su Sansone ha escluso la compatibilità con quello trovato sul corpo della giovane. ‘La forza probatoria della prova regina, il dna, è tale da non potere essere confutata’, aveva detto il pm nella sua requisitoria motivando la richiesta di assoluzione. Nel corso del dibattimento, i carabinieri del Ris di Messina hanno fatto la comparazione del dna di Sansone con quello estrapolato dal liquido seminale isolato dal terriccio che stava sotto il corpo della studentessa, dalla quale è emerso che invece non c’è compatibilità. Stesso risultato è stato ottenuto dal Ris comparando il Dna con quello di Luigi Carbone, che secondo l’ipotesi iniziale della Procura di Paola aveva ucciso Roberta Lanzino insieme a Sansone venendo poi a sua volta ucciso dall’amico e dai congiunti per paura che potesse rivelare i dettagli del delitto.

I giudici della Corte d’assise di Cosenza, al termine di una camera di consiglio durata quattro ore e mezzo, hanno invece deciso di assolvere gli imputati da tutti i reati. La condanna era stata invece chiesta dal legale della famiglia Lanzino, l’avvocato Francesco Cribari, anche andando oltre alla perizia sul dna. Proprio l’esito degli accertamenti sul dna ha fatto cadere l’intero impianto accusatorio sul quale si è concentrata la riapertura dell’inchiesta sulla barbara uccisione della studentessa di Rende Roberta Lanzino. Infatti, secondo tale accusa, la giovane, fu violentata e uccisa da Franco Sansone insieme a Luigi Carbone. Quest’ultimo un paio di mesi dopo sarebbe stato ucciso dallo stesso Sansone con la collaborazione del padre Alfredo e del fratello Remo, attuali imputati in un processo in corso in Corte d’Assise. Alla comparazione del dna si è arrivati solo adesso esaminando le tracce di sperma confuse al sangue di Roberta Lanzino trovate dai militari del Ris di Messina sui campioni di terra sulla quale fu trovato il cadavere di Roberta Lanzino. Intanto, tre decenni sono passati…

Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

Bullismo come fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

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Legame tra bullismo e mobbing

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Riconoscere e denunciare il bullismo subito può salvare da lunghi periodi di abusi.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

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Bullismo: come tentare di evitarlo

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

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Bulismo diretto e bullismo indiretto

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

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Cos’è il ciclo di riattivazione del bullismo

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

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Isolamento, violenza fisica e morale

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

I peggiori serial killer fino al 1800

Serial killer, o assassini seriali che dir si voglia, chi sono i peggiori nell’antichità? Già al solo nominare gli assassini seriali, il cervello ha lanciato un chiaro messaggio: è interessato all’argomento. Parte una lunga ricerca. La domanda guida è una, secca: quanti ce ne sono stati e chi erano i più importanti criminali seriali della storia mondiale? Ne ho rintraccianti tanti, troppi, al punto che, dopo averli filtrati, ho dovuto dividerli in due diverse puntate.

Una prima, questa, che abbraccia un arco temporale che va dall’anno 150 avanti Cristo alla fine del 1800 dopo Cristo (in alcuni casi si spinge fino agli inizi del 1900). Tante donne, spesso in gruppo: annoiate dalla routine, incattivite dalla vita, impazienti di ereditare importanti fortune. Tantissimi uomini, maniaci, pervertiti, pedofili, condottieri, sacerdoti, barbieri e sconosciuti… Curiosando un po’ qua e un po’ la, scopri che le prime serial killer della storia erano donne, delle avvelenatrici vissute nel 331 avanti Cristo.

Dopo di loro arriva la cattiveria e l’ingratitudine di Liu Pengli, figlio di un principe cinese e cugino di un imperatore, fino allo spietato cinismo di Jane Toppan, l’infermiera che uccideva i pazienti usandoli come cavie. Senza dimenticare, ovviamente, i più famosi Peter Stubbe, Jack lo Squartatore, Sweeney Todd, Brendan Burke e William Hare, Gesche Gottfried, John e Lavinia Fisher, Amelia Elisabeth Dyer, Robert Clay Allison, Henry Howard Holmes, Anna-Rozalia Liszty, Il Sarto di Chalons, Callisto Grandi, Vincenzo Verzeni o Vampiro della Bergamasca e tanti tanti altri.

Liu Pengli

Risulta il secondo serial killer della storia – ci cono testimonianze che lo collocano a livello temporale tra gli anni 184 e 105 avanti Cristo – appartenente alla dinastia reale cinese degli Han, che contò addirittura alcuni imperatori. Era il terzo figlio del principe Xiao di Liang, nipote dell’imperatore Wen Han e e cugino dell’imperatore Jing Han.

Prima di lui vennero solo un gruppo di donne avvelenatrici esistite nel 331 avanti Cristo, di cui però si hanno pochissime informazioni. Il suo caso è stato raccontato dallo storico Sima Quian. Liu Pengli divenne re della città di Jidong durante il regno dei Jing. Era il 144 avanti Cristo. Gli altri suoi quattro fratelli presero le altre parti del regno.

Ventinove anni dopo l’instaurazione del suo governo, insieme ad un modesto esercito di giovani schiavi ha organizzato una moltitudine di saccheggi ai danni delle famiglie del suo regno e sequestrato loro tutto ciò che possedevano per puro divertimento. Derubò e uccise più di cento suoi sudditi prima di essere denunciato all’imperatore. Inizialmente fu condannato a morte, ma in seguito l’imperatore revocò la condanna. Dopo averlo reso povero, lo esiliò. Le informazioni si perdono a partire da quel momento.

Hasan ibn Sabbah

Era il leader della Setta degli Assassini, fanatici che compivano omicidi a sfondo politico-religioso. Era una setta sciita ismailita. Il gruppo di assassini si formò nel 1090 in Iran. A diciassette anni incontrò per la prima volta un missionario ismailita che, malgrado tutti i suoi sforzi, non riuscì a convertirlo all’Ismailismo. Più tardi si ammalò gravemente e, sconvolto all’idea di morire senza conoscere la verità suprema, prese contatto con un altro ismailita e finì per convertirsi a trantacinque anni, verso il 1071.

La setta si formò intorno al 109o in Iran, dopo che era stato qualche anno ad al Cairo, in Egitto. Per problemi politici dovette tornare in Persia nel 1080. Lì passò diversi anni molti attivi a percorrere il paese per diffondere la propria fede, avendo ai propri ordini un gruppo di uomini che divenne sempre più numeroso. Cominciò allora ad essere considerato pericoloso dalle autorità sunnite e fu ricercato attivamente dal vizir selgiuchide di Malikshāh, Niẓām al-Mulk. Nel 1090, a più di 50 anni, fece il suo primo colpo da maestro: la presa incruenta della fortezza di Alamut, nel nord della Persia, fra Teheran e il mar Caspio.

Sotto il suo regno si svilupparono gli assassinii politici. La prima vittima importante fu il vizir Nizām al-Mulk. Gli esecutori erano un gruppo di iniziati che si vuole agissero sotto l’effetto di droghe. Estese il dominio degli ismailiti nella regione e la loro influenza nel resto della Persia e in Siria. Nel 1125 Sabbah morì, ma la setta rimase attiva. Si diffuse in Siria ed entrò a contatto con i crociati, nel periodo della Terza Crociata. In questo momento, la loro figura e il termine “assassino” si diffondono in Europa. Le loro informazioni si perdono nel 1300 circa.

Gilles de Rais

Era un nobile condottiero francese che, nel 1400, rapiva, stuprava, uccideva e necrofilizzava bambini per stupide superstizioni religiose. Dopo una carriera militare di tutto rispetto, che lo portò addirittura fino al titolo di maresciallo di Francia, venne accusato di praticare l’alchimia e la stregoneria, oltre che di aver torturato, stuprato ed ucciso bambini e adolescenti. Di bambini e adoloscenti ne uccise oltre un centinaio, centoquaranta per la precisione, a Tiffauges.

Gilles, per via dei beni ereditati e delle ricchezze della moglie, era uno degli uomini più ricchi del suo tempo, ma per una serie di vicissitudini, ad un certo punto della sua vita, si era ritrovato senza nulla. Aveva perso anche il castello in cui abitava. Senza soldi e senza beni. Per cercare di ritrovare la perduta fortuna, Gilles cominciò a interessarsi all’occultismo, motivo per cui affidò al suo cappellano, Eustache Blanchet, il compito di procacciargli alchimisti ed evocatori di demoni. Fu proprio Blanchet a recarsi in Toscana e ad incontrare a Firenze Francesco Prelati, un giovane monaco spretato aretino dedito all’occultismo, che assoldò e portò con sé in Francia nel 1439.

Prelati, impegnato nel tentativo di ottenere la pietra filosofale, convinse de Rais di avere al proprio servizio un demone personale, di nome “Barron“. Non essendo ovviamente in grado di soddisfare i desideri del suo mecenate, che ogni giorno era più bisognoso di denaro, Prelati richiese a nome del demone il sacrificio di un cadavere di bambino. Da lì, prese il via una vera strage. Arrestato, confessò in modo dettagliato i crimini e fu condannato a morte tramite impiccagione insieme ai suoi complici. E’ in assoluto l’assassino francese più prolifico finora conosciuto della storia.

Zu Shenatir

Era un ricco e potente mercante di Aden, quello che è l’attuale Yemen. E’ vissuto nel 1400, ma su di lui le informazioni sono pochissime. Non si conosce neppure il numero preciso delle sue vittime. Shenatir attirava bambini in casa sua con le promesse di cibo, ma li violentava e li uccideva. Spesso, dopo aver sodomizzato le sue vittime, le gettava fuori da una finestra dei piani superiori della sua grande casa. Fu accoltellato all’ano da una delle sue potenziali vittime, pare si trattasse di un giovane di nome Zerash.

Margaret Davy

Si tratta di una serva, una cuoca inglese, che tra il 1530 circa e il 1542, quindi in un arco temporale di dodici anni, avvelenò una serie di sguatteri e le rispettive famiglie. Anche sul caso Davy ci sono poche informazioni. Gli omicidi venivano commessi apparentemente senza motivo. Dopo essere stata arrestata e trovata colpevole dei delitti, fu bollita viva il il 28 marzo 1542. La legge che autorizzava la bollitura a morte fu abolita nel 1547, dopo la morte di Enrico VIII.

PROMEMORIA > La storia di Margaret Davy la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Peter Stubbe

Era un assassino licantropo tedesco che soffriva di seri problemi mentali: si credeva un lupo mannaro. Assaliva donne e bambini. Dopo averli uccisi a coltellate o a morsi, se li mangiava. Due donne erano incinta. Uccise anche un suo figlio, mangiando il cervello. Uccideva le sue vittime tagliando o mordendo loro la gola, dopodiché ne portava il cadavere in un posto isolata per poterne bere il sangue e, con l’ausilio di un coltello, estrarre le viscere. In particolare, ammazzò uno dei suoi figli spaccandogli la testa con un’ascia, per poterne estrarre il cervello.

Di notte si aggirava nelle stalle sventrando e mangiando sul posto alcuni capi di bestiame. Fu arrestato nell’ottobre 1559 a seguito di un tentato omicidio, quando un passante lo vide e lo interruppe urlando. Era conosciuto come una persona normale. Fu torturato e giustiziato insieme alla sua famiglia. Nella sua deposizione, ottenuta mediante la tortura, raccontò di aver ricevuto dal diavolo una cintura magica, con la quale poteva trasformarsi in lupo ogni volta che la indossava.

Condannato a morte dal Tribunale di Bedburg il 28 ottobre 1589, la sentenza fu eseguita il 31 ottobre: venne sottoposto al supplizio della ruota, poi gli furono asportate varie parti del corpo con una tenaglia incandescente, con un’ascia gli furono amputati mani e piedi e infine fu decapitato. La testa venne infilzata su un palo come monito, mentre i suoi resti vennero bruciati sul rogo. Anche la compagna di Stubbe, Katherine Tropin, e la figlia Beel furono riconosciute complici del killer, venendo così condannate al rogo e bruciate lo stesso giorno dell’esecuzione di Stubbe.

Il Sarto di Chalons

Questo è un altro caso di licantropia. Si sa solo che si trattava di un assassino francese giustiziato nel 1598 per avere ucciso e cannibalizzato alcuni bambini che attirava nel suo negozio o che rapiva direttamente nel bosco. Fu arrestato a seguito di una perquisizione effettuata nel suo appartamento. Gli agenti rinvennero in una cassa delle ossa e dei brandelli di carne umana. Fu condannato all’impiccagione.

Jacques Roulet

Vagabondo e assassino francese, ad Angers uccise e cannibalizzò alcuni ragazzi. Arrestato anche lui nel 1598, come il sarto di Chalons, confessò molti omicidi, ma fu processato per uno solo. Fu condannato a morte, pena poi commutata in due anni di reclusione in un manicomio. Sarebbe dovuto essere istruito alla religione, ma da questo momento le informazioni su di lui si perdono.

Erzsébet Bathory

Nata nella seconda metà del 1500 in una famiglia nobile in Ungheria, la Contessa Dracula, o Contessa Sanguinaria, rapì, torturò con vari metodi e uccise un numero alto di giovani contadine e si fece il bagno nel loro sangue. Fu una leggendaria serial killer ungherese, considerata la più famosa assassina seriale sia in Slovacchia che in Ungheria. Lei e quattro suoi collaboratori furono accusati di aver torturato e ucciso centinaia di giovani donne.

Le vittime oscillerebbero tra le cento accertate e altre trecento di cui era fortemente sospettata all’epoca. Secondo un diario trovato durante la perquisizione in casa sua, le vittime sarebbero seicentocinquanta, e ciò farebbe di lei la peggiore assassina seriale mai esistita. Per passare il tempo, quando il marito era lontano da casa, Erzsébet cominciò a far visite alla contessa Karla, una sua zia, e a partecipare alle orge da lei organizzate.

Conobbe nello stesso periodo Dorothea Szentes, un’esperta di magia nera che incoraggiò le sue tendenze sadiche. Dorothea conosciuta come Dorkò e il suo servo Thorko insegnarono a Erzsébet la stregoneria. La Báthory provava piacere nel torturare e umiliare. La Báthory pensava che il bagno fatto nel sangue delle vergini mantenesse viva la sua bellezza. Solitamente, feriva le vittime con armi da taglio. Oppure, ne bruciava la carne o le mutilava mentre erano ancora vive. Beveva il sangue, dopo averle dilaniate con un paio di cesoie.

In altre occasioni le spogliava e le lasciava morire assiderate in mezzo al freddo o le ricopriva di miele e le faceva sbranare vive dagli insetti. Anche il marito era un uomo tendenzialmente violento. La Báthory aveva appreso nozioni di magia nera. Arrestata dopo centinaia di rapimenti e uccisioni, fu murata viva nel suo castello, dove si lasciò morire nell’agosto 1614. I suoi complici, la balia Ilona Joo e il nano deforme Ficzko, vennero giustiziati. Le vittime accertate si aggirano tra le cento e le trecento.

PROMEMORIA > La storia di Erzsébet Bathory la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Anna-Rozalia Liszty

Si tratta di una nobile ungherese, una contessa per l’esattezza, nata nel 1583. Dal 1610, poco dopo il suo matrimonio combinato, iniziò a manifestare un comportamento violento ed ebbe molti attacchi isterici, oltre che epilettici, seguiti da periodi di depressione. Venne arrestata nel 1637 per l’omicidio di otto o nove cameriere e di una nobile. Le cameriere le bastonò a morte. Riuscì a fuggire e si nascose in Polonia, sotto l’appoggio del re. Le sue informazioni si perdono dal 27 marzo 1638.

PROMEMORIA > La storia di Anna-Rozalia Liszty la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Hieronima Spara

Era una veggente e avvelenatrice romana che compì gli omicidi attorno al 1660 insieme ad un gruppo di dodici donne: diede loro del veleno a base di arsenico per uccidere i loro mariti e continuò a commettere altri delitti. Il bodycount è sconosciuto, ma se si tiene conto che le dodici complici avrebbero avvelenato i rispettivi mariti, i morti accertati sarebbero almeno dodici. Questo a rigor di logica e in assenza di prove che dimostrino altri omicidi. Quando fu arrestata, dopo essere stata sottoposta a tortura, fu impiccata insieme alle altre dodici donne.

PROMEMORIA > La storia di Hieronima Spara la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Catherine Deshayes Monvoisin

Nota come la “voisin” (la megera), era una donna parigina che tra la prima e la seconda metà del 1600 convinse alcune donne sposate ad uccidere i mariti, i padri e i conoscenti. Doveva liberarle di queste persone ritenute scomode e autoritarie, vendeva loro delle pozioni magiche a base di arsenico e altre sostanze velenose. Alle donne afflitte da problemi d’amore prescriveva e organizzava dei riti satanici, dove si svolgevano sacrifici di bambini e riti sessuali. Commise anche degli aborti. Scoperta per caso, fu coinvolta nel processo dei veleni che vide protagonisti importanti personaggi della corte di Luigi XIV. Venne arrestata, trovata colpevole dei delitti e condannata a morte. Fu bruciata viva a 40 anni, nel 1680 in una piazza di Parigi.

PROMEMORIA > La storia di Catherine Deshayes Monvoisin la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Luìsa de Jesus

Spietata e cinica assassina seriale portoghese nata nei pressi di Lisbona nel 1750, nel suo modus operandi decideva di prendere in adozione un bambino abbandonato dai genitori per ricevere una dote di 600 reis e dei vestiti. Per intascarsi i soldi avvelenava il bambino. Ripeté il procedimento trentatre volte, usando sia il suo vero nome sia un nome falso. Arrestata, confessò ventotto omicidii e venne condannata a morte. Fu giustiziata nel 1772, a 22 anni: fu portata per le strade di Lisbona, insultata, strangolata con una garrota e bruciata in pubblico. Luìsa de Jesus è stata l’ultima donna ad essere stata giustiziata in Portogallo.

PROMEMORIA > La storia di Luisa de Jesus la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Lewis Hutchinson

Era un serial killer scozzese, tra i più prolifici. Nato nel 1733, attorno al 1760 è emigrato in Giamaica e si è stabilizzato nella zona di Edinburgh Castle. Attirava le vittime, che in genere erano o pellegrini o ospiti, nel suo castello. Poi le uccideva a fucilate. I resti li smembrava. Se ne liberava gettandoli in uno stagno. Commetteva i delitti per piacere. Vista l’abitudine di assassinare i suoi ospiti e di sparare a tutti coloro che passavano nei pressi del castello, Hutchinson si guadagnò il soprannome di “dottore pazzo”.

Fu arrestato perché sparò John Callendar, un soldato inglese che stava provando ad arrestarlo. La polizia, dopo un controllo in casa sua, trovò un numero enorme di vestiti e circa quarantatré orologi appartenenti alle vittime. Fu processato e condannato a morte per l’omicidio del militare britannico. Venne impiccato il 16 marzo 1773. Le rovine della sua abitazione sono ancora in piedi.

Tipu Sultan

Il suo nome vero era Fateh Ali Tipu, ma era più conosciuto come Tigre del Mysore, Tippu Sultan o Tippoo Sahib. Era il sultano della città indiana di Mysare. Nacque nel 1751 e morì nel 1799. Ali Tipu fu anche un intellettuale, un soldato e un poeta, parlando fluentemente kannada, industani, persiano, arabo, inglese e francese. Nonostante la maggior parte della popolazione fosse induista egli era un devoto musulmano e acconsentì, su richiesta francese, alla costruzione della prima chiesa cristiana a Mysore.

In virtù dell’alleanza con i francesi e dell’ostilità verso gli inglesi sia Fateh che il padre Hyder Ali non esitarono ad utilizzare il loro esercito, addestrato dagli stessi francesi, contro l’Impero Maratha, Malabar, Coorg, Sira e Bednur. Durante l’infanzia di Tipu, suo padre raggiunse una grande posizione di potere a Mysore ed alla morte di quest’ultimo nel 1782, Tipu gli succedette a capo di un grande regno che andava dal fiume Krishna River sino al mare d’Arabia ed all’Oceano Pacifico.

Rimase un implacabile nemico della Compagnia britannica delle Indie orientali, rinnovando anche antichi conflitti mai sopiti col vicino regno di Travancore nel 1789. Riteneva di essere il servitore scelto di Maometto e di avere la missione di sterminare gli infedeli. Rapiva e sodomizzava ogni europeo che incontrava. Commise anche un numero impreciso di infanticidi: alcuni bambini venivano bruciati su un fuoco lento, altri li stuprava sotto effetto di droghe, o li buttava dalla finestra o li castrava.

Dar’ja Nikolaevna Saltykova

Morta nel 1801, commise tutti gli omicidi nel 1700. Nota anche come l’Orchessa, era una ricca proprietaria terriera russa appartenente all’importante famiglia dei Saltykov di Mosca. Ma è principalmente ricordata per essere stata una delle serial killer più spietate di sesso femminile. Uccideva le persone che lavoravano per lei. Fu arrestata con l’accusa di ben centotrentotto omicidi e fu trovata colpevole di trentotto di questi e condannata a morte. Poi la pena fu commutata al carcere. Morì murata viva in una stanza.

PROMEMORIA > La storia di Dar’ja Nikolaevna Saltykova la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Margareth Waters

Era una serial killer inglese vissuta nel 1800. Uccise almeno diciannove bambini. Usava lo stesso modus operandi della Dyer: per intascarsi i soldi del mantenimento, prendeva bambini in adozione e li uccideva drogandoli con il laudano e facendoli morire di fame e sete. Pare che assistesse con piacere alla loro agonia.

PROMEMORIA > La storia di Margareth Waters la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Sweeney Todd

Nella vita di tutti i giorni era uno sconosciuto Barbiere inglese. Detto il Barbiere Demonio nacque a Londra il 16 ottobre 1756 e morì nella capitale del Regno Unito il 25 gennaio 1802. E’ stato uno dei più bizzarri e brutali assassini seriali che l’Inghilterra abbia mai avuto, con i suoi centosessanta omicidi. Di lui non sono mai pervenuti ritratti, ma si parla di un un giovane con i capelli rossi, sopracciglia folte, occhi scuri, viso chiaro, carattere burrascoso e lo sguardo di un diavolo.

La maggior parte degli storici ritiene che Todd sia frutto di una leggenda popolare e che non sia mai esistito. Il suo caso è stato escluso dalla maggior parte delle enciclopedie di assassini seriali, eccetto dalla Newton e dalla Haining che, studiando il caso, avrebbero trovato elementi per dimostrare che Todd sia realmente esistito. Sgozzava i suoi clienti e ne occultava i corpi insieme ad una complice, Margery Lovett. Arrestato dopo la scoperta di alcuni cadaveri, fu processato e trovato colpevole di ben centosessanta omicidi. Margery Lovett si avvelenò in cella. Todd fu impiccato nel 1802.

Maximilian Wyndham

Ufficiale dei Dragoni inglesi, dopo la sconfitta di Napoleone Bonaparte a Waterloo si trasferì in Germania. Attorno al 1816, sterminò almeno dieci famiglie in pochi mesi. Il motivo di questa serie di efferati delitti erano da collegare ad un motivo pretestuoso che lo stesso Wyndham avrebbe sostenuto: cioé che queste famiglie avevano incolpato o offeso la moglie e la sorella di un qualcosa che non è ben chiaro. Finì gli omicidi e lasciò una confessione scritta e si suicidò.

Mark Jeffries

Killer australiano che, all’inizio del 1800, cannibalizzò almeno quattro uomini in Tasmania. Iniziò a uccidere dopo che evase dalla prigione di Macquarie Harbour: solo sei persone nella storia riuscirono a fuggire da questo carcere. Tra le vittime si conta un neonato di cinque mesi: lo prese per le gambe e gli sbatté la testa su un albero per farlo smettere di piangere. Successivamente accorse il padre, a cui sparò. Fu arrestato nel 1825 a Launceston e condannato a morte. Fu impiccato il 4 maggio 1826 nella prigione di Hobart.

Brendan Burke e William Hare

Anche noti come Assassini di West Port, erano una coppia di assassini scozzesi che ospitavano le vittime nel loro albergo di Edimburgo, le uccidevano, le scarnificavano e ne vendevano gli scheletri alle università. L’Università di Edimburgo era molto rinomata per le scienze mediche. Agli inizi del 1800 la scienza medica cominciò a fiorire, ma allo stesso tempo gli unici cadaveri che potevano essere usati – ovvero quelli delle esecuzioni dei criminali – cominciavano a scarseggiare a causa di una forte riduzione del tasso di esecuzione, portato dall’abrogazione del bloody code. Erano disponibili solo due o tre corpi all’anno, ma gli studenti erano molti.

Questa situazione attirò i criminali che volevano ottenere denaro in ogni modo. I furti dei cadaveri suscitò particolare sdegno e paura nella popolazione. Il passo tra il rubare cadaveri e l’omicidio fu breve. Le uccisioni vennero attribuite agli immigrati irlandesi Brendan Dynes Burke e William Hare, che vendettero i cadaveri delle loro diciassette vittime. Uno dei loro clienti fu il dottor Robert Knox, un docente privato di anatomia i cui studenti arrivavano dall’Edinburgh Medical College.

Tra i loro complici troviamo la compagna di Burke, Helen M’Dougal, e la moglie di Hare, Margaret Laird. Dal loro particolare modo di uccidere le vittime deriva il termine burking, che significa soffocare e comprimere volutamente il petto di una vittima. Arrestati, Burke fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1829, mentre Hare riuscì a salvarsi in quella occasione, ma anni dopo venne ucciso da un barbone.

Gesche Gottfried

Killer tedesca che, tra l’1 ottobre 1813 e il 24 luglio 1827, avvelenò con l’arsenico quindici persone tra Brema e Hannover. Tra le vittime si contano i genitori, i suoi figli, due mariti e un fidanzato. Più di quindici persone. Si prendeva cura delle vittime poco prima che morissero: questo le creava simpatie da parte della popolazione, addirittura la soprannominava Angelo di Bremen. I genitori li uccise per ostilità, gli altri delitti erano apparentemente motivati da fattori economici.

La prima vittima fu il marito, John Milton. Pensò che potesse dissipare tutta l’eredità ricevuta dal padre, che era il loro unico sostentamento, e lo fece fuori. Venne arrestata dopo che il padrone di casa, insospettito, aveva dato ad un medico una fetta di prosciutto che la killer teneva in casa: sopra di esso c’erano dei granuli molto piccoli, composti da arsenico. Oltre diciannove dei suoi amici si salvarono dall’avvelenamento. Fu arrestata la sera del 6 marzo 1828. Che era il giorno del suo compleanno. Processata, venne condannata a morte. Fu decapitata con una spada la mattina del 21 aprile 1831. Dove si trovava il patibolo e dove rotolò la testa decapitata si trova un insieme di pietre, detto Spuckstein, in cui i turisti ancora oggi sputano sopra per il disgusto.

PROMEMORIA > La storia di Gesche Gottfried la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Thug Behram

E’ stato il killer indiano più prolifico. Strangolò almeno centoventicinque vittime con un lembo del suo mantello in onore della sua dea, Kali. Era il capo dei Thug, una setta esoterica indiana che compiva sacrifici rituali. Appartenente al culto indiano Thuggee, è stato a lungo definito il serial killer più prolifico. Secondo numerose fonti, egli avrebbe ucciso novecentotrentuno vittime attraverso lo strangolamento con il suo vestito cerimoniale, il rumal, tra il 1790 e il 1830.

L’attribuzione di molte uccisioni a questo killer sono però dovute alla confusione o ad errori delle autorità e dei giornalisti dell’epoca. L’originale manoscritto della confessione di Behram scritto da James Paton conclude che l’uomo ha ucciso tra i venticinque e i cinquanta uomini. È probabile però che Thug non avesse confessato tutti i crimini commessi. Infatti in un manoscritto trovato più di recente Behram confessa l’uccisione per strangolamento di 125 persone e la partecipazione visiva all’uccisione di altre centocinquanta. Un numero enorme se si pensa che tra la prima e l’ultima vittima c’è un arco di tempo di quarant’anni. Arrestato, confessò le centoventicinque uccisioni. Venne processato e impiccato nel 1840.

Marie Delphine LaLaurie

Torturava i suoi schiavi e infine li uccideva. Nata a New Orleans, LaLaurie si è sposata tre volte nel corso della sua vita. Ha occupato un’alta posizione nei circoli sociali della città fino al 10 aprile 1834, quando per spegnere un incendio scoppiato nella sua residenza a Royal Street furono scoperti nella casa degli schiavi con evidenti segni di tortura e anche dei cadaveri. La dimora della LaLaurie venne saccheggiata da una folla di cittadini indignati. Si pensa che lei fuggì a Parigi, dove si crede che sia morta.

PROMEMORIA > La storia di Marie Delphine LaLaurie la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Sophie Charlotte Elisabeth Ursinus

Questa assassina seriale tedesca, tra il 1797 e il 1801, commise tre omicidi. Nacque come Sophie Weingarten il 5 maggio 1760 a Glatz, oggi Kłodzku, nella Bassa Slesia. A 19 anni sposò un consigliere della Corte Suprema, Theodor Ursinus. Vissero a Stendal e poi a Berlino. Nel 1797 avvelenò con l’arsenico l’amante, un ufficiale olandese di nome Rogay. Inizialmente la morte venne attribuita alla tubercolosi. Theodor morì avvelenato l’11 settembre 1800, il giorno dopo il suo compleanno.

Il 24 gennaio 1801 morì, a Charlottesburg, la zia di Sophie, Christiane Witte, dopo una breve malattia: l’aveva avvelenata con l’arsenico e combinazione ereditò molti beni, soldi e gioielli. Alla fine del febbraio 1803 si ammalò un servo di Sophie, Benjamin Klein: lei gli aveva dato una zuppa avvelenata qualche tempo dopo avere litigato con lui. Klein si insospettì quando lei gli diede delle prugne: le fece esaminare da un chimico, che scoprì tracce di veleno. Arrestata, i corpi del marito e della zia vennero riesumati e analizzati: i medici scoprirono che erano stati uccisi. Processata, il 12 settembre 1803 fu condannata al carcere a vita, ma uscì dopo trent’anni. Morì a Glatz il 4 aprile 1836.

PROMEMORIA > La storia di Sophie Charlotte Elisabeth Ursinus la trovi nel mio libro Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

John Lynch

Era un criminale australiano che, tra il 1835 e il 1841, uccise almeno nove uomini nella zona di Berrima, nel Nuovo Galles del Sud. Commetteva furti e litigava con le persone, che poi uccideva spaccandogli la testa con un’ascia. In un caso sterminò un’intera famiglia. Era stato imprigionato per il primo omicidio con dei complici, ma era stato liberato e i suoi complici erano stati impiccati. Fu nuovamente arrestato nel 1935, dopo che lasciò alcuni indizi su una scena del crimine. Disse che aveva ascoltato Dio. Quale Dio non si capì mai. Fu impiccato il 22 aprile 1842.

Hèléne Jegado

Era una badante francese che avvelenava le persone per cui lavorava. Arrestata, fu trovata colpevole di ventitré omicidi, poi elevati a trentasei dagli studiosi, e condannata a morte e uccisa il 26 febbraio del 1852. Nata nel 1803, si crede abbia ucciso trentasei persone con l’arsenico, sicuramente nel corso di un periodo lungo 18 anni, ma con una pausa. Infatti, dopo un periodo iniziale di attività criminale compreso tra il 1833 e il 1841, sembra essersi fermata per quasi dieci anni, per poi organizzare un “gran finale” nel 1851.

Proveniva da una piccola fattoria di Plouhinec, nel Morbihan, nei pressi di Lorient in Bretagna. Aveva perso la madre all’età di sette anni e fu mandata a lavorare con due zie che erano serve nella canonica di Bubry. Il primo avvelenamento si verificò nel 1833, quando Hèléne fu assunta da un altro sacerdote, don François Le Drogo, nel villaggio di Guern. In tre mesi, dal 28 giugno al 3 di ottobre, sette membri della famiglia morirono improvvisamente, compreso il sacerdote stesso, la sua anziana madre e il padre, e sua sorella in visita, Anne Jégado. L’apparente dolore e il comportamento pio e casto erano così convincenti che per questi omicidi non si era sospettato di lei.

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John e Lavinia Fisher

Questa famosa coppia di assassini seriali statunitensi avvelenò, tra il 1810 e il 1820, i clienti del loro hotel, che si trovava a Charleston, nella Carolina del Sud. Si chiamava Six Mile Wayfarer House e si trovava, non a caso, a sei miglia dalla città. Solitamente gli offrivano bevande avvelenate, poi il marito John si occupava di entrare nella stanza della vittima e si accertava che fosse morta accoltellandola. Altre volte, Lavinia tirava una leva che faceva sprofondare il letto in un pozzo pieno di aculei.

Un giorno, Lavinia invitò in hotel John Peeples. Gli offrì del tè, che lui finse di bere perché detestava, e gli fece tante strane domande per capire se avesse soldi con sé. Peeples si allarmò. Per paura di essere derubato, si spostò a dormire su una sedia vicino alla porta. Il rumore di un letto che, nella notte, collassava all’improvviso lo spaventò. Riuscì a fuggire dalla finestra e chiamò la polizia, che arrestò i due. Dopo l’arresto, lo sceriffo di Charleston perquisì a fondo la Six Mile Wayfarer House scoprendo un gran numero di passaggi segreti tra le stanze e una soffitta alla quale era possibile accedere unicamente tramite una porta nascosta.

In quel locale lo sceriffo dichiarò di avere rinvenuto oggetti riferibili a centinaia di viaggiatori che i Fisher avrebbero ucciso. Nel seminterrato e nel terreno circostante la casa furono rinvenuti resti umani. In carcere, i due misero in atto anche un tentativo di fuga. John riuscì ad evadere, ma Lavinia rimase intrappolata nella cella. John decise di non fuggire e fu catturato di nuovo. Processati, il 4 febbraio 1820 i due vennero condannati a morte. Lavinia fu impiccata la mattina del 18 febbraio 1820, all’età di circa 26 anni. Lavinia Fisher è la prima serial killer di cui si ha notizia in America ed è la prima donna morta per impiccagione negli States.

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Joseph Phillippe

Non esistono molte informazioni su questo serial killer francese, noto in quel periodo come il Terrore di Parigi. Nei cinque anni a cavallo tra il 1861 e il 1866, squartò otto prostitute ed un bambino. Le squartò come capre. Per fortuna arrestato prima che commettesse altri omicidi, fu condannato a morte e poi ghigliottinato nel luglio del 1866.

Thomas Piper

Era un sacrestano di Boston che, tra il 1873 e il 23 maggio 1875, commise quattro omicidi. Nel 1873, durante un tentato stupro, uccise una cameriera di nome Bridget Landregan a bastonate sul cranio. Venne indagato, ma mai incriminato. Nel dicembre 1873 stuprò e uccise a bastonate una giovane donna di nome Sullivan e, attorno al luglio 1874, uccise sempre allo stesso modo una prostituta, Mary Tynam. Il 23 maggio fu la volta, ma con una mazza da cricket, di una bambina di 5 anni, Mabel Young. L’aveva attirata nel campanile con il pretesto di farle vedere i piccioni. Arrestato, venne soprannominato il Mostro del Campanile. Si proclamò innocente ma, dopo poco tempo, confessò i crimini. Processato, fu condannato a morte e giustiziato il 26 maggio 1876.

Eusebius Pieydagnelle

Questo è un caso tutto italiano. Eusebius era un macellaio italiano con gravi problemi psichiatrici. Era ossessionato dal sangue, dal colore della carne macellata e del suo odore. Infatti, la scelta di fare il macellaio non fu per nulla casuale. Attorno al 1870 uccise sei persone e ne bevve il sangue. Preso dal rimorso, si consegnò alla polizia e confessò i delitti. Al processo, che iniziò nel 1871 e lo vide imputato di quattro omicidi, chiese la pena di morte. Non è stato specificato cosa gli successe dopo. Probabilmente fu giustiziato. Il suo caso venne descritto da Richard von Krafft-Ebing nel suo libro Psychopathia Sexualis del 1886 insieme a quello di Vincenzo Verzeni, uno stupratore, assassino seriale, mutilatore, emofago e cannibale italiano che uccise due donne attorno allo stesso periodo.

Jack lo squartatore

Intorno ai serial killer aleggiano tante misteriose leggende, spesso alimentate per convenienza.

Noto anche come Jack the Ripper, è stato un famoso serial killer inglese che sgozzò, mutilò e sventrò cinque prostitute a Londra tra l’agosto e il settembre 1888. In alcuni casi, inviò lettere di sfida alla polizia. Non è mai stato identificato ma, durante le indagini, la polizia trovò alcuni sospettati. Agì a Londra, nel degradato quartiere di Whitechapel e nei distretti adiacenti, nell’autunno del 1888. Il nome Jack the Ripper è tratto da una lettera, pubblicata al tempo delle uccisioni, destinata alla Central News Agency e scritta da qualcuno che dichiarava di essere l’assassino.

Durante la sua attività criminale sono state attribuite a Jack lo squartatore cinque vittime, ma secondo alcuni studiosi il numero di persone che lo squartatore avrebbe ucciso arriverebbe a sedici, esclusivamente prostitute che assassinava sgozzandole. Durante il periodo in cui sono avvenuti i delitti, la polizia e i giornali hanno ricevuto molte migliaia di lettere riguardanti il caso.

Alcune erano di persone ben intenzionate che fornivano informazioni per la cattura del killer. La maggioranza, però, sono state considerate inutili e di conseguenza ignorate. Le più interessanti erano forse quelle centinaia scritte da persone che si dichiaravano gli assassini. La maggior parte di queste sono state considerate non attendibili. Molti esperti ritengono che nessuna di esse fosse autentica. Il dottor Thomas Bond, su incarico degli investigatori di Scotland Yard, cercò di profilare la personalità di Jack lo squartatore. Nelle sue note menzionò la natura sessuale degli omicidi, senza tuttavia violenza sessuale, associata a elementi collerici e di apparente misoginia.

La profilazione evidenziava come gli omicidi fossero stati commessi da un solo individuo maschio fisicamente prestante, audace e imperturbabile al tempo stesso. Lo sconosciuto sarebbe apparso innocuo, forse un uomo di mezza età e ben vestito, probabilmente con un mantello, probabilmente per nascondere i sanguinosi effetti dei suoi attacchi. Egli ipotizzò anche che il soggetto soffrisse di una condizione chiamata “satiriasi”, ipersessualità, promiscuità.

Robert Clay Allison

Pistolero statunitense, tra il 1870 e il 1877 commise almeno quindici omicidi in Texas e nel Nuovo Messico. Era una delle personalità più famose del vecchio West. Sparava alle vittime mentre era ubriaco. Nato il 2 settembre 1840 nel Tennessee, fu il quarto dei nove figli di Jeremiah Scotland Allison e della moglie Mariah Brown. Il padre era un ministro presbiteriano che allevava mucche e pecore per sfamare la famiglia. Si dice che Clay Allison sia stato irrequieto fin dalla nascita. Infatti, da giovane divenne famoso per gli sbalzi d’umore e il temperamento scostante.

Era noto per avere scatti d’ira frequenti. Quando si arruolò nell’esercito gli vennero diagnosticati dei problemi mentali. Il 15 ottobre 1861 si arruolò nel Confederate States Army nella batteria di artiglieria. Ma appunto, tre mesi dopo fu congedato per una vecchia ferita alla testa. “Incapace di svolgere i doveri di un soldato a causa di un colpo ricevuto molti anni fa. L’eccitamento emotivo o fisico ne causa un carattere misto, in parte epilettico e in parte maniacale”, scrivevano sul congedo. Fece parte del Ku Klux Klan, un’organizzazione razzista.

Nell’ottobre del 1870 un uomo di nome Charles Kennedy era detenuto nella prigione locale ad Elizabethtown, accusato di essere impazzito ed avere ucciso numerosi stranieri e la propria figlia. Una folla guidata da Clay Allison irruppe nella prigione, prese Kennedy dalla sua cella e lo impiccò. Si dice che Allison abbia tagliato la testa dell’uomo e l’abbia portato in un sacco per quarantasette chilometri a Cimarron, dove la espose su un palo davanti al Saint James Inn. Nonostante Charles Kennedy sia morto per mano di Clay, la sua testa non poté essere portata al Lambert’s saloon dato che fu fondato in seguito.

Allison fu coinvolto in numerosi scontri in questo periodo, spesso in combattimenti corpo a corpo con i coltelli. Si credeva veloce con la pistola, ma cambiò idea quando fu battuto in una competizione amichevole da Mason Bowman. Bowman ed Allison divennero amici, e si dice che Mace Bowman abbia aiutato Allison a migliorare le proprie capacità. In un altro episodio di violenza, tirò i denti ad un dentista. Clay nel 1877, a Dodge City, fece amicizia con un poliziotto, Wyatt Earp, ma i due si rispettarono reciprocamente. Clay morì in Texas l’1 luglio 1887, a 47 anni. Cadde da un vagone e finì sotto le ruote.

Matti Haapoja

Killer finlandese, tra il 6 dicembre 1867 e l’8 ottobre 1890, commise più di tre delitti e sei tentati omicidi accoltellando le vittime. Tutti uomini. Ad una sparò alla gamba e in faccia. La sua carriera criminale iniziò con il furto di cavalli. La prima vittima fu un suo compagno di bevute, che finì accoltellato. Il killer venne condannato a scontare dodici anni di carcere a Turku. Evase quattro volte per continuare la sua attività criminale con delle rapine.

Il 12 agosto 1876 avrebbe derubato e ucciso con un’arma da fuoco una donna che lo nascondeva in casa dopo avere litigato con lei. Nuovamente arrestato, ebbe il carcere a vita. Chiese successivamente di essere esiliato in Siberia. La proposta fu accettata, quindi nel 1880 venne mandato a Omsk. Nel 1886 avrebbe ucciso un’altra vittima. Nel settembre 1890 tornò in Finlandia. Lì l’8 ottobre derubò e strangolò una prostituta, Maria Jemina Salo, la seconda vittima accertata. Fu catturato a Porvoo alcuni giorni dopo.

Al processo ebbe un atteggiamento arrogante. Ebbe di nuovo il carcere a vita. Il 10 ottobre 1894 provò ad evadere: nel tentativo uccise a coltellate una guardia, Juho Rosted, e ne ferì altre due. Dopo che il tentativo fallì si accoltellò, ma sopravvisse. Quindi, decise di impiccarsi in cella l’8 gennaio 1894. Il corpo venne tenuto per lungo tempo nel museo del crimine di Vantaa. Nel 1995 è stato seppellito a Ylistaro. E’ fortemente sospettato di almeno venticinque delitti, di cui tre certi.

Frances Lydia Alice Knorr

Conosciuta anche come Minnie Thwaites, è stata una killer londinese. Nel 1893, uccise alcuni neonati a Melbourne, in Australia. Nel 1887, a diciannove anni, la famiglia la mandò in Australia dopo che ebbe molte relazioni promiscue con dei ragazzi. Raggiunse Sydney. Lì, il 2 novembre 1889 sposò un criminale tedesco, Rudolph Knorr. Dopo che le nacque una figlia, Gladys, Rudolph venne arrestato con l’accusa di frode e trascorse diciotto mesi in carcere.

Uscito, iniziò a lavorare come baby sitter con Frances. Per intascarsi dei soldi facili decise di prendere in affidamento dei bambini per poi strangolarli con un nastro. Così, le famiglie dei bambini, rimaste ignare delle loro morti, continuavano a pagarle i soldi dell’affidamento. Arrestata nel 1893 a seguito della segnalazione di alcune madri, venne processata, trovata colpevole di tre omicidii e condannata a morte tramite impiccagione. Fu giustiziata il 15 gennaio 1894.

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Amelia Elisabeth Dyer

Badante inglese, adottava bambini in cambio di denaro. Una volta a casa li lasciava deperire o li soffocava con un nastro di stoffa. Venne soprannominata Jill the Ripper poiché il suo caso era cronologicamente vicino a quello di Jack lo squartatore. Inoltre, a causa dei suoi crimini, venne sospettata di essere la stessa persona, tuttavia si trattava di un’ipotesi molto remota. La Dyer contattava le famiglie che volevano lasciarle il figlio per contrattare lo scambio.

Lei in cambio chiedeva una cifra di denaro e dei vestiti adatti per il bambino. Loro accettavano la proposta e glielo consegnavano. Faceva tutto ciò per intascarsi quella cifra e lasciava morire di fame il bambino, che ormai non le serviva più. La Dyer eluse per molto tempo le forze dell’ordine. Inoltre in quel periodo molte badanti, quando si trovavano in casi di difficoltà economica mentre crescevano il bambino, lo uccidevano. I metodi più usati erano quelli di lasciarlo deperire di fame, non allattarlo e intossicarlo in modo costante con forti dosi di alcol e oppio.

Amelia Dyer fu arrestata nel 1879, quando un medico che certificava l’operato della Dyer scoprì che, sotto le sue cure, erano morti molti bambini. Non fu condannata per il reato di omicidio plurimo ma per quello di “negligenza”. Passò sei mesi ai lavori forzati, che la provarono psicologicamente. Da questo momento in poi sviluppò tendenze alla depressione e al suicidio e iniziò a consumare sempre di più alcolici e sostanze oppiacee. Al rilascio tentò di riprendere la carriera da infermiera e continuò a uccidere con lo stesso metodo. La Dyer tornò nuovamente ad eludere le forze dell’ordine e a tenere lontana l’attenzione dei genitori.

Per fare ciò teneva un basso profilo, si trasferiva molto spesso da una città all’altra e usava molti pseudonimi, tra cui quello di Signora Thomas. Dopo che un corpo fu ripescato dal Tamigi, la polizia la tenne d’occhio e la arrestò, attribuendole fino a quattrocento omicidi commessi in vent’anni, ma le vittime accertate sono di fatto sei. Processata, fu trovata colpevole di un solo omicidio e impiccata nel 1896. Sarebbe la killer inglese più prolifica insieme della storia insieme al medico Harold Shipman.

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Henry Howard Holmes

Killer statunitense vissuto nel 1800, attirava le vittime nella sua abitazione a Englewood per intrappolarle nelle camere in affitto, gasarle, scioglierle nell’acido e venderne gli scheletri. Nacque il 16 maggio 1861 a New Hampshire in una famiglia abbastanza agiata. Contrariamente a tanti altri serial killer ebbe un’infanzia più o meno normale: non subì nessun abuso degno di essere ricordato. Al contrario da piccolo gli piaceva torturare con sadici esperimenti animali randagi. Sognava sempre di essere un dottore: questo sarà il suo futuro lavoro.

Dopo essere stato espulso dalla scuola per frode all’assicurazione si sposò e si trasferì da solo a Englewood, una località nell’Illinois, vicina a Chicago. Fu qui che cambiò il suo nome da Herman Webster Mudgett a Henry Howard Holmes. Era spinto ad uccidere dal guadagno e intorno a questo periodo commise il suo primo omicidio: a scopo di profitto avvelenò una donna.

Diverso tempo dopo lesse un annuncio di una donna anziana che cercava un aiutante per la sua farmacia: Holmes rispose all’annuncio presentandosi in casa sua e si offrì anche di curarle il marito gravemente malato da tempo. Dopo averle avvelenato il marito con la scusa di aiutarlo, Holmes fece una proposta all’anziana signora: lei gli avrebbe ceduto la farmacia e lui l’avrebbe gestita; lui in cambio le avrebbe dato un reddito mensile. La donna accettò.

Qualche tempo dopo avergli chiesto il debito, che puntualmente non le arrivava mai, sparì anche lei: è stata la terza vittima di Holmes. Un giorno fuggì dalla casa, che gli venne bruciata dai creditori, e riuscì ad eludere la polizia, solo per un certo periodo. In casa sua furono trovati almeno un centinaio di scheletri. Arrestato dopo il periodo di latitanza, confessò inizialmente ventisette omicidi, poi nella sua biografia confermò di avere ucciso centotrentatré persone. La polizia gli attribuì più di duecento vittime. Fu condannato a morte tramite impiccagione nel 1895 per soli nove omicidii e giustiziato nel marzo 1896; la sua abitazione fu poi rasa al suolo da un altro incendio.

Joseph Vacher

Era un assassino francese che mostrava segni di squilibrio già da piccolo. Da giovane si arruolò nell’esercito e, nel 1890, provò a suicidarsi tagliandosi la gola. Da quel momento divenne ossessionato dal sangue. Dopo un fallimento in amore si sparò in testa. Sopravvisse ma perse l’uso di un occhio. Tra il 1894 e il 1897 vagabondò per la Francia, squartando e necrofilizzando le sue vittime, in gran parte giovani donne. Sei anni dopo gli avvenimenti che afflissero la Londra Vittoriana nel 1888, con le gesta di Jack lo Squartatore, la Francia si apprestava ad avere un suo emule, ma con un esito finale diverso: lo squartatore francese avrebbe avuto un nome.

Il primo omicidio avviene il 20 maggio del 1894, a Vienne. Eugènie Delhomme aspetta sul ciglio della strada il suo fidanzato. Quel giorno il ragazzo ritarda, per cui la giovane decide di andargli incontro. La strada è deserta, lei incrocia Vacher e il suo destino risulta già scritto. L’uomo la raggiunge e la strozza, poi finisce il suo orrendo lavoro trascinandola dietro un cespuglio, violentandola e squartandola fino a farle fuoriuscire le budella. Arrestato a seguito di un tentato omicidio, la polizia gli attribuì tra i quattordici e le ventisei vittime. Venne ghigliottinato il 31 dicembre 1898 per undici omicidi.

Belle Sorenson Gunness

Era una donna norvegese di origine ma statunitense di adozione che, con degli annunci romantici, attirava uomini ricchi in casa sua per derubarli e ucciderli con un’ascia. Uccise anche alcune figlie usando del veleno. Brynhild nacque nella regione del Trondelag nella Norvegia centrale da una famiglia povera. Il padre, Paul Pedersen Storset, lavorava come tagliapietre e possedeva una piccola fattoria che bastava a malapena a sfamare la famiglia. La madre, Berit Olsdatter, era una casalinga.

La giovane Brynhild, la più piccola dei suoi otto fratelli, si manteneva come tante altre ragazze della sua età e della sua condizione sociale portando le pecore al pascolo. Circa due anni dopo essersi stabilita in America, Belle conobbe Mads Sorensen, un sorvegliante notturno, con il quale ben presto si sposò. Nel 1890 si trasferirono in un sobborgo di Chicago, ad Austin. Belle adottò in quel periodo una bambina di otto mesi, Jenny Olsen, il cui padre alla morte della moglie non si era sentito di crescere da solo.

Quando però questi si risposò e volle riprendersi la figlia con sé, nacque una battaglia legale per la custodia di Jenny, dalla quale uscì vincitrice la Gunness. Gli omicidi partirono dal 1896 e si conclusero nel 1908. Le sue tracce si persero quando la sua fattoria andò a fuoco. Lì furono trovati i cadaveri. Sembra che la Gunness avesse innescato l’incendio per fuggire con il bottino e coprire le tracce. Il suo corpo non fu mai trovato. La polizia provò a cercarlo nella casa incendiata e ne recuperò uno, che non era il suo.

Callisto Grandi

Assassino seriale italiano che, nella seconda metà del 1800, uccise quattro bambini. Nacque a Incisa Valdarno, nel 1849. Veniva spesso preso in giro da loro e da tutto il paese per le sue deformazioni fisiche: bassa statura, calvizie, testa enorme, un piede con sei dita per cui lo chiamavano Ventundito. Orfano e zitello, l’uomo era inoltre molto povero e di scarsa intelligenza.

Grandi uccise infatti quattro bambini, nel periodo che va dal 1873 al 1875, rei di averlo preso in giro. Esausto, l’uomo andò a lamentarsi con il sacerdote e il maestro del paese, dicendo che i bambini lo importunavano, lo schernivano, andavano nel suo negozio per rubare gli attrezzi e a volte gli dipingevano il viso. Per vendicarsi li attirò nella sua bottega di carradore, li colpì con una pala e ne seppellì i cadaveri in buche poco profonde. Arrestato mentre cercava di uccidere il quinto, confessò gli omicidi e fu condannato ai lavori forzati. Morì nel 1911.

Maria Swanenburg

Avvelenatrice olandese, tra il 1880 e il 1883, con l’arsenico causo la morte di parenti, gente anziana e malati. Il tutto per intascarsi le loro eredità o le loro assicurazioni sulla vita. Nata il 9 settembre 1839 a Leida, nei Paesi Bassi, era figlia di un operaio, Clemens Swanenburg, e di una casalinga, Johanna Dingjan. Crebbe nella periferia del povero quartiere di Leida, dove si occupò dei malati: li lavava, svolgeva i compiti di casa al loro posto e si offriva di fargli la spesa. Quando aveva dodici anni Maria si trasferì con i genitori e i fratelli perché la famiglia, a causa di alcuni affitti arretrati, era stata sfrattata.

Da giovane ebbe due figlie, che morirono in tenera età. Il 13 maggio 1868, all’età di circa 30 anni, si sposò con un fabbro che lavorava presso una fucina, un certo Johannes van der Linden. Da lui ebbe cinque figli e due figlie. Il loro matrimonio durò fino al 29 gennaio 1886. Continuò a prendersi cura di anziani e malati. A seguito delle sue gentilezze si prese poi il soprannome di Goeie Mie (Buona Mie). Gli omicidi partirono nel 1880 e si conclusero nel 1883. Tutte le vittime erano suoi conoscenti, quasi tutti anziani e malati, che avvelenava con l’arsenico.

Le prime due vittime furono i suoi genitori. Poi passò alla sorellastra Cornelia van der Linden, che morì il 30 maggio 1881. Anche la cugina Willem il 15 luglio 1881 fece la stessa fine. L’1 novembre dello stesso anno uccise un’altra vittima identificata, un certo Arend. Quando diventò più avida, iniziò a sterminare intere famiglie, compresi i bambini. Pare abbia anche ucciso due dei suoi figli più piccoli. Il marito, una delle persone più vicine a lei, fu risparmiato. Almeno cinquanta persone che provò ad avvelenare sopravvissero. Molte altre morirono. Quarantacinque sopravvissuti ebbero problemi alla salute di varie proporzioni dopo l’ingestione del veleno. Arrestata nel dicembre 1883, a seguito di alcuni tentati omicidi, fu condannata al carcere a vita per almeno 27 omicidi. Morì l’11 aprile 1915.

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John e Sarah Makin

Questa coppia di serial killer australiani, dal 1890 al 1892, compì alcuni omicidi nel New South Wales. Sarah Jane Makin, originaria di Sutcliffe, era nata il 20 dicembre 1845. Si sposò per la prima volta nel 1865, ma poi si risposò con John Makin (nato il 14 febbraio 1845) nel 1871. I due ebbero cinque figli e cinque figlie. Lavoravano come badanti per figli illegittimi. Nel 1892 sparirono dopo essersi presi cura di un bambino scomparso, Horace Murray, nato quello stesso anno. La coppia, dopo averlo ucciso, era scappata a Macdonaldtown.

L’11 ottobre 1892 un lavoratore, James Hanoney, trovò in uno scarico intasato nel sotterraneo di una casa abitata in precedenza dai Makin, che intanto si erano nuovamente spostati a Chippendale, i cadaveri di quattro bambini. I Makin vennero arrestati insieme a 4 figli. Nei cortili di undici case che avevano occupato a partire dal 1890 vennero alla luce altri corpi, per un totale di tredici. I due furono condannati a morte e i loro appelli non furono accettati. John fu impiccato il 15 agosto 1893 nel carcere di Darlinghurst Goal. La pena di Sarah fu commutata in carcere a vita e lavori forzati. Uscì sulla parola nel 1911. Morì a Marrickville il 13 settembre 1918.

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Vincenzo Verzeni

Nato a Bottanuco l’11 aprile 1849, era soprannominato il Vampiro della Bergamasca e lo Strangolatore di donne. Fu condannato per l’omicidio di due donne e l’aggressione di altre sei tra il 1867 e il 1872. Il suo caso fu studiato da Cesare Lombroso. La sua era una famiglia di contadini e la sua infanzia è segnata dalle condizioni economiche disagiate della famiglia: il padre è alcolizzato e violento, mentre la madre soffre di epilessia. Verzeni manifesta i primi segni di aggressività all’età di diciotto anni. Nel 1867 aggredisce nel sonno la cugina Marianna e tenta di morderle il collo, ma fugge spaventata dalle sue grida. Non risultano denunce in seguito all’aggressione.

Nel 1869, un’altra contadina, Barbara Bravi, viene aggredita da uno sconosciuto che fugge appena la donna oppone resistenza. La Bravi non è in grado di identificare l’aggressore ma, ciò nonostante, anni dopo, in seguito all’arresto di Verzeni per due omicidi, non escluderà che potesse trattarsi di lui. Nello stesso anno, Verzeni aggredisce Margherita Esposito: nella colluttazione l’uomo viene ferito al volto e successivamente identificato dalla polizia. Anche in questo caso non risultano provvedimenti penali in seguito all’aggressione. Il primo omicidio risale all’8 dicembre 1870 quando la quattordicenne Giovanna Motta, che si stava recando nel vicino comune di Suisio per visitare alcuni parenti, scompare nel nulla.

Il suo cadavere viene ritrovato quattro giorni più tardi, mutilato: il collo mostra segni di morsi, le interiora e gli organi genitali sono stati asportati e la carne di un polpaccio è stata strappata. Alcuni spilloni trovati accanto al cadavere fanno pensare che Verzeni abbia praticato del piquerismo durante o dopo le sevizie. Vincenzo Verzeni è arrestato solo nel 1873. Gli infermieri del manicomio criminale di Milano dichiarano di averlo trovato morto il 13 aprile 1874, impiccato nella sua cella. Ma non tutte le fonti storiche concordano.

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Jane Toppan

L’ultima importante assassina seriale della storia nato nel 1800 era un’infermiera statunitense che, tra il 1885 e il 1901, avvelenò con morfina, atropina e stricnina più di trentuno persone. Appartiene alla sfera degli Angeli della Morte. Nacque con il nome di Honora Kelley nel 1857, a Boston. Rimase in giovane età orfana di madre. Il padre, un alcolizzato, era anche pazzo e passò la giovinezza in un orfanotrofio. Nel novembre 1864, meno di due anni dopo, Honora diventò la serva della signora Ann Toppan a Lowell. Sebbene non fosse mai stata adottata ufficialmente dai Toppan, prese il cognome della famiglia per cui lavorava. In questo periodo ebbe inizio la sua carriera di infermiera nel Massachussets.

Nel 1885 la Toppan cominciò ad esercitarsi a diventare un’infermiera nel Cambridge Hospital. Si divertiva a usare i pazienti come cavie umane per esperimenti con la morfina e l’atropina: gli alterava le dosi prescritte per vedere i loro effetti sul sistema nervoso. In particolare le piaceva l’atropina a causa dei sintomi animati a cui è associata. Altre volte compilava false cartelle cliniche e spendeva molto tempo da sola con i pazienti. Con delle altre medicine gli faceva perdere conoscenza per poi andarci a letto.

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Non è chiaro se abbia svolto attività sessuali con loro. Commise anche diversi omicidi. Somministrava alle vittime una mistura di droghe per poi abbracciarle nel letto mentre morivano. Compiva questo gesto per soddisfazione, non per motivi economici. Fu arrestata il 26 ottobre 1901. Confessò di avere commesso i delitti per puro piacere. Inoltre, provava molto risentimento per non essersi potuta costruire una famiglia. Nel 1902 fu confinata in un manicomio in considerazione della sua comprovata insanità mentale. Morì a Taunton il 17 agosto del 1938.