Articoli

Guida al bullismo: evitarlo per vivere

Di bulli, bullismo e bullizzati se ne parla sempre di più. Il grande risalto che i mezzi di comunicazione di massa danno – soprattutto a partire dall’inizio del Terzo millennio – hanno fatto sì che una sempre maggiore attenzione si sia sviluppata questo antico fenomeno. Purtroppo, ancora oggi ci sono pensieri o opinioni in materia essenzialmente errati, ma troppo spesso radicati. E non perché se ne parla poco, bensì perché non lo si contrasta adeguatamente. Quali sono le opinioni da modificare radicalmente?

Credere che sia soltanto un fenomeno facente parte della crescita, pensare che sia una semplice “ragazzata”, ritenere che si riscontri soltanto delle zone abitative più povere e arretrate, giudicare colpevole la vittima non in grado di difendersi, ritenere che il bullo sia un ragazzo insicuro e che ha problemi in famiglia e che quindi non vada punito ma aiutato. I maggiori studiosi del bullismo hanno dimostrato l’esatto opposto: i bulli sono ragazzi spavaldi e con eccesso di autostima e spesso viziati dai genitori.

Per contrastare il bullismo, è di fondamentale importanza che l’opinione pubblica riconosca la gravità degli atti di bullismo e delle loro conseguenze per il recupero sia delle piccole vittime, che nutrono una profonda sofferenza, sia dei propri prevaricatori, che corrono il rischio di intraprendere percorsi caratterizzati da devianza e delinquenza. Un po’ come per il femminicidio e altri tipi di devianze, la società deve prendere una posizione forte e smetterla di tollerare per poi stupirsi.

Cominciamo dall’inizio. Cos’è il bullismo? Gli specialisti concordano nel definirlo “una forma di comportamento sociale di tipo violento e intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, oppressivo e vessatorio, ripetuto nel corso del tempo e attuato nei confronti di persone considerate dal soggetto che perpetra l’atto in questione come bersagli facili o incapaci di difendersi”.

L’accezione si riferisce a fenomeni di violenza tipici degli ambienti scolastici e più in generale di contesti sociali riservati ai più giovani. Un altro aspetto che mette d’accordo tutti è il fatto che “lo stesso comportamento, o comportamenti simili, in altri contesti, sono identificati con altri termini, come mobbing in ambito lavorativo o nonnismo nell’ambito delle forze armate”.

Bullismo come fenomeno sociale

A partire dagli anni 2000, con l’avvento di internet è andato delineandosi un altro fenomeno, ora molto diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo. Il bullismo come fenomeno sociale deviante è oggetto di studio tra gli esperti delle scienze sociali, della psicologia giuridica, clinica, dell’età evolutiva e di altre discipline affini. Non esiste una definizione univoca del bullismo per gli studiosi, sebbene ne siano state proposte diverse.

“Il termine bullismo non indica qualsiasi comportamento aggressivo o comunque gravemente scorretto nei confronti di uno o più” persone, ma precisamente “un insieme di comportamenti verbali, fisici e psicologici reiterati nel tempo, posti in essere da un individuo, o da un gruppo di individui, nei confronti di individui più deboli”, spiegano. La debolezza della vittima o delle vittime può dipendere da caratteristiche personali o socioculturali.

I comportamenti reiterati che si configurano come manifestazioni di bullismo sono vari, e vanno universalmente vanno “dall’offesa alla minaccia, dall’esclusione dal gruppo alla maldicenza, dall’appropriazione indebita di oggetti fino a picchiare o costringere la vittima a fare qualcosa contro la propria volontà”. Lo piega chiaramente il libro “Bullismo. Aspetti giuridici, teorie psicologiche e tecniche di intervento”, edito da Franco Angeli, alle pagine 13 e 14.

I primi studi sul bullismo sono stati effettuati solo a partire dalla seconda metà del Ventesimo secolo e si svolsero nei Paesi scandinavi, a partire dagli anni Settanta, e nei paesi anglosassoni, in particolare in Gran Bretagna e Australia. Uno degli studi pionieristici si deve alle indagini di Dan Olweus a seguito di una forte reazione dell’opinione pubblica norvegese dopo il suicidio di due studenti non più in grado di tollerare le ripetute offese inflitte da alcuni loro compagni. Da allora in poi il fenomeno è stato oggetto di una crescente attenzione, soprattutto da parte della cronaca giornalistica.

Secondo molti studiosi, la parola “bullo” significa “prepotente”, tuttavia la prepotenza, come alcuni autori hanno avuto modo di rilevare, è solo una componente del bullismo, che è da intendersi come un fenomeno multidimensionale. Quindi, in realtà, il bullismo si configura una devianza dalle mille sfaccettature e la prepotenza ne rappresenta una.

PROMEMORIA > Potresti leggere Hikikomori dal Giappone con furore

Legame tra bullismo e mobbing

In Inghilterra, infatti, non esiste una definizione univoca. In Italia con il termine bullismo si indica generalmente “il fenomeno delle prepotenze perpetrate da bambini e ragazzi nei confronti dei loro coetanei soprattutto in ambito scolastico”. In Scandinavia, soprattutto, in Norvegia e Danimarca, per identificare il fenomeno viene correntemente utilizzato il termine “mobbing”, così come in Svezia e Finlandia, derivante dalla radice inglese “mob” che sta a significare “un gruppo di persone implicato in atti di molestie”.

Il bullismo può includere una vasta gamma di comportamenti quali violenza, attacchi e offese verbali, discriminazione, molestie, il plagio e altre coercizioni. L’allontanamento dal gruppo in particolare è favorito da una serie di metodi quali la mormorazione, il rifiuto a socializzare con la vittima, il tentativo di spaventare i suoi amici di modo che si allontanino a loro volta.

Oltre a tali metodi positivi, nel senso che sono finalizzati ad emarginare la vittima, ce ne sono altri di tipo negativo che, sotto le false spoglie di un probabile ingresso nel gruppo, nascondono il tentativo di procurare danni o discriminazioni, ad esempio sottoponendo la vittima a dei rituali o ad attività pericolose come una partita truccata di poker, una competizione in macchina ad alta velocità, l’assunzione di alcolici o di altre sostanze proibite in gran quantità…

Lo scopo è di alzare sempre più la posta in gioco in modo da far cadere la vittima in acquiescenza e di colpirla nel momento di maggiore debolezza o stanchezza. Quando meno se lo aspetta. Le vittime possono essere scelte in maniera casuale o arbitraria, specialmente nei gruppi sociali in cui la mentalità bulla può ottenere proseliti nella gerarchia del medesimo gruppo o quando i meccanismi di difesa del gruppo stesso possono essere raggirati in modo tale che non sia necessario andare a cercare le vittime al di fuori.

Riconoscere e denunciare il bullismo subito può salvare da lunghi periodi di abusi.

Psicologi e psichiatri concordano nel sostenere che “il bullismo, a differenza del vandalismo e del teppismo, si presenta come una forma di violenza antitetica a quelle rivolte contro le istituzioni e i loro simboli, docenti o strutture scolastiche: queste ultime sarebbero esogene, dove il bullismo è, invece, endogeno.

PROMEMORIA > Gli studiosi americani non escludono che un bullo possa evolvere in un futuro spree killer o serial killer. Questo vale anche per le donne. In particolare sulle donne serial killer ho scritto un libro. Scopri di più: Le Serial Killer – Donne che uccidono per passione

Bullismo: come tentare di evitarlo

Inoltre è da sottolineare come quasi sempre, in particolare nei casi di ostracismo, l’intera classe di attendenti tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime del gruppo, tramite meccanismi di consenso, più o meno consapevole, non solo nel timore di diventare nuove vittime dei bulli, o per mettersi in evidenza nei loro confronti, ma perché questi spesso riescono ad esprimere la cultura identitaria del gruppo, sia pur in negativo, attraverso la designazione della vittima quale capro espiatorio.

Generalmente, si includono sia atti di aggressione sia atti di reazione a disposizione dell’eventuale vittima, che però sono interpretati come stimolanti da parte del bullo. Il ciclo si basa essenzialmente sulla capacità di avere sempre degli stimoli che possano motivare l’aggressore a porre in essere i propri propositi deviati, a volte reiterati nel lungo termine per mesi, anni o per tutta la vita. Allo stesso tempo il ciclo può essere subito interrotto al suo nascere, o durante la sua progressione, se viene a mancare o l’atto abusivo o la risposta della vittima. “Guardatemi e temetemi”, questo vorrebbe far pensare di sé il bullo.

Il bullismo si basa su tre principi. Il primo è quello dell’intenzionalità. Il secondo è quello della persistenza nel tempo. E il terzo è quello dell’asimmetria nella relazione.Vale a dire: “Un’azione intenzionale eseguita al fine di arrecare danno alla vittima, continuata nei confronti di un particolare compagno, caratterizzata da uno squilibrio di potere tra chi compie l’azione e chi la subisce. Il bullismo, quindi, presuppone la condivisione del medesimo contesto deviante.

Esistono diversi tipi di bullismo, che si dividono principalmente in bullismo diretto e bullismo indiretto. Il bullismo diretto è caratterizzato da una relazione diretta tra vittima e bullo e a sua volta può essere catalogato come in diversi modi. C’è il bullismo fisico: il bullo colpisce la vittima con colpi, calci, spintoni, sputi o la molesta sessualmente. C’è il bullismo verbale: il bullo prende in giro la vittima, dicendole frequentemente cose cattive e spiacevoli o chiamandola con nomi offensivi, sgradevoli o minacciandola, dicendo il più delle volte parolacce e scortesie.

Ma c’è anche il bullismo psicologico: il bullo ignora o esclude la vittima completamente dal suo gruppo o mette in giro false voci sul suo conto. Senza dimenticare il cyber-bullismo o bullismo elettronico: il bullo invia messaggi molesti alla vittima tramite sms o in chat o la fotografa/filma in momenti in cui non desidera essere ripreso e poi invia le sue immagini ad altri per diffamarlo, per minacciarlo o dargli fastidio.

PROMEMORIA > Prendi in considerazione la lettura di Bullismo da Freud in poi

Bulismo diretto e bullismo indiretto

Il bullismo indiretto è meno visibile di quello diretto, ma non meno pericoloso, e tende a danneggiare la vittima nelle sue relazioni con le altre persone, escludendola e isolandola per mezzo soprattutto del bullismo psicologico e quindi con pettegolezzi e calunnie sul suo conto. Nelle azioni di bullismo vero e proprio si riscontrano quasi sempre i seguenti ruoli: bullo o istigatore (colui che fa prepotenze ai compagni), vittima (colui che più spesso subisce le prepotenze) e complice (colui che alimenta l’azione del bullo).

Una prima distinzione è in base al sesso del bullo: i bulli maschi sono maggiormente inclini al bullismo diretto, mentre le femmine a quello indiretto. I maschi in particolare, tendono maggiormente all’approccio di forza, mentre le femmine preferiscono la mormorazione. Per quanto riguarda l’età in cui si riscontra questo fenomeno, si hanno due diversi periodi. Il primo tra i 8 e i 14 anni di età, mentre il secondo tra i 14 e i 18.

Gli effetti del bullismo possono essere gravi e permanenti. Il collegamento tra bullismo e violenza ha attirato un’attenzione notevole dopo il massacro della Columbine High School nel 1999. Due ragazzi armati di fucili e mitragliatori uccisero tredici studenti e ne ferirono altri ventiquattro per poi suicidarsi. Un anno dopo un rapporto ufficiale della Cia ha messo in luce ben trentasette tentativi pianificati da altrettanti ragazzi in diverse scuole statunitensi, per i quali il bullismo aveva giocato un ruolo chiave in almeno due terzi dei casi. Questi soggetti che arrivano ad uccidere a ‘mo di commando sono definiti spree killer.

Si stima che circa il 60-80% del totale del bullismo a scuola, stia evolvendo verso forme inattese in senso stragistico e terroristico. Molti criminologi, ad esempio, si sono soffermati sull’incapacità della folla di reagire ad atti di violenza compiuti in pubblico, a causa del declino della sensibilità emotiva che può essere attribuito al bullismo. Quando, infatti, una persona veste i panni di bullo, assume anche uno status che lo rende meno sensibile al dolore, fino al punto che anche gli attendenti iniziano ad accettare la violenza come un evento socialmente conveniente.

A tal proposito l’Anti-Bullying Centre at Trinity College di Dublino è intenta ad approfondire le conseguenze del bullismo sugli aggressori stessi, sia minorenni che adulti, i quali sono più soggetti a soffrire di una serie di disturbi quali depressione, ansia, deficit di autostima, alcolismo, autolesionismo ed altre dipendenze. Durante gli anni 2000 i mass media hanno messo in luce certi casi di suicidio indotto da bullismo omofobico. Si stima che dai quindici ai venticinque giovani in Spagna ogni anno tentino il suicidio a causa del bullismo.

PROMEMORIA > Ti consiglio di leggere Storie omofobe di cuori feriti

Cos’è il ciclo di riattivazione del bullismo

Le violenze e il bullismo sono la piaga del terzo Millennio.

Mentre in superficie, il bullismo cronico può apparire come una semplice azione di aggressione perpetrata su vittime casuali, il ciclo di riattivazione del bullismo può essere visto come una risposta inadeguata da parte della vittima verso l’aggressore, cioè di una risposta che è vista come stimolante da parte del bullo al fine di porre in essere i propri propositi devianti.

D’altro canto, una risposta adeguata presuppone la capacità da parte della vittima di ignorare le attenzioni dell’aggressore oppure di stare al gioco nell’ambito dei processi di comunicazione fra pari. La vittima designata, comunque, deve necessariamente dimostrare in qualche modo di non essere intenzionata a continuare a subire alcuna intimidazione né altri sintomi che possano favorirne l’insorgenza.

Quei soggetti, infatti, che riescono subito a scoraggiare chiunque ad effettuare nuovi tentativi di approccio deviante, sono coloro che più di tutti riescono a sfuggire dal distruttivo ciclo abusivo. D’altro canto, coloro che reagiscono rapidamente a situazioni nelle quali si percepiscono delle vittime, tendono a diventare più frequentemente delle potenziali vittime del bullismo. Il bullismo nei confronti di queste persone si caratterizza per comportamenti, specialmente di tipo verbale e denigratorio, specialmente in ambienti dominati da stereotipi e pregiudizi nei confronti di gay, lesbiche, bisessuali e transessuali.

A causa della propria condizione, molti atti di bullismo compiuti su questo tipo di persone sono spesso confusi con i crimini d’odio. A peggiorare la situazione, interviene la difficoltà da parte loro di esprimersi al meglio in modo da attivare i dovuti interventi e qualche volta i professori agevolano gli atti di bullismo facendo finta di niente.

Spiace doverlo dire, perché è una grave sconfitta per il sistema scolastico, ma a scuola, il bullismo si verifica non solo in classe ma in tutti gli ambienti che permettono le relazioni tra pari quali palestre, bagni, scuola bus, laboratori o all’esterno. In tali casi si pongono in essere dei comportamenti devianti tesi ad isolare un compagno e guadagnare il rispetto degli attendenti che, in tal modo, eviteranno di diventare a loro volta delle vittime designate.

PROMEMORIA > Potresti leggere altri approfondimenti nelle categorie salute e rimedi naturali

Isolamento, violenza fisica e morale

In molte scuole si stanno predisponendo dei codici di condotta anche per gli insegnanti. Per contrastare il fenomeno si può ricorrere a sospensioni, pagelle e respingimenti, o anche castighi corporali che spesso però non fanno altro che peggiorare il fenomeno. Queste soluzioni, infatti, non considerano il dialogo che il docente potrebbe instaurare con lo studente.

In alcuni casi sono gli stessi insegnanti che, per svariate quanto deprecabili ragioni, ridicolizzando o umilando un alunno (per i suoi risultati o per caratteristiche personali) davanti ai propri compagni, invitano questi ultimi, esplicitamente o implicitamente, a prenderlo o a prenderla di mira, innescando la spirale di isolamento e di violenza fisica e morale tipica del bullismo. Il fenomeno si riscontra anche nelle università che negli enti di ricerca dove sono più frequenti i rapporti tra docenti e propri assistenti, sia intesi come ricercatori che dottorandi.

Le statistiche mostrano che il bullismo è più frequente sul posto di lavoro e che, mentre un impiegato su diecimila diventa una vittima di mobbing, uno su sei subisce atti di bullismo, molti dei quali non sono necessariamente illegali, nel senso che non sono previste dalla policy organizzativa del datore di lavoro. Un’altra fattispecie sono le molestie sessuali che colpiscono soprattutto le donne, in tal senso gli studi presentano delle lacune sui danni subiti dai maschi.

Il cyberbullismo è una forma di bullismo è molto diffusa ma non sempre rilevata a causa dell’anonimato con cui agiscono gli aggressori magari tramite l’uso di email, forum asincronici, siti web, social network. Un altro ambiente conosciuto per le proprie pratiche coercitive è l’istituto penitenziario. Ciò è inevitabile quando molti dei detenuti sono stati a loro volta bulli prima di finire in carcere ed ora si ritrovano a subire le medesime angherie da altri detenuti o, magari, dal personale di polizia penitenziaria.

Nel caso delle forze armate, il fenomeno è molto diffuso, soprattutto nel caso di eserciti formati da coscritti, grazie al ricorso al servizio militare obbligatorio. I soldati accettano il rischio di perdere la propria vita, nella prospettiva di un miglioramento in carriera quando potranno a loro volta formulare ordini nei confronti di nuove reclute, sia di genere maschile che femminile. In quest’ultimo caso però gli interessi personali sembrano prevalere rispetto a quelli prettamente pratici, nonostante il ruolo del militare in carriera attualmente sia molto meno impegnativo che nel passato.

Torino nord e i suoi problemi

Torino nord non ha solo problemi legati al campo nomadi di via Germagnano e a quello di strada dell’Aeroporto, quest’ultimo dà gli stessi problemi dell’insediamento di zingari presenti al confine tra Barriera di Milano e Falchera. A volte anche maggiori. Torino nord è tutto un problema, specialmente sociale, visto che quegli amministratori torinesi che si vantano di copiare dai “cugini” di Parigi (dove si cerca di non creare ghetti promuovendo l’edilizia popolare accanto a quella di lusso) stanno dimostrando con i fatti che, pur conoscendo a memoria lo slogan, non sono capaci di applicarlo concretamente.

Sarà che Torino non è Parigi e Parigi non è Torino? Torino nord è una polveriera sociale. Forse la più grossa che c’è in città. Gente onesta, tanta, anzi tantissima brava gente, lavoratori dipendenti, commercianti e disoccupati che però qualcosa vogliono fare, annega tra spacciatori, tossicodipendenti (quante cose si risolverebbero se facessimo come i civili svizzeri che hanno istituito le stanze del buco), ladri, ricettatori, prostitute e puttanieri. Quanta ingratitudine nei confronti di quartieri abitati da cittadini con gli stessi diritti. E da quanti anni, venti e più anni. Un esempio può essere dato dalla “fauna” che orbita intorno all’ospedale San Giovanni Bosco, parcheggio e parchetti adiacenti.

Lì, tra parcheggiatori abusivi assunti dalla malavita (mafie?), spacciatori, marchette (donne e uomini), ma soprattutto tanti disperati intrappolati nell’inferno dell’eroina o della cocaina, o peggio ancora in quella miriade di droghe acide che la mente umana è riuscita a produrre. A tutto ciò, bisogna aggiungere lo storico isolamento forzato in cui sono costretti a vivere molti residenti. Infrastrutture iniziate e mai completate, come il famoso “mezzo ponte” di Falchera, che sembra una barzelletta oppure i binari della ferrovia che segnano il confine tra un quartiere problematico e un altro. E meno male che non ci sono ghetti…

Quelli esposti fino ad ora sono solo alcuni dei gravi problemi con cui i torinesi di Falchera (che pagano le tasse come tutti) si trovano a lottare quotidianamente. Ce ne sono molti di più e altrettanto fastidiosi, gravi e preoccupanti. In via Tanaro, per fare un esempio, è come vivere a Venezia. Ma senza gondole e neppure turisti. Ogni tanto arriva l’acqua alta, portata dalle piogge, e la via finisce sott’acqua. Garage e box vengono sommersi, con relativi ingenti danni. Non sempre i vigili del fuoco e la protezione civile riescono a ripristinare la situazione in tempi brevi con l’utilizzo di più idrovore contemporaneamente.

A volte, prima che la situazione torni alla normalità, possono volerci fino a 2-3 giorni. Anche in questo caso, sono anni che i cittadini lottano contro le amministrazioni di turno. Ma quando si è costruito su una falda, nessuno aveva previsto che ad ogni temporale si sarebbe allagata la via? Seppure in maniera ridotta, della situazione generale di Torino nord ne fa le spese anche Pietra Alta, l’estrema periferia di questa parte della città. Spesso confusa, con il vicino e più grande quartiere di Falchera, Pietra Alta è una zona a sé rispetto alle altre borgate dell’Oltrestura, separata così com’è dal tracciato della ferrovia Torino-Milano.

Torino e i problemi che fanno da spartiacque

Una cosa importante che non può essere ignorata in questo caso è che, come spesso accade a Torino, i tracciati delle ferrovie fanno da spartiacque nel tessuto urbano, dando origine a quartieri distinti e separati sui rispettivi lati delle linee ferroviarie. Non a caso gran parte dei binari sono oggi interrati, nel tentativo di ricucire questo strappo fatto al territorio cittadino. La ferrovia Torino-Milano, nell’area nord della città, separa fisicamente Falchera da Pietra Alta, Barriera di Milano da Borgata Vittoria, San Donato da Aurora… Nell’Oltrestura torinese questa “spaccatura” è accentuata, dal fatto che i binari sono sempre a raso (non interrati come da corso Grosseto in poi) e che dal lato di Falchera ci sono tanti campi e aree non edificate.

Questo aumenta la percezione di distacco fra la Falchera e Pietra Alta. Non lontano da Falchera e Rebaudengo c’è la moderna stazione Rebaudengo-Fossata, un luogo a volte spettrale che, nonostante il nome, rimane nel quartiere Barriera di Milano. A divertirsi qui sono i ladri, che in pochi mesi hanno smontato tutte le bici che hanno potuto, centinaia. Davide Bono, nel 2013 capogruppo M5S in Regione Piemonte, ha pubblicamente raccontato di essersi perso: “Ho dovuto cercare sul sito dell’Agenzia Mobilità Metropolitana dove si trovasse la stazione. Serve un’intera pagina internet per spiegare dov’è… scoprendo un paesaggio da peggior periferia, con tanto di discarica abusiva subito usciti dal parcheggio. Poi il vuoto. Davanti nulla, una palina che indica il capolinea dell’autobus 21, un pulmino circolare di quartiere, per andare verso il mondo civile”.

Secondo voi, nel 2017 qualcosa è cambiato? Ma spostiamoci in questo mondo civile… Piazza Conti di Rebaudengo, via Renato Martorelli, via Gottardo, via Sempione: già prima delle 13, ci si rende conto che qui la sicurezza non è stata mai raggiunta. L’igiene tantomeno. Il luogo è ricco di spacciatori e tossicodipendenti. La droga la si può comprare facilmente e a buon mercato. Non l’hashish o la marijuana. Qui c’è eroina. Siamo nella seconda centrale dello spaccio di droga in Piemonte, la prima è Porta Palazzo. Dal Tossic Park di corso Giulio Cesare siamo passati alla Tossic Place di piazza Rebaudengo, dove l’operazione antimafia “Gioco duro” in passato aveva smantellato una bisca clandestina dedita al gioco d’azzardo che alle cosche della ’ndrangheta fruttava molti soldi.
Servivano a sostenere i detenuti.

A due passi c’è la lunga via Gottardo dove – a causa degli spacciatori e degli aguzzini dei parcheggi dell’ospedale San Giovanni Bosco – le case ormai quasi te le regalano. Per non trovarsi l’auto rigata bisogna lasciare 50 centesimi o addirittura 1 euro. Il prezzo lo fanno loro. Anche per gli abitanti di Rebaudengo i problemi non finiscono qui. Loro, che confinano con il fiume Stura di Lanzo e i suoi campi nomadi a nord e le vie Gottardo e Sempione e le rispettive storie di spaccio e di violenza a sud, ad est si ritrovano corso Giulio Cesare e il parco Stura. L’ex Tossic Park è abbandonato e recintato con delle transenne per impedire l’ingresso a chiunque, ma ovviare al divieto è facile. A due passi dall’ingresso del Novotel c’è un varco. Facendo un giro nell’area bonificata tra il 2006 e il 2007 ci si imbatte in cumuli di immondizia, bottiglie di vino e di birra vuote, piatti di plastica, sacchi e avanzi di cibo, ma anche copertoni e materassi.

Corso Giulio Cesare, insieme a corso Vercelli, rappresenta la principale arteria di Barriera, oltre che di Falchera, Rebaudengo e Aurora. Quartiere di particolare interesse industriale ed economico già dopo i primi anni Sessanta del secolo scorso, in contrapposizione con Mirafiori, è attraversato dalla strada più inquinata della città. Su corso Giulio Cesare si spaccia, come su corso Vercelli (nella zona più vicina a Porta Palazzo e in quella adiacente a Rebaudengo e a Falchera). Si rischia tranquillamente lo scippo o la rapina, come su corso Vercelli. Ci si prostituisce, proprio come su corso Vercelli. Dal pomeriggio a notte fonda.

Torino nord: corso Vercelli e corso Giulio Cesare

Non a caso, corso Vercelli e corso Giulio Cesare sono due corsi paralleli che nascono alla stessa altezza e terminano nello stesso punto. Barriera non è un comune quartiere popolare. Era un quartiere popolare di periferia, dal carattere misto residenziale-commerciale e con la presenza di molti negozi e vetrine colorate e multietniche. Si è impoverito sempre più, specialmente dopo che i due corsi hanno perso importanza strategica e industriale. Confina con Rebaudengo (nord), Regio Parco (nord ed est), Aurora (sud) e Borgata Vittoria (ovest). La storia di questo quartiere è direttamente legata alla sua evoluzione e al suo declino.

Prese forma nella seconda metà del 1800, dopo la realizzazione di corso Giulio Cesare e del Ponte Mosca (prima corso Giulio Cesare si chiamava corso Ponte Mosca), a seguito della costruzione della prima cinta daziaria di Torino. Eretta a partire dal 1853 allo scopo di garantire il controllo doganale sulle merci in entrata, la cinta muraria comprendeva al suo interno il centro storico, i quartieri limitrofi, le campagne e i territori prevalentemente agricoli. L’ingresso nella parte cintata di Torino era reso possibile dalla presenza di varchi, o barriere, che assicuravano il pagamento del dazio.

Fra le tante barriere, quella di maggior rilievo storico e strategico era la barriera eretta nell’odierna piazza Crispi, lungo la strada Reale d’Italia, oggi corso Vercelli. La storia dei dazi che le merci pagavano per entrare a Torino finì con l’unificazione d’Italia. Questo ci aiuta a comprendere come nei decenni del secolo scorso Barriera abbia sempre più perso importanza per la città. Sono nate zone franche, in angoli del quartiere, composto per lo più da gente umile e onesta. Questi luoghi si sono trasformati in terre di nessuno, dove la sera e la notte si può rischiare anche la vita.

In burocratichese dicono che Barriera è in attesa di una riconversione da parte del Comune. Si annuncia una lunga attesa. Molto molto lunga. Ma un giorno ci sarà anche la linea 2 della metropolitana che passerà da qui, se si riuscirà mai a realizzarla. Siamo sicuri che basterà? La sua ricchezza è l’essere cosmopolita, come le vicine Porta Palazzo e Borgo Dora. Frequenti episodi di micro e macro criminalità hanno reso il quartiere poco sicuro e poco vivibile. I cittadini onesti denunciano continui episodi di spaccio di droga, aggressioni, rapine, scippi, prostituzione femminile e maschile (a volte anche minorile), riciclaggio…

Tutti fattori che nulla hanno a che fare con le differenze razziali tra i residenti. Hanno a che fare con la povertà, l’ignoranza e la disperazione. E disperazione è anche per molti residenti che spesso, oltre a fronteggiare episodi di macro e micro criminalità, se la devono vedere anche con i frequenti furti negli appartamenti. Molti pensano che sono gli zingari del campo nomadi “credo di via Germagnano e di lungo Stura”, dice un commerciante di lungo corso che come tutti mi ha richiesto l’anonimato.

Ad anonimato accordato, aggiunge con una diplomazia tutta torinese: “Gira voce che a Mirafiori molti furti e rapine vengano commessi dagli zingari che vivono in zona. Perché a Barriera dovrebbe essere diverso? Tutto il mondo è paese e Torino è un paesone… Io non vivo a Barriera, la sera chiudo sempre con il timore che possa accadere qualcosa e senza contante addosso e me ne torno in centro. Poveri quelli che restano. I miei clienti mi riferiscono che non riescono a dormire per i troppi schiamazzi, dei vicini della prostitute e dei tossici, matti e ubriachi che sono tornati ad essere i padroni del quartiere… Come ti viene in mente di prendere tua moglie o i tuoi figli ed andare a passeggiare per strada? Non ti viene voglia di vivere il tuo quartiere”.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo racconto? Sfoglia le altre storie

Questo slideshow richiede JavaScript.

Barriera di Milano: vivere il quartiere e B.a.r.l.u.i.g.i

“Vivere il quartiere”. E che quartiere. Una polveriera sociale in mano all’anarchia. Viene in mente che già in passato Barriera era diventata famosa a livello nazionale perché luogo di origine dei componenti della Banda Cavallero, i banditi che terrorizzarono il Nord con rapine e gravi episodi di criminalità negli anni Sessanta La banda di rapinatori si formò in un bar di corso Vercelli. Non era la fame il problema di quegli anni. Secondo quanto reso nelle deposizioni di Pietro Cavallero, il capo della banda, il problema era il desiderio di giustizia sociale, reso ancor più sentito dall’immigrazione. Giustizia sociale. La Banda Cavallero, fortemente politicizzata, simpatizzava per Lenin, ma guardava più propriamente all’anarchia nichilista, a Gaetano Bresci e a Ravachol (Francois Koenigstein).

Lasciò una lunga scia di morti e di feriti. Tre dei quattro componenti furono condannati all’ergastolo, uno a quasi tredici anni per la giovane età. In politichese, dal 2005, vanno ripetendo che la zona è interessata dal progetto Variante 200, che dovrebbe ridisegnare radicalmente il quartiere, collegando la zona alla stazione di Torino Rebaudengo-Fossata. Nell’attesa, lunga attesa che non è dato sapere quando terminerà con certezza, i residenti a gruppi sono costretti a scendere in strada per protestare e ribellarsi allo strapotere delle bande. Ma non serve a nulla. Barriera ti mangia l’anima. Qui, fino all’inizio del 2014, c’era un simpatico progetto che si chiamava B.a.r.l.u.i.g.i. Un bar di quartiere inaugurato nel 2012. In questa atmosfera popolare, identitaria, difficile, il bar è durato solo due anni. Troppa delinquenza e poca voglia di contrastarla.

Furti, saracinesche forzate, vetrine rotte e registratori di cassa rubati. Gli onesti si arrendono. Se le istituzioni non intervengono, non si può pretendere che i piccoli imprenditori si oppongano ad un fenomeno che rappresenta il peggior cancro della zona. Dagli anni Ottanta, nella zona intorno a stazione Dora, su corso Vigevano, è evidente una pericolosa situazione di assoluto degrado e sporcizia. Una volta gli spacciatori, presenti già al mattino, si nascondevano sotto il ponte di corso Mortara. Adesso che il ponte non c’è più, vendono morte alla luce del sole. E le prostitute? Le belle in alcuni locali e le brutte per strada. E i tossicodipendenti? Sempre su via Francesco Cigna, solo nascosti meglio. Ma quindi la riqualificazione? La riqualificosa?

 

Torino e i roghi che la soffocano

Roghi tossici appiccati ogni sera, rischio quotidiano di contaminazione da diossina, discariche a cielo aperto e maleodoranti, campi nomadi abusivi che spuntano come funghi a fianco a quelli “ufficiali”, infrastrutture di collegamento tra quartieri periferici mai completate, opere utili come cattedrali nel deserto, spaccio e consumo di droghe come eroina e cocaina alla luce del sole e al chiaro di luna, prostituzione femminile e maschile, furti, scippi e rapine. Ecco l’altra faccia del biglietto da visita di Torino. Sì, Torino, città di record e di primati. Ma anche città di soffocanti roghi tossici. Mica pensavate che la Città della Mole si privasse di tutto ciò?

Dove lo sguardo si perde tra Gazodromo, Mole Antonelliana, palazzi liberty di Cit Turin fino ad arrivare quasi all’Olimpico sembra tutto bello. E sembra così anche dove gli occhi incrociano la splendida precollina torinese, ricca di ville regali, dove la crisi non ha mai bussato, la Basilica di Superga, i caseggiati della periferia, di San Mauro e Settimo Torinese e l’arco alpino. Ecco, se si guarda attentamente lì in mezzo, tenendo come punto di riferimento ideale le “torri gemelle” di Falchera, per poi spostarsi sul ricordo di quello che fu il grande campo nomadi abusivo, allestito da non si sa bene chi nel quartiere Barca, sul lungo Stura Torino Lazio, e poi smantellato di fretta e furia dopo anni di proteste e inquinamento tossico, lì non si può non notare qualcosa.

Discariche a cielo aperto con topi che sguazzano nell’immondizia a via Germagnano.

Non sono indigeni che mandano segnali di fumo. Laddove negli anni Sessanta, c’erano delle rive, spiagge di operai e contadini di una Torino già all’epoca ibrida, si scorgono chiaramente le “indicazioni aeree” per raggiungere i campi nomadi di Falchera, quelli di via Germagnano, sia quello regolare e sia tutti gli altri abusivi. Questi ultimi sopravvivono a qualunque distruzione. Rinascono sempre, come la coda delle lucertole. E sempre in riva al fiume…

Si vedono perfettamente le alte colonne di fumo che si alzano al tramonto: stanno fondendo rame o bruciando rifiuti nelle adiacenze del campo nomadi in cui vivono migliaia di rom. Sono enormi colonne di fumo, alte decine e decine di metri. Fumo intenso, appiccicoso, terribilmente maleodorante. Come fanno a non scorgerle gli amministratori di questa città?

Molte sere, in particolare nel periodo autunno-inverno, le colonne sono cinque, sei, sette (sono meno del periodo 2014-2016, perché sono aumentati i roghi in strada dell’Aeroporto)… In tutti i campi bruciano qualcosa. In quei momenti capisci cosa significa aver fatto naufragare il progetto di integrazione culturale, obbligando alla convivenza razze e usanze troppo diverse tra loro senza prima rieducare, senza prima insegnare il rispetto, la tolleranza.

La polveriera sociale e i roghi tossici

Senza offrire una valvola di sfogo. Tutti compressi a Torino nord. Qui tocchi con mano la sofferenza a cui sono stati costretti per anni e a cui sono ancora costretti i quindicimila residenti di Barca, i venticnquemila di Falchera, i cinquantamila di Barriera di Milano e i ventimila di Rebaudengo. Gli ultimi tre, oltre ad essere quartieri difficili per spaccio di droga, rapine, prostituzione e riciclaggio, soffrono anche il campo nomadi di via Germagnano, posto perversamente sul confine Falchera-Rebaudengo. Altro che il quartiere Ciambra di Gioia Tauro…

C’è sempre un gran via vai al distributore automatico di benzina.

Semplicemente non mi piace che una parte di Torino diventi una nuova Terra dei Fuochi. Non ce l’ho con rom, romeni, bulgari, croati, sloveni o sintu piemontesi che affollano i campi nomadi della città e che sfuggono a qualunque censimento (sono sempre molti di più rispetto a quelli che risultano). Parlo volentieri con loro.

Ne conosco anche di molto bravi e onesti, ma molti di loro hanno abbandonato i campi nomadi. Mi confronto, anche se spesso non condivido le regole totalitaristiche imposte dalla loro cultura. E per la verità, ogni volta che mi è capitato di parlare con giovani zingari sotto i 30 anni, ho scoperto che neppure loro comprendono determinate imposizioni familiari, specialmente quelle che intaccano la sfera sentimentale-sessuale.

Però sono zingari e pensano di essere costretti ad accettare usi e tradizioni senza mai discutere nulla. Obbedienza assoluta? Per nulla. Menzogna, ipocrisia e pochezza. Usciti dal campo nomadi, lontani da occhi indiscreti, molti ragazzi applicano la regola del “si fa ma non si dice”. Sognano t-shirt e jeans firmati. Le scarpe Nike. I RayBan… Non vogliono rubare negli appartamenti e non vogliono girare tra bidoni dell’immondizia, ma non vogliono neppure lavorare.

Quindi, molti scelgono di frequentare alcuni cinema porno, alcuni parchi della città o una sauna in particolare dove si prostituiscono con vecchietti o “cigni” con la sindrome del brutto anatroccolo. A volte, capita che la rapina la facciano lì. Sul posto di “lavoro”. Eccoli i nuovi “gigolò in saldo”, da 5 a 20 euro. Chi mi conosce sa che almeno due volte all’anno raccolgo vestiti che poi consegno ad alcune famiglie realmente bisognose. Non sono razzista e non lo sono mai stato. Pretendo semplicemente che si rispettino le regole. Giudico i fatti. Solo quelli mi interessano.

Ragazzi del campo riempiono taniche di benzina.

I rom e il giro criminale che i sfrutta

Ce l’ho con il giro criminale che li circonda e li sfrutta e che molti alimentano quotidianamente, traendo benefici illeciti grazie alle falle del “sistema” Italia. Ho domandato ad un ragazzo rom: come fate a vendere il rame? A chi lo vendete? Mi ha risposto: “Alle fonderie. Lo vendiamo in modo legale, nessuno ti chiede dove hai preso quel rame. Devi fonderlo prima. Il tuo nominativo non viene comunicato a nessuno. Alla polizia? Noooo”. In fondo, sono solo 30 anni che le nostre città vengono saccheggiate di rame.

È a rischio la salute dei cittadini. Ci sono centinaia e centinaia di famiglie torinesi – che abitano a Barriera di Milano, a Falchera e a Rebaudengo – che sono costrette a respirare ogni giorno odori nauseabondi e ogni sera fumi tossici. Quelli che non vengono inalati, si depositano sui mobili, sui letti, in cucina, un po’ dappertutto sotto forma di polveri. Polveri che si respirano e che sono tossiche per l’organismo umano.

Il fenomeno è molto evidente nelle zone adiacenti a via Germagnano – e non parliamo di ciò che è rimasto sul lungo Stura Lazio (nel tratto in cui era presente l’altro enorme insediamento) – dove l’aria in determinati momenti della giornata è irrespirabile. La puzza si sente addirittura in tante abitazioni presenti nel raggio di un paio di chilometri. Dipende dal vento. E Torino è una città ventosa… Serve a poco anche la mascherina. L’aria è acida. Avvelenata. Da Barriera a Rebaudengo a Falchera, da anni, è una continua polemica con i sindaci di turno.

Fumi dei roghi tossici. Una malattia per Torino nord.

Un braccio di ferro costante, che logora e ti logora senza dare risultati concreti. Finisci per sentirti prigioniero in casa tua. Non rappresentato e tutelato da chi hai mandato a sedere su uno “scranno”. Effettuato uno sgombero e sequestrato un terreno, nasce un nuovo campo nomadi abusivo nel giro di 48 ore.

Roulotte pericolanti, camper sgarrupati e macchine che si reggono col fil di ferro, ma anche nuove e fiammanti coupé Bmw e Mercedes, monovolume Volkswagen, le berline dell’Audi, vanno a sommarsi a tempo indeterminato ai mezzi dei parenti delle famiglie di via Germagnano, che a loro volta erano venuti anni fa in visita.

Alla fine hanno deciso di fermarsi a Torino

Ma poi non se ne sono mai più andati. Si sta bene in Italia, eh? Dieci, venti, trenta, quaranta numerosi nuclei familiari e in un fazzoletto di terra grande quanto un orto ti ritrovi gli stessi abitanti di alcune località montane della Calabria o della Lucania. I residenti, che già a fatica sopportano i nomadi regolari, passano dalla disperazione alla rabbia. Sbottano. E altro che aplomb torinese…

Si riuniscono, si sfogano, urlano, si parlano. Vorrebbero farsi giustizia da soli. Non possono. Decidono saggiamente di fare rumore, nascono alcune manifestazioni, raccolta di firme, si arriva alle petizioni online, a scrivere esposti inviati alle forze dell’ordine e alla Procura della Repubblica… Ma il problema non viene mai risolto. Viene spostato. Un ping pong del disagio da un quartiere all’altro che sembra perverso, sadomaso. Tipicamente politico. Per come s’intende la politica in Italia.

Famiglie rom scaricano materiali da incendiare.

Agli abitanti dei campi nomadi non sono simpatici quelli che fanno rumore. Accendono le luci. Attirano l’attenzione. Infatti, ora gli ospiti delle baraccopoli non vogliono che nessuno si fermi o si avvicini per scattare fotografie, girare video testimonianze delle condizioni igienico-sanitarie della via in cui vivono, fare domande… Eppure, in teoria, questi sarebbero luoghi pubblici, di Torino, una città d’Europa. Se si accorgono che scatti foto provano ad aggredirti. Ti urlano contro. Ti minacciano. Lo hanno fatto anche con me mentre cercavo di realizzare questo reportage.

I gruppi spontanei di Rebaudengo – che è un altro quartiere difficile, delimitato a nord dallo Stura di Lanzo, ad est dal parco Stura (l’ex Tossic Park) e da corso Giulio Cesare, a sud dal trincerone ferroviario di via Gottardo e via Sempione e ad ovest dal passante ferroviario di Torino – temono i rischi da un’esposizione continua, quindi eccessiva, a fumi tossici. Ma è una storia vecchia. Addirittura in una lettera inviata a giugno del 2014 all’allora vicesindaco di Torino, Elide Tisi, i suoi rappresentanti denunciavano: “Siamo dei cittadini di via Scotellaro e da anni viviamo tra due fuochi, tra via Germagnano e lungo Stura Lazio…”. E oggi?

“Viviamo con le mascherine antigas”, raccontano alcuni abitanti di Rebaudengo che abitano vicino al campo di via Germagnano. A loro è fatto divieto di aprire finestre e balconi in qualunque periodo dell’anno. “Siamo stufi di respirare gas tossici”, ripetono. Non sono preoccupati per i gas sprigionati dalla fusione del rame. Il loro terrore si chiama diossina. Alle spalle e davanti i campi nomadi di via Germagnano è tutto un proliferare di discariche a cielo aperto. E la notte, è un proliferare di roghi. Decine di fuochi. La puzza è insopportabile.

‘Ci stanno intossicando, siamo esasperati’

Ci stanno intossicando, siamo esasperati, ripetono dal sito Change.org. Ma chi brucia tutti questi rifiuti? E’ tutto prodotto in casa? “No so. Noi no, ti lo giuro amico. Noi non bruciamo nulla. Niente”, dice in un italiano dall’accento sloveno un rom sui 20 anni. Però, gli incendi avvengono a poche decine di metri dalle baracche… L’omertà regna sovrana. Ti prendono in giro. Ti dicono “boh”, sorridono con lo sguardo furbetto, si guardano… Sta di fatto che dal 2014 ad oggi non è cambiato nulla. I dipendenti dell’Amiat si ammalano e quando non si ammalano vengono aggrediti. E ai residenti succede la stessa cosa. Anche il canile Enpa, più volte assaltato, è stato distrutto. Chiamparino, Fassino e Appendino, poi chissà. Quante belle promesse…

Abbiamo citato l’Amiat. Giusto. Questa storia sembra una barzelletta: discariche abusive e fumi tossici davanti ad una discarica, quella comunale dell’Amiat. Purtroppo, è una triste realtà torinese, fatta di ignoranza, sporcizia, storie squallide, miseria morale, isolamento fisico e culturale, mancata integrazione. Un catastrofico fallimento.

Quartieri troppo popolari cresciuti velocemente e letteralmente tagliati fuori dalla città dall’asse ferroviario Torino-Milano, con la promessa ancora incompiuta della realizzazione di collegamenti stradali. Ghetti. Brutti ghetti, dove fino al 2005 venivano ignorati migliaia di extracomunitari che trovavano rifugio nelle ex fabbriche abbandonate. Quelle che spesso si trasformavano in stanze del buco e in teatri di fatti di sangue. L’integrazione non è più neppure un sogno, è un incubo per gli abitanti che rivendicano la loro torinesità.

Brucia. Tutto brucia in questa via di Torino.

La mancata integrazione – che ti viene sbattuta in faccia con violenza appena oltrepassi il primo ponte di via Germagnano (arrivando da corso Vercelli) – è una “patata bollente” che qualunque amministratore vuol levarsi dalle mani e riproporre in un piatto da mettere nel congelatore dei buoni propositi inattuabili. Discariche abusive e fumi tossici davanti la discarica comunale dell’Amiat, evidentemente nella città sabauda hanno il loro perché. Poco o nulla è stato fatto per impedire il ripetersi degli incendi che, in questa terra di nessuno, continuano a verificarsi a ritmo giornaliero, specialmente nelle ore serali e notturne.

Le nuvole di fumo nero avvelenano l’aria, si alzano dalle adiacenze dell’accampamento e provocano fastidi agli occhi e difficoltà nella respirazione. Con la luce del sole, lo spettacolo è vomitevole. Disgustoso. Bidoni dell’immondizia bruciati in un rogo che non poteva avere un diametro inferiore ai 3-4 metri. L’asfalto è bruciato. Già a mezzogiorno, ci sono resti di ogni genere sparsi ovunque, nuova pattumiera, ossa spolpate. Odori nauseabondi. E questo è solo il primo ingresso del campo. Man mano che si avanza, i cumuli di immondizia crescono. Si fanno sempre più alti, come un muretto che delimita e a volte invade la strada.

“I roghi di immondizia e plastica ci costringono a barricare porte e finestre. Dobbiamo tenere abbassate anche le tapparelle, in alcune stanze viviamo con le luci accese anche di giorno – confermano anche alcuni residenti –. Vogliamo che le leggi siano applicate per tutti. E se a qualcuno non sta bene rispettare le nostre regole, se a qualcuno non sta bene comportarsi civilmente, che vada via. Non ne sentiremo la mancanza. Il limite è stato superato da troppo tempo. Abbiamo visto di tutto davanti ai nostri portoni: prostitute e prostituti con i loro clienti, papponi minacciarci di non rompere i “cosiddetti”, spacciatori, ladri di auto e ricettatori. Basta. Dobbiamo far pesare il nostro disagio, altrimenti ci abbandonano”.

Colonna di fumo. Una delle tante che ogni settimana si alzano da via Germagnano.

I cittadini storici e i ‘nuovi’ torinesi

La contrapposizione tra cittadini storici e “nuovi torinesi” (gli zingari di Torino di nomade non hanno più nulla…) è da sempre un tema molto spinoso e molto sentito dagli abitanti della zona nord di Torino, ma in questo caso la razza non c’entra. E neppure la cultura. La protesta non è contro gli zingari, ma contro l’incapacità di chi governa questa città di impedire i roghi, contro la lentezza di intervento della macchina della giustizia.

“Siamo delusi dalla poca efficacia delle azioni attuate, ci sentiamo abbandonati. Ci vuole un presidio fisso delle forze dell’ordine in via Germagnano e controlli a sorpresa fino all’esaurirsi del fenomeno e la pulizia periodica dell’area riservata ai rom”. In effetti, qui la situazione è disperata. Rifiuti ovunque, sulla strada, all’ingresso delle baraccopoli… E’ un’emergenza sanitaria. E’ necessaria una bonifica.

Via Germagnano è una realtà allo sbando. Un tappeto di rifiuti, bidoni danneggiati, bruciati, officine a cielo aperto, oli scaricati a terra o nel fiume. Rifiuti ovunque vicino al fiume Stura di Lanzo e in mezzo alle baracche, con quegli immancabili topi grandi come gatti che fanno sempre festa. La via annega nel degrado e nella monnezza prodotta dagli insediamenti abusivi.

Toccando con mano questo enorme degrado, questo dilagare di miseria assoluta e di illegalità con cui anche le filiali torinesi delle mafie vanno inevitabilmente a nozze, viene in mente che l’unica soluzione è quella della “tolleranza zero”: chi rispetta le regole resta, chi non le rispetta deve essere allontanato.

PROMEMORIA > Hai trovato interessante questo reportage? Sfoglia la categoria storie

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Torino e la politica molto ‘morbida’

Si rende necessario, su questo fronte, un atteggiamento diverso: sono  pochi quelli che sembrano volersi mettere in riga. Ma in un’Italia che, fiscalmente parlando, perseguita i cittadini e lascia morire le aziende, questo spadroneggiare arrogante e presuntuoso di un’illegalità tanto diffusa e dannosa per la comunità non è più accettabile e tanto meno sostenibile. Non è più tollerata dalla cittadinanza. C’è paura. Il recinto che divide il campo nomadi dal canile municipale è stato preso ripetutamente a calci. Una notte sono entrati nel canile e hanno devastato tutto. Poveri cani…

Uno dei due ingressi al parcheggio Amiat è stato chiuso per un certo periodo: sembrava l’unico modo per evitare furti e minacce. Il signor Carlo (nome di fantasia) guarda la sua casa con occhi rammaricati e sentenzia: “Cinquant’anni fa era una bella casetta in campagna, alla periferia di Torino. Ho speso duecento e milioni di lire e me ne ritrovo meno di cimquanta come valore. Qui, tutti vogliono vendere e se nessuno compra vanno via ugualmente. Chiudono. Fuggono”. Quattro quartieri con troppe zone fuori controllo. Tra gli anni Ottanta e gli anni Novanta, in alcune di queste zone, c’erano storici locali del divertimento giovanile, discoteche, discobar e circoli, che contribuivano all’integrazione tra giovani di diverse culture. Ma erano accusati di essere locali un po’ troppo “alternativi”, circolavano droghe raffinate…

Una ventata di finto perbenismo li ha spazzati via in un batter d’occhio. Poi, la situazione è degenerata. I problemi dilagano, il tessuto sociale è lacerato. I servizi o non ci sono o sono cattedrali nel deserto, come la stazione Torino Stura e il suo ponte per Falchera rimasto monco (a guardarlo sembra una presa in giro…), oppure il Parcheggio Stura che doveva convincere i pendolari ad usare i mezzi di trasporto urbano. Ma siccome i pendolari venivano derubati – nei parcheggi, negli autobus e nei tram – il parcheggio si è presto svuotato.