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Memorie ritrovate: La busta gialla di Marco Francalanci

E’ proprio il caso di dirlo: sono memorie ritrovate quelle contenute nel libro La Busta Gialla, in cui si racconta una vicenda realmente accaduta (e documentata) durante la Seconda Guerra Mondiale a Genova e casualmente scoperta settant’anni dopo dall’autore, che ne è anche il protagonista. Durante una seduta fisioterapica, a Marco viene segnalata la presenza di cicatrici che evidenziano un numero elevatissimo di iniezioni lombari. Chiede spiegazioni sulle loro origini all’anziana madre, Paola, che fa un vago riferimento, peraltro subito ritrattato, a una “busta gialla”.

Il protagonista, giornalista da cinquant’anni, insospettito, va alla ricerca del misterioso involucro nella casa dei genitori, dove fa una clamorosa scoperta: in un vecchio armadio trova alcune scatole metalliche semiarrugginite e una busta gialla. Dentro, un centinaio di lettere fra i suoi genitori quando il padre Luigi era al fronte, che raccontano la loro storia d’amore da quando si conoscevano appena a quando si erano sposati, nel 1943. E poi altrettante fotografie, il diario della mamma, tenuto giorno per giorno nei primi anni di guerra.

Infine, la busta gialla, nella quale c’è una cartella clinica con la registrazione di 24 punture lombari con Albucid tra il novembre 1944 e il gennaio 1945, quando l’autore aveva tre mesi. Un accertamento all’Istituto Gaslini di Genova conferma l’avvenuto ricovero in quell’ospedale per una diagnosi allora letale: meningite di Pfeiffer. In seguito Marco, nel corso di un’inchiesta durata più di due anni, scopre che l’Albucid, il farmaco che gli ha salvato la vita e che era prodotto dalla Bayer, nel 1944 era ancora sperimentale e testato dall’équipe di Mengele sui piccoli prigionieri ebrei nei campi di concentramento.

Contemporaneamente, però, dato che sembrava efficace anche contro le malattie veneree, veniva sperimentato anche sui militari della Wehrmacht, l’esercito di occupazione in Italia. Questa circostanza ha permesso al padre, Luigi, di reperire il farmaco dopo settimane di ricerca, sotto i bombardamenti durante la guerra civile, in una farmacia nei pressi di una caserma tedesca. Tutte queste circostanze vengono confermate dall’Archivio storico della Bayer in Germania, dal quale sentenziano: “Marco si è salvato per aver fatto lui stesso da cavia a un farmaco che poi, trasformato in vaccino, ha salvato migliaia di vite”.

Nel frattempo l’anziana madre, che non ha più motivo di tenere segreti (non voleva condizionare la vita del figlio con l’annuncio che aveva subito una così grave malattia) racconta i suoi anni di guerra attraverso la sua trasformazione obbligata da spensierata ragazzina sedicenne come appare dalle prime foto e dal diario, a una vera e propria “madre coraggio”, che affronta per due volte un ufficiale nazista per impedire che il marito e tutta la sua famiglia vengano deportati in Germania: Luigi, infatti, come reduce dell’esercito italiano, dopo l’8 settembre era obbligato a entrare a far parte dell’esercito della Repubblica di Salò.

Non avendolo fatto, aveva ricevuto la cartolina precetto in vista della deportazione nel tristemente noto in campo di lavoro di Kassel, nella Ruhr. Due faccia a faccia drammatici, al termine dei quali l’ufficiale tedesco “salva” l’uomo e la sua famiglia con una motivazione ancora oggi misteriosa: un atto di generosità o il gesto interessato di un gerarca nazista che, alla fine di una guerra ormai perduta cerca di rifarsi un a verginità in vista di un probabile prossimo processo? Ancora oggi la donna propende per la generosità, le associazioni partigiane per l’interesse personale.

La cartolina di deportazione e l’idea del libro

L’autore, il giornalista Marco Francalanci, al Secolo XIX cronista di nera, politica, giudiziaria, costume, inviato di sport, vicecapocronista nel 1975, dopo una breve parentesi alla conduzione della Terza Pagina, capocronista dal 1978, negli anni più difficili del terrorismo brigatista e di quello neofascista a Genova, nel 1990 passa a La Repubblica come capocronista nella redazione appena aperta a Torino per l’edizione locale. È lui il Marco della storia e sapientemente ha strutturato “La Busta Gialla” come un romanzo storico di guerra. Nel prologo si accenna alla recente scoperta delle tracce di punture lombari e al primo colloquio con la madre, che fa riferimento alla “busta gialla”, il cui ritrovamento viene lasciato in sospeso.

Comincia qui un lunghissimo flashback attraverso il quale la madre racconta la storia della sua famiglia da quando si è trasferita a Genova da Livorno negli anni Trenta dopo la morte del padre, ufficiale di polizia. L’incontro con Luigi (nato a Genova dopo che il padre, un anarchico fiorentino, era fuggito in seguito a gravi disordini) precede il racconto di quegli anni che agli occhi di una ragazzina sembrano sereni, ma sui quali incombono prima la promulgazione delle leggi razziali, poi l’entrata in guerra, con le drammatiche conseguenze sulla vita di tutti i giorni.

Attraverso testimonianze, fotografie, resoconti dei giornali dell’epoca, Paola racconta la guerra attraverso la vita di ogni giorno, i razionamenti, le tessere annonarie, il terrore durante i bombardamenti, la distruzione della sua casa, nella quale si salva solo un tavolino di vimini, davanti al quale si fa fotografare con la mamma e manda l’immagine al fidanzato impegnato con la contraerea in Sicilia. Parallelamente, attraverso un appassionato epistolario, scorre la vicenda del fidanzamento tra i due giovani che si sono incontrati di persona solo una volta o due perché lui è troppo timido per dichiararsi, mentre per lettera riesce a esprimere la profondità dei suoi sentimenti.

Dopo lo smembramento dell’esercito seguito all’8 settembre, Luigi parte da Catania e raggiunge la Toscana, dove Paola vive sfollata e la sposa. La coppia torna a Genova, nella speranza che i combattimenti siano alla fine, ma si trova coinvolta in una guerra civile che a Genova ha vissuto risvolti tragici, tra attentati partigiani, esecuzioni sommarie, rappresaglie dei nazifascisti e sequestri di centinaia di operai nei cantieri per essere inviati nelle fabbriche di armi in Germania e mai più tornati. È in questo clima che Paola affronta per due volte il gerarca nazista per salvare la sua famiglia.

Ma pochi giorni dopo il secondo e decisivo incontro, nel quale l’ufficiale tedesco strappa la cartolina di deportazione, Marco si ammala di meningite, restando un mese in agonia, prima di essere salvato al Gaslini con il farmaco trovato da Luigi. Il racconto si avvia alla fine con lo straziante incontro tra Paola, con il bimbo ormai guarito, e il luminare del Gaslini che l’ha salvato: il professor De Toni, infatti, pochi giorni prima ha perso il figlio partigiano, ucciso dai fascisti nel giorno della Liberazione, proprio dietro l’ospedale. E il lungo flashback si conclude con la consapevolezza da parte di Paola che il figlio si è salvato grazie agli esperimenti condotti sui piccoli prigionieri dei campi di concentramento.

Nell’epilogo, infine, l’autore racconta l’emozione di quando ha scoperto il contenuto della busta gialla e come abbia condotto la lunga e rigorosa inchiesta su se stesso e la sua famiglia, con l’aiuto del Gaslini e la decisiva collaborazione da parte del dottor Thore Grimm, responsabile dell’Archivio storico della Bayer. A completamento del tutto, una postfazione dello storico professor Giangiacomo Migone, non a caso proprietario dell’omonima villa genovese (ora un museo) nella quale l’esercito tedesco, unico caso in Italia, si arrese alle formazioni partigiane, che lo consegnarono poi agli Alleati. Per questa resa il generale tedesco Meinhold, che rinunciò alla distruzione del porto già minato, fu inutilmente condannato a morte da un Hitler ormai agli ultimi giorni di vita.

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Il Metodo Catalanotti secondo Salvatore Silvano Nigro

Cosa c’è di meglio del fare presentare a Salvatore Silvano Nigro, filologo, critico letterario, italianista e francesista italiano, oltre che docente di letteratura italiana, il libro di Andrea Camilleri, “Il metodo Catalanotti”? “Il commissario Montalbano crede di muoversi dentro una storia. Si accorge di essere finito in una storia diversa”.

“E si ritrova alla fine in un altro romanzo, ingegnosamente apparentato con le storie dentro le quali si è trovato prima a peregrinare. È un gioco di specchi che si rifrange sulla trama di un giallo, improbabile in apparenza e invece esatto: poco incline ad accomodarsi nella gabbia del genere, dati i diversi e collaborativi gradi di responsabilità, di chi muore e di chi uccide, in una situazione imponderabile e squisitamente ironica”, questa è l’idea di Nigro.

“Tutto accade in una Vigàta, che non è risparmiata dai drammi familiari della disoccupazione e dalle violenze domestiche. La passione civile avvampa di sdegno il commissario, che ricorre a una “farfantaria” per togliere dai guai una giovane coppia di disoccupati colpevoli solo di voler metter su una famiglia. Per quanto impegnato in più fronti, Montalbano tiene tutto sotto controllo”.

“Le indagini lo portano a occuparsi dell’attività esaltante di una compagnia di teatro amatoriale che, fra i componenti del direttorio, annovera Carmelo Catalanotti: figura complessa, e segreta, di artista e di usuraio insieme, e in quanto regista, sperimentatore di un metodo di recitazione traumatico, fondato non sulla mimèsi delle azioni sceniche, ma sull’identificazione delle passioni più oscure degli attori con il similvero della recita”, ha fatto notare il professore.

“Catalanotti ha una sua cultura teatrale aggiornata sulle avanguardie del Novecento. È convinto del primato del testo. E della necessità di lavorare sull’attore, indotto a confrontarsi con le sue verità più profonde ed estreme. Il romanzo intreccia racconto e passione teatrale. Nel corso delle indagini, Montalbano ha la rivelazione di un amore improvviso, che gli scatena una dolcezza irrequieta di vita: un recupero di giovinezza negli anni tardi”.

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“Livia è lontana, assente. Sulla bella malinconia del commissario si chiude questo possente romanzo dedicato alla passione per il teatro (che è quella stessa dell’autore) e alla passione amorosa. Un romanzo, tecnicamente suggestivo, che una relazione dirompente racconta in modo da farle raggiungere il più alto grado di combustione nei versi di una personale antologia di poeti; e, all’interno della sua storia, traspone i racconti dei personaggi in colonne visive messe in moviola perché il commissario possa farle scorrere e rallentare a suo piacimento”, ha concluso Nigro sul libro di Andrea Camilleri, Il metodo Catalanotti.

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Il best seller Disperata e Felice: dedicato alle mamme

“Niente mi ha cambiato come mi hanno cambiato i miei bambini. Nessuno mi aveva detto come sarebbe stato, e che avrei dovuto accettarlo. Nessuno mi aveva detto un sacco di cose. E allora adesso vorrei dirle io. Perché è giusto che qualcuno lo dica. Che si fa fatica. Tanta. Ma anche che ne vale la pena. Sempre”, parola di Julia Elle, oggi una super blogger, che trova il successo sul web a 28 anni, quando è già mamma di Chloe da tre anni e, aspetta, Chris il fratellino. Da qui nasce il fortunato libro “Disperata & felice”. Sono le parole di Julia Elle.

Di se stessa dice: “Io sono una cantante e un’attrice. Quando sono diventata mamma ho capito che incastrare la mia nuova vita con quella vecchia sarebbe stato molto più difficile di quanto credessi. Io che ero sempre stata al centro della mia vita e delle mie scelte ora avevo un’altra priorità ed ero inaspettatamente più felice di quanto fossi mai stata. Ho ideato la web serie “Disperatamente Mamma” perché ero convinta che come me molte mamme avessero bisogno di condividere e far vedere al mondo come è davvero la vita di una mamma”. E ben si comprende da dove sia nata poi l’idea di realizzare anche un libro e un ebook.

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Con “Disperatamente Mamma” arrivano migliaia di visualizzazioni e condivisioni. Il perché è semplice. Julia è una mamma come tutte. Ogni mamma vive gli stessi momenti che lei enfatizza nei suoi video. E guardandoli ci scappa una grassa risata di quelle liberatorie che ci aiutano a sopportare le mancate ore di sonno e il mancato tempo libero. Julia non ha nulla di diverso dalle altre mamme. Ed è questo il bello della maternità, ci rende tutte uguali, perché se ho capito una cosa è che la mamma miliardaria nella sua villa e la mamma nel monolocale si fanno le stesse domande hanno le stesse paure vivono le stesse fasi e più di tutto amano i propri figli più di ogni altra cosa.

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L’agenda rossa di Paolo Borsellino: un libro lacrime e sangue

“Ho capito tutto”. Lo diceva negli ultimi frenetici giorni Paolo Borsellino e dalla lettura di questa cronaca di eventi si ha la sensazione di aver capito qualcosa in più di quello che negli anni ci è giunto attraverso i giornali i dibattiti televisivi e le farse mediatiche. L’agenda rossa di Paolo Borsellino è un libro emozionante, ho percepito la solitudine di un uomo sino all’ultimo minuto della sua vita, sono salito sul treno inarrestabile degli eventi che inesorabilmente, si capisce nel corso delle lettura, avrebbero condotto alla strage di via D’Amelio. Bello ed emozionante.

Già solo il titolo ti invita a comprarlo: “L’agenda rossa di Paolo Borsellino: Gli ultimi 56 giorni nel racconto di familiari, colleghi, magistrati, investigatori e pentiti”. Il libro lo firmano Sandra Rizza e Giuseppe Lo Bianco per l’editore Chiarelettere. Il libro ha avuto la prefazione di Marco Travaglio. Molto è stato detto per celebrare la figura eroica di Paolo Borsellino. Molto poco invece si sa degli ultimi cinquantasei giorni della sua vita, dalla strage di Capaci all’esplosione di via d’Amelio, quando qualcuno decide la sua condanna a morte.

Lo Bianco e Rizza ricostruiscono quei giorni drammatici con l’aiuto delle carte giudiziarie, le testimonianze di pentiti e di ex colleghi magistrati, le confidenze di amici e familiari. E ci restituiscono le pagine dell’agenda scomparsa nell’inferno di via d’Amelio, in cui Borsellino annotava le riflessioni e i fatti più segreti.

Qualcuno si affrettò a requisirla: troppo scottante ciò che il magistrato aveva annotato nella sua corsa contro il tempo, giorno dopo giorno. Chi incontrava? Chi intralciava il suo lavoro in Procura? Quali verità andava scoprendo? E perché, lasciato solo negli ultimi giorni della sua vita, disse: “Ho capito tutto… mi uccideranno, ma non sarà una vendetta della mafia… Forse saranno mafiosi quelli che materialmente mi uccideranno, ma quelli che avranno voluto la mia morte saranno altri”.

Assassinato da Cosa nostra assieme ai cinque agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi (prima donna a far parte di una scorta e anche prima donna della Polizia di Stato a cadere in servizio), Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, Borsellino resta uno dei personaggi più importanti e prestigiosi nella lotta contro la mafia in Italia, insieme al collega e amico Giovanni Falcone. Nacque a Palermo il 19 gennaio 1940 nel quartiere popolare della Kalsa, dove, durante le tante partite a calcio nel quartiere, conobbe Giovanni Falcone, più grande di lui di otto mesi. La famiglia di Paolo era composta dalla sorella maggiore Adele, dal fratello minore Salvatore e dall’ultimogenita Rita.

L’ingresso in magistratura di Paolo Borsellino

Nel 1963, Borsellino partecipò a un concorso per entrare in magistratura. Classificatosi venticinquesimo sui centosettantuno posti messi a bando, divenne il più giovane magistrato d’Italia. Incominciò quindi il tirocinio come uditore giudiziario e lo terminò il 14 settembre 1965 quando venne assegnato al tribunale di Enna nella sezione civile. Nel 1967, fu nominato pretore a Mazara del Vallo. Nel 1969 fu pretore a Monreale, dove lavorò insieme a Emanuele Basile, capitano dell’Arma dei Carabinieri.

Nel 1975, Borsellino venne trasferito presso l’Ufficio istruzione del Tribunale di Palermo. Nel 1980 continuò l’indagine sui rapporti tra i mafiosi di Altofonte e Corso dei Mille cominciata dal commissario Boris Giuliano, freddato nel 1979, lavorando sempre insieme con il capitano Basile. Intanto tra Borsellino e Rocco Chinnici, nuovo capo dell’Ufficio istruzione, si stabilì un rapporto, più tardi descritto dalla sorella Rita Borsellino e da Caterina Chinnici, figlia del capo dell’Ufficio, come di “adozione” non soltanto professionale.

La vicinanza che si stabilì fra i due uomini e le rispettive famiglie fu intensa e fu al giovane Paolo che Chinnici affidò la figlia, che abbracciava anch’essa quella carriera, in una sorta di tirocinio. Il 4 maggio 1980 il capitano Basile venne assassinato e fu decisa l’assegnazione di una scorta alla famiglia Borsellino. Chinnici istituì presso l’Ufficio istruzione un “pool antimafia”, ossia un gruppo di giudici istruttori che si sarebbero occupati esclusivamente dei reati di stampo mafioso e, lavorando in gruppo, essi avrebbero avuto una visione più chiara e completa del fenomeno mafioso e, di conseguenza, la possibilità di combatterlo più efficacemente.

Diminuiva inoltre il rischio che venissero assassinati da Cosa Nostra con lo scopo di riseppellire i segreti scoperti. Chinnici chiamò Borsellino a fare parte del pool insieme con Giovanni Falcone, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta. Il 29 luglio 1983 Chinnici rimase ucciso nell’esplosione di un’autobomba insieme a due agenti di scorta e al portiere del suo condominio. Pochi mesi dopo giunse a Palermo da Firenze il giudice Antonino Caponnetto nominato al suo posto. Il pool nacque per risolvere il problema dei giudici istruttori che lavoravano individualmente, e separatamente, senza che avvenisse scambio di informazioni fra quelli che si occupavano di materie contigue. Serviva a coordinarsi.

Uno dei primi esempi concreti del coordinamento operativo fu la collaborazione fra Borsellino e Di Lello, che Caponnetto aveva voluto e richiesto in squadra: Di Lello prendeva giornalmente a prestito la documentazione che Borsellino produceva e gliela rendeva la mattina successiva, dopo averla studiata come fossero “quasi delle dispense sulla lotta alla mafia. Del resto era proprio la formazione di una conoscenza condivisa uno degli effetti, ma prima ancora uno degli scopi, della costituzione del pool: come disse Guarnotta, “si andava ad esplorare un mondo che sinora era sconosciuto per noi in quella che era veramente la sua essenza”.

Il trasferimento di Falcone e Borsellino all’Asinara

Per ragioni di sicurezza, nell’estate 1985 Falcone e Borsellino furono trasferiti insieme con le loro famiglie nella foresteria del carcere dell’Asinara per scrivere l’ordinanza-sentenza di ottomila pagine che rinviava a giudizio quattrocento e settantasei indagati in base alle indagini del pool. Il maxiprocesso di Palermo che scaturì dagli sforzi del pool cominciò in primo grado il 10 febbraio 1986, presso un’aula-bunker appositamente costruita all’interno del carcere dell’Ucciardone a Palermo per accogliere i numerosi imputati e numerosi avvocati, concludendosi il 16 dicembre 1987 con trecento e quarantadue condanne, tra cui diciannove ergastoli.

Nel 1987, mentre il maxiprocesso di Palermo si avviava alla sua conclusione, Antonino Caponnetto lasciò il pool per motivi di salute e tutti si attendevano che al suo posto fosse nominato Falcone, ma il Consiglio Superiore della Magistratura non la vide alla stessa maniera e il 19 gennaio 1988 nominò Antonino Meli. Sorse il timore che il pool stesse per essere sciolto. Borsellino parlò in pubblico a più riprese, raccontando quel che stava accadendo alla Procura della Repubblica di Palermo. Il 20 luglio 1988 a la Repubblica e a L’Unità, riferendosi al Csm, dichiarò: “Si doveva nominare Falcone per garantire la continuità all’Ufficio”, “Hanno disfatto il pool antimafia”, “La squadra mobile non esiste più”

A seguito di un intervento del Presidente della Repubblica Francesco Cossiga, si decise almeno di indagare su ciò che succedeva nel palazzo di giustizia. Il 31 luglio, il Csm convocò Borsellino, il quale rinnovò accuse e perplessità. Il 14 settembre Antonino Meli, sulla base di una decisione fondata sulla mera anzianità di ruolo in magistratura, fu nominato capo del pool. Borsellino tornò a Marsala, dove riprese a lavorare alacremente insieme con giovani magistrati, alcuni di prima nomina.

Cominciava in quei giorni il dibattito per la costituzione di una Superprocura e su chi porvi a capo, nel frattempo Falcone fu chiamato a Roma per assumere il comando della direzione affari penali e da lì premeva per l’istituzione della Superprocura. Nel settembre del 1991, cosa nostra aveva già abbozzato progetti per l’uccisione di Borsellino. A rivelarlo fu il collaboratore di giustizia Vincenzo Calcara, mafioso di Castelvetrano a cui il suo capo Francesco Messina Denaro aveva detto di tenersi pronto per l’esecuzione, che si sarebbe dovuta effettuare mediante un fucile di precisione o con un’autobomba.

Tuttavia Calcara fu arrestato il 5 novembre e la sua situazione in carcere si fece assai pericolosa poiché, secondo quanto da lui stesso indicato, aveva in precedenza intrecciato una relazione con la figlia di uno dei capi di Cosa nostra, uno sbilanciamento del tutto contrario alle “regole” mafiose e sufficiente a costargli la vita in carcere. Per evitare ciò, prima che finisse il periodo di isolamento, Calcara decise di diventare collaboratore di giustizia e si incontrò proprio con Borsellino, al quale, una volta rivelatogli il piano e l’incarico, disse: “Lei deve sapere che io ero ben felice di ammazzarla”.

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La strage di Capaci, quella di Via D’Amelio e l’agenda rossa

Il 23 maggio 1992, in un attentato dinamitardo sull’autostrada A29 all’altezza di Capaci, persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo. Il 21 maggio 1992, due giorni prima della strage di Capaci e poco meno di due mesi prima di essere ucciso, Paolo Borsellino rilasciò un’intervista ai giornalisti di Canal+ Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi. “All’inizio degli anni settanta, Cosa Nostra cominciò a diventare un’impresa anch’essa. Un’impresa nel senso che attraverso l’inserimento sempre più notevole, che a un certo punto diventò addirittura monopolistico, nel traffico di sostanze stupefacenti, Cosa Nostra cominciò a gestire una massa enorme di capitali. Una massa enorme di capitali dei quali, naturalmente, cercò lo sbocco”, disse.

E aggiunse: “Cercò lo sbocco perché questi capitali in parte venivano esportati o depositati all’estero e allora così si spiega la vicinanza fra elementi di Cosa Nostra e certi finanzieri che si occupavano di questi movimenti di capitali, contestualmente Cosa Nostra cominciò a porsi il problema e ad effettuare investimenti. Naturalmente, per questa ragione, cominciò a seguire una via parallela e talvolta tangenziale all’industria operante anche nel Nord o a inserirsi in modo da poter utilizzare le capacità, quelle capacità imprenditoriali, al fine di far fruttificare questi capitali dei quali si erano trovati in possesso”.

In questa sua ultima intervista Paolo Borsellino parlò anche dei legami tra Cosa nostra e l’ambiente industriale milanese e del Nord Italia in generale, facendo riferimento, tra le altre cose, a indagini in corso sui rapporti tra Vittorio Mangano e Marcello Dell’Utri. Alla domanda se Mangano fosse un “pesce pilota” della mafia al Nord, Borsellino rispose che egli era sicuramente una testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord d’Italia. Sui rapporti con Silvio Berlusconi invece, benché esplicitamente sollecitato dall’intervistatore, si astenne da qualsiasi giudizio, poiché coperto dal segreto istruttorio.

Il 19 luglio 1992, dopo aver pranzato a Villagrazia di Carini con la moglie Agnese e i figli Manfredi e Lucia, Paolo Borsellino si recò insieme alla sua scorta in via D’Amelio, dove viveva sua madre. Alle 16:58 una Fiat 126 imbottita di tritolo, che era parcheggiata sotto l’abitazione della madre, detonò al passaggio del giudice, uccidendo oltre a Borsellino anche i cinque agenti di scorta. L’unico sopravvissuto fu l’agente Antonino Vullo, scampato perché al momento della deflagrazione stava parcheggiando uno dei veicoli della scorta.

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Riconquista il tuo tempo con la guida di Andrea Giuliodori

Quante volte ci siamo detti che vorremmo avere più tempo per noi stessi, le nostre passioni, le nostre ambizioni? E quante volte abbiamo accantonato i nostri sogni perché “non abbiamo tempo” per inseguirli? Con la sua chiarezza ed efficacia, “Riconquista il tuo tempo” di Andrea Giuliodori – ingegnere, ex-manager e autore del seguitissimo EfficaceMente.com – ci accompagna lungo una giornata immaginaria, e ci svela, ora dopo ora, strategie pratiche e concrete per riconquistare il nostro tempo.

Scritto con uno stile diretto e dissacrante, “Riconquista il tuo tempo” ci insegna a riappropriarci del nostro bene più prezioso e a fare spazio ai nostri veri sogni. Se anche tu in questo momento ti senti in trappola, se senti che il tuo tempo ti sta sfuggendo di mano o se senti di non averne mai abbastanza per fare quel che desideri davvero, in questo libro scoprirai una nuova filosofia per guardare alle tue giornate e consigli di immediata applicazione per tornare a investire saggiamente e, soprattutto, felicemente il tempo della tua vita.

Andrea Giuliodori ci ha abituati a contenuti di qualità, e anche in questo suo primo libro non ha deluso le aspettative. Come sempre scorrevole, con un filo di ironia, ti prende per mano e ti guida in un percorso chiaro e coerente dall’inizio alla fine. Non ci sono stratagemmi miracolosi, tecniche elaborate o bacchette magiche per avere giornate di quarantotto ore. Al contrario il libro si concentra su quello che possiamo effettivamente fare per evitare di sprecare il tempo a nostra disposizione e per restare focalizzati nelle cose veramente importanti della nostra vita.

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Alcuni aspetti trattati (l’alternanza lavoro riposo, il valore del gioco  del vuoto, e altri) non sono affatto scontati quando si parla di produttività personale, e rendono preziosa la collezione di consigli contenuta in questo libro, che alla fine si rivela utile oltre che molto piacevole da leggere. “Lo scopo del fare non è produrre di più, ma avere il tempo per vivere di più”. Questo libro non è il classico manuale sulla gestione del tempo. Non vi insegna il sistema miracoloso per gestire gli impegni e organizzare le giornate. Va oltre.

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