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Trattamento Sanitario Obbligatorio: davvero nessuno è Stato?

L’ultima vittima nota del Trattamento Sanitario Obbligatorio, al momento in cui scrivo, è del 2015 e si chiama Andrea Soldi. Era di Torino. Aveva 45 anni al momento della morte. I referti dell’autopsia dicevano che non era stato strangolato, ma era evidente una forte compressione a livello del petto. Testimone di una morte violenta, confermata dalla consulenza autoptica consegnata dal medico legale Valter Declame al procuratore Raffaele Guariniello.

Andrea è morto strozzato. Strozzato dal Trattamento Sanitario Obbligatorio. Soffocato dal braccio di un vigile che lo ha stretto al collo con troppa forza, tanto da provocare un “violenta asfissia da compressione”. La sua storia racconta che era affetto da schizofrenia, che era esuberante, stravagante, che era un omone molto amato nel quartiere, conosciuto e benvoluto da tutti. Potenziamente innocuo. Però è morto.

E’ deceduto in ambulanza dopo un trattamento sanitario obbligatorio. Anche lui. Mi restano due domande umane e intime: si poteva evitare il suo decesso? Si poteva evitare il tso? La stessa domanda che mi sono posto, insieme ad altre migliaia di persone, anche se in questo caso il tso non ha colpe dirette, quando il 30 luglio 2015 è morto Mauro Guerra, che avrebbe rifiutato un trattamento sanitario obbligatorio, aggredito un carabiniere e tentato di scappare.

A quel punto è stato freddato dal collega del militare nei campi di Carmignano di Sant’Urbano. Prima ancora mi ero fatto la stessa domanda il 12 luglio 2015 quando, in ambulanza, mentre veniva sottoposto a tso, era deceduto l’imprenditore di Penna San Giovanni, Amedeo Testarmata. L’uomo, disoccupato, viveva con i genitori e la sorella e da tempo manifestava problemi psichici e depressione.

Quella sera, la sorella si accorse che Amedeo non stava bene e chiamò il medico curante. Testarmata vietò l’ingresso in camera al medico e questi chiese l’intervento dei carabinieri e del 118 per sottoporre il suo paziente al trattamento sanitario obbligatorio. Cercò di impedire anche l’ingresso del personale medico.

Accusò un malore e fu trasferito nell’ambulanza, dove morì. E indovinate cosa mi domandai il 24 settembre 2014, quando morì un pensionato di 64 anni, che soffriva di problemi psichiatrici, dopo essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio al Sant’Ambrogio di Torino? E non si poteva fare diversamente il 31 luglio del 2009 quando morì Francesco Mastrogiovanni, deceduto nell’ospedale psichiatrico di Vallo della Lucania, in provincia di Salerno?

Quello di Mastrogiovanni è un caso eclatante, che ebbe anche molto eco mediatico. Fu prelevato dalle forze dell’ordine in un campeggio del Silento dove si trovava in vacanza. Il sindaco del comune di Pollica, Angelo Vasallo (ucciso nel 2010 in un attentato a matrice camorristica) aveva ordinato il tso perché sembrava avesse disturbato la quiete pubblica guidando in maniera spericolata.

Eppure, il soggetto da sottoporre a tso in ospedale si era mostrato tranquillo. Nonostante ciò lo avevano legato mani e piedi al letto per più di 82 ore consecutive. Lo hanno slegato solo dopo la morte per edema polmonare. A testimoniare la sua agonia un filmato pubblicato per volere dei familiari nel sito dell’Espresso. Nudo o con addosso solo un pannolone, che sanguina per via dei lacci ai polsi e alle caviglie. Quando il sangue tocca terra qualcuno lo pulisce, nessuno però lo asciuga dal suo corpo.

Articolo 32

Carta Costituzionale

“La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti al rispetto della persona umana”

L’allucinante caso Uva col trattamento sanitario obbligatorio

Visto che abbiamo citato un caso eclatante come quello di Mastrogiovanni, come dimenticarsi di Giuseppe Uva, morto a 43 anni? Era stato fermato ubriaco alle 3 del mattino, a Varese. Era il 14 giugno del 2008. Lui e un suo amico furono portati in caserma.

Qui Uva, secondo la ricostruzione fatta dal senatore Pd Luigi Manconi, “è rimasto in balìa di una decina di uomini tra carabinieri e poliziotti all’interno della caserma di via Saffi”. Il suo amico, nella stanza accanto, sente due ore di urla incessanti, chiama il 118 per far arrivare un’ambulanza. “Stanno massacrando un ragazzo”, sussurra all’operatore del 118, che chiama subito dopo in caserma e chiede se deve inviare davvero l’autoambulanza.

“Se abbiamo bisogno vi chiamiamo noi”. E infatti, alle 5 del mattino dalla caserma di via Saffi parte la richiesta di un trattamento sanitario obbligatorio per Uva. Trasportato al pronto soccorso, Uva viene trasferito al reparto psichiatrico dell’Ospedale di Circolo.

Il suo amico viene lasciato andare. Sono le 8.30. Poco dopo due medici gli somministrano sedativi e psicofarmaci che ne provocano il decesso. Anche nell’ultima notte di vita di Uva, c’è molto da chiarire. Ferite, lividi sul volto, sangue sui vestiti, una macchia rossa tra pube e regione anale. Perché il 118 non è intervento dopo una telefonata tanto chiara, che riporto di seguito?

  • Biggiogero: “Sì buonasera sono Alberto Biggiogero posso avere un’autolettiga qui alla caserma di via Saffi dei carabinieri?”.
  • Operatore del 118: “Sì, cosa succede?”.
  • Biggiogero: “Eh, praticamente stanno massacrando un ragazzo”.
  • Operatore del 118: “Ma in caserma?”.
  • Biggiogero: “Eh sì”.
  • Operatore del 118: “Ho capito. Va bene adesso la mando eh”.
  • Biggiogero: “Grazie”.
  • Operatore del 118: “Salve salve”.
  • L’uomo che risponde al centralino del 118 ritiene opportuno chiamare la caserma, prima di fare intervenire l’ambulanza.
  • Carabinieri: “Carabinieri”.
  • Operatore del 118: “Sì salve, 118”.
  • Carabinieri: “Sì?”.
  • Operatore del 118: “Mi hanno richiesto un’ambulanza. Non so mi ha chiamato un signore dicendo di mandare un’ambulanza lì da voi, me lo conferma?”.
  • Carabinieri: “No, ma chi ha chiamato scusi?”.
  • Operatore del 118: “Un signore. Mi ha detto che lì stanno massacrando un ragazzo e che voleva un’ambulanza”.
  • Carabinieri: “Un attimo che chiedo”.
  • Dopo qualche minuto…
  • Carabinieri: “No guardi son due ubriachi che abbiamo qui in caserma, adesso gli tolgono il cellulare. Se abbiamo bisogno ti chiamiamo noi”.
  • Operatore del 118: “Sì, sì, non ti preoccupare, ci mancherebbe, ho chiesto. Ciao, ciao”.

Nella denuncia presentata alla procura di Varese, Biggiogero descrisse così la scena dell’incontro tra Uva e un militare dell’Arma: “Un carabiniere si avvicina a noi con uno sguardo stravolto urlando “Uva, cercavo proprio te, questa notte te la faccio pagare!”, quindi avrebbe cominciato a spintonarlo e picchiarlo per poi spingerlo insieme con altri colleghi in una delle volanti accorse”.

Stando alle parole del testimone, il movente del brutale pestaggio continuato in caserma e finito in tragedia avrebbe potuto essere quello del forte risentimento personale nutrito da un militare che avrebbe coinvolto anche altri suoi colleghi. Sette anni di indagini non sono riusciti a chiarire cosa sia successo durante quelle due maledette ore in caserma. Dopo dieci anni di processo, i due carabinieri e i sei poliziotti rinviati a giudizio sono stati assolti.

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Il TSO è una pratica incivile di uno Stato incivile

Non c’è dubbio sul fatto che ottenere l’autorizzazione per praticare un trattamento sanitario obbligatorio, qui in Italia, è troppo facile. Il tso può uccidere e a volte al solo nominarlo si può abbinare un decesso. Non a caso è nato il Comitato d’iniziativa antipsichiatrica, che porta avanti liberamente, una campagna per la tutela e la difesa dei diritti dei soggetti sottoposti a tso.

“Chi ha a cuore il diritto all’autodeterminazione proprio di ciascun essere umano, sa che la strada maestra non è tanto rappresentarlo davanti ai poteri forti o, peggio ancora, come fa la psichiatria delle “buone pratiche”, far passare tale diritto come una concessione benevola del tecnico illuminato che ne gestisce gli spazi di libertà. Dovrebbe essere chiaro che dovremmo essere pronti, attrezzati e orientati piuttosto a sostenere materialmente chi autonomamente sceglie, in maniera più o meno condivisa dal suo contesto socio-familiare, di fare a meno della psichiatria e rivendicare il proprio diritto di scelta e la propria visione delle cose”.

Ancor più chiaro Renato Foschi, docente e ricercatore dell’Università La Sapienza di Roma, ha spiegato che “la morte di Francesco Mastrogiovanni, che ha scoperchiato un “vaso di Pandora” fatto di coercizioni e morti durante un trattamento sanitario che vorrebbe solo aiutare il paziente. I morti durante i tso non sono un numero irrilevante. Il tso è un dispositivo contenuto nella legge 180/78, la Legge Basaglia, e poi nella 833/78, legge di istituzione del Servizio sanitario nazionale, che consente la sospensione della libertà individuale e il ricovero coatto sulla base di una ordinanza del sindaco e due certificati medici che sanciscano l’urgenza del caso. Le condizioni per attuare un tso sono: l’urgenza, la mancanza di possibilità di cura extra-ospedaliera e il rifiuto di cure da parte del paziente”.

E prosegue. “Il tso dura sette giorni ed è ripetibile una volta in sequenza e più volte nel corso della vita. Il mio libro, “La libertà sospesa. Il trattamento sanitario obbligatorio e le morti invisibili” fa luce su alcuni aspetti giuridici, psicologici e psichiatrici legati al tso su cui ritengo sia bene riflettano sia medici, infermieri, psicologi, sia i pazienti. A mio parere, il problema principale dell’epistemologia della medicina è la difficoltà a fare i conti con la ragionevolezza di certe “malattie”, continuando a “ristrutturarle” sulla base di nuove cure e terapie…“.

Le malattie psichiatriche, sotto questo aspetto, sono prototipiche. Certo se poi qualcun altro che non sia il malato, ci guadagna, sarà difficile andare oltre la retorica. Ad esempio, quanto costa un tso al giorno? Quanto costa la somministrazione di un nuovo farmaco antipsicotico? Una giornata di ricovero in Italia varia dai seicento ai novecento euro e ci sono neurolettici che possono arrivare a costare molto“.

Infine, Foschi cala l’affondo: “I reparti psichiatrici italiani sulla base di circa diecimila tso all’anno, dati Istat, riescono ad avere quindi dei rimborsi milionari. Inoltre, a prescindere dalla bontà dei sistemi di cura e di diagnosi psichiatrica, che sono costantemente messi sotto accusa da un numero crescente di studiosi ed ex pazienti, le cure coercitive partono dall’idea che ci siano casi in cui sia necessario sospendere la libertà individuale come se il paziente potesse sempre essere potenzialmente un pericoloso criminale”.

“Come generalmente si temono i criminali, così si si può temere il malato di mente. Si crea un sistema di controllo valido per entrambi. La preoccupazione dei fautori del tso per il malato potrebbe in primo luogo mascherare preoccupazioni di altro genere. E ci sono alcuni progetti di legge che vogliono che diventi una pratica più lunga”.

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