Articoli

Si impazzisce ma non è il caldo

Si impazzisce, ma non è il caldo. Sì, è proprio così. Sfatiamo un mito. Mentre vado in centro città in pullman (grazie alla pioggia) due anziani chiacchierano. Sono piemontesi, parlano un dialetto fluido. Non discutono di lavoro. L’argomento che tiene banco sono i giovani e gli adulti, figli e nipoti. E del cinismo che sembra voler cancellare ogni traccia di solidarietà umana. Uno dei due si domanda: ma sarà il caldo? Inevitabile una ghignata nascosta da parte mia, dopo aver guardato con la coda dell’occhio delle nubi nerissime che promettono di lavare ogni angolo di Torino.

Mi viene in mente, collegando i due argomenti più dibattuti del giorno: il selfie con sullo sfondo la donna ferita nella stazione di Piacenza e il carabiniere che scarica la sua foga sessuale in caserma facendosi pagare lo “straordinario”. Scusami, davvero. Non è che voglio scavare nel torbido, ma due notizie così difficilmente passano inosservate. Se ne accorgerebbero anche i abili schivatori di notizie. Seguimi. Parto dall’ultima news.

Sfogli “il Resto del Carlino” e scopri che un appuntato dei carabinieri è indagato a Ravenna per truffa e falso ideologico commesso da pubblico ufficiale per aver portato in caserma di notte due donne, con una delle quali avrebbe avuto un rapporto sessuale. I fatti risalgono all’11 gennaio 2018 (ma vengono resi noti solo ora grazie alla privacy!) e il militare nel frattempo è stato trasferito. L’aggiornamento è l’avviso di fine indagine firmato dal sostituto procuratore della repubblica Cristina D’Aniello.

In pratica, stando alla ricostruzione della vicenda fatta dal magistrato, il militare (quindi uno che ha giurato) viene denunciato per violenza sessuale da una donna conosciuta poco prima in un bar. Questa ipotesi viene subito esclusa dalle indagini e dalle dichiarazioni dell’altra ragazza presente. Il rapporto sarebbe stato consensuale. All’indagato, che è un uomo di quasi cinquant’anni, però, viene contestato di essersi segnato un’ora di straordinario, da mezzanotte all’una, e di aver “ingannato” il piantone, dicendogli di aver la necessità e l’urgenza di far entrare le donne al comando di viale Pertini per acquisire da loro preziose informazioni.

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Ovviamente, nessuno è colpevole fino a condanna definitiva, ma la vicenda è paradossale. Sono un giornalista e quindi non so tutto. Partendo da questa considerazione, leggo sul quotidiano “Libertà” che a Piacenza, mentre sui binari della stazione ferroviaria gli operatori del 118 stanno soccorrendo una donna gravemente ferita, da poco investita da un treno, un giovane si fa un selfie. Il momento, in stazione, è stato documentato da una foto scattata il 26 maggio dal giornalista Giorgio Lambri e pubblicata oggi dal quotidiano “Libertà”. Alla donna poi è stata amputata una gamba.

Il giovane autore del selfie è stato bloccato dalla Polfer, identificato e costretto, a cancellare le fotografie dallo smartphone. Paradossalmente, il giovane ha protestato. Voleva tornare a casa con il “trofeo”. Nell’immagine, tra l’altro, mentre con una mano regge il telefonino, con l’altra sembra fare la “V” di vittoria. Non ci si può limitare a dire tempi modermi. Ci viviamo in questi tempi moderni. Li plasmiamo e li modifichiamo i tempi. E’ colpa nostra, nel senso più lato del termine. Ma purtroppo queste sono delle tendenze sociali, delle brutte e pericolose modificazioni della nostra società.

Next generation in scatola

Cosa intendo per next generation in scatola? Entri in un bus o in un tram o nella metropolitana e, a parte i poveri e quasi decontaminati vecchietti ultra settantenni, nessuno ti guarda. Non solo non si accorgono di te, ma neppure che il mezzo su cui stanno viaggiando si è fermato. Dai cinquanta ai trent’anni sono tutti intenti a sorridere al loro luminoso smartphone. Spesso gli fanno anche le faccine. Altro che tecnologia. Quando devono mettere a fuoco un barcode o peggio un codice QR sembra debbano spararti con un vecchio ma ben funzionante kalashnikov. Altro che Mortal Kombatt…

Dai 30 anni in giù poi, neppure una ginocchiata nei “santissimi” riuscirebbe a distrarli. Il sesso? Quello ormai lo fanno per lo più su Facebook, su Netlog, su Skype, su WhatsApp e via discorrendo. Insomma, via chat e foto. Fanno sesso con la veccia Federica, la mano amica, e immaginano di accoppiarsi con quella bella ragazzina che c’è dall’altra parte della cam.

Sembra la dichiarazione d’amore al proprio smartphone.

Se vogliamo dirla tutta, questa tristissima situazione si ripropone sulle spiagge, dove una volta c’era il gioco degli sguardi alla ricerca dell’anima gemella o del compagno di giochi, e lo notiamo nei supermercati, dove spiavamo le offerte che la signora Furba aveva messo nel proprio carrello o ci si fermava intere mezzore a fare pettegolezzo. Si manifesta in tutti gli angoli di strada che percorriamo.

Fateci caso, la stragrande maggioranza delle persone che ci capita sotto gli occhi non capisce molto, soprattutto non molto rapidamente, e frequentemente non sembra avere opinioni, opinioni proprie intendo. Spesso, sembra faticare a fare la somma di più parole per mettere insieme una frase. Quella stessa gente che su internet ha sempre un’opinione chiara e definita, che scrive ovunque, che sembra in grado di distribuire saggezza per tutti…

Mi chiedo da diversi anni, e questo mi conferma che sto diventando tollerante e non intollerante, come sia possibile che su qualunque accadimento, Ebola, Strage di Bologna, Guerra di Gaza, Ice Bucket Challenge, crisi economica, scandalo del Mose e chi più ne ha più ne metta, ognuno di questi sappia la Santa Verità?

PROMEMORIA > Le mie opinioni sono raccolte negli editoriali

Sono sempre loro, e solo loro sono i depositari del vero assoluto, del bello che più bello non si può, del giusto che più giusto è solo un’ingiustizia. Questi ebetini ipnotizzati dal telefonino, quel telefonino a cui ogni tanto sorridono pure, pontificano su qualsiasi cosa: sperpero d’acqua, biodiversità, ambiente, economia, calcio… Da dietro uno schermo sembrano sapere tutto. Qualcosa ha successo? E’ una cagata pazzesca. Magari fasulla.

Poi un giorno, li vedi e le vedi piangere come bambini a cui hanno rubato il ciuccio facendogli pure una pernacchia. Hanno perso tutta la saccenza di cui si erano vestiti (non era saggezza?), sono spogli delle loro finte e inutili sicurezza che urlavano a colpi di lettere maiuscole e punti esclamativi. Scoprono di essere normali. Di essere di carne e ossa. Di essere vulnerabili, molto più di quanto potessero immaginare. Hanno scoperto come va il mondo…

Tanta saggezza e furbizia dispensata ai quattro venti e non si erano accorti che il nostro mondo è pieno di padri e madri che fanno finta di non vedere che il figlio cammina come un’alce dopo una notte di droga, di mogli e mariti che tradiscono e di vicini di casa non sempre tifano per la squadra del cuore, a volte ammazzano anche i figli. Non si accorgono che, a volte, queste cose capitano anche a loro e non solo agli altri. Svegliatevi. Uscite fuori da quelle scatolette diaboliche…

Ciambra: la vergogna del Reggino

Ogni città ha la sua vergogna. A Torino c’è via Germagnano in mano ai rom e, ancor peggio, il quartiere di Lucento in scacco a bande di romeni e nordafricani. A Milano c’è via Padova, con i suoi quattro chilometri di degrado e di paura. E a Gioia Tauro, c’è qualcosa? A Gioia Taura c’è la Ciambra, la vergogna del Reggino. Anzi, “A Ciambra”. Il Garante per l’Infanzia della Regione Calabria, Antonio Marziale, ha scoperto il Vaso di Pandora del Reggino. Ha denunciato il quartiere Ciambra. Una porcheria tutta calabrese che nel terzo millennio non dovrebbe esistere da almeno cinquecento anni. “Mi sono recato il primo maggio presso il quartiere Ciambra di Gioia Tauro, che avevo visitato già lo scorso anno – afferma Marziale – e ho trovato solo indigenza, inciviltà e incuria, in cui sono costretti a vivere centosessanta sventurati bambini per lo più in tenera età”.

Siamo a la Ciambra, quartiere-ghetto di Gioia Tauro, in provincia di Reggio Calabria.

Per sintetizzare in poche parole cos’è la Ciambra, di cui fino a pochi giorni fa si era sentito parlare, per sbaglio, solo tra pochi intimi, perché da queste parti è più importante nascondere una vergogna umana come questa che affrontarla e risolverla, è il “bronx” di Gioia Tauro, dove vive una comunità rom, che di rom ormai non ha più nulla: da decenni, gli abitanti sono tutti italiani. Anche come etnia. La Ciambra è un vero e proprio ghetto. Qui le condizioni igieniche e sanitarie sono drammaticamente terribili. Una terra di nessuno.

Un posto in cui i controlli sono praticamente inesistenti e questo trasforma il quartiere in un’oasi di illegalità e di degrado. Una sorta di mondo parallelo senza regole, con le proprie usanze ed il proprio stile di vita. Di generazione in generazione non cambia nulla. La comunità, non potendo accedere ad una “vita normale”, perché è letteralmente tagliata fuori da una vita normale, continua a vivere di espedienti più o meno legali, tra degrado e sporcizia. Come se nulla fosse.

“La situazione, rispetto al 2016, è notevolmente peggiorata: i cumuli di immondizie sovrastano le abitazioni e si allungano per svariate centinaia di metri, o forse di chilometri. I residenti ogni sera bruciano i rifiuti in prossimità del fiume Petrace, recando un danno ambientale di non poco conto ai mari di Gioia Tauro e limitrofi, oltre che all’intera cittadinanza, visto e considerato che il fumo si propaga per tutta l’area sovrastante la città”.

Infatti, a causa di questi roghi, l’allarme diossina è all’ordine del giorno. “Da tenere anche in debita considerazione che, tra i rifiuti, mi sono stati mostrati atti su fogli intestati del Comune di Gioia Tauro”. Le abitazioni sono pervase nelle fondamenta da acqua melmosa e sono ormai a rischio crollo e mancanti di infissi. Le fogne sono a cielo aperto e spesso gli abitanti sono costretti a coprirle in qualche modo per evitare che i bambini ci cadano dentro. Le strade non esistono e l’impianto di pubblica illuminazione è allo sfascio.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

I dettagli di una vergogna

Uno dei tanti interventi dei carabinieri nel quartiere di Gioia Tauro.

“Tanti altri – rileva un amareggiato Marziale – sono i dettagli che dovrei illustrare, ma che per ragioni di spazio e tempo in questa sede ometto. L’anno scorso ottenni dall’Amministrazione comunale che i pulmini andassero a prelevare i bambini e li portassero a scuola, onde evitare l’annosa e comprensibile dispersione scolastica. I bambini hanno regolarmente frequentato la scuola durante l’anno fino ai primi di aprile”, prosegue.

“Poi, il commissario prefettizio, Domenico Fichera, non ha potuto pagare l’assicurazione dei mezzi e i bambini hanno ormai perso quasi un mese di scuola. Sempre l’anno scorso, l’Amministrazione comunale impiantò una struttura abitativa per consentire al parroco, Antonio Scordo, su sua esplicita richiesta di assistere i bambini con doposcuola ed altre attività socializzanti. Lo stesso, da me incontrato ieri nella sua parrocchia, mi ha riferito che le ha utilizzate poco perché troppo piccole”.

Bisogna fare uno sforzo per ripulire quel quartiere ed interessarsi di quei bambini, non già in fase emergenziale, bensì ordinaria e continuativa, in quanto versano in condizioni che gridano vendetta al cospetto di Dio e degli uomini. Tutte le istituzioni locali conoscono il perenne dramma della Ciambra, dove ovviamente si annidano forme di illegalità diffuse che non è possibile contenere se lo Stato, prima di rivendicare il rispetto della legge, non provvede a rispettare i diritti di quei bambini.

“Non esistono più alibi e la dignità di quei bambini non può continuare ad essere soggiogata dalla mancanza di soldi, da un debito, a me dichiarato dal Commissario prefettizio reggente, di dimensioni stratosferiche”. A proposito del debito, perché non si manda in galera chi questo debito ha prodotto? Vivere in queste condizioni non è umano. Viola la dignità di qualunque persona ed è una sconfitta per tutta la città.