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Come le biciclette hanno cambiato la storia dell’umanità

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

Se la storia non si ripete del tutto, di sicuro si ripropone in modo molto simile. Mentre assistiamo a un’impennata nella richiesta di biciclette e a Paesi che si preparano a spendere miliardi per ridisegnare le città con una rinnovata attenzione a pedoni e ciclisti, vale la pena di ricordare in che modo l’avvento della bicicletta alla fine del XIX secolo ha trasformato la società in tutto il mondo.

Era una tecnologia altamente innovativa, facilmente paragonabile a quella dei moderni smartphone. Nei ruggenti anni intorno al 1890, la bicicletta era l’oggetto irrinunciabile per eccellenza: un veloce, affidabile ed elegante mezzo di trasporto in grado di portarti ovunque, in qualunque momento e gratuitamente.

Praticamente chiunque poteva imparare ad andare in bicicletta, e così avvenne. Il sultano di Zanzibar iniziò a pedalare. Così come lo zar di Russia. L’emiro di Kabul acquistò delle biciclette per tutto il suo harem. Ma in tutto il mondo la bicicletta divenne un binomio inscindibile soprattutto con la classe media e la classe operaia. Per la prima volta nella storia le masse potevano spostarsi, potevano andare e venire come volevano. Non servivano più i costosi cavalli e le carrozze. Il “ronzino dei poveri”, come veniva chiamata la bicicletta, non era solo leggera, economica e facile da mantenere, era anche il mezzo più veloce per viaggiare sulle strade.

La società si trasformò. Le donne furono particolarmente entusiaste, abbandonarono le ingombranti gonne in stile vittoriano a favore dei pantaloni e di abiti più “razionali” e si riversarono nelle strade. “Penso che l’andare in bicicletta abbia avuto il ruolo più significativo per l’emancipazione femminile di qualsiasi altra cosa al mondo”, affermò Susan B. Anthony in un’intervista al New York Sunday World nel 1896. “Ogni volta che vedo una donna che si muove su due ruote mi fermo a guardarla e mi rallegro… l’immagine di un’autentica e sfrenata femminilità”.

Nel 1898 il ciclismo era diventato un’attività così popolare negli Stati Uniti che il New York Journal of Commerce affermava le perdite commerciali a ristoranti e cinema per oltre 100 milioni di dollari all’anno. La produzione di biciclette divenne uno dei settori più grandi e innovativi di tutta l’America. Un terzo di tutte le richieste di brevetti riguardavano le biciclette, un numero così alto che l’ufficio brevetti statunitense dovette costruire un nuovo edificio per poterle gestire tutte.

L’invenzione della bicicletta è generalmente attribuita a un inglese di nome John Kemp Starley. Suo zio, James Starley, aveva sviluppato il biciclo intorno al 1870. Immaginando che la richiesta di biciclette sarebbe aumentata se non fossero state così spaventose e pericolose da guidare, nel 1885 il trentenne inventore iniziò a sperimentare nella sua officina di Coventry partendo da una bicicletta azionata a catena dotata di due ruote molto più piccole. Dopo aver testato diversi prototipi, arrivò alla bicicletta di sicurezza Rover, un veicolo da 20 kg che assomigliava più o meno a quella che oggi chiamiamo bicicletta.

Quando venne presentata per la prima volta a una mostra di biciclette nel 1886, l’invenzione di Starley venne guardata con curiosità. Ma due anni dopo, quando la bicicletta di sicurezza fu abbinata allo pneumatico appena inventato, che non solo ne ammortizzava l’andatura, ma la rendeva anche più veloce del 30%, il risultato fu pura magia.

I produttori di biciclette di tutto il mondo si precipitavano a presentare le loro nuove versioni, e centinaia di nuove aziende nacquero per soddisfare le richieste. Nel 1895, in occasione della fiera Stanley Bicycle Show di Londra, circa 200 produttori misero in mostra 3.000 modelli.

Uno dei maggiori produttori era la Columbia Bicycles, il cui stabilimento di Hartford, in Connecticut, era in grado di produrre una bicicletta al minuto grazie alla catena di montaggio automatizzata, una tecnologia pionieristica che un giorno sarebbe diventata il tratto distintivo dell’industria automobilistica. Azienda all’avanguardia in un settore in piena crescita, la Columbia offriva ai suoi dipendenti anche un parcheggio per biciclette, spogliatoi privati, pasti agevolati presso la mensa aziendale e una biblioteca.

L’inarrestabile richiesta di biciclette favorì la nascita di altri settori, come quello dei cuscinetti a sfera, del filo per i raggi, dei tubi in acciaio, della produzione di utensili di precisione, che continuarono a plasmare il mondo manifatturiero anche quando la bicicletta venne relegata al reparto giocattoli. L’effetto domino si allargò anche al mondo della pubblicità. Agli artisti veniva chiesto di creare poster meravigliosi, aprendo un mercato redditizio alle tecniche litografiche appena inventate, che permettevano di stampare con colori ricchi e vivaci. Le strategie di marketing, come l’obsolescenza programmata e la presentazione di nuovi modelli ogni anno, hanno avuto inizio con il commercio delle biciclette intorno agli anni ’90 del 1800.

Patrimonio genetico e politico

Con una bicicletta tutto sembrava possibile e le persone comuni iniziarono a partire per viaggi straordinari. Nell’estate del 1890, ad esempio, un giovane luogotenente dell’esercito russo pedalò da San Pietroburgo a Londra, percorrendo circa 112 km al giorno. Nel settembre del 1894, la 24enne Annie Londonderry partì da Chicago con un cambio di abiti e un revolver con il calcio in madreperla, diventando la prima donna a fare il giro del mondo in bicicletta. Poco meno di un anno dopo fece ritorno a Chicago vincendo un premio da 10.000 dollari.

In Australia, tosatori di pecore nomadi macinavano centinaia di chilometri nell’entroterra desertico alla ricerca di lavoro. Partivano per questi viaggi come se fossero semplici pedalate nel parco, osservava il giornalista corrispondente C.E.W. Bean nel suo libro On The Wool Track. “Chiedeva la strada, accendeva la pipa, montava sulla bicicletta e partiva. Se fosse cresciuto in città, come molti tosatori, molto probabilmente sarebbe partito con indosso un cappotto nero e una bombetta… proprio come per andare a bere il tè a casa delle zie”.

E nell’America occidentale, durante l’estate del 1897, il 25° Reggimento dell’Esercito americano, un’unità afroamericana conosciuta con il nome di Buffalo Soldiers (Soldati bisonte, NdT), completò l’eccezionale percorso di oltre 3.000 km da Fort Missoula in Montana, fino a St. Louis nel Missouri, per dimostrare l’utilità delle biciclette per i militari. Trasportando l’attrezzatura completa e le carabine e viaggiando lungo sentieri impervi e fangosi, i Buffalo Soldiers percorrevano circa 80 km al giorno, due volte più velocemente di un’unità di cavalleria e a un terzo del costo.

L’avvento della bicicletta influì praticamente su ogni aspetto della vita, l’arte, la musica, la letteratura, la moda e persino il patrimonio genetico. I registri parrocchiali in Inghilterra mostrano un notevole aumento dei matrimoni tra villaggi diversi durante il periodo d’oro delle biciclette dell’ultimo decennio del 900. I giovani resi improvvisamente liberi girovagavano per la campagna a piacere, socializzavano lungo le strade, si incontravano in villaggi lontani e, come facevano notare i severi sostenitori dei principi morali, spesso lasciavano indietro i loro vecchi chaperon.

Nel 1892 il cantautore inglese Henry Dacre ottenne un notevole successo su entrambe le sponde dell’Atlantico con la canzone Daisy Bell e il suo famoso ritornello “a bicycle built for two” (una bicicletta per due, NdT). Lo scrittore H.G. Wells, appassionato ciclista e acuto osservatore della società, scrisse diversi romanzi dedicati al ciclismo, opere leggere incentrate sulle possibilità di questo nuovo e meraviglioso mezzo di trasporto, che offriva romanticismo, libertà e l’opportunità di abbattere le barriere sociali.

Wells non era l’unico visionario che capì come la bicicletta sarebbe riuscita a modellare il futuro. “L’effetto [delle biciclette] sullo sviluppo delle città sarà senza alcun dubbio rivoluzionario”, affermò nel 1892 uno scrittore in una rivista americana di sociologia. In un articolo intitolato “Influenze economiche e sociali della bicicletta” l’autore prevedeva città più pulite, più verdi, più tranquille, con abitanti più felici, più sani e più aperti al mondo esterno. Grazie alla bicicletta, scriveva, i giovani “vedono una fetta più ampia di mondo e allargano i loro orizzonti. Mentre altrimenti potrebbero solo raramente spingersi oltre le distanze percorribili a piedi da casa, in bicicletta invece si spostano costantemente da una cittadina all’altra, imparando a conoscere tutte le contee e, durante le vacanze, esplorando non di rado diversi stati. Queste esperienze aiutano a sviluppare un carattere più energico, autonomo e indipendente…”.

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Il peso politico di milioni di ciclisti e di una delle industrie più grandi del Paese ha portato a rapidi miglioramenti nelle vie di città e nelle strade di campagna, mentre i ciclisti spianavano letteralmente la strada per l’era dell’automobile, all’epoca ancora imprevedibile. Nel 1895 Brooklyn inaugurò uno dei primi percorsi del Paese dedicati alle biciclette, da Prospect Park a Coney Island. Il primo giorno fu utilizzato da circa 10.000 ciclisti. Due anni dopo, la città di New York adottò il primo codice della strada del Paese in risposta al numero sempre crescente di “bolidi”, ciclisti che sfrecciavano a tutta velocità. Il capo della polizia, Teddy Roosevelt, introdusse la figura del poliziotto in bicicletta, in grado di fermare i velocisti, perché il “ronzino del popolo” era ancora l’oggetto più veloce sulla strada.

Ma tutto questo non sarebbe durato a lungo. Prima della fine del decennio, gli appassionati di meccanica su entrambe le sponde dell’Atlantico si resero conto che le ruote a raggi, la trasmissione a catena e i cuscinetti a sfera potevano essere combinati con i motori per realizzare veicoli ancora più veloci, sebbene non silenziosi come le biciclette e non così economici da utilizzare, ma divertenti da guidare e redditizi da produrre. A Dayton, in Ohio, due meccanici di biciclette, i fratelli Wilbur e Orville Wright, stavano esplorando l’idea di una macchina volante “più pesante dell’aria”, fissando le ali alle biciclette per testare le possibilità aerodinamiche e finanziando la loro ricerca con i profitti del loro negozio di bici.

Tornando alla cittadina di Coventry, nell’Inghilterra settentrionale, James Kemp Starley, la cui bicicletta di sicurezza Rover è stata all’origine di tutto negli anni ’80 del 1800, morì improvvisamente nel 1901 all’età di 46 anni. Ma nel frattempo la sua azienda stava passando dall’umile bicicletta alla produzione di motociclette e successivamente di automobili. Era la strada del futuro: nella lontana America, un altro ex meccanico di biciclette di nome Henry Ford stava diventando piuttosto bravo.

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Storia e civiltà in America: la nascita dell’attivismo LGBTQ

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

Charles Silverstein era un laureando in psicologia quando partecipò a un workshop durante un congresso sulla terapia comportamentale nell’ottobre del 1972. L’argomento era la terapia dell’avversione, una forma di terapia di conversione pseudoscientifica in cui gli uomini gay venivano sottoposti a scariche elettriche e ad altri stimoli per “curare” la loro attrazione sessuale verso altri uomini.

Ma Silverstein non era lì per imparare. Era lì per far chiudere il workshop. Quando lo psicologo più importante salì sul palco, Silverstein corse davanti alla sala e si presentò come attivista gay. “Interromperemo la Sua presentazione”, disse all’oratore. “Le lasceremo 10 minuti per parlare e poi prenderemo la parola”. Mantenne la sua promessa scatenando il caos nella sala mentre manifestanti arrabbiati e partecipanti iniziavano a dibattere sulla questione.

L’oratore aveva appena subito quello che in inglese si chiama “zapping” o azione di disturbo. Questa forma di protesta, che combinava le incursioni con delle performance artistiche, fu utilizzata per la prima volta dagli attivisti per la liberazione dei gay all’inizio degli anni ‘70.

La tattica era apparentemente semplice: prevedeva un’azione improvvisa, rumorosa e rapida. Se interrompeva incontri d’affari o eventi, ancora meglio. Pensate per sollecitare la copertura da parte dei media e turbare lo status quo, le azioni di disturbo erano interventi plateali, esuberanti e impossibili da ignorare. Organizzate con un breve preavviso, queste azioni affrontavano il tema della discriminazione in modo diretto e ricordavano al pubblico l’esistenza del movimento LGBTQ e la possibilità di provare orgoglio per un’identità marginalizzata.

Nel caso di Silverstein fu efficace: un partecipante, in seguito, lo invitò a tenere una presentazione di fronte a psicologi influenti. L’attivismo di Silverstein contribuì alla successiva eliminazione dell’omosessualità dall’elenco dei disturbi medici.

“Era un periodo in cui lottavamo per la vita”, disse Silverstein, ricordando il suo intervento durante un’intervista di storia orale presso la Rutgers University nel 2019. Anche se l’epoca d’oro dei disturbatori ebbe vita breve, contribuì ad alimentare un’ondata in continua crescita a sostegno dell’uguaglianza delle persone LGBTQ. Quella maggiore visibilità aiutò gli attivisti anche a ingrossare le loro fila.

Azioni che hanno lasciato il segno

Per la maggior parte della loro storia, la discriminazione e le leggi antigay sono state la normalità negli Stati Uniti. L’omosessualità era classificata come malattia mentale e, prima del 1961, tutti gli Stati criminalizzavano la sodomia. Le leggi venivano usate per giustificare le retate nei presunti bar per gay e nei parchi pubblici e le persone LGBTQ rischiavano l’umiliazione pubblica, la perdita del lavoro e anche l’incriminazione a causa della loro omosessualità.

Alcuni gruppi di gay e lesbiche che nacquero attorno agli anni ’50 e ’60 misero in atto proteste pubbliche contro la discriminazione anti-LGBTQ. Ma anche se all’epoca vi furono alcuni scontri e confronti accesi, in genere le proteste erano perlopiù manifestazioni ordinate e pacifiche, come la “Annual Reminder”, un evento annuale in cui i manifestanti in giacca e cravatta formavano picchetti nell’Indipendence Hall di Philadelphia nel tentativo di mostrare gli uomini gay come normali membri attivi della società.

Poi arrivò quel 28 giugno del 1969, i cosiddetti moti di Stonewall. Gli scontri, che scoppiarono dopo un raid della polizia in un bar per gay di New York, galvanizzarono la comunità LGBTQ. La loro frustrazione per le retate e lo stigma sociale sfociarono nel Movimento di liberazione omosessuale. I gruppi si coalizzarono in tutto il Paese e uno di questi, la Gay Activists Alliance (GAA), inventò una forma di protesta semplice ed estremamente visibile, il cosiddetto zapping.

Le prime azioni di disturbo attribuite a Marty Robinson, membro della GAA che venne soprannominato “Mr. Zap”, erano dirette all’allora sindaco di New York, John Lindsay. Delusi dall’atteggiamento del sindaco, che aveva rifiutato di incontrarli ed evitato di commentare la liberazione dei gay, i partecipanti del gruppo decisero di agire. Dalla serata di apertura della Metropolitan Opera alla registrazione di un programma televisivo, il gruppo interrompeva inesorabilmente i suoi discorsi, lo derideva durante le interviste dal vivo e distribuiva volantini nei luoghi in cui doveva recarsi.

“Decidemmo che ogni volta che appariva in pubblico o potevamo raggiungerlo, gli avremmo reso la vita il più difficile possibile e gli avremmo ricordato il perché”, raccontava il membro della GAA Arthur Evans nel 2004. Lindsay alla fine incontrò il gruppo ma le azioni di disturbo continuarono fino a quando annunciò il suo sostegno a una legge che proibiva la discriminazione contro le persone LGBTQ a New York nel 1971.

A quel punto gli attivisti avevano capito quale potere potevano avere le loro azioni di disturbo. Nel 1971, ad esempio, la GAA e le Figlie di Bilitis, un’organizzazione lesbica, presero di mira Fidelifacts, un’azienda con sede a New York che effettuava controlli sui precedenti ed era accusata di indagare e prendere di mira i dipendenti LGBTQ.

Il presidente dell’azienda aveva affermato che la sua regola generale per identificare i gay era questa: “se assomiglia a un’anatra, cammina come un’anatra, fa gruppo solo con le anatre e starnazza come un’anatra, allora probabilmente è un’anatra”. Gli attivisti, uno dei quali vestito di tutto punto come un’anatra, marciarono davanti all’edificio, facendo suonare paperelle di gomma e distribuendo volantini. Altri bloccarono le linee telefoniche dell’azienda per l’intera giornata, chiamando per dire: “Ora basta con le vostre azioni offensive!”.

La nascita dell'attivismo LGBTQ

Un’eredità elettrizzante

Anche se le proteste venivano spesso dipinte come stupide dai media, raggiunsero il loro obiettivo attirando l’attenzione sulla causa. Le incursioni più efficaci erano quelle che mettevano in imbarazzo personaggi pubblici a proposito di specifiche ingiustizie.

Una delle più memorabili si svolse durante una puntata del notiziario serale CBS Evening News nel dicembre del 1973. Di fronte a un pubblico di 60 milioni di spettatori in diretta, Mark Allan Segal, membro di un piccolo gruppo chiamato Gay Raiders insieme a un disturbatore più esperto, piombarono di fronte alle telecamere tenendo un cartello su cui era scritto “I gay protestano contro i pregiudizi della CBS”. La loro protesta riguardava la rappresentazione della comunità LGBTQ da parte delle reti principali e il modo in cui la loro copertura ignorava eventi come le parate del “gay pride” e le leggi sull’uguaglianza.

Funzionò: non solo la rete iniziò a occuparsi dei temi legati al mondo LGBTQ ma Cronkite diventò amico di Segal e iniziò a raccontare le lotte e i successi del movimento.

Un’altra azione di disturbo degna di nota si svolse nel 1977 quando l’attivista Tom Higgins colpì in faccia la cantante e sostenitrice della campagna antigay Anita Bryant con una torta al rabarbaro e fragole durante una conferenza stampa a Des Moines, in Iowa. Bryant rispose inginocchiandosi in preghiera e chiedendo a Dio di guarire Higgins dalla sua “perversione”; Higgins raccontò con soddisfazione a un corrispondente di Gay Community News che “Non esiste niente di più umiliante che ricevere una torta in faccia”.

Questi primi manifestanti per la liberazione degli omosessuali non parlavano solo ai loro diretti oppressori, le azioni di disturbo si rivolgevano anche a un altro pubblico: le persone LGBTQ che non si erano ancora unite alla causa. Tra il 1969 e il 1973, gruppi come la GAA ispirarono la formazione di quasi 800 gruppi gay e lesbiche, fa notare l’esperto in scienze politiche Matthew D. Hindman; alla fine degli anni ’70, ce n’erano oltre 2.000.

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A quel punto, però, le incursioni erano sempre più rare mentre i leader del movimento, di fronte alle critiche dell’opinione pubblica e alle lotte interne sulle tattiche di protesta militante, iniziavano a fare pressione per i diritti LGBTQ su scala nazionale attraverso organizzazioni come la National Gay Task Force (che adesso è la National LGBTQ Task Force).

La loro eredità rimase viva, tuttavia, e la tattica riacquistò nuovo vigore alla fine degli anni ’80, quando i membri della AIDS Coalition to Unleash Power (ACT UP) avviarono una serie di potenti manifestazioni di disturbo che prendevano spunto dalla tattica delle incursioni. Sit-in, die-in (manifestazioni in cui i partecipanti si fingevano morti, NdT) e una turbolenta protesta in cui oltre 4.500 persone fecero irruzione nella Cattedrale di San Patrizio durante una funzione religiosa cattolica erano tutte azioni che assomigliavano alle incursioni di disturbo che si erano svolte anni prima.

Il tempo e l’epidemia di HIV/AIDS assottigliarono le fila del primo movimento di liberazione omosessuale. Oggi l’orgoglio LGBTQ è diventato mainstream e l’omosessualità è stata depenalizzata negli Stati Uniti. Tuttavia, ci sono ancora battaglie da combattere e l’attivismo LGBTQ persiste con un ampio arsenale di tecniche di protesta incluse le campagne sui social media. Questi successi possono essere attribuiti in parte alla tenacità e alle tattiche di quei primi attivisti. “Siamo sfacciati, arroganti, determinati, testardi, vinceremo!”, disse Robinson all’autore Kay Tobin nel 1972. “Non succede nulla, finché non lo fai accadere”.

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Posta del Cuore: quando gli adulti non sono capaci di un sorriso

Quello che scrivo è una mia personale idea, che ho maturato dopo essermi scritto più messaggi con Mattia e dopo avergli, ovviamente, chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, la mia risposta (il consiglio che ho pensato di dargli) e alcune mie considerazioni in base ad altre cose che ci siamo scritti.

Non ho mai pensato al mio blog come alla Posta del Cuore, però tra decine di e-mail che stavo leggendo, questa richiesta di aiuto mi è sembrata bellissima. Non solo e non tanto per la sua dolcezza e purezza, perché quando ero ragazzo leggevo Cioè (e se sono sopravvissuto a quella posta del cuore…), ma perché la domanda me l’ha posta un diversamente giovane di circa 30 anni, bloccato dalla timidezza di essere in vacanza in famiglia.

L’età di Mattia e la scusa della timidezza, dietro la quale si cela probabilmente un problema simbiotico con uno o con entrambi i genitori, portano sotto gli occhi un fenomeno in realtà noto: quello degli adulti che non sono capaci di un sorriso, che non sono in grado di esprimere un’emozione, figurarsi un sentimento… E non è questione di essere o non essere impacciati.

Quello che scrivo è una mia personale idea, che ho maturato dopo essermi scritto più messaggi con Mattia e dopo avergli, ovviamente, chiesto il permesso di pubblicare la sua mail, la mia risposta (il consiglio che ho pensato di dargli) e alcune mie considerazioni in base ad altre cose che ci siamo scritti.

Come dico nel titolo, quando gli adulti non sono capaci di un sorriso vuol dire che siamo davanti ad un problema generato da problemi familiari e da problemi creati da una società che cambia molto velocemente soprattutto grazie all’utilizzo, a volte smodato, della tecnologia. Una società che ha ritmi che molti non hanno e che oggi, spesso, si trovano più indietro. Più soli. Più in difficoltà.

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Da Mattia S.

Ciao Marco, seguo il tuo blog con interesse. Visto che ti occupi di tendenze e di sociale e che sembri mostrare una certa sensibilità, avrei bisogno di aiuto per un problema di cuore. Puoi risolveremo? In pratica, ho preso una cotta pazzesca per la cameriera dell’hotel dove ero in vacanza al mare, a parte qualche battuta e piccole cose, non siamo mai entrati in confidenza. Poi abbiamo iniziato a seguirci su Instagram… Io ho una voglia disperata di scriverle, di avere un contatto con lei, di vedere com’è, cosa fa, come sta. Non so davvero cosa scriverle per non cadere nel banale o imbarazzarla, voglio incuriosirla e spingerla ad avere voglia di cercarmi. Cosa si fa in questi casi?

Ciao Mattia,

non ti nascondo che mi sono trovato in difficoltà a risponderti, per il semplice fatto che non conoscendo nessuno dei due ed essendo una domanda parecchio soggettiva, non sapevo come regolarmi.

Perciò ho deciso di optare per la sincerità e la schiettezza. Insomma, è inutile girarci intorno. Ti dico cosa farei io, senza stare a contartela su cosa avrei invece fatto in vacanza.

Ho un unico consiglio: rischia!

Cavolo, devi mandarle un messaggio, neppure fosse una proposta di matrimonio.

Capisco che è al primo approccio vorresti colpirla, fare subito centro, ma non la conosci, non sai cosa le piace, non sai cosa pensa. Al contrario, la devi conoscere.

Non riporre la tua fiducia nel conquistarla con un messaggio. Non con il primo. Certo, magari hai ragione a non volerti limitare ad un “Hey”, ma che ne dici di un “Ti sei già dimenticata di me? Perché io non ci sono riuscito”?

Conosci il suo profilo Instagram, dai un’occhiata, guarda cosa pubblica e prova a capire cosa le piace e se magari piace anche a te, così da poter attaccare bottone.